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domenica 14 dicembre 2014

Grande Storia dell'Europa - 1° - Dalla formazione della Terra al 1.200 p.e.v. (a.C.)

Europa sul dorso di Zeus che ha preso le sembianze di Toro
Il nome Europa viene dal greco antico Ευρώπη e può significare, se da eu-rope, "ben irrigata", oppure da εὐρύς (eurus) che significa "ampio", e ὤψ/ὠπ-/ὀπτ- (ōps/ōp-/opt-) che significa "occhio, viso": quindi Eurṓpē, "largo sguardo", "ampio d'aspetto", sinonimo di luna piena, appellativo della dea lunare. 

IL MITO
Europa era figlia di Agenore, re di Tiro, antica città fenicia. Zeus se ne innamorò, vedendola insieme ad altre coetanee raccogliere dei fiori nei pressi della spiaggia. Zeus allora inventò uno dei suoi molteplici travestimenti: ordinò a Ermes di guidare i buoi del padre di Europa verso quella spiaggia e prese quindi le sembianze di un candido toro bianco, le si avvicinò e si stese ai suoi piedi.
Europa salì sul dorso del toro, e questi la portò attraverso il mare fino all'isola di Creta.
Europa sul Toro in una
rappresentazione del
VII sec. a.C. ritrovata nel
tempio greco Y di
  Selinunte, nella Magna
 Grecia, in Sicilia.
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Zeus rivelò quindi la sua vera entità e tentò di usarle violenza, ma Europa resistette. Zeus si trasformò quindi in aquila e riuscì a sopraffare Europa in un boschetto di salici o, secondo altri, sotto un platano sempre verde. Questa narrazione è riprodotta sulle monete di conio greco da 2 €. Agenore mandò i suoi figli in cerca della sorella. Il fratello Fenice, dopo varie peregrinazioni, divenne il capostipite dei fenici. Un altro fratello, Cilice, si instaurò in un'area sulla costa sudorientale dell'Asia Minore a nord di Cipro e divenne il capostipite dei cilici. Cadmo, il fratello più famoso, arrivò fino in Grecia dove fondò la città di Tebe. Europa divenne la prima regina di Creta. Ebbe da Zeus tre figli: Minosse, Radamanto, Sarpedonte e forse Carno, che vennero in seguito adottati da suo marito Asterione, re di Creta. Zeus fece a Europa tre doni: Talo, l'uomo di bronzo che sorvegliava le coste cretesi, Laelaps, un cane molto addestrato e un giavellotto che non sbagliava mai il bersaglio. Il padre degli dei successivamente ricreò la forma del toro bianco nelle stelle che compongono la Costellazione del Toro. Dopo la morte di Asterione, Minosse diventò il nuovo re di Creta. In onore di Minosse e di sua madre, i Greci diedero il nome "Europa" al continente che si trova a nord di Creta. Tutto ciò accadde cinque generazioni prima che in Grecia nascesse Eracle. La raffigurazione di Europa su di un toro si trova in diversi dipinti pre-ellenici, che probabilmente raccontano della Dea Luna trionfante in groppa al toro solare, sua vittima. Il mito pare raccontare di un'invasione di Creta da parte di stirpi elleniche. E Zeus che si trasforma in aquila per violentare Europa ricorda la storia di Zeus trasformato in cuculo per sedurre Era. Ma può anche darsi che il mito racconti di scorrerie compiute dagli elleni di Creta in Fenicia. Secondo recenti ipotesi astrologiche il toro indica l'era del Toro, dal 4.075 al 1.925 a.C.,  una delle ere astrologiche che scandisce il tempo. Per visualizzare il post "La precessione degli Equinozi", clicca QUI.

PROTOSTORIA
4 miliardi e 600 milioni di anni fa - Nel contesto di un'universo che ora è ampio 13.500.000.000 di anni luce, ovvero lo spazio che la luce percorre in tali anni, e quindi ora gli anni dell'universo sono gli stessi, circa 4.600.000.000 di anni fa si formò un nuovo pianeta, la nostra Terra. Composta da materiale cosmico vagante prodotto dalle esplosioni del Sole che si era trasmutato in una stella "nova" e catturata dalla sua forza gravitazionale in un moto di rotazione intorno ad esso, si condensò e surriscaldò al punto che i metalli contenuti nelle rocce meteoriche di cui era composta si fusero, precipitando, per azione della forza vettoriale centripeta insita nella sue rotazione attorno a se stessa, nel suo nucleo. Questo nuovo nucleo di metalli fusi generò quindi, oltre ad una temperatura elevata, un potenziale gravitazionale elettro-magnetico che avrebbe permesso la formazione di un'atmosfera, una fascia soggetta alla sua attrazione al di sopra della crosta terrestre. L'acqua contenuta nei ghiacci dei meteoriti cosmici poté inserirsi nel ciclo delle piogge e delle evaporazioni e vi fu poi un'alternarsi di eruzioni di magma prodotto dalle alte temperature del nucleo che provocava vapori che oscuravano il sole, facendo abbassare la temperatura in superficie con conseguenti condensazioni delle acque che mutavano in ghiaccio e che con nuove eruzioni evaporava di nuovo e così via. Intanto, insieme all'acqua e a tutti gli altri elementi, dallo spazio giunge anche la vita.
Carta degli eventi climatici e geologici, delle ere geologiche e glaciazioni,
con le forme di vita  sulla Terra, dagli albori a 251.000.000 di anni fa.
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Da 4,5 miliardi di anni fa - Insieme ai meteoriti, dallo spazio iniziano a giungere sul nostro pianeta anche dei batteri estremofili. Nel 2001 i ricercatori del Cnr e dell'Università di Napoli, Bruno D'Argenio e Giuseppe Geraci, docenti di geologia e biologia molecolare, hanno scoperto all'interno di dieci meteoriti dei microrganismi il cui corredo genetico è leggermente diverso da quello delle circa 28 mila specie di batteri terrestri conosciuti. Questi organismi, molto simili ai batteri da noi conosciuti, sono stati trovati dentro meteoriti di 4,5 miliardi di anni, scoperta che dopo esami e cauti accertamenti potrà venire confermata. Gli studiosi dell’Università di Napoli e dell’Istituto Geomare del CNR, affermano che la probabilità che i campioni siano stati contaminati da batteri terrestri è molto bassa. Non si possono ignorare i dubbi che molti scienziati hanno sollevato dopo la rivelazione di queste scoperte, cioè che sia difficile affermare con certezza che i campioni di meteoriti non siano stati inquinati dopo essere caduti sulla superficie terrestre da batteri terrestri. Questi campioni, i "cristallomicrobi", hanno le stesse caratteristiche di altri batteri già conosciuti e molto studiati negli ultimi 40 anni: i batteri estremofili. Come dice la parola stessa, questi microrganismi sono capaci di vivere e riprodursi in condizioni ambientali che per la maggior parte degli organismi sarebbero proibitive. Alcuni di questi particolari batteri appartengono al gruppo degli archeobatteri, collocati nel tempo all’origine della vita sulla terra. I “Batteri alieni”, o “batteri extraterrestri” scoperti nei meteoriti conservati nel museo Mineralogico di Napoli sono stati clonati e si riproducono in abbondanza nelle provette dei laboratori dell’Università Federico II. Questi microrganismi dopo essere stati riprodotti, sono stati analizzati nel loro Dna ed è emerso un genere nuovo che non ha uguali con i 18 mila tipi di codice genetico finora conosciuti. Inoltre gli stessi tipi di batteri chiamati “cristallomicrobi” o “Cryms” sono stati trovati dai ricercatori campani anche in circa cinquanta campioni di rocce sedimentarie, ignee e metamorfiche, di minerali e altri materiali solidi naturali, alcuni datati 3,8 miliardi di anni e prelevati in diversi punti del nostro pianeta, sparsi in tutti i continenti. Gli studiosi hanno estratto dalle rocce i microrganismi che a contatto con una soluzione fisiologica, normalmente utilizzata nei laboratori di microbiologia, diventano visibili al microscopio e si riattivano. Quando i batteri riacquistano le loro capacità metaboliche vengono clonati e studiati.

Esempio di condizione estrema
per la vita: sorgente d'acqua
calda sulfurea.
- I batteri estremofili sono forme di vita microbiche che riescono a sopravvivere in ambienti estremi ed impraticabili, potremmo dire sterili, nel senso che nessun’altra forma di vita potrebbe svilupparsi. Nelle acque ad alta concentrazione salina si sviluppa bene Halobacterium salinarum, mentre il record di batterio più “salato” lo detiene Halophilic che è capace di vivere in acqua dove è presente il 30% di sale (ricordiamoci che l’acqua di mare contiene sale per il 3,5%). Anche le rocce che si trovano ad alcuni chilometri di profondità sono un habitat ideale: a 3,2 km. di profondità, nel sottosuolo, nei piccolissimi spazi interstiziali delle rocce vivono alcuni microrganismi capaci di tollerare livelli di pressione, di radiazioni e di calore elevatissimi. Mentre organismi appartenenti alla specie Bacillus infernus si trovano a 2.800 metri di profondità e alla temperatura di 75°C, lo Staphylothermus marinus colonizza ambienti sul fondo degli oceani dove le temperature raggiungono i 115 °C, per via del surriscaldamento da parte di magma. Al contrario la vita microbica rappresentata da Chroococcidiopsis e da Crypotendoliths vive in condizione ottimale fino a -15 °C, ma fra le rocce del continente antartico c’è chi tollera temperature di - 50 °C. Un’altra particolarità degli ambienti estremi è quella di essere caratterizzati da pH estremamente acidi o basici: il microrganismo più “basico” è Alkaliphic che vive in minerali alcalini con pH 11 depositati a seguito dell’evaporazione di gran masse d’acqua. Alcuni ricercatori americani hanno voluto studiare gli effetti di un’intensa radiazione solare nel vuoto dello spazio su alcuni microrganismi: il primo tentativo è stato compiuto dalla NASA proprio per osservare fino a che punto le radiazioni solari siano in grado di influenzare le cellule viventi. Come previsto, i raggi ultravioletti hanno danneggiare tutti i batteri ad un’altitudine di 320 km, a parte il Deinoccocus radiodurans, che vive normalmente nel suolo. La scoperta di questi microbi risale al 1950, quando alcuni studiosi, dopo aver messo a punto alcune tecniche di conservazione dei cibi, si sono accorti che era quasi impossibile ucciderli. S’ipotizza che questi intrepidi estremofili possano sopravvivere su altri pianeti dato che in condizioni sperimentali oltre che non aver paura delle radiazioninon temono le alte temperature, la disidratazione e neanche agenti chimici capaci di distruggere il DNA.

- I primi batteri che si formarono sulla Terra furono gli estremofili, archeobatteri che vivevano in habitat caratterizzati da condizioni estreme (elevata salinità, bassa concentrazione di ossigeno, alta temperatura e valori estremi di pH) ed appartenevano alla divisione degli archeobatteri, le cui caratteristiche, oltre alla primordialità e alla resistenza, era quella di essere cellule procariote. Ogni cellula può esser definita come un'entità chiusa ed autosufficiente: essa è infatti in grado di assumere nutrienti, di convertirli in energia, di svolgere funzioni specializzate e di riprodursi se necessario. Per fare ciò, ogni cellula contiene al suo interno tutte le informazioni necessarie. Le cellule si distinguono in due tipi:
- procariotiche, prive di nucleo vero e proprio e della membrana che lo separa dal citoplasma. 
- eucariotiche, cioè dotate di membrana che separa il nucleo vero e proprio dal citoplasma. Sono tendenzialmente più grandi ed organizzate delle cellule procariotiche e pur comparendo anche in organismi monocellulari (noti come protisti), sono caratteristiche degli organismi multicellulari.
Le cellule procariote (pro = prima e kàryon = nucleo) sono cellule prive di un nucleo ben definito e delimitate dalla membrana cellulare. Rispetto alle cellule eucariote non possiedono organuli, fatta eccezione per i ribosomi. Hanno inoltre una struttura interna molto semplice. Non avendo il nucleo, il loro DNA è sparso nel citoplasma in una regione interna della cellula chiamata nucleoide. Negli organismi procarioti la riproduzione cellulare avviene per scissione binaria.
Cellula procariotica, significati
delle cifre: 1capsula batterica,
2 parete cellulare, 3 membrana
citoplasmatica, 4 citoplasma,
5 ribosomi, 6 mesosoma,
7 nucleoide (DNA), 8 flagello.
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Le loro dimensioni sono dell'ordine di pochi micrometri (μm), ma possono variare dai circa 0,2 µm dei micoplasmi ai 30 µm di alcune spirochete e oltre. Un micrometro (simbolo: µm, in passato era usata la dizione micron) corrisponde ad un milionesimo di metro (cioè ad un millesimo di millimetro). Un micrometro equivale a 1 000 nanometri (nm). L'interno della cellula procariota non è suddiviso in organuli da membrane, anche se alcune funzioni metaboliche, come la respirazione e la fotosintesi, sono associate ad invaginazioni e ripiegamenti della membrana cellulare, chiamati mesosomi. Il genoma cellulare è più semplice di quello delle cellule eucariote ed è costituito da una sola molecola circolare di DNA, a cui si aggiungono eventuali repliconi autonomi, molecole di DNA che vengono replicate dall'apparato metabolico della cellula che li ospita ma non fanno parte del genoma standard di quella specie. È assente la membrana nucleare. Il citoplasma delle cellule procariote contiene il DNA e i ribosomi 70 S, che sintetizzano le proteine. La parete cellulare, se presente, può essere composta da una sostanza caratteristica denominata peptidoglicano. Esternamente alla parete cellulare ci può essere uno strato più spesso e meno rigido, detto capsula. Esempi di organismi formati da cellule procariote (tutti unicellulari) sono:
- i batteri,
- le alghe azzurre (chiamate anche cianoficee o alghe verdi-azzurre o cianobatteri) e
- gli archeobatteri. Se consideriamo le caratteristiche dell’ambiente nel quale vivono, gli archeobatteri presentano molte caratteristiche comuni, dalla composizione della loro parete cellulare e dalla sequenza delle basi del loro RNA.
Gli archeobatteri possono essere distinti in tre gruppi:
- i termoacidofili, che prediligono condizioni di elevata temperatura e pH acido. Colonizzano ambienti dove pochi altri organismi sono in grado di sopravvivere. Il Solfolobus è un tipico rappresentante di questo gruppo di batteri che vive in prossimità di sorgenti sulfuree calde con temperature di 70-75°C e non sono in grado di sopravvivere sotto i 55°C. Ma questo batterio è anche capace di mantenere un pH interno vicino a 7, trovando ottimale per la sua crescita un ambiente acido con valori compresi tra 2 e 3. Nelle solfatare dei Campi Flegrei a Pozzuoli (Napoli) sono stati scoperti alcuni archebatteri di questo tipo: Bacillus acidocaldarius e Sulfolobus solfataricus.
- I metanogeni sono procarioti che vivono in assenza di ossigeno e utilizzano la reazione che porta alla produzione di metano, partendo dall’anidride carbonica come passo chiave del loro metabolismo. Un genere, il Methanopyrus, vive sul fondo dell’oceano vicino alle fratture vulcaniche e cresce a valori ottimali compresi in un intervallo di 110-84°C.
- Gli alofili stretti vivono solo in ambienti estremamente salati dove pochi altri organismi possono vivere poiché si disidraterebbero fino alla morte. Alcuni di questi batteri trovano un ambiente ideale di vita nel Mar Morto, dove la concentrazione salina è di circa 10 volte superiore a quella degli altri mari (340g/l). Alcuni archebatteri alofili, amanti del sale, colorano di rosso le acque cristallizzate delle saline. Diverse specie di batteri tutti appartenenti alla famiglia delle Halobacteriaceae sono responsabili di queste colorazioni rosso-rosacee perché contengono nelle membrane cellulari dei pigmenti che derivano dal beta-carotene. Questi gruppi vengono studiati con attenzione perché sono potenzialmente utili in campo biotecnologico sia per produrre carotenoidi, sia per individuare enzimi attivi in soluzioni saline molto concentrate.

3,5 miliardi di anni fa - Iniziano a generarsi archeobatteri autoctoni del nostro pianeta, che originano così la vita sul nostro pianeta. Gli archeobatteri sono cellule procariotiche, il più antico e numeroso gruppo di organismi presenti sulla Terra. I primi fossili rappresentativi datano 3,5 miliardi di anni fa e queste antiche tracce indicano che era presente una considerevole diversità tra i procarioti anche nel periodo archeano. Questi organismi regnarono sulla Terra per più di 2 miliardi di anni adattandosi ai nuovi ambienti e ai cambiamenti che di volta in volta si verificavano e si sono diffuse in ogni habitat immaginabile sul pianeta, colonizzando anche altri organismi.
Probabile scenario terrestre 3,5
miliardi di anni fa.
Oggi i procarioti sono diversi rispetto a quelli di 3,5 miliardi di anni fa e rappresentano il prodotto attuale di molte linee di evoluzione indipendenti che si sono separate da centinaia di milioni di anni. Infatti a partire da una comune eredità procariotica, le diverse linee hanno seguito vie di evoluzione separate e ognuna di esse si è adattata alla maggioranza dei cambiamenti dell’ambiente con un risultato tale che la diversità all’interno di ciascuna linea è maggiore rispetto alle differenze verificabili nell’ambito di altri regni. Il gruppo dei procarioti comprende i batteri, organismi unicellulari, privi di nucleo e di altre strutture citoplasmatiche tipiche delle cellule eucariote. Una delle ultime teorie che si sono diffuse sulle origini della vita è stata pubblicata sulla rivista "Nature" dal biologo molecolare James A. Lake. I suoi studi di genomica (la scienza del mappaggio, sequenziamento e analisi dei genomi, cioè dell'intero contenuto di DNA) gli hanno permesso di formulare un’ipotesi che compie un ulteriore passo avanti rispetto a quanto conosciuto fino ad ora sull’argomento. Da un punto di vista tassonomico basato sulla natura della parete cellulare, i procarioti si distinguono in 4 divisioni: gli archeobatteri, i batteri gram-positivi, i batteri gram-negativi e i micoplasmi.

Il susseguirsi delle ere geologiche nel tempo.
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- Poi l'evoluzione seguì il suo corso, attraversando le varie ere geologiche.

- Una nuova teoria spiega come la primordiale atmosfera terrestre sia divenuta ricca d'ossigeno. Il rilascio di enormi quantità d'idrogeno gassoso durante il primo stadio dell'evoluzione della nostra atmosfera potrebbe costituire il motivo principale dell'odierna ricchezza d'ossigeno, riferiscono gli scienziati dell'Ames Research Center della NASA. "Senza ossigeno, le forme di vita più avanzate sulla Terra sarebbero state le schiume batteriche verdi", osserva David Catling, autore dello studio. "Fortunatamente alcuni batteri che abitavano gli oceani primordiali divennero capaci di separare l'acqua in idrogeno e ossigeno". In verità, questa separazione avviene ancora oggi negli organismi fotosintetici. Utilizzando l'energia irradiata dal Sole, questi scindono le molecole d'acqua e utilizzano l'idrogeno per sintetizzare composti organici come i carboidrati e rilasciano l'ossigeno come prodotto di scarto della reazione. La squadra di Catling sostiene che attraverso un processo chiamato fotolisi del metano, i composti carboidrati (ricchi di idrocarbonio gassoso) hanno reagito con l'ossigeno liberando gli atomi d'idrogeno, che si sono quindi dispersi nello spazio. Se quest'ipotesi fosse corretta potrebbe spiegare perché la Terra primitiva rimase abbastanza calda (per l'effetto serra provocata dall'idrogeno) da permettere lo sviluppo della vita.

3 miliardi di anni fa - Il sole era un quinto meno brillante rispetto ad oggi. Così osserva Catling, "...la Terra avrebbe dovuta essere congelata.". Il metano è un potente gas serra e, secondo la teoria dello scienziato, la sua concentrazione nell'atmosfera era dalle cento alle mille volte superiore a quella odierna.

2 miliardi d’anni fa - La fusione di protobatteri (antichi microrganismi unicellulari fotosintetici) con alcuni archebatteri abbia dato origine al primo essere procariota multicellulare. Questa teoria attribuisce agli archeobatteri un ruolo importante, che prima non era mai stato intuito, nel passaggio evolutivo dagli esseri unicellulari a quelli più organizzati multicellulari.

1 miliardo di anni fa - Alcuni procarioti invasero organismi affini (o da questi furono inglobati) e stabilirono un rapporto parassita-ospite (o preda-predatore). Questo tipo di rapporto si è stabilizzato nel corso dei tempi evolutivi e ha dato probabilmente origine ai protisti, caratterizzati da cellule eucariote dotate di un vero nucleo

Carta degli eventi climatici e geologici, delle ere geologiche e glaciazioni,
con le forme di vita  sulla Terra, da 251.000.000 a 2.588.000 di anni fa.
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40 milioni di anni fa - Nell'Eocene, gli antenati del genere umano, che facevano parte del grande gruppo delle Scimmie dette scimmie del vecchio mondo o catarrine, si separararono dalle scimmie platarrine o scimmie del nuovo mondo.

Da 35 milioni di anni fa - Nell'assestamento della crosta terrestre, si cominciò a produrre una lenta separazione fra la placca tettonica africana e araba, seguita, 15 milioni di anni fa dalla separazione fra la placca africana orientale e quella occidentale asiatica e a sud del Mar Rosso si originò la Great Rift Valley, che attraversa gli attuali stati di Etiopia, Kenya e Tanzania. L'assottigliamento della crosta terrestre dovuto all'allontanamento delle placche tettoniche, comportò la comparsa di fenomeni vulcanici. Nella parte più meridionale del mar Rosso, la faglia fra Africa ed Asia si dirama in due direzioni diverse, verso est e verso sud-sudovest. La zona della diramazione è chiamata il triangolo di Afar (la parte arancione nella figura a destra) o depressione di Danakil, nell'attuale Etiopia: è il punto geologico in cui le placche tettoniche si dividono e tendono ad allontanarsi tra loro, caratterizzato da un'intensa attività vulcanica.
Carta con la Great Rift Valley, Valle
della Grande Falla o Grande fossa
tettonica.
Nell'immagine qui a lato, ogni triangolino rosso è un vulcano. La diramazione verso est forma il golfo di Aden, e da questo punto in poi questa faglia della Rift Valley continua come parte della dorsale oceanica asiatica. La diramazione africana verso sud-sudovest è spesso indicata come Great Rift Valley, e divide gli altopiani etiopici in due parti. Più a sud, la faglia si divide a sua volta in due: un ramo a oriente e uno a occidente. La faglia occidentale, chiamata anche faglia albertina, è delimitata da alcune delle montagne più alte dell’Africa, incluse le montagne di Viruga, Mituba e Ruwenzori e contiene i grandi laghi africani tra i più profondi del mondo, come il lago Tanganica profondo fino a 1.470 metri e il lago Vittoria, considerato parte del sistema della faglia occidentale anche se in realtà è posizionato tra le faglie orientale e occidentale. Sette milioni di anni fa, a causa dell'intensa attività vulcanica lungo la faglia tettonica, avvenne l'innalzamento della Great Rift Valley e si creò così una barriera per i venti carichi di piogge provenienti dall'oceano indiano che impedì la circolazione di aria umida.
Tupaia di Java.
Il clima si fece più caldo e secco e l’ambiente si inaridì. Nacquero così due ambienti molto diversificati:
- la foresta tropicale sopravvisse a ovest della Rift Valley, lungo i grandi fiumi dell'Africa centrale,
- mentre fra le faglie del sud della Rift Valley e la costa dell'est, la primitiva foresta tropicale si trasformò in savana e prateria.
Questo fenomeno favorirà così, 7 milioni di anni fa, la comparsa del genere "homo".

25 milioni di anni fa - Nel Miocene, i più antichi animali simili ai progenitori degli attuali primati, gruppo a cui appartiene anche l'uomo, si possono riconoscere nelle tupaie, ora considerate appartenere ad un ordine a sé stante (gli scandentia) e nei lemuri volanti o galeopiteci.

Lemure volante o Galeopiteco
delle Filippine o Colugo delle
Filippine (Cynocephalus
 Volans). Vive nelle foreste e
nelle montagne delle
Filippine del sud.
20 milioni di anni fa - Nel Miocene inferiore, all'interno di questo gruppo gli antenati degli Hominidae si differenziarono, separandosi poi dai

7.000.000 di anni fa - Da dati paleontologici e biomolecolari, si stima che avvenne la divergenza genetica di scimpanzè e bonobo (a noi più simili) dalle altre scimmie antropomorfe, i cui discendenti sono ancora viventi.

- Sette milioni di anni fa, con l'innalzamento della Rift Valley, si che creò una barriera per i venti carichi di piogge provenienti dall'oceano indiano che impedì la circolazione di aria umida. Negli altopiani etiopici orientali, generati dall'attività vulcanica, il clima si fece più caldo e secco e l’ambiente si inaridì. Nacquero così due ambienti molto diversificati:
- la foresta tropicale sopravvisse a ovest della Rift Valley, lungo i grandi fiumi dell'Africa centrale.
- fra le faglie del sud della Rift Valley e la costa orientale, a est, la primitiva foresta tropicale si trasformò in savana.
La popolazione delle protoscimmie africane si trovò quindi ad essere geograficamente separata dal Rift in due sottopopolazioni:
- quella del versante ovest, che rimase lussureggiante, in cui le protoscimmie si adattarono ad un ambiente boscoso, differenziandosi col tempo dalle altre e precorrendo le moderne scimmie antropomorfe,
- le protoscimmie intrappolate sull'altopiano, dove un lento ed inesorabile inaridimento trasformava l'ambiente e ampi spazi di savana e praterie si sostituivano alle foreste tropicali. Il nuovo clima non permetteva più a quegli animali di avere a disposizione alberi su cui vivere. La deambulazione eretta su due zampe, diventò quindi indispensabile per poter tenere d'occhio lo spazio intorno e non era certamente sicura come saltare, ben al di sopra del terreno, da un ramo d'albero all'altro... D'altro canto sarebbero rimaste libere le mani, per poterle utilizzare in mille modi modi diversi dalle zampe, relegate al camminare e al correre. In questa circostanza di profonda crisi, vi fu il grande salto evolutivo per cui queste protoscimmie, adattandosi a condizioni ambientali nuove e difficili, quali la scomparsa della foresta sostituita dalla savana africana, elaborarono nuove soluzioni per nuovi problemi: tale risposta permise la comparsa e l'affermazione del genere "Homo".

- Conquista quindi, della "stazione eretta" da parte degli ominidi.

- A sei-cinque milioni di anni fa risale la divergenza genetica fra gli antenati degli scimpanzè e bonobo (con i gorilla i più simili a noi nel DNA) da quelli degli umani.

- A questo punto la superficie del pianeta era abbastanza simile a quella attuale, e i nostri antenati fecero la loro comparsa. Il gruppo dal quale emergerà la nostra specie è quello degli Australopitechi, un ramo dei quali a partire da circa quattro milioni di anni fa diede origine a diverse specie ed ai progenitori del futuro nuovo genere Homo.

3.200.000 milioni di anni fa - E' la datazione del reperto paleoantropologico denominato "Lucy" ritrovato in Africa, nei territori della Rift Valley. Reperto denominato scientificamente Australopithecus afarensis, quando fu scoperto suscitò molto scalpore anche tra i non addetti ai lavori poiché fu molto pubblicizzato anche nelle terze pagine dei normali quotidiani: si pensava di trovarsi di fronte alla "prima madre", Eva, la madre di tutti i viventi, poi la notizia fu ridimensionata e ci si rese conto che Lucy era sì un ominide, ma di specie diversa da quella dell'uomo, in quanto fu escluso, per questo tipo di ominide, l'utilizzo di utensili.

- Il gruppo degli Australopitechi generò due rami evolutivi fondamentali, e perdurò per circa 2.500.000 anni, diversificandosi ecologicamente.
Di tre milioni di anni fa è la datazione del reperto paleoantropologico denominato Australopithecus robustus. Al ramo evolutivo un tempo definito gracile, per la struttura ossea meno massiccia dei suoi appartenenti, si pensa come al più probabile ceppo da cui discende la specie Homo.

Da 3 a 1,6 milioni di anni fa - Data a cui risalgono più reperti di un medesimo tipo: Australopithecus africanus.

Carta degli eventi climatici e geologici, delle ere geologiche e glaciazioni,
con le forme di vita  sulla Terra, da 2.588.000 di anni fa ad oggi.
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2.500.000 anni fa - A questa data, all'inizio del pleistocene, risalgono i primi ominidi: Australopithecus Garhi e Homo habilis, il primo appartenente al genere Homo, i cui più antichi resti, provenienti dalla regione dei laghi del Kenia in Africa, risalgono all'inizio del quaternario, e che ha contribuito alla creazione della cultura Olduvaiana. 
L' Homo abilis africano, antenato
dell'Homo Erectus.
È convinzione scientifica che per un certo periodo l'habilis abbia convissuto con le varie specie di australopiteco. Australopithecus Garhi, è il principale primate co-indiziato di avere per primo prodotto e usato strumenti litici, contendendo a Homo Habilis l'appellativo di primo umano. Homo habilis possiede abilità manuali, coniuga intelletto e uso delle mani. I primi reperti di Homo habilis sono stati ritrovati in Tanzania, nella gola di Olduvai: poco più di un metro di altezza, con braccia lunghe così come quelle di "Lucy", la caratteristica di questo gruppo di ominidi, ritenuti più socievoli degli australopitechi, sarebbe che la preda era condivisa e consumata insieme al gruppo di appartenenza. È comunemente accettato che l'Homo habilis avesse una significativa capacità di comunicazione, anche se il suo osso ioide e la struttura delle sue orecchie non erano in grado di supportare un linguaggio parlato.

2.000.000 di anni fa - E' all'incirca la data in cui è stato costruito il primo utensile per lavorare. L'uso di utensili non è in assoluto una prerogativa della sola specie umana, ma solo l'uomo è in grado di procedere oltre creando, con tale strumento, altri strumenti per creare strumenti, in un circolo virtuoso.

Ricostruzione di Homo ergaster.
- Homo ergaster è il nome di una specie estinta di ominide, vissuto in Africa tra 2 e 1 milione di anni fa. Si stabilì in molte zone del continente africano, comprese tra l'Africa orientale ed il Sudafrica. Forse condivise alcuni di questi luoghi con altre specie, come l'Homo habilis che 1,8 milioni di anni fa era ancora presente presso la Gola di Olduvai. La dizione di Homo ergaster è applicata a fossili a cui talvolta ci si riferisce più generalmente anche con il nome di Homo erectus o Homo heidelbergensis, ma la terminologia Homo ergaster è più spesso riservata alle popolazioni di Homo erectus che vivevano in Africa. Mentre con il termine di Homo erectus ci si può riferire ai reperti asiatici, con Homo heidelbergensis si considera una specie separata, anche se discendente dall'Homo ergaster, in base alle diverse dimensioni del cervello e alla struttura fisica più robusta. Per rimarcare l'evoluzione della paleoantropologia, si sottolinea che lo scheletro tipo di Homo ergaster, KNM-WT 15000, detto "Turkana Boy" o Ragazzo di Turkana, era stato inizialmente presentato come modello di riferimento per la specie Homo erectus. La sua corporatura, dimensioni e proporzioni, era simile alla nostra, mentre la distanza dagli australopitechi e dagli altri Homo era abbastanza marcata. "Turkana boy", il Ragazzo di Turkana, reperto (KNM-WT 15000), lo scheletro di un bambino di 10 anni è la prova più importante. La corporatura di questo bambino corrispondeva a quella di un ragazzo moderno più grande di 1 o 2 anni. Il volume encefalico dell'Homo ergaster era maggiore che negli altri ominidi, che in alcuni casi meglio conservati è da 804 cm³ a 900 cm³. Nell'Homo ergaster il cervello cresce in proporzione al corpo, quindi non si verifica nessun progresso significativo rispetto all'Homo habilis. Tuttavia si verificò un notevole balzo in avanti delle capacità cognitive. Secondo alcuni questo cambiamento fu maggiore nei maschi che nelle femmine, soprattutto riguardo al senso dell'orientamento, alla capacità di ricordare luoghi o la posizione degli oggetti. Il recente ritrovamento di una vertreba di Homo ergaster a Dmanisi, in Georgia, confrontata con quella del Turkana boy, ha dimostrato che le dimensioni delle vertebre sono paragonabili a quelle dell'uomo moderno, senza quindi restrizioni alla possibilità di articolazione dei suoni. Homo ergaster, assieme alle altre due varianti Homo erectus e Homo heidelbergensis, fu il primo ominide in grado di articolare una forma di linguaggio, avendo una forma più avanzata di neurologia comunicativa rispetto all'Homo habilis.

Evoluzione da Homo habilis a
Homo erectus, Homo
neandertalensis e Homo Sapiens.
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1.500.000 anni fa - Appare l'Homo Erectus (vissuto da 1,5 milioni a 50-100 mila anni fa). Presenta una postura completamente eretta, un notevole sviluppo cranico e soprattutto lo sviluppo di una superiore tecnologia. Gli strumenti dell'erectus non sono solamente oggetti che la natura fornisce, o poco modificati ma sono lavorati, modificati, adattati alle necessità con diverse tecniche.
Strumento litico bifacciale
del Paleolitico.
In Europa ritrovamenti di utensili bifacciali indicano la presenza di questa tecnica solo 600.000 anni fa, mentre reperti di strumenti bifacciali recuperati in Etiopia vengono datati a molto prima: 1,5 milioni di anni fa. I resti archeologici, principalmente tracce di accampamenti, ci confermano che l'erectus possedette il controllo del fuoco. Questa maggior conoscenza tecnologica e quindi la capacità di adattarsi a diversi ambienti è probabilmente ciò che permetterà all'Erectus di migrare, colonizzando tutte quelle parti del mondo che sono in collegamento diretto con l'Africa: l'Europa e l'Asia. 

Gruppi di Homo Erectus migrarono a
Nord, dall'Africa, da 1.000.000 di anni
fa. Clicca sull'immagine per ingrandirla
1.000.000 di anni fa - Inizia  il processo Out-of-Africa , gruppi di Homo Erectus cercarono nuovi territori, o li trovarono inseguendo delle prede o cercando piante commestibili, a nord-est, nei pressi della foce del Nilo, lì dove l'Africa era connessa all'Asia e alla via per l'Europa. E' anche plausibile che abbiano attraversato lo stretto di Gibilterra in una fase in cui il livello del mare fosse stato particolarmente basso.
Carta della diffusione del genere
umano dall'Africa al resto del mondo.
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Questo fenomeno, così come i ghiacci particolarmente estesi, hanno favorito flora, fauna e persone nell'attraversamento dello stretto di Bering verso le Americhe. Il processo Out-of-Africa (letteralmente: fuoriuscita dall'Africa) sarà il primo processo migratorio conosciuto e a differenza dei moderni flussi migratori, sarà dovuto al successo dei primi ominidi, i quali poterono espandersi in ambienti privi di competitori, quindi particolarmente vantaggiosi. Homo Erectus, colonizzando ad ondate successive l'Eurasia si adatta alle diverse condizioni ambientali, differenziandosi quindi nelle specie Homo Heidelbergensis e successivamente Homo Neanderthalensis, che aveva caratteristiche carnivore. Vi è ancora dibattito in relazione all'epoca della sua totale estinzione. Diverse popolazioni sono giunte fino a oltre 50.000 anni fa (Homo Erectus Soloensis e altri), evolvendo notevolmente le capacità tecniche, che fino a un certo punto si credevano appannaggio di specie ritenute più evolute.
Il camminare eretto unito alla vista stereoscopica, che permette di percepire nitidamente la tridimensionalità, dava a Homo Erectus il vantaggio di controllare il territorio circostante dal massimo della sua altezza e di avere a disposizione le mani per gestire strumenti di difesa e offesa. Inoltre, era nelle forma di gruppo, nel sociale collettivo, come già fu per l'Homo Habilis, che si aveva la forza e abilità strategica di procurarsi cibo e proteggersi dai predatori. Questa dinamica di gruppo richiedeva quindi una comunicazione verbale articolata, e nacque così il linguaggio che, come del caso della vista stereoscopica, disponeva ora di organi adatti a poter essere prodotto, modulato e percepito.

950.000 anni fa - Affluiscono in Europa alcuni antichi gruppi del genere Homo Erectus. Non si conosce l'itinerario seguito, che non è detto che fosse uno solo o lo stesso: inoltre le varie glaciazioni che si sono susseguite nelle ere geologiche, le diverse conformazioni delle placche tettoniche e il diverso livello dei mari, hanno proposto vie e percorsi che oggi non potrebbero non esistere più. Il più antico sito archeologico europeo riguardante l'Homo Erectus è la grotta del Vallonet in Costa Azzurra, databile tra i 950.000 e i 900.000 anni fa.
Ubicazione della grotta del Vallonet.
In questa grotta sono stati trovati strumenti in pietra e anche schegge lavorate in osso che costituiscono i resti più antichi di strumenti preistorici in Europa. Non sono ancora presenti strumenti bifacciali. La grotta di Vallonet, appena varcato il confine fra Francia e Italia sulla Costa Azzurra, a Roquebrune-Cap-Martin, da Mentone verso il principato di Monaco, è al momento il più antico abitato in grotta attualmente conosciuto in Europa. Lo studio delle faune rinvenute nei sedimenti archeologici (in particolare resti di elefanti, ippopotami, bovidi, cervidi, suidi) ha permesso di attribuire al giacimento un'età compresa fra 1,3 e 0,7 milioni di anni mentre lo studio del paleomagnetismo del riempimento della grotta la colloca all'episodio "di Jaramillo", periodo in cui il Campo Magnetico Terrestre era inverso rispetto ad oggi, tra 0,95 e 0,9 milioni di anni. L'industria litica comprende strumenti su ciottolo e su scheggia.

650.000 a anni fa - Durante la glaciazione di Günz. (680.000-620.000 anni fa) giunge in Europa l'Homo Heidelbergensis.
Ricostruzione dell'Homo
Heidelbergensis.
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Il più antico resto fossile europeo di Homo Erectus finora reperito è una mandibola trovata in Germania a Heidelberg, che da un'approssimativa datazione sembra risalire a 650.000 anni fa; è l'Homo Heidelbergensis, un ominide estinto, vissuto fra 650.000 e 100.000 anni fa. Il nome è stato attribuito a ritrovamenti umani fossili precedentemente chiamati Homo sapiens arcaici, con particolare riferimento a quelli trovati presso Heidelberg, nel Baden-Württemberg, in Germania, sulle rive del fiume Neckar. Resti di Homo heidelbergensis sono stati trovati in Africa, Europa ed Asia occidentale. Sia Homo antecessor che Homo heidelbergensis discendono probabilmente da Homo Ergaster, morfologicamente molto simile e proveniente dall'Africa. Tuttavia Homo heidelbergensis aveva una calotta cranica più allargata, con una capacità cranica di circa 1100–1400 cm³, non lontana dal valore di circa 1350 cm³ tipico per l'uomo moderno; questa differenza, assieme al comportamento e all'utilizzo di strumenti più avanzati, lo ha fatto assegnare ad una specie diversa. Questa specie, rispetto ai suoi parenti più stretti, aveva delle dimensioni più grandi, infatti i ritrovamenti suggeriscono dimensioni medie di circa 190 cm di altezza e una corporatura più massiccia e muscolosa di ogni altro ominide appartenente al genere Homo. Secondo il professor Lee R. Berger dell'Università di Witwatersrand, numerose ossa fossili risalenti a circa 500.000 - 300.000 anni fa ritrovate sulla costa sud africana indicano che alcune popolazioni di Homo heidelbergensis erano "giganti" con dimensioni medie di circa 213 cm. di altezza. La morfologia dell'orecchio esterno depone per una sensibilità uditiva simile a quella degli esseri umani moderni e maggiormente complessa di quella dei suoi parenti più stretti: Homo heidelbergensis poteva infatti distinguere molti suoni diversi. Numerose analisi approfondite dei denti suggeriscono che fossero in grado di produrre suoni in quantità rilevante. Questo "gigante" è riconosciuto da molti come il primo ominide in grado di produrre suoni complessi facilitando in questo modo la trasmissione di esperienze e la formazione di culture che, sebbene ancora primitive, erano molto più sofisticate di quelle incontrate fino a quel momento.
Ricostruzione dell'Homo
Heidelbergensis di
Atapuerca.
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Il consolidamento di questa denominazione per indicare determinati ominidi è susseguente agli studi di Eudald Carbonell dell'Università di Tarragona che, insieme ad i suoi collaboratori, ha analizzato i reperti trovati nel 1992 nella grotta di Gran Dolina, situata nelle colline di Atapuerca (Spagna settentrionale). Nel 1994, infatti, una sua spedizione ha portato alla luce un gran numero di utensili di pietra molto semplici, troppo primitivi per essere attribuiti a Homo sapiens. Diversi paleontologi peraltro attribuiscono i fossili di Atapuerca alla specie H. antecessor, considerata diretta antenata di H. heidelbergensis, che è vissuto nelle stesse aree circa 200.000 anni dopo. Una prima tesi è che i resti di Atapuerca rappresentino il primo tentativo da parte di Homo heidelbergensis di uscire dall'Africa, dove si hanno prove della sua presenza già 600.000 anni fa, e che quindi colonizzando l'Europa avrebbe fatto da progenitore a Homo neanderthalensis, mentre in Africa si evolveva Homo sapiens e in Asia Homo ergaster, di cui potrebbe essere il discendente. Questa tesi farebbe sì che l'Homo heidelbergensis sia l'ultimo antenato comune fra noi e Homo neanderthalensis. Altri studi condotti nel 2001 sul cranio completo di Atapuerca, insieme ai resti di altri trenta individui, attestano la possibilità che questi ominidi potessero parlare, sebbene a livelli molto elementari.
Carta con il sito archeologico di Atapuerca, in Spagna.
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Infatti l'apparato vocale trovato nei resti fossili per quanto risulti essere meno sviluppato rispetto a Homo sapiens è sicuramente più complesso rispetto a quello degli scimpanzé. Anche i ritrovamenti presso le Ciampate del Diavolo, in provincia di Caserta sono stati attribuiti a Homo heidelbergensis. Molti scienziati considerano appartenenti a Homo heidelbergensis anche i due crani ritrovati fra il 1989 ed il 1990 a Yunxian, nella provincia cinese di Hubei, sebbene molti altri, compresi gli scopritori, tendono a considerarli resti di Homo erectus.

400.000 a anni fa - Scoperta del fuoco. Le prime tracce di utilizzazione del fuoco vengono rinvenute in Cina. Dapprima l'uomo impara a conservare quello provocato dai fulmini o da altri disastri naturali, in seguito il fuoco verrà ottenuto con mezzi rudimentali e la conservazione del fuoco talora avrà anche carattere rituale.

L'uro era un grosso bovino particolarmente aggressivo,
diffuso in Europa ed estintosi nel 1627.
300.000 anni fa - Presso il porto di Nizza, a Terra Amata, sono state ritrovate le tracce delle più antiche capanne costruite da cacciatori nomadi, circa 300.000 anni fa, nel corso della glaciazione di Mindel (avvenuta 455.000-240.000 anni fa). La stratigrafia ha mostrato diversi periodi insediativi, con resti di capanne ovali a focolare centrale, ciottoli scheggiati, raschiatoi e animali catturati quali cinghiali, tartarughe, rinoceronti di Merk, elefanti meridionali, uri, uccelli vari.

230.000 anni fa - Nella grotta dei Balzi Rossi in prossimità di Ventimiglia, sono stati ritrovati resti di Homo Erectus datati a oltre 230.000 anni fa, oltre a tracce di uomo di Neanderthal (da 130.000 anni fa) e resti di Homo Sapiens assimilabili all'Uomo di Cro-Magnon.
Grimaldi - Falesia con grotte dei Balzi Rossi
Le Grotte dei Balzi Rossi sono situate in prossimità del confine Italo-Francese, in Liguria nel comune di Grimaldi, a pochi chilometri da Ventimiglia. Le grotte si aprono ai piedi di una barriera rocciosa composta da calcare Jurassico-Dolomitico la cui altezza è di circa 100 metri. Il nome del luogo deriva dal colore delle rocce, che nel dialetto locale vengono indicate come "Baussi Russi" (Pietre Rosse). Il sito consiste di 7 grotte chiamate: Grotta del Costantini, Grotta dei Fanciulli, Grotta del Florestano, Grotta del Caviglione, Barma Grande (Barma vuol dire grotta), Barma du Bausu da Ture (che nel dialetto vuol dire Grotta della rocca della torre) e Grotta del Principe. Solo le grotte del Caviglione e Florestano possono essere visitate ma i due piccoli musei ai piedi dei Balzi offrono ampie e dettagliate spiegazioni sul contenuto delle grotte e vi si trovano anche numerosi scheletri o calchi dei medesimi, foto e oggetti rinvenuti durante gli scavi archeologici.
Le grotte sono state frequentate dall'uomo dal Paleolitico Inferiore, tracce di queste antiche presenze sono molto limitate a causa delle frequenti variazioni del livello dei mari, verificatesi nel corso delle fluttuazioni climatiche del Pleistocene. Le ossa più antiche ritrovate appartenevano ad una femmina di Homo Erectus (età assoluta oltre i 230.000 anni) vissuta prima della Glaciazione di Riss. 

200.000 anni fa - Alcuni ominidi appartenenti al genere Homo, anziché partecipare al processo Out-of-Africa si stanziarono nella Rift Valley, che già aveva ospitato gli antenati umani sette milioni di anni fa. Da tali ominidi si originò l'Homo sapiens, una cui sottospecie, definita Homo sapiens sapiens (apparsa circa 200.000 anni fa), migrò per affermarsi successivamente come unica specie appartenente al genere Homo, e sostituendosi, per motivi tuttora ampiamente dibattuti, sia alle specie comparse a seguito del processo Out-of-Africa, sia a quelle coevolutesi in Africa. La specie sapiens evolve in maniera indipendente, e i primi umani moderni si sono ritrovati nel sito Kibish nei pressi de fiume Omo, in Etiopia e nel sito Qafzeh-Skhul (Qafzeh e Es Skhul) nell'attuale Israele. In terra africana la specie si è evoluta culturalmente, sono numerosi i ritrovamenti fossili e di manufatti e il più antico ritrovamento di un oggetto dalle caratteristiche artistiche risale a 80.000 anni fa, in prossimità di Cape Agulhas, nella Caverna di Blombos, in Sud Africa.

140.000 anni fa - Secondo le ricerche condotte con lo studio genetico del DNA, a questa data risale il più recente progenitore comune a tutta l'umanità. In genetica umana, gli aplogruppi del cromosoma Y sono raggruppamenti di combinazioni di marcatori (aplotipi) definiti dalle differenze nella regione non-ricombinante del DNA del cromosoma Y (chiamato NRY da Non-Recombining Y-chromosome). Queste differenze fanno riferimento a polimorfismi biallelici (SNPs, Single Nucleotide Polymorphisms). Il YCC Y Chromosome Consortium ha stabilito un sistema per definire gli aplogruppi del cromosoma Y basato sulle lettere da A a T, con ulteriori divisioni usando numeri e lettere in pedice. Il cromosoma Y ancestrale (scherzosamente definito dagli studiosi di "Adamo") è quello appartenuto ad un maschio teorico che rappresenta il più recente progenitore comune (MRCA Most Recent Common Ancestor) di tutti i maschi attuali lungo la linea patrilineare, visto che il cromosoma Y è unicamente trasmesso dal padre ai figli maschi. La stima di quando questo individuo teorico sia vissuto varia a seconda degli studi. Gli umani moderni, secondo gli studi del cromosoma Y, sono originari dell'Africa subsahariana e hanno poi colonizzato l'Eurasia, circa 70.000 anni fa, seguendo la costa meridionale dell'Asia. I gruppi che partirono dall'Africa, si sarebbero successivamente distribuiti secondo la seguente mappa:

Carta delle migrazioni umane nel mondo dall'Africa, mappate seguendo le
evoluzioni degli aplogruppi del cromosoma Y nel DNA.
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Da Y si sarebbero poi generati aplogruppi specifici nel percorso delle migrazioni:
Y ,     il cosiddetto "'Adamo ancestrale'"
A0    : incontrato nel Camerun, nell'Algeria e nel Ghana.
A1    : presente nell'Africa subsahariana, specialmente tra i Boscimani (dell'etnia Khoisan)
          e i popoli nilotici (Sudan del Sud).
B      : diffuso in gran parte dell'Africa subsahariana, particolarmente tra i Pigmei e gli Hadza.
DE    : poco diffuso in Nigeria.
D      : proprio dell'Asia orientale, specialmente nel Giappone, Tibet e isole Andamane.
E      : Copre la parte più vasta dell'Africa. Presente anche nel Vicino Oriente e nell'Europa meridionale.
C      : presente nell'Eurasia orientale.
C1    : poco diffuso in Giappone.
C2    : presente nelle isole del Pacifico, ivi compresa la Polinesia, la Micronesia e la Melanesia.
C3    : presente in una vasta area geografica compresa fra l'Asia centrale, l'Asia orientale, la Siberia e fra i
           Nativi americani dell'America del Nord.
C4    : presente in alta frequenza negli Australiani aborigeni.
C5    : presente nell'Asia meridionale. Anche nell'Asia centrale e nel Vicino Oriente.
C6    : presente nella Nuova Guinea.
F      : il sub-clade E1b1b è di origine africana e si disperse per tutto il Mediterraneo raggiungendo la
         frequenza del 27% in Grecia.
F    : presente specialmente nei popoli tribali indigeni dell'India.
        Gli aplogruppi che discendono dal'aplogruppo F rappresentano il 90% della popolazione mondiale,
        ma si distribuiscono quasi esclusivamente fuori dall'Africa sub-sahariana.
G    : Le maggiori frequenze si riscontrano nel Caucaso. Presente anche tra i Mediorientali e nell'Europa
         meridionale. L'aplogruppo G, originatosi anch'esso in Medio-Oriente, o forse più a Est in Pakistan,
         intorno a 30.000  anni fa, secondo alcuni studi potrebbe essersi diffuso in Europa nel Neolitico,
         oppure, vista la sua forte discontinuità, aver raggiunto l'Europa già nel Paleolitico.
H     : diffuso principalmente nel Subcontinente indiano e negli zingari.
IJ     : IJ corrisponde probabilmente a una ondata migratoria dal Medio-Oriente o all'Asia occidentale a
         partire da 45.000 anni fa, che si è poi diffusa in Europa con l'uomo di Cro-Magnon.
I      : (M170, M258, P19, P38, P212, U179): diffuso maggiormente e quasi esclusivamente in Europa,
        disceso da tribù proto europee. L'aplogruppo I rappresenta circa un quinto dei cromosomi Y
        europei. È quasi esclusivo dell'Europa pertanto si ritiene che si sia originato in quest'area prima
        dell'ultima glaciazione. È probabile che sia stato confinato nel rifugio balcanico durante la glaciazione e
        che poi si sia ridiffuso verso nord con il ritiro dei ghiacciai. Nonostante sia relativamente frequente negli
        Scandinavi, nei Sardi e nelle popolazioni balcaniche, questi popoli presentano subcladi differenti
        dell'aplogruppo I. Questo suggerisce che ognuna delle popolazioni ancestrali è oggi dominata da un
        particolare subclade che ha marcato una indipendente espansione della popolazione lungo diversi
        percorsi migratori durante e immediatamente dopo la glaciazione.
I1   : (L64, L75, L80, L81, L118, L121/S62, L123, L124/S64, L125/S65, L157.1, L186, L187, M253,
        M307.2/P203.2, M450/S109, P30, P40, S63, S66, S107, S108, S110, S111): ramo
        europeo settentrionale/nordico con le più alte frequenze in Scandinavia, Islanda, e Europa
        nord-orientale. Nelle Isole britanniche la mutazione I1-M253 è spesso usata come marcatore delle
        invasioni vichinghe o anglosassoni.
I2   : (L68, M438/P215/S31) ramo europeo meridionale/balcanico
        I2b  raggiunge discrete frequenze lungo le coste nord-occidentali dell'Europa continentale e in
        Sardegna. Dalla linea I2b è derivato I2b1a (M284) in Europa nord-occidentale ed Isole Britanniche.
J     : (12f2.1, M304, P209, S6, S34, S35): il più importante tra i popoli del Vicino Oriente.
J1    : ramo mediorientale meridionale/arabico
J2    : ramo mediorientale settentrionale/anatolico
K     : diffuso specialmente nell'Oceania.
L      : diffuso principalmente nell'Asia meridionale.
T       (M70, M184/USP9Y+3178, M193, M272) diffuso nell'Europa, nel Vicino Oriente, nell'India,
          nel Corno d'Africa e altre regioni.
M     : prevalente nella Melanesia.
N     : presente fino all'Estremo Oriente ed in Siberia, comune tra i popoli uralici.
O     : prevalente nell'Asia orientale e nel Sud-est asiatico, con una frequenza prossima al 75%.
Q     : è l'aplogruppo principale in quasi tutti i Nativi americani.
R      : disceso da tribù eurasiatiche. Tutti gli aplotipi afferenti all'aplogruppo R condividono le mutazioni
         M207 (UTY2), M306 (S1), S4, S8, S9 e possono essere suddivisi in tre principali linee evolutive:
         R1a, R1b e R2. Per R1 = (M173)
R1a  (L62, L63): è prevalente nelle popolazioni slave dell'Europa orientale e nella regione del Pamir
         fra l'Asia centrale e meridionale. La R1a potrebbe essersi originata nelle steppe euroasiatiche a nord               del Mar Caspio e del Mar Nero. È associato alla cultura kurgan, nota per la domesticazione del
         cavallo (circa 5000 anni fa). Questa linea è attualmente presente in Asia centrale e occidentale, India,
         e nelle popolazioni slave dell'Europa orientale.
R1b  (M343): è prevalente nell'Europa atlantica, dove rappresenta l'aplogruppo più diffuso e nel Camerun
         settentrionale. La linea R1b è la più comune nelle popolazioni europee. Nell'Irlanda occidentale
         raggiunge una frequenza prossima al 100%. Si è originata prima della fine dell'ultima glaciazione e si è
         concentrata nei rifugi del sud-Europa per poi riespandersi verso nord con il progressivo mitigarsi del
         clima a partire da 14.000 anni fa. Presente anche nel Vicino Oriente, Caucaso e Asia Centrale.
R2    : è importante nel Subcontinente indiano.
S      : presente principalmente nella Papua Nuova Guinea

130.000  anni fa - Il periodo detto paleolitico medio, compreso tra i 200.000 e i 40.000 anni fa, vide l'ascesa e l'inizio del declino della specie Homo Neanderthalensis, comunemente detto uomo di 
Ricostruzione di Homo
Neanderthalensis.  Clicca
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Neandertal o Neanderthal. Uno degli ulteriori stadi evolutivi di Homo erectus è una specie che si è evoluta a partire da erectus o specie discendenti emigrati precedentemente in Europa che avevano originato la specie Homo antecessor, forse evoluta in Homo heidelbergensis. Da questi ultimi, circa 130.000 anni fa, con una dominanza della cultura del musteriano, ebbe origine quello che viene comunemente chiamato uomo di Neanderthal, dalla valle tedesca dove vennero effettuati i primi ritrovamenti; a tale fase risalgono quelli relativi a pratiche di arte e sepoltura. Alle fasi più tarde si riferisce la transizione al paleolitico superiore e a culture più sofisticate, come il castelperroniano, e forse oltre. Convissuto nell'ultimo periodo della sua esistenza con l'Homo sapiens, la sua scomparsa in un tempo relativamente breve è un enigma scientifico oggi attivamente studiato.
Ricostruzione di Uomo
di Neanderthal
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Documentata fra 130.000 anni (per le forme arcaiche) e fra 30.000 (documentata dal punto di vista fossile) e 22.000 (in assenza di fossili ma con discusse prove culturali) anni fa, principalmente in Europa e Asia, e limitatamente in Africa, questa specie si è presumibilmente evoluta dall'Homo Heidelbergensis. I resti che diedero il nome alla specie furono scoperti da Johann Fuhlrott nell'agosto 1856 in una grotta di Feldhofer
nella valle di Neander in Germania, che prende il nome dalla traduzione in greco antico del cognome dell'organista e pastore Joachim Neumann, a cui i suoi concittadini di Düsseldorf intitolarono la piccola valle. Della scoperta venne poi dato annuncio ufficiale solo il 4 febbraio 1857. Studi del 2010 suggeriscono, tra alcune ipotesi probabili relative alla vicinanza genetica tra neanderthalensis e sapiens, che ibridazioni fra i due possono avere avuto luogo nel Vicino Oriente all'incirca tra 80.000 e 50.000 anni fa, per la presenza nell'uomo contemporaneo di una percentuale tra 1 e il 4% di materiale genetico specificamente neandertaliano. Tali tracce genetiche sono presenti negli euroasiatici e nei nativi americani ma non negli africani, e ciò suggerisce, tra diverse ipotesi possibili, almeno quattro, che l'ibridazione possa avere avuto luogo nei primi stadi della migrazione della specie umana fuori dall'Africa, presumibilmente quando venne a contatto con i Neandertal che vivevano nel Medio Oriente, circa 80.000 anni or sono. Vicino a Loano, nel savonese, sono state trovate tracce dell'Uomo di Neandertal, vissuto da 130.000 anni fa, durante la glaciazione di Riss, durata da 200.000 a 125.000 anni fa.
Iscrizione rupestre ritrovata
nei Balzi Rossi.
Graffito di equide nella grotta
del Caviglione - Balzi Rossi.
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Nelle grotte dei Balzi Rossi, come le acque si ritirarono, 70.000 anni fa, all'inizio della glaciazione di Würm, l'uomo riprese a frequentare le caverne, lasciandovi tracce di focolari e iscrizioni rupestri come mostrato dalle immagini. Nell'iscrizione rupestre qui a destra, è ancora possibile scorgere il profilo di un cavallo. Gli uomini che vissero ai Balzi Rossi durante il Medio Paleolitico non lasciarono scheletri ma si suppone che appartenessero all'Uomo di Neanderthal. Questo gruppo di abitanti continuò a vivere nelle grotte durante le due fasi della Glaciazione Würm, perdurata da 70.000 a 15.000 anni fa.

Cartina con la ricostruzione di come doveva essere l'Europa durante la
 glaciazione di Wuerm e la colonizzazione delle genti di Neanderthal,
di cui sono segnalati i siti di ritrovamento di reperti fossili.

70.000 anni fa - Inizia la quarta glaciazione del Quaternario: la glaciazione di Würm.

Dente da latte del più antico esemplare
di Homo Sapiens (di 45.000 anni fa)
ritrovato in Europa, nel Salento.
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45.000 anni fa - L'Homo Sapiens giunge in Europa, dove già vive l'Homo Neanderthalensis. Di 45.000 - 43.000 anni fa è la datazione dei fossili venuti alla luce nel 1964 all’interno della grotta del cavallo, nel Salento, nel sud della Puglia, che appartenevano a soggetti di Homo sapiens, fino ad ora i resti dei più antichi, tra i nostri progenitori, che vissero in Europa. Lo studio di questi fossili ha consentito di retrodatare l'arrivo dell'homo sapiens in Europa. Che l’homo sapiens più antico d’Europa vivesse in Romania 35.000 anni fa, è quanto abbiamo sempre saputo e ciò che gli scienziati credevano e sostenevano, fino ad oggi, ma i recenti studi pubblicati da “Nature”, ad uno dei quali ha collaborato anche l’Università di Pisa, infatti, hanno sorprendentemente retrodatato l’arrivo dei nostri antenati in Europa, sulla base delle analisi condotte su alcuni fossili ritrovati decenni addietro in Italia e Gran Bretagna. Da una parte c’è un frammento di mascella superiore a cui sono attaccati tre denti, ritrovata nel 1927 nella Kent’s Cavern nel Devon in Gran Bretagna, ritenuta appartenente fino a poco tempo fa ad un uomo di Neanderthal e che studi più recenti ed approfonditi esami hanno attribuito, invece, ad un esemplare di homo sapiens vissuto in un arco di tempo compreso tra 44.000 e 41.000 anni fa; la scoperta è stata effettuata dai ricercatori dell’Università di Oxford.
La penisola italiana alla fine della glaciazione
di Würm, durata da 70.000 a 15.000 anni fa.
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Dall’altra due denti da latte (di cui un’immagine nella foto sopra), venuti alla luce nel 1964 all’interno della salentina grotta del cavallo, anch’essi ritenuti di un Homo neanderthalensis: analisi condotte con l’ausilio di modelli digitali in tre dimensioni hanno rivelato che anche questi fossili appartenevano, in verità, a degli Homo sapiens e, grazie al radiocarbonio, è stato possibile stabilirne la datazione: tra 45.000 e 43.000 anni addietro. Essi sono, dunque, fino ad ora, i resti dei più antichi, tra i nostri progenitori, che vissero in Europa e sono italiani. Alla ricerca hanno contribuito ben 13 enti internazionali, tra cui l’Università di Pisa; l’antropologo dell’ateneo, Francesco Mallegni, ha fornito dettagli sui due dentini, rinvenuti a due metri e mezzo di profondità: «Il primo dei denti trovati spunta tra 15 ed i 18 mesi dalla nascita e, siccome è senza usura, il bambino alla morte poteva avere 18 mesi; il secondo spunta a due anni ed essendo usurato in questo caso il bambino alla morte poteva avere dai 3 ai 4 anni o forse leggermente di più». Un dente consumato perché, molto probabilmente, questo popolo di cacciatori-raccoglitori che abitava le nostre terre, pur conoscendo il fuoco, non cuoceva ancora i propri cibi. Al tempo, le terre emerse occupavano una superficie maggiore di quella attuale, il clima era fresco ed asciutto e l’epoca era quella della glaciazione Würm: insomma, il panorama dinanzi a questi giovanissimi italiani doveva essere molto differente da quello che siamo abituati a vedere noi. Morti presumibilmente per caso in quella grotta e non sepolti appositamente lì, di essi sono sopravvissuti i denti perché ricoperti dalla durezza dello smalto: accanto ad essi «strumenti ricavati da ossa o conchiglie usate per ornamento», gli oggetti della vita quotidiana, più di 40.000 anni fa. Da 40.000 a 10.000 anni fa è il periodo denominato Paleolitico Superiore, che terminerà prima dell'avvento dell'agricoltura, e corrisponde a parte del Pleistocene superiore comprendente parte del periodo glaciale di Würm, durato da 70.000 a 15.000 anni fa.  

Secondo la storia genetica, circa 45.000 anni fa, i primi esseri umani moderni sarebbero entrati in Europa da sud.
Mappa degli aplogruppi Y del DNAeuropei.
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- Per storia genetica si intende l'insieme delle scoperte effettuate tramite la genetica delle popolazioni, una branca della genetica che analizza la costituzione genetica delle popolazioni mendeliane in termini qualitativi (varianti alleliche presenti all'interno di una popolazione) e quantitativi (frequenze alleliche e genotipiche). Tali scoperte hanno permesso, mediante l'analisi delle parentele e delle differenze geniche, a livello sia delle etnie che delle popolazioni umane, di ricostruire i flussi migratori, gli incroci, l'emersione o l'eliminazione dei caratteri che contraddistinguono le attuali etnie e popolazioni umane, sia nello spazio sia nel tempo, aiutando a ricostruire la storia dell'uomo sin dalla sua comparsa. Principali aplogruppi del cromosoma Y (lettere A - T) correlati filogeneticamente in un albero. Adamo cromosomico Y = Progenitore comune patrilineare
In genetica umana, il cromosoma Y viene suddiviso in aplogruppi definiti sulla base della mutazione di un singolo nucleotide nella sequenza non ricombinante del cromosoma Y chiamata NRY. Ogni mutazione corrisponde ad un aplotipo e il cromosoma Y viene ereditato di padre in figlio. Dal momento che la mutazione colpisce una sequenza non ricombinante (cioè che non subisce modificazioni quando viene ereditata), è possibile risalire, andando a ritroso di generazione in generazione, alla linea di discendenza maschile.

- Aplotipi europei legati alla linea paterna Y-DNA. Lo studio degli aplotipi ovvero della combinazione delle varianti alleliche lungo un cromosoma o lungo un segmento cromosomico contenente loci strettamente associati tra di loro, e che in genere, vengono ereditati insieme, ha permesso di identificare due aplotipi europei definiti Eu18 e Eu19 i quali hanno permesso, tramite metodiche di comparazione delle sequenze, di identificare tracce di migrazioni di popolazioni Europee risalenti all'epoca paleolitica, si ritiene che le migrazioni delle popolazioni europee siano dovute a fenomeni ambientali, quali glaciazioni, competizione fra popolazioni e ricerca di cibo, essendo gli aplotipi ereditati insieme, sono stati identificati due nuclei isolati di popolazioni, rispettivamente:
- Eu18 i nuclei nella penisola Iberica e 
- Eu19 i nuclei in Ucraina.
Questi aplotipi costituiscono il 50% dei cromosomi Y europei. L'aplotipo Eu19 è diffuso anche nel Pakistan settentrionale e nell'Asia centrale a supporto dell'ipotesi che queste due popolazioni siano migrate sia verso il centro Europa che verso l'Asia.

- Aplotipi italiani legati alla linea paterna Y-DNA. Distribuzione percentuale degli aplotipi del  cromosoma Y italiani:
Regione:                 I1    I2a     I2b     R1a    R1b    G2a      J2        J1    E1b1b  T + (L)   Q
Italia settentrionale 6%  2.5%  2.5%  3.5%  55%    2.5%  11.5%  0.5%  11%     4.5%    0%
Italia centrale          3%   2%     5%    3.5%  43%    8.5%  19.5%   2%    10%     3.5%    0%
Italia meridionale  2.5% 2.5% 2.5%   2.5%  29%    8.5%   23.5%   5%    18%     5.5%    0%
Sicilia                      3%   1%    1%     4.5%  30%    5.5%   26.5%   4%   17.5%    6%     1%
Sardegna               0%   37%   0%      0%    22%   15%      10%   2.5%   10%    1.5%    2%
di cui:
I1        : ramo europeo settentrionale/nordico con le più alte frequenze in Scandinavia, Islanda, e Europa
L'aplogruppo I in Europa.
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             nord-orientale. Nelle Isole britanniche la mutazione I1-M253
             è spesso usata come marcatore delle invasioni vichinghe o
             anglosassoni.
I2a      : è la forma più comune nei Balcani e in Sardegna (dove
             rappresenta l'aplogruppo più cospicuo nella variante I2a1  
I2b      : raggiunge discrete frequenze lungo le coste nord-occidentali
             dell'Europa continentale e in Sardegna.
             Dalla linea I2b è derivato I2b1a (M284) in Europa nord-
             occidentale ed Isole Britanniche.
R1a     : è prevalente nelle popolazioni slave dell'Europa orientale e
             nella regione del Pamir, fra l'Asia  centrale e meridionale.
             La R1a potrebbe essersi originata nelle steppe euroasiatiche a nord del Mar
             Caspio e del Mar Nero. È associato alla cultura kurgan, nota per la domesticazione del cavallo
             (circa 5000 anni fa). Questa linea è attualmente presente in Asia centrale e occidentale, India,
             e nelle popolazioni slave dell'Europa orientale.
R1b     : è prevalente nell'Europa atlantica, dove rappresenta l'aplogruppo più diffuso e nel Camerun
             settentrionale. La linea R1b è la più comune nelle popolazioni europee. Nell'Irlanda occidentale
             raggiunge una frequenza prossima al 100%. Si è originata prima della fine dell'ultima glaciazione e si
             è concentrata nei rifugi del sud-Europa per poi riespandersi verso nord con il progressivo mitigarsi
             del clima a partire da 14.000 anni fa. Presente anche nel Vicino Oriente, Caucaso e Asia Centrale.
             L'Aplogruppo R1b (Y-DNA), viene ritenuto essere la più antica linea genetica europea,
             associata ad un effetto del fondatore verificatosi nell'Europa centro occidentale. Le popolazioni
             stanziatesi in Italia dal Mesolitico sono caratterizzate da alte frequenze di R1 (xR1a1), condizione
             che si ritrova ad oggi nelle popolazioni basche, ritenute le più somiglianti geneticamente ai primi
             europei, durante il Neolitico i migranti introducono le varianti E3B1 e J2, il 27% delle variazioni
             genetiche totali, basate sull'analisi dei polimorfismi indicano un chiaro gradiente di distribuzione
             della  popolazione italiana sull'asse nord-sud della penisola.
Frequenza dell'aplogruppo R1b in Italia.
             Le variazioni introdotte nel Neolitico non sembrano
             essere dovute a flussi migratori provenienti dalla
             Spagna, ma si configurano come migrazioni
             provenienti dall'Asia o dall'Anatolia attraverso
             l'attuale area Balcanica; diversi autori hanno
             suggerito che l'asse di distribuzione Nord-Sud delle
             differenze genetiche fra le popolazione italiana siano
             dovute agli eventi di colonizzazione greca nel Sud,
             tuttavia nuovi studi suggeriscono che in epoca
             Neolitica fu l'influenza delle popolazioni provenienti
             dall'Anatolia la causa principale delle differenze nel
             bacino genetico italiano, assegnando ai greci un ruolo
             di secondaria importanza; attualmente si assume che
             durante il Neolitico si consolidò l'aplotipo principale
             R1(xR1a1) mentre gli aplotipi HGS, E3B1 e J2
             risultano assenti o presenti a bassa frequenza, in
             particolare nel nord d'Italia si ritrova a bassissima
             frequenza E3b2 di origine africana.
G         : Le maggiori frequenze si riscontrano nel Caucaso. Presente anche tra i Mediorientali e nell'Europa
             meridionale. L'aplogruppo G, originatosi in Medio-Oriente, o forse più a Est in Pakistan, intorno a
             30.000 anni fa, secondo alcuni studi potrebbe essersi diffuso in Europa nel Neolitico, oppure, vista
             la sua forte discontinuità, aver raggiunto l'Europa già nel Paleolitico. La maggiore frequenza di
             questo cromosoma si ha oggi nel Caucaso, in Ossezia del nord (60%) e nella Georgia (30%), un'alta
             frequenza si ha poi in Sardegna (15%), Iran, Pakistan, India (21%), nel Tirolo austriaco (15%),
             nell'isola di Creta (11%), fra gli ebrei (10%), nella Germania alpina, in Boemia e Ungheria (7%).
            Si ritiene che il cromosoma sia stato portato nell'area europea con le invasioni dei Sarmati i quali si
            dividevano probabilmente in 4 tribù: Roxolani (o Rossolani), Iazigi, Aorsi e Alani ed erano tutti popoli
            discendenti dagli iraniani Sciti. È inoltre presente nell'8-10% dei maschi spagnoli, sardi, tirolesi, corsi,
            italiani peninsulari, greci, e turchi. L'aplogruppo G ha due sub-aplogruppi principali: G1 (comune in
            Iran) e G2 (più diffuso nell'Europa occidentale).
J2       : ramo mediorientale settentrionale/anatolico. La diffusione dell'aplotipo J2 nel bacino del Mediterraneo
            viene spesso associata all'espansione dei popoli agricoli durante il periodo Neolitico. La comparsa
            di J2 è stimata a circa 18.500 anni fa con scarto di 3.500 anni.  Taluni studiosi lo inseriscono fra
            gli aplogruppi dell'Asia occidentale e sud-orientale, associandolo alla presenza di reperti archeologici
            del neolitico, come statuette e ceramiche dipinte è stata avanzata l'ipotesi che il subclade J2a-M410
            appartenga ai primi agricoltori. Tuttavia altri studiosi ipotizzano un possibile evento di dispersione nel
            post-neolitico, in particolare legato alla dominazione della Grecia antica. In Europa, la frequenza di
            aplogruppo J2 scende drammaticamente muovendosi verso nord dal Mediterraneo.
            In Italia, J2 si presenta con frequenze regionali che variano tra il 9% e il 36%.
            È stato proposto che il subclade J2a-M410 sia collegato alle popolazioni dell'antica Creta.    
            L'aplogruppo J2b-M12 è stato associato con la Grecia del Neolitico (ca. 8500 - 4300 aC) ed è 
            stato segnalato all'interno di siti Cretesi (3,1%).
J1       : ramo mediorientale meridionale/arabico. Negli studi meno recenti viene denominato UE10, questo
            aplogruppo si trova con frequenze importanti nel Medio Oriente, Caucaso, Nord Africa, Corno
            d'Africa. Si trova anche meno frequentemente, ma ancora occasionalmente in quantità significative, in
            Europa e in Estremo Oriente come il subcontinente indiano e nell'Asia centrale.
            J1 viene diviso in diversi sub-cladi, alcuni dei quali sono stati riconosciuti prima ancora di J1, per
            esempio J-M62. Con la sola eccezione di J1c3, la maggior parte dei subcladi non risultano comuni.
            La frequenza e la diversità di J1 (e anche di J2) rendono questo aplotipo uno dei marcatori candidati
            tramite i quali si ipotizza che si possa ricostruire la diffusione della tecnologia agricola durante il
            Neolitico.
E1b1b: il sub-clade E1b1b è di origine africana e si disperse per tutto il mediterraneo raggiungendo
            la frequenza del 27% in Grecia. Si ritine che l'aplogruppo compaia in Africa orientale circa 22.400
            anni fa. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che questa mutazione possa rappresentare il marcatore di
            un'antica migrazione avvenuta nel tardo Pleistocene dal Nord Africa verso l'Europa, Sinai ed Egitto.
T + (L): Aplogruppo T (Y-DNA) Africa del nord, Corno d'Africa, Asia sudovest, Mediterraneo, Asia del
             sud, precedentemente noto come aplogruppo K2.
             Aplogruppo L (Y-DNA) Asia centrale, del sud, del sudovest, Mediterraneo
Q        : Aplogruppo Q (Y-DNA) verificatosi 15.000-20.000 anni fa. Riscontrato in Asia e nelle Americhe.

- Cronologia del popolamento da parte materna (mtDNA) in Italia. Similarmente al cromosoma Y, il DNA mitocondriale (mtDNA) contenuto nei mitocondri, viene ereditato da parte materna, consente quindi di risalire alla via patrilineare femminile, l'aplogruppo mitocondriale U5b3 ha permesso di identificare un effetto del fondatore verificatosi circa 10.000 anni fa in Italia, si ritiene che le femmine portatrici siano successivamente migrate in Provenza, probabilmente fra i 9.000 e 7.000 anni fa, dove si sviluppò la variante U5b3a1. Fenomeni di migrazione successivi avrebbero poi permesso l'introduzione dell'aplotipo U5b3a1 dalla Provenza alla Sardegna, presumibilmente seguendo i commerci di ossidiana, ad oggi circa il 4% della popolazione femminile in Sardegna appartiene a questo aplotipo.

- Aplotipi legati all'mtDNA in Europa. L'aplogruppo più comune in Europa e in Italia risulta essere l'aplogruppo H originatosi probabilmente circa 20.000 anni fa in Europa meridionale e nel Vicino Oriente, sempre in Europa circa 15.000 anni fa in Spagna si differenzia l'aplogruppo V. L' aplogruppo J si ritiene essersi originato nel Vicino Oriente o nel Caucaso mentre nel nord-est circa 25.000 anni fa si origina l'aplogruppo W, l'aplogruppo T si origina in Mesopotamia circa 17.000 anni fa, l'aplogruppo U si origina in Asia occidentale circa 60.000 anni fa, l'aplogruppo I circa 30.000 anni fa probabilmente in Europa, l'aplogruppo K circa 16.000 anni fa nel Vicino Oriente, l'aplogruppo X2 oltre 30.000 anni fa nel nord-est europeo.

- Mappa Genetica dell'Europa. Recentemente diversi ricercatori hanno contribuito allo sviluppo di una mappa genetica dell'Europa, questa mappa mostra un evidente grado di somiglianza strutturale alla mappa geografica. Le principali differenze genetiche si sono riscontrate fra le popolazioni del nord e del sud. I ricercatori ipotizzano tre principali eventi di colonizzazione a partire da sud, avvenuti circa 45.000 anni fa, i primi esseri umani moderni entrerebbero in Europa da sud, dopo questo ingresso si verificò un'interruzione dei flussi migratori dovuto ad un massimo glaciale, circa 20.000 anni fa, la seconda colonizzazione avvenuta al ritiro dei ghiacci risalirebbe a circa 17.000 anni fa a partire da popolazioni di ritorno dalle zone di rifugio a sud, l'ultima colonizzazione si ebbe intorno ai 10.000 anni fa con l'espansione, dal Vicino Oriente, dell'agricoltura. Sono state individuate due barriere genetiche all'interno dell'Europa.
- La prima divide i finlandesi dal resto degli europei e si ritiene che questa barriera sia dovuta al fatto che i finlandesi siano derivati da un piccolo e recente nucleo che conteneva individui molto simili geneticamente;
- la seconda barriera si colloca fra le popolazione italiana e il resto dell'Europa, e si ritiene che sia dovuta all'effetto delle Alpi che avrebbero separato geneticamente l'Italia dal resto d'Europa.

Carta della Francia con l'ubicazione
 di Montferrand du  Périgord, in rosso.
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Dal 40.000 a.C. - Nel Paleolitico Superiore, si diffonde in Europa l'odierno Homo sapiens, e l'Uomo di Combe-Capelle è il più antico scheletro di Homo sapiens moderno trovato in Europa, a Montferrand du Périgord, in Francia, datato intorno al 40.000 a.C., che pertanto condivise per alcune migliaia di anni l'habitat con i Neanderthaliani. Secondo la tesi comunemente accettata, proveniva dall'Asia. Il tipo di Combe-Capelle è rappresentato dallo scheletro trovato nel 1909 e viene a volte considerato come paleo-mediterraneo e a volte anche come paleo-australoide. Le caratteristiche essenziali sono:
- Cranio di contorno pentagonoide-ellissoide, con fronte piuttosto sfuggente e volume di 1400 cc.;
- Arcate sopraciliari prominenti con orbite basse, ma meno che i Cromagnon;
- Volta abbastanza alta e rotondeggiante;
- Statura media o anche bassa;
- Faccia tendente alla leptoprosopia e quindi non larga come nei Cro-Magnon;
- Prognatismo totale e naso largo (camerrinia).
Al tipo di Combe-Capelle vengono attribuiti esemplari diversi, tra i quali si possono menzionare:
- due esemplari di Brünn (Brno) in Moravia (25.000 a.C.)
- due esemplari di Pavlov in Russia europea (25.000 a.C.)
- scheletro di un giovane delle Arene Candide in Liguria (18.000 a.C.)
- scheletro di un giovane nella Grotta Paglicci nel Gargano (18.000 a.C.); questi due ultimi però presentano anche alcune caratteristiche cromagnonoidi. Tutti gli esemplari sono accompagnati da cultura Gravettiana.
Negli ultimi anni si è rafforzata la teoria che vede neanderthal e sapiens (tra cui la popolazione Cro-Magnon) come due specie diverse evolutesi in modo quasi parallelo. L'uomo di Cro-Magnon, ovvero ascrivibile all'uomo moderno, sostituisce in Europa l'uomo di Neanderthal (che pare si estingua circa 28.000 anni fa) in un arco di tempo relativamente breve ma con una certa convivenza di alcune migliaia di anni, anche se non è ancora possibile stabilire che tipo di relazioni (collaborazione, indifferenza, guerra) si fossero stabilite tra i due gruppi umani.

Ricostruzione della Donna
Cro-Magnon con bambino.
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Dal 30.000 a.C. - Termina la lunga convivenza tra vari tipi di ominidi. Da questo momento in poi i paleoantropologi hanno rinvenuto solo reperti di Homo sapiens, unico discendente degli ominidi sopravvissuti. L'uomo di Cro-Magnon è una antica forma, ascrivibile a popolazioni umane moderne (Homo sapiens), largamente diffusa nel paleolitico superiore in Europa, Asia, Nordafrica, Nord America. È rappresentato da quattro scheletri provenienti dal riparo sottoroccia di Cro-Magnon, presso Les Eyzies-de-Tayac-Sireuil in Dordogna (in Francia) e da sette scheletri raccolti nelle Grotte dei Balzi Rossi (Liguria), definiti a suo tempo come cromagnonoidi. I resti più antichi, scoperti dal geologo francese Louis Lartet, sono datati intorno al 30.000 a.C., di poco posteriori all'Uomo di Combe-Capelle di cui a volte è considerato una variante. Antropologicamente si osserva una certa stabilità delle caratteristiche cromagnonoidi che sono essenzialmente di tipo europoide: 
Ricostruzione dell'Uomo
di Cro-Magnon.
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- alta statura (media 1,80 m per gli uomini, con punte oltre 1,90 m) con gambe lunghe e braccia corte;
Carta della Francia con l'ubicazione di
Cro-Magnon a Les Eyzies-de-Tayac
-Sireuil in Dordogna, in rosso.
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- faccia larga e bassa con cranio lungo dalla fronte all'occipite (dolicocefalia e cameprosopia), spesso denotata come disarmonica;
- orbite basse e rettangolari;
- naso prominente e spesso aquilino;
- grande capacità cranica (1.650 cm3).
È stato proposto che fosse essenzialmente Rh negativo (come i Baschi odierni), ma questa ipotesi non è provata. Dalle moderne indagini genetiche sembra potersi affermare che i cromagnonoidi entrarono in Europa dall'Asia centrale verso il 30.000 a.C., portando il particolare marcatore genetico M173, derivato da M45, che pare fosse diffuso in popolazioni asiatiche del paleolitico da cui sarebbero derivate anche alcune popolazioni siberiane e amerinde (marcatore M242 e discendenti). I Cro-Magnon avevano una dieta di carne, grano, carote, cipolle, rape ed altri alimenti; nel complesso, una dieta molto bilanciata. Tra gli artefatti Cro-Magnon giunti fino a noi vi sono capanne, pitture murali, incisioni; sembra inoltre che fossero in grado di intrecciare vesti. Le capanne erano costruite in roccia, argilla, ossa, rami e pelo di animali.
Grotta delle mani - Patagonia
(Argentina), 10.000 a.C.
Immagini create a spruzzi di colore
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I Cro-Magnon utilizzavano manganese e ossido di ferro per le loro pitture rupestri, e potrebbero aver creato, circa 15.000 anni fa, il primo calendario. I Cro-Magnon devono essere entrati in contatto con gli uomini di Neanderthal e sono spesso indicati come la causa dell'estinzione di questi ultimi; in realtà, sembra che umani moderni dal punto di vista morfologico abbiano convissuto con i Neanderthal per circa 60.000 anni nel Levante, e per più di 10.000 anni in Francia. Nella località di Oberkassel, presso Bonn in Germania, sono stati ritrovati nel 1914 due scheletri in un doppia sepoltura, datati al 10.000 a.C. - 15.000 a.C. e riferibili al Maddaleniano. Si tratta di uno scheletro maschile e di uno femminile assai diversi tra loro. Caratteristico appare specialmente il cranio maschile molto capace (1.600 cc) leggermente dolicocefalo, con faccia fortemente cameprosopa e orbite molto basse, in qualche modo accentuando la disarmonia di Cro-Magnon. Il cranio della donna è più alto e più stretto e non è evidentemente cromagnonoide, ma ricorda invece il tipo di Brünn. La statura è di 166 cm nell'uomo e 147 cm nella donna. Fossili di uomini di Cro-Magnon sono stati ritrovati anche a Monaco, nel Bayern, in Germania.
L'Europa 20.000 anni fa, nella massima
estensione dei ghiacci, durante
l'ultima glaciazione, di Würm.
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Il massimo della diffusione si ha intorno al 20.000 a.C.
Tra le varianti di Cro-Magnon si possono menzionare:
- le popolazioni di Mechta-Afalou (Berberi), in Nord-Africa
- la popolazione maglemosiana (proto-nordici della varietà dalo-falica) in Scandinavia,
- le popolazioni neolitiche delle culture del Dneper-Donets e di Sredny-Stog (forse i proto-Indoeuropei) nella Russia meridionale,
- i Guanci delle isole Canarie, ormai estinti, probabilmente discendenti dei Berberi,
- i nativi americani Dakota in Nordamerica.
Poiché la depigmentazione compare (o compariva) con una certa frequenza in tutte le popolazioni menzionate eccetto, per quanto è noto, i Dakota, è stato anche suggerito che questa fosse una caratteristica piuttosto diffusa tra i Cro-Magnon. Invece non è chiaro come i Cro-Magnon abbiano contribuito alla genetica delle popolazioni odierne in Asia, ma è stato rilevato che in Asia i portatori delle culture siberiane Afanasevo e Tagar erano essenzialmente cromagnonoidi.

Falesia con grotta dei Balzi Rossi.
- Ai Balzi Rossi, solo l'uomo del Paleolitico Superiore (Homo Sapiens Sapiens) usò le grotte come sepolcri, lasciandovi le testimonianze più interessanti. Le Grotte dei Balzi Rossi sono situate in prossimità del confine Italo-Francese in Liguria, nel comune di Grimaldi, a pochi chilometri da Ventimiglia, e si aprono ai piedi di una barriera rocciosa composta da calcare Jurassico-Dolomitico la cui altezza è di circa 100 metri. Il nome del luogo deriva dal colore delle rocce, che nel dialetto locale vengono indicate come "Baussi Russi" (Pietre Rosse). Il sito consiste di 7 grotte chiamate: Grotta del Costantini, Grotta dei Fanciulli, Grotta del Florestano, Grotta del Caviglione, Barma Grande (Barma vuol dire grotta), Barma du Bausu da Ture (che nel dialetto vuol dire Grotta della rocca della torre) e Grotta del Principe. Solo le grotte del Caviglione e Florestano possono essere visitate ma i due piccoli musei offrono ampie e dettagliate spiegazioni sul contenuto delle grotte e vi si trovano anche numerosi scheletri o calchi dei medesimi, foto e oggetti rinvenuti durante gli scavi archeologici. Le grotte sono state frequentate dall'uomo dal Paleolitico Inferiore, tracce di queste antiche presenze sono molto limitate a causa delle frequenti variazioni del livello dei mari, verificatesi nel corso delle fluttuazioni climatiche del Pleistocene. Le ossa più antiche ritrovate appartenevano ad una femmina di Homo Erectus (età assoluta oltre i 230.000 anni) vissuta durante la Glaciazione Riss. Come le acque si ritirarono, 70.000 anni fa, all'inizio della glaciazione di Würm, l'uomo riprese a frequentare le caverne, lasciandovi tracce di focolari e iscrizioni rupestri come mostrato dalle immagini.
Graffito di equide nella grotta
del Caviglione - Balzi Rossi.
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Graffito rupestre ai Balzi Rossi.
Nell'iscrizione rupestre qui a destra è ancora possibile scorgere il profilo di un cavallo. Solo l'uomo del Paleolitico Superiore (Homo Sapiens Sapiens) usò le grotte come sepolcri, lasciandovi le testimonianze più interessanti; durante gli scavi, gli archeologi scoprirono molte sepolture paleolitiche: sette scheletri ascrivibili alla forma Cro-Magnon fra cui il cosiddetto "Uomo di Mentone". Quella particolare sepoltura conteneva un singolo scheletro poggiato sul lato sinistro con le mani vicino al volto e le gambe leggermente piegate. Ossa e terreno attorno allo scheletro mostravano un intenso colore rosso, causato dalla polvere di ocra con cui la sepoltura venne cosparsa.
Ornamenti funebri
rinvenuti ai Balzi Rossi.
Il teschio era adornato con conchiglie marine e canini di cervo forati, una volta fissati tra loro in una sorta di copricapo. Il radio scomposto, una frattura ridotta, mostra che l'uomo era riuscito a superare un trauma osseo. In ciascuna delle sepolture riportate alla luce c'erano solo scheletri di maschi la cui altezza era di circa 180 o 190 centimetri, i più alti nella popolazione paleolitica europea. I tratti distintivi  dell'Uomo di Cro-Magnon erano un viso corto con orbite rettangolari, la grande robustezza dello scheletro e l'alta statura. La qualità delle sepolture rinvenute sembrano mettere in luce l'importanza sociale dei quegli individui. Due scheletri di bambini la cui età si aggirava sui 2 e 3 anni, vennero scoperti dentro la Grotta dei Fanciulli. Furono deposti uno a fianco dell'altro; al livello dell'anca e del femore c'erano molte conchiglie marine forate (Nassa Neritea) che sembravano far parte di un ornamento funerario. La sepoltura più interessante è senz'altro la Tripla Sepoltura. I tre individui sono stati sepolti nella stessa buca, uno al fianco dell'altro, cosparsi di ocra rossa e accompagnati da un ricco addobbo funebre. Due di loro erano individui giovani mentre il terzo era molto più vecchio. Le stesse peculiarità anatomiche riscontrate sul lato destro dell'osso frontale dei teschi, suggeriscono una relazione genetica tra i tre individui. Il più vecchio era alto circa 190 centimetri e possedeva una struttura scheletrica di ragguardevole robustezza. Gli ornamenti funerari consistevano di grosse lame di pietra, collane, elementi decorativi composti da spine dorsali di pesci, denti canini di cervo, pendenti di avorio decorato con linee incavate e conchiglie forate (Nassa Neritea). Tra le varie scoperte, l'ultima, più eccitante, fu il ritrovamento dei cosiddetti Negroidi di Grimaldi.
Venere dei Balzi Rossi.
La tomba conteneva gli scheletri di un adolescente e di una donna adulta con tratti somatici differenti da quelli degli individui contenuti nelle altre sepolture.
Il capo dell'adolescente era ornato da un copricapo fatto di conchiglie marine (Nassa Neritea), mentre la donna aveva le stesse conchiglie vicino al polso e gomito sinistro, forse usate come braccialetto. La sepoltura dei due individui avvenne sicuramente in momenti successivi e gli scarsi riguardi avuti nel seppellire la donna suggeriscono un modello funerario atto a dare importanza alla figura maschile, proprio come si è rinvenuto nelle altre sepolture scoperte nell'area dei Balzi Rossi. Tutte le sepolture possono essere datate al periodo chiamato Gravettiano o Epigravettiano, un intervallo temporale tra 29.000 e 19.000 anni fa.
Veneri dei Balzi Rossi, rappresentazioni
del culto della Dea Madre.
Le Veneri dei Balzi Rossi sono piccole statue femminili prodotte durante l'era del Paleolitico Superiore, distinguibili grazie ad una particolare industria litica Gravettiana (tra 29.000 e 21.000 anni fa).
Venere di Willendorf.
Sono statue di osso, pietra o avorio la cui altezza è circa di 10 centimetri. Profili e forma presentano un'esagerato volume dei seni, ventre e fianchi, mentre le altre parti del corpo e le gambe sono sottodimensionate. Queste statuette ci permettono di avanzare alcune ipotesi riguardo l'aspetto delle donne preistoriche: dovevano essere molto simili alle donne Ottentotte, con rilevanti riserve di adipe al livello dei glutei. Un'altra Venere di 34-24.000 anni fa è la Venere di Willendorf, tra le più antiche espressioni artistiche della scultura.

Carta dell'Europa nel Paleolitico con i siti di ritrovamenti di Veneri, effigi
della dea Madre, fra cui i Balzi Rossi. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Osso di Les Eyzies-de-Tayac
-Sireuil, dove c'è anche
Cro-Magnon.
- L'interesse per il cielo, unico stabile riferimento, dovette essere enorme per gli antichi. Noi oggi non possiamo capirlo, perché sommersi da una tecnologia e da oggetti che danno per scontato quasi tutto; ma come riusciremmo a stabilire un rapporto col fluire delle cose se non osservando lo spettacolo del cielo stellato e il sorgere e tramontare degli astri? Così facevano i nostri antenati 30.000 anni fa. Così continuarono a fare per millenni. Nel paleolitico il computo del tempo era scandito dalle fasi lunari, in particolar modo dai "pleniluni", molto importanti per la luminosità dell'astro. Questo vistoso mutamento dell'aspetto della Luna veniva già registrato intorno al 30.000 a.C. su un osso lavorato ritrovato nella regione di Les Eyzies de Tayac, nel Perigord francese. Ci sono gli ossi, poi, decorati con tacche trasversali, segni interpretati da alcuni archeologi come dei "giochi aritmetici" ma che non hanno avuto a tutt'oggi una chiara e definitiva spiegazione. Un'ipotesi assai accreditata vedrebbe questi segni non come semplici decorazioni ma come particolari "tacche per conteggi". Secondo Alexander Marshack, ricercatore associato del Peabody Museum dell'Università di Harvard, si tratterebbe delle prime testimonianze di registrazioni del mutamento dell'aspetto della Luna. Questa ipotesi pone in evidenza un probabile conteggio dei giorni che compongono le lunazioni (mese sinodico). Questo, probabilmente, perché tale periodo si prestava abbastanza bene a scandire le uscite per la caccia o per altre attività confortate dalla luce della luna piena. In età antica, pare che fosse in uso incidere su osso le prime osservazioni astronomiche.
Osso di
Abri Lartet.
Si conservano ancora: un osso inciso da tacche trasversali proveniente da Kulna, in Cecoslovacchia; un osso inciso da piccole tacche trasversali disposte su una linea continua a forma di "U", proveniente da Gontzi, in Ucraina; il già menzionato osso istoriato da incisioni di forma circolare proveniente da Abri Blanchard, regione di Les Eyzies de Tayac, sita nel Perigord francese. Ma quello che ci pare di maggiore interesse è un osso istoriato di tacche trasversali e da incisioni di forma circolare proviene da Abri Lartet, ancora regione di Les Eyzies de Tayac. Questo oggetto, appartenente al Periodo Aurignaziano (30.000 a.C.), presenta serie di incisioni di 29 e 30 segni abbinate a cinque gruppi di tacche. I segni circolari sembrerebbero, anche in questo caso, avere la forma delle varie fasi lunari, riprodotte con la medesima sequenza con cui appaiono nella realtà. Secondo A. Marshack il conteggio delle lunazioni su questo oggetto venne fatto più volte e rappresenterebbe i giorni contenuti in un mese sinodico. Insomma, l'interesse dell'uomo per il cielo è più antico di quanto si possa credere. Si creò così una casta di specialisti, scienziati-sacerdoti, che ebbe il compito di tramandare agli altri le enormi conoscenze acquisite. E da qui, poi, la cosa passò nelle mani dei poeti, degli scrittori, dei filosofi (che furono essenzialmente degli scienziati, privi di un metodo, ma che per primi si posero delle domande sul perché dei fenomeni).

Ricostruzione di
banda di cacciatori-
raccoglitori paleolitici
nel Finalese. Clicca
 sull'immagine
per ingrandirla.
Dal 26.000 a.C. - Nella grotta delle Arene Candide si effettuano sepolture, e tale pratica si protrarrà fino al VII secolo. La Caverna delle Arene Candide è un importante sito archeologico in grotta situato nel comune di Finale Ligure in provincia di Savona. Le Arene Candide erano una duna di sabbia quarzosa, bianca (candida) che i venti dell'ultima glaciazione, che soffiavano con potenza doppia di quella attuale, avevano addossato al versante occidentale del promontorio della Caprazzoppa. Ritratta in alcune fotografie dei primi anni venti del Novecento, la duna è stata completamente rimossa dall'industria degli abrasivi. La cava di sabbia di quarzo ha successivamente lasciato il posto ad una grande cava di calcare che ha determinato l'attuale (degradata) situazione paesaggistica. L'ampia caverna, localmente nota un tempo come "Armassa", (“Arma” in ligure antico, lo conferma la toponomastica locale, significa grotta, riparo) che si apriva presso uno dei vertici della duna, è entrata nella letteratura archeologica come Caverna delle Arene Candide dopo gli scavi che Arturo Issel, fondatore dell'Istituto di geologia dell'Università di Genova, vi condusse fra il 1864 e il 1876 per provvedere reperti al nascente Museo Nazionale Etnografico e Preistorico (ora Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini) di Roma - EUR. La caverna è ora ubicata sul margine superiore del ciglio ovest della ex- cava Ghigliazza, circa 90 metri sul livello del mare, verso il quale presenta tre grandi aperture che la rendono, oggi come nel passato, relativamente illuminata ed asciutta. Attualmente si accede alla caverna dall'alto, con un percorso via Borgio che implica circa 30 minuti a piedi. La celebrità internazionale deriva dai fortunatissimi scavi che Luigi Bernabò Brea (primo Soprintendente Archeologo della Liguria) e Luigi Cardini (membro dell'Istituto Italiano di Paleontologia Umana) condussero negli anni 1940-42 e 1948-50 nella porzione sud orientale della caverna. Come noto quegli scavi conseguirono quella che ancora oggi è la più articolata stratigrafia del bacino del Mediterraneo (dal Paleolitico superiore gravettiano fino all'epoca bizantina, dal 26.000 a.C. al VII secolo d.C), in un contesto ambientale di giacitura estremamente favorevole alla buona conservazione dei reperti, soprattutto delle ossa e del materiale combusto. I resti delle ben 19 sepolture paleolitiche rinvenutevi, oltre a costituire uno dei più consistenti complessi funerari paleolitici del mondo, sono senz'altro quelli di gran lunga meglio conservati, con tutte le implicazioni sulla qualità delle informazioni scientifiche che gli antropologi possono attingere. Si segnala in particolare la ricchezza del corredo funebre di un adolescente che lo farà definire il giovane principe. Si tratta di quindicenne rinvenuto su uno strato di ocra rossa a sette metri dalla superficie, rivolto a sud, con un copricapo di nasse dorate, monili di conchiglie, ossa, corna di cervo lavorate e una lunga selce in mano. La ferita mortale al mento risultava ricomposta con ocra gialla prima della sepoltura. Numerosi materiali ceramici, strumenti in pietra scheggiata, osso, conchiglia e altre materie prime impiegati dalle popolazioni del Paleolitico e del Neolitico che abitarono nella Caverna delle Arene Candide sono esposti presso il Museo Archeologico del Finale (Finale Ligure Borgo - SV).

Il Volto megalitico di
Borzone, nel genovese.
- Nel Paloelitico Superiore viene scolpito il Volto di Borzone. Sui monti dell’entroterra della Liguria orientale vi è la più grande scultura rupestre paleolitica d’Europa, e probabilmente la più grande del mondo. Questa grande scultura è conosciuta come il “Volto megalitico di Borzone”, e raffigura appunto un volto umano, che misura circa 7 metri di altezza e 4 metri di larghezza, (le misure del Volto di Borzone, metri 7 x 4, si intendono per il solo volto, le altre parti che la incorniciano , i capelli e una sorta di copricapo, ne aumentano la misura), e si trova a Borzonasca (in Liguria, provincia di Genova), poco più in alto della Frazione Borzone, in un posto detto Rocche di Borzone, che è in cima ai monti. I megaliti più noti sono i menhir e i dolmen, grandi pietre erette e piantate nel terreno. I Dolmen e i Menhir sono tra i più antichi monumenti esistenti, databili addirittura al neolitico. Nessuno sa con certezza quale fosse la loro funzione ma ciò che li rende misteriosi è il fatto che, sebbene i più famosi dolmen e menhir del mondo si trovino in Irlanda, a Stonehenge in Inghilterra e nella bretone Carnac in Francia, sono sparsi per tutta l’Europa, specialmente nella parte occidentale.
Menhir nei pressi di
Carmo dei Brocchi ad
Andagna, in provincia
di Imperia.
Il termine Menhir deriva da due parole bretoni, “men” (pietra) e “hir” (fitto o alto) e vuol dunque dire “pietra alta o conficcata”. L’etimologia della parola “dolmen”, invece, deriva dell’uinione di due termini bretoni: “t(d)aol” (forse imparentato con il latino tabula), tavolo e “men” che significa pietra. Occorre però evidenziare che la parola è coniata e non appartiene alla lingua bretone. Il vero termine bretone per designare un dolmen è, infatti, “Liah vaen”, insieme con altre varianti. Altri dizionari etimologici rintracciano l’origine di dolmen nella lingua celtica parlata in Cornovaglia, precisamente nella parola “tolmen”, che avrebbe designato in origine un cerchio di pietre o una roccia scavata.
Dolmen a Roccavignale, in
provincia di Savona.
 In effetti i Dolmen sono costituiti da più pietre sistemate in modo da formare una sorta di grotta o di casetta di pietra. Alcuni, più profondi, possono perfino ospitare delle persone, mentre altri, molto più bassi, possono fungere da altari. Come i Menhir, i Dolmen sono precedenti alla cultura celtica, sebbene siano meno antichi. Anche sui Dolmen esistono differenti ipotesi, tra le quali che si trattasse di monumenti funerari. Secondo altre teorie, invece, svolgevano la funzione di altari e luoghi di culto. In realtà è piuttosto possibile che, nel corso dei secoli abbiano svolto entrambe le funzioni. Gli archeologi, infatti, hanno ritrovato all’interno o sotto i Dolmen, differenti ossa, chiare testimonianze di sepolture, è dunque plausibile supporre che li abbiano adoperati come luoghi di culto.
Menhir di Carnac.
Alcuni menhir (come a Carnac, in Bretagna, Francia) sono enormi. I menhir e i dolmen, nell’Europa occidentale, sono generalmente datati dal III° al II° millennio a.C., e sono perlopù grandi pietre sbozzate e allungate con forme armoniose (accatastate nel caso del dolmen). Altri megaliti sono antropomorfi o zoomorfi. In tutti e tre i casi è arte applicata al monumento a fini di culto, ma i menhir antropomorfi  sono molto più antichi rispetto agli altri e alcuni sono paleolitici, cioè hanno oltre 12.000 anni; questa è l’opinione degli archeologi che seguono il metodo megalitico antropomorfico anche se la tecnica di lavorazione dei menhir, più recenti, è la stessa usata per le sculture rupestri come il Volto megalitico di Borzone. I menhir antropomorfi e la sculture rupestri antropomorfe rappresentano soggetti di culto in cui si identificavano coloro che li produssero e nelle zone dove c’erano le rupi, si scolpivano le rupi, dove non c’erano, si doveva faticare di più, dovendo estrarre ed innalzare  i massi dal terreno oppure trasportarli nei luoghi di culto da lontano, ma con lo stesso risultato. Il Volto megalitico di Borzone è attribuito al Paleolitico superiore (da circa 20.000 a 12.000 anni fa), così come sono attribuiti a questa fase culturale molti grandi menhir antropomorfi di Carnac. Nel Paleolitico superiore in Europa troviamo civiltà molto diverse da zona a zona, ma le due più importanti sono quella degli scultori della pietra con soggetti di culto antropomorfi (con forma umana) che non conoscevano la pittura, e quella dei pittori con soggetti zoomorfi (a forma di animali), che dipingevano nelle grotte (Francia, Spagna, ecc.) e che non scolpivano la pietra. Per interpretare il significato della scultura antropomorfa paleolitica è necessario fare parallelismi storici ed etnografici con civiltà che hanno avuto o adottano ancora la scultura antropomorfa. Il Volto megalitico di Borzone rappresentava quasi certamente un dio, cosa che al contrario non si può dire dei dipinti zoomorfi paleolitici trovati nelle grotte, dove le raffigurazioni zoomorfe sono legate a “spiriti”, e non a un dio. Il Volto megalitico di Borzone viene considerato “incorniciato da capelli e con una sorta di copricapo”. Nelle piccole sculture antropomorfe dell’Aurignaziano (Paleolitico superiore) che ora si ritengono in gran parte opera di Homo sapiens neanderthalensis vi è quasi sempre un copricapo appuntito (Venere di Savignano, ecc.) oppure una capigliatura bene acconciata (Venere di Willendorf,ecc.). E, sempre in queste veneri, dove vengono privilegiate le pettinature o i copricapi appuntiti, poi viene trascurata la raffigurazione del volto, delle mani e dei piedi. La fotografia non rende i rilievi del Volto megalitico di Borzone, ma chi si recherà a visitarlo potrà notare che alcune parti sono in rilievo, e altre sono in negativo, cioè al contrario del naturale, ma l’effetto della raffigurazione resta uguale, come se l’immagine fosse tutta in rilievo o tutta in negativo. Qui troviamo due tradizioni culturali, la plastica in rilievo tipicamente europea, e la plastica in negativo tipica di certa scultura dell’Asia Estremo Orientale dei tempi protostorici, e storici per le arti applicate e popolari. Il tipo umano più attendibile di questo volto è Homo sapiens sapiens. Questo si desume dalla fronte alta, dal mento appuntito e dalla faccia relativamente stretta. E’ stato stabilito di recente che in questa fase era ancora presente Homo sapiens neanderthalensis, il quale conviveva con Homo sapiens sapiens, a cui era accomunato culturalmente, anche per la produzione di sculture antropomorfe, e quindi con simili pratiche spirituali e religiose. Nella scultura rupestre e nei menhir del Paleolitico le raffigurazioni di Neanderthaliani sono frequenti (e precedenti), mentre quelle di Homo sapiens sapiens sono rare. E’ possibile, quindi, che il Volto megalitico di Borzone sia una delle opere più recenti del Paleolitico. Nella scultura litica antropomorfa del Paleolitico le raffigurazioni frontali della faccia sono rare, le raffigurazioni della testa a tutto tondo sono rarissime. Le sculture antropomorfe, nella quasi totalità, sono semifrontali o laterali, e invece il Volto megalitico di Borzone è l’unica scultura rupestre che si conosca con raffigurazione frontale della faccia, senza barba, quindi non possiamo dare per scontato che sia un uomo, potrebbe benissimo essere il volto di una donna.

Nel 20.000 a.C. - Massima estensione dei ghiacci durante la glaciazione di Würm.

- Invenzione dell'arco, dopo l'invenzione della lancia avvenuta diverse migliaia di anni prima, che permette che la caccia grossa possa essere praticata più abitualmente.

Nel 15.000 a.C. - La seconda colonizzazione dell'Europa, concomitante al ritiro dei ghiacci con la fine
della glaciazione di Würm, risalirebbe a circa 17.000 anni fa da parte di popolazioni di ritorno dalle zone di rifugio nel sud europeo.

"Cavallo Cinese" delle Grotte di Lascaux.
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- A questa data risalgono i più antichi graffiti nelle Grotte di Lascaux, a proposito delle culture dei pittori con soggetti zoomorfi (a forma di animali), che dipingevano nelle grotte (come dai ritrovamenti in Francia, Spagna, ecc.) e che non scolpivano la pietra. Le Grotte di Lascaux sono un complesso di caverne che si trova nella Francia sud-occidentale. Le grotte si trovano vicino al villaggio di Montignac, nel dipartimento della Dordogna. Nelle grotte si trovano esempi di opere di arte parietale risalenti al Paleolitico superiore: molte di queste opere vengono fatte risalire ad una data compresa fra il 13.000 ed il 15.000 a.C. Il tema più comunemente rappresentato è quello di grandi animali dell'epoca (fra i quali l'uro, oggi estinto), resi con grande ricchezza di particolari. Il complesso di caverne venne scoperto il 12 settembre 1940 da quattro ragazzi francesi: Marcel Ravidat, Jacques Marsal, Georges Agnel e Simon Coencas. Dopo la fine della seconda guerra mondiale le caverne vennero aperte al turismo di massa, ma nel 1955 l'anidride carbonica prodotta da 1.200 visitatori al giorno aveva visibilmente danneggiato le pitture. Nel 1963 le caverne vennero chiuse al pubblico e i dipinti vennero restaurati al loro stato originale.
Insieme di pitture rupestri nelle Grotte
di Lascaux. Clicca sull'immagine
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Dal 1998, infestazioni fungine hanno invaso ampie parti del complesso e richiesto interventi straordinari di manutenzione; dal 2008, a seguito del peggioramento della situazione (con una nuova infestazione avviatasi nel 2007) e delle difficoltà per rimuoverne le tracce, le grotte sono state completamente chiuse al pubblico. È stato attivato un comitato scientifico internazionale, finalizzato a studiare le migliori modalità di tutela e ripristino ambientale del complesso. Oggi i dipinti sono monitorati regolarmente, per cercare di evitare il loro ulteriore deterioramento.
Grotta Ruffignac: pitture rupestri di
animali fra cui i mammuth.
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Le sale più famose che compongono il complesso di grotte di Lascaux sono:
- la grande sala dei tori,
- il passaggio laterale,
- la lancia dell'uomo morto,
- la galleria dipinta,
- il diverticolo dei felini.
Nel 1983 è stata aperta Lascaux II, una replica della grande sala dei tori e della galleria dipinta, situata a circa 200 metri dalle grotte originali. Ad alcuni chilometri da Montignac, nel parco di Le Thot, sono esposte altre riproduzioni dei dipinti delle grotte di Lascaux.
La grotta di Lascaux viene anche chiamata la "Cappella Sistina del Paleolitico".
Scena del pozzo a Lascaux.
Di un interesse particolare è la cosiddetta "scena del pozzo" di Lascaux, la più antica rappresentazione della danza e del ballo in un graffito che rappresenta uno stregone nell'atto di svolgere una danza rituale. Qui, secondo Michael Rappenglück, della Facoltà di Matematica e di Scienze Informatiche dell'Università "Ludwig-Maximilians", a Monaco di Baviera, l'immagine dello sciamano che affronta lo spirito del bisonte è da porre in relazione ad alcune costellazioni che passavano in meridiano alla mezzanotte del solstizio d'estate del 16.500 a.C.

Grotte di Borgio Verezzi,
limitrofe alle grotte di Toirano.
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- Nelle grotte di Toirano sono visibili segni di frequentazioni riconducibili a questo periodo.
Reperto di Orso delle caverne
alle grotte di Toirano.
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Le grotte di Toirano, in provincia di Savona, sono un complesso di cavità carsiche di rilevanza turistica, particolarmente note per la varietà di forme di stalattiti e stalagmiti, per la loro estensione, per la perizia con cui le guide illustrano il percorso turistico lungo oltre un chilometro, per il ritrovamento di tracce dell'Homo Sapiens di oltre 12.000 anni fa e resti di ursus spelaeus di circa 25.000 anni di età.
L’orso delle caverne che viveva in Liguria durante il grande freddo dell’ultima glaciazione, era più grande dell’orso bruno attuale e trascorreva nelle grotte il letargo invernale; si è estinto 10.000 anni fa per motivi ancora poco chiari. 
Ricostruzione dello scheletro di
orso delle caverne. Clicca
sull'immagine per ingrandirla.
È stato ritrovato nelle grotte di Toirano, che sono uno dei più importanti complessi di cavità naturali in Italia, con oltre 50 caverne naturali attrezzate.
Impronte umane fossili nelle grotte
di Toirano. Clicca sull'immagine
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Le straordinarie grotte di Toirano sono di origine calcarea e si sono create da fiumi sotterranei ritiratisi nel corso dei secoli, formando eccezionali effetti 
scenici: ampi saloni con stalattiti e stalagmiti di ogni dimensione e fiori di cristallo rarissimi. La Grotta del Colombo e la Grotta di S. Lucia, sono le cavità più note, con mille stalattiti affusolate. Nella Grotta della Strega si susseguono incontri affascinanti, dal "cimitero degli orsi", dove si sono sovrapposte nel tempo ossa d'orsi delle caverne, al "corridoio delle impronte", caratterizzato dai calchi umani di mani annerite dall'uso di torce nelle pareti, graffi, unghiate e impronte d`orso e impronte di piedi umani a terra, alla "sala dei misteri", luogo probabilmente ad uso rituale.

Carta con i siti preistorici europei più antichi: Grotta del Vallonet a Mentone,
Balzi Rossi, Combe-Capelle a Montferrand du Périgord, Cro-Magnon a
Les Eyzies-de-Tayac-Sireuil, Grotta delle Arene Candide a Finale Ligure,
Grotte di Lascaux nel midi francese e Grotte di Toirano nel savonese.

Nel 10.000 a.C. - Termine ultimo in cui finisce la glaciazione di Würm, durata ufficialmente da 70.000 a 15.000 anni fa.

- La regione delle genti Finniche è stata popolata fin dalla fine dell'era glaciale, circa nel 10.000 a.C.
Le tracce più antiche di insediamenti umani sono connesse con le culture di Suomusjärvi e di Kunda. L'antico insediamento mesolitico di Pulli è localizzato presso il fiume Pärnu, e risale all'inizio del XIX millennio a.C. La cultura di Kunda ricevette il suo nome dal sito dell'insediamento di Lammasmäe nell'Estonia settentrionale, che risale più di 8.500 anni fa. Manufatti in ossa e pietra simili a quelli trovati a Kunda sono stati scoperti altrove in Estonia, come pure nella Lettonia, Lituania settentrionale e Finlandia meridionale. Alcuni ricercatori hanno anche argomentato che una forma di lingua uralica possa essere stata parlata in Estonia e Finlandia fin dalla fine dell'ultima glaciazione.

- Per Besant e Leadbeater vi fu una grande migrazione a più ondate, cominciata intorno al 10.000 a.C. e terminata circa nel 1.200 a.C., che portò i Celti a stabilirsi in diverse zone del loro percorso, una delle quali è dove H. D'Arbois de Jubainville aveva identificato la patria degli indoeuropei, a nord dell'Iran, nel distretto di Erevan, prima di giungere in Europa, fra il 3.500 e il 1.200 a.C. Secondo De Jubainville gli indoeuropei da cui derivarono i proto-Celti, che chiamavano se stessi Ariani (dalla parola sanscrita Arya, i «fedeli», i «devoti»), si divisero in due gruppi che iniziarono a spostarsi:
   - il primo verso Ovest per giungere e stabilirsi in Europa nei secoli successivi, mentre
   - il secondo verso Sud, per penetrare nel bacino del Gange e stanziarsi in India.
Il primo gruppo, suddiviso in numerose tribù, marciò verso l'Iran, per giungere poi in Anatolia, nella penisola balcanica e infine in Europa centrale, dove sviluppò una civiltà fiorente unendosi alle genti neolitiche.

- Da queste informazioni possiamo dedurre che fu da questa data, la fine della glaciazione di Würm, che affluirono a più riprese in Europa orientale, dall'unico passaggio continentale ormai a clima temperato, e quindi adatto a gruppi di cacciatori-raccoglitori, popolazioni che abbiamo poi definito di provenienza indoeuropea.

- Intanto l'Europa occidentale è abitata da una civiltà proto-Ligure che parla una lingua di cui il basco rappresenterà una reliquia.
Diffusione delle popolazioni
proto-Liguri in Europa occidentale.
Questa civiltà, autoctona e non indoeuropea, con vocazione megalitica, potrebbe essere derivata da gruppi del genere Cro-Magnon, i cui progenitori potrebbero essere migrati dall'Africa attraversando lo stretto di Gibilterra, come suggerisce l'analisi genetica degli europei e visto che l'area in cui si sono rinvenuti il maggior numero di antichi megaliti rimane nei pressi dello stretto, nel sud della penisola iberica. Secondo una mappatura dell'eredità genetica degli Europei, l'aplogruppo R1b è prevalente nell'Europa atlantica, dove rappresenta l'aplogruppo più diffuso e nel Camerun settentrionale.
Diffusione dell'aplogruppo R1b
in Europa. Clicca sull'immagine
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La linea R1b è la più comune nelle popolazioni europee. Nell'Irlanda occidentale raggiunge una frequenza prossima al 100%. Si è originata prima della fine dell'ultima glaciazione e si è concentrata nei rifugi del sud-Europa per poi riespandersi verso nord con il progressivo mitigarsi del clima a partire da 14.000 anni fa. E' presente anche nel Vicino Oriente, Caucaso e Asia Centrale. L'Aplogruppo R1b (Y-DNA), viene ritenuto essere la più antica linea genetica europea, associata ad un effetto del fondatore verificatosi nell'Europa centro occidentale. Le popolazioni stanziatesi in Italia dal Mesolitico sono caratterizzate da alte frequenze di R1 (xR1a1), condizione che si ritrova ad oggi nelle popolazioni basche, ritenute le più somiglianti geneticamente ai primi europei. Durante il Neolitico i migranti introducono le varianti E3B1 e J2, il 27% delle variazioni genetiche totali, basate sull'analisi dei polimorfismi indicano un chiaro gradiente di distribuzione della popolazione italiana sull'asse nord-sud della penisola. Le variazioni introdotte nel Neolitico non sembrano essere dovute a flussi migratori provenienti dalla Spagna, ma si configurano come migrazioni provenienti dall'Asia o dall'Anatolia attraverso l'attuale area Balcanica: le migrazioni degli indoeuropei.

Carta fisica del nostro mondo, il pianeta Terra.
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Carta che individua la collocazione
di Gobekli Tepe. Clicca sull'immagine
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- Nel 10.000 a.C. una comunità di cacciatori-raccoglitori della mezzaluna fertile, costruisce un tempio caratterizzato da elementi megalitici con sculture di animali. Göbekli Tepe (la cui traduzione è collina tondeggiante in turco), Portasar in armeno, Girê Navokê in curdo, è un sito archeologico a circa 18 km. a nord-est dalla città di Şanlıurfa nell'odierna Turchia, presso il confine con la Siria, risalente all'inizio del Neolitico, (Neolitico preceramico A) o alla fine del Mesolitico. Vi è stato rinvenuto il più antico esempio di tempio in pietra, iniziato attorno al 10.000 a.C., la cui erezione dovette interessare centinaia di uomini nell'arco di tre o cinque secoli. Le più antiche testimonianze architettoniche note in precedenza erano le ziggurat babilonesi, datate 5.000 anni più tardi. Intorno all'8.000 a.C. il sito venne deliberatamente abbandonato e volontariamente seppellito con terra di riporto.
Il sito archeologico di Gobekli Tepe.
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Il sito si trova su una collina artificiale alta circa 15 m. e con un diametro di circa 300 m. situato sul punto più alto di un'elevazione di forma allungata, che domina la regione circostante, tra la catena del Tauro e il Karaca Dağ e la valle dove si trova la città di Harran.
Il sito utilizzato dagli umani avrebbe avuto un'estensione da 300 a 500 m². Gli scavi hanno ridato alla luce un santuario monumentale megalitico, costituito da una collina artificiale delimitata da muri in pietra grezza a secco. Sono inoltre stati rinvenuti quattro recinti circolari, delimitati da enormi pilastri in calcare pesanti oltre 15 tonnellate ciascuno, probabilmente cavati con l'utilizzo di strumenti in pietra. Secondo Klaus Schmidt, il direttore dello scavo, le pietre drizzate in piedi e disposte in circolo, simboleggerebbero assemblee di uomini.
Carta che individua la collocazione
di Gobekli Tepe.  Clicca sull'immagine
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Sono state riportate in luce circa 40 pietre a forma di T, che raggiungono i 3 m. di altezza. Per la maggior parte sono incise e vi sono raffigurati diversi animali (serpenti, anatre, gru, tori, volpi, leoni, cinghiali, vacche, scorpioni, formiche). Alcune incisioni vennero volontariamente cancellate, forse per preparare la pietra a riceverne di nuove. Sono inoltre presenti elementi decorativi, come insiemi di punti e motivi geometrici. Indagini geomagnetiche hanno indicato la presenza di altre 250 pietre ancora sepolte nel terreno. Un'altra pietra a forma di T, estratta solo a metà dalla cava, è stata rinvenuta a circa 1 km dal sito. Avrebbe avuto una lunghezza di circa 9 m. ed era probabilmente destinata al santuario, ma una rottura costrinse ad abbandonare il lavoro.
Nel sito di Gobekli Tepe.
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Le raffigurazioni di animali hanno permesso di ipotizzare un culto di tipo sciamanico, antecedente ai culti organizzati in panteon di divinità delle culture sumera e mesopotamiche. Lo studio degli strati di detriti accumulati sul fondo del lago di Van in Anatolia ha prodotto importanti informazioni sui cambiamenti climatici del periodo, individuando una consistente crescita della temperatura intorno al 9.500 a.C. I resti di pollini presenti nei sedimenti hanno permesso di ricostruire una flora composta da querceginepri e mandorli. Fu forse il cambiamento climatico a determinare una progressiva sedentarizzazione delle genti che costruirono il sito. All'inizio degli anni novanta lo studioso di preistoria Jacques Cauvin ha ipotizzato che lo sviluppo delle concezioni religiose avrebbe costituito una spinta alla sedentarizzazione, spingendo gli umani a raggrupparsi per celebrare riti comunitari. La presenza di una struttura monumentale dimostra che anche precedentemente allo sviluppo dell'agricoltura e nell'ambito di un'economia di caccia e raccolta, gli uomini possedevano mezzi sufficienti per erigere strutture monumentali. Secondo il direttore dello scavo fu proprio l'organizzazione sociale necessaria alla creazione di questa struttura a favorire uno sfruttamento pianificato delle risorse alimentari e lo sviluppo delle prime pratiche agricole. Il sito si trova infatti nella regione della Mezzaluna fertile, dove era presente naturalmente il grano selvatico.
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Nessuna traccia di piante o animali domestici è stata tuttavia rinvenuta negli scavi, e mancano inoltre resti di abitazioni. A circa 4 m. di profondità, ossia ad un livello corrispondente a quello della costruzione del santuario, sono stati rinvenute tracce di strumenti in pietra (raschiatoi e punte per frecce, insieme ad ossa di animali selvatici (gazzelle e lepri), semi di piante selvatiche e legno carbonizzato, che testimoniano la presenza in questo periodo di un insediamento stabile. Klaus Schmidt in "Costruirono i primi templi", come proposta di tipo speculativo, lascia intendere che la civiltà sviluppata nella provincia di Urfa, che aveva qui uno dei suoi principali templi noti (definibile anche come archetipo di anfizonia, o "anfizonia dell'età della pietra"), sarebbe stata trasfigurata nel mito dei monti di Du-Ku della cosmogonia sumera: in questi monti sarebbero esistite le prime divinità (non dotate di nomi individuali, ma semplici spiriti, retaggio degli spiriti sciamanci) e i Sumeri ritenevano che gli umani vi avessero appreso l'agricoltura, l'allevamento e la tessitura (vi sono forti indizi che almeno i primi due di questi elementi siano effettivamente comparsi in questa zona verso la fine, o comunque durante, la costruzione del complesso megalitico).
Il pastore Curdo che si rese conto
dei tesori sepolti a Gobekli Tepe,
alle sue spalle. Clicca sull'immagine
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Ian Hodder, del programma archeologico della Stanford University, ha detto a proposito del sito: “Molte persone pensano che questo possa cambiare tutto. Cambia completamente le carte in tavola. Tutte le nostre teorie erano sbagliate. Le teorie sulla ‘rivoluzione del Neolitico’ hanno sempre sostenuto che tra 10 e 12 mila anni fa agricoltori ed allevatori hanno iniziato a creare villaggi, città, lavori specializzati, scrittura, e tutto ciò che sappiamo delle antiche civiltà. Ma uno dei punti salienti delle vecchie teorie è che sia nata prima la città, e solo dopo i luoghi di culto. Ora invece sembra che la religione sia apparsa prima della vita civilizzata ed organizzata in centri urbani, anzi, che sia stata quasi il motore primario per la creazione di città.”
Nel sito di Gobekli Tepe.
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La datazione al radiocarbonio mostra che il complesso è di almeno 12.000 anni, forse anche 13.000 anni fa. Ciò significa che fu eretto intorno al 10.000 a.C. A titolo di confronto, Stonehenge risale al 3.000 a.C. e le piramidi di Giza al 2.500 a.C.; Gobekli è quindi il più antico di tali siti nel mondo, con un ampio margine. E’ così vecchio che precede la vita sedentaria dell’uomo, prima della ceramica, della scrittura, prima di tutto. Gobekli proviene da una parte della storia umana che è incredibilmente lontana, nel profondo passato dei cacciatori-raccoglitori. Come poterono gli uomini delle caverne costruire qualcosa di così ambizioso? Schmidt pensa che bande di cacciatori si riunissero sporadicamente nel sito, durante i decenni di costruzione e vivessero in tende di pelle di animali uccidendo la selvaggina locale per nutrirsi. Le molte frecce di selce trovate presso Gobekli giocano a sostegno di questa tesi, e sostengono anche la datazione del sito.
Nel sito di Gobekli Tepe.
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Questa rivelazione, che i cacciatori-raccoglitori dell’Età della Pietra potrebbero avere costruito qualcosa come Gobekli, cambia radicalmente la nostra visione del mondo, perché mostra che la vita degli antichi cacciatori-raccoglitori, in questa regione della Turchia, era di gran lunga più progredita di quanto si sia mai concepito. Klaus Schmidt, sovrintendente agli scavi, ha detto che, a suo parere, questo era il sito del biblico giardino di Eden. Più in particolare: "Gobekli Tepe è un tempio dell’Eden.". Per capire come un rispettato accademico della statura Schmidt possa fare una tale affermazione da capogiro, è necessario sapere che molti studiosi vedono l'Eden storia come una leggenda, o allegoria. Vista in questo modo, la storia dell'Eden, nella Genesi, parla di un’umanità innocente e di un passato di cacciatori-raccoglitori che potevano nutrirsi con la raccolta delle frutta dagli alberi, la caccia e la pesca nei fiumi, e trascorrere il resto del tempo in attività di piacere. Poi l’uomo ‘precipitò’ in una vita più dura, con la produzione agricola, con la fatica incessante e quotidiana. E sappiamo dalle testimonianze archeologiche che la primitiva agricoltura è stata dura, rispetto alla relativa indolenza della caccia. Quando avvenne la transizione dalla caccia e dalla raccolta all’agricoltura stanziale, gli scheletri mutarono, e per un certo tempo crebbero più piccoli e meno sani, perché il corpo umano si doveva adattare a una dieta più povera di proteine e ad uno stile di vita più faticoso, e allo stesso modo, gli animali da poco addomesticati diventarono più piccoli di taglia.
Nel sito di Gobekli Tepe. Clicca
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Ciò solleva la questione: perché l'agricoltura fu adottata da tutti? Molte teorie sono state proposte, a partire dalle concorrenze tribali, la pressione della popolazione, l'estinzione di specie animali selvatiche. Ma Schmidt ritiene che il tempio di Gobekli riveli un'altra possibile causa, e aggiunge: "Per costruire un posto come questo, i cacciatori devono essersi riuniti in gran numero. Dopo avere finito l’edificio, probabilmente rimasero riuniti per il culto. Ma poi scoprirono che non potevano alimentare tante persone con una regolare attività di caccia e raccolta. Penso, quindi, che abbiano iniziato la coltivazione di erbe selvatiche sulle colline. La religione spinse la gente ad adottare l'agricoltura."
Klaus Schmidt accanto alle sommità
di monoliti che attendono di essere
riportati alla luce. Clicca
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Il fantastico mondo “animalista” di Gobekli Tepe si decompone con l’origine dell’agricoltura, che sappiamo provocò “gracilizzazione” nei neolitici, oltre all’insorgenza di nuove malattie e all'aumento del carico di lavoro. Benché tutto questo sia ampiamente bilanciato dal successo quantitativo della specie in termine di aumento della popolazione, tuttavia si può rilevare che l’origine dell’agricoltura è il più antico caso osservabile in cui all’aumento del PIL non corrisponde un miglioramento della qualità della vita. Il passaggio alla produzione agricola è accaduto prima proprio in questa regione, queste pianure dell’Anatolia sono state la culla dell'agricoltura.
Il primo allevamento di suini addomesticati del mondo era a Cayonu, a sole 60 miglia di distanza. Anche ovini, bovini e caprini sono stati addomesticati per la prima volta nella Turchia orientale. Il frumento di tutto il mondo discende da una specie di farro, prima coltivata sulle colline vicino a Gobekli. La coltivazione di altri cereali domestici, come segale e avena, è iniziata qui.
Klaus Schmidt nel sito di Gobekli Tepe.
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Ma c'è stato un problema per questi primi agricoltori, che non è stato solo quello di aver adottato uno stile di vita più dura, anche se in ultima analisi più produttiva, ma hanno anche conosciuto una crisi ecologica. In questi giorni il paesaggio che circonda le misteriose pietre di Gobekli è arido e brullo, ma non è stato sempre così. Come le incisioni sulle pietre mostrano, e come resti archeologici rivelano, questa era una volta una ricca regione pastorale. C’erano mandrie di selvagginafiumi ricchi di pesce, e stormi d’uccelliverdi prati erano inanellati da boschi frutteti selvatici. Circa 10.000 anni fa, il deserto curdo era un "luogo paradisiaco", come dice Schmidt. Quindi, che cosa ha distrutto l'ambiente? La risposta è: l'uomo. Quando abbiamo iniziato a praticare l'agricoltura, abbiamo cambiato il paesaggio e il clima. Quando gli alberi sono stati tagliati, il suolo è stato dilavato via; tutto ciò che l'aratura e la mietitura hanno lasciato è stato il terreno eroso e nudo. Ciò che una volta era una piacevole oasi è diventata una terra di stress, fatica e rendimenti decrescenti. E così, il paradiso è stato perduto. Adamo il cacciatore è stato costretto ad allontanarsi dal suo glorioso Eden, come dice la Bibbia.
Nel sito di Gobekli Tepe.  Clicca
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Naturalmente, tali teorie potrebbero essere respinte in quanto speculazioni, tuttavia, vi sono abbondanti prove storiche per dimostrare che gli scrittori della Bibbia, quando parlavano dell’Eden, descrivevano questo angolo di Anatolia, ora abitato dai Curdi. Nel Libro della Genesi, è indicato che l’Eden è a ovest dell’Assiria: Gobekli si trova in tale posizione. Allo stesso modo, il biblico Eden è attraversato da quattro fiumi, tra cui il Tigri e l'Eufrate, e Gobekli si trova tra due di questi. In antichi testi assiri, vi è menzione di un "Beth Eden", una casa di Eden. Questo piccolo regno era a 50 miglia da Gobekli Tepe. Un altro libro dell'Antico Testamento parla dei "bambini di Eden, che erano in Thelasar", una città nel nord della Siria, vicino a Gobekli. La stessa parola "Eden" deriva dal sumerico e significa pianura; Gobekli si trova nella pianura di Harran. Così, quando si mette tutto insieme, la prova è convincente. Gobekli Tepe, infatti, è un "tempio nell’Eden", costruito dai nostri fortunati e felici antenati, persone che avevano il tempo di coltivare l'arte, l'architettura e il complesso rituale, prima che il trauma dell'agricoltura rovinasse il loro stile di vita, e devastasse il loro paradiso. È una splendida e seducente idea, eppure, ha un sinistro epilogo, dato che la perdita del paradiso sembra aver avuto un effetto strano e abbrutente sulla mente umana. Intorno all' 8.000 a.C., i creatori di Gobekli seppellirono la loro realizzazione e il loro glorioso tempio sotto migliaia di tonnellate di terra, creando le colline artificiali sulle quali il pastore curdo camminava nel 1994.
Nel sito di Gobekli Tepe. Clicca
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Nessuno sa perché Gobekli fu sepolto. Forse fu una sorta di penitenza: un sacrificio alla divinità della collera, che aveva gettato via il paradiso dei cacciatori. Forse fu per la vergogna della violenza e dello spargimento di sangue che il culto della pietra aveva contribuito a provocare. Qualunque sia la risposta, i parallelismi con la nostra epoca sono notevoli. Quando contempliamo una nuova era di turbolenza ecologica, pensiamo che forse le pietre silenziose, buie, vecchie di 12.000 anni di Tepe Gobekli, stiano cercando di comunicare con noi, per metterci in guardia, perché stanno proprio dove abbiamo distrutto il primo Eden.

Antiche fondazioni residenziali a
Gerico di Sobkowski. Licenza: https:
//commons.wikimedia.org/wiki/File:
Jerycho8.jpg#/media/File:Jerycho8.jpg
- Il passaggio dell'organizzazione sociale da gruppi di cacciatori-raccoglitori nomadi ad agricoltori-allevatori stanziali, determinò la nascita di classi o ordini sociali, organizzati in sistemi piramidali, al cui vertice governava un monarca, affiancato e legittimato da una classe sacerdotale. Per "Le origini del nostro ordinamento economico: il governo dei ladri" clicca QUI.

- Viene edificata Gerico, ritenuta la più antica città del mondo.

Nell' 8.000 a.C. - Si stima che la popolazione mondiale nella sua totalità ammonti a circa 10 milioni di individui.

- 10.000 anni fa vi fu la terza e ultima colonizzazione dell'Europa con l'espansione, dal vicino Oriente, dell'agricoltura

- La culla preistorica dei popoli Baltici, secondo le ricerche paleogenetiche e gli studi archeologici, fu la zona tra il mar Baltico e l'Europa centrale tra la fine dell'ultima era glaciale e l'inizio del mesolitico. Si diffusero nell'area dal Baltico fino al fiume Volga ad est. I Balti o popoli Baltici (anche baltici, in lettone: balti, in lituano: baltai, in latgolico: bolti), definiti come coloro che parlano una delle lingue baltiche, sono un ramo dei popoli di origine indoeuropea, discendenti di un gruppo di tribù indoeuropee che si stabilirono nell'area tra il basso corso della Vistola e la Daugava ed il Dnepr, sulle coste sud-orientali del mar Baltico. Secondo alcune vecchie teorie, l'area di formazione dei balti si trovava, fino alla fine del secondo millennio a.C. vicino all'alto e medio corso del Dnepr, nell'odierna Ucraina, dove si riteneva che si fosse stabilita un'ipotetica proto-comunità balto-slava, cioè un popolo comune che in seguito si fosse scisso e avesse dato origine agli odierni balti e slavi.

Cartina fisica del Mondo con l'ubicazione dell'Europa:
è un'appendice della più estesa fascia di territorio nel mondo
a clima temperato (12.000 km.). In questa fascia, più che da
ogni altra parte è stata favorita la trasmissione della cultura
dell'agricoltura e dell'allevamento di animali addomesticati.
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La Mezzaluna Fertile.
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- L' 8.000 a.C. è la probabile data in cui, dalla mezzaluna fertile del vicino oriente, viene introdotta in Europa l'agricoltura, (e per primi vennero coltivati grano, piselli e ulivi) e l'allevamento di animali  addomesticati: per prime pecore e capre, poi bovini e altri. La vita a contatto con gli animali determinò così la trasmissione di agenti patogeni dagli animali alle persone, determinando nuove malattie infettive per gli umani stessi.
Tabella con alcune delle malattie passate
dagli animali domestici agli umani.
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Questo aspetto diventò determinante nel momento della conquista di nuovi territori, dove le popolazioni che non avevano difese immunitarie alle nuove malattie venivano sterminate, molto più che dalle armi. Il passaggio a un'economia agricola segna anche il passaggio dal nomadismo al sedentarismo che in seguito con l'avvio dell'urbanizzazione si intensificherà ulteriormente. Con l'agricoltura si ha una maggior necessità di avere figli e anche molti, di conseguenza aumenta e acquista un valore maggiore la fertilità e la figura della donna-madre, più ancora di quanto lo fosse già nell'epoca basata su un'economia di caccia e raccolta.

- Dall'VIII millennio a.C., in alcune aree dell'Europa prende avvio un'Età del Rame.

Località di rilievo per le civiltà dei metalli: civiltà del Rame dall' 8000 a.C.,
 i cui maggiori centri n Europa sono Mittendorf, Troia e Cipro. Poi la civiltà
del Bronzo dal II millennio a.C. e civiltà del Ferro dal XII sec. a.C.
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Dal 7.000 a.C. - Nel bacino del Mediterraneo, la diffusione dell'agricoltura, dell'allevamento di animali e della ceramica è presente fin dal VII millennio a.C.

- Attraverso la navigazione, tra le popolazioni del Neolitico mediterraneo si creavano legami sociali e culturali. La ceramica ed anche i beni deperibili contenuti nel vasellame in terracotta potrebbero, dunque, essere annoverati tra gli oggetti che erano veicolati via mare già dall’inizio del VII millennio a.C. In questo periodo si sono ulteriormente sviluppati i commerci via terra. In Liguria, attraverso i valichi dell'entroterra Finalese, conosciuti anche ai nostri giorni con gli attuali toponimi di Colle del Melogno, Madonna della Neve (o Giogo di Rialto), Colla di San Giacomo (collegata alla Colla di Magnone, che la metteva in comunicazione con la Val Ponci), dalle valli finalesi, uomini e merci potevano raggiungere la Val Bormida e, da qui, la Valle del Po.

Nel 6.000 a.C. - E' in corso la migrazione Indoeuropea  verso l'Europa, verso l'Iran, l'Afganistan e verso i fiumi Indo e Gange, in India.
- Nella penisola iberica, affluisce la stirpe camita-berbera dall'Africa.

Cartina degli spostamenti e migrazioni degli Indoeuropei, iniziata nel X
millennio a.C. e che ha avuto la massima intensità nel 3.500 - 2.500 a.C.
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Ricostruzione del
lago Ligustico.
- E' dal Neolitico che abbiamo le testimonianze di una popolazione che verrà poi chiamata Ligure, nome derivato dalla parola indo-europea liga che significa «luogo paludoso» o «acquitrino», un termine che troviamo ancora oggi nel francese «lie» nel provenzale «lia», forse per l'ubicazione palustre del Lago Ligustico, situato presso la foce del fiume Guadalquivir (l'antico Betis o Tartesso), nel territorio dove oggi sorge Siviglia, in Spagna. Non sappiamo come i Liguri chiamassero se stessi: presumibilmente ogni tribù aveva il proprio nome, derivato da un capostipite, come nel caso dei Siculi o degli Ambrones, o da una zona geografica, come Ingauni e Intemeli, o ancora dalla loro divinità, come i Jenuensis da Jano (Giano).

Dal 5.400 a.C - La cultura della ceramica impressa si diffuse in Europa nella prima metà del VI millennio a.C., e una variante è la ceramica impressa detta "ligure", diffusa nell'Italia nord-occidentale e sulle coste francesi, con occupazione di aree differenti da quelle con tracce di frequentazione mesolitica. Nella seconda metà del VI millennio a.C., all'incirca a partire dal 5400 a.C., si diffuse sulle coste mediterranee della penisola iberica e fino all'odierno Portogallo, la cultura della ceramica impressa cardiale, nella quale la decorazione a impressione era ottenuta mediante l'impressione del margine della conchiglia di Cardium. In generale rimasero numerosi gli insediamenti in grotta e le testimonianze di uno stile di vita forse seminomade, che induce ad ipotizzare una diffusione attraverso piccole comunità neolitiche di agricoltori provenienti dal mare che andarono ad occupare le aree lasciate libere dalle comunità mesolitiche locali di cacciatori e raccoglitori, le quali vennero progressivamente, ma lentamente assimilate.
La conchiglia Cardium.
Dalle coste si ebbe inoltre una lenta penetrazione verso l'interno (valle del Rodano, valle dell'Ebro). In Liguria la Ceramica Impressa Ligure è stata ritrovata quasi esclusivamente in depositi in grotta che presentano frequentazioni dell'Epigravettiano ma non del Mesolitico. Alcuni autori (P. Biagi - R. Nisbet, Popolazione e territorio in Liguria tra il XII e il IV millennio b.c., in AA.VV., Scritti in ricordo di Graziella Massari Gaballo e di Umberto Tocchetti Pollini, Milano 1986, pp. 19-27) sostengono un'origine autonoma di tale cultura a seguito di una crisi economica e tecnologica di gruppi mesolitici. La Ceramica Impressa ligure è stata individuata in numerose grotte e in siti transappenninici all'aperto e posti nei pressi dei corsi d'acqua. Lo scavo nella grotta delle Arene Candide ha permesso di raccogliere una ricca documentazione.
Orcio in ceramica impressa cardiale
rinvenuta a Valencia, in Spagna.
Sono attestati dei collegamenti ad ampio raggio fra questa facies e altri ambienti culturali, in particolare padani, dalla circolazione di pietre verdi e giadeiti liguri per la realizzazione di manufatti levigati.
La ceramica si distingue in due classi: una d'impasto grossolano di colore grigio o rossiccio decorata ad impressioni e cordoni ed un'altra con impasto depurato e con superfici ben levigate.
Le forme tipiche della prima classe sono le tazze semisferiche e semiovoidali, ciotole a calotta, ollette globulari ad apertura ristretta, vasi a fiasco, orci ovoidali o troncoconici e vasetti con prese a linguetta forata e cordoni orizzontali.La decorazione impressa è eseguita con unghiate, con punzoni di vario tipo o con la conchiglia del Cardium (da cui ceramica cardiale). La fascia al di sopra delle prese può essere decorata con motivi angolari o a denti di lupo, mentre nella zona ventrale sono presenti fasce orizzontali interrotte da fasci verticali in corrispondenza delle anse.
Le forme tipiche della seconda classe sono vasi a fiasco, tazze, bicchieri e piccoli vasetti.
Antiche ceramiche prodotte intorno al I millenio
a.C. nel nord italico: di Canegrate (proto-
celtiche), proto-Golasecca (proto-celtiche),
Liguri, di Golasecca (celtiche) di Villanova e
d'Este. Per "Cultura di Golasecca" clicca QUI.
Diffuse sono le accette e le asce in pietra verde levigata. Tra gli oggetti di ornamento prevalgono le conchiglie forate; sono presenti anche metacarpali di lepre forati ad un'estremità e un canino di cervo. Dallo studio dei resti faunistici si deduce che in associazione agli animali selvatici (cervo, capriolo, orso) erano presenti, anche se in misura minore, gli animali domestici (ovicaprini, suini, bovini). Nell'economia infatti giocava ancora un ruolo importante la caccia, la pesca (attestata da vertebre, mandibole di pesce e due ami) e la raccolta dei molluschi (Trochus, Patella). Nello strato IIb della grotta della Pollera la ceramica recuperata è decorata quasi esclusivamente con una tecnica a graffito molto accurata, con incrostazioni di pasta gialla e rossa. I motivi decorativi sono costituiti da denti di lupo, triangoli e bande campiti prevalentemente a graticcio. Lo stile, denominato "stile della Pollera" è documentato anche nello strato 13 delle Arene Candide in cui sono presenti anche fasci di linee spezzate a zig-zag e il motivo a "bandierine". Tale orizzonte, in base alle datazioni radiocarboniche, si può datare alla seconda metà del V millennio a.C. Le datazioni radiocarboniche più antiche che provengono dalle Arene Candide e dalla Pollera si inquadrano tra la fine del VI e la prima metà del V millennio a.C.
Durante il Neolitico Antico c’era, presumibilmente, una circolazione via mare, a lunga distanza, di persone e merci (incluse le ceramiche). Il reperimento di un cilindro di terracotta,  con una serie (5×12) di incisioni lineari, sulla sua superficie, ortogonali fra loro, formanti 60 caselle quadrate, rappresenta un oggetto unico nel panorama del neolitico italico. Si tratta, probabilmente, di un “Token”: termine inglese che si può tradurre come “segno stampato”, “contrassegno stampato”, ma che in termini archeologici indica un sistema di registrazione numerica. Il manufatto presenta, in 8 delle 60 caselle, un punto, impresso prima della cottura e, verosimilmente, sarebbe un antichissimo sistema di numerazione. Reperti simili si trovano in aree archeologiche, di epoche contemporanee al sito in esame, situate, soprattutto, in Medio Oriente: l’oggetto sarebbe unico fra i reperti del Neolitico italiano e potrebbe dimostrare la vastità delle influenze culturali e commerciali con popoli ed aree distanti del Mediterraneo Orientale, a loro volta legate a popolazioni più lontane di quanto fino ad ora considerato.

Nel 5.300 a.C. - Intorno al 5.300 a.C. la produzione di ceramica interessa anche la Finlandia. Le ceramiche più rappresentative appartengono alle culture della ceramica a pettine, note per i loro caratteristici motivi decorativi.

Scrittura dei  Sumeri e Sumerico cuneiforme
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Dal 5.000 a.C. - I Sumeri si stanziano in Mesopotamia.
I Sumeri (abitanti di Šumer, egiziano Sangar, biblico Shinar, nativo ki-en-gir, da ki = terra, en = titolo usualmente tradotto come Signore, gir = colto, civilizzato, quindi "luogo dei signori civilizzati") sono la prima popolazione sedentaria al mondo, dopo le civiltà della valle dell'Indo, che possa essere considerata "civilizzata". Prima grande civiltà della nostra storia, i Sumeri possedevano conoscenze matematiche, ingegneristiche e cosmiche tali da fare ipotizzare a Zecharia Sitchin una loro origine extraterrestre. Il biblico Abramo, patriarca per l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam, le 3 religioni monoteiste e patriarcali, era sumero, originario della città di Ur. I Sumeri appartenevano ad un'etnia della Mesopotamia meridionale (odierno Iraq sud-orientale), autoctona o stanziatasi in quella regione dal tempo in cui vi migrò (dal 5.000 a.C.) fino all'ascesa di Babilonia (attorno al 1.500 a.C.).
Il pannello "Faccia della guerra"
denominato "Stendardo di Ur"
rinvenuto nel Cimitero Reale
della città di Ur del 2600 a.C. circa:
h 20 cm,  di lapislazzuli, conchiglie
e bitume. Si vedono  i carri  sumeri
 trainati da onagri che travolgono
i nemici sconfitti. - Clicca
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I Sumeri rivestono grande importanza per l'Europa e per il mondo anche perché introdussero la scrittura. La loro scrittura cuneiforme sembra aver preceduto ogni altra forma di scrittura codificata e compare attorno alla fine del IV millennio a.C.
Le antiche città di Sumer.
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Il sistema di numerazione sumero era sessagesimale cioè in base 60, lo stesso che usiamo noi per misurare gli angoli. Le tavolette del 3.000 a.C. dimostrano che era presente un simbolo per l’1, uno per il 10, uno per il 60, uno per il 600 e uno per il 3.600. Il sistema era posizionale, dunque il numero si evinceva in base alla posizione dei simboli stessi. La civiltà sumerica praticava l'agricoltura organizzata e pianificata livello di massa, oltre all'allevamento. Solo l'agricoltura diffusa infatti, permette ad una popolazione di essere stanziale e di strutturare una società complessa, con classi sociali che non devono occupare il proprio tempo a procacciarsi il cibo e che possono invece interpretare, specializzandosi, nuovi ruoli sociali rispetto ai cacciatori-raccoglitori. L'oroscopo con le previsioni per il futuro aiutavano quindi gli agricoltori sumeri a prevedere anche il tempo meteorologico e i momenti più adatti per le semine e i raccolti, oltre ai tipi di colture idonee ai tempi. Da li si originò la ricerca del principio cosmico...l'archè dei greci, da cui derivare gli effetti terreni. Talete stesso, il primo filosofo greco, si arricchì in seguito ad una sua previsione astrologica inerente ed una super produzione di olive e quindi di olio. Tutte le pratiche divinatorie cercano delle risposte fondandosi sul principio che nulla è casuale. La ricerca è infatti incentrata sul causale, nell'individuare quali cause potranno agevolare determinati effetti. I Sumeri assunsero quindi grandi conoscenze astronomiche, e per primi sovrapposero agli astri la valenza di divinità, scoprendo le meccaniche di causa ed effetto cosmiche, (l'Astrologia) influenzando per sempre la visione cosmogologico-religiosa delle successive civiltà del Mediterraneo e del vicino Oriente.
Divinità dei Sumeri, sigillo cilindrico
n.VA243  - Museo di Berlino.
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Si tratta di uno dei popoli più antichi, che fissò per primo la sfera delle idee morali e delle concezioni religiose, che per primo creò delle leggi (il Codice di Ur-Nammu fu redatto quasi tre secoli prima del Codice di Hammurabi), e soprattutto il popolo che per primo inventò la scrittura, ovvero una serie di simboli scritti (o meglio incisi) che avessero corrispondenza con le idee pronunciate, dando così 
Divinità dei Sumeri nel sigillo cilindrico
n.VA243 del Museo di Berlino: si noti
la rappresentazione del sistema solare.
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inizio a quella che chiamiamo storia e alla prima letteratura. Il percorso che ci ha portato alla quasi completa comprensione della cultura sumera è stato lungo e tortuoso, spesso fuorviante, sicuramente complicato anche dalla differenza concettuale tra la nostra scrittura a lettere e la loro particolare scrittura, chiamata cuneiforme dalla forma appunto a cuneo dei caratteri utilizzati. È opportuno precisare che, concettualmente, la scrittura sumera è molto simile a quella cinese o giapponese: un ideogramma, o un cuneo nel caso sumero, poteva indicare non un solo oggetto, ma altri oggetti, idee o gesti correlati allo stesso.
Divinità solare di Sumer: il disco alato.
Ad esempio, il simbolo designato per indicare la parola "bocca", che ha una determinata pronuncia, poteva essere utilizzato in altri contesti, e con pronunce diverse, per indicare la sfera di concetti legati alla bocca: "parlare", "dente", "parola" e via dicendo. Questo fece cadere in errore i primi sumerologi, quando scoprirono le tavolette che descrivevano l'Epopea di Gilgamesh, re di Uruk: la prima traslitterazione del nome "Gilgamesh" fu infatti "Izdubar", errore che in seguito venne notato e corretto.
Carta della mezzaluna fertile con il
dominio di Sumer.  Clicca
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Questo non è che un esempio delle difficoltà che gli studiosi incontrarono nel catalogare e tradurre le tavole di Sumer. Man mano che gli studi procedevano si scopriva un mondo fatto di uomini, eroi e dei (gli Annunaki) strettamente legati gli uni e gli altri ed alla natura stessa. Ai giorni nostri ancora si discute se la mitologia sia un insieme di semplici favole, oppure un tentativo di spiegare i fenomeni naturali, oppure un insegnamento morale nato dalla coscienza collettiva di un popolo; per quanto riguarda i sumeri, tutte queste congetture sono probabilmente da ritenersi ugualmente valide. La civiltà sumera si è sviluppata intorno al 5.000 a.C., quando il mondo era giovane e l'uomo aveva appena preso coscienza di sé e della propria collettività. Per accostarsi correttamente alla mitologia sumera, occorre avere ben presente quale fosse la concezione che i sumeri avevano della vita stessa; ci si può basare sui fatti, senza dubbio, ma la sociologia e l'antropologia ci possono venire in aiuto nella comprensione di un popolo ormai scomparso. E queste scienze, insieme alle ottime traduzioni dei testi in nostro possesso, ci presentano un mondo in cui l'uomo non è completamente padrone del proprio destino: ovverosia, lo è nel momento in cui si rende consapevole del fatto che si trova sulla Terra con il solo ed unico scopo di servire gli dei. Egli non è ancora l'homo faber dei latini, e la morte è l'unica sorte che lo aspetta: solo gli dei sono immortali, e questa è la legge ineluttabile della vita. La locuzione latina Faber est suae quisque fortunae, tradotta letteralmente significa "Ciascuno è artefice della propria sorte". L'espressione è caratteristica della teoria dell'homo faber, secondo cui l'unico artefice del proprio destino è l'uomo stesso; viene talvolta vista come un iniziale contrapporsi dell'uomo romano all'idea del fato (dominante nel mondo classico), per essere responsabile protagonista delle sue azioni o nella lotta contro il bisogno e la miseria.

Ricostruzione di scenario del
 Neolitico di Zdenek Burian. Da:
http://www.thehistorytemple.com/
preistoria/neolitico-agricoltura
-e-allevamento-la-loro-nascita
-e-avvolta-nel-mistero/
- La civiltà agricola e dell'allevamento, comporta una nuova maniera di inquadrare la vita sociale: con la capacità di creare grandi riserve alimentari, attraverso l'agricoltura e l'allevamento, il nomadismo caratteristico delle bande e tribù di raccoglitori-cacciatori (società egualitarie) cessa, e nella stanzialità il tessuto sociale si suddivide in classi e categorie. Le riserve alimentari e la ricchezza in generale, vengono gestite dalle élite, che le ottengono sottoforma di tasse e tributi: per fare il rendiconto dei tributi serve la scrittura, e servono nuove corporazioni con nuove competenze per gestire le nuove tecnologie. Nascono quindi le cleptocrazie, società non egualitarie in cui alcuni gruppi sociali sottraggono la loro ricchezza dai redditi dei sottomessi.
Da "Armi, Acciaio e Malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni" di Jared Diamond:
"Cosa deve fare un'élite per avere il consenso popolare e allo stesso tempo mantenere il suo stile di vita?Nei secoli, le soluzioni preferite sono state queste quattro:
1Disarmare le masse e trasformare l'esercito in una casta elitaria. Questo è molto più facile oggi, perché si può avere il monopolio delle armi tecnologiche prodotte in modo industriale; in passato, chiunque poteva fabbricarsi da sé una lancia o un mazza.
2Rendere le masse felici ridistribuendo i tributi in modi a queste graditi. È un principio valido per i capi hawaiani come per i politici del giorno d'oggi.
3Usare il monopolio della forza per mantenere l'ordine pubblico e calmare la violenza, facendo contenti i bravi cittadini. Questo è un vantaggio delle società centralizzate che viene spesso trascurato. Gli antropologi un tempo pensavano che le società organizzate in bande e tribù fossero non violente, citando come esempio tipico gli studi di qualche collega che non aveva osservato alcun omicidio durante una permanenza di tre anni in un gruppo di 25 persone. Beh, è del tutto ovvio: è facile calcolare che una dozzina di adulti con una dozzina di bambini, soggetti alle normali cause di morte, si estinguono se iniziano ad uccidersi tra loro ad un ritmo di uno ogni tre anni. Studi più approfonditi condotti per periodi di tempo più lunghi rivelano che l'omicidio è una delle principali cause di morte nelle società tradizionali. Mi capitò di essere presente mentre un'antropologa intervistava alcune donne della tribù guineana degli iyau. Una dopo l'altra, alla domanda «come si chiama tuo marito» rispondevano con una serie di nomi e di morti violente. Ecco una risposta tipica: «Il mio primo marito fu ucciso in un attacco degli elopi. Il mio secondo marito fu ucciso da un uomo che mi desiderava e che divenne il mio terzo marito. Questo fu ucciso dal fratello del secondo marito, per vendetta». Biografie di questo tipo non sono rare tra i «pacifici» indigeni, e fanno capire perché l'accettazione di un'autorità centrale sia stata sempre più generalizzata.
4Fabbricare un'ideologia o una religione che giustifica la cleptocrazia. Gli uomini delle bande e delle tribù credevano già nelle entità soprannaturali, ma questo non giustificava l'esistenza dell'autorità o del trasferimento di ricchezze, e non bastava a frenare la violenza. Quando un insieme di credenze fu istituzionalizzato proprio a questo scopo, nacque ciò che chiamiamo religione. I capi hawaiani erano assai tipici in questo, visto che si proclamavano dei, o figli di dei, o per lo meno in stretto contatto con gli dei. Cosi potevano dire al popolo che lo servivano facendo da intermediari con il soprannaturale, recitando le formule rituali per ottenere la pioggia, un buon raccolto o una pesca abbondante. Nelle chefferies troviamo in genere un'ideologia che anticipa le religioni istituzionalizzate, e che serve a rafforzare l'autorità del capo. Il capo può essere un leader politico e religioso allo stesso tempo, o può mantenere una casta di sacerdoti che provvede alla bisogna. Ecco perché una così larga parte dei tributi serve per costruire i templi, che servono sia come luoghi di culto della religione ufficiale sia come segni visibili di potere. Oltre a fornire questo tipo di giustificazione, la religione porta due importanti vantaggi alle società centralizzate. 
Carta dei siti di rilievo per presenza
di costruzioni  megalitiche
databili dal 4800 a.C. al 1200 a.C.
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Innanzitutto, aiuta a risolvere il problema della convivenza pacifica tra estranei, provvedendo a fornire un legame comune che va al di là della parentela. In secondo luogo, fornisce qualche motivazione di carattere idealistico per il sacrificio della vita: così, al prezzo di pochi soldati che muoiono in battaglia, una società diventa più efficiente nelle conquiste e nel resistere agli attacchi esterni." Per "Le origini del nostro ordinamento economico: il governo dei ladri" clicca QUI.

Vie di penetrazione in Europa della
 civiltà megalitica proto-ligure, da sud.
Dall'Atlante storico di Hermann
Kinder e Werner Hilgemann, 1964.
Dal 4.800 a.C. - Prende avvio la prima fase di costruzione di megaliti in numerose aree europee. Secondo alcuni studiosi, fra cui il prof. Adolf Schulten, sono opere, perlomeno in parte, di una civiltà proto-Ligure.

- Genti Liguri hanno iniziato a cospargere di petroglifi le vallate e i rilievi nei pressi del monte Bego. Nella Valle delle Meraviglie (in francese Vallée des Merveilles), che fa parte del massiccio del Mercantour, nei pressi del confine fra Liguria, Piemonte e Francia, sono state scoperte più di 35.000 incisioni rupestri preistoriche, tra le quali numerose figure di armi (pugnali e alabarde) risalenti soprattutto all'età del Rame (III millennio a.C.) e in misura minore all'antica età del Bronzo (2.200-1.800 a.C.). Sono presenti anche figure più antiche, in particolare reticolati e composizioni topografiche (nell'area di Fontanalba), databili al Neolitico (V e IV millennio a.C.).
Incisioni rupestri della Valle
delle Meraviglie.
La Valle delle Meraviglie si trova nel comune di Tenda.
Carta del Mercantour  con la Valle
delle Meraviglie.
Fino al 1861 faceva parte della Contea di Nizza sabauda, poi dal 1861 al 1947 ha fatto parte dell'Italia ed era compresa nella provincia di Cuneo, col Trattato di Parigi del 1947 passò alla Francia. A partire dal 1967 è stata avviata un'indagine sistematica della zona da parte di un gruppo di universitari, museisti e scienziati finanziato dal Ministero della Cultura francese e dal Consiglio Regionale delle Alpi Marittime. Ad oggi sono state registrate oltre 35mila incisioni preistoriche (50mila comprendendo quelle storiche), la maggior parte delle quali si trova intorno al Monte Bego, da molti considerata una montagna sacra per gli antichi Liguri al pari del Monte Beigua, fra le province di Savona e Genova (non a caso altra zona ricca di incisioni rupestri). La ripartizione dei graffiti è di circa metà nella Valle delle Meraviglie, situata a ovest del Bego e metà a nord, nella Valle di Fontanalba. Vi sono anche altre zone più a nord con presenza di incisioni, ma di minore importanza. Si possono quindi identificare i seguenti settori in ordine decrescente di importanza:
Riproduzione di alcuni petroglifi della Valle delle Meraviglie.
- Valle delle Meraviglie
- Valle di Fontanalba (in francese
   Fontanalbe)
- settore di Valauretta (in francese
  Vallaurette)
- settore del Colle del Sabbione (in
   francese Col du Sabion) (tra
   Francia e Italia)
- settore del Lago di Santa Maria
- settore di Valmasca (Valmasque)
- settore del Lago Vej del Bouc, in Italia.
Il tutto è compreso in un'area di 40 km².

- Dalla fine del quinto millennio alla fine del terzo millennio a.C. (periodo che comprende il Neolitico e l'Età del Bronzo), si manifestarono in Europa delle civiltà che erigevano monumenti litici (in pietra) finalizzati al culto. Di Alfredo Pirondini da http://www.academia.edu/1527893/REPERTI _ARCHEOLOGICI_DEL_FINALESE_E_NASCITA_DELLA_ RELIGIOSIT%C3%80_NELLA_PREISTORIA_UMANA:
Altare sopra Arma Strapatente, in
provincia di Savona.
Vennero erette costruzioni megalitiche come Menhir semplici ed allineati, Dolmen, Cromlech (recinti megalitici), spesso vicino a rocce incise, considerate contemporanee dei megaliti limitrofi. Il significato di tale prossimità potrebbe essere spiegato come un segno della presenza del “sacro”. Le raffigurazioni di “oranti” avvalorerebbero, inoltre, questa ipotesi. Coppelle e canalette potrebbero, invece, essere state utilizzate come contenitori e collettori di liquidi (organici e/o meteorici) a scopi rituali. I “cruciformi” incisi su queste pietre sarebbero, invece segni di Cristianizzazione e, quindi, potrebbero essere considerati di epoca meno remota. Ciò indicherebbe una frequentazione di questi siti in periodo romano, medievale e, forse anche più recente, con finalità anche differenti da quelle originali (per cacciare o per allevare animali).
Menhir a Bric di Pianella, in
provincia di Savona.
Nella zona di Finale Ligure sono presenti strutture orientate astronomicamente: “Osservatorio” di Bric Pianarella (con annessa “casella”), Menhir e Dolmen di Verezzi, Dolmen di Monticello, Rocce Altare e Tavole in Pietra di Finale presenti sui maggiori rilievi della zona (Altari di Monte Cucco, di Bric Pianarella, della Rocca degli Uccelli, del Bric del Frate, dell'Arma Strapatente, del Bric di Sant'Antonino). Tutte queste strutture megalitiche sono in stretta vicinanza con rocce incise ampiamente conosciute  come il Ciappu de Cunche (o Ciappo delle Conche: il termine "ciappo", nel Finalese, indica una lastra di pietra), il Ciappu de Cunchette (Ciappo dei Ceci), il Ciappu du Sà (Ciappo del Sale), il Ciappo Pianarella, il Ciappo della Valle dei Frassini (per citare solo quelli più noti) con presenza di incisioni di oranti, croci, coppelle e canalette. La datazione dei reperti descritti costituisce un problema di difficile soluzione, in quanto i petroglifi si trovano in un luogo “aperto”, facilmente modificabile da fattori meteorici ed umani.
Dolmen "dei tre pè" di Castellermo,
in provincia di Savona.  
La presenza di altre strutture simili in area Europea è, comunque, ben conosciuta. Ricordiamo, infatti, quanto riportato in numerosi studi che fanno riferimento al santuario di Panoias, (Portogallo settentrionale). Qui, accanto ad una grande roccia con vasche, canali e coppelle, scalini scavati nella roccia, vi è la seguente iscrizione latina risalente al III sec. d.C.: "HUIUS HOSTIAE QUAE CADUNT HIC IMM(ol)ANTUR EXTRA INTRA QUADRATA CONTRA CREMANTUR - SAN(gu)IS LAC(i)CULIS (iuxta) SUPERFU(ndi)TUR" (traducibile con: “Qui sono consacrate agli dei le vittime che vi vengono abbattute: le loro interiora vengono bruciate nelle vasche quadrate e il loro sangue si diffonde nelle piccole vasche circostanti”). I grandi affioramenti rocciosi, con caratteristiche simili a quelle descritte per il santuario di Panoias, presenti nel Finalese, potrebbero, almeno per un certo periodo, avere avuto una funzione analoga.
Dolmen di Monticello, in provincia
di Savona.
Il fatto, inoltre, che le “pietre-altare” siano costruite su luoghi elevati indica, probabilmente, la volontà di scegliere un sito appropriato dal quale si potesse avere una sorta di controllo visivo del territorio sottostante, in rapporto anche alla sacralità delle postazioni di altura e delle cime montane, tipica delle popolazioni celto-liguri.
Dolmen e Menhir non sono, quindi, estranei all'area culturale del Finalese e subalpina come si pensava fino a poche decine di anni addietro. Si riteneva, infatti, che la cultura megalitica si fosse arrestata nella regione transalpina, senza  oltrepassare le Alpi. 
Dolmen di San Giovanni presso
Massafra, in provincia di Taranto.
Unica eccezione era l'area pugliese, i cui dolmen, pietre-fitte e specchie erano però attribuiti all'influsso di popolazioni provenienti dalla penisola balcanica, attraverso l'Adriatico, in quanto, nel restante bacino del Mediterraneo, il megalitismo è ben rappresentato. Il lavoro di Puglisi "La Civiltà Appenninica. Origine delle comunità pastorali in Italia " alla fine degli anni '50 del secolo scorso e la scoperta, negli anni '60, della necropoli megalitica di Saint Martin de Corléan, ad Aosta, dimostrarono l'infondatezza di questa tesi. Del tutto recentemente sono stati descritti reperti di possibile interesse megalitico anche in Val Ceresio, come menhir, dolmen, strade megalitiche, incisioni rupestri. La zona interessata dalle ricerche è poco conosciuta dal punto di vista archeologico, pur facendo parte dell'area golasecchiana. Con le dovute cautele, la datazione di tali reperti può essere fatta risalire al Neolitico ed all'Età del Bronzo, ad opera di popoli pre e/o protoceltici. Recenti studi, basati sulle nuove metodiche di ICP/OES o AAS (acronimi per Induced Coupled Plasma/Optical Emission Spectroscopy o Atomic Absorption Spectroscopy) hanno dimostrato che la metallurgia era ampiamente conosciuta, nell'area oggetto del presente studio, già nella Media Età del Bronzo (1.600 - 1.350 a.C.) e che l'attività estrattiva era praticata anche in località minerarie della Valle stessa. La Val Ceresio sarebbe stata, quindi, fin dall'Età del Bronzo, parte di vie di scambio dei metalli fra il Mediterraneo, la Val Padana e l'Europa Transalpina. Nella seconda metà degli anni '80 del secolo scorso, sono stati identificati a Nord di Sanremo (nella provincia di Imperia) due tumuli sepolcrali circolari. Uno di questi, studiato con metodi stratigrafici dalla locale sezione dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri, ha potuto essere attribuito alla fase finale dell'Età del Bronzo. [Alessi C. (2009) Sanremo (IM). Siti Archeologici a Monte Bignone. Archeomedia - Rivista di Archeologia On-line (settembre 2009)].
Menhir presso Passo
delle Porte, Andagna,
in provincia di Imperia.
Percorrendo, per circa 15 Km, la strada provinciale che da Molini di Triora (provincia di Imperia) conduce a Rezzo, si raggiunge Passo Teglia (1.387 m. s.l.m). Dalla sommità del valico si prende il sentiero che conduce, percorrendo trasversalmente la faggeta del Bosco di Rezzo, al Passo della Mezzaluna. Fra Passo Teglia ed il Passo della Mezzaluna , lungo la "Via Marenca" (o Marenga, del mare) di origine e frequentazione millenaria, troviamo il "Sotto" di San Lorenzo. Qui possiamo ammirare un masso altare, probabilmente utilizzato per sacrifici animali, con una coppella e relativo canaletto di scolo. Il masso è situato ai margini di una depressione del terreno (ora una dolina, probabilmente sede di un laghetto), nel punto illuminato per ultimo dal sole prima del tramonto. Nei pressi un antico insediamento pastorale sottoroccia, ricavato in uno sfasciume di massi adattati a ripari. Nel punto più alto della valletta (Passo delle Porte, nei pressi della cima di Carmo dei Brocchi), dal quale è possibile vedere il mare, una pietra conficcata nel terreno, contrassegna un luogo di raduno di particolare significato. Il menhir è alto circa due metri, largo 60 cm e spesso 10, e si presenta oggi inclinato su un fianco. Anche se non è possibile attribuirgli un'età, si tratta evidentemente di una testimonianza del mondo pastorale, che rispecchia quindi schemi di vita e di pensiero protrattisi immutati nei secoli. E' curiosa l'analogia (luna e stelle) dei nomi delle località: Mezzaluna e San Lorenzo, la cui notte (10 agosto) è la notte delle stelle cadenti.  
Il dolmen di Verezzi, in provincia di
Savona.
Anche altri manufatti presenti in Liguria, come il Menhir ed il Dolmen di Verezzi, fino ad allora attribuiti, pur con riserve, alla civiltà contadina recente, hanno assunto un significato diverso e la scarsità di reperti megalitici in Italia, differentemente dalle regioni transalpine (specie nord-occidentali ed insulari), potrebbe spiegarsi con il maggiore avvicendamento di civiltà nel corso del tempo, fatto che avrebbe trasformato radicalmente l'aspetto del territorio, comportando la perdita di molti di questi artefatti. La presenza di Megaliti, può essere dunque considerata come un marcatore dei legami esistenti, già dal Neolitico, fra MediterraneoItalia Nord Occidentale ed Europa Transalpina. In questa prospettiva, la Liguria, grazie alle peculiarità geologiche, paleontologiche e paletnologiche descritte, può rappresentare un crocevia per tali scambi commerciali e culturali, già ampiamente documentati per le successive epoche preistoriche e protostoriche. La diffusione delle Culture della Ceramica Impressa e dei Vasi a Bocca Quadrata nell'Italia Settentrionale e nella restante Europa continentale, dimostra attivi scambi commerciali e culturali con il Nord. Il ritrovamento del “Token” di Pian del Ciliegio, prova rapporti culturali e commerciali, fin dal Neolitico Antico, con regioni Mediorientali, quali la Fenicia e la Mesopotamia. Da: Del Lucchese A. "Il Riparo di Pian del Ciliegio. Quaderni del Museo Archeologico del Finale. 2009" Il reperimento di un cilindro di terracotta con la una serie (5×12) di incisioni lineari, sulla sua superficie, ortogonali fra loro, formanti 60 caselle quadrate, rappresenta un oggetto unico nel panorama del neolitico italico. Si tratta, probabilmente di un “Token”: termine inglese che si può tradurre come “segno stampato”, “contrassegno stampato”, ma che in termini archeologici indica un sistema di registrazione numerica. Il manufatto presenta, in 8 delle 60 caselle, un punto, impresso prima della cottura e, verosimilmente, sarebbe un antichissimo sistema di numerazione. Reperti simili si trovano in aree archeologiche, di epoca contemporanee al sito in esame, situate, soprattutto, in Medio Oriente: l’oggetto in esame sarebbe unico fra i reperti del Neolitico italiano.

Dal 4.000 a.C. - I risultati degli scavi di Çatalhöyük realizzati da James Mellaart, nel 1955 e da Fritz Schachermeyr, nel 1979 portano a concludere che i Pelasgi sono migrati dall'Asia Minore nel bacino dell'Egeo dal IV millennio a.C. Altri studiosi hanno attribuito ai Pelasgi un certo numero di caratteristiche culturali e linguistiche non-indoeuropee:
In rosso l'isola di Lemnos, in Grecia.
- presenza di prestiti linguistici non-indoeuropei nel greco, introdotti nel suo sviluppo preistorico,
- presenza di toponimi non greci nella regione contenenti la sequenza "-nth-" (esempio Corinth), oppure "-tt-", in Attica, o "-ss-"(esempio Larissa),
- alcuni miti e divinità (spesso dee) che non hanno corrispondenza in altri popoli indoeuropei come Germani, Celti o Indiani,
- un piccolo numero di iscrizioni in una lingua non greca.
Quelle meglio conosciute provengono dall'isola di Lemnos, e sono affini all'etrusco.

Palafitta.
- Il sito palafitticolo di Fiavè, in Trentino, uno dei più importanti d’Europa è stato recentemente inserito nel Patrimonio mondiale dell'Unesco: le palafitte di Fiavè costituiscono un punto di riferimento di eccezionale importanza per la storia delle palafitte preistoriche in Europa. La loro rilevanza archeologica, già nota dalla seconda metà dell’800, emerge grazie agli scavi sistematici diretti da Renato Perini tra il 1969 e il 1975, che hanno portato alla luce diversi tipi di abitati palafitticoli. I ritrovamenti, nonché le analisi paleoambientali estese a tutto l’antico bacino lacustre, oggi completamente intorbato, permettono di ricostruire la storia del lago, che inizia circa 15.000 anni fa, e quella delle comunità umane che si avvicendarono lungo le sue sponde e che va dal Mesolitico (VII-VI mill.a.C.) fino all’età romana. L'insediamento stabile più antico, resti di capanne erette anche su una bonifica della sponda lacustre, è databile alla prima metà del IV millennio a.C.

Antica rappresentazione di Eingana.
Il ricordo degli Euganei si conserva
nelle leggende e nelle favole delle eingane
o anguane/angane/aivane, ecc. Gli antichi
Euganei abitavano palafitte lungo laghi
e fiumi e le Anguane sono la loro mitica
rappresentazione che ne determina il nome
nelle varianti etnonimiche: in retico Anauni,
in ligure Ingauni. Clicca sull'immagine
per ingrandirla.
- Una popolazione italica, ligure e preindoeuropea, fu quella degli Euganei. Gli Euganei furono un popolo insediatosi originariamente nella regione compresa fra il Mare Adriatico e le Alpi Retiche. Successivamente essi furono scacciati dai popoli Veneti in un territorio compreso tra il fiume Adige ed il Lago di Como, dove rimasero fino alla prima età imperiale romana. Catone il Censore, nel libro perduto delle Origines, annoverava tra le maggiori tribù euganee i Triumplini della Val Trompia ed i Camuni della Val Camonica. Si trattava probabilmente di un popolo preindoeuropeo di stirpe affine a quella dei Liguri Ingauni, come testimoniato dall'analogia dei nomi. Appartengono alla stessa stirpe degli Euganei, secondo Plinio il Vecchio anche gli Stoni in Trentino. Si dedicavano alla raccolta e alla caccia ed erano nomadi. Scoprirono l'agricoltura e l'allevamento e diventarono sedentari costruendo villaggi di capanne e palafitte e radunandosi in tribù. Già nei tempi antichi conoscevano l'uso dei metalli. Testimonianze apprezzabili risalgono al neolitico indicando una società piuttosto primitiva: tracce di abitazioni, ma soprattutto manufatti di osso, selce e vasi di terracotta ad uso religioso. Gli insediamenti principali sono stati ritrovati sulle colline vicine a Padova; scendevano in pianura per celebrare riti religiosi, in particolare in prossimità delle sorgenti termali dove adoravano varie divinità, fra cui forse il dio Apono, più tardi entrato a far parte dei culti delle popolazioni Venete. Ad essi si deve il termine "Venezia Euganea" usato in passato per definire la regione Veneto.
Resti di castellaro a Bric Camulà,
nel comune di Arenzano (GE).
Quando i Veneti raggiunsero il loro territorio fra il XII e l'XI secolo avanti Cristo, provenienti da un'imprecisata regione dell'Europa orientale, in parte spostarono verso Ovest gli Euganei ed in parte li assorbirono fondendosi con loro. Nel II secolo a.C. vennero sottomessi dai Romani e si fusero con i popoli vicini.

A partire dal IV millennio a. C. si accrebbero le conoscenze riguardanti il trattamento dei minerali metalliferi e in seguito allo sviluppo della metallurgia, le società si organizzarono in assetti sempre più complessi, con vere e proprie strutture gerarchiche.
Muro di cinta di castellaro a
Verezzi (SV).
Furono costruite fortificazioni di altura, note con il nome di Castellieri o Castellari.

Dal 3.600 a.C. - Nel territorio Ligure, il nuovo uso delle risorse porta ad un miglioramento delle condizioni di vita, ad un aumento della popolazione e ad una società più complessa, in cui prendono a manifestarsi delle specializzazioni nei vari settori produttivi, che consentono attività quali il riconoscimento e lo sfruttamento dei giacimenti di minerali.
Nella Liguria orientale (a Monte Loreto, nell'entroterra di Sestri Levante) sono state ritrovate le tracce delle più antiche miniere di rame finora note in Europa occidentale (3.600-2.400 a.C.). 
Resti di fortificazione dei Liguri
sul monte Vallasa (AL).

STORIA
Dal 3.500 a.C. - Inizio della Storia. Per convenzione, si considera Storia il periodo da cui esistono documenti scritti. Si diffonde la civiltà dei metalli. La prima "civiltà dei metalli" comincia con l'uso dell'oro a scopi ornamentali e prosegue con l'età del rame, epoca in cui avvengono anche la domesticazione del cavallo e l'invenzione della ruota. Migliorando le tecniche di fusione, l'uomo impara a formare una lega del rame con lo stagno ottenendo così il bronzo, molto più duro ed utile per utensili ed armi.

Dal 3.250 a.C. - Inizia la migrazione dall'India di quelli che noi chiamiamo Fenici e che erano gli stessi che abitavano sulle coste orientali dell’italia meridionale, che allora si chiamavano Yoni perchè portavano un bastone biforcuto per simbolizzare i genitali femminili (erano portatori di una cultura matriarcale).
La Y degli Ioni
Quando proseguirono per il medio oriente li chiamarono Pallis (palo, bastone, pastori), a causa del bastone, e dopo che si insediarono nel territorio circostante le rive del giordano denominarono quella terra “Pallis-tan (tan = terra), che signica “Terra dei Pastori”, italianizzato Palestina. Alcuni fra questi preferirono la vita nomade e si fusero con i popoli delle sabbie, ara-bac, quelli che gli Egizi chiamarono poi Hixos = capi pastori. Venivano dall’India, dopo la scissione del grande impero bianco, che gli Ari avevano sovrapposto al grande impero nero, a causa del conflitto sulla causa prima del mondo, maschile o femminile. Costoro erano i perdenti, cioè la feccia dell’India protostorica.  Erano i primi Hindi che si riversavano, a partire del 3250 a.C., in altre parti del mondo. Quelli che seguirono il principe Hirsou che aveva perso la sua battaglia per l’affermazione femminile, vennero chiamati Hirsity e poi Hittiti. Alcuni di questi si stanziarono in Hirpinia (capito il senso) e Malevento. Questi Hindi portarono con loro la scrittura che già da millenni usavano nella loro patria, l’India. Anche il colore delle proprie vesti, il rosso, era un simbolo matriarcale, il mestruo, da cui Fenici = rossi, mentre i patriarchi vincitori Hindi che rimasero nella loro terra adottarono il bianco, simbolo maschile derivante dal colore dello sperma, adottato dai Bramini.
Tratto da http://nosatispassion.altervista.org/tipografia/5466/i-fenici-inventano-lalfabeto/

Europa - Siti di rilievo per la
 presenza di costruzioni
  megalitiche databili dal
4800 a.C. al 1200 a.C.
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per ingrandirla.
Dal 3.000 a.C. - Prende avvio la seconda fase di costruzione di megaliti in numerose aree europee.

l'Europa occidentale è abitata da una civiltà proto-Ligure. Questa civiltà, autoctona e non indoeuropea, con vocazione megalitica, potrebbe essere derivata da gruppi del genere Cro-Magnon. Sono i Greci che ci danno una prima descrizione di chi aveva abitato l'Europa prima dei loro stanziamenti: la fonte più antica è rappresentata da una discussa versione di un frammento di Esiodo (fine VIII inizi VII secolo a.C.), riportato da Strabone, che cita i Liguri insieme agli Etiopi e agli Sciti come i più antichi abitanti dell’Europa.
Vie di penetrazione e di traffici in
Europa da parte della civiltà
 megalitica proto-ligure, da
"Atlante storico" di Hermann
Kinder e Werner Hilgemann, 1964.
Nel "V Simposio Internazionale di Preistoria Peninsulare: Tartesso 25 anni dopo" tenuto a Jerez de la Frontera nel 1995, vennero illustrate le ipotesi contenute nei testi di O. Arteaga , H.D. Schulz e A.M. Roos sul tema: "Il problema del Lacus Licustinus. Ricerca geoarcheologica intorno alle paludi del Basso Guadalquivir". Ecco uno stralcio della relazione: "Il Professor Schulten, considera ligure l'intera penisola spagnola prima dell'invasione della stirpe iberica (camita-berbera) dall'Africa, e pensa che la lingua basca sia una reliquia ligure.". Da notare che il popolo basco è stato da lunghi decenni oggetto di numerosi studi, sia dal punto di vista etnico, linguistico e biologico, con l'intento di chiarire l'antica origine di questa popolazione, e dal punto di vita biologico è stata riscontrata la presenza, in una forte percentuale della popolazione (circa il 30% - 35%), del fattore Rh negativo. Gli studi condotti portano ad ipotizzare che l'origine del popolo basco sia da ricondurre alle antiche popolazioni umane che, autoctone, abitavano l'Europa durante il paleolitico e che, a seguito dell'ultima glaciazione, si sono insediate nell'attuale area dei Paesi Baschi. Prosegue la relazione "L'affermazione che le popolazioni primitive della penisola iberica fossero liguri, poggia su un brano di Esiodo del VII secolo a.C., chiamante ligues (ligure n.d.r.) tutta l'Europa occidentale. Scriveva Esiodo che l'Europa era stata abitata da Etiopi, Liguri e Sciti allevatori di cavalli, e sappiamo che gli Etiopi erano africani e gli indoeuropei Sciti migrarono in Europa nel 1.700 a.C. Eratostene, che riunì nella sua geografia le principali notizie conosciute nel suo secolo (III a. C.), nell'accennare alle tre grandi penisole del Mediterraneo, dopo l'ellenica e l'italica nomina come terza (la penisola iberica) la ligustica, cioè ligure, che diceva estendersi fino alle colonne d'Ercole, osservando inoltre che il mare ad occidente della Gallia fu chiamato ligustico per il fatto che le sponde meridionali della Gallia stessa furono anticamente occupate dai Liguri, indicati generalmente come i primi abitatori storici e popolo prevalente in quella regione prima dei Celti. Anche Eratostene chiama Ligustica l'intera Europa occidentale e Avieno (nell'Ora maritima), descrivendo l'attuale Andalusia, cita il lacus Ligustinus, e chiama la Galizia e il Portogallo Oestrimnios, nome identico a quello ligure per Bretagna.
Ricostruzione del Lago Ligur,
Ligustinus per i romani, alla
foce dell'antico Tartesso, il
Guadalquivir.
I caratteri della civiltà proto-Ligure presuppongono una popolazione dedita alla metallurgia." La penisola iberica aveva infatti giacimenti di rame e stagno, metalli necessari alla produzione del bronzo, nonché d'argento, che si trovava in grandi quantità, oltre a oro e ferro. Per i suoi metalli, Tartesso diventerà famosa in tutto l'Oriente. L'estrazione del rame veniva effettuata generalmente all'aperto, utilizzando principalmente martelli da minatore come strumenti di lavoro. I principali giacimenti e città minerarie coinvolti nell'estrazione e di fusione del rame sono stati trovati nei comprensori di Huelva e di Cordova. Forni metallurgici venivano utilizzati per l'estrazione del rame dal suo minerale (la malachite). I tunnel di drenaggio rinvenuti, ci raccontano di un'iniziale scarsa specializzazione industriale nell'estrazione del rame, con produzioni di carattere domestico, poi la domanda aumentò considerevolmente.
Cassiterite, minerale contenente
stagno.
Per ottenere il bronzo, talvolta si aggiungeva il minerale che conteneva lo stagno (la cassiterite) al rame, direttamente nei crogiuoli, in modo da semplificare il processo. A volte la cassiterite si trovava nei letti dei fiumi, ma per la forte domanda di bronzo da parte dei popoli orientali, i depositi di stagno che i Liguri avevano nel territorio iberico non furono più sufficienti a soddisfare la domanda e questo li costrinse alle importazioni dalle isole Cassiteriti (le attuali isole di Scilly).
Carta con i 7 fiumi importanti per la
storia dei popoli Liguri, dal
Guadalquivir all'Arno.
Prosegue la relazione: "Tra le altre prove di insediamenti liguri in Galizia, vi sono le somiglianze di nomi galiziani nella popolazione con riferimenti alla costa ligure della Francia meridionale e del nord-ovest dell'Italia; anche se i nomi di origine ligure compaiono in diverse parti della penisola iberica, in particolare sembrano essere concentrati in Galizia. Inoltre, in Portogallo, la penisola più occidentale (Cáceres) e il fiume Sado hanno nomi tipici delle persone che occupano l'intera penisola occidentale ligure e in particolare le sue coste. Questo documento fornisce una nuova serie di ipotesi conseguenti ai risultati ottenuti dal Professor Schulten. Per questo ricercatore, l'etnia ligure è stato il principale substrato della popolazione nativa e popolazione dominante nella regione centrale della Andalusia prima della fondazione della città di Tartesso. Per noi, questo giustifica il nome del lago ligure che viene dato nel VI a. C. all'ambiente palustre che esiste nell'enclave stesso territoriale nella capitale e città portuale di Tartesso. Si noti anche l'esistenza di una città vicina chiamata Tartesso Ligustina. Per noi c'era una intesa commerciale tra i popoli Liguri ancestrali, originariamente associata alla diffusione della cultura megalitica. I Liguri, sparsi nel Mediterraneo occidentale e sulle coste atlantiche, su entrambe le vie commerciali marittime dell'Europa occidentale, hanno permesso la circolazione delle merci, minerali e prodotti in metallo. Il nostro contributo in questo documento si propone di evidenziare il fatto che la popolazione Ligure pre-tartessica ha raggiunto una parte prevalente in questa intesa, grazie alla sua posizione strategica e la straordinaria ricchezza di metalli nella sua area di influenza.
Carta con l'enclave dell'impero tartessico ed i suoi confini
in verde. Sono segnate anche le colonie greche e
cartaginesi sorte durante il primo millennio a.C.
Da  http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos.
In particolare è stato dominante il flusso di metalli pesanti dall'Atlantico, a nord (principalmente stagno e piombo) verso il Mediterraneo occidentale.  La longevità della civiltà dei Liguri è dovuta al ruolo decisivo che hanno avuto, dall'età del Bronzo in poi, nel reperimento di metalli preziosi e di minerali (come la cassiterrite, da cui si ricava lo stagno che, legato al rame, da il bronzo), nella conoscenza delle tecnologie metallurgiche per la produzione di metalli (bronzo, argento) e la commercializzazione stessa di bronzo, piombo, sale, oro, argento e l'ambra delle coste baltiche. Questo ha permesso loro di gestire i commerci in ambito mediterraneo e atlantico fino al 1.200 circa a.C., quando i di Tirreni occuparono la Tartesso Ligustica (nel delta acquitrinoso del Tartesso, il Guadalquivir, navigabile fin dopo l'attuale Cordova, territori ricchi di metalli fino alla Sierra Morena) e i fenici monopolizzarono il Mar Mediterraneo occidentale, difendendo con spaventosi racconti e, dove non bastavano, con la violenza, la conoscenza geografica e l'ubicazione delle materie prime delle terre oltre le colonne d'Ercole.".

- La civiltà pre-tartessica sarebbe stata costituita dal substrato culturale di diversi popoli: principalmente liguri, ma anche iberici e coloni orientali arrivati da Creta  intorno al  3.000 a.C. I Liguri di gestirono i commerci in ambito mediterraneo e atlantico fino al 1.200 a.C., quando i di Tirseni, o Tirreni, da cui derivarono gli Etruschi occuparono la Tartesso Ligustica (nel delta acquitrinoso del Tartesso, il Guadalquivir, navigabile fin dopo l'attuale Cordova, in territori ricchi di metalli fino alla Sierra Morena) e i fenici, dopo aver edificato Gadir, l'attuale Cadiz, dopo 200 anni monopolizzarono il Mar Mediterraneo occidentale, difendendo con spaventosi racconti e dove non bastavano, con la violenza, la conoscenza geografica e l'ubicazione dei metalli delle terre oltre le colonne d'Ercole.
Per il post "Liguri: storia e cultura" clicca QUI, per il post "Tartesso: l'Economia" clicca QUI, per il post "Tartesso: prima i Liguri, poi Fenici e Greci" clicca QUI, per il post "Ercole e altri miti a Tartesso" clicca QUI, per il post "Il Lago Ligure nella mitica Tartesso" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: dai Primordi ai Megaliti" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: Alleanza e fusione con i Celti" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: i Miti e le Fonti storiche" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: le Datazioni e le Fonti storiche" clicca QUI.

Cartina dell'isola di Creta con
foto dei vari siti e città.
Clicca sull'immagine per ingrandirla.
- A Creta si sviluppa una cultura del bronzo. C'è chi pensa che fossero Fenici, provenienti dall'attuale Siria, gl'iniziatori della civiltà minoica di Creta.

- Secondo un'accreditata teoria, tra il 3.000 e il 2.500 a.C., tre popolazioni indoeuropee:
- i Kurgan della zona del Volga, nell'alto Mar Caspio,
- i Transcaucasici del Caucaso e
- i Nordpontini della zona del Mar Nero, tutte di origine indo-europea, si sarebbero mescolate e avrebbero proceduto ad una migrazione di massa che avrebbe coinvolto l'Anatolia (in cui sarebbero entrati in contatto con gli Ittiti), la Mesopotamia (in cui si sarebbero mescolati agli Arii), la Grecia Micenea e l'Europa centrale (contatto con la cultura di Unetice in Boemia).

Carta con le migrazioni indoeuropee dal 3.000 a.C.
- Secondo De Jubainville, gli indoeuropei da cui derivarono i proto-Celti, che chiamavano se stessi Ariani (dalla parola sanscrita Arya, i «fedeli», i «devoti»), si divisero in due gruppi che iniziarono a spostarsi:
- il primo verso Ovest per giungere e stabilirsi in Europa nei secoli successivi, mentre
- il secondo verso Sud, per penetrare nel bacino del Gange e stanziarsi in India.
Il primo gruppo, suddiviso in numerose tribù, marciò verso l'Iran, per giungere poi in Anatolia, nella penisola balcanica e infine in Europa centrale, dove sviluppò una civiltà fiorente unendosi alle genti neolitiche. Dal 1.700 a.C., la coda della migrazione degli indeuropei dall'oriente, ebbe forti contatti con gli Sciti. Dagli Sciti, gl'indoeuropei che sarebberi divenuti i Proto-Celti mutuarono molte usanze:
- l'uso delle tombe tumulo
- l'allevamento del cavallo, ritenuto sacro,
- il rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna,
- la suddivisione in classi sociali, ove aristocratico era colui che possedeva più cavalli.

- Dal III millennio a.C. si avranno nel Mar Mediterraneo orientale due aree culturali, corrispondenti a due diverse civiltà:
Civiltà Minoica nell'isola di Creta 
Civiltà Cicladica nelle isole Cicladi.

Carta con le isole Cicladi e l'isola di Creta con le sue
proto-città. Micene è indicata ma nel 3000 a.C. non
esiste ancora. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Le isole Cicladi nel dettaglio,
con i loro nomi.


- I Germani furono il risultato dell'indoeuropeizzazione, nella prima metà del III millennio a.C., della Scandinavia meridionale e dello Jutland da parte di genti provenienti dall'Europa centrale, già indoeuropeizzata nel corso del IV millennio a.C.
Carta dei primi insediamenti dei
Germani in: Scandinavia meridionale,
penisola Jutland e nord Germania.
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Sebbene la cronologia esatta di questa penetrazione sia ancora oggetto di disputa, è riconosciuto che entro il 2500 a.C. gli elementi culturali propri di questi popoli, quali la Cultura del vaso campaniforme (detta anche della ceramica a cordicella) e la Cultura dell'ascia da combattimento, avevano raggiunto un'ampia area dell'Europa settentrionale, dal Mar Baltico orientale all'odierna Russia europea, dalla Penisola scandinava alle coste orientali del Mare del Nord. Al momento del loro insediamento in quella che sarebbe divenuta la patria originaria dei Germani, gli elementi indoeuropei trovarono già sviluppata una civiltà agricola, autrice dei megaliti propri dell'Età della Pietra nordica. Non si conoscono i caratteri etnici propri di questi popoli, ma è possibile che fossero affini a quelli delle (relativamente) vicine genti finniche.
Ceramiche a cordicella
degli antichi Germani.
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La fusione, più o meno pacifica, di questi elementi pre-indoeuropei con i gruppi indoeuropei provenienti da sud determinò la cristallizzazione dei Germani, che adottarono la lingua indoeuropea dei nuovi venuti. A partire soprattutto dal III secolo, numerose tribù germaniche migrarono in molteplici ondate verso ogni direzione, toccando gran parte del continente europeo e arrivando fino in Nordafrica e in Nordamerica. Dal III millennio, i Germani furono a lungo in contatto, linguisticamente e culturalmente, con i Celti e quei popoli che diventeranno Italici (sia Osco-umbri come Umbri, Volsci, Sanniti, Marsi e Sabini, sia proto-Latini che proto-Veneti) a sud e con i Balti a est. I rapporti con gli Italici, certificati dalla linguistica storica, si interruppero alla fine del II millennio a.C., quando questi popoli avviarono la loro migrazione verso sud e sarebbero ripresi soltanto a partire dal I secolo a.C., quando con Gaio Giulio Cesare l'espansione di Roma sarebbe arrivata fino al Reno.

- I Balti o popoli Baltici (anche baltici, in lettone: balti, in lituano: baltai, in latgolico: bolti), definiti come coloro che parlano una delle lingue baltiche, sono un ramo dei popoli di origine indoeuropea, discendenti di un gruppo di tribù indoeuropee che si stabilirono nell'area tra il basso corso della Vistola e la Daugava ed il Dnepr, sulle coste sud-orientali del mar Baltico. Secondo alcune vecchie teorie, l'area di formazione dei balti si trovava, fino alla fine del secondo millennio a.C. vicino all'alto e medio corso del Dnepr, nell'odierna Ucraina, dove si riteneva che si fosse stabilita un'ipotetica proto-comunità balto-slava, cioè un popolo comune che in seguito si fosse scisso e avesse dato origine agli odierni balti e slavi. La grande quantità di laghi e paludi in quest'area isolò i balti, e il risultato di questo isolamento è l'alto tasso di arcaicismi e di caratteristiche conservative nelle lingue baltiche. Tra i popoli baltici si annoverano i lituani, i lettoni ed i latgolici, tutti balti orientali, così come le culture baltiche occidentali dei prussiani antichi, gli jotvingi ed i galindi, al giorno d'oggi completamente estinti. Il termine balti fu creato dal linguista tedesco Georg Nesselmann nel 1845, per descrivere i gruppi etnici simili fra loro che vivevano vicino al mar Baltico. La culla preistorica dei popoli baltici, secondo le ricerche paleogenetiche e gli studi archeologici, fu la zona tra il mar Baltico e l'Europa centrale tra la fine dell'ultima era glaciale e l'inizio del mesolitico. Si diffusero nell'area dal Baltico fino al fiume Volga ad est.

- La culla dei popoli Slavi fu, molto probabilmente, la regione tra Cracovia ed il Danubio, vicina alle zone di origine dei balti. Gli slavi si espansero nella pianura ucraina del Dnepr nel VI secolo DC, dopo l'invasione degli avari, conquistando ed assimilando la maggior parte degli slavi orientali. Secondo alcune vecchie teorie, l'area di formazione dei balti si trovava, fino alla fine del secondo millennio a.C. vicino all'alto e medio corso del Dnepr, nell'odierna Ucraina, dove si riteneva che si fosse stabilita un'ipotetica proto-comunità balto-slava, cioè un popolo comune che in seguito si fosse scisso e avesse dato origine agli odierni balti e slavi.

- L'arrivo di popoli Finnici, gli antenati degli estoni, finlandesi, livoniani sulle rive del Mar Baltico intorno al 3.000 a.C., venne associato con la cultura della ceramica a pettine. Tuttavia, un tale collegamento di entità culturali archeologicamente definite a delle entità linguistiche non possono essere provate, ed è quindi stato suggerito che l'aumento di reperti degli insediamenti nel periodo è più probabilmente associato ad un boom economico correlato al riscaldamento del clima. Alcuni ricercatori hanno anche argomentato che una forma di lingua uralica possa essere stata parlata in Estonia e Finlandia fin dalla fine dell'ultima glaciazione. I popoli finnici (o fennici) sono un gruppo storico-linguistico di genti i cui discendenti parlano lingue finniche: i finnici del Baltico, che vivono vicino al Mar Baltico, finnici del Volga, nei pressi del fiume Volga, i permiani, nella Russia centro-settentrionale. Il termine finnico è stato precedentemente usato per descrivere i parlanti delle lingue finno-lapponi, oggi denominati Sami, un popolo originariamente non ugro-finnico che adottò una lingua finnica. I Permiani, inclusi i Komi e gli Udmurti sono talvolta pensati come appartenenti ai Finnici del Volga poiché, secondo alcune teorie, la loro antica patria si trova nella parte settentrionale del bacino del Volga. I principali rappresentanti odierni dei Finnici Baltici, che hanno mantenuto la loro lingua, sono i Finlandesi ed Estoni. Altri gruppi includono i Careliani, principalmente situati nella Carelia, in Finlandia e nella Russia nord-occidentale, i Finlandesi Ingriani, Votes, e Vepsi che abitano intorno al Golfo di Finlandia e i laghi Onega e Ladoga, e vicino ai Setos e Võros, i quali vivono nell'Estonia sud-orientale. Nelle zone della Svezia settentrionale, una lingua finnica o un dialetto (Meänkieli) ha una considerevole presenza, mentre la minoranza dei Kveni della Norvegia parla il finnico. I parlanti nativi nei gruppi più piccoli sono spariti. Nel XX secolo i gruppi parlanti il livoniano e il votico erano rispettivamente ridotti a non più di un centinaio di individui. Gli attuali rappresentanti dei Finlandesi del Volga sono i Mari (altrimenti detti Cheremis) i quali vivono nella Mari El e i Mordvini (includendo i Moksha e gli Erzya) della Repubblica di Mordovia della Federazione Russa. Altri gruppi finnici del Volga come Muromiani, Merya e Meshchera, di cui si hanno attestazioni, sono da lungo tempo scomparsi. Gli studi del DNA mitocondriale (mtDNA)hanno rivelato che i finlandesi-baltici e i finlandesi del Volga hanno la stessa origine genetica degli altri europei che non parlano lingue ugrofinniche. Nello stesso tempo gli studi genetici hanno mostrato che, per esempio, i Sami (che sono imparentati linguisticamente, ma geneticamente distinti dai finlandesi-baltici) hanno la più alta frequenza dell'aplogruppo V mtDNA in Europa (40.9%), seguiti da catalani (26.7%) e baschi (20.0%), facendo dei Sami un unico e antico sottogruppo di europei.

- La ricerca moderna, si è trovata in sostanziale accordo con quanto sostenuto già dalla storiografia latina: i Veneti condividono con i Latini una comune origine protostorica, anche se non attraverso quel comune legame con l'Antica Grecia (e con Troia in particolare) postulato dai Romani mediante il mito di Antenore. L'insieme indoeuropeo veneto-latino si era formato come gruppo a sé in un'area dell'Europa centrale, probabilmente ubicato entro i confini dell'odierna Germania e parte di un vasto continuum indoeuropeo esteso nell'Europa centro-orientale fin dagli inizi del III millennio a.C. Da qui mosse verso sud nel corso del II millennio a.C., probabilmente intorno al XV secolo a.C.; mentre una parte di queste genti proseguì fino all'odierno Lazio (i Latini), il gruppo che avrebbe dato origine ai Veneti si insediò a nord del Golfo di Venezia e lì si attestò definitivamente. Sempre di origine indoeuropea sono altri popoli che diventeranno poi Italici, gli Osco-umbri come Umbri, VolsciSannitiMarsi e Sabini,

Cnosso, a Creta. Resti del
palazzo di Minosse.
Dal 2.700 a.C. - Creta inizia la costruzione dei grandi palazzi minoici.
Creta - Resti del palazzo di Minosse a
Cnosso, con parziale ricostruzione.
Valle Lagorara
(Maissana - SP)
Il fronte di estrazione;
le caratteristiche fratture
concoidi prodotte dai colpi
inferti con percussioni
come in primo piano.
Valle Lagorara
(Maissana - SP)
L'affioramento
di diaspro.

Dal 2.600 a.C. - Al periodo compreso fra 2.600 e 2.300 a.C. appartengono le cave di diaspro rosso in Valle Lagorara presso Maissana, in Liguria, nel territorio di La Spezia. Dal diaspro gli antichi Liguri ottenevano schegge che, opportunamente lavorate, diventavano taglienti punte di freccia.

Dal 2.500 a.C. - A Creta prospera la Civiltà Minoica, con grande diffusione nelle isole e coste dell'Egeo, in Grecia continentale, Peloponneso, e nel Mar Mediterraneo orientale. 
Questa civiltà prende il nome dal mitico re cretese Minosse. Si è appurato che "minosse" non fosse un nome proprio, ma l'antico nome cretese per re, così come "faraone" nell'antico Egitto.
Cnosso - Rappresentazione delle labris,
ascie bipenne, da cui il nome labirinto.
Creta - Interno del palazzo di
Minosse a Cnosso.
Nel palazzo di Minosse a Cnosso, nell'isola di Creta, c'erano 1.300 camere disposte su quattro piani, collegate fra di loro da chilometri di corridoi.
Il nome labirinto, attribuito al palazzo stesso, significa "la casa della scure" e deriva da labris, la scure bipenne. La labris, un'ascia a due tagli, simboleggiava il potere assoluto del monarca ed era utilizzata per i riti sacrificali: era rappresentata un po' ovunque nel palazzo.
Creta - Interno del palazzo di
Minosse a Cnosso.
Creta - Interno del palazzo di
Minosse a Cnosso.
Le protocittà della Civiltà Minoica sull'isola di Creta furono: Cnosso, Festo e Mallia, caratterizzate da grandiosi palazzi.
Creta arrivava certamente ad esercitare il proprio potere sul continente, e lo si può intuire leggendo fra le righe del mito greco.
Taurocatapsia o Danza del Toro, affresco nel Grande
Palazzo di Cnosso, a Creta.
La leggenda di Teseo che si oppone al tributo di giovani a Creta da parte di Atene e che sfida il Minotauro uccidendolo, indica un antico ruolo di sottomissione a Creta da parte di Atene.

- Henry d'Arbois de Jubainville, grande studioso del XIX secolo della cultura celtica, ipotizzò che intorno al 2.500 a.C., la «patria» degli indoeuropei che avrebbero poi forgiato la cultura dei Celti, andasse ricercata nella zona a nord della Persia e dell'Afghanistan, nel bacino dell'Iaxarta e dell'Oxus (attualmente Amu-Daria, fiume che si getta nel mare di Aral) dove oggi sorgono le città di Samarcanda e Buchara, tra la catena dell'Indu-Kush, che separava tali popolazioni dalla valle dell'Indo, il Bolor che serviva loro da limite dalla parte dell'Asia centrale e gli Urali, al di là dei quali si estendeva l'Europa. Le investigazioni chiaroveggenti di Annie Besant e Charles W. Leadbeater contenute nel libro “L'Uomo. Donde viene e dove va” (F.lli Bocca Editori, Milano), propongono invece come patria degli indoeuropei, da loro chiamati già Celti, una zona compresa fra le montagne dell'Asia Centrale dove avrebbero sviluppato, durante un periodo di qualche millennio, delle caratteristiche fisiche, emotive e mentali, oltre che culturali, differenti e nuove rispetto alle popolazioni fino ad allora presenti sul continente euroasiatico.

Liguria - Tipici terrazzamenti liguri
Dal 2.300 a.C. - In Liguria cominciano ad essere costruiti i terrazzamenti, che diventeranno il segno distintivo del paesaggio ligure.

Località di rilievo per le civiltà dei metalli in Europa: dopo la civiltà del Rame,
civiltà del Bronzo dal II millennio, i cui maggiori centri in Europa sono
Adlerberg, Unetice, Staubing, Halstatt, Tòszeg, Polada, El Algar, Troia.
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- Il 2.300 a.C. è la data che segna l'inizio generalizzato dell'Età del Bronzo in Europa, dopo Creta e dopo la civiltà proto-Ligure.

Reperto della cultura  di Unetice.
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La Cultura di Unetice, o più propriamente cultura di Únětice (in tedesco Aunjetitz), è una cultura dell'età del bronzo, derivata dalla cultura del vaso campaniforme, seguita dalla cultura dei tumuli. Il sito eponimo viene localizzato a Únětice, nel nord-ovest della città di Praga. Venne così denominata dai reperti trovati ad Aunjetitz, Boemia e i ritrovamenti di questa cultura sono concentrati fra la Repubblica Ceca, la Germania meridionale e centrale, e la Polonia occidentale. Viene datata dal 2.300-1.600 a.C. Secondo lo schema cronologico di Paul Reinecke, si può distinguere in due fasi: 2300-1950 a.C. per la produzione di pugnali triangolari, asce piatte, guardapolsi in pietra (inglese: stone wrist-guards), punte di freccia, e 1950-1700 a.C. per la produzione di pugnali con impugnature metalliche, asce flangiate, alabarde, spilli con testa sferica perforata e braccialetti massicci. Le date sono principalmente derivate dai reperti del cimitero di Singen, nei pressi del lago di Costanza (date fornite dal radiocarbonio) e dalle sepolture di Leubingen e Helmsdorf (datazione fornita dalla dendrocronologia). Secondo Marija Gimbutas un'alta percentuale delle necropoli contenevano ambra del Mar Baltico. Il Disco di Nebra, datato 1.600 a.C., può attribuirsi a questa cultura.

In generale, l'Età del Bronzo nell'Italia settentrionale può contraddistinguersi in diverse culture:
- Bronzo antico I, dal 2.300 al 1.900 a.C.: Cultura di Polada e Rodaniana.
Ceramiche con anse (manici) ad ascia
di Fiavè, in Trentino.
- Bronzo antico II, dal 1.900 al 1.650 a.C.: Cultura di Polada e Rodaniana. Reperti da Mercurago: ceramiche con anse (manici) ad ascia. Prime palafitte.
- Bronzo medio I, dal 1.650 al 1.550 a.C.: Prepotente sviluppo delle palafitte nel nord Italia.
Ceramica ad anse (manici) cornute di
Hallstatt, del 700 a.C.
- Bronzo medio II, dal 1.550 al 1.450 a.C.: Cultura di Viverone con ceramiche ad anse ad ascia, ceramiche ad anse cornute nelle zone più a est.
- Bronzo medio III, dal 1.450 al 1.340 a.C.: Palafitte nel nord e terramare in Lombardia meridionale ed Emilia.
- Bronzo recente I/II/III, dal 1.340 al 1.170 a.C.: Evoluzione del mondo palafitticolo. Sviluppo della cultura di Canegrate in nord-Italia, a sud-est del lago Maggiore.
- Bronzo finale, dal 1.170 al 950 a.C.: Degrado e abbandono delle terramare e delle palafitte. Sviluppo della cultura di Golasecca (proto-celtica), situata sul Ticino, presso la sua uscita dal Lago Maggiore.

- La divisione cronologica tra un’età del Rame e un'età del Bronzo trova origine nel tentativo di scandire l'evoluzione culturale umana nella preistoria secondo canoni tecnologici; la capacità di arricchire il rame nativo con piccole percentuali di stagno e arsenico (ottenendo il Bronzo) non deve essere stata sentita allora come una cesura importante e, per la gradualità della applicazione della scoperta e la limitatezza della sua applicazione, deve aver avuto riflessi graduali e limitati sul sistema di vita e sulla organizzazione socio-economica delle popolazioni. In ogni caso, effettivamente, il II millennio a.C. pare distinguersi per diversi aspetti da quello precedente, soprattutto nei secoli centrali, che segnano la comparsa in gran parte di Europa di una serie di innovazioni di grande portata quali la ruotail cavallo (e non limitatamente alla alimentazione ma con certezza per il traino di carri da lavoro e da guerra), un armamento diversificato e ottimizzato studiato in rapporto alle diverse tecniche da guerra e, non ultimo, il diffondersi del misterioso fenomeno della edificazione di villaggi in acqua che prendono il nome di "palafitte".

Carta con in rosso i siti in cui sono state ritrovate
testimonianze di palafitte. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
- Le palafitte sono una tipologia costruttiva ampiamente conosciuta anche dal pubblico dei non addetti ai lavori, a partire dal 1854, quando il livello dei laghi svizzeri si abbassò oltremisura permettendo agli studiosi di riconoscere una selva di pali infissi sui fondali chiaramente pertinenti ad antichi villaggi sommersi. La scoperta ha dato il via ad una lunga serie di ricerche culminata nella scoperta di ampi villaggi costruiti in legno su specchio d'acqua anche e soprattutto in nord Italia tra cui, per la grandezza ed importanza, vale la pena ricordare le palafitte del lago di Garda e quelle di Ledro e Fiavè in Trentino.
Carta con l'ubicazione di Fiavè e del
lago di Ledro in Trentino. Clicca
sull'immagine per ingrandirla.
Fiavè sono presenti strutture e testimonianze di vita con insediamenti su palafitte del periodo dal 2.300 al 1.200 avanti Cristo: l’imponente sito costituisce uno dei rinvenimenti preistorici più interessanti d’Europa, presentando un numero altissimo di resti di pali di pino, larice e abete e celando molte testimonianze dell’era preistorica. Il sito archeologico del Lago di Ledro è un vero e proprio punto di riferimento per gli studiosi dell’eta’ del Bronzo e per gli appassionati di archeologia, e l’adiacente museo conserva manufatti risalenti ad oltre quattromila anni fa, raccolti nell’insediamento palafitticolo del suggestivo Lago di Ledro. La conoscenza dei dati archeologici ci permette oggi di sfatare alcuni luoghi comuni sulle palafitte. Partiamo dunque dal dato archeologico: gli archeologi subacquei hanno ormai tracciato sulla carta con una serie successiva di immersioni la planimetria di queste selve di pali che dovevano un tempo sorreggere un impiantito di tavole ed assi ed elevarsi talora per alcuni metri, a costituire la struttura portante di edifici interamente costruiti in legno. Purtroppo nulla, aldilà delle fondazioni, si è conservato perché la materia lignea, a contatto con l'aria e gli agenti atmosferici, si è irrimediabilmente disintegrata dopo l'abbandono del villaggio; i pali sommersi invece, si sono conservati grazie all'ambiente acquatico anaerobico che impedisce l'attivazione di reazioni chimiche di ossidazione e decomposizione. E' possibile tentare una ricostruzione immaginaria degli edifici osservando la dislocazione geometrica dei pali che rispetta in genere l'andamento delle banchine di passaggio e il perimetro degli edifici. L'operazione è tuttavia complicata dal fatto che i villaggi palafitticoli sono rimasti in vita sino a cinque secoli consecutivi e hanno certamente necessitato di opere di manutenzione, poiché quando un palo era instabile si preferiva piantarne uno nuovo a poca distanza, il fondale appare generalmente sovrabbondante di pali che corrispondono a fasi costruttive diverse. Perché i costruttori dell'età del Bronzo si sono impegnati in un lavoro di carpenteria così intenso? Da cosa nasce l'esigenza di realizzare un villaggio acquatico quando sono disponibili ampi terreni edificabili sulla terraferma? Si ipotizza da tempo che i gruppi dell'età del Bronzo abbiano utilizzato l'acqua come difesa naturale contro eventuali aggressori. Questo è possibile, ma quali caratteri di difendibilità può avere un villaggio in legno davanti al fuoco appiccato e fatto propagare degli assalitori? Gli illustratori degli ultimi due secoli forniscono delle immagini idealizzate del villaggio palafitticolo: le stampe mostrano placidi villaggi composti di grandi capanne coperte con strame, sospese sull'acqua e unite da passerelle lignee a cui sono attraccate le barche che serviranno agli uomini per la pesca. Curiosamente non si vedono palizzate ed opere di fortificazione.
Ricostruzione di palafitte
sul lago di Ledro, in Trentino.
Ma quanto la fantasia si distacca dalla realtà? I dati raccolti nell'ultimo secolo dimostrano che le case dell'età del Bronzo non erano molto differenti da quelle del Neolitico finale. La struttura portante è ancora in grandi tronchi di legno uniti ed incastrati con abili opere di carpenteria, le pareti sono realizzate con incannicciato legato con argilla seccata al sole; le falde del tetto sono ampie e verticalizzate, ricoperte presumibilmente di paglia legata a fasci. L'interno, di ca. 3/4 x 6/7 metri ospita probabilmente un gruppo familiare di 6/7 persone ed è diviso da tramezzi deperibili in aree di cottura, filatura, tessitura.
L'edificio è certamente sufficientemente alto da permettere la realizzazione di un secondo piano, forse utilizzato come magazzino per le derrate alimentari o forse come giaciglio. Tipologie simili a queste sono note oltre 2.000 anni prima in svariati siti come Charavines (F) a Travo (I) e dunque non costituiscono una novità. Costituisce invece una novità, l'uso di costruire il villaggio sull'acqua con una moltiplicazione dei problemi connessi al taglio selettivo delle specie ad alto fusto da utilizzare per le fondazione, al loro trasporto, decorticamento e taglio geometrico fino a permettere l'incastro e il fissaggio delle tavole l'una con l'altra. Le comunità dell'età del Bronzo non sono molto grandi: un villaggio di buone dimensioni può ospitare qualche centinaio di persone e, in assenza di strumenti da costruzioni evoluti, una ingente quantità di forza lavoro deve essere stata sottratta all’agricoltura e all’allevamento per realizzare queste costruzioni. Alla radice di questa scelta vi deve dunque essere stata una ragione seria che non conosciamo ma che possiamo tentare di ricostruire attraverso qualche indizio. Innanzitutto il fenomeno palafitticolo è diffuso nell'età del Bronzo in vaste aeree d'Europa (Italia del Nord, Italia centrale, Svizzera, Francia...) e costituisce pertanto un fenomeno transculturale. E' tuttavia evidente che non si tratta di un fenomeno esclusivo dell'età del Bronzo perché sporadiche palafitte sono già costruite dall'uomo nei due millenni precedenti (ad es. in un settore del lago di Fiavè, a nord del Lago di Garda in Trentino, sin dal Neolitico). Alcune palafitte sono costruite con cassoni quadrati orizzontali su cui vengono appoggiati i pavimenti, altre sfruttano una palificazione verticale che costituisce l'ossatura dell'edificio e dei pontili; dunque la tecnologia non è univoca. È però singolare che edifici in legno simili a quelli palafitticoli siano stati scoperti anche in terraferma, ad es. in Svizzera a Padnal vicino a Savognin, nel canton Grigioni e a Zurigo-Mozartstrasse (con testimonianze del 1.600 a.C.). Infine è ormai chiaro che l'immagine del villaggio sospeso sull'acqua non è una regola. Recenti sondaggi e ricerche dimostrano ormai con chiarezza come alcuni impianti furono edificati sulle rive del lago e che quindi il villaggio non era affatto sospeso sull'acqua. Alcuni studiosi hanno quindi cercato di spiegare il diffondersi di questo criterio costruttivo rifacendosi a fattori esterni quali la variabilità climatica. Se lo scopo dell'impiantito ligneo è quello di proteggere le case dall'acqua alta, il diffondersi delle palafitte nell'età del Bronzo potrebbe manifestarsi in corrispondenza di un peggioramento climatico generale. Purtroppo la nostra conoscenza del clima nell'età del Bronzo è limitato e deriva dalla osservazione degli strati di ghiaccio sulle Alpi. La preistoria è divisa in 5 grandi periodi che corrispondono a consistenti variazioni del clima che possiamo così riassumere: Preboreale, 11.000-5.000 anni fa; Boreale, 9.000 -7.500 anni fa; Atlantico, 7.500 -5.500 anni fa; Subboreale, 5.500-2.800 anni fa e Subatlantico, 2.800 anni fa.
All'interno del Subboreale un deterioramento che può avere comportato un'avanzata dei ghiacciai si è verificato attorno al 1.500 a.C. in Svizzera e attorno al 1.280 a.C. in nord Italia. Questa fasi coincidono straordinariamente con quelle della scomparsa dei ritrovamenti archeologici di palafitte nelle rispettive regioni. Forse quando il clima Subboreale è stato più o meno rigido le coste lacustri sono state più intensamente abitate attuando uno stratagemma per mettere al riparo gli edifici dalle repentine e stagionali trasgressioni del livello dei laghi. D'altronde, gli scavi di Padnal vicino a Savognin, nel canton Grigioni e di Zurigo-Mozartstrasse, dimostrano che case lignee di grandi dimensioni furono costruite anche lontano dall'acqua. La palafitta pare dunque il punto di arrivo di una secolare tradizione architettonica lignea sviluppatasi in Europa continentale sin dal Neolitico grazie all'alto grado di forestazione e la disponibilità di materia prima. Se la palafitta è il prototipo della casa celtica o del casone medievale europeo è possibile che essa non sia esclusivamente lacustre e che anzi il problema stesso della "palafitta" sia sovrastimato se è vero che i resti di villaggi in legno in terraferma sono ben difficilmente riconoscibili per la dissoluzione esercitata sui materiali deperibili dai processi di decomposizione. 

Una ricostruzione di palafitte costruite
su una bonifica di tronchi d'albero.
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- La cultura di Polada (2.200-1.600 a.C. circa) è il nome con cui ci si riferisce ad una cultura dell'età del bronzo antica, diffusa in tutta l'Italia settentrionale. Vi sono alcuni punti in comune con la precedente cultura del vaso campaniforme tra cui l'uso dell'arco e una certa maestria nella metallurgia . In un sito di questa cultura presso Solferino è stato rinvenuto il più antico esempio di cavallo addomesticato in Italia. Il nome deriva dalla località di Polada, nel territorio del comune di Lonato del Garda, dove negli anni tra il 1870 e il 1875 si ebbero i primi ritrovamenti attribuiti a questa cultura in seguito a lavori di bonifica in una torbiera.
Reperti in stile "Ligure" della
 cultura di Polada (2.200 a.C.)
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Altre stazioni importanti si ritrovano nell'area tra Mantova e il Lago di Garda e il lago di Pusiano. Gli insediamenti in zona di laghetti e paludi intermorenici sono a palafitte appoggiate su "bonifiche" di tronchi orizzontali, disposti in piattaforma stratificata o cassonata. Se la ceramica è di impasto ancora grossolano, le altre attività umane crescono e si sviluppano: industria litica, in osso e corno, legno, metalli. Gli strumenti e le armi in bronzo mostrano somiglianze con quelli della cultura di Unetice e di altri gruppi a nord delle Alpi.

Dal 2.100 a.C. - Popolazioni chiamate poi Fenici si insediano nelle coste orientali del Mediterraneo, nei pressi dell'attuale Libano. Dei Fenici si ha notizia fin dal XXI secolo a.C. La civiltà fenicia viene ricollegata ai Cananei dell'antica Palestina, che abitarono nel sud della stessa regione, essendo nei fatti i fenici indistinguibili per lingua (se non per variazioni dialettali) e cultura dal resto dei popoli cananei. Essi furono soprattutto un popolo di pescatori e navigatori: conoscevano e sapevano tracciare le rotte ed erano in grado di navigare di notte, prendendo come riferimento la Stella Polare. Praticavano la navigazione sottocosta, per poter attraccare in caso di difficoltà, fare rifornimento.
Cartina della Fenicia intorno al 1.000
a.C.  con Biblo, Sidone e Tiro. Clicca
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Il termine "fenici" viene fatto risalire alla parola greca φοίνικες (Phoinikes) (attestata già in Omero come nome di questo popolo), che probabilmente era un termine per designarli e non la parola con cui essi designavano se stessi; d'altra parte non risulta che i Fenici si siano mai dati una denominazione "complessiva", oltre alle denominazioni delle singole città. L'origine di Phoinikes sarebbe da collegarsi al termine φοῖνιξ (phoinix, da murex, che era la conchiglia da cui i Fenici ottenevano il rosso porpora per tingere i tessuti), ossia "rosso porpora".
Antica imbarcazione fenicia, con
chimera dipinta sulla vela.
Phoinikes indicava il popolo e Phoinike la regione. Le fonti antiche rimarcano più volte come la lavorazione dei gusci dei murici (dai quali si otteneva il pigmento rosso-porpora) fosse una fiorente industria dei Fenici. Purtroppo l'archeologia non restituisce dati relativi a confermare quello che si può leggere nelle fonti perché gli stessi residui di lavorazione (costituiti dai gusci dei murici) venivano successivamente impiegati per la produzione di calce. È peraltro possibile che il nome comune ("porpora") derivi dal nome proprio. Analogo discorso per la parola "cananei", che veniva usata a Ebla (III millennio a.C.) e nell'Antico Testamento, forse connessa con l'accadico kinakhkhu, sempre per indicare la stessa tonalità di colore. I Fenici hanno abitato le coste orientali del mediterraneo dal 2.100 al 539 a.C. e la parte più a sud del loro territorio corrispondeva alla terra di Canaan, abitata anticamente dai Cananei, spesso nominati nella Bibbia.

Carta delle regioni e isole della Grecia, con Creta a sud,
in viola, e le isole Cicladi al centro, in rosa.
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Dal 2.000 a.C. - I Pelasgi, popolazioni migrate dall'Asia minore nel IV millennio a. C., furono probabilmente fra le prime a raggiungere l'Europa mediterranea da est, e svilupparono in Europa la loro cultura. Lo storico Eforo riferisce di un brano di Esiodo che attesta la tradizione di un popolo dei Pelasgi in Arcadia e sviluppa la teoria che fosse un popolo di guerrieri diffusosi da una "patria" che aveva annesso e colonizzato tutte le regioni della Grecia, e a loro fanno menzione gli autori antichi, da Dodona a Creta alla Triade fino in Italia, dove i loro insediamenti sono ben riconoscibili ancora nel tempo degli Elleni e sono in stretta relazione con i "Tirreni" (da cui derivarono gli Etruschi). La caratteristica struttura della muratura della cittadella di Atene ha fatto sì che tutte le costruzioni in blocchi non squadrati e senza l'uso di malta abbiano avuto il nome, di "muratura pelasgica" esattamente come talvolta sono dette "mura ciclopiche", cioè costruite dai Pelasgi. Probabilmente, la realtà storica dell'invasione ellenica della Grecia fu raccontata attraverso il mito della titanomachia: i fratelli Ade, Poseidone e Zeus impersonificano ioni, eoli e achei che soggiogano Crono e i suoi fratelli giganti Titani, ossia i Pelasgi adoratori delle divinità titaniche.

Antica imbarcazione egizia con vela.
- In questi anni, nel Mar Mediterraneo orientale entra in uso la vela nella navigazione, e non solo da parte dei minoici.

Antica nave cretese con vela,
per la navigazione d'altomare.
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- A Creta prosegue l'edificazione di grandi palazzi minoici. Con la costruzione di natanti adatti a lunghi percorsi in altomare, i Cretesi attuano la loro Talassocrazìa, il dominio del mare, scambiando merci con le città più forti e razziando le città più deboli con veri e propri atti di pirateria.
Creta e la sua area di influenza
nel mar Egeo.
Intorno a 1700 a.C. avverrà la prima distruzione dei palazzi di Cnosso e Festo, non si sa se a causa di un terremoto o di un'invasione. I Cretesi reagiranno facendo fiorire rapporti commerciali con il Mediterraneo orientale e fondando numerose colonie nel mare Egeo. Poi fra il 1650 e 1600 a.C., l'eruzione che ne determinerà il declinio.
Intorno al 1628 a.C. vi fu la seconda grande distruzione, dovuta all'eruzione vulcanica dell'isola di Thera (l'odierna Santorini), e l'indebolimento conseguente a questo cataclisma favorirà la conquista degli Elladici-Micenei dal XV secolo a.C. Forse Platone ha derivato il mito della distruzione di Atlantide dall'eruzione di Thera, che faceva parte dell'impero di Creta. Vedremo poi perché nel 1.628 a.C.
Pianta del monumento
megalitico di Stonehenge.

Ricostruzione di come doveva essere
il "cromlech" di Stonhenge.
- A Stonehenge, nel Wessex,
in Inghilterra, viene edificato un 
grande monumento megalitico.

- La Civiltà Cicladica raggiunge il massimo splendore intorno al 2.000 a.C., quando viene edificato il santuario di Delo (nell'isola di Delos, vedi cartina qui sotto), dedicato ad Artemide.
La Civiltà Cicladica subirà poi l'influenza di Creta, che le imporrà con il tempo, il suo definitivo dominio.
Carta della Grecia nel 2000 a.C. con le isole Cicladi, Rodi e
Creta con le sue proto-città. Micene non esisteva ancora.
Le Cicladi con i nomi in greco.













- Nell'ambito di periodiche migrazioni di popoli nella penisola greca, dopo i Pelasgi, verso il 2.000 a.C. giunse in Grecia la popolazione guerriera degli Ioni, o Yoni.
Carta delle invasioni di Ioni e Achei nell'antica Grecia dal
2000 a.C., dei Dori dal 1200 a.C., con i monti Olimpo, Parnaso,
Elicona, Taigeto - Clicca sull'immagine per ingrandirla.
La Y degli
Ioni.
Erano chiamati Yoni poichè portavano un bastone biforcuto a forma della lettera Y per simbolizzare i genitali femminili (pare fossero infatti portatori di una cultura matriarcale). Gli Ioni (in greco antico Ἴωνες, Íōnes) sono la prima delle tre popolazioni elleniche che invasero l'antica Grecia nel II millennio a.C. Secondo la leggenda, il mitico capostipite degli Ioni fu Ione, secondo altre versioni erano figli di Io. Secondo alcuni studiosi, gli Ioni migrarono per dissidi con altre culture dall'oriente poichè erano matriarcali, e la loro lettera Y era scritta come nell'immagine qui sopra, a indicare il pube femminile, e tale era la forma del bastone portato da sacerdoti e sacerdotesse, che si vestivano di rosso porpora (il colore che determinò il nome Fenici) come riferimento al mestruo, contrariamente al colore bianco portato dai sacerdoti delle culture patriarcali, evocanti il seme maschile. Probabilmente, la realtà storica dell'invasione ellenica della Grecia fu raccontata attraverso il mito della titanomachia: i fratelli Ade, Poseidone e Zeus impersonificano ioni, eoli e achei che soggiogano Crono e i suoi fratelli Titani, ossia i Pelasgi adoratori delle divinità titaniche.
Carta delle regioni della penisola
Anatolica con in giallo la Ionia.
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Il termine Ioni, forse originario dell'Asia minore, designa gli abitanti dell'Attica, in cui fu fondata Atene, e dell'Eubea, oltre che della Ionia vera e propria, la parte occidentale dell'Asia Minore colonizzata in tempi più recenti.
Verso la fine del II millennio a.C. gli Ioni, pressati dalle migrazioni di altre popolazioni, migrarono dal continente verso le coste dell'Asia minore, dove più tardi diedero vita ad una confederazione religiosa di dodici città, incentrata sul santuario di Posèidon a Panionion, presso Mycale. Dal VII secolo a.C. le città ioniche caddero sotto il dominio della Lidia e, dopo la sconfitta di Creso, sotto quello persiano. Nel 480 a.C., in seguito alle Guerre persiane, gli Ioni tornarono indipendenti, ma nella sfera d'influenza di Atene. Per liberarsi dal dominio ateniese, si schierarono con Sparta, nella guerra del Peloponneso, ma ricaddero sotto il dominio persiano per gli accordi della Pace di Antalcida, nel 386 a.C. La lega ionica fu poi ricostituita da Alessandro Magno. In seguito le città ioniche entrarono nella sfera d'influenza di Pergamo e dal 133 a.C. fecero parte della provincia romana d'Asia.

Nuraghe sardo.  Clicca sull'immagine
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Dal 1.900 a.C. - In Sardegna vengono edificati i nuraghi.
Sardegna: Tomba dei Giganti.
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Il nuraghe è un tipo di costruzione megalitica di forma tronco conica presente con diversa densità su tutto il territorio della Sardegna. Monumenti rappresentativi della Civiltà nuragica, i nuraghi furono costruiti nel II millennio a.C., a partire dal 1.900 a.C. Nello stesso periodo storico, sempre in Sardegna, venivano edificate le misteriose "Tombe dei Giganti".

- La prima menzione dei Popoli del Mare, databile dal 2.000 al 1.700 a.C., compare nell'obelisco di Biblo, dove viene nominato Kwkwn, figlio di Rwqq, transliterato Kukunnis figlio di Lukka. I Popoli del Mare sarebbero una presunta confederazione di predoni del mare provenienti dall'Europa meridionale, specialmente dall'Egeo, che navigando verso il Mar Mediterraneo orientale sul finire dell'età del bronzo invasero l'Anatolia, la Siria, Canaan, Cipro e l'Egitto. I "Popoli del Mare" sono documentati dalle fonti scritte egizie durante la tarda Diciannovesima Dinastia e in particolare durante l'ottavo anno di regno di Ramses III, della Ventesima Dinastia, quando tentarono di ottenere il controllo del territorio egizio. Nella Grande iscrizione di Karnak il faraone egizio Merenptah parla di "nazioni (o popoli) stranieri del mare".

Reperto con la scrittura
"Lineare A".
Nella Civiltà Minoica entra in uso la scrittura "Lineare A". La Lineare A è uno dei due sistemi di scrittura utilizzati nell'isola di Creta prima del sistema di scrittura dei greci micenei detto Lineare B, insieme ai geroglifici cretesi. Durante il periodo minoico, prima del dominio miceneo, la Lineare A fu utilizzata come scrittura ufficiale nei palazzi e per i riti religiosi, mentre i geroglifici venivano utilizzati soprattutto sui sigilli. Questi tre sistemi di scrittura furono scoperti da Arthur Evans, che gli dette il nome utilizzato attualmente. Nel 1952, Michael Ventris scoprì che la Lineare B veniva usata per mettere per iscritto una primitiva forma di greco, nota oggi come miceneo. Insieme ad altri utilizzò questa scoperta per decifrare la Lineare B, decifrazione tutt'oggi ampiamente accettata, anche se rimangono molti punti da chiarire. Il fallimento nel determinare la lingua trascritta con la Lineare A ha impedito lo stesso tipo di progresso fatto con la Lineare B nella sua decifrazione. Sembra che la Lineare A sia stata utilizzata come sillabario completo intorno al 1.900 - 1.800 a.C., anche se svariati segni apparvero già in precedenza. È possibile che la scrittura troiana rinvenuta da Heinrich Schliemann ed una iscrizione rinvenuta nella zona centrale di Creta, così come alcuni marchi su ceramica da Lahun, Egitto (12esima dinastia) provengano da un periodo precedente, circa 2.100 - 1.900 a.C., il quale è il periodo della costruzione dei primi palazzi. I sistemi di scrittura adottati a Creta e poi in Grecia prima dell'introduzione dell'alfabeto, vengono distinti con le designazioni di scrittura lineare A (dal 1600 a.C. al 1400 a.C.) e scrittura lineare B (dal 1450 a.C. al 1200 a.C.). La A, con 85 segni, è diffusa in tutta l'isola di Creta, mentre la B, con 88 segni, nell'isola è rinvenuta solo a Cnosso, ma si trova anche nella Grecia continentale, a Pilo e a Micene. La lineare A costituisce ancora notevoli problemi per la sua decifrazione, sembra inoltre che dietro questa scrittura si celi una lingua non indoeuropea. La lineare B, grazie all'opera di Michael Ventris, è ormai facilmente decifrabile e serviva per trascrivere un dialetto greco dalle caratteristiche molto arcaiche.

Carta con Fiavè, in Trentino.
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- Nel sito palafitticolo di Fiavè, in Trentino, nel corso del XVIII-XVI sec. a.C., vennero edificati almeno due nuclei d'abitato secondo il classico modello della palafitta in elevato sull'acqua di cui si conservano e sono visibili i pali portanti, alcuni di oltre 9 metri di lunghezza. A questi segue un nuovo abitato palafitticolo (XV-XIV sec.a.C.) costituito da capanne su pali ancorati ad una complessa struttura a reticolo adagiata lungo la sponda e sul fondo del lago. L'età del Bronzo recente (XIII sec. a.C.) segna la fine degli abitati palafitticoli e la costruzione di un insediamento sul Dos Gustinaci, rilievo morenico al margine meridionale del bacino. Lungo il percorso sono visibili i terrazzamenti e le tracce di muratura a secco relative ad alcune abitazioni a pianta rettangolare. L’antico lago Carera sembra essere stato frequentato anche in epoche successive, non più a scopo abitativo, ma forse funerario o rituale. Ne sono testimonianza i ritrovamenti, effettuati negli anni ’40 del secolo scorso, di resti scheletrici, armi e attrezzi in ferro, ceramiche ecc. datati agli ultimi secoli del I millennio a.C., fino all’età romana.

Il disco di Festo.
Il 3 luglio 1908, gli archeologi che stavano scavando nell'antico palazzo minoico di Festo, a Creta, si imbatterono in uno degli oggetti più sorprendenti nella storia della tecnologia: il disco di Festo. La scoperta dell'ubicazione di Festo fu dovuta allo spirito avventuroso di un militare inglese, il generale Spratt il quale, Strabone alla mano, rintracciò l'antica città cretese di cui parlarono anche altri autori classici quali Omero nell'Iliade (II, 648) e nell'Odissea (III, 296) e Diodoro. Il Disco di Festo è un manufatto in terracotta ancora immerso nella leggenda e nel mistero. Venne rinvenuto sotto un muro del palazzo di Festo da due archeologi, Luigi Pernier e Federico Halbherr e l’attribuzione di una data con il metodo stratigrafico lo pone intorno al 1.700 a.C. A una prima occhiata non sembrava niente di speciale: un disco piatto e non dipinto di terracotta del diametro di una quindicina di centimetri. Ma a un esame più attento, si vide che su entrambi i lati erano impressi i segni di una scrittura, disposti lungo una linea a spirale che in cinque giri convergeva verso il centro. Il disco sembrava progettato ed eseguito con cura, in modo che la scritta iniziasse sul bordo e finisse esattamente al centro, sfruttando tutto lo spazio disponibile. La prima particolarità che salta all’occhio sono le dimensioni del disco: 16 cm di diametro per 16 mm di spessore. In secondo luogo appare interessante il modo in cui il disco è stato decorato: si tratta di un motivo a spirale che si conclude esattamente nel centro del disco, su entrambi i lati. All’interno della spirale vi sono riportati 241 simboli divisi in gruppi con delle “stanghette” che chiudono lo spazio di scrittura. Il basso numero di simboli unici, 45 ha fatto ipotizzare un sistema sillabico, resta il fatto che ad oggi, dopo numerosi tentativi, il disco è rimasto indecifrato. Un’ultima curiosità: i simboli non sono stati incisi, bensì “stampati” sulla creta fresca del disco.

Carta tolemaica del III secolo della Scizia (Scythia e Serica)
La Scizia è separata in due parti dai monti Imai (l'Himalaya)
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Nel 1.700 a.C. - Dall'oriente, popolazioni indoeuropee (identificate poi come Sciti) si stanziano nello Yenissei, proseguendo poi verso l'Altaj ed il Caucaso, in direzione ovest. In seguito la migrazione degli Sciti proseguì oltre il Caucaso, spinti verso ovest delle tribù Hiung-nu (identificate con il popolo degli Unni), che così mossero verso occidente mettendo in breve tempo in moto tutte le tribù nomadi delle steppe. Erodoto afferma che in origine gli Sciti sarebbero stati scacciati dagli Issedoni, un popolo del profondo nord. Gli Sciti avrebbero poi guadato il Volga e si sarebbero insediati negli antichi territori dei Cimmeri, poi chiamati Scizia, poiché erano stati braccati dai Massageti. L'invasione del regno dei Cimmeri lacerò quest'ultimi: la popolazione voleva semplicemente fuggire mentre i sovrani non volevano cedere all'invasione scita. Approssimandosi l'arrivo degli Sciti, i sudditi abbandonarono le loro terre senza combattere e i re, rimasti soli, si divisero in due gruppi e combatterono tra loro sterminandosi a vicenda. I loro corpi vennero seppelliti lungo le rive del fiume Dnestr. « Pare che i Cimmeri, in fuga dagli Sciti, si siano rifugiati in Asia (la penisola anatolica, n.d.r.) e abbiano colonizzato la penisola nella quale sorge attualmente la città greca di Sinope » (Erodoto, Storie, IV, 12, 2). Gli Sciti (o Scythi) furono una popolazione seminomade di origine iranica, mitologicamente nata o dall'unione tra Eracle ed Echidna, o tra Zeus ed il fiume Boristene, tra l'VIII ed il VII secolo a.C.
Guerriero Scita, reperto in
feltro. Clicca sull'immagine
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Erodoto riferisce che il nome Sciti fu attribuito a tale popolazione dai Greci e che tale nome derivava da quello di uno dei re degli Sciti, Skules, ad esso direttamente correlato. Infatti gli Sciti chiamavano se stessi Skula. Erodoto sostiene che i Persiani chiamassero gli Sciti Saka. Assiri ed Ebrei trassero il nome aškuza/iškuza tramite gli Sciti stessi dopo l'invasione del Medio Oriente, da cui deriverebbe il nome originario Skuza, pressoché identico al greco Σκὺθης, mutuato dal prototipo iraniano Skuδa. Questo nome si formò dalla radice skeud, "gettare, tirare", traslata anche nelle lingue germaniche (lingua inglese: shoot); il suo significato sarebbe pertanto "arciere", come del resto confermato dalle fonti storiche che fanno dell'abilità con l'arco un tratto fondamentale degli Sciti. Principale fonte primaria sulle origini e la storia degli Sciti è il libro IV delle Storie di Erodoto. Lo storico greco riferisce, circa le origini del popolo scita, la tradizione greca e quella scita. Per i Greci, il popolo degli Sciti è nato dall'unione di Echidna con Eracle che, essendo giunto in Scizia, era stato costretto a giacere con il mostro affinché gli restituisse i suoi cavalli che lei gli aveva sottratto. I discendenti della loro unione furono sottoposti ad una particolare prova, come ordinato da Eracle ad Echidna: dovevano essere in grado di tendere l'arco e cingersi in vita la cintura così come faceva lui. Quelli che ne fossero stati in grado, avrebbero potuto dimorare nella Scizia, gli altri no. Solo il terzogenito, Scita, fu in grado di tendere l'arco cingere la cintura come Eracle, e così fu il primo re della Scizia. Altra tradizione riferita da Erodoto è un mito tramandato dagli stessi Sciti, che racconta di come il primo uomo nato in Scizia fu Targitao, figlio di Zeus e del fiume Boristene. Questi generò tre eredi: Lipossai, Arpossai e Colassai. Un giorno, dal cielo discesero tre oggetti d'oro: un'ascia bipenne (la labris degli antichi Cretesi), un aratro d'oro con giogo ed una coppa. Il primogenito, Lipossai, tentò di afferrare i doni divini, ma non appena vi provò, gli oggetti si fecero incandescenti. Dopo di lui, anche il secondogenito Arpossai provò a fare suoi i regali, ma anche questa volta gli oggetti divennero incandescenti e fu impossibile afferrarli. Solo l'ultimogenito, Colassai, riuscì ad appropriarsi dei tre manufatti d'oro; per questo motivo, i fratelli maggiori gli cedettero la loro parte di regno. Da Lipossai discese la tribù degli Aucati, da Arpossai i Catiari e i Traspi, da Colassai i Paralati.
Carta della Scizia, con le popolazioni
Scite in marrone, quelle assimilabili
agli Sciti in verde e le popolazioni
limitrofe in ocra. Clicca sull'immagine
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Secondo Erodoto, il territorio della Scizia è di forma quadrata, ed è delimitata a nord dai territori degli Agatirsi, ad est dal Mare d'Azov e ad ovest dal Ponto Eusino. La Tracia ne era una propaggine, mentre la Crimea non ne faceva parte. Erodoto descrive l'estensione della Scizia partendo da Olbia, colonia di Mileto fondata sulla foce del Bug Meridionale, affermando che, seguendo la costa, il territorio era abitato da una popolazione culturalmente greco-scita, i Callippidi; oltre di essi ve ne era un altro, gli Alizoni. Culturalmente ascrivibili ai costumi Sciti, questi popoli erano sostanzialmente sedentari, poiché coltivavano grano, cipolle, aglio, lenticchie e miglio. Oltre gli Alizoni vi erano poi gli Sciti "aratori", che coltivavano grano, non per il proprio sostentamento ma per commerciarlo; erano stanziati dopo il Dnepr, all'interno. Gli "Aratori" erano chiamati, dai greci del luogo, Boristeniti, ma loro chiamavano se stessi Olbiopoliti. A est degli Sciti agricoltori, dopo il fiume Panticape, vi erano gli Sciti nomadi, che occupavano un territorio del tutto brullo, esteso fino al fiume Gerro; oltre questo fiume, vi erano i territori "reali", dimora degli Sciti più valorosi che, a loro volta, ritenevano gli abitanti del resto della Scizia loro schiavi; i territori reali arrivavano fino alla Crimea e, verso oriente, fino al Mare d'Azov. Un breve tratto di questa regione arrivava a lambire anche il fiume Don. Di là dal Don non si era più in Scizia ma, oltrepassati i territori dei Budini, dei Tissageti e degli Iurci, ad est, vi erano altre tribù scite che si erano distaccate dall'originario insieme degli Sciti reali. Da fonti assire, sembrerebbe che gli Sciti provenissero dalla Media e dall'Iran, e che fossero strettamente imparentati con i Medi (cosa del resto probabile visto la comune origine nel ceppo linguistico iranico) e solo in seguito siano andati ad abitare nell'area pontico-caspica, provenienti da Sud e non da Nord. Secondo Tamara Rice, gli Sciti appartenevano al gruppo indoeuropeo di probabile ceppo iranico, oppure ugro-altaico. Il Dragan ritiene che gli Sciti fossero un popolo indo-iraniano. Recenti analisi fisiche hanno unanimemente scoperto che gli Sciti, anche quelli che vivevano nella zona di Pazyryk, avevano caratteristiche fisiche spiccatamente europee. Ulteriori conferme sono giunte dallo studio di antichi resti di DNA. Uno studio del 2002 ha analizzato la genetica materna di resti umani di un uomo e una donna risalenti al periodo Saka provenienti dal Kazakhstan, presumibilmente marito e moglie. La sequenza mitocondriale HV1 del maschio era simile alla sequenza Anderson, che è la più diffusa tra le popolazioni europee. Viceversa, quello femminile suggeriva origini asiatiche. Nel 2004, è stata analizzata la sequenza HV1 ottenuta dai resti di un maschio scita-siberiano proveniente dall'Altaj, rivelando che l'individuo apparteneva alla linea materna N1a. Il DNA mitocondriale estratto da altri due scheletri della medesima zona ha mostrato come entrambi i soggetti presentassero caratteristiche di origine euro-mongolide. Uno dei due scheletri apparteneva alla linea materna F2a e l'altro alla linea D, entrambe caratteristiche delle popolazioni eurasiatiche. Uno studio del 2009 ha preso in considerazione gli aplotipi e gli alfatipi di ventisei campioni di antichi resti umani dell'area di Krasnoyarsk, in Siberia, risalenti ad un periodo compreso tra la metà del II millennio a.C. e il IV secolo a.C.. Pressoché tutti i soggetti appartengono all'aplogruppo R1a1-M17. Gli autori dello studio ritengono che i dati mostrino come, tra l'età del bronzo e l'età del ferro, la costellazione di popolazioni variamente chiamate Sciti fosse geneticamente più vicina ai popoli dell'Europa orientale che non dell'Asia centrale e meridionale.
Corona reale rinvenuta a Tillia Tepe,
sito archeologico afgano, parte del
tesoro scita di Kul-Olba
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Un ruolo preponderante, nella religione degli Sciti, era svolto dall'oro, insediatosi nella cultura scita dopo la lunga permanenza in Medio Oriente. Esso è ben testimoniato da un mito fondativo scita riferito da Erodoto; grazie agli oggetti aurei, infatti, Colassai divenne il re-sacerdote della Scizia. L'oro veniva perciò considerato il tramite tra la dimensione umana e quella divina, elemento fondativo della società scita. Sempre secondo il mito originario scita, Colassai istituì tre regni per i suoi figli e il più vasto fu conferito a colui che aveva l'onere di custodire l'oro sacro. Anche per questo il re era considerato il custode dell'oro sacro, in onore del quale annualmente venivano celebrati particolari sacrifici propiziatori. Chi, durante tali feste, custodiva l'oro sacro beneficiava di particolari privilegi in quanto il compito era considerato piuttosto gravoso; infatti, gli Sciti ritenevano che chi si fosse addormentato mentre custodiva l'oro sacro sarebbe morto entro la fine dell'anno. Pertanto, chi doveva custodirlo riceveva in dono una porzione di terreno pari a quanto sarebbe riuscito a girarne a cavallo nell'arco di una giornata. Secondo gli Sciti, l'oro veniva custodito dai grifoni, che vivevano nel profondo nord.

La diffusione dei Celti in Europa. In rosso i primi insediamenti con la cultura
proto-celtica di Canegrate del XIII sec. a.C. e le celtiche: Golasecca dal XII
sec. a.C., Hallstatt dal 700 a.C. e La Tène dal 450 a.C. In verde le espansioni
dal VI sec. a.C. e in verde più chiaro le successive espansioni.

- Dal 1.700 a.C., la coda della migrazione degli indeuropei dall'oriente, ebbe forti contatti con gli Sciti.
Dagli Sciti, gl'indoeuropei che sarebberi divenuti i Proto-Celti mutuarono molte usanze, dall'uso delle tombe a tumulo, all'allevamento del cavallo, ritenuto sacro, dal rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna, alla suddivisione in classi sociali, ove aristocratico era colui che possedeva più cavalli. Secondo De Jubainville, gli indoeuropei da cui derivarono i proto-Celti, che chiamavano se stessi Ariani (dalla parola sanscrita Arya, i «fedeli», i «devoti»), si divisero in due gruppi che iniziarono a spostarsi:
      - il primo verso Ovest per giungere e stabilirsi in Europa nei secoli successivi, mentre
      - il secondo verso Sud, per penetrare nel bacino del Gange e stanziarsi in India.
Il primo gruppo, suddiviso in numerose tribù, marciò verso l'Iran, per giungere poi in Anatolia, nella penisola balcanica e infine in Europa centrale, dove sviluppò una civiltà fiorente unendosi alle genti neolitiche. Nella prima metà del II millennio a.C. nell'Europa centrorientale, i Proto-Celti, diedero un grande impulso all'agricoltura dei cereali ed ebbero il merito di diffondere in Europa l'uso dei metalli e del cavallo.
L'ampia diffusione dei metalli e della loro lavorazione è testimoniata dalla presenza di lavoratori di metalli nei Balcani orientali e l'influenza esercitata da questi fu notevole per tutta l'Europa centrale, specialmente per la sostituzione delle asce neolitiche realizzate in pietra o in corno con quelle in rame e in bronzo. Una delle strade attraverso le quali si diffuse la conoscenza delle asce di metallo fu forse quella che percorreva le steppe del Ponto, provenendo dal Caucaso. Oltre alla lavorazione dei metalli o alle asce da battaglia, gli allevatori pontici ed europei avevano altre caratteristiche in comune. L'inumazione in tombe singole, spesso sotto un tumulo circolare, con il corpo accompagnato dalle armi e dalla mobilia posseduta in vita dal defunto, costituiva la forma di sepoltura maggiormente diffusa, mentre nel vasellame lo erano alcune forme particolari e diversi tipi di decorazioni. Queste popolazioni praticavano l'allevamento di suini e bovini, ma maggior interesse suscitano le tecniche di allevamento dei cavalli e il loro sfruttamento. Ossa di cavallo insieme a quelle di suini e bovini (tutti animali aventi forti valori simbolici legati all'Altromondo) sono state ritrovate frequentemente nelle tombe in tutta la zona culturale presa in esame. A quell'epoca le mandrie di tarpan, il piccolo cavallo eurasiatico, costituivano molto probabilmente un importante mezzo di trasporto e il loro valore come bestie da soma lascia pensare che non vennero utilizzate come carne da macello, a differenza di bovini e suini. Tuttavia si può supporre che i pastori del III e II millennio a.C. non utilizzarono il tarpan come mezzo di spostamento rapido, data la sua piccola taglia, e che questo antenato dei cavalli celtici venne considerato un animale da cavalcare solo in grazie a pasture migliori e allevamenti più selezionati. L'ipotesi di una grande invasione di popolazioni indoeuropee irrompenti in Europa dalle steppe eurasiatiche all'inizio del II millennio a.C. è basata sull'idea di utilizzo del cavallo come mezzo di spostamento rapido per gruppi di guerrieri armati di lance, spade, scudi, elmi e pugnali in metallo, anche se diversi studiosi oggi preferiscono pensare a un'espansione incruenta dovuta più alla diffusione di idee religiose, sociali e soprattutto tecnologiche che a una immigrazione consistente. La diffusione degli indoeuropei in Europa portò quindi nuove caratteristiche culturali e tecnologiche e determinò notevoli cambiamenti. Importante è sottolineare il fatto che le antiche culture europee cominciarono da questo momento ad abbandonare il matriarcato per accettare il patriarcato portato dai nuovi venuti, riducendo i riti per il culto della fertilità orientati verso la terra, per passare all'adorazione degli dèi solari. Gli studiosi sono ormai concordi nell'affermare che le tribù indoeuropee giunsero in Europa in un arco di tempo ampio compreso fra il 3500 e il 1200 a.C., apportando rilevanti innovazioni tecnologiche e contribuendo alla trasformazione profonda delle strutture sociali, culturali e religiose delle popolazioni neolitiche. Intorno al XIII secolo a.C., quando tutto il Mediterraneo stava vivendo un periodo caratterizzato da catastrofi naturali quali terremoti, siccità, maremoti e gelo, giunse l'ultima ondata di tribù indoeuropee che completò l'opera di mutamento culturale destinato a modificare per sempre il volto dell'Europa, con lo sviluppo del fenomeno celticoPer "Celti: storia e cultura" clicca QUI.

In rosso, gli stanziamenti delle prime tribù dei Germani.
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La cultura materiale che si sviluppò sulle rive del mar Baltico occidentale e nella Scandinavia meridionale durante la tarda età del bronzo europea (1700 a.C. - 500 a.C.), nota come età del bronzo nordica, è già considerata la cultura comune ancestrale del popolo Germanico.Esistevano a quel tempo insediamenti piccoli ed indipendenti, oltre ad un'economia fortemente incentrata sulla disponibilità di bestiame. Fu questa l'epoca in cui la lingua proto-germanica assunse, all'interno della famiglia linguistica indoeuropea, le proprie caratteristiche peculiari. Il germanico comune, da intendersi più come un insieme di dialetti affini che come una lingua completamente unitaria, rimase sostanzialmente compatto fino alle grandi migrazioni di Germani verso sud, iniziate già nell'800 a.C .- 750 a.C. Il grado di compattezza dell'insieme dei Germani è oggetto di dibattito storiografico. Comunemente si ritiene che, nonostante la scissione in numerose tribù e l'assenza di un endoetnonimo attestato, i Germani avessero coscienza della propria identità etnica, secondo quanto ampiamente attestato sia dalla storiografica coeva greca e romana, sia dalla stessa produzione germanica di poco successiva; tuttavia alcuni recenti filoni storiografici criticano tale impostazione e, interpretando la attestazioni di appartenenza come conseguenti alla descrizione etnografica classica, negano ogni forma di coscienza identitaria comune. Permane in ogni caso piena convergenza sia sul carattere etnicamente composito delle varie tribù germaniche, sia sulla contemporanea omogeneità sociale, religiosa e linguistica.

Carta degli stanziamenti iniziali delle tribù dei proto-Slavi
e della loro espansione a est.
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- La culla dei popoli Slavi fu, molto probabilmente, la regione tra Cracovia ed il Danubio, vicina alle zone di origine dei balti. Gli slavi si espansero nella pianura ucraina del Dnepr nel VI secolo DC, dopo l'invasione degli avari, conquistando ed assimilando la maggior parte degli slavi orientali. Secondo alcune vecchie teorie, l'area di formazione dei Balti si trovava, fino alla fine del secondo millennio a.C. vicino all'alto e medio corso del Dnepr, nell'odierna Ucraina, dove si riteneva che si fosse stabilita un'ipotetica proto-comunità balto-slava, cioè un popolo comune che in seguito si fosse scisso e avesse dato origine agli odierni balti e slavi. All'inizio del primo millennio a.C., vari gruppi migrarono sulle coste del mar Baltico, e si stabilirono tra il fiume Pasłęka ed il fiume Nemunas. Non è chiaro se sia stata questa migrazione a dare origine alle tribù baltiche. Le più antiche popolazioni proto-Slave dell'Europa centrale, ancora prive di scrittura e dedite all'allevamento e all'agricoltura, probabilmente risiedevano nel corso medio-superiore della Vistola. Gli archeologi parlano di "cultura di Lausitz", ove sono state ritrovate delle urne funerarie. Questa cultura proto-slava si diffuse dal mar Baltico ai Carpazi, fino al Dnepr.
Già dal II millennio a.C. si registrano alcune migrazioni di slavi dal bacino della Vistola e dell'Oder verso il Baltico orientale, là dove si mescolarono con le tribù ugro-finniche. Particolarmente studiato in Polonia è stato il villaggio di Biskupinsk, presso Poznan. La più antica civiltà euroslava che conosciamo, seppure parzialmente, è quella del bronzo e soprattutto del legno, almeno sino all'uso del ferro verso la metà del I millennio a.C. Non risulta fosse praticata la schiavitù. La maggior parte dei mezzi produttivi  apparteneva a un collettivo, la tribù, e soltanto dove i proto-slavi erano a contatto con Sciti, Traci e Celti, la proprietà di tali mezzi apparteneva a singole famiglie.

Alfabeti antichi: Egiziano antico, proto-Sinaico (Cananaico), Fenicio, Greco,
Etrusco e Latino.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Dal 1.680 a.C. - I Fenici, probabilmente ispirati dalla scrittura degli Egizi, studiano per mettere a punto un alfabeto di 22 simboli fonetici. L'alfabeto fenicio è un'evoluzione dell'alfabeto protocananaico, e per convenzione è fatto risalire al 1.050 a.C., ma le iscrizioni nel sarcofago di Ahiram risalgono al XIII secolo avanti Cristo. L'idea di codificare un sistema di scrittura derivava dalla scrittura dei Sumeri della fine del IV millennio a.C., da cui provenivano il cuneiforme dei Babilonesi e i geroglifici Egizi. 
Rappresentazione
di Thot.
Secondo la tradizione, fu Thot a inventare la scrittura. Thot è la divinità egizia della luna, sapienza, scrittura, magia, misura del tempo, matematica e geometria. È rappresentato sotto forma di ibis, uccello che vola sulle rive del Nilo, o sotto forma (meno frequente) di babbuino.
Thot in
geroglifico.
Il nome egizio del dio in geroglifico è:
Compagna di Thot fu Seshat che con lui divideva il compito di scrivere nomi ed imprese dei defunti sulle foglie dell'albero ished; secondo altre tradizioni sposa di Thot fu anche la dea-rana Heket. In quanto inventore della scrittura e patrono degli scribi fu tale ruolo che ebbe anche nei confronti del dio Ra di cui era segretario e visir.
Alfabeto Egiziano-ieratico dei geroglifici, quello da cui
probabilmente i Fenici ricaveranno il loro alfabeto fonetico.
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I Libri di Thot sono dei mitici libri, 42 in tutto, redatti dal dio egizio Thot e lasciati sulla terra, nei quali si troverebbero i misteri dei cieli e predizioni di eventi planetari futuri. Questi libri profetici sarebbero stati nascosti in biblioteche egiziane segrete ed ora risulterebbero dispersi. Nell'antico Egitto l'arte era uno strumento al servizio della politica e della religione. Essa rifletteva l'immutabilità del potere del faraone, il suo essere divinità vivente che continua a esistere nell'immagine dipinta o scolpita anche dopo la morte. Nella statuaria gli dèi, il faraone, i dignitari di corte furono rappresentati sempre in pose stilizzate, con lineamenti idealizzati che non conoscono i segni della vecchiaia o della malattia. Nella postura in piedi, hanno le braccia lungo i fianchi e muovono un passo in avanti come se camminassero lentamente; se vengono ritratti seduti appoggiano le mani sulle ginocchia. Tutto era previsto dal rigido cerimoniale di corte e agli artisti non rimaneva che seguire delle precise regole di rappresentazione.
Busto di Nefertiti, moglie
di Amenofi IV.
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L'unica eccezione riguardò il regno di Amenofi IV: questo faraone promosse la massima rivoluzione religiosa della storia d'Egitto e durante il suo regno agli artisti venne concessa una maggiore libertà interpretativa, come testimonia il bellissimo busto-ritratto della regina Nefertiti, sua moglie. In un dialogo platonico, il "Fedro", Thot viene nominato (come Theuth), in un breve apologo proposto da Socrate per contestare l'importanza della scrittura, di cui il dio egizio sarebbe stato l'inventore, a favore dell'oralità, che all'epoca di Socrate era ancora molto sviluppata, la quale sola permetterebbe all'uomo di "possedere" nella propria memoria quello che la fredda scrittura fissa su supporti materiali. Un’ipotesi sull’origine dei Tarocchi fa riferimento al Libro di Thot, nel quale sarebbero contenute delle conoscenze antiche originariamente trasmesse all’uomo da questa divinità.
Ermes Trismegisto in una
rappresentazione nel
pavimento del duomo di Siena.
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Thot è stato a volte identificato con il dio greco Ermes o Hermes Trismegistus (Ermes o Ermete Trismegisto, dal greco Τρισμέγιστος «tre volte grandissimo»). Ermes Trismegisto sarà poi il padre del sistema di pensiero che da lui prende il nome: l'Ermetismo. Vedremo poi che le idee filosofiche che porrano le basi del pensiero scientifico, prendono avvio dalla riflessione sulle dinamiche cosmologiche ed astrali, da cui si cercò di spiegare tutti gli altri fenomeni: la prima "scienza" fu, così, l'Astrologia, che, fin dai Sumeri, raccordava i movimenti astrali, considerati "cause" agli eventi in terra, gli "effetti". Probabilmente fu l'agricoltura a stimolare la ricerca nelle previsioni meteorologiche, ma è anche vero che i risultati erano di tutto rispetto. Talete, il primo filosofo, si arricchì con previsioni astrologiche inerenti i raccolti di olive: prese in affitto tutti i frantoi che poté, e grazie agli abbondanti raccolti li fece lavorare oltre misura.
Testo tratto dalla Tavola Smeraldina di Ermes Trismegisto.
Se l'Astrologia è la più antica "scienza", Ermes Trismegisto introduce una nuova scienza, chiamata poi Alchimia (da cui la parola chimica), con la compilazione scritta della Tavola Smeraldina. Per queste e altre considerazioni su ermetismo e alchimia, vedi l'anno 90 d.C. di questi post. L'alfabeto fenicio è quindi un'evoluzione dell'alfabeto protocananaico, e usato presso i fenici per scrivere nella loro lingua, che era un idioma nord semitico. Quello fenicio era un'alfabeto puramente consonantico, il che significa che non erano indicate le vocali, mentre alcune evoluzioni di questo alfabeto iniziarono a rappresentare tutti i suoni del linguaggio, comprese le vocali.
 Particolare dell'iscrizione fenicia
nel sarcofago di Ahiram, XIII
sec.a.C.  Clicca sull'immagine
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Questo alfabeto divenne uno dei maggiori sistemi di scrittura, diffuso dai commercianti fenici attraverso Europa e Medio Oriente, dove divenne impiegato per una grande varietà di linguaggi. L’alfabeto fenicio è la radice comune da cui si sono sviluppati quasi tutti i moderni alfabeti.

Dal 1.650 a.C. - Apogeo della Civiltà Minoica nell'isola di Creta e nelle assoggettate isole Cicladi, con il leggendaro re Minosse. Si è poi appurato che Minosse non è un nome proprio, ma il titolo di sovrano, come ad esempio "faraone".
Carta con Micene in Grecia, le isole Cicladi, Rodi e Creta
con le sue proto-città. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Le terramare erano antichi villaggi dell'età del bronzo medio e recente (del periodo 1.650 - 1.150 a.C.) dell'Emilia e delle zone della bassa pianura Padana, come le attuali provincie di Cremona, Mantova (l'alto Mantovano) e Verona.
Le terramare sono l'espressione dell'attività commerciale dell'età del bronzo. Sono insediamenti lungo una via che attraversava le Alpi nella Val Camonica e giungeva alle sponde del Po. Qui venivano costruite le terramare, che fungevano da depositi e punti di ripartenza delle merci, costituite da ambra dal Mar Baltico, e stagno dai Monti Metalliferi centroeuropei, dirette lungo il Po fino alla sua foce e all'Adriatico, verso il Mar Mediterraneo orientale, il Mar Egeo, Creta, l'Asia Minore, la Siria, l'Egitto. Il nome Terramare deriva da terra marna (dal dialetto emiliano = terra grassa) con riferimento alla terra, generalmente di colore scuro, tipica dei depositi archeologici pluristratificati, formatisi, attraverso i secoli, con il succedersi delle abitazioni che venivano ricostruite una sull'altra. Questi depositi formavano delle collinette, alte fino a 5 metri, che costituivano ancora nel XIX secolo un tratto caratteristico del paesaggio padano. Nel corso dell'Ottocento queste collinette furono per la massima parte distrutte dalla attività di cava volta al recupero del terriccio, che veniva venduto come concime. Il termine andò poi in disuso con la dismissione di queste cave e rimase ad indicare solamente i villaggi dell'età del bronzo.
Carta con la zona della civiltà delle
Terramare. Clicca sull'immagine per
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Le popolazioni terramaricole sono forse strettamente imparentate con i successivi proto-villanoviani e gli Etruschi. Infatti la grande tecnica nel trattare le acque di scolo, la presenza di argini, canalizzazioni e fognature nelle città etrusche, potrebbe essere derivata dai terramaricoli che da sempre ebbero a che fare con tali opere. Il collegamento tra Terramaricoli e Villanoviani si riscontra anche nella pratica d'incinerazione dei defunti, diffusasi dal centro Europa lungo la via dell'ambra. Proprio i Villanoviani potevano rappresentare un ramo periferico di questa via che portava l'ambra fino in Sardegna dove era fiorente la Civiltà nuragica. La struttura delle terramare si concilia con la tecnica delle palafitte costruite sui laghi dell'Italia settentrionale e centrale. Queste strutture su palafitte in terra erano adatte per costruire villaggi permanenti lungo le sponde dei fiumi soggetti a straripamenti. Il motivo di costruire in zone così difficili è sicuramente legato al commercio fluviale. Per le fondamenta delle palafitte si utilizzava il frassino, per il pavimento assi di abete, travi di pioppo coperte di canne per il tetto, rami intrecciati di nocciolo per le pareti; per rendere il pavimento impermeabile lo si ricopriva di argilla, mentre le pareti, per proteggersi dal freddo, venivano rivestite di un composto di argilla e sterco di vacca. Se una terramare prendeva fuoco, veniva abbattuta e ricoperta di terra. Nei secoli seguenti le Terramare furono abbandonate in favore della formazione del sentiero pedemontano che sarà poi la via Emilia. Altro fattore di declino fu lo spostamento della via dell'ambra che prima passava per la Val Camonica e poi per il Tirolo, che favorì invece la comparsa della Civiltà Atestina (o d'Este) dei Veneti. I villaggi erano di forma generalmente quadrangolare, delimitati da un fossato, nel quale scorreva acqua derivata da un vicino fiume o canale, e da un terrapieno. Nel periodo iniziale le terramare avevano tutte dimensioni analoghe, comprese fra 1 o 2 ettari. Successivamente verso la fine del Bronzo Medio, tra il 1.400 e il 1.300 a.C., alcuni villaggi aumentano le loro dimensioni fino ad arrivare a 15/20 ettari di estensione, altri invece rimangono di dimensioni ridotte, mentre altri ancora vengono abbandonati. Tutto farebbe pensare ad un riassetto politico del territorio, con la formazione di distretti entro i quali i villaggi assumono diversa consistenza demografica e diversa importanza. Gli scavi archeologici del XIX secolo e quelli più recenti hanno dimostrato che internamente i villaggi avevano un'organizzazione molto regolare, con case allineate secondo uno schema ortogonale determinato dall'incrocio delle strade. Intorno al 1.150 a.C., le terramare furono completamente abbandonate e tutto il territorio della pianura, specialmente nel settore emiliano, fu abbandonato per vari secoli. Le motivazioni di questa crisi non sono ancora del tutto chiare, sembra possibile che a fronte di una forte popolamento (si calcolano circa 200.000 individui) e ad un depauperamento delle risorse naturali, una crisi climatica in senso più arido abbia innestato una profonda crisi economica che a suo volta determinò una carestia e conseguentemente sconvolgimenti di ordine politico, che causarono poi il collasso dell'intera società.

Nel 1.628 a.C. - Data approssimativa dell'eruzione vulcanica dell'isola di Thera, l'odierna Santorini, stimata comunque fra il 1.600 e 1.650 a.C. L'eruzione minoica di Thera, anche riferita come eruzione di Thera o eruzione di Santorini, fu una vasta e catastrofica eruzione vulcanica (indice di esplosività vulcanica VEI = 6 o 7, Roccia Densa Equivalente DRE = 60 km3), la quale si stima sia accaduta nella metà del secondo millennio a.C.
Ricostruzione dell'eruzione vulcanica
di Thera (Santorini).  Clicca
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L'eruzione fu uno dei più grandi eventi vulcanici accaduti sulla Terra, documentata storicamente. L'eruzione devastò l'isola di Thera (Santorini), compreso l'insediamento minoico ad Akrotiri come pure aree comunitarie e agricole sulle isole vicine e sulle coste di Creta. L'evento generò anche uno tsunami alto da 35 m. a 150 m. che devastò la costa nord di Creta, distante circa 110 km. Lo tsunami ebbe un impatto sulle città costiere quali Amnisos, dove i muri degli edifici furono deformati nel loro allineamento. Sull'isola di Anafi, 27 km ad est, sono stati trovati strati di cenere profondi 3 m., come pure strati di pomice sui pendii a 250 m. sopra il livello del mare.
Posizione dell'antica Thera, la
Santorini di oggi. Clicca
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Dove ha colpito l’onda? Certamente lo tsunami fu devastante, ma non è ancora completamente chiarito il suo sviluppo. Molti modelli, basati sulle conoscenze sempre più progredite, si sono succeduti ma le prove a conferma di queste teorie sono ancora scarse. Tuttavia proprio nell’ultimo lustro la caccia ai depositi di questo evento ha ottenuto buoni risultati. Sull’isola di Anaphi, una ventina di km ad est di Santorini, sono stati ritrovati livelli di pomici coperti da sedimenti alluvionali recenti a circa 350 metri dalla costa, ad un’altitudine di circa 50 metri sul livello del mare, per alcuni autori trascinati lì dall’onda di tsunami che avrebbe raggiunto quelle coste nel giro di dieci minuti. Altre evidenze simili sono state individuate a nord fino all’isola di Samotracia, ad est a Lesbo e Rodi, ancora più ad est sulle coste della Turchia, di Cipro e perfino di Israele, dalle parti di Jaffa, dove l’onda avrebbe avuto un’altezza di circa sette metri e sarebbe arrivata almeno un’ora e mezzo dopo l’inizio dello tsunami. Ipotesi quest’ultima tutta da verificare secondo altri autori, con i depositi che potrebbero essere dovuti ad altri tsunami dell’antichità. Tuttavia l’aspetto più interessante risiede a sud, in particolare nell’isola di Creta, distante circa 120 km da Santorini, dove l’onda di tsunami, viaggiando ad una velocità di circa 500 km/h, sarebbe giunta nel giro di 25-30 minuti, con un’altezza di 10-12 metri, colpendo (in modo differenziato a seconda della morfologia dei fondali) l’intera costa settentrionale. Molte evidenze, archeologiche e geologiche, portano a ritenere l’evento ormai assodato così come appare confermata l’ipotesi che l’economia della civiltà minoica, allora fiorente a Creta e nell’intero Egeo, abbia subito dal cataclisma un colpo praticamente mortale, vedendo distrutta gran parte della sua potente flotta navale e danneggiata sensibilmente l’agricoltura: proprio per questo si parla di tsunami minoico.
Come doveva presentarsi, vista dall'alto,
 la città principale di Atlantide.
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Altrove nel Mediterraneo si sono trovati depositi di pomice causati probabilmente dall'eruzione di Thera. Gli strati di cenere nelle carote perforate sul fondale marino e dei laghi in Turchia, tuttavia, mostrano che la più abbondante caduta di cenere avvenne a est e a nord-est di Santorini. Adesso si sa che la cenere trovata su Creta è stata depositata in una fase precorritrice all'eruzione vera e propria, alcune settimane e mesi prima delle principali fasi eruttive, ed avrebbero avuto un'impatto sull'isola meno devastante di quello che si pensava. L'eruzione sembra avere ispirato certi miti greci e può avere causato scompiglio in Egitto.
Come doveva presentarsi la città
principale di Atlantide.
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In aggiunta, si è congetturato che l'eruzione minoica e la distruzione della città di Akrotiri avesse fornito la base o altrimenti l'ispirazione a Platone per la storia riguardo ad Atlantide. Platone, nel Timeo e nel Crizia, parlava di una favolosa isola, sede di una civiltà eletta, spazzata via da un’immane cataclisma del tutto simile ad un maremoto: molti autori hanno identificato la sua Atlantide proprio con Santorini. Quindi Platone ha derivato il mito di Atlantide da un'impero che si estendeva da Thera a Creta? E' probabile, visto che fu Solone a riportare il racconto di avere visionato documenti egizi che descrivevano Atlantide e la sua popolazione, i cui profughi si sarebbero poi rifugiati in Egitto. Il nome che gli egizi usarono per identificare quei profughi era "keptiu", lo stesso che usavano per indicare i Cretesi.

Carta delle invasioni di Ioni e Achei dal 2000 a.C., e Dori
 dal 1200 a.C., nell'antica Grecia.
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Dal 1.600 a.C. - Nella penisola greca, meta di periodiche migrazioni di popoli che consentiranno alla cultura greca di evolversi dall'iniziale cultura pelasgica, nel 2.000 a.C. giunse la popolazione guerriera degli Ioni, seguì nel 1.600 quella degli Achei e degli Eoli. Le nuove migrazioni spingeranno gli Ioni nei territori dell'Attica,  gli  Achei in molte zone del Peloponneso (Elide, Acaia oltre all'Argolide, regione che verrà poi conquistata dai Dori), nelle isole attorno alla Grecia e nel resto del paese, mentre gli Eoli occupano i territori della Beozia e della Tessaglia. Gli Achei (Achei da Achille, da cui Acaia) furono quindi la popolazione ellenica che, seguita dagli Eoli, invase la Grecia nel II millennio a.C., riuscendo a egemonizzare definitivamente le genti preelleniche (definite dai più Pelasgi). Son detti anche Argivi, dalla città di Argo, o Danai, cioè "figli di Danao", quindi "occidentali", rispetto agli orientali Troiani.   
Carta delle regioni dell'antica Grecia con
le città che furono poi edificate
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Oggi li si associa più che altro ai Micenei, dalla città di Micene. Nell'Iliade con il nome Achei vengono indicati i popoli greci che presero parte alla Guerra di Troia. In età storica sono detti Achei gli abitanti dell'Acaia Ftiotide, nella Tessaglia meridionale, e dell'Acaia Egialea, corrispondente alla omonima regione denominata Acaia e parte dell'Arcadia. Per quanto riguarda la penetrazione di questo popolo nell'area greca si ritiene generalmente che queste genti di origine indoeuropea, attraverso i Balcani, occuparono il Peloponneso intorno al 1500 a.C., in coincidenza con la fine dell'era minoica.
Carta con Micene in Grecia, le isole
Cicladi, Rodi e Creta con le sue proto
-città. Clicca sull'immagine
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Sono proprio gli Achei a intraprendere i primi contatti commerciali con l'avanzata civiltà Minoica cretese, e che subiscono l'influsso di questa cultura forte e civilizzata: dall'incontro di questi due popoli venne infatti a svilupparsi la fiorente civiltà Micenea, e definire quindi Achei e Micenei come se fossere la stessa cosa, è errato. Gli Achei potrebbero essere stati, in seguito, una concausa della capitolazione Minoica. Il ruolo degli Achei nello scacchiere politico del Mediterraneo orientale era di sicuro di fondamentale importanza.
Carta delle invasioni di Ioni, Eoli, Dori e Dori del
 Nord nell'antica Grecia. In Arcadia si rifugiano
 i Pelasgi, i primi indoeuropei arrivati in Grecia.
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Si parla di loro nei documenti ittiti, dove vengono chiamati Ahhiyawa, ed egiziani (Aqaivasa ) della seconda metà II millennio a.C.;  Omero usa come sinonimi Achei e Danai, mentre sembrerebbe che Argivi si riferisca solo ai nativi del Peloponneso o della Grecia continentale, ma è quasi un sinonimo, mentre usa il termine Elleni solo per gli abitanti del nord della Grecia. Le città achee, erano governate dall'aristocrazia e riunite in confederazione. Gli Eoli invasero l'antica Grecia nel II millennio a.C. e probabilmente, la realtà storica dell'invasione ellenica della Grecia fu raccontata attraverso il mito della titanomachia: i fratelli Ade, Poseidone e Zeus personificano Ioni, Eoli e Achei che soggiogano Crono e i suoi fratelli Titani, ossia i Pelasgi adoratori delle divinità titaniche. Il nome "Eoli" deriva dal fatto che essi furono considerati i discendenti di Eolo, figlio di Elleno, il mitico patriarca degli Elleni. Popolo originariamente stanziato in Tessaglia ed in Beozia, gli Eoli migrarono verso oriente verso l'XI secolo a.C., stabilendosi nell'isola di Lesbo e poi sulle coste anatoliche in Eolide. Secondo la tradizione tale migrazione, capeggiata da Oreste, sarebbe avvenuta sotto la spinta dei Dori, l'ultimo e quarto popolo (forse) ellenico, che soggiogò la civiltà micenea ormai decaduta. Il processo della decadenza micenea parrebbe iniziare con la guerra di Troia, intorno al 1.200 a.C. L'invasione dorica, di un secolo circa più tarda, invece ne sarebbe il colpo di grazia. 

Carta con i siti in cui si sono originate le culture celtiche in Europa: nei
piccoli quadrati gialli la proto-celtica Canegrate poi le celtiche Golasecca,
Hallstatt e La Tène. In rosso i territori in cui, dall'età del bronzo, erano
stanziati i Celti: Elvezi,Volsci, Insubri e Leponzi oltre ai Liguri. In verde
più scuro le espansioni dei Boi, Britanni e Goideli, Trinovanti, Senoni,
Boi e Sequani, Celtiberi, i Celtoliguri in cui sono mutati molti Liguri
nei sec VI e V a,C. In verde più chiaro le successive espansioni dei
Norici, Boi, Senoni, Scordisci, Traci e Galati.
- Le tribù antenate dei Celti occupano le regioni dell'alto e medio Danubio intorno al XV-XIV secolo a.C. e cominciano poi a espandersi verso ovest e successivamente, come il riflusso di un'onda, verso est. In questo periodo si possono riconoscere due diversi orientamenti a livello economico: nelle aree fluviali continuò la coltivazione dei cereali, anche se i villaggi cominciarono a situarsi su alture poco elevate (con un lento e costante abbandono dei villaggi su palafitte), mentre nei luoghi di maggior altitudine e nelle pianure centro-europee si assistette a uno sviluppo maggiore della pastorizia. I diversi tipi di insediamenti e organizzazioni economiche diedero luogo a differenti organizzazioni sociali e religiose.

- Di origine indoeuropea, gli Ausoni, esistevano già intorno al 1.600 a.C., cioè all'inizio del Bronzo medio. L'Ausonia era il loro territorio, si estendeva dal basso Lazio fino alla Calabria, abitavano le terre della Campania fino al fiume Sele; gli Enotri vivevano nel territorio a sud e gli Japigi nell'attuale Puglia (ad essi si affiancava un'altra popolazione enotria, quella dei Choni). Fra queste, quelle degli Ausoni e degli Enotri rappresentano, secondo le fonti, le più antiche popolazioni italiche dominanti ed avevano nell'VIII secolo a.C. ormai raggiunto una loro stabilità territoriale. Secondo la tradizione mitologica, verso il 1.400 a.C. un gruppo di Ausoni guidato da Liparo avrebbe raggiunto l'isola eoliana di Lipari e vi si sarebbe stabilito fondandovi una città chiamata Lipara (forse nel più volte riutilizzato sito del Castello di Lipari) ed uno stato che si mantiene lì dal 1.240 all'850 a.C., per poi essere distrutto violentemente e non più ricostituito. Attorno al 1.270 a.C. una parte del popolo ausonico sarebbe emigrata dalla Campania in Sicilia.

Disco di Nebra. Clicca
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Il 1.600 a.C. è anche la data approssimativa della produzione del disco di Nebra, ritrovato a Mittelberg, una collina di 252 metri nel sud-ovest della foresta di Ziegelroda a 180 km di Berlino, in Germania. Da http://www.misteria.org/Il%20Disco%20di%20Festo%20-%20Un%20calendario%20vecchio%20di%204000%20anni.htm:
Il disco di Nebra è un manufatto circolare in bronzo e oro datato 1600 a.C. circa, con un diametro di 32 cm. con raffigurati sole, luna e stelle tra le quali si distinguono le sette Pleiadi; o almeno il gruppo delle 7 stelle visibili ad occhio nudo che fanno parte della costellazione delle Pleiadi. Il disco di Nebra sembrerebbe, così, essere la più antica rappresentazione di stelle in assoluto. Questo singolarissimo ritrovamento archeologico, sembra corroborare gli stretti legami tra l'Europa centro-settentrionale e il mondo miceneo e poi omerico evidenziati dagli studi di Rosario Vieni, di Harald Haarmann, e di Felice Vinci. Il disco è il perfetto pendant dei versi del XVIII libro dell'Iliade in cui Omero illustra le decorazioni astronomiche fatte dal dio fabbro Efesto sullo strato in bronzo posto al centro dello scudo di Achille: "Vi fece la terra, il cielo e il mare, / l'infaticabile sole e la luna piena, / e tutti quanti i segni che incoronano il cielo, / le Pleiadi, le Iadi, la forza d'Orione". Il Disco di Nebra è stato attribuito alla cultura di Únětice (2.300 - 1.600 a.C.) in base ai pugnali in rame che presumibilmente erano associati al reperto.

Carta con l'ubicazione del Lago
di Viverone, in Piemonte.
Dal 1.550 a.C. - Nella Cultura di Viverone (1.550 - 1.450 a.C.), alcune costruzioni palafitticole sono costruite con cassoni quadrati orizzontali su cui vengono appoggiati i pavimenti, altre sfruttano una palificazione verticale che costituisce l'ossatura dell'edificio e dei pontili; dunque la tecnologia non è univoca. È però singolare che edifici in legno simili a quelli palafitticoli siano stati scoperti anche in terraferma, ad es. in Svizzera a Savognin Padnal o a Zurigo a Mozartstrasse. Infine è ormai chiaro che l'immagine del villaggio sospeso sull'acqua non è una regola. Recenti sondaggi e ricerche dimostrano ormai con chiarezza come alcuni impianti furono edificati sulle rive del lago e che quindi il villaggio non era affatto sospeso sull'acqua. Alcuni studiosi hanno quindi cercato di spiegare il diffondersi di questo criterio costruttivo rifacendosi a fattori esterni quali la variabilità climatica. Se lo scopo dell'impiantito ligneo è quello di proteggere le case dall'acqua alta, il diffondersi delle palafitte nell'età del Bronzo potrebbe manifestarsi in corrispondenza di un peggioramento climatico generale. Purtroppo la nostra conoscenza del clima nell'età del Bronzo è limitato e deriva dalla osservazione degli strati di ghiaccio sulle Alpi.
La preistoria è così divisa in 5 grandi periodi climatici che, a partire dall'ultima glaciazione (di Wurm, terminata 15.000 anni fa) corrispondono a consistenti variazioni delle temperature che possiamo così riassumere:
- Preboreale 11.000-5.000 anni fa (B.P. = prima del presente), improvviso innalzamento della temperatura ma comunque fredda, più del presente,
- Boreale 9.000 -7.500 anni fa, variazioni climatiche simili a quelle odierne, temperature più calde ed inverni miti,
- Atlantico 7.500 -5.500 anni fa, periodo più caldo e più umido, + 4°C rispetto al presente,
- Subboreale 5.500-2.800 anni fa, ritorno ad un clima più freddo e piovoso,
- Subatlantico da 2.800 anni fa, caratterizzato da temperature superiori a quelle attuali.
All'interno del periodo Subboreale, un raffreddamento rispetto al periodo precedente comportò l'avanzata dei ghiacciai e precisamente questo si verificò intorno al 1.500 a.C. in Svizzera e intorno al 1.280 a.C. in nord Italia. Queste fasi coincidono straordinariamente con quelle della scomparsa dei ritrovamenti archeologici di palafitte nelle rispettive regioni. Forse, durante le fasi più calde del periodo contraddistinto come Subboreale, le coste lacustri furono densamente abitate da genti che attuavano uno stratagemma per mettere al riparo gli edifici dalle repentine e stagionali trasgressioni del livello dei laghi.
Gli scavi di Savognid Padnal e Zurigo in Mozartstrasse, dimostrano che case lignee di grandi dimensioni furono costruite anche lontano dall'acqua. La palafitta pare dunque il punto di arrivo di una secolare tradizione architettonica lignea sviluppatasi in Europa continentale sin dal Neolitico grazie all'alto grado di forestazione e la disponibilità di materia prima. Se la palafitta è il prototipo della casa celtica o del casone medievale europeo è possibile che essa non sia esclusivamente lacustre e che anzi il problema stesso della "palafitta" sia sovrastimato se è vero che i resti di villaggi in legno in terraferma sono ben difficilmente riconoscibili per la dissoluzione esercitata sui materiali deperibili dai processi di decomposizione. La scoperta del villaggio palafitticolo di Viverone (in Piemonte) ha fornito contributo alla definizione del popolamento dell’Italia nord-occidentale alimentando alcune interessanti riflessioni sulle società dell'età del Bronzo. II villaggio di Viverone che occupa un area di 200 x 250 m, è stato identificato assieme ad altri 6 siti minori da archeologi subacquei volontari nel corso degli anni e ‘60 e successivamente scavato e rilevato dalla Soprintendenza Archeologica del Piemonte.
Monile bronzeo della
Cultura di Viverone.
Viverone ha restituito oltre 150 oggetti in bronzo in perfetto stato di conservazione, miracolosamente conservatisi sui fondali del lago. Si tratta in parte di oggetti da guerra (spade, coltelli, asce) e di abbigliamento (spilloni, pinzette, pettini e eccezionalmente due rasoi - i più antichi attualmente noti in Italia). Particolarmente raro un morso piuttosto primitivo per cavallo realizzato anch'esso in bronzo. Il morso, in particolare, è di grande interesse soprattutto se messo in relazione con la scoperta effettuata il secolo scorso di due ruote in legno pertinenti ad un carro sul fondo della torbiera di Mercurago. La prima è una massiccia ruota composta di tre parti legate tra loro e sembrerebbe adatta ad un carro da lavoro. La seconda più leggera e raggiata ricorda da vicino quelle scolpite sui rilievi egiziani, ittiti o micenei. Gran parte degli studiosi, pur in assenza di una stratigrafia o di dati radiocarbonici (i reperti con il tempo sono andati distrutti e non esiste che un calco) assegnano queste ruote all'età del Bronzo. Si potrebbe dunque immaginare che i guerrieri di Viverone facessero uso del carro trainato dal cavallo in guerra; le loro spade sono troppo fragili per sopportare colpi di fendente e sembrano più adatte per essere utilizzate di punta. Il materiale di Viverone è tuttavia un unicum e la cronologia dei materiali di Mercurago non è affatto certa. I reperti bronzei di Viverone sono stati in questi ultimi anni più chiaramente inquadrati culturalmente e paiono chiaramente esogeni, presumibilmente prodotti nell'area dell'altopiano Svizzero e del Baden Württemberg. L'analisi condotta dallo scrivente sul complesso della cultura materiale ha però permesso di escludere che le genti di Viverone provenissero da quelle regioni; il materiale bronzeo di Viverone sembra frutto di scambi o dell'immissione del Piemonte in un circuito metallurgico occidentale che, attraverso il passo del Gran San Bernardo ha intensificato i rapporti tra l’Europa centrale e il Mediterraneo. I problemi da risolvere sono allo stato attuale molti e stimolanti e riguardano non solo la genesi ma anche l'esaurimento del fenomeno palafitticolo.
Carta con l'ubicazione di Mercurago.
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In Emilia e Lombardia meridionale un fenomeno simile e leggermente sfasato cronologicamente passa sotto il nome di "terramare': il collasso dei due sistemi è tuttavia sincronico e allo stato attuale inspiegabile. Nell'area alpina piemontese i siti palafitticoli riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità sono due: l’insediamento di Viverone, sulle sponde del lago omonimo, risalente all’età del Bronzo (1.550-1.400 a.C.), e quello di Mercurago, in un’area umida poco distante dal Lago Maggiore, di grande importanza per la quantità di materiali e utensili ritrovati al suo interno.

Carta della Grecia o Ellade arcaica,
con i nomi in Latino. In grassetto
sono indicate Focea (Phocaea),
Micene (Mycenae) e Tirinto
(Tiryntus).
La Porta dei Leoni
dell'antica  Micene.
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Dal 1.500 a.C. - Ascesa della Civiltà Elladica (o Micenea).
Dal 1.500 al 900 a.C. ha luogo l'ascesa e il declino della civiltà Elladico-Micenea. Fra i popoli indoeuropei che dalla fine del III  all'inizio del II millennio a.C. invadono il territorio greco, vi sono gli Achei, che si stabiliscono nel Peloponneso. Sono proprio gli Achei (il nome Achei deriva da Achille) a intraprendere i primi contatti commerciali con l'avanzata civiltà Minoica cretese, e subiscono l'influsso di questa cultura forte e civilizzata: dall'incontro di questi due popoli venne infatti a svilupparsi la fiorente civiltà Elladico-Micenea. Achei e Micenei sono quindi definizioni che intendono persone diverse, appartenenti a diverse culture. La civiltà micenea (che è contraddistinta dal militarismo) si sviluppa quindi dall'incontro tra cultura elladica e cultura minoica da Creta (più pacifista e gioiosa), e prende il nome da Micene, città più importante del Peloponneso (i resti di Micene vennero portati alla luce da H. Schliemann nel 1878). I Micenei si sostituiranno poi ai Minoici nel commercio nel mare Mediterraneo (come narrato nel mito di Giasone e della nave Argo) e a partire dal XVI secolo a.C. conquistano le Cicladi e le coste dell'Asia Minore. Si avrà quindi un'espansione commerciale anche in Italia.
Europa - Civiltà Micenea, o Elladica, con Micene e le sue maggiori città,
 sviluppatasi dal 1450 al 1200 a.C. - Clicca sull'immagine per ingrandirla.

I valori della Civiltà Micenea, o Elladica, a confronto con quelli della
Civiltà Minoica Cretese.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
- Probabilmente l'eruzione di Thera del 1.628 a.C., che fondamentalmente aveva distrutto la Civiltà Minoica, favorì gli Elladici-Micenei, tramite spedizioni militari ed imprese piratesche, a conquistare quello che ne rimaneva, e si espansero inoltre verso le Cicladi meridionali, l'isola di Rodi e fino alle coste dell'Asia Minore. L'ennesimo cataclisma che si era abbattuto sulla Civiltà Minoica, pacifica e gioiosa, determinò quindi la supremazia definitiva della civiltà Micenea, fortemente guerriera. Nella tabella a lato sono indicate le caratteristiche profondamente diverse fra le due civiltà.

Alfabeto della scrittura sillabica "Lineare B".
- Nel 1.952, Michael Ventris scoprì che la scrittura sillabica "Lineare B" veniva usata per mettere per iscritto una primitiva forma di greco, nota oggi come Miceneo. Insieme ad altri utilizzò questa scoperta per decifrare la Lineare B, decifrazione tutt'oggi ampiamente accettata, anche se rimangono molti punti da chiarire. Il sillabario miceneo, esclusi alcuni ideogrammi, è costituito quasi esclusivamente da segni per vocali isolate e per sillabe del tipo consonante+vocale, le consonanti sonore G, B e aspirate KH, TH si scrivono sempre sorde (K, P, T), mentre è mantenuta l'opposizione T/D. I suoni R e L sono indicati da un unico suono R, con Q si designa un suono molto antico ("Koppa") conservato in latino e mutato nel greco classico (lat. quis, greco tis.gif); inoltre il sillabario si rivelava poco adatto a rendere sia le consonanti finali di parola che i gruppi consonantici interni. Gli espedienti grafici che l'ortografia micenea adotta per ovviare all'imperfezione della scrittura sono due:
I) omissione grafica delle consonanti finali;
II) notazione di entrambi gli elementi consonantici mediante una vocale di raccordo ("quiescente").
La prima norma si applica per le consonanti finali (lmn.gif); es.: KO-WO = korwos.gif. Questo primitivo sistema di trascrizione è da imputarsi non solo all'adozione della scrittura sillabica del tutto inadatta al greco, ma anche all'inettitudine degli scriventi a intendere rettamente i suoni della lingua suddetta.

- L'inizio dell'età del bronzo in Estonia viene fatta risalire approssimativamente al 1.800 a.C., mentre in Finlandia poco dopo il 1.500 a.C. Le regioni costiere della Finlandia furono influenzate della cultura del bronzo nordica, mentre nelle regioni dell'entroterra le influenze vennero dalle culture della Russia settentrionale che usavano il bronzo. Stava iniziando lo sviluppo delle frontiere fra i popoli finnici e i Baltici. Iniziarono ad essere costruiti i primi insediamenti fortificati, Asva e Ridala sull'isola di Saaremaa e Iru nell'Estonia settentrionale. Lo sviluppo delle costruzioni di navi facilitò la diffusione del bronzo. Ci furono dei mutamenti nelle usanze funebri; un nuovo tipo di cimitero si estese dalle aree germaniche ed estoni, tombe a cista in pietra e la cremazione divennero sempre più comuni a parte un piccolo numero di tombe in pietra a forma di barca.

- I primi abitanti degni di nota che si stabilirono nella zona dell'odierna Svizzera, furono alcune tribù di origine celtica, gli Elvezi (i Leponti in Ticino) verso l'anno 1.500 a.C. e i Reti, di probabile origine ligure (secondo Plinio il Vecchio), che si stabilirono nella zona ad Est, mentre gli Elvezi si stabilirono ad Ovest.

Cartina con le lingue parlate nella penisola
Italica preromana, dal 1.000 a.C.: Celtica,
Ligustica, Lepontica, Retica, Venetica,
Etrusca, Picena, Umbra, Falerica, Latina,
  Osca,  Messapica, Sicula, Greca.
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- I Veneti, a volte indicati anche come Venetici, antichi Veneti o Paleoveneti per distinguerli dagli odierni abitanti del Veneto, erano una popolazione indoeuropea che si stanziò nell'Italia nord-orientale dopo la metà del II millennio a.C. e sviluppò una propria originale civiltà nel corso del millennio successivo. Il nome "Veneti" ricorre frequentemente nelle fonti classiche. Erodoto ricorda gli Eneti tra le tribù illiriche, probabilmente i nostri Veneti italici; nell'Europa centrale Tacito localizza i Veneti, o Venedi e Venedae, distinguendoli dai Sarmati, che sono gli Slavi Venedi-Sclavini; Pomponio Mela cita il lago di Costanza come Venetus lacus; infine Venetulani sono un popolo laziale scomparso citato da Plinio. Vi sono inoltre i Veneti Celti, della Bretagna francese, battuti poi da Giulio Cesare. La frequenza di questo etnonimo in diverse aree europee non va però spiegata con ipotetici legami storici e linguistici tra i diversi popoli che ne hanno fatto uso, quanto piuttosto con un'uguale derivazione, più volte ripetuta in modo indipendente, dalla medesima radice indoeuropea “wen” (amare). I Veneti (wenetoi) sarebbero pertanto gli "amati", o forse gli "amabili", gli "amichevoli". Agli antichi Veneti ci si riferisce talvolta con "Paleoveneti", "Veneti adriatici" o "Venetici" per distinguere il popolo dell'antichità dagli attuali abitanti della regione italiana del Veneto. Nel periodo antico vi erano rapporti culturali con la Civiltà villanoviana, con l'Egeo e l'Oriente, e successivamente anche con gli Etruschi. Caso unico tra i popoli dell'epoca nell'Italia settentrionale, si può stabilire l'identità tra la popolazione attuale e la cultura degli antichi, in questo caso i paleo-Veneti; è possibile infatti attribuire una precisa cultura materiale e artistica nel loro territorio di stanziamento, la Venezia. Questa cultura si sviluppò durante un lungo periodo, per tutto il I millennio a.C., anche se nel tempo subì diverse influenze. Di questa popolazione e identità la documentazione archeologica è particolarmente ricca. I Veneti si stanziarono inizialmente nell'area tra il Lago di Garda ed i Colli Euganei; in seguito si espansero fino a raggiungere confini simili a quelli del Veneto attuale, anche se bisogna considerare che la linea di costa del Mar Adriatico era più arretrata rispetto ad oggi. Secondo i ritrovamenti archeologici (che concordano anche con le fonti scritte), i confini occidentali del loro territorio correvano lungo il Lago di Garda, quelli meridionali seguivano una linea che parte dal fiume Tartaro, segue il Po e raggiunge Adria, lungo il ramo estinto del Po di Adria, mentre quelli orientali giungevano fino al Tagliamento. Oltre tale fiume erano insediate genti di ceppo illirico, anche se fino all'Isonzo la presenza veneta era tanto forte che si può parlare di popolazione veneto-illirica. I confini settentrionali erano invece meno definiti e omogenei; il territorio veneto risaliva soprattutto i fiumi Adige, Brenta e Piave verso le Alpi, che fungevano comunque da confine naturale. La presenza veneta sulle Alpi è attestata soprattutto nelle Dolomiti del Cadore, a Lagole.
Cavallo degli antichi Venetici.
La ricerca moderna, in questo modo, si è trovata in sostanziale accordo con quanto sostenuto già dalla storiografia latina: i Veneti condividono con i Latini una comune origine protostorica, anche se non attraverso quel comune legame con l'Antica Grecia (e con Troia in particolare) postulato dai Romani mediante il mito di Antenore. L'insieme indoeuropeo veneto-latino si era formato come gruppo a sé in un'area dell'Europa centrale, probabilmente ubicato entro i confini dell'odierna Germania e parte di un vasto continuum indoeuropeo esteso nell'Europa centro-orientale fin dagli inizi del III millennio a.C. Da qui mosse verso sud nel corso del II millennio a.C., probabilmente intorno al XV secolo a.C.; mentre una parte di queste genti proseguì fino all'odierno Lazio (i Latini), il gruppo che avrebbe dato origine ai Veneti si insediò a nord del Golfo di Venezia e lì si attestò definitivamente. La civiltà o cultura Atestina o d'Este, diffusa nell'attuale territorio del Veneto e sviluppatasi tra la fine dell'età del bronzo (X-IX secolo a.C.) e l'età romana (I secolo a.C.) fu un'espressione di questa popolazione, i Venetici.

Antica rappresentazione di Eingana.
Il ricordo degli Euganei si conserva
nelle leggende e nelle favole delle eingane
o anguane/angane/aivane, ecc. Gli antichi
Euganei abitavano palafitte lungo laghi
e fiumi e le Anguane sono la loro mitica
rappresentazione che ne determina il nome
nelle varianti etnonimiche: in retico Anauni,
in ligure Ingauni. Clicca sull'immagine
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- Gli Euganei erano un popolo insediatosi originariamente nella regione compresa fra il Mare Adriatico e le Alpi Retiche. Successivamente essi furono scacciati dai popoli Veneti in un territorio compreso tra il fiume Adige ed il Lago di Como, dove rimasero fino alla prima età imperiale romana. Catone il Censore, nel libro perduto delle Origines, annoverava tra le maggiori tribù euganee i Triumplini della Val Trompia ed i Camuni della Val Camonica. Si trattava probabilmente di un popolo preindoeuropeo di stirpe affine a quella dei Liguri Ingauni, come testimoniato dall'analogia dei nomi. Appartengono alla stessa stirpe degli Euganei, secondo Plinio il Vecchio anche gli Stoni in Trentino.

- Nel sito palafitticolo di Fiavè, in Trentino, nel corso del XV-XIV sec. a.C. venne edificato un nuovo abitato palafitticolo costituito da capanne su pali ancorati ad una complessa struttura a reticolo adagiata lungo la sponda e sul fondo del lago.

- I Latini discesero in Italia nel corso del II millennio a.C., probabilmente nel XV sec. a.C., provenienti forse dall'Europa centrale danubiana o, secondo la storiografia greco-romana, dall'Asia minore, anche se teorie su una loro origine autoctona non sono da escludere. La migrazione Latina avvenne via terra, seguendo il percorso naturale dato dalla dorsale appenninica da nord a sud, seguendo il versante occidentale della penisola. Secondo l'ipotesi del Mommsen la migrazione del gruppo Latino, si sarebbe estesa dal Lazio fino all'attuale Calabria. In seguito ai successivi arrivi di Greci e Sanniti, la presenza di popolazioni Latine, si sarebbe contratta, fino a coincidere con il Lazio Antico. Anche le altre popolazioni italiche di epoca storica, quali UmbriVolsciSannitiMarsi e Sabini, appartenevano al gruppo di popolazioni indoeuropee, stanziatesi in Italia, a seguito di migrazioni via terra, lungo la dorsale appenninica, seguendo un percorso da nord a sud, successive a quella dei Latini. I Latini diedero origine al popolo romano. Oggetto di dibattito è, oltre il luogo di provenienza del popolo latino, anche l'età in cui avvenne la sua migrazione nell'attuale Lazio. L'archeologia rileva che nella tarda età del bronzo il territorio a sud del Tevere era caratterizzato dalla cosiddetta facies laziale o cultura laziale (X-VIII secolo a.C.), regionalizzazione della precedente cultura protovillanoviana (collegabile con la civiltà dei campi di urne dell'Europa centrale) che uniformò l'area tirrenica della Toscana e del Lazio fra il XII e il X secolo a.C. sovrapponendosi alla cultura appenninica che dominava la regione nei secoli precedenti. Alla cultura laziale viene associata la formazione dell'ethnos latino che sul finire del secondo millennio a.C. si era già già costituito in una serie di comunità (menzionate da Plinio il Vecchio) che avevano come centro principale Alba «Longa».

 L'insediamento dei coloni greci sul suolo italico ebbe luogo in due fasi, di cui la prima, in ordine sparso e a opera di gruppi di Achei, (intesi come popolazioni che costituivano la civiltà Micenea n.d.r.) avvenne in età arcaica, tra i secoli XV e XIV a.C., e il ricordo sopravvisse nei racconti degli avventurosi viaggi verso l'Occidente favoloso (ciclo troiano) e nei santuari di divinità ctonie (divinità generalmente femminili legate ai culti di dèi sotterranei e personificazione di forze sismiche o vulcaniche n.d.r.) che ancora in epoca storica sorgevano al di fuori delle città (e ciò trova conferma nell'archeologia). Quel remoto flusso immigratorio si interruppe verso il sec. XII a. C., forse in conseguenza dell'invasione dorica della Grecia, che sospinse gli Achei verso l'Asia Minore. La seconda fase si verificò poi dall'VIII secolo a.C.

Dal 1.450 a.C. - "i Pelasgi... un popolo che occupava in antico tutto il bacino dell'egeo e tutta la Grecia continentale compreso il Peloponneso, e occupò in seguito vaste zone dell'Italia... nessuna altra stirpe pregreca viene descritta dagli storici antichi come colonizzatrice di estensioni così vaste, e l'opera di colonizzazione sembra partisse appunto dalle bocche del Po, con Spina, e di qui si irradiarono per tutta la pianura padana fondandovi le dodici città ricordate da Diodoro Siculo (XIV, 113, 1) che secondo lo storico preesistevano all'occupazione da parte degli Etruschi di almeno sette secoli" (da "La Tirrenia antica", opera in due volumi scritta da Claudio De Palma e pubblicata da Sansoni Editore: volume primo, pagine 214-215).
Ubicazione di Spina quando era ormai inserita nel mondo
etrusco. clicca sull'immagine per ingrandirla.
Spina era un'antica città situata nella bassura padana accanto alle sponde dell'Adriatico, la cui esistenza è attestata da varie fonti. Tra queste Dionisio di Alicarnasso (Ant. rom., I, 18, e 28, 3) secondo il quale schiere di Pelasgi, o per consiglio dell'oracolo di Dodona o per sottrarsi agli Elleni, passarono per mare in Italia, e presso il fiume Spinete (un ramo del Po, nei pressi dell'attuale Comacchio) fondarono un accampamento, che si trasformò nella florida città di Spina, che mandava doni votivi a Delfi; ai Pelasgi successero i barbari (cioè i Celti), poi i Romani. Spina, come riferiscono Strabone e Plinio, aveva un edificio per contenere doni votivi, nel santuario apollineo di Delfo. Era perciò considerata come città ellenica, e l'elemento ellenico dovette essere numeroso in Spina, specialmente quando nei primi tempi del secolo IV a. C. Dionisio il Grande, signore di Siracusa, fece sentire il suo potere alle foci del Po. Tale elemento ellenico si dovette distendere sull'elemento etrusco e sull'antico elemento etnico veneto o umbro; poi fu l'assoggettamento di Spina ai Galli (dall'inizio del sec. III a. C.). Ai tempi augustei Spina era ridotta a un semplice villaggio.

- Nel XIV e XIII sec. a.C. una frazione di Liguri si era stabilita nel Lazio, proprio nell'area dove verrà poi fondata Roma. Presumibilmente queste popolazioni avevano avuto il controllo della Toscana, Umbria (loro erano Cere, Pisa, Saturnia, Alsio, Faleri, Fescennio) e delle Marche, in cui avevano fondato Numana e Ancona. Questi Liguri erano denominati Siculi, e potrebbe trattarsi dei Šekeleš, uno dei popoli del Mare.
Dionigi di Alicarnasso nella sua storia delle antichità romane parla dei Siculi come della prima popolazione che abitò la zona di Albalonga, dove poi sorse Roma. Il nuovo confine territoriale fu il fiume Salso dove rimase fino all'arrivo dei Greci. Siculo (o Sikelòs o Siculos), è il presunto re che avrebbe dato il nome al popolo dei Siculi e alla Sicilia (Sikelia). La sua figura nella tradizione storiografica rimane costantemente legata alla storia del popolo Siculo che dalla penisola italiana passò in Sicilia, anche se si suppone che quel popolo non fosse di Siculi, ma di Ausoni o di Liguri, sempre dello stesso popolo e dello stesso re si parla. Antioco Senofaneo parla di un Siculo indistinto che sembra comparire dal nulla per dividere le genti, i Siculi dai Morgeti e dagli Itali-Enotri. Dei Siculi si fa menzione a proposito dell'arrivo dei Pelasgi in Italia. Così tramanda Dionigi di Alicarnasso: “Affrettatevi a raggiungere la Saturnia terra dei Siculi, Cotila, città degli Aborigeni, là dove ondeggia un'isola; fondetevi con quei popoli, ed inviate a Febo la decima e le teste al Cronide, ed al padre inviate un uomo.”. I Pelasgi accolto l'ordine di navigare alla volta dell'Italia, e di raggiungere Cotila nel Lazio vetus, allestirono numerose navi e si diressero come prima tappa verso le coste meridionali dell'Italia, che erano le più prossime. Lo schema narrativo seguito da Dionigi è identico a quello che Varrone aveva prodotto prima di lui, per cui ci si aspetterebbe che i Pelasgi, obbedendo all'oracolo che ingiungeva loro di recarsi a Cotila, andassero a sbarcare sulle coste del mar Tirreno dove lo stesso Varrone li aveva fatti approdare. “Ma”, dice Dionigi, “per il vento di Mezzogiorno, e per la imperizia dei luoghi, andarono a finire in una delle bocche del fiume Po, chiamata Spina. Qui lasciarono le navi, fondarono la città di Spina, si diressero verso l'interno e, superati gli Appennini, vennero a trovarsi sul versante occidentale della penisola italica nella regione dove a quel tempo abitavano gli Umbri.”. Ai Siculi, dice poi Dionigi, i Pelasgi tolsero CerePisaSaturniaAlsioFaleriFescennio ed altre città che in proseguo di tempo furono occupate dagli Etruschi autoctoni che coabitavano la regione. In Dionigi di Alicarnasso leggiamo che i primi aggressori dei Siculi (o Liguri-Siculi), quando essi ancora si trovavano in Italia peninsulare furono i cosiddetti Aborigini che avevano chiamato in loro aiuto i Pelasgi. Questi non riuscirono a sconfiggere totalmente i Liguri-Siculi, i quali però, secondo quanto ci riferisce Ellanico Lesbio in Dionigi, infine, stanchi delle aggressioni o non potendo resistere ad esse, avrebbero lasciato il territorio e sarebbero migrati, passando per l'Italia Meridionale, in Sicilia. Secondo Dionigi di Alicarnasso la città di Roma avrebbe avuto come primi abitatori indigeni dei barbari siculi successivamente espulsi dagli Aborigeni con l'aiuto dei Pelasgi. I Siculi, respinti, si sarebbero rifugiati in Sicilia e gli Aborigeni si sarebbero estesi sino al fiume Liris assumendo il nome di Latini, dal re che li avrebbe domati al tempo della guerra troiana. Altre località che poi divennero pelasgiche, come Antemnae, Fescennium, Falerii, Pisae, Saturnia ecc. sarebbero state in origine occupate dai Siculi mentre un quartiere di Tivoli, che ancor oggi conserva il nome di Siciliano, avrebbe avuto al tempo di Dionigi ancora dei Siculi. Varrone nel "De lingua latina" considerava i Siculi originari di Roma perché numerose erano le somiglianze tra la lingua loro e quella latina. Servio considerava addirittura i Siculi giunti dalla Sicilia a Roma, e cioè proprio al contrario di tutte le altre testimonianze. Invece Festo fa i Siculi respinti dai Sacrani o Sabini insieme con i Liguri. Infine Solino li considera tra le più antiche popolazioni dell'Italia con gli Aborigeni gli Aurunci i Pelasgi e gli Arcadi. Anche i Sicani sono ricordati nel Lazio (l'antico Latium vetus), in Solinosia in Plinio il Vecchio dove i Sicani sono considerati popoli della lega del Monte Albano. Questi stessi Sicani sono ricordati nell'Eneide di Virgilio come alleati dei Rutuli, degli Aurunci, dei Sacrani; Aulo Gellio e Macrobio li ricordano con gli Aurunci ed i Pelasgi. Evidentemente si tratta non di Sicani ma di Siculi che nella tradizione poetica latina sono stati confusi tra loro. L'altra tradizione di Filisto di Siracusa sarebbe quella che fa dei Siculi una popolazione ligure, ed i liguri sarebbero stati coloro che, secondo Tucidide e Dionigi di Alicarnasso, avrebbero spinto le popolazioni sicane dall'Iberia, costringendole ad occupare la Sicilia. Questa tradizione dell'origine ligure dei Siculi si ritrova in Stefano di Bisanzio in cui si cita un passo di Ellanico, e anche in Silio Italico i Siculi sono considerati Liguri. In seguito a queste affermazioni si è rilevata dagli storici moderni la presenza di nomi di città come Erice, Segesta ed Entella in Liguria. « Anche il nome di Alba s'incontra spesso in Liguria. Un luogo di questo nome trovasi a occidente del Rodano nel territorio degli Elvii. A settentrione di Massalia (Marsiglia) conosciamo una popolazione montana ligure degli "Aλβιείς", Albienses o Albiei, e nel suo territorio Alba Augusta. Seguono in direzione orientale sulle coste italiane Albium Intemelium, Albium Ingaunum, Alba Decitia. Non lontana dal versante settentrionale degli Appennini trovasi sul Tanaro Alba Pompeia. Da ciò viene il quesito, se non sia la stessa voce ligure contenuta nel nome di Alba Longa. Al tentativo di spiegare questo nome con l'aggettivo latino "albus" contraddice non solo che da qualche attributo non siasi giammai formato un nome di luogo, ma anche la considerazione che l'aspetto di Alba Longa debba destare una impressione opposta all'aggettivo latino. Questo luogo è collocato sopra materiali vulcanici dei monti Albani, e il colore fondamentale della regione è grigioscuro. » (W. Helbig, Die Italiker in Der Poebene, 1879). G. Sergi facendo riferimento alle affermazioni di Helbig sulla strana natura del nome "Alba Longa", conviene che «il colore dei monti Albani è scuro, bluastro quasi, e va al nero in alcune ore del giorno». Quindi Alba Longa non poteva apparire molto "alba". Ma oltre Alba Longa si hanno nomi derivati da Alba come i monti Albani, il lago Albano, e il più importante di tutti il nome di Albula, già nome del Tevere. Sergi si chiede quindi se Alba Longa sia stato un abitato Ligure. Nel Lazio non c'è mai stata una tradizione che ricordi i Liguri, ma invece i Siculi, come leggiamo in Dionigi di Alicarnasso: « La città che dominò in terra e per tutto il mare, e che ora abitano i Romani, secondo quanto viene ricordato, dicesi tenessero gli antichissimi barbari Siculi, stirpe indigena; questi occuparono molte altre regioni d'Italia, e lasciarono sino ai nostri giorni documenti non pochi nè oscuri, e fra questi alcuni nomi detti Siculi, indicanti le loro antiche abitazioni » (Dionigi di Alicarnasso I, 9; II, 1, Trad. Sergi). Ed esaminando i caratteri fisici dei Liguri e dei Siculi, Sergi avrebbe stabilito la loro identità: anche da ricordi archeologici risulta esservi stato un simile comune costume funerario; e lo scheletro neolitico di Sgurgola presso Anagni era colorato in rosso come gli scheletri neolitici delle Arene Candide di Finale Ligure, (e dei Balzi Rossi, n.d.r.), grotte liguri. Liguri e Siculi sarebbero stati quindi due rami dello stesso ceppo umano, solo che, avendo differenti abitati, sarebbero stati erroneamente considerati come due razze diverse. La teoria è quindi che quando si parla di questi antichissimi barbari Siculi, primi abitatori della città che poi fu Roma, si tratti di una popolazione ligure-sicula condotta da Siculo. Troviamo effettivamente riscontro in Filisto di Siracusa che, riportato da Dionigi di Alicarnasso, sostiene che la gente, la quale passò dall'Italia in Sicilia, non era di Siculi, ma di Liguri condotti da Siculo. Servio scrive che la città da lui denominata "Laurolavinia", composizione delle due, Laurentum e Lavinium, che si fusero, sorse dove già abitasse Siculos. Antioco di Siracusa ci dice che: « La regione, che ora chiamasi Italia, anticamente tennero gli Enotri; un certo tempo il loro re era Italo, e allora mutarono il loro nome in Itali; succedendo ad Italo Morgete, furono detti Morgeti; dopo venne un Siculo, che divise le genti, che furono quindi Siculi e Morgeti; e Itali furono quelli che erano Enotri » (in Dionigi di Alicarnasso, 1,12). Nel Lazio e in altre regioni d'Italia questa identità di razza dei Siculi con i Liguri è rivelata da un altro fatto, cioè dai nomi dei luoghi, montifiumi, laghi, oltre che dalle forme nominali etniche dei rami differenti della stirpe. Le teorie che abbiamo visto sulle origini centro italiche prima, e liguri poi, si incontrano e si sposano perfettamente in questa terza teoria: Dionigi che aveva scritto che i Siculi fossero i più antichi abitatori della città che fu Roma, e del territorio latino, narra che i primi aggressori per occupare il loro abitato con lunga guerra furono i cosiddetti Aborigini che avevano chiamato in loro aiuto i Pelasgi. Questi non riuscirono a sconfiggere totalmente i Liguri-Siculi, i quali però, secondo quanto ci riferisce Ellanico Lebio in Dionigi, infine, stanchi delle aggressioni o non potendo resistere ad esse, avrebbero lasciato il territorio e sarebbero migrati, passando per l'Italia Meridionale, in Sicilia, che da loro avrebbe preso il nome. Non tutti i Liguri-Siculi avrebbero seguito Siculo in Sicilia e sarebbe per questo motivo che si riscontrano tracce liguri-sicule in tante regioni italiane. La fondazione di Alba, secondo la tradizione che vuol essere storia, così è descritta da Dionigi di Alicarnasso: « Nel trentesimo anno dopo fondata Lavinio, Ascanio, figlio di Enea, fondò un'altra città; e dai Laurentini e da altri Latini e da quanti altri desideravano una sede migliore, trasportò gente nella città recentemente costrutta, cui aveva posto nome "Alba", la quale in lingua greca vuol dire λευκή ("bianca" in italiano), ma per distinguerla da altra città che aveva lo stesso nome, vi aggiunse una parola, che con la prima forma un insieme, "Alba Longa", cioè, Λευκή μακρά » (Dionigi di Alicarnasso, I, 66). Quale fosse quest'altra "Alba", e dove, Dionigi non lo dice, né adduce il motivo per il quale la nuova sia detta "Longa" (μακρά). Livio, invece, scrive: « is Ascanius, ubicumque et quacumque matre genitus - certe natum Aenea constat - abundante Lavini multitudine florentem iam, ut tum res erant, atque opulentam urbem matri seu novercae relinquit, novam ipse aliam sub Albano monte condidit, quae ab situ porrectae in dorso urbis Longa Alba appellata est » (livio, I, 3). Qui c'è da osservare che la città si fondava sub monte Albano, vuol dire che già questo monte aveva un nome, che, potrebbe secondo Sergi essere ligure-siculo in quanto non potrebbe significare bianco, come sarebbe in lingua latina, per via della palese colorazione scura-bluastra tendente al nero dei monti Albani. Dionigi che aveva preso la tradizione dagli autori della tradizione romana, traduce infatti Alba per Λευκή, Bianca. Sergi dopo aver esaminato il nome "Alba Longa" passa ad osservare i suoi derivati e si sofferma su "Albula", antico e primitivo nome del Tevere, come Livio, Plinio, Virgilio (Albula nomen) scrissero. Si conclude che il nome non può aver a che fare con la colorazione in quanto Virgilio stesso chiama flavus il Tevere perché trasporta sabbia, poi ancora lo chiama "caeruleus", "ceruleo", e anche Orazio lo chiama flavum. Esiste un altro fiume Albula nel Piceno, ricordato da Plinio nell'enumerare abitati e fiumi della quinta regione italica, il Piceno; e nomina anche fra altre città "Numana", a Siculis condita. Ciò significa che la regione era occupata dai Siculi, i quali diedero i nomi dei fiumi e degli abitati secondo il loro linguaggio. Poi ancora abbiamo Albinia, nell'Argentario, territorio che fu etrusco, ancora una città Alba vicina al Fucino, e Alba in Piemonte, un monte Alburnus in Lucania, un fiume Alba in Sicilia, ricordato da Diodoro Siculo; e in Liguria Alba Pompeia, Alba Decitia, e Albium o Album o Alba Intemelium e Ingaunum, (Albenga da Albium Ingauna e Ventimiglia da Albium Intemelia); Albiei e Alba nella Provenza; Alba nella Betica in Spagna e Alba fiume a nord-est della Spagna. Ancor più sorprendente il ricordo di Strabone, che le Alpi prima avevano il nome di Albia, e Albius mons era detta la sommità delle Alpi Giulie. G. Sergi esamina attentamente i rapporti linguistici che potrebbero esserci fra i tratti linguistici siculi e quelli liguri, ma non solo. Inizia il suo studio ponendo lo sguardo su alcuni suffissi che egli ritiene caratterizzanti dei linguaggi liguri e siculi. Un suffisso caratteristico ligure accettato è quello delle parole terminanti in -sco, -asco, -esco, in nomi propri, dovuto alla scoperta di un'antica iscrizione latina dell'anno 117 a.C., dove trattasi di un giudizio in una controversia territoriale fra Genuenses e Langenses, liguri. Qui s'incontrano i nomi di Novasca, Tulelasca, Veraglasca, Vineglasca. Inoltre nella tabula alimentaris riferibile alla disposizione di Traiano imperatore, per soccorrere di viveri fanciulli e fanciulle, si trovano altri nomi liguri con la stessa terminazione. Il Zanardello Tito, in alcune sue memorie, tentò di mostrare l'espansione dei nomi con tale suffisso ligure e anche di altri similmente liguri non soltanto in Italia, ma ancora nell'antica Gallia compreso il Belgio; e calcola seguendo il Flechia, che il numero dei nomi italiani col suffisso -sco in alta Italia supera 250; e simili forme si sono trovate nella valle della Magra, nella Garfagnana e altrove. Abbiamo nomi etnici Volsci, Osci o Opsci, poi Graviscae, città tenuta dagli Etruschi, Falisci, un popolo o una tribù Japuzkum o Iapuscum delle Tavole icuvine; e poi Vescellium in Arpinia, Pollusca nel Lazio, Trebula Mutuesca nell'Umbria, Fiscellus, monte ai confini dell'Umbria, ed altri altrove. Poi ancora abbiamo il nome di Etrusci e Tusci, che adoperarono i Romani e dopo gl'Italiani e altri. Altri suffissi:
-la, -lla, -li, -lli, come in Atella, Abella, Sabelli, Trebula, Cursula;
-ia, -nia, -lia, come in Aricia, Medullia, Faleria, Narnia;
-ba, come in Alba, Norba;
-sa, -ssa, come in Alsa, Suasa, Suessa, Issa;
-ca, come in Benacus (Benaca), Numicus (Numica);
-na, come in Artena, Arna, Dertona, Suana;
-ma, come in Auxuma, Ruma, Axima, e forse anche Roma;
-ta, -sta, come in Asta, Segesta, Lista;
-i, come Corioli, Volci o Volsei.
A proposito della radice Alb, è interessante ciò che è tratto da: http://www.unior.it/userfiles/workarea_477/LZ6%20Perono_pp102_128.pdf
che motiverebbe la successiva fusione dei Liguri con le popolazioni Celtiche. La famiglia toponimica paleoligure di Alba, connessa a idronimi paleoeuropei in Alb- e, apofonicamente, al tipo Olb- (anche Orb- in area ligure), non rappresenta una formazione diretta sull’aggettivo indoeuropeo albho- ‘bianco’, ma, insieme a questo, continua un radicale pre-protoindoeuropeo Hal-bh- ‘acqua’ attestato anche dal sumerico halbia, (accadico halpium, ‘sorgente, massa d’acqua, cavità d’acqua’) ed è ulteriormente analizzabile come ampliamento della radice protoindoeuropea Hal- ‘nutrire’. Simile diffusione ha la base indoeuropea HwaH-r- ‘acqua’. Alcuni toponimi e idronimi di area ligure (l’area linguistica e culturale di formazione di nomi quali Olbicella, appunto) e delineando l’esistenza di una “famiglia” di denominazioni di luoghi che ci piace definire(sulla base del radicale non solo indoeuropeo che è all’origine della loro formazione) “città d’acqua”. Esistono prove di elementi comuni, sia pure remoti (già dalla fase indoeuropea), in ambito culturale e linguistico, tra gli antichi Liguri e gli abitanti (ad essi contemporanei) dell’Europa occidentale storicamente noti, almeno in parte, come Celti. Una macroscopica similitudine toponimica riguarda la Britannia (forse solo quella meridionale, in origine). Si ritiene (e l’ipotesi è assai convincente)che Albiōn ,il nome di origine ancestrale della Britannia, sia connesso con le forme toponimiche liguri Albium e Album. La radice della denominazione è comune ed è,appunto, alb indoeuropeo albh. Da Albium ed Album derivano nella toponomastica ligure antica e “contemporanea” tra gli altri, l’omologo (omofono ed omografo rispetto alla seconda forma) Album, Album, Inganum, Album, Ingaunum, Albingaunum, ‘Albenga’, Albium Intemelia ‘Ventimiglia’, Albuca (nelle Gallie ed in Aquitania), Alba in provincia di Cuneo, Alba Heluorum in Provenza, Alba, attuale Arjona, in Spagna. Giacomo Devoto segnala inoltre,come di possibile ascendenza (o influenza nella formazione onomastica ligure, il toponimo di Albona, città istriana che sorge a pochi chilometri di distanza dal mare. Tutte queste denominazioni sono riconducibili direttamente alla radice alb e a una forma simplex che è Album. Ma Album non è connesso primariamente (si appurerà in seguito come si tratti di uno spostamento di significato rispetto all’originale) al latino albus, ‘bianco’. Deriva, invece, dalla radice albh che è la base, ad esempio, dell’idronimo germanico Albis, il nome del fiume Elba. Tutti questi nomi indicano stanziamenti su canali, su fiumi o su mari, in pratica luoghi situati in prossimità dell’acqua (e anche idronimi, denominazioni, appunto, di referenti che coincidono con l’iconimo: corsi d’acqua). Quel che a noi interessa in questa sede è che come la radice albh viene a essere la base dell’idronimo Albis, nome di origine ancestrale (in quanto idronimo paleoeuropeo) del fiume Elba, così essa è la componente generativa di alcune delle numerosissime denominazioni (antiche e “contemporanee”) Olbia che denotano, come tutti i nomi formati dalla radice albh, luoghi situati su canali, fiumi o mari. Olbia, la più antica colonia di Mileto, sul Mar Nero, ad esempio, ebbe come nome epicorico Olbia (senza varianti), derivato dalla radice albh con apofonia vocalica della [a] iniziale nel grado atimbro [o] (il radicale olbh è equivalente sul piano lessicale e derivato a livello morfofonologico dalla base albh). Olbia si ritrova, come toponimo, in Britannia, sulla destra del fiume Bug (in Ucraina), in Provenza, in Sardegna e altrove , a latitudini moltodifferenti, dunque – in Licia e nell’Ellesponto; naturalmente, soprattutto nel caso delle colonie elleniche, è stata inevitabile una sovrapposizione motivazionale col beneaugurante aggettivo greco ólbios, (femminile olbía). Se si resta nell’ambito di denominazioni legate alla radice albh e al significato di‘acqua’, può essere interessante ricordare che Albula, fu l’antico nome del fiume TevereAlbiōn, il nome di origine ancestrale della Britannia, viene a denotare, dunque, la grande isola sul Canale della Manica, un locus, quindi, sull’acqua e circondato dall’acqua. La ricostruzione albh (con bh richiesta dal germanico b/inAlbiz, ‘Elba’) non è tuttavia l’unica presa in considerazione nella glossografia. Giovanni Semerano, tra gli altri sostenitori dell’origine della radice alb da una famiglia linguistica non indoeuropea (nella teoria dell’Autore questo è postulato per definizione, dato che viene rifiutata l’esistenza stessa dell’indoeuropeo), propone una derivazione dall’antichissima voce accadica alpium a sua volta dal sumerico "albia", ‘sorgente’,‘massa d'acqua’,‘cavità d'acqua’. Questa forma si sarebbe poi trasferita nel sistema toponimico delle lingue “indoeuropee”, da un lato mantenendosi immutata nella radice "alb". Dal Blog "Sanremo Mediterranea": per il post "Dal Ligure al Celtico, dagli antichi alfabeti dell'Italia Settentrionale al Runico" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: dai Primordi ai Megaliti" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: Alleanza e fusione con i Celti" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: i Miti e le Fonti storiche" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: le Datazioni e le Fonti storiche" clicca QUI.

Dal 1.350 a.C. - I villaggi terramaricoli della bassa pianura padana entrano in vasti circuiti commerciali che coinvolgono le coste del Baltico, l'area danubiano-carpatica, l'Egeo e il Mediterraneo orientale.

Maschera in oro del re miceneo
Agamennone.
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Dal 1.320 a.C. - Apogeo della Civiltà Elladica, o Micenea. Nei miti e leggende della cultura micenea, l'epopea di Teseo, Arianna e del Minotauro, indica pesanti tributi imposti da Creta, nella fase minoica, ad Atene. Così, il mito di Giasone e degli argonauti alla ricerca del vello d'oro, indica l'esplorazione elladico-micenea delle coste del Mar Nero a bordo di natanti, nel mito rappresentati dalla nave Argo, probabilmente una pentecontera. La pentecontera era una nave a propulsione mista, essendo sospinta sia dalla vela che da remi e fu la prima imbarcazione adatta alle lunghe navigazioni. Il suo nome deriva proprio dai cinquanta vogatori disposti, venticinque per lato e in un unico ordine, sui due fianchi della nave.
Antica pentecontera greca.
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L'esemplare più famoso appartiene al mito: la nave Argo e i suoi (circa) cinquanta Argonauti. In seguito il termine andò a designare un'intera classe di navi, anche più potenti, sia a un ordine (monere) che a due (diere), dotate anche di più di 50 rematori. Si trattava sostanzialmente di una nave da guerra, a fondo piatto e dotata di un rostro per le manovre di speronamento. Le sue dimensioni sono stimate in circa 38 metri di lunghezza per 5 metri di larghezza.

Europa 1.300 a.C. - Cartina di alcune delle popolazioni stanziate in Europa e vicino
oriente: Liguri, Celti, Italici, Germani, Illiro-Venetici, Elleni (Greci), Baltici, Slavi,
Traci, Frigi, Indo-Iraniani, Anatolici. 

Dal 1.300 a.C. - Tucidide riferisce come i Sicani si sarebbero stabiliti in Sicilia scacciati dai Liguri dal loro territorio originario presso il fiume Sicano (l'attuale Xùcar, Jùcar in castigliano, a sud di Valencia, vedi la mappa dei 7 fiumi di seguito) nella penisola iberica, prima della guerra di Troia. I Sicani, avrebbero addirittura preceduto in Trinacria i Ciclopi e i Lestrigoni, e da più fonti risulta che i Sicani fossero in realtà Iberi stanziati presso il fiume Sikanos in Iberia (Stefano di Bisanzio ed Ecateo ricordavano pure una città iberica chiamata "Sikanè"), da dove i Liguri li avrebbero scacciati. Da loro l'isola, che prima si chiamava Trinacria, finì col prendere il nome di Sicania. 
Carta geografica dei sette fiumi importanti per la storia dei
Liguri e dei confini delle loro aree di influenza:
Guadalquivir (l'antico Tartesso o Betis) , Jùcar
o Axucar (l'antico Sicano), Ebro, Rodano, Var (Varo),
Magra e Arno. -  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Ai tempi di Tucidide i Sicani avrebbero abitato la parte occidentale della Sicilia. Dionigi di Alicarnasso, storico greco del I secolo a.C., nelle Antichità romane, parlando degli aborigeni italici, riporta l'opinione di alcuni secondo i quali essi sarebbero stati coloni dei Liguri e definisce questi ultimi "vicini degli Umbri", riportando che abiterebbero "molte parti dell'Italia e alcune parti della Gallia" ma che non si conosce il loro luogo di origine. Riferisce inoltre dei versi del "Trittolemo" di Sofocle, che enumera i Liguri lungo la costa tirrenica a nord dei Tirreni e ancora riprende la notizia di Tucidide, riferendo come i Sicani fossero una popolazione di origine iberica, scacciata dal loro originario territorio dai Liguri, mentre, secondo Filisto da Siracusa, gli stessi Siculi sarebbero stati Liguri, cacciati dalla loro terra dagli Umbri e dai Pelasgi e passati in Sicilia sotto la guida di Siculo, diciotto anni prima della guerra di Troia.  Infine riferisce che i Liguri occupavano i passi delle Alpi e avrebbero combattuto contro Ercole (o contro Prometeo, secondo il "Prometeo liberato" di Eschilo). Nell'Eneide i Liguri sono una delle pochissime popolazioni che combattono al fianco di Enea nella guerra contro i Rutuli. Virgilio nomina anche i loro due re, Cunaro e il giovane Cupavone, il figlio e successore di Cicno, figura già nota nella mitologia greca.

Sarcofago di Ahiram, tomba V del
XIII sec. a.C., ora al National Museum
di Beirut, e proveniente dalla
necropoli regale di Biblo.
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- Sono del XIII secolo a.C. le prove che i Fenici adottarono, primi fra tutti, una scrittura alfabetica, usando un alfabeto fonetico.
Fenici hanno abitato le coste orientali del mediterraneo dal 2100 al 539 a.C. ed erano un popolo di navigatori e commercianti; il loro nome deriva dal colore rosso porpora, di cui erano esperti produttori. La parte più a sud del loro territorio corrisponde alla terra di Canaan, abitata anticamente dai Cananei, spesso nominati nella Bibbia. Inizialmente i fenici scrivevano in cuneiforme, ma poi, a partire dal XIII secolo a.C., svilupparono, primi fra tutti, una scrittura alfabetica.
Sarcofago di Ahiram, particolare
dell'iscrizione.  Clicca sull'immagine
per ingrandirla.
I fenici scrivevano su righe da destra a sinistra. Il loro alfabeto comprendeva 22 segni consonantici, mentre per le vocali non si usava alcun segno (è un abjad, termine che indica un alfabeto solo consonantico);
Alfabeto Canaanita Fenicio, da cui il Greco,
il tardo Greco e il Latino
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 in effetti la loro lingua, come del resto le lingue semitiche in genere, non aveva un vocalismo molto complesso e non era necessario scrivere le vocali perché si potevano facilmente dedurre dal contesto. Le lettere dell’alfabeto furono ricavate dagli antichi segni pittografici: si scelse una parola che iniziava con una determinata consonante; il suo simbolo venne poi semplificato e usato per rappresentare sempre quella consonante. Il sistema alfabetico era molto più semplice rispetto alle scritture pittografiche e ideografiche diffuse a quel tempo, come l’egiziano o il cuneiforme; permetteva di essere compreso e scritto più facilmente da tutti, non solo dagli scribi e dalla casta regale e sacerdotale.Il più antico reperto che riporta iscrizioni in alfabeto fenicio è il sarcofago di Ahiram, un'antico re fenicio, che fu ritrovato a Byblos nel 1923 e che risale al XIII° secolo a.C., ma non ci sono pervenuti molti documenti, a parte qualche iscrizione di carattere religioso e ufficiale; molto di ciò che hanno scritto i fenici è andato perduto. I fenici diffusero il loro sistema presso molte altre popolazioni con cui vennero a contatto durante i loro viaggi per mare: l’alfabeto Aramaico Greco mostrano chiari segni di derivazione dal fenicio; e perfino scritture dell’India e dell’Asia ne portano traccia. In pratica, l’alfabeto fenicio è la radice comune da cui si sono sviluppati quasi tutti i moderni alfabeti.

Carta del mondo con la diffusione dei caratteri degli alfabeti
usati: il Latino in azzurro, l'arabo in verde, il cirillico in viola,
il sanscrito in giallo ocra, altri caratteri indi in giallo, e
tutti i caratteri usati nel mondo.
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Alcuni studiosi Albanesi sostengono come dai Pelasgi siano derivati Tirreni ed Etruschi oltre a Illiri Albanesi e come i linguaggi di questi popoli siano quindi affini. Seguono alcune ipotesi di uno di loro, Nermin Vlora Falaski da http://www.thelosttruth.altervista.org/SitoItalian/CasoPelasgico.html: "I Pelasgi adottano l'alfabeto fonetico fenicio, adattandolo alla loro lingua: si definirà poi alfabeto Etrusco. Diodoro Siculo ci informa che i poeti preomerici si esprimevano in lingua Pelasgica, e dalla stessa fonte, apprendiamo che almeno nel 1.000 a.C. si usava quella stessa scrittura. Inoltre Diodoro riferisce che furono i Pelasgi a portare per primi l’alfabeto in Italia e nel resto dell’Europa. Plinio il Vecchio conferma le informazioni di Diodoro. Virgilio (Eneide, VIII, V. 62-63), scrive: “Si dice che i primi abitatori della nostra Italia furono i Pelasgi”. Dagli autori dell’antichità abbiamo appreso che prima dell’arrivo delle popolazioni indoeuropee che sarebbero divenuti i Greci (Ioni, Achei, Eoli e Dori), il territorio dove si stabilirono si chiamava Pelasgia. Le varie fonti ci informano inoltre, che i Greci impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo, il loro modo di scrivere e facendo proprie le loro divinità. Varie popolazioni, ma in particolar modo quella pelasgica, hanno dato al paese il loro nome. Pausania (Arcadia, Libro VIII, 1,4,6) scrive: “Gli Arcadi dicono che Pelago fu il primo a nascere nella terra dell’Arcadia. Dato che Pelago divenne re, il paese si chiamò Pelasgia in suo onore”. Pindaro (Carminia, Fragmenta Selecta, I, 240) scrive: “Portando un bel dono, la Terra fece nascere per primo l’essere umano nell’Arcadia, il Divino Pelasgo, molto prima della luna”. La citazione di Pindaro potrebbe apparire valida solo come ispirazione poetica, forse perfino mitologica, però malgrado ciò, scienziati posteriori hanno dimostrato che la luna è un frammento staccato dal nostro globo. Omero menziona i Pelasgi fra gli alleati dei Troiani, (Illiade, II, 840-843) e narra che Achille pregava lo “ZEUS PELASGICO DI DODONA” (Iliade, XVI, 223). Omero li menziona anche come “POPOLI di CRETA” , (Odissea, XIX, 177). Lo storico Eforo riferisce di un brano di Esiodo che attesta la tradizione di un popolo dei Pelasgi in Arcadia e sviluppa la teoria che fosse un popolo di guerrieri diffusosi da una "patria" che aveva annesso e colonizzato tutte le regioni della Grecia in cui gli autori antichi fanno cenno a loro, da Dodona a Creta alla Triade fino in Italia, dove i loro insediamenti sono ben riconoscibili ancora nel tempo degli Elleni e sono in stretta relazione con i "Tirreni" (da cui derivarono gli Etruschi). La caratteristica struttura della muratura della cittadella di Atene ha fatto sì che tutte le costruzioni in blocchi non squadrati e senza l'uso di malta abbiano avuto il nome, di "muratura pelasgica" esattamente come talvolta sono dette "mura ciclopiche", cioè costruite dai Pelasgi: coloro che insegnarono ai greci i metodi delle costruzioni, il modo di scrivere e la cultura. Nermin Vlora Falaski, nel suo libro "Patrimonio linguistico e genetico", ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche con l'odierna lingua Albanese. Questo proverebbe che gli Albanesi (discendenti degli Illiri) siano discendenti dei Pelasgi, una delle più antiche stirpi che popolò l’Europa. Ecco alcune traduzioni di Falaski:
"Dunque, in Italia esiste la località dei TOSCHI (la Toscana), così come i Toschi abitano nella “Toskeria”, nell’Albania meridionale. (Molti autori sostengono che la parola Tosk, oppure Tok, sia il sinonimo di DHE, tanto che oggi in albanese si usa indifferentemente la parola DHE che quella TOK per dire “terra”).
In Toscana si trova un’antichissima città, verosimilmente fondata dai Pelasgi, che si chiama Cortona, (nota: in Albanese: COR= raccolti, TONA= nostri, cioè “i nostri raccolti”). Dalla vasta e fertile pianura della Val di Chiana si accede a una ripida collina, in cima alla quale si trova un bellissimo castello, trasformato in museo archeologico. In mezzo ad un grosso patrimonio epigrafico, vi è anche una iscrizione particolarmente bella e interessante, su un sarcofago con addobbi floreali.
Su questo sarcofago appare la seguente scritta:
Scritta Etrusca tradotta con la lingua albanese, che testimonia la
derivazione comune della lingua Etrusca con quella Illirico-Albanese.
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La voce verbale â o âsht (in Italiano è) si usa ancora nel dialetto dell’Albania settentrionale e nel Kossovo, mentre nel sud e nella lingua ufficiale, che è quella dei Toschi, si impiega la voce ësht. Le varie fonti ci informano che i Greci impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo, il loro modo di scrivere e fecero proprie le loro divinità, come per esempio DE-MITRA (Dhe = terra, Mitra = utero, cioè la DEA MADRE TERRA), la greca Demetra, nonché AFER-DITA (Afer = vicino, Dita = Giorno), la greca Afrodite, più tardi chiamata Venus dai Romani, oggi Venere). I Pelasgi furono chiamati anche Popoli del Mare”, poiché erano abili e liberi navigatori. I geroglifici egizi di Medinet Habu, parlano dei Popoli del Mare, ed elencano fra gli invasori anche i Twrs, nome che è stato confrontato con il greco Turs-anòi (dorico) e Tyrs-enòi (ionico) e Tyrrh-enoi (attico) e con il latino Tus-ci (da Turs-ci) ed E-trus-ci. Tutte queste scoperte avvalorano l'ipotesi della derivazione di IlliriTirreni ed  Etruschi dai Pelasgi, le prime popolazioni indeuropee a raggiungere il Mediterraneo e l'Europa". L'Arcadia stessa rimase un territorio abitato dai discendenti dei Pelasgi.

- Queste ipotesi hanno scatenato discussioni anche violente, e riporto anche alcune considerazioni tratte da http://wikipedia.sapere.virgilio.it/wikipedia/wiki/Discussione:Pelasgi: "Un'affinità tra la lingua etrusca/lemnia con la lingua albanese è stata avanzata da Zacharia Mayani, e la stessa somiglianza è stata notata in precedenza da altri studiosi come G. I. Ascoli, 1877, É. Schneider, 1889, J. Thomopoulos, 1912, G. Buonamici, 1919. A mio avviso non bisogna mettere in discredito una teoria riconosciuta da molti eminenti studiosi. La spiegazione potrebbe essere molto semplice. Oggi molti linguisti riconoscono un'affinità dell'albanese più con la Lingua tracica che con le lingue dell'Illiria. La regione originaria degli albanesi potrebbe essere dunque la valle del fiume Strimone nel sudovest dell'attuale Bulgaria, dalla quale emigrarono nell'attuale Albania nel XI sec. d.C., a causa delle invasioni dei popoli slavi. Secondo lo storico tedesco G. Schramm gli albanesi potrebbero essere i discendenti della tribù tracia dei Bessi, sopravvissuta con la sua lingua fino almeno al VI sec d.C.. Sappiamo da Erodoto, che la regione Crestonia sulla costa alle foci dello Strimone, a nord del mare Egeo, era abitata ai suoi tempi dai pelasgi e dai tirreni. Quindi è abbastanza logico pensare che nella sua formazione la lingua albanese abbia preso in prestito molte parole da lingue affini all'etrusco."

- Con estremo interesse vanno lette le iscrizioni in geroglifico del tempio funerario del faraone Ramses III (1193-1155 a.C.) di Medinet Habu, che potrebbero contenere un chiaro riferimento, forse l'unico, archeologicamente documentato, dell'esistenza reale del popolo dei Pelasgi, chiamati dagli egizi: Peleset.
Antica raffigurazione dei Peleset,
i Pelasgi, chiamati poi Filistei.
L’iscrizione descrive un attacco effettuato nell’8º anno di regno del faraone Ramses III (il 1186 a.C.) da un’alleanza di cinque popoli, stretta dopo che ebbero distrutto la città di Ugarit (in Siria): tra costoro compaiono i Peleset (i Pelasgi), oltre agli Šekeleš (probabilmente  i Siculi), i Tjeker, gli Wešeš e i Denyen, con al seguito donne, bambini e masserizie. I popoli vengono complessivamente denominati "Popoli del mare, del nord e delle isole". Secondo l'iscrizione, gli Egizi respinsero gli invasori a Djahy, una località nella terra di Canaan. L'origine egea dei Peleset (e quella dei Tjeker e dei Denyen) è attestata dall'iconografia dei guerrieri riprodotti, che indossano un elmo piumato, trattenuto alla gola da una fascetta di cuoio e hanno in dotazione spade di tipo acheo. L'elmo piumato, infatti, trova riscontri anche nell'ambito egeo dell'età del bronzo e nel cretese disco di Festo. I Peleset si sarebbero poi stabiliti nel Canaan, dove avrebbero formato il popolo dei Filistei.

- A seguito degli accordi delle popolazioni italiche di origine indoeuropea (anche se definiti Aborigeni dagli storici antichi), con gli Umbri in prima fila, con i Pelasgi, dopo le loro campagne vittoriose contro i Liguri (chiamati Siculi), avvenute orientativamente alla fine dell'età del bronzo, gli Italici avrebbero concesso ai Pelasgi il popolamento dell'Etruria, che era stata dei Liguri, dove si sarebbero insediati e da cui sarebbe scaturita la civiltà Etrusca. Complessivamente, si è attribuita ai Pelasgi una vocazione migratoria e, in particolare, marinara: Eusebio, nel "Chronicon", considerava quella dei Pelasgi una "talassocrazia" che potrebbe essere stata la protagonista dell'avvicendamento al governo della Tartesso iberica, appannaggio dei liguri arcaici, che passerà poi sotto il controllo dei Cartaginesi nell'VIII secolo a.C., e gli riconosceva il dominio del Mar Mediterraneo, in un periodo che sarebbe iniziato novantanove anni dopo la caduta di Troia (quindi intorno al 1080 a.C.) e sarebbe durato altri ottantacinque, quindi fino al 995 a.C. circa (secondo la cronologia di Eratostene di Cirene, tra il 1082 e il 997 a.C.). Non a caso l'alfabeto adottato a Tartesso ha ispirato i 5 alfabeti nord-italici del V secolo, che vennero invece attribuiti a nuove adozioni dell'alfabeto etrusco: se i Pelasgi, considerati "Tirreni", avevano sottomesso Tartesso intorno al 1200 a.C. e da loro erano derivati gli Etruschi italici, il cerchio si chiude. Per il post "Dal linguaggio ligure al celtico nell'Italia settentrionale antica, i 5 alfabeti usati e il runico germanico", clicca QUI

- Il XIII sec. a.C. vede la fine degli abitati palafitticoli a Fiavè, in Trentino e non se ne conosce il motivo. Il periodo interglaciale che stiamo attualmente attraversando (periodo postglaciale) è iniziato circa 10 - 12.000 anni fa e la sua analisi avviene per mezzo di cronologie molto accurate grazie soprattutto agli studi di dendroclimatologia, in particolare per l'Europa. La preistoria è così divisa in 5 grandi periodi climatici che, a partire dall'ultima glaciazione (di Würm, terminata 15.000 anni fa) corrispondono a consistenti variazioni delle temperature che possiamo così riassumere:
- Preboreale 11.000-5.000 anni fa (B.P. = prima del presente), improvviso innalzamento della temperatura ma comunque fredda, più del presente,
- Boreale 9.000 -7.500 anni fa, variazioni climatiche simili a quelle odierne, temperature più calde ed inverni miti,
- Atlantico 7.500 -5.500 anni fa, periodo più caldo e più umido, + 4°C rispetto al presente,
- Subboreale 5.500-2.800 anni fa, ritorno ad un clima più freddo e piovoso,
- Subatlantico da 2.800 anni fa, caratterizzato da temperature superiori a quelle attuali.
All'interno del periodo Subboreale, un raffreddamento rispetto al periodo precedente comportò l'avanzata dei ghiacciai e precisamente questo si verificò intorno al 1.500 a.C. in Svizzera e intorno al 1.280 a.C. in nord Italia. Queste fasi coincidono straordinariamente con quelle della scomparsa dei ritrovamenti archeologici di palafitte nelle rispettive regioni. Forse, durante le fasi più calde del periodo contraddistinto come Subboreale, le coste lacustri furono densamente abitate da genti che attuavano uno stratagemma per mettere al riparo gli edifici dalle repentine e stagionali trasgressioni del livello dei laghi. Il problema che ci si pone allo stato attuale, riguarda la motivazione dell'esaurimento del fenomeno palafitticolo. In Emilia e Lombardia meridionale il fenomeno delle costruzioni palafitticole è leggermente sfasato cronologicamente rispetto alle zone alpine, è più tardo e passa sotto il nome di "terramare': il collasso dei due sistemi è tuttavia sincronico e allo stato attuale inspiegabile.

Ubicazione della cultura proto-
celtica di Canegrate e propriamente
celtica di Golasecca, con indicati i
nomi delle genti liguri, celtoliguri
e celtiche che stanziate e che si
stanziarono in quei territori.
- Nel XIII secolo a.e.v., sulle sponde dell'Olona, fiorisce la cultura proto-celtica di Canegrate, che ispirerà la conseguente cultura di Golasecca. 

Nel 1.270 a.C. - Popolazioni Liguri chiamate Siculi, poiché guidate dal re Siculo, figlio di Italo, approdano in Sicilia, che da allora da loro prende il nome. Dalle popolazioni Liguri che rimasero nel continente, il cui re era stato Italo, l'Italia prenderà il suo nome. Tucidide ci dice che dopo l'arrivo in Trinacria dei Sicani (che da loro prese il nome di Sicania) e successivamente degli Elimi dopo la caduta di Ilio (Troia), i Siculi, spinti dagli Opici sul continente, sarebbero giunti in Sicilia numerosi, e avrebbero vinto e respinto i Sicani nella parte meridionale e occidentale dell'isola, impadronendosi della parte migliore della Sicilia (che da loro prese il suo nome definitivo) per 300 anni, prima della colonizzazione greca. Dionigi di Alicarnasso ci dà una maggiore precisazione cronologica, dichiarando che il passaggio dei Siculi dovette avvenire subito dopo la presa di Troia. Il passo di Dionigi ci riferisce anche la testimonianza di Ellanico di Mitilene il quale non soltanto localizza l'avvenimento del passaggio dei Siculi a tre generazioni (una generazione sono trent'anni) prima della guerra troiana (nel 26º anno del sacerdozio di Alcione ad Argo) ma anche indica che due flotte passarono in Sicilia a cinque anni di distanza l'una dall'altra, la prima degli Elimi cacciati dagli Enotri, la seconda degli Ausoni respinti dagli Iapigi; loro re sarebbe stato Sikelòs che avrebbe dato il nome all'isola.
Popoli della Sicilia ai tempi
 della Guerra di Troia.
 Allo stesso modo Filisto daterebbe l'immigrazione sicula nell'ottantesimo anno prima della guerra di Troia, ma identificherebbe i Siculi non in Ausoni od Elimi ma in Liguri il cui capo Sikelòs era figlio di Italos, cacciati dagli Umbri e dai Pelasgi. « I Siculi passarono in Sicilia dall'Italia - dove vivevano - per evitare l'urto con gli Opici. Una tradizione verosimile dice che, aspettato il momento buono, passarono su zattere mentre il vento spirava da terra, ma questa non sarà forse stata proprio l'unica loro maniera di approdo. Esistono ancor oggi in Italia dei Siculi; anzi la regione fu così chiamata, "Italia", da Italo, uno dei Siculi che aveva questo nome. Giunti in Sicilia con numeroso esercito e vinti in battaglia i Sicani, li scacciarono verso la parte meridionale ed occidentale dell'Isola. E da essi il nome di Sicania si mutò in quello di Sicilia. Passato lo stretto, tennero e occuparono la parte migliore del paese, per circa trecento anni fino alla venuta degli Elleni in Sicilia; e ancor oggi occupano la regione centrale e settentrionale dell'isola. » (Tucidide, Storie IV,2, Trad. Sgroi). « La regione, che ora chiamasi Italia, anticamente tennero gli Enotri; un certo tempo il loro re era Italo, e allora mutarono il loro nome in Itali; succedendo ad Italo Morgete, furono detti Morgeti; dopo venne un Siculo, che divise le genti, che furono quindi Siculi e Morgeti; e Itali furono quelli che erano Enotri » (Antioco di Siracusa, in Dionigi di Alicarnasso 1, 12). Da altre fonti pare che, alla fine della guerra di Troia (svoltasi nel 1190-1180 a.C.) un gruppo di Troiani, scampati su navi e alla caccia di Achei, sarebbero approdati nelle coste occidentali della Sicilia e stabilita la loro sede ai confini con i Sicani, sarebbero stati tutti compresi sotto il nome di Elimi, e le loro città sarebbero state chiamate Erice e Segesta; inoltre si sarebbero stanziati presso di loro anche un gruppo di greci originari della Focide, reduci anch'essi da Troia.

Nel 1.208 a.C. - Nella "Grande iscrizione di Karnak", Merenptah, tredicesimo figlio di Ramesse II e faraone dal 1212 al 1202 a.C., ricorda la sua vittoria su una prima ondata di invasione dei cosiddetti "Popoli del Mare", nella quale avrebbe ucciso 6.000 nemici e fatto 9.000 prigionieri. L'attacco venne condotto da una coalizione composta da tre tribù Libiche (Libu, Kehek e Mushuash) e dai "popoli del mare", composti da cinque gruppi:
Grande iscrizione di Karnak.
- Eqweš o Akawaša,
- Tereš o Turša o Twrs o Twrshna o Tursha,
- Lukka,
- Šardana o Šerden e
- Šekeleš.
Nell'iscrizione, il faraone egizio Merenptah parla di "nazioni (o popoli) stranieri del mare". I Popoli del Mare erano una confederazione di predoni del mare provenienti dall'Europa meridionale che insidiavano il Mar Mediterraneo orientale. Sul finire dell'età del bronzo invasero l'Anatolia, la Siria, Canaan, Cipro e l'Egitto. Le tavolette egee in lineare B di Pylos risalenti alla tarda età del bronzo dimostrano la diffusione, in quel periodo storico, di bande di guerrieri mercenari e la migrazioni di popolazioni (alcuni autori si sono chiesti quali fossero i motivi). Tuttavia la precisa identità di queste "popolazioni del mare" è ancora un enigma per gli studiosi. Alcuni indizi suggeriscono che per gli antichi egizi l'identità e le motivazioni di queste popolazioni non erano sconosciute, infatti molte avevano cercato ingaggio presso gli Egiziani o avevano intrattenuto relazioni diplomatiche con essi a partire almeno dalla media età del bronzo. Per esempio alcuni Popoli del Mare, come gli Shardana, furono utilizzati come mercenari dal faraone Ramses II. Le iscrizioni in geroglifico del tempio funerario del faraone Ramses III (1193-1155 a.C.) di Medinet Habu, nei pressi di Tebe, racconta che, circa venti anni più tardi, Ramesse III dovette respingere una seconda invasione degli "Haunebu", i "Popoli del mare" in egizio. I popoli del mare si erano coalizzati questa volta con i Pelasgi-Filistei (i Peleset) ed erano composti da Peleset, Zeker o Tjeker, Šekeleš (Siculi), Danuna o Denyen, Šerden e Wešeš. Segue un'elenco dei presunti "Popoli del mare":

Bronzetto di
Guerriero Sardo
 nuragico.
Nave Shardana.
- I Shardana sono citati per la prima volta dalle fonti egizie nelle lettere di Amarna (1.350 a.C. circa) durante il regno di Akhenaton. Compaiono poi durante il regno di Ramses II, Merenptah e Ramses III con i quali ingaggiarono numerose battaglie navali.
Gli Shardana fecero parte della guardia reale del faraone Ramses II durante la battaglia di Qadeš e, sempre in qualità di mercenari, furono stanziati in colonie in Medio e Alto Egitto fino alla fine dell'età ramesside come testimoniato da vari documenti amministrativi databili al regno di Ramses V e di Ramses XI. Nelle raffigurazioni utilizzano lunghe spade triangolari, pugnali, lance e uno scudo tondo. Il gonnellino è corto, sono dotati di corazza e di un elmo provvisto di corna. Le generiche similitudini fra il corredo bellico dei guerrieri Shardana e quello dei nuragici della Sardegna, nonché l'assonanza del nome Shardana con quello di Sardi-Sardegna, hanno fatto ipotizzare, ad alcuni, che gli Shardana fossero una popolazione proveniente dalla Sardegna o che si fosse insediata nell'isola in seguito alla tentata invasione dell'Egitto.

- Šekeleš, un tempo anche scritto Sakalasa o, più correttamente, Shakalasha (Shklsh). Sono stati associati ai Siculi, popolazione di probabile etnia Ligure che si stanziò nella tarda età del bronzo in Sicilia orientale, scacciando verso occidente i Sicani. Questi Liguri erano denominati Siculi, dal nome di un loro capotribù, Siculo o Siculos o Sikelòs. "I Šekeleš erano uno dei popoli del Mare, che nel nome ricordano appunto il termine greco Sikelioi, i Siculi: questo popolo di pirati/invasori, coalizzato con altri Popoli del Mare, fu sconfitto e ricacciato dall’Egitto nel 1176 a.C. dal Faraone Ramses III ("Storica" del National Geographic, numero 42, agosto 2012, pagg. 45-56)".

Carta dei territori di Canaan
 occupati dalle 12 tribù di
Israele e del territorio
occupato dai Filistei:
l'attuale striscia di Gaza.
Clicca sull'immagine
per ingrandirla.
- I Peleset (che come abbiamo visto nell'iscrizione del tempio funerario di Ramses III a Medinet Habu, erano i Pelasgi) chiamati poi Filistei  dopo il loro insediamento nel Canaan, raffigurati con il caratteristico elmo piumato delle genti egee.
Sono identificabili con la popolazione dei Filistei, documentata anche nella Bibbia, secondo cui provenivano da Kaftor, forse identificabile con Creta. I Filistei si insediarono sul finire dell'età del bronzo in Palestina dove costituirono varie città-stato; i ritrovamenti archeologici farebbero ipotizzare un'origine egea di questa popolazione, probabilmente micenea. Alcune recenti scoperte hanno permesso di stabilire una loro presenza in Sardegna in concomitanza (o in un periodo antecedente) ai Fenici. Secondo la Bibbia quindi, i Filistei sono uno dei popoli del mare, che probabilmente arrivavano da Creta, e secondo gli storici furono una popolazione molto antica, di origine indoeuropea, che si stanziò tra il 1200 e l'800 a.C. nell'attuale Palestina (nome che deriva da Philastinia); secondo altri invece, il nome Palestina deriva dalle popolazioni migrate dalla valle dell'Indo nel 3.250 a.C., quelli che noi chiamiamo Fenici e che erano gli stessi che poi abitarono sulle coste orientali dell’italia meridionale, che allora presero il nome di Yoni poiché portavano un bastone biforcuto a forma di Y per simbolizzare i genitali femminili (erano infatti portatori di una cultura matriarcale). Quando proseguirono per il medio oriente li chiamarono Pallis (palo, bastone, pastori), a causa del bastone, e dopo che si insediarono nel territorio circostante le rive del giordano denominarono quella terra “Pallis-tan” (tan = terra), che significa “Terra dei Pastori”, italianizzato in Palestina. Comunque sia, dopo la repressione della rivolta giudaica guidata da Bar Kochava nel 135, l'Imperatore Adriano intese cancellare il nome di Judea sostituendolo con quello di Palestina. Quando i Filistei, fondendosi con la popolazione cananea preesistente, ne adottarono il pantheon, scelsero (come tutti i popoli loro vicini) una divinità in particolare quale loro "dio nazionale": Dagon, il padre di Baal. Questa divinità, denominata Ba' al Zəbûl, Il signore della Soglia (dell'Aldilà), è entrata a far parte della mitologia ebraica, cristiana ed islamica con il nome con cui la definisce la Bibbia, tramite uno sprezzante gioco di parole: Ba' al Zebub, "Il signore delle mosche". Da qui deriva il nome dell'entità diabolica suprema: Belzebù, uno dei "sette prìncipi dell'Inferno", identificato anche dalla tradizione cristiana come un demone. La Bibbia parla di un tempio dedicato a Dagon ad Ekron (a soli 35 km da Gerusalemme), descrivendolo come un tempio cananeo puntellato da due pilastri centrali. La narrazione biblica descrive infatti l'atto di Sansone che, ottenuta da Yahweh una forza sovrumana, abbatte i due pilastri, provocando il crollo dell'intero tempio. Sansone muore schiacciato assieme ai filistei presenti nel tempio di Dagon. Da qui il celebre detto "Muoia Sansone con tutti i Filistei".

Zeker o Tjeker, menzionati anche dai documenti ittiti sembrano costituire insieme ai Peleset un gruppo omogeneo, distinti solo in quanto dediti alle attività marinare. Sono stati anche messi in relazione con i Teucri.

- I Libu, popolo identificato con nome Libici, si insediarono sotto la Cirenaica. Nelle rappresentazioni Egizie i "Libu/i" , vengono rappresentati con caratteristiche somatiche "europee" , carnagione rosea, occhi chiari e barba biondiccia (forse di derivazione Mechta-Afalou).

- I Lukka dovevano occupare la costa meridionale dell'Anatolia e l'isola di Cipro ed erano considerati nei documenti ittiti un vero e proprio stato con dominio sul mare. Successivamente si stanziarono forse nella regione anatolica della Licia. Con i Licii stessi vengono identificati, e si tratterebbe allora di una popolazione greco-indoeuropea. Il nome di tale popolazione viene fatto derivare dalla radice indoeuropea leuk- luk- ("luce").

- Gli Eqweš o Akawaša, forse identificabili con gli Ahhiyawa degli archivi ittiti di Ḫattuša e Ugarit, ossia probabilmente gli "Achei", micenei di stirpe greca, che dovevano essersi già stabiliti sulla costa occidentale dell'Anatolia: la Millawanda dei testi ittiti potrebbe essere identificata con Mileto, mentre Wiluša indicherebbe forse Ilio, Troia. Un ostacolo a questa identificazione tra Eqweš e Ahhiyawa, o Achei, consiste tuttavia nel fatto che i primi sembra praticassero la circoncisione e che quest'uso è piuttosto insolito tra le popolazioni indoeuropee, di cui gli Achei fanno parte.

- I Tereš Turša o Twrs (Twrshna, o Tursha) possono essere identificati con con le genti chiamate dai greci Turs-anòi (in dorico), Tyrs-enòi (in ionico), Tyrrh-enoi (in attico) e dai latini Tus-ci (da Turs-ci) ed E-trus-ci. Nelle lingue antiche la "c" e la "g" erano dure, come in cane e gallo, per cui Tusci si pronuncia "tuschi" ed Etrusci si pronuncia "etruschi". Questa identificazione sembra avvalorare il racconto di Erodoto circa l'origine anatolica di questo popolo, ma soprattutto la mitica parentela degli Etruschi con i Troiani cantata da Virgilio nell'Eneide. Rapporti dei Tirreni o Etruschi col mondo Mediterraneo orientale dell'isola di Lemno (che si trova a poche miglia dinanzi a Troia) sembrerebbero esistere in seguito al ritrovamento della cosiddetta Stele di Lemno, un'iscrizione rinvenuta nel 1885, in cui è attestata la Lingua lemnia un dialetto simile all'etrusco. Tale stele è comunque al vaglio degli studiosi in quanto sembrerebbe ascrivibile al VI secolo a.C. In alternativa alcuni studiosi mettono in relazione il loro nome con l'ebraico Taršiš e con l'iberico Tartessos. Tuttavia dei Tirreno-Etruschi, nei testi d'epoca Miceneo-Ittita e nei poemi classici Odissea e Iliade, non si trova traccia.

Danuna o Denyen, di provenienza anatolica, è stata proposta una loro identificazione con i Dauni e i Danai, altro nome dei Micenei di stirpe greca.

Wešeš, forse in relazione con la città di Wiluša, che a sua volta è forse identificabile con Troia.

Località di rilievo per le civiltà dei metalli in Europa: dopo la civiltà del Rame,
la civiltà del Bronzo dal II millennio, civiltà del Ferro dal XII secolo a.C.,
 i cui maggiori centri in Europa sono: Halstatt, Huttenberg e Cnosso.
  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Dal 1.200 a.C. - Si sviluppa in Europa un'Età del Ferro.

- Mario Liverani, da: Mutamenti climatici nell’antichità vicino-orientale e mediterranea, Torino, 17-18 maggio 2012 http://www.accademia
dellescienze.it/media/986
"I dati climatici (in particolare le sequenze dendrocronologiche e polliniche) mostrano un episodio di brusca aridità, breve ma intensa, intorno al 1200 a.C. seguita poi da una fase di prolungata instabilità e aridità fino alla metà del IX secolo. I dati archeologici mostrano una serie di distruzioni dei centri urbani e palatini in Grecia (è il collasso della civiltà micenea), in Anatolia e nel Levante siropalestinese all’inizio del XII secolo, e poi una prolungata fase di localismo, dimensione di villaggio e campi pastorali per tutta la prima età del Ferro, fino appunto alla metà del IX secolo. E i testi documentano bene sia la carestia alla fine del XIII secolo, sia la famosa invasione dei cosiddetti “Popoli del Mare” - genti di provenienza balcanica che si riversano dapprima nell’Egeo (è quella che le tradizioni classiche definivano l’invasione dorica) e poi in Anatolia e nel Levante - nel 1190 a.C., con il crollo dell’impero hittita e il restringimento di quello egiziano. Infine i testi documentano bene il successivo “effetto domino” anche nelle zone ad est dell’Eufrate (Assiria e Babilonia) ma con un décalage di un secolo buono rispetto all’invasione dei Popoli del Mare. In questo caso dunque le coincidenze sembrano già così ben documentate e circostanziate da renderci sicuri della spiegazione. Ovviamente la presentazione di questi casi andrebbe meglio articolata, e altri casi si potrebbero e dovrebbero aggiungere, sia per l’area circum-sahariana, sia per quella dell’Indo, sia per quella dell’Asia centrale. Ma l’esemplificazione mi pare già così sufficiente per chiarire come gli studi di proto-storia e di storia antica del mondo mediterraneo e vicino-orientale abbiano ormai ben superato il tabù della storiografia idealistica, si stiano attrezzando per metabolizzare le procedure (e comunque i risultati) di ambito scientifico, e stiano contribuendo alla costruzione di una storia delle società umane in cui il fattore ambientale e le variazioni climatiche occupano il posto che loro compete. Resta escluso, almeno spero, ogni riduzionismo: i processi e gli eventi messi in moto dai fattori climatici hanno una loro complessità di concause, di meccanismi e di effetti di natura sociale e tecnologica, economica e politica, culturale e simbolica, nonché le loro peculiarità regionali e diacroniche, che costituiscono il valore della storia nel suo senso più pieno."

- Il periodo che va dal 1.200 al 1.000 a.C. è abbastanza oscuro, ma ci si sta convincendo che la carestia del 1.200 p.e.v. sia stato l'evento scatenante il riassetto del quadro politico mediterraneo e mediorientale: secondo la ricerca pubblicata sulla rivista on line Plos ONE da David Kaniewski, dell’Università di Paul Sabatier, a Tolosa, assieme a colleghi di altre istituzioni, i ricercatori sono giunti alla conclusione che la crisi della tarda età del bronzo, piuttosto che imputabile ad una serie di eventi non correlati, sia stata un complesso, unico evento che avrebbe avuto la principale causa scatenante nella siccità prodotta dal cambiamento radicale del clima, cui sarebbero seguite carestie, invasioni dal mare di popoli in cerca di fonti di sostentamento e inevitabili conflittualità politiche. Gli studiosi sottolineano anche che questo evento è in stretto rapporto con la sensibilità alle variazioni climatiche di queste societàbasate essenzialmente sulle risorse agricole. Sensibilità e struttura economica, un binomio che, con il variare del clima, avrebbe portato inevitabilmente alla rovina. Tutto il Mediterraneo stava vivendo un periodo caratterizzato da catastrofi naturali con conseguenti migrazioni di popoli  e da oriente giunse l'ultima ondata di tribù indoeuropee che con lo sviluppo del fenomeno celtico  completò l'opera di mutamento culturale destinato a modificare per sempre il volto dell'Europa, in cui l'economia era ridotta a pastorizia ed agricoltura.


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