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mercoledì 17 febbraio 2016

Variazioni del clima dall'ultima glaciazione

La Terra vista dallo spazio.
Il periodo interglaciale che stiamo attualmente attraversando (periodo postglaciale) è iniziato circa 10 - 12.000 anni fa e la sua analisi avviene per mezzo di cronologie molto accurate grazie soprattutto agli studi di dendroclimatologia, in particolare per l'Europa.
Dalla preistoria si succedono grandi periodi climatici che, a partire dall'ultima glaciazione (di Würm, terminata 15.000 anni fa) corrispondono a consistenti variazioni delle temperature che possiamo così riassumere:
Le ere geologiche.
- Prima del preboreale, l'Eurasia era serrata nel freddo e appariva come una cintura di tundra quasi continua, con regioni di taiga, coperte da una coltre di erbe, arbusti ed altre piante a basso fusto tipiche delle terre aperte. Un gran numero di erbivori vagavano in greggi per lunghe distanze. La copertura vegetale pullulava di specie, piccole, ad alta velocità di riproduzione e che fungevano da catena alimentare per i predatori più grandi, i quali, insieme alla specie umana, cacciavano i mammiferi della tundra aperta.
- 8000 a.C. - 7000 a.C.: "Fase preboreale recente". Periodo caratterizzato da temperature fredde.
Il pre-Boreale iniziò con un improvviso innalzamento della temperatura che provocò un brusco mutamento di questo ecosistema. La foresta rimpiazzò le terre aperte in Europa, e gli animali che vivevano nella foresta si espansero dai rifugi meridionali, rimpiazzando i mammiferi della tundra dell'era glaciale; così si venne a sviluppare un nuovo ecosistema. La vecchia fauna persisté nell'Asia Centrale, ma venne presto estromessa, poiché non fu rifornita dalle aree più grandi che costituivano il precedente ecosistema. Il mare portò un isolamento aggiuntivo a causa del suo rapido innalzamento sommergendo l'intera costa. La foresta richiuse l'area dove si trovava la precedente tundra europea. La specie umana dovette adattarsi all'invadente foresta o muoversi verso est con i grandi mammiferi. Quelli che rimasero divennero cacciatori-raccoglitori delle foreste e pescatori nelle numerose baie, lagune e acque poco profonde intorno alle migliaia di isole che adesso coprivano i mari d'Europa. Essi vivevano riccamente e vennero incoraggiati ad entrare nella fase pre-produttiva che noi chiamiamo Mesolitico. Quelli che si spostarono verso est cacciarono agli ultimi esemplari selvatici di grande mole, dedicando i loro sforzi migliori a formare greggi di ciò che restava. Nelle Americhe, gli uomini abbandonarono la fase paleoindiana, ritrovandosi così adesso nel periodo arcaico.
- 7000 a.C. - 5500 a.C.: "Fase boreale". Temperature più calde, inverni miti. Con il termine boreale s'intende la prima delle sequenze Blytt-Sernander delle fasi climatiche del Nord Europa che furono originariamente basate sullo studio delle torbiere danesi. Essa venne preceduta dal Dryas recente, l'ultima ondata di freddo del Pleistocene, e seguita dall' Atlantica, un periodo più caldo e più umido rispetto al nostro clima. La boreale, in quanto sequenza di transizione tra i due periodi, fu caratterizzata da notevoli variazioni, in parte assimilabili ai climi attuali. A causa dell'innalzamento dei mari, l'Irlanda venne isolata, subendo un impoverimento delle specie presenti sul suo suolo, trovandosi così solo i due terzi delle specie presenti nella Britannia, la quale a sua volta venne ad essere isolata dal continente alla fine del boreale.
- 5500 a.C. - 2000 a.C.: "Fase atlantica". Ancora più calda della precedente: in Europa le temperature medie salgono fino a 4 °C sopra quelle attuali e si mantengono stabilmente alte. I ghiacciai erano arretrati a livelli inferiori a quelli attuali; il Mare Artico era probabilmente libero dai ghiacci durante l'estate. Il clima caldo favorì lo sviluppo delle culture dell'Età del bronzo nel Nord Europa. L'Atlantico in palaeoclimatologia fu il periodo più caldo e più umido e il clima era generalmente più caldo di oggi.
- 2000 a.C. - 500 a.C.: "Fase sub-boreale". Ritorno a un clima più freddo e piovoso. I ghiacciai riprendono ad avanzare. Le temperature scendono gradualmente fino al 1300 a.C. circa, quando ricominciano a salire.
- 500 a.C. - 500 d.C.: fase caratterizzata da temperature sopra il livello attuale.
- 500 - 800: breve fase caratterizzata da un clima più freddo.
- 800 - 1300: "Periodo caldo medievale". Fase caratterizzata da temperature alte, fino a 2 °C sopra il livello attuale, e clima stabile. Si coltivava la vite in Norvegia. Grazie all'aumento delle aree coltivabili la popolazione dell'Europa quadruplicò durante questo periodo.
- 1300 - 1850: "Piccola era glaciale". Il clima freddo e instabile favorì il ripetersi di carestie ed epidemie (la più grave fu la peste nera a metà del XIV secolo). Avanzamento dei ghiacciai su tutta l'Europa.
- 1850 - presente: nuovo progressivo aumento delle temperature (con una temporanea inversione di tendenza tra il 1940 e il 1975). Ritiro dei ghiacciai.
Negli ultimi anni si sono toccate le temperature medie più alte da quando esistono le registrazioni.

Eventi climatici, geologici e forme di vita sulla terra negli ultimi 2.588.000 anni.

Da http://www.glistatigenerali.com/clima_inquinamento/guerre-ghiacci-malattie-breve-storia-del-cambiamento-climatico-preindustriale/
CAMBIAMENTO CLIMATICO - Guerre, ghiacci, malattie: breve storia del cambiamento climatico preindustriale, di Alessandro Marzo Magno, 4 dicembre 2015:
«Il clima cambia. Il clima è sempre cambiato. Come vi reagiamo è una questione di cultura». Lo scrive Wolfgang Behringer, uno storico tedesco che si è dedicato a un argomento piuttosto attuale e molto dibattuto: i cambiamenti climatici (il suo “Storia culturale del clima. Dall’era glaciale al riscaldamento globale” è pubblicato da Bollati Boringhieri). Tra le pagine si scoprono un mucchio di cose interessanti, per esempio che stiamo vivendo in un’era glaciale, che «nella storia del nostro pianeta si tratta di un’eccezione perché per il 95 per cento della sua storia sulla Terra non c’è stato ghiaccio permanente. Dal punto di vista statistico il clima peculiare della Terra è dato dai periodi interglaciali, nei quali faceva molto più caldo di oggi».
Visto che sulle questioni climatiche spesso più che un dibattito scientifico si sviluppa un tifo da stadio, sgomberiamo subito il campo da possibili equivoci: Behringer non è affatto un negazionista del riscaldamento globale. Solo che conoscere la storia aiuta a capire meglio il presente (che poi aiuti ad affrontare meglio il futuro è tutto da vedere). «Oggi disponiamo di indizi e modelli di calcolo sufficienti a farci ritenere che sia il riscaldamento globale, sia la sua natura antropica siano “molto verosimili”. Più difficile è stabilire fino a che punto la componente antropica incida», sostiene. I passaggi da periodi freddi a periodi caldi hanno provocato sconvolgimenti epocali, abbassamenti e innalzamenti di mari, scomparse di specie vegetali e animali.
Dopo l’ultima glaciazione, il riscaldamento globale provocò l’estinzione non solo del mammuth e del bue muschiato, bensì del 99 per cento delle specie di grossa taglia. Invece una specie che era già comparsa in precedenza proprio in seguito a questo eventi riuscì a imporsi con grande successo: l’uomo. Sorsero le prime città che avrebbero in seguito costituito la base della civilizzazione antica.
Fino a circa il 6400 a.C. il Mar Nero era un enorme lago di acqua dolce un centinaio di metri più in basso del Mediterraneo. Quest’ultimo crescendo di livello a causa dello scioglimento dei ghiacci, ha premuto sul Bosforo fino a sfondarne l’ultima barriera cominciando a riversarsi nel sottostante Mar Nero con un sistema di decine e decine di cascate come quelle del Niagara, provocando un rombo infernale udibile probabilmente a centinaia di chilometri di distanza. Col che si spiegano sia il mito dell’arca di Noè sia perché i resti archeologici dei villaggi rivieraschi si trovino sotto svariati metri d’acqua. Il clima più caldo permette all’uomo di passare da caccia e raccolta all’agricoltura, dando il via alla rivoluzione neolitica (qualcuno l’ha paragonata alla rivoluzione industriale) e quindi a un sistema di vita più sicuro, sedentario anziché nomade. Stiamo parlando di periodi in cui il Sahara era ricoperto da una vegetazione rigogliosa, visto che l’inaridimento è datato all’incirca 5 mila anni fa.
In ogni caso fa molto più caldo, tanto che vaste aree alpine rimangono libere dai ghiacci e permettono il passaggio in zone che sarebbero poi rimaste interdette. Ne è un esempio Ötzi, il cacciatore che 5300 anni fa viene sorpreso da una tempesta di neve non lontano dalla vetta del Similaun. Viene estratto dal ghiaccio nel 1991 e lo stato di conservazione della mummia ci dice che il ghiaccio non si era mai sciolto, neanche in periodi piuttosto caldi, come nel Basso Medioevo. L’unica chance che la mummia ha avuto di essere ritrovata negli ultimi cinquemila anni si è verificata in sei giorni d’autunno del 1991. Nello stesso anno, i ghiacciai del Tirolo hanno liberato altri cinque corpi, tanti quanti nei precedenti quarant’anni, ma solo Ötzi è rimasto nello stesso punto in cui era morto.
Una serie di carestie dovute all’inaridimento del clima, all’incirca nel 1200 a.C., porta all’estinzione della civiltà ittita e all’affermarsi di divinità delle intemperie. «Mosé stese il suo bastone verso il cielo e il signore mandò tuoni e grandine». Il Dio ebraico è l’erede delle divinità delle intemperie dell’Oriente antico (il dio semitico Hadad, per esempio) che puniscono gli uomini con fulmini, tuoni, tempeste e siccità.
Il Cristianesimo eredita dall’ebraismo il dio delle intemperie. «Farà allora udire il Signore la sua voce maestosa tra nembi di tempesta e grandinate di pietra». Ancora ai nostri giorni le variazioni del tempo non hanno perso una certa connotazione divina. Si instaura un clima fresco e umido, con estati fresche e inverni miti, che dura all’incirca fino alla nascita di Cristo. L’Africa del Nord offre condizioni rigogliose e ciò spiega perché sia il granaio dell’Impero romano. Si inaridirà nel IV secolo d.C.
Il clima comincia a scaldarsi all’epoca di Augusto e non è un caso che Roma si sia espansa prima a sud e poi, grazie alle temperature più alte, verso nord. D’altra parte che ci sarebbero andati a fare i romani fino in Scozia se fosse stata sotto un crostone di ghiaccio? Il fatto che i valichi alpini siano sgomberi dalla neve permette alle legioni di valicarli e conquistare la Gallia, la Germania, la Raetia e il Noricum. Si calcola che in quel periodo estremamente favorevole la popolazione mondiale abbia raggiunto i 300 milioni di persone, con punte in Cina e in India. Un livello simile sarà raggiunto solo un millennio dopo, durante il periodo interglaciale del Basso Medioevo.
L’Impero romano cade in preda alla fame, al freddo, alle malattie. Al contempo in Oriente si scatena la siccità e gli ingegnosi sistemi di irrigazione che rendono possibile l’attività agricola rimangono a secco: nella penisola arabica vengono abbandonate seicento aree di insediamento. Le popolazioni agricole diventano preda dei popoli nomadi: gli arabi. Gli inverni cominciato a diventare più freddi e umidi attorno al 250 dC e il clima rimane freddo fino al IX secolo. I ghiacciai si estendono e il limite della vegetazione arborea sulle Alpi si abbassa di duecento metri. Dei 15 milioni di abitanti che ha l’Europa nel VI secolo, ne rimane poco più della metà. Vengono abbandonati numerosi insediamenti, e questo non si spiega soltanto con le guerre: un buon insediamento rimane anche quando gli abitanti cambiano. Invece la vegetazione ricopre tutto e l’analisi dei pollini rivela un decadimento generale dell’agricoltura.
L’Alto Medioevo è un periodaccio: le cronache di Gregorio di Tours, nel VI secolo, parlano di piogge, temporali, nevicate e gelate, inondazioni, carestie. I lupi assalgono greggi e viandanti. Nell’843, un lupo irrompe in una chiesa francese durante la messa domenicale. Inverni gelidi, inondazioni primaverili, estati aride, causano carestie e fame. Se l’inverno è lungo, non si riescono a nutrire in modo adeguato gli animali da lavoro, quando l’estate è torrida, il grano si secca, se è troppo umida, marcisce. Compare la lebbra, la malattia da denutrizione del medioevo europeo.
Tra il 1000 e il 1330, cambia tutto, talvolta fa più caldo che ai nostri giorni. Le cronache parlano di sepolture in Islanda e Groenlandia in aree dove fino al XX secolo inoltrato regnerà il permafrost. Alla fine dell’interglaciale del Basso medioevo si ha un raffreddamento che raggiunge il suo apice negli anni quaranta del Trecento. Naturalmente ci sono alti e bassi: la laguna di Venezia ghiaccia nel 1118, ma poi di nuovo soltanto oltre cent’anni dopo, nel 1234. Nell’estate del 1022 a Norimberga si registrano decessi per il caldo. La linea della vite si sposta ancora più a nord rispetto ai tempi dei romani: si piantano vigneti sulle rive del Baltico, in Inghilterra, nella Scozia e nella Norvegia meridionali. A Trondheim si coltiva il grano.
La popolazione si espande, i terreni vengono dissodati. La superficie dei boschi in Europa centrale scende dal 90 per cento del territorio ad appena il 20 per cento (oggi è al 30 per cento). Si colonizzano l’Islanda e la Groenlandia. Ma in Islanda l’eruzione del vulcano Hekla nel 1104 dà il via a un millennio di miseria: soltanto nel XX secolo l’isola tocca gli 80mila abitanti che aveva nell’XI. Nell’estremità meridionale della Groenlandia si insediano 450 fattorie.
La piccola era glaciale comincia tra Due e Trecento e dura fino al XIX secolo: il ghiaccio avanza, l’agricoltura si ritira, le carestie indeboliscono la popolazione, si scatenano le epidemie. La più mortifera è la peste nera nel 1348 che uccide dalla metà a un terzo della popolazione in varie aree d’Europa. Parecchie città dell’Italia centrale torneranno ai livelli di abitanti pre peste nera soltanto negli anni Sessanta del Novecento.
Tra il 1548 e il 1648 le relazioni dei provveditori veneziani a Creta (l’isola rimane veneziana dal 1204 al 1669) denunciano lunghi periodi di siccità. In un anno su quattro non cade una goccia d’acqua né in primavera né in estate, con effetti devastanti sull’agricoltura (nel XX secolo non si verifica mai un caso del genere). Un inverno su cinque, di contro, presenta nevicate straordinarie, freddo intenso e piogge così abbondanti che non era possibile seminare fino a primavera. Nel 1601 i contadini di Chamonix si disperano perché un ghiacciaio seppellisce due villaggi e ne minaccia un terzo. Gelano i laghi alpini, gela la laguna di Venezia, gelano i fiumi. Sul Tamigi gelato si tengono feste, si approntano chioschi con cucina. Nell’inverno del 1491 si organizza un torneo di cavalieri sul Canal Grande gelato, a Venezia.
In Francia gli inverni freddi provocano un aumento del prezzo del grano che culmina in un anno particolarmente significativo: il 1789.
Nell’Ottocento abbiamo dati ancora più precisi: i lunghi inverni grigi provocano l’aumento delle depressioni e dei suicidi. Il freddo provoca l’arrivo di una nuova malattia, il colera, che si affaccia all’Europa, provenendo dall’India, negli anni Trenta dell’Ottocento.
Oggi ci ritroviamo in una fase di riscaldamento, anche se all’interno di una più lunga era glaciale. Non abbiamo ancora raggiunto le vette di caldo del Basso medioevo, non sappiamo se le raggiungeremo, né sappiamo in che misura l’attività umana contribuisca. Sappiamo che lo fa, ma non siamo in grado di capire fino a che punto. Sappiamo anche che dovremmo fare qualcosa per limitare le emissioni di anidride carbonica di origine antropica, ma non sappiamo come farlo.


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