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domenica 19 giugno 2016

Le guerre coloniali del Regno d'Italia

Carta del Corno d'Africa nel periodo del colonialismo
italiano con i relativi siti di rilievo.
In Africa, nel 1.861, il presidente del consiglio del regno d'Italia, Cavour, della destra storica, fa un tentativo poco conosciuto e stroncato prontamente da inglesi e francesi, di creare una piccola colonia italiana, inizialmente commerciale, sulla costa della Nigeria e nell'isola portoghese del Príncipe.

Il secondo tentativo di penetrazione italiana in Africa, riuscito, risale al 2 ottobre 1.869, quando il governo italiano, guidato dal presidente Luigi Federico Menabrea, membro della Destra parlamentare, stipula un trattato segreto per comprare terreni sulle coste etiopi (nella futura Eritrea), allo scopo di promuovere il colonialismo italiano e il 15 novembre 1.869, Giuseppe Sapeto (un missionario, esploratore e agente del governo italiano in Dancalia) acquista dai sultani fratelli, Ibrahim e Hassan ben Ahmad, un territorio lungo circa 6 km, tra il monte Ganga e il capo Lumah, ad Assab. La città sorge tra due baie, quella di Buia a sud e quella di Lumah a nord. Il prezzo del terreno corrisponde a seimila talleri di Maria Teresa, da versare entro 100 giorni. Per ragioni politiche venne scelto di far apparire la Società di navigazione Rubattino di Genova l'acquirente e non il governo italiano. L'11 marzo 1.870 viene definitivamente concluso l'affare e il 13 marzo vengono acquistate (o prese in gestione) da Berehan Dini, sultano di Raheita, anche due isole vicine (Omm el Bahar e Ras el-Raml).

L'Italia, fino al 1.876 è stata governata dalla destra storica dello schieramento parlamentare. Favorevoli alla cosiddetta "Italietta", i conservatori cercarono di favorire lo sviluppo interno del paese, tenendolo lontano da pericolose ambizioni espansionistiche e da alleanze scomode. Il ministro degli esteri Visconti Venosta, nel 1.873 aveva affermato: «Se l'Italia fosse aggredita dalla Francia sarà la Germania a correrle spontaneamente in aiuto, perché ciò è nel suo interesse. Legata da patti alla Germania, l'Italia potrebbe invece essere costretta ad una guerra d'aggressione, non in qualità di alleato, ma di sgherro». Nel 1876, la destra storica cade, lasciando spazio ad un'aggressiva sinistra che, guidata da Francesco Crispi, vuole portare il paese allo stesso livello delle grandi potenze. Le spese militari subiscono un'improvvisa impennata e cominciano a profilarsi le prime mire colonialistiche in nord Africa, auspicate da un crescente movimento politico-sociale che spinge per espandere le aree di influenza italiane in Africa, dal momento che altri paesi europei si sono già mossi in questa direzione, mentre l'Italia è rimasta al palo, a parte l'acquisizione, fra l'altro non ufficiale, di Assab, sul Mar Rosso.
Nella situazione di grave carenza di capitali e di gravi problemi economici in cui versa il paese, la Somalia viene considerata appetibile, più che per le sue risorse primarie, per i suoi porti e per le regioni a cui questi danno accesso. La Società geografica italiana, nella persona del suo presidente, Cesare Correnti, organizza una spedizione in Africa nel 1.876. L'anno successivo viene pubblicato da Manfredo Camperio "L'Esploratore ", il diario di quel viaggio. Nel 1.879 venne costituita la Società di Esplorazioni Commerciali in Africa, con il coinvolgimento dell'establishment industriale italiano del tempo e nello stesso anno venne istituito in Somalia il "Club Africano", che tre anni più tardi divenne la "Società Africana d'Italia".

In quegli anni, l'Italia punta inoltre a stabilire il proprio dominio sulla vicina Tunisia, paese sulla sponda opposta mediterranea, in cui si era stabilita da qualche anno una nutrita comunità di connazionali. Tuttavia, la Francia se ne impadronsce nel 1.881, provocando un'indispettita reazione del governo Depretis con relatia svolta nella politica estera italiana. Fu proprio per l'azione improvvisa della Francia che l'Italia intraprese i contatti diplomatici con la Germania e l'Austria-Ungheria che portarono alla firma del trattato della Triplice Alleanza nel 1.882, determinando così l'interruzione del processo politico di riunificazione nazionale con il Trentino e la Venezia Giulia ancora in mano all'impero austriaco, ora alleato.

Il 10 marzo 1.882 il governo italiano acquisisce ufficialmente il possedimento etiopico di Assab (nella futura Eritrea, acquistato nel 1.869 per il governo italiano dalla compagnia genovese Rubattino) che il 5 luglio dello stesso anno diventa ufficialmente italiano. Con i governi di sinistra di Agostino Depretis e in seguito di Francesco Crispi, la politica italiana si rivela decisamente colonialistico-aggressiva e si organizzeranno almeno tre tentativi ufficiali del governo per l'acquisizione di porti nel mar Rosso, che possano fungere da base verso un futuro impero coloniale in Asia o in Africa.

Il Chedivato (o Khedivato) d'Egitto, stato tributario dell'Impero ottomano, che si estendeva dall'attuale Egitto fin verso il corno d'Africa, comprese le sponde etiopica del mar rosso, in seguito ad una guerra, il cui esito fu decretato dalla battaglia di Tell el-Kabir del 14 settembre 1882, viene sottomesso a Londra dal 1.883. Quando nel 1.884 il Khedivato si ritira dal Corno d'Africa, i diplomatici italiani stipulano un accordo con la Gran Bretagna per l'occupazione del porto di Massaua, che assieme ad Assab formeranno i cosiddetti “Possedimenti italiani nel Mar Rosso”, la futura Eritrea. Massaua diventa la capitale provvisoria del possedimento d'oltremare e il controllo italiano si estende nell'entroterra.
L'occupazione italiana di Massaua segna l'inizio di una lunga e dispendiosa guerra contro l'Etiopia, in cui la finale annessione dell'Eritrea e della Somalia non potranno compensare le enormi spese militari che ritarderanno inevitabilmente il decollo industriale italiano: quel cattivo utilizzo dei capitali avrà inevitabili ripercussioni in tutto il paese.
Inoltre, mentre l'Eritrea ha da sempre ha fatto parte dell'Etiopia, fino alla sua colonizzazione da parte dell'Italia, che l'ha inventata sia come unità politica che come nome, come succederà poi per la Libia, l'Etiopia, come entità politica, ha avuto una lunga storia alle spalle. Il nome Etiopia, dal greco Aithiops, 'un etiope', appare due volte nell'Iliade e tre volte nell'Odissea. Lo storico greco Erodoto usava questo nome per tutte le terre a sud dell'Egitto, tra cui il Sudan e la moderna Etiopia. Durante il periodo coloniale europeo, era chiamata Abissinia, da "Ḥabaśāt", parola derivata dagli Habesh, una delle prime popolazioni semitiche etiopi. La forma moderna di Habesha è il nome nativo per i suioi abitanti mentre il paese è stato chiamato "Ityopp'ya", in alcune lingue. L'Etiopia è ancora indicata come Al-Ḥabashah, "Abissinia", nella lingua araba moderna.
L'imperatore etiopico portava il titolo di Negus Neghesti, che in amarico significa "Re dei Re". Nonostante numerosi re di Axum avessero utilizzato questo titolo, sino alla restaurazione della dinastia Salomonide ad opera di Iecuno Amlac i sovrani dell'Etiopia utilizzarono il titolo di Negus, anche se "Re dei Re" venne utilizzato sin dall'epoca di Ezanà. La titolatura completa dell'Imperatore d'Etiopia era Negust Neghesti e Seyoume Igziabeher ("Eletto del Signore"). Il titolo Moa Anbessa Ze Imnegede Yehuda (Leone Conquistatore della Tribù di Giuda) precedeva sempre i titoli dell'Imperatore. Esso non era un titolo personale, ma piuttosto un riferimento al titolo di Cristo, che veniva collocato prima del nome dell'Imperatore in un atto di sottomissione imperiale. Fino al regno di Giovanni IV l'Imperatore era anche Negus Tsion ("Re di Sion"), la cui sede fu Axum, e che conferiva la sovranità sulla maggior parte del nord dell'Impero.
Un Negus (dal Ge'ez: nəgus, "re") era il sovrano ereditario di una provincia, che governava autorizzato dal monarca ad utilizzare il suo titolo imperiale. Il titolo di Negus era concesso a discrezione dell'Imperatore a coloro che governavano importanti province, anche se venne spesso trasmesso ereditariamente durante e dopo l'Era dei Principi. I sovrani di Beghemder, Scioa, Goggiam e Uollò detennero tutti il titolo di Negus per qualche tempo, come "Negus di Scioa", "Negus di Goggiam", e così via. Durante o dopo il regno di Menelik II, praticamente tutti questi titoli confluirono nella corona imperiale o vennero aboliti. Nel 1914, dopo che venne nominato "Negus di Sion" da suo figlio Ligg Iasù (Iasù V), Mikael di Uollò, consapevole dei sentimenti ostili che tale nomina attirava verso di lui dalla nobiltà del nord (in particolare Leul Ras Sejum Mangascià, alla cui famiglia venne negato il titolo da Menelik II), che era ora tecnicamente subordinata a lui, scelse invece di utilizzare il titolo di Negus di Uollò. A Tafari Makonnen, che in seguito divenne l'imperatore Hailé Selassié, venne conferito il titolo di Negus nel 1928; fu l'ultima persona ad ottenerlo. Nonostante ciò, le fonti europee si riferirono al monarca etiopico come Negus sino al XX secolo, iniziando ad utilizzare la parola Imperatore solo dopo la Seconda guerra mondiale, circa lo stesso periodo in cui il nome Abissinia cadde in disuso a favore di Etiopia.
Leul (dal Ge'ez: lə'ul, "principe") era un titolo principesco utilizzato dai figli e dai nipoti dell'Imperatore. Conferiva al titolare il trattamento di Altezza Imperiale. Esso venne usato la prima volta nel 1916, dopo l'incoronazione dell'imperatrice Zauditù.
Abetohun o Abeto (dal Ge'ez: abētōhun o abētō, "principe") era il titolo riservato ai maschi di discendenza imperiale per linea maschile. Il titolo cadde in disuso alla fine del XIX secolo. Ligg Iasù tentò di farlo rivivere come Abeto-hoy ("gran principe"), e questo è il titolo oggi usato dal pretendente iausuista Ligg Girma Giovanni Iasù.
Ras (dal Ge'ez: ras, letteralmente "testa", come l'arabo Rais) era uno dei potenti titoli non imperiali, paragonato dallo storico Harold G. Marcus al titolo di duca. Il titolo combinato di Leul Ras veniva conferito ai capi dei rami cadetti della dinastia imperiale, come i principi di Goggiam, Tigrè e Selalle.

Per i governi di Crispi, il porto della città di Massaua, diventerà il punto di partenza per un progetto che avrebbe dovuto sfociare, con la spedizione italiana del Mar Rosso del 1.885, nel controllo dell'intero Corno d'Africa, con inclusa la Somalia, zona abitata da popolazioni etiopiche, dancale, somale e oromo, autonome o sottoposte formalmente a diversi dominatori: vari sultanati (Harar, Obbia e Zanzibar i più importanti), emiri e capi tribali.

Verso la fine dell'800, vi era un enorme interesse sul Corno d'Africa da parte di alcune potenze europee, che si contendevano il controllo di quell'area (come Inghilterra, Regno d'Italia e Francia) e si guadagnarono i loro primi punti d'appoggio in Somalia attraverso la firma di accordi e contratti con i vari sultani somali che controllavano la regione, come Yusuf Ali Kenadid, Bouor Osman Mhamuud e Mohamoud Ali Shire. I britannici realizzarono un Protettorato della Somalia Britannica, futuro Somaliland, nel 1.886, dopo la ritirata del Chedivato egiziano ed il trattato con il somalo clan Warsangeli. Una piccola parte sul mare a nord-est del territorio somalo fu presa dalla Francia, che vi stabilì la Somalia Francese, costituita dai territori di Afars e Issas (l'attuale Gibuti).

In Etiopia, (o Abissinia) regnava il Negus Neghesti (il titolo dell'imperatore, che significa "Re dei Re") Giovanni IV, ma vi era anche la presenza di un secondo Negus (titolo che significa “Re”) nei territori del sud, di nome Menelik. Tramite gli studiosi e i commercianti italiani che frequentavano la zona già dagli anni sessanta dell'800, l'Italia cercava di provocare la separazione dei territori dei due Negus al fine di penetrare, dapprima politicamente e in seguito militarmente, nel Tigrai, verso l'interno dell'altopiano etiopico. Inoltre, tra le tentate acquisizioni italiane, vi furono l'occupazione della città santa etiopica di Harar, l'acquisto di Zeila nella Somalia britannica e l'affitto del porto di Chisimaio, posto nel Benadir, alla foce del Giuba, in Somalia, lungo la costa di Mogadiscio. Tutti e tre i progetti non si conclusero positivamente ed in particolare la presa della città di Harar da parte delle forze etiopiche di Menelik impedì la sua occupazione da parte degli italiani. È senz'altro da ricordare, anche per l'eco suscitata in patria, la disfatta nella battaglia di Dogali del 1.887, durante un tentativo di espansione italiana verso l'altopiano etiopico. Le milizie di Ras Alula Engida causarono 430 morti di cui 23 ufficiali alla colonna "De Cristoforis" e per contro gli etiopi ebbero qualche migliaio di morti. Questo episodio provocò una frattura nelle relazioni tra re Giovanni IV d'Etiopia e l'Italia e, in patria, le competenze per la colonizzazione della futura Eritrea passarono dal ministero degli Esteri a quello della Guerra, mentre il governo italiano rafforzò il proprio appoggio a Menelik. In luglio si verificano le dimissioni del Presidente del Consiglio, Agostino Depretis e gli subentra Francesco Crispi, che elabora nuovi piani per la creazione di nuove aree per l'immigrazione per gli italiani.

Il 2 maggio 1.889 Menelik II, incoronato nuovo imperatore d'Etiopia, firma con il regno d'Italia un equivocato trattato di pace. A seguito della sconfitta e della morte del Negus Neghesti (Re dei Re), Giovanni IV, in una guerra contro i dervisci sudanesi, l'esercito italiano di stanza a Massaua aveva occupato una parte dell'altopiano etiopico, compresa la città di Asmara, sulla base di precedenti accordi intrapresi con Menelik, quando era ancora Negus del sud etiopico il quale, con la morte del rivale, era riuscito a farsi riconoscere come il nuovo Negus Neghesti. Con il trattato che ne segue, Menelik accetta la presenza degli italiani sull'altopiano e riconosce di utilizzare l'Italia come canale di comunicazione preferenziale con i paesi europei. Quest'ultimo riconoscimento viene interpretato dagli italiani (e tradotto dalla lingua amarica di conseguenza) come l'accettazione di un protettorato italiano, ma per i cinque anni seguenti, quella interpretazione del trattato di pace sarà fonte di discordie fra i due paesi.

Intanto nell'area meridionale somala l'Italia ottiene dei protettorati tramite un accordo da parte del console italiano di Aden (nella penisola arabica) con i rispettivi governanti dei sultanati, che rappresenteranno i germi di quella che sarà la Somalia Italiana (dal 1.889 al 1.908 un protettorato e dal 1.908 una colonia italiana).
Alla fine del 1.888, il sultano Yusuf Ali Kenadid stipula un trattato con gli italiani, rendendo il suo Sultanato di Obbia un protettorato italiano ed il suo rivale, Boqor Osman, firma un accordo simile per il suo Sultanato della Migiurtinia l'anno successivo (il 1.889). Entrambi i sovrani avevano firmato i trattati di protettorato sperando così, da una parte di evitare l'occupazione diretta dei loro territori, dall'altra di accentuare i motivi di frizione fra le potenze europee concorrenti.
Nel marzo 1.891 Vincenzo Filonardi, console italiano di Zanzibàr occupa il villaggio costiero somalo di Ataleh, che ribattezza Itala. Nel 1.892 il sultano di Zanzibar (ora in Tanzania) concede in affitto per 25 anni i porti del Benadir (in Somalia, fra cui Mogadiscio e Brava) alla società commerciale romana "Filonardi" e poi alla Società Commerciale Italiana del Benadir. Il Benadir, sebbene gestito da questa società privata, fu sfruttato dal Regno d'Italia come base di partenza per delle spedizioni esplorative verso le foci del Giuba, il maggiore dei fiumi somali e dell'Omo, in Etiopia, nel tentativo di assumere un protettorato sulla città somala di Lugh.
Gli italiani, dal canto loro, erano interessati a questo paese in gran parte desertico soprattutto per i suoi porti, dei quali i più settentrionali potevano concedere loro l'accesso allo strategicamente importante Canale di Suez ed al Golfo di Aden.

Dal 1.890, i possedimenti italiani in Eritrea, i territori di Assab e Massaua, vengono denominati Colonia Eritrea. L'Eritrea è uno Stato multilingue e multiculturale, con due religioni prevalenti (Islam Sunnita e Chiesa ortodossa eritrea) e nove gruppi etnici e fu l'Italia a crearla come entità politica nel 1890 con il nome di Colonia Eritrea. La parola "Eritrea" deriva etimologicamente dal greco antico erythros, che significa "rosso". Il nome "Mar Rosso" venne usato, fin dall'età ellenistica, come testimonia anche il nome di una famosissima opera anonima di geografia, il Periplus Maris Erythraei del I secolo, che significa appunto "Periplo del Mar Rosso". Il fatto che l'odierna Eritrea si affacciasse su questo mare fece guadagnare al paese il suo attuale nome, che le fu perciò attribuito dagli italiani alla fine del XIX secolo, quando costituirono quella colonia identificandola per la prima volta come un'entità territoriale autonoma. Alcuni storici ritengono che la denominazione "Eritrea" sia stata ideata e suggerita a Francesco Crispi dallo scrittore scapigliato Carlo Dossi, suo consigliere culturale negli anni della conquista della colonia.

La sconfitta dei mahdisti (Muhammad Ahmad detto il Mahdi era il governatore dell'Egitto ottomano) ad Agordat (in Eritrea), da parte delle truppe italiane ed ascare (soldati mercenari eritrei inquadrati come componenti regolari dei Regi Corpi Truppe Coloniali, le forze coloniali italiane in Africa), spinge il generale Oreste Baratieri ad ordinare un'incursione oltre il confine con il Sudan. Il 16 luglio 1.894, Baratieri conduce personalmente una colonna di 2.600 tra ascari ed italiani verso la città sudanese di Cassala, conquistandola dopo un breve combattimento; a Cassala viene lasciato un presidio al comando del maggiore Domenico Turitto, mentre Baratieri con il grosso delle truppe rientra in Eritrea. Nelle intenzioni degli italiani, Cassala doveva fare da trampolino di lancio per una campagna contro lo stato mahdista da tenersi in collaborazione con i britannici, ma questi ultimi rifiutarono l'aiuto italiano, temendo che esso celasse mire espansionistiche in Sudan.

Con il protocollo del maggio 1.894 il Governo italiano e quello britannico si accordarono per delimitare le rispettive zone di influenza in Somalia.

Nel 1.895, l'Italia scatena la prima guerra italo-abissina contro l'Etiopia, attaccandola dai suoi territori in Eritrea e Somalia. Le differenti interpretazioni del trattato di pace stipulato nel 1.889, avevano posto le basi per lo scoppio di un conflitto e la successiva avanzata italiana in Abissinia (o Etiopia), ma la pronta reazione delle truppe abissine costringono l'Italia a fermare l'avanzata. Dopo questa prima sconfitta, l'Italia subisce, il 1º marzo 1.896, la definitiva e pesante disfatta di Adua, nella regione del Tigrai (o Tigré) dove i 15.000 soldati del generale Oreste Baratieri sono travolti dagli oltre 100.000 guerrieri di Menelik II.
La battaglia di Adua in un celebre dipinto etiope.
Il 26 ottobre 1.896 si conclude la pace di Addis Abeba, con la quale l'Italia rinuncia alle sue mire espansionistiche in Abissinia. La disfatta provoca forti reazioni in tutta Italia, dove c'è chi propone un immediato rilancio del progetto coloniale e chi, come una parte del partito socialista, propone di abbandonare immediatamente le imprese colonialiste.

La guarnigione italiana di Cassala, in Sudan, viene ritirata nel dicembre del 1.897, quando la città è restituita agli anglo-egiziani e la rivolta madhista sarà infine schiacciata dagli anglo-egiziani con la vittoria nella battaglia di Omdurman, il 2 settembre 1.898.

Nel 1.899, la rivolta nazionalistica capeggiata da Mad Mullah agita la Somalia Britannica e in parte il Benadir.

In Italia, tra il 1.898 e il 1.899 la fame e la disoccupazione portano a una situazione apparentemente rivoluzionaria.

Con l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele III, in seguito all'assassinio di Umberto I per mano dell'anarchico Gaetano Bresci (il 29 luglio 1.900), ha inizio un periodo di rapida evoluzione.

Durante la Rivolta dei Boxer in Cina (1.899-1.901), l'Italia intervenne nel paese asiatico con un corpo di spedizione, al fianco delle altre Grandi Potenze; alla fine del conflitto, il governo cinese concesse all'Italia una piccola zona nella città di Tientsin, il porto di Pechino.

Nel 1.902, cominciano le prime trattative segrete tra Francia e Italia, che avrebbero preparato quest'ultima alla guerra italo-turca combattuta tra il 1911 e il 1912. In tale modo l'Italia intraprendeva un doppio gioco diplomatico: se da una parte nell'autunno del 1902 rinnovava la Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria, dall'altra assicurava alla Francia la neutralità nel caso in cui quei due imperi centrali le avessero dichiarato guerra.

Nel 1.905 il governo italiano assume direttamente la responsabilità di creare una colonia nel sud della Somalia, a seguito delle accuse rivolte all'italiana Società del Benadir di aver tollerato o addirittura collaborato alla perpetuazione della tratta degli schiavi. L'organizzazione amministrativa venne affidata al governatore Mercantelli, che organizza la colonia nelle sei suddivisioni amministrative di Brava, Merca, Lugh, Itala, Bardera e Jumbo.

Giuseppe Colli, dei marchesi di Felizzano, torna ad Addis Abeba, da Firenze nel 1.907 per succedere a Ciccodicola come incaricato d'affari a capo della legazione italiana. Il 17 dicembre di quell'anno, i capitani Bongiovanni e Molinari e gran parte del drappello di ascari periscono a Berdāle, nell'entroterra del Benadir, in uno scontro con un gruppo di armati abissini comandato dal Fitaurari (in Ge'ez: "comandante dell'avanguardia") Asfau. Il ministro degli Esteri italiano, Tittoni, pubblicizza l'incidente e incarica Colli di presentare formale protesta al Negus, chiedendo la punizione dei colpevoli e la restituzione delle armi. La definizione dell'incidente si presenta difficoltosa in quanto su quel territorio, di fatto occupato dagli italiani, il trattato di pace del 1.896 aveva riconosciuto la sovranità etiopica. Colli ottiene piena soddisfazione alle sue richieste, ma l'incidente di Berdāle ed altri incidenti minori danno all'Italia l'occasione per sollecitare una nuova e più favorevole delimitazione della frontiera somalo-etiopica, con particolare riguardo all'entroterra del Benadir. La delimitazione fissata nel precedente accordo, stabiliva il confine a circa 180 miglia dalla costa dell'Oceano Indiano e tale accordo lasciava in sospeso la condizione della stazione commerciale italiana di Lugh e la garanzia delle vie di comunicazione della stessa col mare. Le sollecitazioni italiane per ottenere il possesso di Lugh erano state da ultimo rinnovate in occasione della visita di Martini, governatore dell'Eritrea, ad Addis Abeba, nel 1906. Menelik, pur dando assicurazioni circa lo statu quo, aveva rifiutato una modifica formale dei confini del '96. Un discorso del ministro Tittoni alla Camera del 13 febbraio 1.908, ripropone ora ufficialmente la questione, e Colli è incaricato di intavolare ad Addis Abeba un negoziato che preveda una sostanziale modifica della frontiera del Benadir: si richiede una linea che partendo da Dolo per il quarto parallelo raggiunga lo Uebi Scebeli, per seguire da questo punto la linea parallela alla costa fino al confine italo-britannico del 5 maggio 1894. Si chiede inoltre la costituzione di una zona neutra a monte di Lugh. Colli era conscio dell'importanza commerciale e politica dei nuovi territori richiesti: "Vittorio Bottego, - scriveva nella citata relazione - nel propugnare la stazione commerciale di Lugh aveva di mira i traffici coi Borana e, per mezzo di questi, quelli con le tribù più occidentali dei laghi Margherita e Rodolfo, dell'Orno. La conquista amhara non si era ancora estesa a queste regioni che, benché rozze e incivili, erano libere e propense ad avviare i loro prodotti verso l'Oriente e scambiarli con le mercanzie provenienti dalla Costa. Piena di speranze e di illusioni, apportatrice di civiltà per le tribù Galla, feconda di vantaggi economici e morali per noi, si apriva la via del Giuba". Tanto più che nel febbraio 1.908 si erano conclusi i negoziati anglo-etiopici per la frontiera del Kenia, ed il Negus aveva accettato, in quella contrattazione, la linea di confine partente da Dolo. Colli conduce rapidamente a termine il negoziato e con una convenzione del 16 maggio 1.908 si sistema "definitivamente" la frontiera tra Somalia ed Etiopia, come da richieste italiane. Un'altra convenzione, di pari data, sistema la frontiera fra la Dancalia eritrea e l'Etiopia. Infine, un atto addizionale mette a disposizione del governo etiopico la somma di tre milioni di lire quale "compenso per il notevole spostamento di frontiera". Nel presentare le tre convenzioni all'approvazione del Parlamento, il 16 giugno 1908, il ministro degli Esteri italiano, Tittoni, si sofferma diffusamente sulla condotta delle trattative, elogiando l'opera del Colli. Il nuovo confine assicurato alla colonia del Benadir, dice, "oltre d'includere nell'effettivo dominio dell'Italia le stazioni sul Giuba di Lugh e di Dolo assicura all'Italia il tracciato completo delle carovaniere che, dagli scali del Benadir, fanno capo a Lugh, garantendo il progressivo sviluppo commerciale della nostra Colonia" (Atti parlamentari, Camera, legisl. XXII, 1904-09, Docum., vol. XXX, n. 1076).
I nuovi territori a cui il regno d'Italia aveva ora accesso, includevano la regione di Baidoa, chiamata il "granaio della Somalia".

Quindi, nel 1.908, a seguito dell'incidente di Lugh, si arriva a una delimitazione approssimativa dei confini somali con l'Etiopia, e la colonia del Benadir, ribattezzata Somalia Italiana, è ufficialmente una colonia del regno d'Italia.
Il 5 aprile 1.908 il Parlamento italiano approva la legge che riunisce tutti i possedimenti italiani nella Somalia meridionale in un'unica entità amministrativa chiamata "Somalia Italiana". Tale legge stabilisce inoltre le competenze in materia coloniale tra il Parlamento, il Governo del Regno ed il governo della colonia. Quest'ultimo viene notevolmente potenziato: il governatore civile controlla i diritti di esportazione, regola il tasso di cambio, stabilisce la tassazione sulle attività dei nativi e regolamenta tutti i servizi e le materie civili relative alla caccia e alla pesca, oltre a detenere il comando delle forze di polizia. Il controllo italiano rimane effettivamente limitato alle sole zone costiere fino al 1.920, anno che vide la fine della guerra anglo-somala, chiamata anche campagna del Somaliland o guerra del Mullah, un lungo conflitto di guerriglia svoltosi tra il 1900 e il 1920 nei territori corrispondenti all'attuale Somalia e nelle zone di confine tra questa e l'odierna Etiopia: il leader islamista somalo Mohammed Abdullah Hassan, soprannominato dai britannici "il Mullah Pazzo" (Mad Mullah), riuscì nell'intento di unire svariati clan e tribù nel suo paese in un unitario movimento di opposizione al colonialismo di stampo europeo, dando inizio a una campagna di guerriglia e razzie ai danni del possedimento della Somalia britannica (o Somaliland) e, in misura minore, della Somalia italiana e delle zone dell'Ogaden, rivendicate dall'Impero d'Etiopia.
Dopo il crollo del movimento di resistenza di Hassan, i vari clan della Somalia settentrionale tornarono a scontrarsi tra di loro per controversie di confine. Il governo della colonia italiana lavorò per cercare di mantenere la pace tra i vecchi clan, pur mantenendo uno stretto controllo militare sulla regione.

Dalla seconda metà dell'800, l'enorme Impero ottomano era in piena crisi politica dovuta alla ingente quantità di territori che lo costituivano. I domini extraeuropei erano governati con relativa facilità, determinata dall'Islam, la comune fede che univa l'Arabia, la Mesopotamia, la Palestina, la Siria e zone del litorale nordafricano. Nelle provincie europee, invece, sorgevano in continuazione ribellioni a causa di spinte indipendentiste e religiose. La situazione era resa ancora più insostenibile dalla ferocia del dominio turco, che domava senza pietà qualsiasi insurrezione. Costantemente minacciata a nord dal colosso russo, la Turchia stava ormai crollando a causa del cattivo governo e della sua arretratezza in campo economico e militare. Solo la Gran Bretagna sembrava nutrire simpatia nei confronti dell'impero ottomano, sentimento ampiamente giustificato dall'eterna concorrenza coloniale che la legava alla Russia che, senza l'ostacolo turco, avrebbe ottenuto facilmente uno sbocco sul mare Mediterraneo, danneggiando, ovviamente, l'economica britannica. Nel 1.907, nell'impero ottomano, i vari gruppi che costituivano l’opposizione al governo sultaniale, capeggiati dal Comitato “Unione e Progresso” e dalla società “Patria e Libertà” guidata da Mustafa Kemal (il futuro Atatürk) si fusero nel Partito che ordinariamente venne denominato “dei Giovani Turchi”, con un programma fortemente nazionalista e modernizzatore ispirato principalmente al nazionalismo tedesco e alle tesi teistico-scientiste care agli ambienti massonici (le logge massoniche erano penetrate nel mondo musulmano già dalla fine del Settecento, sull’onda dell’entusiasmo suscitato in Egitto dal proclama che il giovane generale Bonaparte aveva pubblicato in Alessandria il 2 luglio del 1798).

In Europa, la crescente rivalità tra gli stati modificò il significato del nazionalismo: l’idea di nazione cessò di essere legata all’aspirazione all’unità di valori nel continente europeo ma si trasformò invece nell' esaltazione del “sacro diritto” di ogni popolo a coltivare l’egoismo nazionale.

Mentre la questione serba, soprattutto a partire dal 1.908, diventava sempre più problematica poiché l'Austria-Ungheria, nonostante le proteste turche, annetteva ai propri territori la Bosnia-Erzegovina, che fra l'altro era abitata da una popolazione di soli serbocroati e non vi era nessuna enclave di austro-ungarici, l’amicizia del Kaiser Guglielmo II, il più potente sovrano d’Europa, non bastava a proteggere il sultano ottomano dai suoi giovani militari e intellettuali che erano, fra l'altro, a loro volta dei sinceri ammiratori della giovane e fiera Germania imperiale. La rivolta militare di Salonicco, capeggiata da un gruppo di giovani ufficiali (i Giovani Turchi) tra i quali si distingueva il leader Enver Bey, nel luglio del 1.908, aveva come scopo immediato il ristabilimento della costituzione del 1.876, che era stata sospesa dal sultano: ma rappresentava in realtà la generale sconfessione del governo del sultano Abdül-Hamit, che nonostante la sua accettazione del reintegro costituzionale, sarà deposto meno di un anno dopo. Il nuovo sultano Mehmet V dovette affrontare una serie di sollevazioni, dall’Albania alla penisola arabica.
Nel settembre del 1908, la Grecia si annette Creta e nell’ottobre di quell'anno, Ferdinando I di Sassonia-Coburgo si proclama czar di Bulgaria. Si andava preparando, con l’accordo almeno provvisorio di Austria-Ungheria e Russia - con la riserva di un loro futuro scontro per l’egemonia - la definitiva deturchizzazione, anche formale, dell’intera penisola balcanica.
Deluso dall'annessione all'Austria-Ungheria della Bosnia-Erzegovina (dove vivevano 825.000 serbi di fede cristiano-ortodossa e vi abitavano molti altri sostenitori della causa serba) e costretto a riconoscere tale annessione nel marzo 1909, mettendo così un freno alle agitazioni dei nazionalisti serbi, il governo serbo rivolse le sue mire espansionistiche verso sud, in quella che era la "Vecchia Serbia" (il Sangiaccato di Novi Pazar e la provincia del Kosovo). Alle mire serbe si aggiunsero quelle bulgare: dopo aver ottenuto l'appoggio della Russia nell'aprile 1909, la Bulgaria desiderava infatti annettere i territori ottomani di Tracia e Macedonia. Nel frattempo, il 28 agosto 1909 in Grecia, un gruppo di ufficiali (Stratiotikos Syndesmos) chiesero una riforma costituzionale, la rimozione della famiglia reale dalla guida delle forze armate e una politica estera più decisa e nazionalista con cui poter risolvere la questione cretese e ribaltare l'esito della sconfitta del 1897. A questi avvenimenti si aggiunse l'insurrezione del marzo 1910 della popolazione albanese in Kosovo (appoggiata dai Giovani Turchi) e, nell'agosto 1910, il Montenegro diventò a sua volta un regno autonomo.

In seguito, l'impero ottomano subisce l’aggressione dell’Italia che, pur alleata della Germania, amica dell'impero ottomano, tra 1.911 e 1.912 gli conquista le ultime residue province nordafricane che ancora, almeno formalmente, controllava: Tripolitania e Cirenaica.
Carta delle ex-province
ottomane nell'attuale Libia.

Gli italiani occupano anche Rodi e il Dodecaneso e giungono a forzare lo stretto dei Dardanelli. Il 12 ottobre del 1.912, turchi e italiani giungono alla faticosa pace di Losanna. Il sultano avrebbe ceduto volentieri la Tripolitania e la Cirenaica all’Italia in cambio di un suo governo nella sostanza coloniale ma che formalmente rispettasse la sovranità ottomana, così come era già stato accettato dall’Inghilterra per l’Egitto e dalla Francia per l'Algeria e la Tunisia, ma il governo di Giolitti, che aveva accettato di scatenare la guerra per distogliere l’attenzione degli italiani da forti difficoltà interne, aveva bisogno di un’affermazione piena, non di una transazione che sarebbe parsa un ripiego se non una mezza sconfitta. Così la guerra continuò per approdare alla costituzione di una “Libia italiana”.
All'inizio del conflitto, il governo di Giolitti era stato esortato anche dal poeta romagnolo e socialista di estrazione romantica Giovanni Pascoli, che reclamava un posto al sole per l'Italia
“La grande proletaria si è mossa” è il discorso pronunciato da Giovanni Pascoli nel novembre 1.911 a Barga, in occasione della campagna di Libia. E’ molto interessante leggere le parole del poeta in riferimento a questo avvenimento storico poiché svelano un Pascoli nazionalista e fortemente interventista, difficile da conciliare con il “socialista dell’umanità”, quale si definiva egli stesso. Questa guerra coloniale è presentata dal poeta come un’esigenza necessaria alla sopravvivenza dei cittadini italiani che, dopo anni trascorsi come lavoratori emigrati oltremare e oltralpe, dopo anni di sfruttamento e ingiurie, dovevano assolutamente procurarsi terre fertili da cui trarre il proprio sostentamento. Inoltre il paese aveva bisogno di dimostrare il proprio valore militare, e la campagna di Libia sembrava un’occasione ideale per potersi riscattare agli occhi dell’Europa: “Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre Alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar Carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora”. Questo tentativo di presentare la campagna di Libia come una guerra difensiva e non di attacco, unica modalità accettata dai socialisti, ignorava completamente il fatto che i libici avevano diritto alla autodeterminazione.

La guerra italo-turca (nota in italiano anche come guerra di Libia e per i turchi come Guerra di Tripolitania) fu combattuta dal Regno d'Italia contro l'Impero ottomano tra il 29 settembre 1.911 e il 18 ottobre 1.912, per conquistare le regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica. Le ambizioni coloniali spinsero l'Italia ad impadronirsi delle due province ottomane che nel 1934, assieme al Fezzan, avrebbero costituito la Libia, dapprima come colonia italiana ed in seguito come Stato indipendente. Durante quel conflitto fu occupato anche il Dodecanneso, arcipelago nel Mar Egeo; che avrebbe dovuto essere restituito ai turchi alla fine della guerra ma rimase sotto amministrazione provvisoria da parte dell'Italia fino a quando, con la firma del trattato di Losanna nel 1923, la Turchia rinunciò a ogni rivendicazione e riconobbe ufficialmente la sovranità italiana sui territori perduti nel conflitto. 
Carta con il Dodecaneso.
Nel corso della guerra, l'Impero ottomano si trovò notevolmente svantaggiato, poiché avrebbe potuto rifornire il suo piccolo contingente in Libia solo attraverso il Mediterraneo e la flotta turca non fu in grado di competere con la Regia Marina italiana e così gli ottomani non riuscirono ad inviare rinforzi alle loro province nordafricane. Pure se minore, questo evento bellico fu un importante precursore della prima guerra mondiale. Osservando la facilità con cui gli italiani avevano sconfitto i disorganizzati turchi ottomani, i membri della Lega Balcanica attaccarono l'Impero ottomano ancor prima della fine del conflitto italo-turco.
Nella guerra italo-turca si registrarono numerosi progressi tecnologici nell'arte militare da parte italiana, tra cui, in particolare, l'impiego dell'aeroplano (furono schierati in totale 9 apparecchi) sia come mezzo offensivo che come strumento di ricognizione. Il 23 ottobre 1911 il pilota Carlo Maria Piazza sorvolò le linee turche in missione di ricognizione, e il 1º novembre dello stesso anno l'aviatore Giulio Gavotti lanciò a mano la prima bomba aerea (grande come un'arancia, si disse) sulle truppe turche di stanza in Libia. Altrettanto significativo fu l'impiego della radio con l'allestimento del primo servizio regolare di radiotelegrafia campale militare su larga scala, organizzato dall'arma del genio sotto la guida del comandante della compagnia R.T. Luigi Sacco e con la collaborazione dello stesso Guglielmo Marconi. Infine, il conflitto libico registrò il primo utilizzo nella storia di automobili in una guerra: le truppe italiane furono dotate di autovetture Fiat Tipo 2 e motociclette SIAMT.

Resta il fatto che la Libia, così come l'Eritrea, sarà un'unità inventata dall'Italia, poiché non era mai stata un'entità politica unita, antefatto che potrebbe motivare l'attuale crisi libica. La Libia infatti non ha mai posseduto un tessuto sociale comune fra le varie tribù.

Guidata dalla forte personalità di Giovanni Giolitti, l'Italia fa progressi notevoli, coronati anche dalla fortunata guerra italo-turca. Tra il 1910 e il 1914, si consegue la massificazione dell'istruzione secondaria e l'ingresso della donna del mondo del lavoro qualificato (con la "rivoluzione" della macchina da scrivere). Alla vigilia della prima guerra mondiale l'Italia, passando da un'economia prevalentemente agricola a una di stampo industriale, è la settima potenza industriale del mondo e nel conflitto contro la Turchia dimostra di possedere buone capacità militari 

Al termine del primo conflitto mondiale, una delle richieste italiane durante la stesura del trattato di Versailles del 1.919, è quella di ricevere la Somalia francese e il Somaliland Britannico in cambio della rinuncia alla ripartizione delle ex colonie tedesche tra le forze dell'Intesa. Sarà l'ultimo tentativo dello stato liberale di perseguire la politica di penetrazione nel Corno d'Africa, ma alla fine del trattato, l'Italia ottiene solo l'Oltregiuba dalla Gran Bretagna, da annettere alla Somalia Italiana ed una ridefinizione dei confini della Libia, che viene così ampliata. Negli anni Venti, l'Italia fascista conclude la pacificazione del territorio libico, alla quale seguono l'insediamento di coloni e lo sfruttamento delle terre più fertili per coltivazioni di tipo intensivo.

Nel 1.919 e nei primi anni venti si verifica l'occupazione italiana di Adalia in Anatolia, che finisce dopo soli tre anni con un nulla di fatto una volta che Kemal Atatürk riconosce la sovranità italiana nel Dodecaneso.

L'Albania è sotto la sfera di influenza italiana dagli anni venti, e l'isola di Saseno, davanti a Valona è parte integrante del Regno d'Italia dai tempi della pace di Parigi (1.919).

Il 25 febbraio 1.922 in Italia cade il governo Bonomi e gli succede Luigi Facta ma il 24 ottobre, il governo Facta non riesce ad arginare lo strapotere delle squadre fasciste. Mussolini dichiara: "O ci daranno il potere o lo prenderemo calando su Roma". Il 28 ottobre avviene la Marcia su Roma, dove Mussolini, con i quadrumviri Bianchi, Balbo, De Bono e De Vecchi, guida 14.000 camice nere nella capitale. Il 31 ottobre, Mussolini presenta al Re la lista dei ministri e il suo Governo ottiene la fiducia del parlamento, votato anche dalle forze moderate ed ottiene addirittura l'assenso di Giolitti. Mussolini diventa capo del governo italiano. Il 16 novembre, Mussolini tiene alla camera il famoso "discorso del bivacco". Le squadre fasciste vengono trasformate nella Milizia Volontaria.
Nel 1.923, in Turchia viene deposto l'ultimo sultano ottomano e proclamata la repubblica. Si procede, da parte del nuovo governo dei "Giovani Turchi", all'olocausto degli Armeni.
Nel 1.924, il 6 aprile, il "listone" fascista ottiene 374 rappresentanti alla camera: è il partito di maggioranza assoluta.

Il regime fascista rilancia quindi il colonialismo italiano. Mussolini manifesta l'intenzione di dare un Impero all'Italia e l'unico territorio africano rimasto libero da ingerenze straniere è l'Abissinia, nonostante fosse membro della Società delle Nazioni.
Il fascismo cercò inizialmente di presentarsi in maniera propositiva nei confronti dell'Etiopia, allora chiamata dagli italiani Abissinia, cercando di attuare un trattato di amicizia con l'amministrazione del reggente Hailé Selassié e tale accordo si concretizzò nel 1.928.
Hailé Selassié (in lingua ge'ez: "Potenza della Trinità"), al secolo Tafarì Maconnèn, Ras Tafari per i fedeli rastafariani, (1892 - 1975) ultimo negus neghesti d'Etiopia dal 1930 al 1936 e dal 1941 al 1974, era l'erede della Dinastia Salomonide, che secondo la tradizione ebbe origine dal re Salomone e dalla regina di Saba. Quando l'Impero d'Etiopia fu invaso e conquistato dall'Italia fascista nel 1936, scelse l'esilio volontario, fino al 1941, quando il Regno Unito conquistò l'Africa Orientale Italiana e riconsegnò il trono al negus. Verrà nuovamente detronizzato nel 1974, quando Menghistu Hailè Mariàm rovesciò l'impero e trasformò l'Etiopia in uno Stato socialista.

Carta con regioni ed etnie
della Libia.
Nel 1.934, con l'aggiunta del Fezzan ai territori di Tripolitania e Cirenaica, si costituisce per la prima volta l'entità politica della Libia, dapprima come colonia italiana ed in seguito come Stato indipendente.

Il progetto d'invasione dell'Etiopia, inizia già all'indomani della conclusione degli accordi sul trattato di amicizia del 1.928. Il 15 ottobre del 1.935 la città di Axum è occupata dalle truppe italiane al comando del generale Emilio de Bono. Due anni dopo, nel 1.937, un obelisco di Axum, alto 23,4 metri e risalente a 1700 anni prima, già a terra e rotto in quattro pezzi da diversi secoli, fu inviato a Roma dai soldati italiani per essere collocato in Piazza di Porta Capena come bottino di guerra della Guerra d'Etiopia. Questo obelisco è generalmente ritenuto uno dei più begli esempi di questo tipo di costruzioni dell'impero axumita.
Stele di Axum.
Nonostante un accordo preso con le Nazioni Unite nel 1974 prevedesse la restituzione dell'obelisco, l'Italia si attardò in una lunga disputa diplomatica con il governo etiopico, che vedeva nell'obelisco un simbolo dell'identità nazionale, nonché, nel suo ritorno, un atto riparatorio 4,78 milioni di dollari, interamente finanziati dal governo italiano. Il 4 settembre 2008, si è tenuta ad Axum la cerimonia ufficiale di inaugurazione della stele di Axum restaurata.
 Per il loro valore storico, le rovine archeologiche presenti ad Axum sono state incluse nel 1980 dall'Unesco nella lista dei Patrimoni dell'umanità.
all'aggressione subita. Nel 2005 infine, l'Italia restituì l'obelisco all'Etiopia. L'Unesco è stata resa responsabile del restauro e della risistemazione dell'obelisco ad Axum, un'operazione piuttosto complessa. Nell'aprile di quell'anno la stele, che pesa 152 tonnellate, fu caricata su un aeromobile Antonov e trasportata in Etiopia. Il 4 giugno è iniziato il sollevamento e il posizionamento dei blocchi della stele con un intervento ingegneristico diretto dallo "Studio Croci e Associati" con il professore Giorgio Croci come capo progetto. Il bilancio economico complessivo è stato di

La battaglia di Amba Aradam fu combattuta nel febbraio 1.936 durante la guerra d'Etiopia, presso il monte Amba Aradam. La battaglia si articolò in attacchi e contrattacchi delle forze italiane al comando del maresciallo Pietro Badoglio contro le forze etiopi del ras Mulugeta Yeggazu. La battaglia venne combattuta essenzialmente attorno all'area del monte Amba Aradam che includeva gran parte della provincia di Endertà e si concluse con una netta vittoria del maresciallo Badoglio; le forze abissine furono sconfitte e in parte si disgregarono durante la ritirata. Il 3 ottobre 1935, il generale Emilio De Bono avanzò nell'Etiopia dall'Eritrea senza che fosse stata emanata una dichiarazione di guerra. De Bono poteva disporre approssimativamente di una forza pari a 100.000 soldati italiani e 25.000 ascari. Nel dicembre di quell'anno, dopo un breve periodo di inattività, De Bono venne esonerato dal comando e rimpiazzato alla guida da Pietro Badoglio.
Il Negus Hailè Selassiè lanciò l'offensiva di Natale in quello stesso anno per saggiare la forza di Badoglio, ottenendo una stasi. Verso la metà di gennaio del 1936 Badoglio fece avanzare nuovamente le proprie truppe adoperando carri armati CV33, artiglieria ed anche bombe all'iprite. Alle 8.00 del mattino del 10 febbraio, Badoglio lanciò il primo attacco della Battaglia di Amba Aradam. L'esercito era composto da soldati regolari del Regio Esercito e da volontari delle camicie nere, mentre gli ascari formavano la riserva. Il I e III corpo italiani si spostarono sulla piana di Calaminò e quando calò la notte entrambi i corpi si accamparono lungo le rive del fiume Gabat. Badoglio aveva avuto una formazione come generale d'artiglieria e come tale era fortemente intenzionato a promuovere l'utilizzo di questa arma. Il suo quartier generale fungeva poi anche da posto di osservazione della battaglia e da luogo di partenza degli aerei mandati in ricognizione sul fronte ogni cinque minuti. Questi aerei identificarono le posizioni delle forze etiopi per gli artiglieri italiani. Durante l'offensiva preparatoria, le forze italiane usarono massicciamente gas venefici, in primis granate all'arsina, di cui vennero sparati non meno di 1367 granate da 105mm (su un totale di 22908 colpi sparati dall'artiglieria). Gli aerei italiani, inoltre, mapparono l'area attorno all'Amba Aradam e scoprirono le varie debolezze delle difese di Ras Mulugeta. Fotografie aeree mostrarono che l'attacco dal piano di Antalo a sud dell'Ambaradam sarebbe stato il migliore. Badoglio, pertanto, decise di accerchiare l'Amba Aradam e di attaccare Mulugeta dal retro così da forzare le sue truppe a spostarsi verso il piano di Antalo dove sarebbero state distrutte dai restanti corpi d'armata italiani.
L'11 febbraio la 4ª Divisione CC.NN. "3 gennaio" e la 5ª Divisione alpina "Pusteria" del III corpo avanzarono da Gabat presso la parte ovest dell'Amba Aradam. Nello stesso tempo, il I corpo si mosse a est del monte. Il Ras Mulugeta si accorse troppo tardi dell piano degli italiani per accerchiare le sue posizioni. Al mezzogiorno del 12 febbraio, gran parte delle forze etiopi scese dal fianco occidentale dell'Amba Aradam e attaccò la Divisione Camicie Nere che fu duramente provata, ma così non fu per la divisione alpina Pusteria che continuò l'avanzata verso Antalo. I continui bombardamenti d'aria e d'artiglieria da parte degli italiani, colpirono duramente le posizioni dei nemici. Alla sera del 14 febbraio, gli italiani avevano raggiunto le posizioni desiderate e si raggrupparono con l'artiglieria per l'assalto finale. Dalla mattina del 15 febbraio, sotto la copertura dell'oscurità e di una densa nebbia, gli italiani completarono l'accerchiamento della montagna. Quando giunse la luce del giorno e le dense nubi si diradarono, gli etiopi decisero di attaccare nuovamente ma senza successo. Al calar della sera la battaglia poteva dirsi conclusa.
Il Ras Mulugeta, infatti, aveva pensato che gli italiani avrebbero dapprima attaccato il "Cappello da prete", ma si era sbagliato. Gli italiani attaccarono prima "La spina di pesce" ove gli etiopi si sentivano più sicuri e dove speravano di attendere l'attacco definitivo così da rendere ulteriormente difficoltosa l'avanzata del nemico. Le camicie nere del Duca di Pistoia piantarono per prime il Tricolore sulla cima dell'Amba Aradam dopo un violento assalto all'arma bianca guidato dal duca in persona. Le perdite, come dal comunicato di Badoglio, vedono un totale, fra morti e feriti, di 36 ufficiali, 621 nazionali e 143 indigeni da parte italiana ed una stima di circa 20.000 uomini da parte Etiope. Badoglio non lasciò scampo alle truppe etiopi che si erano opposte agli italiani: per i quattro giorni seguenti egli fece sganciare dagli aeroplani italiani delle bombe al gas sulle colonne in rotta e inoltre la locale tribù di Azebu Galla si alleò con gli italiani per attaccare gli etiopi in ritirata. Tadessa Mulugeta, figlio di Ras Mulugeta, che era comandante della retroguardia durante la battaglia di Amba Aradam, venne ucciso durante le azioni di retroguardia contro la tribù dei Galla ed il suo corpo venne da questi ultimi mutilato. Quando Ras Mulugeta ricevette la notizia di questo oltraggio, egli ritornò nel villaggio per vendicarsi ma venne ucciso da una mitragliata aerea. Badoglio, come ultime azioni tattiche, si portò contro i Ras Kassa e Seyoum così da dare inizio alla Seconda Battaglia del Tembien.
Esecuzioni ad Amba Aradam da:
http://www.dolcevitaonline.it/amba
-aradam-dove-il-fascismo-mostro
-il-suo-volto-disumano-e-lo
-copri-con-una-filastrocca/
Da http://www.dolcevitaonline.it/amba-aradam-dove-il-fascismo-mostro-il-suo-volto-disumano-e-lo-copri-con-una-filastrocca/: "In particolare ricorderei la battaglia di Amba Aradam, un monte nelle cui grotte si rifugiò una compagine dell’esercito etiope, con donne, anziani e bambini al seguito, decisa a non darla vinta agli invasori. Mussolini ordina di stanarli ma l’impresa risulta non priva di difficoltà. Così si decide di fare intervenire i granatieri muniti della famigerata iprite, un gas che provoca la morte fra indicibili sofferenze. I sopravvissuti, circa 800 furono fucilati subito dopo. Ulteriori sopravvissuti, specie donne e bambini rifugiatisi nei meandri delle molte caverne che perforavano il monte furono sterminati a colpi di lanciafiamme. L’episodio è stato di recente portato alla luce da un ragazzo, dottorando in storia, partendo da un faldone rivenuto in un ufficio a Roma. La conoscenza del massacro isolò il Duce sul piano internazionale e lo portò all’alleanza con Hitler dal quale fu subito convinto a promulgare le leggi razziali con le conseguenze che tutti (o quasi) conosciamo. E pensare che qualcuno ancora lo rimpiange…"

L'invasione italiana dell'Etiopia si conclude con l'ingresso dell'esercito italiano ad Addis Abeba il 5 maggio 1.936. Quattro giorni dopo viene proclamata la nascita dell'Impero italiano e l'incoronazione di Vittorio Emanuele III come Imperatore d'Etiopia (con il titolo di Qesar, anziché quello di "Negus Neghesti"). Con la conquista di gran parte dell'Etiopia, si procede ad una ristrutturazione delle colonie del Corno d'Africa e alla Somalia Italiana viene unito l'Ogadèn, abitato da popolazioni somale. Somalia, Eritrea ed Abissinia vengono riunite nel vicereame dell'Africa Orientale Italiana (AOI).

A seguito dell'uccisione di civili e militari italiani in Libia ed Etiopia, negli anni venti e trenta, nelle colonie italiane in Africa, furono usate armi vietate, quali gas asfissianti e iprite. La successiva pacificazione attuata dal fascismo nelle colonie africane, talora brutale, fu totale in Libia, Eritrea e Somalia, mentre in Abissinia, dopo meno di cinque anni, nel 1.940, oltre il 75% del territorio era completamente controllato dagli Italiani) e risultò in un notevole sviluppo economico dell'area, accompagnato da una consistente emigrazione di coloni italiani.

Dopo alterne vicende, l'Albania venne occupata militarmente da truppe italiane nel 1.939. Alla base di questa decisione, c'è fu il tentativo di Mussolini di controbilanciare l'alleanza con la sempre più potente Germania nazista di Hitler, dopo l'occupazione tedesca dell'Austria e della Cecoslovacchia. L'invasione dell'Albania, iniziata il 7 aprile 1.939 è completata in cinque giorni. Il re albanese Zog si rifugia a Londra mentre Vittorio Emanuele III ottiene la corona albanese e in Albania si insedia un governo fascista guidato da Shefqet Vërlaci. Le forze dell'esercito albanese vengono incorporate in quello italiano.
Nel 1.941 vengono uniti all'Albania i territori dove predomina l'etnia albanese: il Kosovo, alcune piccole aree del Montenegro ed una parte della Macedonia (territori che erano già appartenuti alla Iugoslavia). La resistenza albanese contro l'occupazione italiana inizia nell'estate 1.942 e si fa più violenta e organizzata nel 1.943: nell'estate del 1.943 le montagne interne sono difatti sotto il controllo diretto della resistenza albanese, guidata da Enver Hoxha. Nel settembre 1.943, dopo la caduta di Mussolini, il controllo sull'Albania viene assunto dalla Germania nazista.

L'Impero italiano tramonta definitivamente nel corso del 1.943, dopo l'espulsione del regio esercito ad opera delle forze britanniche e del Commonwealth, prima dall'Africa orientale (Campagna Alleata in Africa Orientale), nel novembre del 1.941 e successivamente dal Nord Africa (Campagna del Nord Africa), nella primavera del 1.943. Le truppe italiane in Albania, nel Dodecaneso e nelle altre isole greche, non senza episodi cruenti come la Strage di Cefalonia, vengono ritirate a partire dal settembre 1.943 dopo la caduta di Mussolini e la successiva resa dell'Italia. Formalmente l'Italia venne privata di tutti i propri possedimenti coloniali con il trattato di Parigi del 1.947. Nel 1.950 le Nazioni Unite riconoscono all'Italia l'amministrazione fiduciaria della Somalia Italiana fino al 1.960.

Carta delle colonie italiane in Africa.


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