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giovedì 6 agosto 2015

Cristianesimo: le origini

Saul (Paolo) di Tarso e
Pietro (Simone) che si
abbracciano, anche se le
cose non stavano proprio
così da: http://
www.homolaicus.com/
storia/antica/cristianesimo
_primitivo/tradimento.htm
Nel periodo fra il 30 e il 40 dell'e.v. (era volgare, sinonimo di d.C.), all'interno dell'ebraismo, durante l'era del secondo tempio di Gerusalemme, una setta minore di ebrei ellenizzati fonda il cristianesimo. Per le datazioni della storia ebraica clicca QUI.

SPIEGAZIONE DEI TERMINI
- La locuzione era volgare (abbreviata in e.v.), contrapposta ad avanti era volgare o a prima dell'era volgare, abbreviate in a.e.v. e p.e.v., così come a.C. per "avanti Cristo", assegna il posizionamento temporale di una data del calendario gregoriano, quello che che usiamo di solito, indicando e.v. e non d.C. dall'anno 1 in poi e a.e.v. o p.e.v. invece di a.C., gli anni precedenti. La locuzione deriva da "Aera Vulgaris", usata per la prima volta nel 1.615 dal tedesco Giovanni Keplero, volendo indicare il concetto di "era secondo l'uso comune", che preferiva conteggiare gli anni senza riferirsi alla nascita di Gesù Cristo, per quanto egli fosse, oltre che astronomo, matematico e musicista, anche un teologo evangelico. L'indicazione della data relativa all'era volgare è adottata da chi non vuole specificare il riferimento a Gesù Cristo, dal momento che:
1) la datazione è scorretta, visto che Gesù Cristo sarebbe nato circa 7 anni prima del 1° gennaio dell'anno uno, quando Erode il Grande era ancora il re della Giudea,
2) i non-cristiani possono provare un certo disagio ad adottare il titolo di messia di Gesù (l'appellativo Cristo deriva dal greco Χριστός, Christòs ed è la traduzione greca del termine ebraico מָשִׁיחַ, mašíaḥ, cioè "unto", dal quale proviene l'italiano messia; il significato di questo titolo onorifico deriva dal fatto che nell'antico medioriente i re, i sacerdoti ed i profeti venivano solitamente scelti e consacrati tramite l'unzione con oli aromatici) che è utilizzato nella notazione avanti o dopo Cristo.
Il riferimento all'era volgare universalizza così il computo del tempo per tutte le culture e le religioni. 
Quindi il 50 e.v. è il 50 d.C., 50 anni dopo il convenzionale anno uno dell'era cristiana, posizionato 754-753 anni dopo la leggendaria fondazione di Roma secondo il computo "ab Urbe condita" e coincide con il 50 del calendario giuliano, che è anche quello un calendario solare, cioè basato sul ciclo delle stagioni, elaborato dall'astronomo greco Sosigene di Alessandria e promulgato da Gaio Giulio Cesare (da cui prende il nome), nella sua qualità di pontefice massimo, nell'anno 46 a.e.v. Esso fu da allora il calendario ufficiale di Roma e dei suoi domìni. Successivamente il suo uso si estese a tutti i paesi d'Europa e d'America, man mano che vennero conquistati e cristianizzati dagli europei. Rispetto all'anno astronomico però, il calendario giuliano ha accumulato un piccolo ritardo ogni anno, fino ad arrivare a circa 10 giorni nel XVI secolo. Per questo nel 1.582 è stato sostituito dal calendario gregoriano per decreto di papa Gregorio XIII, da cui il calendario prende il nome. Per correggere il ritardo accumulato dal calendario giuliano, furono usate le misurazioni dell'astronomo Niccolò Copernico, che aveva, fra l'altro, rivoluzionato le teorie astronomiche. La sua teoria, che propone il Sole al centro del sistema di orbite dei pianeti componenti il sistema solare, l'eliocentrismo, riprende quella del greco antico Aristarco di Samo, opposta alla teoria del geocentrismo, propugnata in quei tempi dalla Chiesa, che voleva invece la Terra al centro del sistema solare. Astutamente, Copernico, per non finire nelle grinfie dell'Inquisizione, come successe poi a Galileo, fece pubblicare le sue teorie nel 1.543 (l'anno della sua morte), sotto il titolo di "De Revolutionibus orbium coelestium libri sex" ("Sei libri sui movimenti circolari dei corpi celesti"). Copernico era riuscito a calcolare, con notevole accuratezza, sia l'anno tropico che l'anno siderale. Il calendario gregoriano entrò in vigore il 5 ottobre, che divenne così il 15 ottobre 1.582 per recuperare l'errore del calendario giuliano ma rimase il 5 ottobre per chi avesse continuato ad avere come riferimento il calendario giuliano. Diverse nazioni hanno continuato ad utilizzare il calendario giuliano, adeguandosi poi in tempi diversi ed alcune Chiese facenti parte della Chiesa ortodossa usano tuttora il calendario giuliano come proprio calendario liturgico; da ciò deriva il diverso computo del Natale e della Pasqua cattoliche ed ortodosse. Il calendario giuliano è anche alla base del calendario berbero, tradizionale del Nordafrica.

La ripartizione del
Cannan fra le 12
tribù d'Israele.
(1400-1200 p.e.v.).
- La denominazione di "ebreo" non indica l'appartenenza ad una particolare etnia o discendenza ma l'aderenza alla religione ebraica, la più antica religione monoteista esistente, di cui parte della cui tradizione scritta è stata adottata dalle due religioni monoteiste fiorite in medio Oriente dopo di essa e da cui sono in qualche modo scaturite: il cristianesimo e la religione islamica. L'"ebraismo" è quindi un movimento religioso che ha coagulato, spontaneamente o con la forza, diverse popolazioni e gruppi etnici che avevano alle spalle storie diverse ma che appartennero, ad un certo punto, ad un unico popolo, il popolo d'Israele, su cui dal 1.025 p.e.v. circa, regnò re Saul, della tribù di Beniamino. Nel 960 p.e.v. circa fu ultimato il tempio di Salomone (il primo tempio) a Gerusalemme, la capitale di un regno ebraico che nel 931 p.e.v. circa fu diviso fra il regno di Israele (la Samaria, con capitale Samaria) e il regno di Giuda (la Giudea con capitale Gerusalemme) con i re Geroboamo in Israele e Roboamo in Giudea.
Carta della divisione fra regno d'Israele
e regno di Giudea nel 931 p.e.v.
Per "giudeo" quindi, si intende un cittadino della Giudea, che prese il nome da Giuda, il quarto figlio di Giacobbe, ed era uno dei territori in cui era stato ripartito l'antico Canaan, la "terra promessa", fra le 12 tribù d'Israele. La capitale della Giudea, Gerusalemme, la città santa, anticamente, durante la spartizione del Canaan fra le 12 tribù israelite, era stata assegnata alla tribù di Beniamino. Nella Bibbia, in Giosué 18, si descrive l'arrivo del popolo di Mosé nella Terra Promessa e in Giosué 18:28 si specifica che la parte spettante ai beniaminiti comprendeva Zelah, Elef, Iebus, cioè Gerusalemme, Gabaa, Kiriat-Iearim; quattordici città e i loro villaggi. Fra l'altro, durante la cerimonia della spartizione dei territori, la tribù di Beniamino aveva ricevuto da Mosè una benedizione speciale: « II prediletto del Signore abita tranquillo presso di lui; e il Signore lo proteggerà per tutto il giorno, e dimorerà tra le sue spalle » (Deuteronomio 32:12). Gli eventi che costrinsero i beniaminiti ad abbandonare i propri territori, Gerusalemme compresa, lasciano comunque piuttosto perplessi.

Nella Bibbia, in "Giudici" si tratta di tali eventi. Da "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore:  "...Un levita (un'appartenente alla tribù di Levi, n.d.r.), mentre attraversava il territorio dei Beniaminiti, venne aggredito e la sua concubina fu violentata, da adoratori di Belial, una variante della Dea Madre dei sumeri, chiamata Ishtar dai babilonesi e Astarte dai fenici. Il levita convocò quindi i rappresentanti delle dodici tribù e chiese vendetta. Nell'assemblea venne conferito ai beniaminiti il compito di consegnare i malfattori alla giustizia ma questi, invece, presero le armi per proteggere i « figli di Belial ». II risultato fu una guerra accanita e cruenta fra i beniaminiti e le altre undici tribù. Nel corso delle ostilità, queste undici tribù scagliano una maledizione contro chiunque avesse dato una figlia in sposa a un beniaminita, giurando a Mizpa (simbolo della testimonianza divina, da Genesi 31:49, n.d.r.): « Nessuno di noi darà la figlia in moglie a un Beniaminita ». Quando la guerra finì e i beniaminiti furono virtualmente sterminati, gli israeliti vittoriosi si pentono della maledizione che avevano lanciato e che non potevano revocare. Così  si recarono a Betel, (sul confine fra i territori delle tribù di Efraim e Beniamino n.d.r.), dove rimasero fino alla sera davanti a Dio, alzando la voce, prorompendo in pianti ed esclamando: « Signore, Dio d'Israele, perché è avvenuto questo in Israele, che oggi in Israele sia venuta meno una delle sue tribù? » (Giudici 21:1-3). Gli israeliti si pentirono di quello che avevano fatto a Beniamino loro fratello e dicevano: « Oggi è stata soppressa una tribù d'Israele. Come faremo per le donne dei superstiti, poiché abbiamo giurato per il Signore di non dar loro in moglie nessuna delle nostre figlie? » (Giudici 21: 6-7). Gli anziani della comunità dissero: « Come procureremo donne ai superstiti, poiché le donne beniaminite sono state distrutte? » e aggiunsero: « Le proprietà dei superstiti devono appartenere a Beniamino affinché non sia soppressa una tribù in Israele. Ma noi non possiamo dar loro in moglie le nostre figlie, perché gli Israeliti hanno giurato: Maledetto chi darà una moglie a Beniamino! » (Giudici 21: 15-18). Di fronte al pericolo d'estinzione che minacciava un'intera tribù, gli anziani si affrettarono a trovare una soluzione. A Shiloh, in Betel, a breve si sarebbe tenuta una festa e le donne di Shiloh, i cui uomini erano rimasti neutrali durante la guerra, dovevano essere considerate prede disponibili. Ai beniaminiti superstiti venne detto di recarsi a Shiloh e di tendere un'imboscata nelle vigne. Infatti, quando le donne della città si radunarono per danzare, i beniaminiti le rapirono e le presero in moglie. Nonostante le devastazioni causate dalla guerra, i beniaminiti recuperano in fretta almeno il prestigio, se non la consistenza numerica, al punto da dare a Israele il suo primo re, Saul...".
Questo precedente poteva indicare che per regnare su Gerusalemme si dovesse  ottenere l'approvazione o l'investitura (l'unzione) da parte di eminenti discendenti dalla tribù di Beniamino, frangente che può fare considerare sotto un nuovo aspetto l'episodio dell'unzione di Gesù da parte di Maria Maddalena, nobildonna di discendenza beniaminita. Fra l'altro, fra i tre clan che formavano la tribù di Beniamino c'era il clan di Ahiram, che in qualche modo oscuro potrebbe essere collegato a Hiram, il mitico costruttore del Tempio di Salomone e personaggio centrale della tradizione massonica. Inoltre, il discepolo più devoto di Hiram si chiamava Benoni e Benoni fu il nome dato a Beniamino neonato dalla madre, Rachele, prima di morire. Questi eventi possono far supporre l'esistenza di diverse scuole di pensiero all'interno dell'ebraismo: scuole "essoteriche" e quindi pubbliche, manifeste e  scuole "esoteriche", segrete e tenute nascoste, come lo fu la scuola della "Cabala" dopo la distruzione del secondo tempio.
Continua "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore: "...Molti Beniaminiti andarono in esilio. A quanto pare si trasferirono in Grecia, nel Peloponneso centrale: in Arcadia, dove si sarebbero imparentati con la locale famiglia regnante. Verso l'inizio dell'era cristiana, avrebbero risalito il Danubio e il Reno, imparentandosi per matrimonio con certe tribù teutoniche e generando i Franchi Sicambri: gli antenati dei Merovingi. Nel 1965 Roger Peyrefitte, che sembra divertirsi molto a scandalizzare i suoi compatrioti, ci riuscì benissimo in un romanzo affermando che tutta la nobiltà francese e gran parte della nobiltà europea erano ebree. L'affermazione, anche se indimostrabile, non è del tutto implausibile, come non lo sono l'esilio e la migrazione attribuiti alla tribù di Beniamino dai « documenti del Priorato ». La tribù di Beniamino prese le armi in difesa dei seguaci di Belial, una forma della Dea Madre spesso associata alle immagini di un toro o di un vitello. C'è un motivo di credere che anche i Beniaminiti venerassero la stessa divinità. Anzi è possibile che l'adorazione del Vitello d'Oro di cui parla l'Esodo - e che, cosa piuttosto significativa, è il tema di uno dei quadri più famosi di Nicolas Poussin (1594 - 1665), fosse un rito tipicamente beniaminita. Dopo la guerra contro le altre undici tribù d'Israele, i Beniaminiti, andando in esilio, dovettero necessariamente dirigersi verso occidente, verso la costa fenicia. I Fenici avevano navi in grado di trasportare un gran numero di profughi. E sarebbero stati disposti ad aiutare i Beniaminiti fuggiaschi, poiché anche loro adoravano la Dea Madre sotto il nome di Astarte, Regina del Cielo. Se vi fu veramente un esodo dei Beniaminiti dalla Palestina, si potrebbe sperare di trovarne qualche traccia. E la si incontra nel mito greco. C'è la leggenda del figlio di re Belo, Danao, che giunge in Grecia per nave, insieme alle figlie. Le figlie avrebbero introdotto il culto della Dea Madre, che divenne il principale culto degli Arcadi. Secondo Robert Graves, il mito di Danao ricorda l'arrivo nel Peloponneso di « coloni provenienti dalla Palestina ». Graves sostiene che re Belo è in realtà Baal o Bel, o forse Belial dell'Antico Testamento. È inoltre il caso di osservare che una delle famiglie della tribù di Beniamino era la famiglia di Bela. In Arcadia, il culto della Dea Madre non soltanto prosperò, ma sopravvisse più a lungo che in ogni altra parte della Grecia. Fu associato al culto di Demetra, poi a quello di Artemide (la Diana dei Romani). Con il nome locale di Arduina, Artemide divenne la divinità tutelare delle Ardenne: e dalle Ardenne vennero i Franchi Sicambri per stabilirsi nell'attuale Francia. L'animale totemico di Artemide era l'orsa, Callisto, il cui figlio era Arcade, l'Orso, nume eponimo dell'Arcadia. E Callisto, collocata in cielo da Artemide, divenne la costellazione dell'Orsa Maggiore. Quindi, potrebbe esservi qualcosa di più di una coincidenza nell'appellativo « Ursus » ("orso" in latino n.d.r.), riferito ripetutamente alla stirpe Merovingia. Vi sono comunque altri indizi, al di fuori della mitologia, che fanno pensare a una migrazione ebrea in Arcadia. Nei tempi classici, l'Arcadia era dominata dal potente Stato militarista di Sparta. Gli Spartani assimilarono in gran parte la più antica cultura degli Arcadi; anzi il leggendario arcade Liceo può essere identificato con Licurgo, il legislatore spartano. Quando diventavano adulti, gli Spartani, come i Merovingi, attribuivano uno speciale significato magico alle loro chiome, che erano egualmente lunghissime. Secondo un autore, « la lunghezza dei capelli denotava il loro vigore fisico ed era un simbolo sacro ». E c'è di più: i due libri dei Maccabei, nella Bibbia, sottolineano il legame tra gli Spartani e gli Ebrei. Maccabei 2 parla di certi Ebrei che « si erano recati presso Spartani, nella speranza di trovarvi protezione in nome della comunanza di stirpe ». E Maccabei 1 afferma esplicitamente: « Si è trovato in una scrittura, riguardante gli Spartani e i Giudei, che essi sono fratelli e che discendono dalla stirpe di Abramo ».Quindi, i Merovingi discendevano, attraverso l'Arcadia, dalla tribù di Beniamino. In altre parole i Merovingi e i loro discendenti, ad esempio le famiglie dei Plantard e dei Lorena, erano di origine semitica o israelita. E se Gerusalemme faceva parte dell'eredità dei Beniaminiti, Goffredo di Buglione marciando sulla Città Santa, avrebbe in pratica rivendicato la sua antica, legittima eredità. È significativo il fatto che Goffredo, unico tra i principi d'Occidente che intrapresero la Prima Crociata, cedesse tutte le sue proprietà prima della partenza, indicando così che non intendeva ritornare in Europa."

- "Ellenizzazione" è il termine utilizzato per descrivere il processo di trasformazione culturale mediante il quale alcune componenti proprie dei popoli venuti a contatto con la civiltà greca si combinarono in varie forme e gradi con quelle tipicamente elleniche. Questo fenomeno, dovuto all'espansione della civiltà greca ad opera di Alessandro Magno, che portò questa cultura nei territori conquistati, portò ad un graduale processo di assimilazione culturale attraverso il quale le popolazioni non greche adottarono peculiari caratteristiche elleniche come la lingua, i costumi, le credenze religiose e la filosofia. Durante l'età ellenistica (dal 323 a.C., anno della morte di Alessandro Magno fino alla morte di Cleopatra d'Egitto, l'ultima sovrana ellenistica, con la conquista romana del regno tolemaico d'Egitto nella battaglia di Azio del 31 a.e.v.), che portò l'oriente nell'orbita occidentale romana, il processo interessò anche i Siri, gli Ebrei, gli Egizi,  i Galati, i Persiani e gli Armeni. L'estensione e la profondità dell'ellenizzazione furono caratterizzate dalla formazione e dalla diffusione di quel fondo linguistico comune noto come koinè, l'antico dialetto greco che formò la terza tappa della storia della lingua greca, conosciuto anche come greco alessandrino o greco ellenistico o greco comune (la traduzione di κοινή "koinè" è "comune", poiché si tratta della prima forma di greco universale ed indifferenziato, contrapposto alla frammentazione dialettale che caratterizzò il greco fino all'età classica, con l'uso del dialetto nord-occidentale, l'arcado-cipriota, lo ionico, l'acheo, l'eolico, il dorico, l'attico ecc. ecc. ) o ancora, a causa del suo utilizzo per la redazione dei primi testi cristiani, greco del Nuovo Testamento, greco biblico o greco patristico. Ad esempio Marco, il primo evangelista, cugino dell'apostolo Barnaba, era un'ebreo ellenizzato in quanto scrisse il suo vangelo in greco, così come d'altra parte altri evangelisti, poiché si rivolgeva ai romani. In seguito, un tratto ellenizzante dei giudaico-cristiani fu la non-circoncisione.

- "Ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli di Gesù furono chiamati Cristiani" (Atti 11, 26). Per "cristianesimo", si intende qui l'insieme dei convincimenti teologico-liturgici propri della Chiesa, l'istituzione sorta dopo la scomparsa di Gesù, la cui costituzione è stata frutto di dispute e dibattiti interni a volte violenti. Si evidenzia inoltre che la chiesa è nata e cresciuta autonomamente dalla persona di Gesù e dal suo intento, infatti lui non lasciò alcuna disposizione in merito. Per cui, i seguaci del suo messaggio, perlopiù giudei, visto che la sua predicazione riguardò esclusivamente la Giudea, non aderirono necessariamente all'istituzione ecclesiastica che nacque anni dopo la sua dipartita e possiamo così definire quei discepoli giudaico-cristiani. Fra l'altro non vi sono molti elementi che possano far supporre un'intento, da parte di Gesù, di istituire di una nuova religione; le sue dispute con i farisei rimanevano nell'ambito dell'ebraismo ed era chiamato "rabbi" dai suoi discepoli , col significato di "mio maestro", titolo tipico della tradizione farisaica. Mentre nelle azioni di Mosè e di Maometto è evidente l'intento di istituire una nuova forma-pensiero che coaguli genti diverse in un'unico popolo, nella predicazione di Gesù si possono solo osservare nuovi orizzonti all'interno dell'ebraismo, che non viene mai attaccato nel suo impianto culturale e nella sua tradizione, come invece fecero i primi due con le altre religioni. Fu la chiesa autogeneratasi dopo di lui a farlo. Ad un'attenta analisi dei fatti vi sono due punti che evidenziano e rafforzano tale ipotesi:
1) Qualunque fosse l'obiettivo di Gesù nella sua predicazione, aveva a che fare con la storia del suo tempo e nel suo messaggio egli si presentava come il messia, re di un regno che era divino. Nella storia d'Israele comunque, i re non avevano un potere esclusivamente politico, ma erano re-sacerdoti legittimati nell'ambito dell'alleanza con la divinità, così come d'altronde tutti i sovrani dell'antichità, soprattutto in medio oriente, erano considerati divini, dai faraoni in poi; perfino Romolo era considerato discendente di Marte e gli imperatori romani avevano il titolo di "pontefice massimo", cioè investiti della sacralità divina al punto di essere un ponte con le divinità stesse. Da "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore: "Per loro (gli zeloti n.d.r.) il « vero Messia » era qualcosa di ben diverso: il legittimo roi perdu, il discendente ignoto della casa di Davide che avrebbe liberato il suo popolo dall'oppressione romana. Durante la vita di Gesù, l'attesa di questo Messia aveva raggiunto un culmine che sconfinava nell'isteria collettiva. E l'attesa continuò anche dopo la morte di Gesù. Anzi, l'insurrezione del 66 d.C. fu istigata in gran parte dalla propaganda degli zeloti, imperniata su un Messia il cui avvento veniva annunciato come imminente. Il termine « Messia », perciò, non comportava la divinità dell'individuo così designato. A stretto rigore, non significava altro che un re unto o consacrato; per il popolo passò a significare un re consacrato che sarebbe stato anche il liberatore. In altre parole, era un termine tipicamente politico, ben diverso dalla successiva idea cristiana di un « Figlio di Dio ». E questo termine terreno e politico venne riferito a Gesù, che era chiamato « Gesù il Messia » o, in greco, « Gesù il Cristo ». Solo più tardi questa designazione divenne « Gesù Cristo », e un titolo che si riferiva esclusivamente a una funzione fu trasformato in nome proprio."
Secondo il vangelo di Matteo, Gesù era un aristocratico, se non addirittura un legittimo re, disceso da Davide e da Salomone e appena nato ricevette la visita di tre re. I suoi genitori erano piuttosto benestanti e risiedevano a Betlemme, in Giudea; Gesù nacque in una casa. La strage degli innocenti ordinata da Erode costrinse la famiglia a fuggire in Egitto e solo al suo ritorno si stabilì a Nazareth, in Galilea. In Matteo, Gesù è un potente e maestoso sovrano che viene a portare « non la pace ma una spada », per cui si potrebbe davvero supporre, secondo questa prospettiva, che Gesù volesse essere considerato il nuovo re-sacerdote. Durante il processo e le varie audizioni, quando a Gesù viene chiesto se lui è il re dei Giudei, lui non nega ma risponde: "...tu stesso lo dici...". Sulla croce inoltre, venne scritto che Gesù fu giustiziato, secondo il diritto romano, poiché re dei Giudei. Nei vangeli il titulus crucis, l'iscrizione apposta sopra la croce di Gesù, era: "Questi è Gesù, il re dei Giudei" in Matteo 27:37 e Luca 23:38, "Gesù Nazareno, re dei Giudei" in Giovanni 19:19, che aggiunge inoltre come la era scritta fosse stilata in ebraico, latino e greco. Inoltre lo stesso vangelo afferma che, al leggerlo, i capi dei Giudei si recarono da Ponzio Pilato per chiedere che venisse corretto: secondo loro il titulus non doveva affermare che Gesù "era" il re dei giudei, ma che si era autoproclamato tale. Pilato rispose "Quod scripsi, scripsi" e si rifiutò di modificare la scritta (Giovanni 19:21-22). Nel XX secolo un erudito ebreo, Schalom Ben-Chorin, avanzò l'ipotesi che la scritta ebraica fosse: "Yeshua haNotzri (u)Melech haYehudim", cioè letteralmente: "Gesù il Nazareno e il Re dei Giudei". In tal caso le iniziali delle quattro parole corrisponderebbero esattamente con il tetragramma biblico, il nome impronunciabile di Dio, motivando con maggior forza le proteste degli ebrei. Se si può presumere quindi che Gesù avesse convinto molti di volere aspirare alla corona giudaica, d'altra parte non fece spesso menzione ad un'assemblea dei suoi discepoli, una chiesa che veicolasse il suo messaggio.
Da Wikipedia: "Il termine chiesa deriva dal latino ecclesĭa, a sua volta originato dal greco classico ἐκκλησία (ekklēsía), un'assemblea politica, militare o civile. Nell'Oreste di Euripide è usata l'espressione ἔκκλητος ὄχλος (ékklētos òchlos) con il senso di "assemblea particolare". A monte sta il verbo ἐκκαλέω, che significa "io chiamo", "mando a chiamare", "faccio appello a". L'espressione è ripresa nelle parti più recenti della Septuaginta (la versione in greco della Bibbia) come omologo dei termini ebraici qāhāl e ‛ēdāh, con il senso di "adunanza" del popolo ebraico, adunanza religiosa e politica allo stesso tempo. È dunque nella Septuaginta che il termine ἐκκλησία inizia ad assumere in greco un significato specificamente "cultuale e giuridico". Gli scrittori del Nuovo Testamento non hanno ricavato questo termine dall'uso che se ne faceva in Grecia, ma appunto dalla Septuaginta. Il termine "chiesa" ricorre solo tre volte nei vangeli, e precisamente nel Vangelo secondo Matteo. In primo luogo quando Gesù, nei dintorni di Cesarea di Filippo, (sito archeologico siriano, oggi noto come Baniyas e attualmente sotto controllo militare israeliano) rivolto all'apostolo Pietro che aveva dichiarato la sua fede in Lui: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente", dice: "E anch'io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell'Ades non la potranno vincere" (Mt 16:18). E qui Gesù sancisce il primato di Pietro fra i suoi apostoli, n.d.r. In secondo luogo in Matteo 18:17 quando Gesù fornisce ai suoi discepoli istruzioni su come debbano essere trattati casi difficili nei rapporti fra i cristiani: "...se rifiuta d'ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d'ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano". In questi testi è Gesù stesso, quindi, che definisce la chiesa come la comunità di coloro che confessano la loro fede in Lui come il Messia promesso e il Figlio di Dio. Le fondamenta (la pietra fondamentale) che sta alla base della chiesa è la confessione di fede di Pietro e degli altri discepoli ed apostoli. È la chiesa come comunità messianica il "resto messianico" del popolo di Israele. Probabilmente per "chiesa" Gesù qui potrebbe così aver usato originalmente il termine aramaico Kenistà. È una comunità impostata allo stile di vita di Gesù, cioè di grazia e perdono, ma che non esita a escludervi chi ostinatamente rifiuta di conformarvisi (Matteo 18:15-20)."
Queste ipotesi comunque, non sottintendono la fuoriuscita dall'ebraismo ma un suo aggiornamento con l'attestazione di Gesù quale messia.
2) Da Wikipedia: "Negli "Atti degli Apostoli" il termine "ekklesia" è usato innanzitutto per indicare la comunità cristiana formatasi a Gerusalemme in seguito alla predicazione degli apostoli (Atti 5:11 e 8:1-3). Coloro che, insieme agli apostoli, hanno accolto il fatto che Gesù è il Messia, sono battezzati, ricevono la grazia del perdono dei loro peccati ed il dono dello Spirito Santo. Inizialmente continuano a frequentare, come ogni buon Giudeo, il Tempio di Gerusalemme, ma si sentono essi stessi l'Israele degli ultimi tempi, la continuazione del popolo di Dio dell'Antico Testamento. Come tale ha già ricevuto il dono dello Spirito del Messia. Un passo del discorso di Stefano (Atti 7,38; cfr. Deuteronomio 9,10) dice, infatti: "...questi è colui che nell'assemblea del deserto fu con l'angelo che gli parlava sul monte Sinai e con i nostri padri, e che ricevette parole di vita da trasmettere a noi" (L'espressione "assemblea del deserto" traduce in italiano ancora l'originale "ekklesia" e si stabilisce così l'identificazione chiesa = vero Israele)."
Fra i propugnatori del messaggio messianico di Gesù vi furono degli apostoli sopravvissuti, come Barnaba e altri discepoli, che magari non l'avevano neppure conosciuto, come Saul di Tarso (chiamato poi Paolo, ebreo dell'Asia minore romanizzato), ex persecutore di giudaico-cristiani, che, per ottenere nuove conversioni, allargarono il loro proselitismo ai non-ebrei, portando la chiesa cristiana al di fuori della legge mosaica e istituzionalizzando così una nuova confessione religiosa sulla figura del "Cristo", l'unto, il messia. Pietro intendeva mantenere la tradizione dei convertiti alla "rivelazione" di Gesù all'interno della Legge ebraica, con le varie disposizioni ed osservanze connesse, di cui la prima era la circoncisione, caratteristica del "popolo eletto". Nel primo concilio cristiano del 50 e.v. tenutosi a Gerusalemme, fondamentalmente il primo evento fondante della chiesa, co-presieduto da Giacomo il giusto, fratello di Gesù, e da Pietro, si discusse accanitamente in merito alle scelte da compiersi in merito agli adempimenti della Legge ebraica. Prevalse la linea di Paolo di Tarso, appoggiato da Barnaba, che aveva già istituito una congregazione ecclesiastica a Cipro. Entrambi si rivolgevano, per convertirli al cristianesimo, ai gentili, i non-ebrei di cultura e religione ellenistica (poi chiamati pagani da "pagus", campo fuori città, nascosto alla vista, quando fu proibito celebrare culti ai non-cristiani) e, secondo la loro cultura in qualche maniera "ellenizzata", al di fuori dell'ortodossia ebraica, vedevano un grosso ostacolo l'imposizione della circoncisione ai non-ebrei. Questa decisione determinò l'allontanamento di molti ebrei ortodossi e per sopravvivere, la chiesa fu costretta a rivolgersi ad un pubblico non-ebreo. Dalla Siria e dall'Anatolia, i primi territori cristianizzati, la chiesa si rivolse quindi ai romani. I vangeli si rivolgevano specificamente ai romani, per cui la colpa della morte di Gesù, giustiziato nell'ambito del diritto romano, doveva essere attribuita ad altri: agli ebrei stessi. La chiesa quindi, nei suoi primi passi ha seguito percorsi che Gesù non avrebbe certo immaginato.

I FONDAMENTI DELL'EBRAISMO - Per prima cosa appuriamo il momento temporale dell'apparizione del primo "documento" che determinerà la formazione dell'ebraismo e quindi del popolo ebraico: la "Torah". Secondo l'esegesi ebraica la "Torah" venne rivelata a Mosè e donata al popolo d'Israele sul monte Sinai nell'anno 2.448 del calendario ebraico dalla Creazione (il 1.312 p.e.v.), che è così posta nel 3.759 p.e.v. Con il termine "Torah (scritta)" si indicano i primi 5 libri del "Tanakh" conosciuti nella "Bibbia" col nome greco di "Pentateuco", (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) dal greco pente che significa cinque e teuchos che significa libro, noti anche come "Chumash" o "Ḥumash", i "cinque libri della Legge". Esisteva inoltre, per i farisei, anche la "Torah orale", l'insieme di leggi e tradizioni trasmesse da Dio a Mosè per via orale e poi memorizzate e tramandate, sempre oralmente, da Mosè stesso e dai suoi successori nel corso delle generazioni, fino a quando fu scritta dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 e.v., nel "Talmud", temendone la dimenticanza. A proposito della divinità degli ebrei, il suo nome ci è giunto come "Yahweh" e rappresenta una moderna versione accademica dell'ebraico biblico יהוה, parola composta da quattro lettere (yodh, he, waw, he, in qualche modo corrispondenti alle lettere dell'alfabeto latino YHWH, o JHVH) e perciò detta "tetragramma". La lingua ebraica (a tutt'oggi) è dotata di lettere dal valore consonantico, mentre la vocalizzazione (variabile e importante ai fini del significato delle parole) è indicata ortograficamente attraverso altri segni diacritici, notazioni vocaliche introdotte in epoca storica molto più tarda delle consonanti, perché adottate dai Masoreti intorno alla seconda metà del I millennio d.C. Mentre è indiscusso che il nome del dio ebraico è indicato nella Bibbia con le quattro lettere summenzionate, resta incerta la sua pronuncia e oggetto di dibattito sia tra gli studiosi, sia tra i fedeli delle diverse confessioni che fanno riferimento al "Dio di Abramo". Gli ebrei evitavano di pronunciarne il nome per non profanarlo ("non nominare il nome di Dio invano", terzo comandamento secondo la tradizione ebraica, secondo comandamento secondo la tradizione cattolica), mentre nella Bibbia è reso per iscritto soltanto con il tetragramma e quindi la pronuncia del nome è a tutt'oggi incerta: gli ebrei talvolta usavano il termine Adonai, che significa "maestro", uso poi ripreso dai cristiani, tranne i testimoni di Geova, che usano il termine YEHOWAH, italianizzato in Geova. Gli altri cristiani hanno preferito il termine "Kyrios" (Signore, in lingua greca) ovvero "Dominus" (Signore, in lingua latina) ovvero "Signore" o "Dio" in lingua italiana, tant'è che nella parte della Bibbia comunemente chiamata Nuovo Testamento, redatta dai cristiani, il termine non viene mai usato, mentre compare circa 7.000 volte nell'Antico Testamento. Le chiese cristiane, compresa la cattolica, pur avendo usato in passato sia il termine Yahweh (o Yahwè) sia il termine Geova (più raramente), oggi usano solo sporadicamente il termine Yahwè nella lettura di passi biblici dell'Antico Testamento, tranne appunto i Testimoni di Geova, che fanno un uso costante ed abituale del termine Geova, mentre gli ebrei continuano ad usare il termine Adonai. Il termine Yahweh viene talora abbreviato in Yah o Jà (ad esempio allelu-jà, che significa "lode a Yahweh").

Nell'ortodossia dei credenti ebraici, l'aspetto più importante per il fedele è quello di osservare la Legge di Dio e non è necessario accettare particolari dogmi religiosi o sottili disquisizioni teologiche.

La spartizione dell'impero di
Alessandro Magno, con in giallo
 i domini seleucidi.
IL CONTESTO STORICO - L'antefatto alla conquista romana dei territori ebraici, 56 anni circa prima della nascita di Gesù (indicato nei libri del Nuovo Testamento, scritti in greco ellenistico, come Iésous, dal nome ebraico Yĕhošūa, contratto in Joshua e Giosué in italiano), risale alla rivolta dei Maccabei, avvenuta dal 167 al 161 p.e.v., contro l'impero ellenistico dei Seleucidi, dinastia originata da Seleuco, uno dei diadochi (i generali) di Alessandro Magno, che gli successe nel governo di una parte dei suoi domìni, fra cui Israele e la Giudea. La rivolta fu condotta da Giuda Maccabeo, Gerusalemme fu liberata nel 165 p.e.v., il tempio fu restaurato e si formò un regno ebraico indipendente. Il "Secondo libro dei Maccabei", nella Bibbia cristiana, si centra sulla rivolta ebraica contro il re seleucida Antioco IV Epifane e si conclude con la sconfitta del suo generale, Nicanore, nel 161 p.e.v. da parte di Giuda Maccabeo, l'eroe dell'opera, scritta probabilmente da un fariseo o da qualcuno favorevole ai farisei, in quanto comprende diverse innovazioni teologiche: la preghiera propiziatoria per i morti, il giorno del giudizio, l'intercessione dei santi ed i meriti dei martiri. Nel 141 p.e.v., un'assemblea a cui parteciparono anche i sacerdoti, proclamò Simone Maccabeo, figlio di Giuda Maccabeo, sommo sacerdote e capo del popolo, insediando così la dinastia degli Asmonei (Asmon era il nome del bisnonno di Mattatia, padre dei Maccabei) come casa reale della Giudea. Nasceva così il regno di Giudea, una nuova monarchia-sacerdotale a successione ereditaria che investiva i sacerdoti di autorità sia politica che religiosa. Sebbene però gli Asmonei fossero considerati eroi per essersi ribellati ai Seleucidi, mancavano della legittimità alla corona del regno ebraico che apparteneva solo alla discendenza della dinastia di Davide, quella che, con Salomone, aveva edificato il primo tempio. Giovanni Ircano I (re-sacerdote dal 134 al 104 p.e.v.), figlio di Simone Maccabeo, ampliò notevolmente il regno di Giudea, portandolo alla sua massima potenza, fino a comprendere l'Idumea i cui abitanti, gli Edomiti, furono obbligati a convertirsi e divennero dunque ebrei; per imporre il primato del tempio di Gerusalemme, distrusse il tempio dei samaritani, sul monte Garizim. La Samaria o Shomron è la regione montuosa situata tra la Galilea (a nord) e la Giudea (a sud), la regione centrale della biblica terra d'Israele. Il termine deriva forse da shâmar, 'guardare', quindi significa qualcosa di simile a 'prospettiva', 'osservatorio'; ma, leggendo 1Re 16,24, potrebbe derivare da un individuo (o clan) Shemer, da cui Omri acquistò il terreno. Lo stesso nome è riferito alla maggiore città samaritana e capitale del regno di Israele durante la secessione in due regni. Nel 30 a.e.v. l'imperatore Augusto assegnerà la città a Erode il Grande, che le cambierà il nome in Sebaste, in onore di Augusto (dal greco Sebastos = Augusto).
In quel tempo intanto, fra gli ebrei si consolidarono i gruppi dei sadducei, farisei e forse anche degli esseni.

Vediamo quindi, nello specifico, chi erano costoro:

- Il partito dei sadducei era il partito dei sacerdoti e delle élite consociate al potere. Nel 539 p.e.v. i persiani avevano conquistato l'impero di Babilonia, dove gli ebrei erano stati tratti in schiavitù dal 586 p.e.v., quando Gerusalemme fu conquistata e il tempio (definito il primo tempio) fatto costruire dal figlio e successore di re David, Salomone, fu distrutto dalle armate di Nabucodonosor II. Nel 537 p.e.v., il re persiano Ciro il Grande permise agli ebrei di tornare in Giudea, di ricostruire Gerusalemme, le sue fortificazioni e il loro tempio, tuttavia non aveva consentito loro il ripristino della monarchia giudea, fatto che rese i sacerdoti della Giudea l'autorità dominante, come lo erano stati i Giudici nel passato. Senza il potere vincolante della monarchia, l'autorità dei sacerdoti del tempio, nella vita civile, fu amplificato. Fu in questo periodo che il partito dei sadducei emerse come il partito dei sacerdoti e delle élite consociate al potere, rappresentato eminentemente dall'aristocrazia delle antiche famiglie, nell'ambito delle quali venivano reclutati i sacerdoti dei ranghi più alti, in particolare il sommo sacerdote del tempio. La corrente dei sadducei, si richiamava, nel proprio nome, all'antico e leggendario Zadok (o anche Sadoq o Zadoq), che era stato il sommo sacerdote al tempo di Salomone, quindi nell'era del primo tempio. Una convinzione dei sadducei era quella che la persona avesse un completo libero arbitrio e sul piano dottrinale, in base alle scarse informazioni pervenuteci, si ritiene che, a differenza dei farisei, considerassero vincolante solamente la cosiddetta "Legge scritta", ossia quanto tramandato negli scritti della "Torah". Il rifiuto della "Torah orale" orale fu, probabilmente, il fattore che consentì ai sadducei di aprirsi alla cultura dell'ellenismo, pur conservando la fede nel giudaismo. Erano un'élite intellettuale ed imprenditoriale capace di esercitare notevole influenza persino nell'ambito della politica imperiale romana. La loro permeabilità agli influssi stranieri, connessa alla capacità di mantenere intatta la propria identità, è tipica dei ceti aristocratici di ogni tempo ed ogni nazione. Al contrario dei farisei, i sadducei non credevano alla resurrezione dei morti, ossia alla perpetuazione dell'individuo dopo la morte e sembra che respingessero anche l'esistenza di un'anima immortale. Costituirono una distinta fazione politica verso il 130 p.e.v., sotto la dinastia asmonea e un'importante corrente spirituale del tardo giudaismo alla fine del periodo del secondo tempio. I sadducei cercarono di vivere un giudaismo illuminato, che trovasse un compromesso anche con il potere romano, motivo per cui la loro fazione fu letteralmente sterminata durante la rivolta giudaica del I secolo, come narra Flavio Giuseppe, in quella che fu soprattutto una cruenta e spietata guerra civile. I superstiti dei sadducei, o furono assimilati dalla società romano-ellenica nella quale si rifugiarono, oppure si convertirono al cristianesimo. I romani, che si erano appoggiati a loro per governare la Giudea, dovettero constatare il sostanziale fallimento del loro partito in quanto amministratori ed alleati. Per i cristiani infine, i sadducei rimasero indelebilmente associati alle figure di Caifa ed Anna, di cui il primo fu il sommo sacerdote che fece arrestare e condannare a morte Gesù. Dopo la catastrofe nazionale giudaica del 70, dei sadducei non vi sarà più traccia.

- I farisei trassero la loro origine dagli eventi del 460 p.e.v. circa, durante il dominio persiano quando, vedendo dilagare l'anarchia in Giudea, il successore di Serse, Artaserse I di Persia, aveva inviato il giudeo Esdra lo scriba a ristabilire l'ordine. Esdra condusse il ritorno del secondo contingente di ebrei dall'esilio babilonese nel 459 p.e.v. e a lui vengono attribuiti i vari "Libri di Esdra" (ritenuti diversamente canonici o apocrifi, dalle religioni bibliche) e i "Libri delle cronache" della Bibbia. Figlio o nipote di Seraiah, era discendente diretto di Pincas, un figlio di Aronne, che era stato un fratello di Mosè. Esdra fu considerato come un secondo Mosè, degno di ricevere la "Torah". Egli introdusse la scrittura quadrata ebraica per usarla nella trascrizione della "Torah (scritta)" e il tempio non fu più l'unica istituzione di vita religiosa ebraica. Nel tempo di Esdra lo scriba, le case di studio e di culto divennero importanti istituzioni secondarie della vita ebraica. Fra le pratiche che egli introdusse, fra cui l'assemblea dei sapienti che dirigeva personalmente, vi fu la lettura trisettimanale della "Torah". Sebbene i sacerdoti controllassero i rituali del tempio, i sapienti, gli scribi e i saggi, successivamente chiamati rabbini (in ebraico "mio maestro"), dominavano lo studio della "Torah". Questi saggi credevano fermamente in una tradizione orale originatasi sul monte Sinai insieme alla "Torah" scritta, entrambe trasmesse da Dio a Mosè. I farisei traevano le loro origini da questo nuovo gruppo di autorità. Il termine fariseo significa "colui che si è separato" o "colui che si è distinto" e i farisei erano convinti che la persona avesse il libero arbitrio, ma che Dio avesse la prescienza del destino umano. Fra tante altre questioni, si distinguevano dai sadducei in quanto credevano nella risurrezione dei morti, ma la disputa fondamentale era che mentre i sadducei ritenevano vincolante solamente la cosiddetta "Legge scritta", ritenuta redatta da Mosè, i farisei sostenevano che avesse pari, se non anche superiore importanza, la "Legge orale", l'insieme di leggi e tradizioni trasmesse da Dio a Mosè per via orale e poi memorizzate e tramandate da Mosè stesso e dai suoi successori nel corso delle generazioni, la "Torah orale", che secondo i farisei era indispensabile per comprendere, elaborare e spiegare ciò che era stato scritto. Per i farisei, le Sacre Scritture, la Legge di Dio, non erano complete da sé; senza gli insegnamenti ed i commenti orali non potevano essere comprese. Il Talmud, che significa insegnamento, studio, discussione, è la trasmissione e discussione della "Torah orale" e fu fissato per iscritto solo quando, con la distruzione del secondo tempio di Gerusalemme, gli ebrei temettero che le basi religiose di Israele potessero essere disperse. I farisei non consideravano la "Torah orale" come un insegnamento statico, ma come un processo continuo di analisi e discussione in cui Dio stesso era coinvolto attivamente, come processo continuativo nato dalla rivelazione sul monte Sinai a cui si aggiungevano le partecipazioni dei saggi, dei sapienti e dei loro discepoli nell'atto dinamico della rivelazione divina. In realtà è difficile, se non impossibile, ricostruire una teologia farisaica, perché l'ebraismo in sé non è confessionale, cioè non esiste dogma o insieme di credenze ortodosse che gli ebrei affermassero come loro proprie.
Nel pensiero farisaico si enfatizzavano le leggi piuttosto che le credenze ed i requisiti per convertirsi all'ebraismo erano la circoncisione e l'adesione alle tradizioni. In realtà, le divisioni più importanti tra le diverse sette ebraiche avevano a che fare con dibattiti su tre aree della Legge
- il matrimonio;
- lo Shabbat e le festività religiose;
- il Tempio e la purezza.  
L'impegno di mettere in relazione la religione alla vita quotidiana mediante la legge, ha portato alcuni (in particolare, Paolo di Tarso e Martin Lutero) a dedurre che i farisei fossero più legalistici di altre sette.
Fariseo.
I farisei, in vari momenti, si identificavano come un partito politico, un movimento sociale e come scuola di pensiero. I conflitti tra farisei e sadducei hanno avuto luogo nel contesto di conflitti sociali e religiosi e risalivano alla cattività babilonese; con la conquista romana si aggravarono.
- Un conflitto era di classe, tra ricchi e poveri, poiché i sadducei includevano principalmente le famiglie sacerdotali e aristocratiche,
- un altro conflitto era culturale, tra chi favoriva l'ellenizzazione (i sadducei) e coloro che le resistevano (i farisei).
- Un terzo conflitto era quello giuridico-religioso, tra chi enfatizzava l'importanza del secondo tempio con i suoi riti e servizi cultuali, (i sadducei) e coloro che sottolineavano l'importanza di altre Leggi mosaiche (i farisei).
- Un quarto punto di conflitto, specificamente religioso, coinvolgeva diverse interpretazioni della "Torah" e come applicarle alla vita ebraica, con i sadducei che riconoscevano solo la Torah scritta e respingevano le dottrine della Torah orale e della risurrezione dei morti.
In nessun momento una delle sette nate dopo la costruzione del secondo tempio costituì la maggioranza fra gli ebrei: la maggior parte di essi erano non settari. Nonostante ciò, Flavio Giuseppe (Giuseppe ben Matthias) indica come i farisei avessero ricevuto il sostegno e l'accettazione della gente comune, contrariamente ai sadducei, associati alle classi dominanti. In generale, mentre i sadducei erano monarchici aristocratici, i farisei erano eclettici, populisti e più democratici. L'opposizione ai sadducei da parte dei farisei riecheggiava motivi di orgoglio nazionale e di rivalsa anti-aristocratica che troviamo, nella Storia, replicati numerose volte in diversi contesti. La corrente dei farisei costituisce il partito religioso più significativo all'interno dell'ebraismo nel periodo che va dalla fine del II secolo a.e.v. all'anno 70 e.v. ed oltre. Dopo la catastrofe nazionale giudaica del 70, culminata nella distruzione di Gerusalemme e del secondo tempio, solo il cristianesimo e il farisaismo sopravvissero. Rivaleggiarono per un breve periodo di tempo fino a quando l'ebraismo riemerse coagulandosi attorno alla corrente spirituale dei farisei. Visto che molti ebrei non si convertirono al cristianesimo, i cristiani cercarono nuove conversioni tra i pagani (chiamati "gentili", non ebrei).

- Era convinzione degli esseni che l'esistenza della persona fosse predestinata. Erano generalmente apolitici e potrebbero essere emersi come una setta di sacerdoti dissidenti che avevano rifiutato, come illegittimi, i sommi sacerdoti nominati sia dai Seleucidi che dagli Asmonei. Il concetto centrale, per gli esseni, era  l'idea che il sacro potesse esistere al di fuori del tempio e conducevano quindi una vita appartata e solitaria. Si erano organizzati, fuori dal contesto sociale, in comunità isolate di tipo monastico e cenobitico (una forma comunitaria di monachesimo praticata in monasteri, i cenobi, sotto la guida di un'autorità spirituale che faceva osservare una disciplina fissata da una serie di regole). Protetti da Erode il Grande, al tempo di Gesù erano oltre 4.000 e vivevano dispersi in tutto il paese; circa 150 erano quelli residenti a Qumran. Questo sito andò incontro a una fine violenta nel 68 e.v. a opera dei romani a causa del loro coinvolgimento nelle sommosse negli anni della prima rivolta giudaica, che si concluse con la distruzione di Gerusalemme. Prima della loro fine però, riuscirono a nascondere la loro biblioteca nelle grotte vicine. Alcuni scampati, sembra, si unirono agli zeloti di Masada e ne condivisero la sorte. Lo proverebbe il ritrovamento, durante gli scavi del 1963 a Masada, di un frammento di pergamena dei "Canti della santificazione del sabato", noto dai ritrovamenti della grotta 4 di Qumran. Tra i reperti di Qumran si ritrovano tracce che collegano la comunità essena ai rivoltosi zeloti, come ad esempio il "Rotolo della guerra". «... Sono divisi (gli esseni) fin dall'antichità e non seguono le pratiche nella stessa maniera, essendo ripartiti in quattro categorie. Alcuni spingono le regole fino all'estremo: si rifiutano di prendere in mano una moneta (non ebraica) asserendo che non è lecito portare, guardare e fabbricare alcuna effigie; nessuno di costoro osa perciò entrare in una città per tema di attraversare una porta sormontata da statue, essendo sacrilego passare sotto le statue. Altri udendo qualcuno discorrere di Dio e delle sue leggi, si accertano se è incirconciso, attendono che sia solo e poi lo minacciano di morte se non si lascia circoncidere; qualora non acconsenta essi non lo risparmiano, lo assassinano: è appunto da questo che hanno preso il nome di zelotie da altri quello di sicari. Altri ancora si rifiutano di dare il nome di padrone a qualsiasi persona, eccetto che a Dio solo, anche se fossero minacciati di maltrattamenti e di morte.» (Ippolito Romano, Refutatio IX, 26). L'associazione tra gli zeloti e gli esseni è evidente in particolare negli scritti di Giuseppe Flavio, dai quali derivano in gran parte le notizie disponibili oggi di quei tempi. Nell’opera di Giuseppe Flavio redatta da Benedictus Niese, sette volumi in tedesco, monumentali e ineguagliabili, sono leggibili a chiare lettere gli argomenti in base ai quali la nozione di popolo eletto appare messa in crisi e criticata per il suo tendere a comporre una casta chiusa e genealogicamente determinata, cui si contrappone il movimento di riforma esseno, che vede il popolo eletto come l'insieme dei giusti che osservano le leggi eterne della "Torah": ed è qui che trovano il punto di unione l'Antico ed il Nuovo Testamento e il Corano.
I manoscritti del Mar Morto (o Rotoli del Mar Morto) vennero stilati dal 150 p.e.v. al 70 e.v. Sono composti da circa 900 documenti, rinvenuti in undici grotte dentro e intorno a al Uadi di Qumran, vicino alle rovine dell'antico insediamento di Khirbet Qumran, sulla riva nord-occidentale del Mar Morto. Scoperti tra il 1947 e il 1956, tra di essi vi sono i manoscritti di Qumran, che ne costituiscono una delle parti più importanti. I testi sono di grande significato religioso e storico, in quanto comprendono alcune fra le più antiche copie superstiti note dei libri biblici e dei loro commenti e conservano la testimonianza della fine del giudaismo del secondo tempio. Scritti in ebraico, aramaico e greco, per lo più su pergamena ma anche su papiro, i Rotoli sono comunemente associati all'antica setta ebraica degli esseni e sono tradizionalmente divisi in tre gruppi:
- manoscritti "biblici" (copie di testi dalla Bibbia ebraica), che costituiscono circa il 40% dei rotoli identificati, fra cui la più antica versione esistente del libro della Genesi;
- manoscritti "apocrifi" o "pseudepigrafici", documenti come Enoch, Giubilei, Tobia, Siracide, salmi non canonici, ecc. che non sono stati canonizzati nella Bibbia ebraica ma in qualche caso sono stati accettati dalla versione greca dei Settanta e/o utilizzati dalla tradizione rabbinica, che costituiscono circa il 30% dei rotoli identificati;
- manoscritti "settari", documenti che descrivono le norme e le credenze dei gruppi di esseni, come la "Regola della Comunità", il "Rotolo della guerra", un commento ad Abacuc e la "Regola della Benedizione", che costituiscono circa il 30% dei rotoli identificati.
Il padre della Chiesa, Epifanio, (che scrisse intorno al IV secolo e.v.) sembra fare una distinzione tra due gruppi principali all'interno degli esseni: "Coloro che vennero prima di lui (Elxai, un profeta esseno), gli Ossaeni e i Nazareni." (Panarion 1:19). Epifanio descrive ogni gruppo nel modo seguente:
- Esseni "Nazareni": "I Nazareni erano Ebrei per provenienza, originariamente da Gileaditis, dove i primi seguaci di Yeshua (Gesù) fuggirono dopo il martirio di Giacomo (un fratello di Gesù), Bashaniti e Transgiordani. ...Essi riconoscevano Mosè e credevano che avesse ricevuto delle leggi, ma non la nostra legge ma altre. E così, essi erano Ebrei che rispettavano tutte le osservanze ebraiche, ma non offrivano sacrifici e non mangiavano carne. Essi consideravano un sacrilegio mangiare carne o fare sacrifici con essa. Affermavano che i nostri Libri sono delle falsità, e che nessuno dei costumi che essi affermano sono stati istituiti dai padri. Questa era la differenza tra i Nazareni e gli altri..." (Panarion 1:18)
- Esseni "Ossaeani": "Dopo la setta dei Nazareni viene un'altra setta legata strettamente a essi, chiamata Ossaeani. Costoro sono Giudei come i primi... originari della Nabataea, Ituraea, Moabitis e Arielis, le terre oltre il bacino che le Sacre Scritture chiamavano Mare di Sale... Sebbene siano diverse dalle altre sei sette essa si è separata da loro solo perché proibiscono l'uso dei libri di Mosè come fanno i Nazareni." (Panarion 1:19). Flavio Giuseppe aggiunge: "Oltre a essi, esiste un'altra frangia di Esseni che concordano per leggi e costumi ma differiscono nella visione del matrimonio." (Guerra Giudaica 2.160). Infine gli esseni scomparvero, forse perché i loro insegnamenti divergevano notevolmente dalle problematiche di quei tempi o forse furono dispersi dai romani.
Da "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore: "Se l'apparente assenza degli zeloti nei Vangeli è sorprendente, lo è anche quella degli esseni. Nella Terrasanta del tempo di Gesù, gli esseni costituivano una setta importante quanto i farisei e i sadducei, ed è inconcepibile che Gesù non venisse in contatto con loro. Anzi, a giudicare dal modo in cui viene presentato, Giovanni Battista sembra un esseno. L'omissione di ogni riferimento agli esseni appare dettata dalle stesse ragioni che imposero l'omissione di tutti i riferimenti agli zeloti. Insomma, i legami tra Gesù e gli esseni, come quelli con gli zeloti, erano probabilmente troppo stretti e troppo noti perché fosse possibile smentirli. Si poteva soltanto sorvolare e nasconderli. Dagli storici e dai cronisti che scrissero in quel tempo, apprendiamo che gli esseni avevano comunità in tutta la Terrasanta, e probabilmente anche altrove. Cominciarono ad apparire intorno al 150 a.C., e adottavano l'Antico Testamento, ma lo interpretavano più come un'allegoria che come una verità storica letterale. Ripudiavano l'ebraismo convenzionale a favore di una forma di dualismo gnostico che, sembra, includeva elementi del culto solare e del pensiero pitagorico. Erano guaritori, molto apprezzati per la loro conoscenza delle tecniche terapeutiche. E infine erano asceti, e si distinguevano facilmente per i loro semplici abiti bianchi. Quasi tutti gli specialisti moderni ritengono che i famosi Rotoli del Mar Morto scoperti a Qumran siano essenzialmente documenti esseni. E senza alcun dubbio la setta di asceti che viveva a Qumram aveva molte cose in comune con il pensiero esseno. Come l'insegnamento degli esseni, i Rotoli del Mar Morto rispecchiano una teologia dualista. Nel contempo, danno un grande rilievo alla venuta di un Messia - un « unto » - disceso dalla stirpe di Davide (Allegro, Dead Sea Scrolls,p. 167). Inoltre seguono uno speciale calendario, secondo il quale il rito della Pasqua veniva celebrato non già di venerdì, bensì di mercoledì: il che corrisponde al rito pasquale di cui si parla nel Quarto Vangelo. E coincidono parola per parola, in molti aspetti significativi, con alcuni degli insegnamenti di Gesù. Come minimo, si direbbe che Gesù conoscesse gli eremiti di Qumran e, almeno fino a un certo punto, armonizzasse i suoi insegnamenti con i loro. Un esperto moderno ritiene che i Rotoli del Mar Morto « offrono altri motivi per credere che molti episodi [del Nuovo Testamento] siano semplicemente proiezioni, nella storia di Gesù, dei fatti che ci si attendeva dal Messia » (Allegro, Dead Sea Scrolls,p. 175).
Indipendentemente dal fatto che la setta di Qumran fosse essena o no, sembra chiaro che Gesù, anche se non ebbe una regolare preparazione essena, conoscesse molto bene quel pensiero. Anzi, molti dei suoi insegnamenti echeggiano quelli ascritti agli esseni. E così pure le sue attitudini di guaritore fanno pensare a un'influenza essena. Ma un esame più attento dei Vangeli rivela che gli esseni ebbero forse una parte ancora più significativa nella vita di Gesù. Gli esseni si identificavano facilmente per le vesti bianche che, nonostante quanto mostrano la pittura e il cinema, a quel tempo in Terrasanta erano meno comuni di quanto in genere si creda."

Curiosamente, gli esseni "nazareni" ricordano, perlomeno nel nome, i nazirei, ai quali secoli prima era appartenuto Sansone e che esistevano ancora ai tempi di Gesù. Nazorei o nazareni sono i termini che sembra venissero usati proprio per indicare Gesù e i suoi seguaci, infatti, la versione originale greca del Nuovo Testamento chiama Gesù  "il nazareno", un termine che viene tradotto erroneamente "Gesù di Nazareth" ma "nazareno" indica l'appartenenza a una setta, e non ha relazioni con Nazareth. Il nazireato (dall'ebraico nazir cioè "consacrato", "separato") era la consacrazione di un ebreo a Dio con il conseguente voto di seguire alcuni rigidi precetti di vita; il consacrato era detto nazireo, ma anche nazareo, nazirita, nazarita o nazareno. Gli obblighi inerenti a questo voto sono illustrati nella Bibbia, nel "Libro dei Numeri" (6,1-21) e nel "Libro dei Giudici" (Gc13,1-14): il nazireo non poteva mangiare cibi impuri né cibi provenienti dalla vigna. Nello specifico, il voto di nazireato richiedeva che l'uomo o la donna seguissero le seguenti regole:
- Astenersi dal vino, aceto di vino, uva, uva passa, liquori intossicanti, aceto distillato da tali sostanze, e dal mangiare o bere qualsiasi sostanza che contenga traccia d'uva.
- Evitare di tagliarsi i capelli in testa, come prescritto in Numeri 6:5.
- Non diventare impuro/a toccando cadaveri o tombe (quindi non si poteva partecipare a funerali né entrare in un cimitero), anche di membri di famiglia e parenti stretti.
Dopo aver seguito queste regole per un determinato lasso di tempo (specificato al momento del voto individuale), la persona si immergeva in un mikveh (immersione rituale nell'acqua) e faceva tre offerte: un agnello come offerta d'olocausto (olah, cioè bruciata sull'altare del tempio), una pecora come offerta del peccato (hatat) e un capretto come offerta di pace (shelamim), oltre ad un cesto di pane azzimo, grano e libagione, che accompagnavano l'offerta di pace. Il nazireo poi compiva davanti a un sacerdote il rito nel quale gli venivano rasati i capelli, che poi erano bruciati nello stesso fuoco dell'offerta di pace (Numeri 6:18). Alcuni personaggi biblici, tuttavia, furono nazirei per tutta la vita "fin dal seno materno" (ab utero), come ad esempio l'eroe Sansone (Gc 13,2-7), uno dei Giudici d'Israele, al quale Dio donò una forza sovrumana proprio per la sua iniziale obbedienza ed osservazione del voto di nazireato (Gc 13,1-16,31).

Flavio Giuseppe.
LA FONTE STORICA - La maggiore fonte storica che abbiamo a disposizione per ricostruire gli avvenimenti nel popolo ebraico di quei tempi, sono gli scritti di Flavio Giuseppe. Tito Flavio Giuseppe (Gerusalemme, 37 circa - Roma, 100 circa) è stato uno scrittore, storico, politico e militare romano di origine ebraica, noto come Flavio Giuseppe o Giuseppe Flavio, che scrisse le sue opere in greco. Le notizie sulla vita di Flavio Giuseppe sono desunte dalla sua autobiografia. Il suo nome ebraico era Giuseppe figlio di Mattia (Joseph Ben Matityahu); il nome romano Flavio fu da lui assunto in seguito, al momento dell'affrancamento e conseguente conferimento della cittadinanza da parte dell'imperatore Tito Flavio Vespasiano. Nato nel primo anno del regno di Caligola (37-38) da una famiglia della nobiltà sacerdotale imparentata con la dinastia degli Asmonei, Giuseppe ricevette una educazione tradizionale ebraica con un forte influsso della cultura greca e latina. In gioventù assunse posizioni vicine al movimento dei farisei, molto osservante della "Torah", ma ostile ai nazionalisti ebrei ed in particolare agli zeloti. Tra il 63 e il 65, durante il periodo del grande incendio di Roma, si recò nell'Urbe, dove fu ospite alla corte di Poppea rimanendo impressionato dalla potenza militare e dal livello di vita dei Romani. Durante la prima guerra giudaica, iniziata nel 66, fu governatore militare della Galilea per le forze ribelli. Quando i ribelli asserragliati a Iotapata, assediata dai romani, si accorsero dell'imminente espugnazione romana, Giuseppe li convinse dell'immoralità del suicidio e dell'opportunità che a turno si perdesse la vita per mano dei compagni; con uno stratagemma riguardante l'ordine delle successive morti fece poi in modo di rimanere l'ultima persona viva del suo gruppo di combattenti e, invece di uccidersi, si consegnò ai Romani. Durante l'incontro con il comandante militare romano Tito Flavio Vespasiano, Giuseppe gli predisse che sarebbe diventato imperatore. Così Giuseppe, ricevuta poi la libertà, poté godere del credito di profeta e si legò alla famiglia del princeps, cambiando il suo nome in Flavio Giuseppe e venne usato dai romani a fini propagandistici, per convincere i ribelli ad arrendersi. Trascorse il resto della sua vita a Roma, scrivendo opere che avevano un carattere filo-romano, ma che spiegavano ai lettori anche la storia e le credenze degli ebrei. I suoi scritti sono estremamente importanti dal punto di vista storico, poiché sono la principale fonte di informazioni che abbiamo sulla Giudea del I secolo. Morì intorno all'anno 100. Mentre gran parte degli ebrei contemporanei considerarono Flavio Giuseppe come un traditore e apostata, taluni ritengono che egli, in un periodo nel quale le forze esterne minacciavano la totale distruzione del monoteismo ebraico, abbia perseguito con lucidità il fine della sua conservazione, al prezzo di compromessi con il mondo vincente alessandrino-romano. In "Antichità giudaiche" Flavio Giuseppe racconta la storia del popolo ebraico dalle origini fino all'epoca immediatamente precedente la guerra giudaica del 66-70. Quest'opera contiene preziose notizie relative ai movimenti religiosi del giudaismo del I secolo, come gli Esseni, i Farisei, gli Zeloti, ecc. Il Libro XX (da 197 e seguenti) contiene il racconto della dinastia di Anano e del martirio di Giacomo, fratello di Gesù soprannominato il Cristo (Libro XX, 200). Essa contiene anche il cosiddetto "Testimonium flavianum", ovvero un breve passo che menziona la predicazione e la morte di Gesù, confermando sostanzialmente il resoconto dei Vangeli. Benché questo passo sia considerato da alcuni storici, tra i quali E. Schürer e H. Chadwick, in tutto o in parte, una falsificazione inserita in epoca cristiana, esso fu conservato nell'originale greco da parte della Chiesa cristiana; mentre uno studio, del 1971, di Shlomo Pinès dell'Università Ebraica di Gerusalemme su un codice arabo del X secolo (studio ripreso dal giornalista Antonio Socci) sembra confermare che si tratti di un riferimento al Gesù Cristo dei Vangeli. Le crocefissioni erano supplizi pubblici aventi lo scopo di dissuadere chiunque intendesse emulare le gesta dei condannati, disposti dalle autorità che rappresentavano l’Imperatore, pertanto le incriminazioni, come informative scritte, dovevano essere registrate negli Atti del Sinedrio, essendo avvenimenti che riguardavano direttamente gli Ebrei, la loro religione ed i loro sacerdoti. Giuseppe Flavio scadenzava gli annali giudaici con i nominativi dei Sommi Sacerdoti del Tempio (in carica uno per anno), così come lo storico Cornelio Tacito scadenzava gli annali di Roma con i nominativi dei Consoli. In "Antichità Giudaiche" vengono puntualmente riportate tutte le nomine e sostituzioni dei Sommi Sacerdoti del Tempio, ad eccezione del periodo compreso fra il 19 e il 36 e.v.: riportano tuttavia, nel libro XVIII, che Anna e Caifa furono in carica dal 6 al 15 e dal 18 al 36 e.v., molto più a lungo di un anno, così come nei Vangeli. In "Guerra giudaica" Flavio Giuseppe racconta lo svolgersi della rivolta contro i Romani scoppiata nel 66 e repressa nel 70 (ma alcuni focolai di resistenza durarono ancora per i due-tre anni successivi) dalle legioni comandate da Vespasiano e da suo figlio Tito. Flavio Giuseppe sostenne che la rivolta era opera di una piccola banda di zeloti e non, come generalmente si riteneva, una insurrezione popolare. Tuttavia, a causa della presunta volontà di attirarsi i favori dei Romani scrivendo testi ad essi favorevoli, oggi gli Ebrei non riconoscono validità storica ai suoi scritti (che tendevano anche a celare le sue responsabilità nell'insuccesso militare). Emerge dai suoi scritti anche una evidente ammirazione per l'Impero romano, il nemico che aveva sconfitto il suo popolo: « Un popolo [quello dei Romani] che valuta le situazioni prima di passare all'azione e che, dopo aver deciso, dispone di un esercito tanto efficiente: non meraviglia se i confini del suo impero sono individuati, ad Oriente dall'Eufrate, dall'oceano ad occidente, a settentrione dal Danubio e dal Reno? Senza compiere esagerazioni, potremmo dire che le loro conquiste sono inferiori ai conquistatori. » (Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, III, 5.7.107.). Descrisse anche gli ultimi giorni della fortezza ebraica di Masada, dove la maggior parte di coloro che la stavano difendendo si suicidò. Nei due libri "Contro Apione", un grammatico alessandrino che aveva scritto contro gli ebrei, riprese i motivi tradizionali dell'apologetica giudaica sull'antichità e sulla superiorità degli ebrei rispetto ai greci. Giuseppe scrisse anche un'"Autobiografia", nella quale difendeva la sua reputazione nei confronti dei correligionari ebrei, che lo consideravano un traditore. Coerente con le "Antichità Giudaiche": « Quando Erode ebbe il regno dai Romani fu abbandonata la prassi di nominare sommi sacerdoti della linea degli Asmonei e, con la sola eccezione di Aristobulo, vennero nominate persone insignificanti che erano semplicemente di discendenza sacerdotale » (Antichità Giudaiche, Libro XX, 247) in cui mostra la sua opinione per le famiglie sacerdotali diverse da quella Asmonea-Maccabea. Nell'"Autobiografia" afferma la discendenza sia da parte di madre che di padre, enfatizzando che questa risale alla prima delle 24 famiglie sacerdotali (Ioarib). Alcuni studiosi hanno avanzato l'ipotesi che il personaggio di Giuseppe di Arimatea, pur collocato in uno scenario storico diverso, sia basato in parte su Flavio Giuseppe. Basano l'ipotesi sul fatto che Giuseppe di Arimatea nel vangelo apocrifo di Barnaba è chiamato "Giuseppe di Barimatea", che sarebbe una storpiatura di Joseph bar Matthias, il nome aramaico di Giuseppe Flavio, oltre che sulla contestata identificazione - ritenuta da essi errata - di Arimatea con Ramla. Questa ipotesi è basata anche sulla somiglianza tra alcuni brani dei Vangeli e un passo dell'Autobiografia di Giuseppe Flavio, che allude a un uomo crocifisso "sopravvissuto": « C'era un uomo, di nome Giuseppe, che era membro del Consiglio, uomo giusto e buono, il quale non aveva acconsentito alla deliberazione e all'operato degli altri. Egli era di Arimatea, città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. E, trattolo giù dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo mise in una tomba scavata nella roccia, dove nessuno era ancora stato deposto. » (Vangelo di Luca, 23,50-53). E dall'"Autobiografia" di Flavio Giuseppe: « In seguito, inviato dal Cesare Tito, con Cereale e mille cavalieri, a un villaggio chiamato Tekoa, per verificare se il luogo era adatto ad accogliere un campo trincerato, poiché ripartendone vidi molti prigionieri crocifissi e ne riconobbi tre che erano stati miei amici, ne ebbi il cuore straziato e mi recai piangendo a dirlo a Tito. Egli ordinò immediatamente che fossero tirati giù e che ricevessero le cure più attente. Due, nonostante le cure, morirono, ma il terzo sopravvisse. ».

Nei tempi antecedenti la dominazione romana era significativa la convinzione che i re ebrei dovessero discendere dalla casa di David, che aveva edificato il primo tempio. I Maccabei (gli Asmonei), che erano una famiglia di sacerdoti, non avevano un effettivo diritto al potere regale e il loro regno venne messo in pericolo dall'opposizione dei farisei, infatti il Talmud li ricorda appena. Infine, la dinastia asmonea si disintegrò a causa della guerra civile tra Giovanni Ircano II e Aristobulo II, figli di Alessandra Salomé.
Le ragioni di quella guerra civile risalgono al tempo della morte di Giovanni Ircano, quando suo figlio minore Alessandro Ianneo si coronò re-sacerdote e si schierò apertamente coi sadducei, adottando i loro riti nel tempio. Le sue azioni causarono un tumulto nel tempio stesso e portò ad una breve guerra civile che si concluse con una sanguinosa repressione dei farisei. Tuttavia, sul letto di morte Ianneo consigliò a sua moglie, Salomé Alessandra, il cui fratello era Shimon ben Shetach, un capo fariseo, di cercare la riconciliazione coi farisei. Flavio Giuseppe attesta che Salomé era ben disposta verso i farisei e che la loro influenza politica crebbe enormemente sotto il suo regno, specialmente nel Sinedrio, il Consiglio ebraico, e infine dominarono. Alla morte di questa, il figlio maggiore Ircano II cercò il supporto dei farisei, e il figlio minore, Aristobulo II, quello dei sadducei. Ciò naturalmente culminò in una guerra civile. Il popolo, probabilmente spinto dai farisei, non voleva essere governato da un re-sacerdote ma dal clero teocratico (come gli antichi Giudici) e fece appello, in questo spirito, alle autorità romane: seguì quindi una campagna romana di conquista e annessione, guidata da Pompeo.

63 p.e.v. - Gneo Pompeo Magno assedia Gerusalemme ed entra nel Tempio: la Giudea diventa un regno vassallo di Roma. Secondo Flavio Giuseppe, i farisei si presentarono davanti a Pompeo per chiedergli di ripristinare l'antico sacerdozio, abolendo completamente la sovranità degli Asmonei (Antichità giudaiche 14:3, § 2) e ritennero la dissacrazione del tempio di Gerusalemme da parte di Gneo Pompeo come una punizione divina per il malgoverno sadduceo. Pompeo conferma tuttavia Ircano II nel ruolo di sommo sacerdote ed etnarca (titolo inferiore a "re"), abolisce la monarchia, spedisce Aristobulo II a Roma come prigioniero e lascia la Giudea senza un re, guidata dal sommo sacerdote. Ad Ircano II verrà poi tolta quel po' di autorità politica che gli era rimasta e la giurisdizione fu affidata al proconsole della Siria, che la governò tramite l'alleato idumeo di Ircano II, Erode Antipatro. Seguirono quindi decenni di transizione violenta del potere alla dinastia erodiana.

50 p.e.v. - Gaio Giulio Cesare affida il regno vassallo di Giudea, ad un suo clientes,  il sovrano dell'Idumea, Erode Antipatro, affiancato da procuratori romani (ovvero i prefetti e in seguito governatori romani della Giudea), inaugurando la dinastia erodiana, contrastata, poiché straniera, dagli Asmonei e da altri pretendenti ebrei.

47 p.e.v. - Giulio Cesare nomina Erode Antipatro procuratore di Giudea. A sua volta Erode Antipatro nomina governatori militari i propri figli Fasaele (governatore militare di Gerusalemme e della Giudea) ed Erode, detto poi il Grande (governatore militare della Galilea, la parte settentrionale del regno), avuti dalla moglie Cipro.

43 p.e.v. - Erode Antipatro è assassinato e i suoi due figli sono elevati al rango di tetrarchi (titolo inferiore ed etnarca) da Marco Antonio nel 41 p.e.v.

40 p.e.v. - Antigono, figlio di Aristobulo II, il cui zio era Ircano II, conquista Gerusalemme con l'aiuto dei Parti, caccia il sommo sacerdote Ircano II e si nomina re e sommo sacerdote. Fasaele si suicida ma Erode fugge a Roma e cerca di ottenere il sostegno di Marco Antonio e di Ottaviano, procurandosi così il riconoscimento del senato romano quale sovrano di Giudea e confermando l'esclusione dal potere della dinastia Asmonea.

Carta del regno di Giudea nel
37 p.e.v. sotto Erode il Grande.
37 p.e.v.Erode, figlio di Erode Antipatro, conquista Gerusalemme con l'aiuto di Roma e viene riconosciuto come re dei Giudei fino alla morte (avvenuta nel 4 p.e.v.). Per consolidare il potere, Erode fece uccidere buona parte del Sinedrio (il Consiglio degli ebrei), il cognato Aristobulo, la moglie Mariamne, la suocera Alessandra, i figli Alessandro, Aristobulo e Antipatro. Attorno al 20/19 p.e.v. intraprese il restauro e l'ampliamento del tempio di Gerusalemme. Fece costruire o ricostruire diverse città e fortezze: Samaria, Cesarea Marittima, l'Erodium, Macheronte, Masada, la Fortezza Antonia. Secondo Flavio Giuseppe, l'opposizione sadducea contro Erode lo portò inizialmente a trattare favorevolmente i farisei (Antichità giudaiche 14:9, § 4; 15:1, § 1; 10, § 4; 11, §§ 5-6), anche se col tempo, Erode divenne impopolare poiché era percepito come un burattino in mano ai romani e il trattamento della sua famiglia a favore degli ultimi Asmonei erosero definitivamente la sua popolarità. Secondo Flavio Giuseppe, i farisei infine lo opposero e quindi caddero vittime, nel 4 p.e.v., della sua sete di sangue (Antichità giudaiche 17:2, § 4; 6, §§ 2-4). La famiglia di Boeto, che Erode aveva designato al sommo sacerdozio, rivitalizzò lo spirito dei sadducei e da allora i farisei li ebbero nuovamente come antagonisti (Antichità giudaiche 18:1, § 4). Questo portò anche gravi divergenze teologiche tra sadducei e farisei: l'idea che il sacro potesse esistere al di fuori del tempio - concetto centrale per gli esseni - era condiviso ed esaltato dai farisei.

7 p.e.v. - In Giudea, a Betlemme, secondo il vangelo di Matteo, nacque Gesù, da una famiglia benestante. Nel vangelo di Luca invece, è scritto che i suoi genitori risiedevano in Galilea, a Nazareth; costretti ad intraprendere un viaggio per farsi censire (censimento che non è menzionato negli archivi storici) dovettero affrontare il parto a Betlemme, in un ricovero di fortuna, da cui nascerà la tradizione della "mangiatoia". In ogni caso Gesù fu comunque definito "il galileo" e infatti visse fino all'età adulta in Galilea. Probabilmente, per i motivi esposti a proposito delle errate traduzioni dell'aggettivo "nazareno", Gesù non risiedeva a Nazareth, che non sappiamo neppure se all'epoca esistesse già. La Giudea, su cui regnava Erode il Grande, comprendeva anche la Galilea. Così come era stato per l'Idumea, anche la Galilea era stata convertita forzatamente all'ebraismo, ma con scarsi risultati.
Da http://www.viedellospirito.it/web/index.php?option=com_content&task=view&id=596&Itemid=71:
Carta con Galilea, Samaria,
Giudea e Idumea nel 4 p.e.v.
"...quando il triunviro romano Pompeo, nel 63 p.e.v. riordinò la zona con criteri non confessionali, lasciò al sommo sacerdote Ircano II solo i territori occupati da gente che vedeva il suo punto di riferimento etnico- religioso nella città di Gerusalemme e nel culto del suo tempio. Stando così le cose, è difficile sottoscrivere l'opinione di qualche studioso che ritiene la Galilea, al tempo di Gesù, «una regione di stampo giudaico»" (Teissen - A. Meri, o.c. 213). Abbiamo frequenti accenni, nel vangelo di Giovanni all'antagonismo, o meglio al disprezzo, da parte dei giudei nei confronti dei galilei, per quanto era evidente la differenza fra i due gruppi ebraici. «Forse che il Cristo viene dalla Galilea?». E a Nicodemo, che pone obiezione a che venga condannato Gesù «Prima che lo si ascolti, in modo che si sappia cosa fa», rispondono sdegnati: «Sei anche tu della Galilea? Studia a fondo e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea!» (Gv 7,41-49). I dati rabbinici assai posteriori a quest'epoca, parlando di Galilea e dei suoi abitanti, non mancano mai di segnalare differenze di costumi, di cultura, perfino di pronunzia, nei confronti dei giudei autentici e si divertivano perfino ad ironizzare sul linguaggio provinciale dei galilei. In qualche caso il confronto stabilito dai signori della Legge andava anche a scapito della loro gente, come in quello riguardante la continenza prematrimoniale che, a sentir loro, in Giudea non funzionava bene, al contrario di quello che accadeva in Galilea e forse lo ammettevano proprio per evidenziare una maggiore sensibilità morale presente in quella zona tanto svalutata. Nel Talmud, R. Johanan ben Zakkai maledice la Galilea in questi termini: «Galilea, Galilea, tu odi la Torah!», il che equivale a tacciarla di un'empietà imperdonabile."
Quando si definisce Gesù come ebreo della Galilea, si dovrebbe convenire che, probabilmente, per lui fu molto faticoso farsi accettare come ebreo ortodosso, e ancor più come "rabbi", maestro, dai giudei, proprio in quanto galileo. Il Vangelo di Matteo, non a caso, inizia con la geneologia di Gesù, la cui madre è della tribù di Giuda, discendente di Davide, della legittima casa reale d'Israele. I quattro vangeli canonici (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) rappresentano le uniche fonti testuali antiche che descrivono dettagliatamente la vita di Gesù, soprattutto gli ultimi anni, caratterizzati dal ministero pubblico. La nascita del moderno metodo storico-critico ha portato a esaminare criticamente i racconti evangelici, cercando di distinguerne il nucleo storico dagli aspetti leggendari e mitici. Alcuni approfondimenti, in particolare relativamente a nascita, infanzia e giovinezza di Gesù, sono presenti anche nei vangeli apocrifi. Questi particolari tuttavia non sono riconosciuti dagli studiosi come storicamente fondati, sebbene abbiano influenzato più o meno ampiamente la tradizione artistica e devozionale cristiana. La narrazione della vita e dell'insegnamento di Gesù procede nei quattro vangeli prevalentemente in modo parallelo, soprattutto tra i primi tre (Matteo, Marco, Luca) - detti per questo "sinottici" -: un certo episodio è narrato da più vangeli, solitamente con alcune variazioni, ma sono presenti anche lacune o racconti propri di un singolo evangelista. In Giovanni mancano numerosi racconti presenti nei sinottici, mentre sono presenti svariate aggiunte proprie.

Da: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore:
"...ben pochi si rendono conto che i Quattro Vangeli non solo si contraddicono l'un l'altro, ma a volte sono in violento dissidio. Per la tradizione popolare, l'origine e la nascita di Gesù sono piuttosto note. Ma in realtà i Vangeli, sui quali si basa la tradizione, sono considerevolmente più vaghi al riguardo. Solo due dei Quattro Vangeli, quello di Matteo e quello di Luca, parlano dell'origine e della nascita di Gesù, e sono in netto contrasto tra loro. Secondo Matteo, ad esempio, Gesù era un aristocratico, se non addirittura un legittimo re, disceso da Davide e da Salomone. Secondo Luca, invece, la famiglia di Gesù, benché discesa dalla casa di Davide, era un po' meno illustre; ed è sulla base del racconto di Marco che è nata la leggenda del « povero falegname ». Insomma, le due genealogie sono così nettamente discordi che potrebbero riferirsi addirittura a due personaggi diversi. Le discrepanze tra i Vangeli non sono circoscritte alla genealogia di Gesù. Secondo Luca, Gesù appena nato ricevette la visita di alcuni pastori. Secondo Matteo, ricevette l'omaggio di tre re. Secondo Luca, la famiglia di Gesù viveva a Nazareth; e di qui i suoi genitori, a causa di un censimento che la storia indica come mai avvenuto, si sarebbero recati a Betlemme, dove Gesù nacque in un'umile mangiatoia. Ma secondo Matteo i genitori di Gesù erano piuttosto benestanti e risiedevano a Betlemme; e Gesù nacque in una casa. Nella versione di Matteo, la strage degli innocenti ordinata da Erode costringe la famiglia a fuggire in Egitto, e solo al suo ritorno si stabilisce a Nazareth. Le notizie contenute in ognuna di queste cronache sono specifiche - e presumendo che il censimento avvenisse veramente - del tutto plausibili. Tuttavia queste notizie non collimano. È una contraddizione che non trova una spiegazione razionale. Non c'è assolutamente modo di correggere i due racconti contrastanti, e non c'è assolutamente modo di conciliarli. Piaccia o no, si deve ammettere che uno di questi due Vangeli ha torto, o che hanno torto tutti e due. Di fronte a una conclusione così clamorosa e inevitabile, non è possibile considerare inoppugnabili i Vangeli. Come possono essere inoppugnabili, quando si smentiscono l'un l'altro? Più si studiano i Vangeli, e più appaiono evidenti le contraddizioni tra loro. Infatti non concordano neppure sul giorno della Crocifissione. Secondo Giovanni, la Crocifissione avvenne il giorno prima della Pasqua ebraica. Secondo Marco, Luca e Matteo, avvenne il giorno dopo. I Vangeli non sono d'accordo neppure sulla personalità e il carattere di Gesù. Ognuno dipinge una figura in netto contrasto con la figura rappresentata da altri: in Luca, ad esempio, Gesù è un salvatore mite come un agnello, in Matteo è un potente e maestoso sovrano che viene a portare « non la pace ma una spada ». E vi sono altre discrepanze circa le ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce. In Matteo e Marco, queste parole sono: « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? ». In Luca: « Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno ». In Giovanni, le ultime parole di Gesù sono semplicemente : « Tutto è compiuto ». Date queste discrepanze, i Vangeli possono essere accettati solo come un'autorità molto discutibile, certo non definitiva. Non rappresentano la parola perfetta di un Dio; oppure le parole di Dio sono state abbondantemente censurate, rivedute, corrette e riscritte da mani umane. La Bibbia, dobbiamo ricordarlo - e questo vale tanto per l'Antico quanto per il Nuovo Testamento - è soltanto una selezione di opere, sotto molti aspetti piuttosto arbitraria. Infatti, potrebbe benissimo includere assai più libri e scritti di quanti ne includa in realtà. E non si può neppure sostenere che i libri mancanti siano andati « perduti ». Al contrario, furono esclusi di proposito. Nel 367 d.C. il vescovo Atanasio d'Alessandria compilò un elenco delle opere da includere nel Nuovo Testamento. L'elenco fu ratificato dal Concilio di Ippona nel 393 e successivamente dal Concilio di Cartagine, svoltosi quattro anni dopo. In questi concili fu scelta una selezione di opere. Certe furono raccolte per formare il Nuovo Testamento quale lo conosciamo oggi, mentre altre furono sprezzantemente ignorate. Come si può considerare definitivo un simile processo di selezione? Come poteva un'assise di ecclesiastici decidere infallibilmente che certi libri « appartenevano » alla Bibbia e altri no? Soprattutto quando alcuni dei libri esclusi hanno una pretesa di veridicità storica perfettamente valida? Inoltre, così com'è oggi, la Bibbia non è soltanto il prodotto di un processo selettivo più o meno arbitrario. È stata anche sottoposta a correzioni, censure e revisioni piuttosto drastiche. Nel 1958, ad esempio, il professor Morton Smith della Columbia University scoprì, in un monastero presso Gerusalemme, una lettera contenente un frammento mancante del Vangelo di Marco. Il frammento non era andato perduto. Al contrario, sembrava fosse stato volutamente soppresso per istigazione, se non addirittura per ordine diretto, del vescovo Clemente d'Alessandria, uno dei padri della Chiesa più venerati.
Clemente, a quanto pare, aveva ricevuto una lettera da un certo Teodoro, il quale si lamentava di una setta gnostica, quella dei carpocraziani. I carpocraziani, sembra, interpretavano certi passi del Vangelo di Marco secondo i loro principi: principi che non collimavano con la posizione assunta da Clemente e Teodoro. Per questo Teodoro li attaccò, e ne riferì a Clemente. Nella lettera trovata dal professor Smith, Clemente così risponde al suo discepolo: “Bene hai fatto a ridurre al silenzio gli innominabili insegnamenti dei carpocraziani. Perché essi sono le « stelle vagabonde » di cui parla la profezia, che si allontanano dalla stretta via dei comandamenti e sprofondano nell'abisso sconfinato dei peccati della carne e del corpo. Perché, gloriandosi della conoscenza, come essi dicono, delle « cose profonde di Satana », essi non sanno che così si gettano nel « mondo infero delle tenebre » della falsità e, vantandosi di essere liberi, sono divenuti schiavi di desideri servili. A costoro ci si deve opporre in ogni modo e interamente. Perché, anche se dicessero qualcosa di vero, chi ama la verità non deve, neppure in tal caso, essere d'accordo con loro. Perché non tutte le cose vere sono la verità, e la verità che sembra vera secondo le opinioni umane non dev'essere preferita alla verità vera, quella in armonia con la fede.” (1) È un'affermazione straordinaria, per un padre della Chiesa. In effetti, Clemente proclama: « Se per caso i tuoi avversari dicono la verità, devi negarla e mentire per confutarli ». Ma non è tutto. Nel brano seguente, la lettera di Clemente discute il Vangelo di Marco e l'« abuso » che secondo lui ne fanno i carpocraziani: “In quanto a Marco, dunque, durante il soggiorno di Pietro a Roma, scrisse una cronaca dei fatti del Signore, non già, tuttavia, narrandoli tutti, e neppure accennando a quelli segreti, bensì scegliendo quelli che giudicava più utili per accrescere la fede di coloro che venivano istruiti. Ma quando Pietro morì martire, Marco venne ad Alessandria, portando i suoi scritti e quelli di Pietro, e da essi trasferì nel suo libro preesistente le cose adatte a favorire il progresso verso la conoscenza [gnosis]. Egli perciò compose un Vangelo più spirituale a uso di coloro che venivano perfezionati. Tuttavia, non divulgò ancora le cose che non dovevano essere dette, né mise per iscritto gli insegnamenti gerofantici del Signore; ma alle storie già scritte altre ne aggiunse e inoltre introdusse certi detti dei quali, come mistagogo, sapeva che l'interpretazione avrebbe guidato gli ascoltatori nell'intimo santuario della verità celata dai sette [veli]. Così, insomma, egli preordinò le cose, né malvolentieri né incautamente, secondo il mio giudizio, e morendo lasciò la sua composizione alla chiesa d'Alessandria, dove è tuttora scrupolosamente custodita, e viene letta soltanto a coloro che vengono iniziati ai grandi misteri. Ma poiché i demoni immondi tramano sempre la distruzione della razza degli uomini, Carpocrate, da loro istruito e usando arti ingannevoli, a tal punto asservì un certo presbyter della chiesa d'Alessandria che ottenne da lui una copia del Vangelo segreto, e lo interpretò secondo la sua dottrina blasfema e carnale e inoltre lo inquinò, mescolando alle parole immacolate e sante menzogne spudorate.” (2) Quindi, Clemente ammette che esiste un segreto, autentico Vangelo di Marco. Poi ordina a Teodoro di negarlo: “Perciò, come ho detto più sopra, non si deve cedere a loro [i carpocraziani] , e quando propugnano le loro falsificazioni non si deve ammettere che il Vangelo segreto è di Marco, bensì lo si deve negare per giuramento. Perché « non tutto il vero dev'essere detto a tutti gli uomini ». (3) Che cos'era questo « Vangelo segreto », che Clemente ordinò al suo discepolo di ripudiare e che i carpocraziani stavano « interpretando falsamente »? Clemente risponde alla domanda includendo nella sua lettera una trascrizione del testo, parola per parola: “A te, quindi, non esiterò a rispondere a ciò che hai chiesto, confutando le falsificazioni mediante le stesse parole del Vangelo. Ad esempio, dopo « Ed essi erano per via, diretti a Gerusalemme » e ciò che segue, fino a « Dopo tre giorni egli risorgerà », [il Vangelo segreto] contiene quanto segue, parola per parola: “Ed essi giunsero a Betania, dov'era una certa donna, il cui fratello era morto. Ed ella venne, si prosternò davanti a Gesù e gli disse: "Figlio di Davide, abbi pietà di me". Ma i discepoli la rimproverarono. E Gesù, incollerito, andò con lei nel giardino dov'era la tomba, e subito dalla tomba si udì giungere un grande grido. E avvicinandosi, Gesù rimosse la pietra che chiudeva la porta del sepolcro. E subito, andando dove giaceva il giovane, tese la mano e lo fece levare, prendendolo per mano. Ma il giovane, vedendolo, subito lo amò e gli chiese di poter rimanere con lui. E uscendo dalla tomba entrarono nella casa del giovane, poiché egli era ricco. E dopo sei giorni, Gesù gli disse ciò che doveva fare, e la sera il giovane venne a lui, portando un drappo di lino sulle sue nudità. E quella notte rimase con lui, perché Gesù gli insegnò il mistero del regno di Dio. E lasciato quel luogo, ritornò sull'altra sponda del Giordano.” (4). L'episodio non appare in nessuna versione esistente del Vangelo di Marco. Nelle linee generali, tuttavia, è abbastanza familiare. Ovviamente, è la resurrezione di Lazzaro, narrata nel Quarto Vangelo, attribuito a Giovanni. Nella versione citata, però, vi sono alcune variazioni significative. Innanzitutto c'è un « grande grido » che scaturisce dalla tomba prima che Gesù rimuova la pietra o comandi al giovane di uscire. Questo indica che il giovane non era morto e smentisce l'idea di un miracolo. In secondo luogo, sembra chiaro che si tratta di qualcosa di più di quanto inducano a credere le versioni accettate dell'episodio di Lazzaro. Certamente, il passo attesta uno speciale rapporto tra l'uomo nella tomba e l'uomo che lo « risuscita ». Un lettore moderno, forse, potrebbe essere tentato di vedervi un'allusione all'omosessualità. È possibile che i carpocraziani, una setta che aspirava a trascendere i sensi mediante la soddisfazione dei sensi, vi scorgessero appunto un'allusione del genere. Ma, come afferma il professor Smith, in realtà è assai più verosimile che l'intero episodio si riferisca a una tipica iniziazione misterica: una morte e una rinascita ritualizzate e simboliche, piuttosto comuni a quel tempo nel Medio Oriente. L'importante, comunque, è che l'episodio e il passo citato più sopra non compaiono in nessuna versione moderna o accettata di Marco. Anzi, i soli riferimenti a Lazzaro o a un personaggio come Lazzaro, nel Nuovo Testamento, sono contenuti nel Vangelo attribuito a Giovanni. Appare perciò chiaro che il consiglio di Clemente fu accolto non soltanto da Teodoro, ma anche dalle autorità successive. Molto semplicemente, l'intero episodio di Lazzaro fu espunto dal Vangelo di Marco. Se il Vangelo di Marco venne epurato in modo tanto drastico, venne anche oberato di aggiunte spurie. Nella versione originale si conclude con la Crocifissione, il seppellimento e la tomba vuota. Non c'è la Resurrezione, non c'è l'incontro con i discepoli. Certo, vi sono alcune Bibbie moderne che contengono un finale più convenzionale del Vangelo di Marco, un finale che include la Resurrezione. Ma virtualmente tutti i moderni specialisti di filologia biblica concordano nel!'affermare che questo finale ampliato è un'aggiunta più tarda, risalente agli ultimi anni del II secolo e accodata al documento originale (5). Il Vangelo di Marco offre così due esempi di un documento sacro - presentato come ispirato da Dio - che è stato manomesso, modificato, censurato, riveduto e corretto da mani umane. E non si tratta di casi ipotetici. Al contrario, oggi sono accettati dagli studiosi, che li considerano dimostrabili e provati. Si può supporre, allora, che solo il Vangelo di Marco subisse alterazioni? Evidentemente, se il Vangelo di Marco venne manipolato, è ragionevole presumere che anche gli altri Vangeli abbiano subito lo stesso trattamento.
Ai fini della nostra indagine, quindi, non potevamo accettare i Vangeli come un'autorità definitiva e inoppugnabile; ma nel contempo non potevamo scartarli. Senza dubbio, non erano stati interamente « fabbricati », e fornivano alcuni dei pochi indizi accessibili circa gli eventi che accaddero in Terrasanta duemila anni fa. Perciò incominciammo a esaminarli più attentamente, a vagliarli, a dividere i fatti dalle favole, a separare la verità dalla matrice spuria nella quale tale verità era spesso incorporata. E per riuscire, innanzitutto dovemmo familiarizzarci con la realtà storica e la situazione della Terrasanta all'inizio dell'era cristiana. I Vangeli, infatti, non sono entità autonome, scaturite dal vuoto per aleggiare, eterne e universali, attraverso i secoli. Sono documenti storici come tutti gli altri: come i Rotoli del Mar Morto, le epiche di Omero e Virgilio, i romanzi del Graal. Sono prodotti di un dato luogo, di un dato tempo, di un dato popolo e di particolari fattori storici.
Note:
1) Smith, Secret Gospel, pp. 14 sgg.
2) Ibid., pp. 15 sgg.
3) Ibid.,p. 16.
4) Ibid., pp. 16 sgg. Il giovane nudo, avvolto in un drappo di lino appare più tardi in Marco 14:51-52. Quando Gesù viene tradito a Getsemani, è accompagnato da « un giovanetto... rivestito soltanto di un lenzuolo ».
5) I più antichi manoscritti delle Scritture, incluso il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus, non contengono l'attuale finale del Vangelo di Marco. In entrambi il Vangelo di Marco termina con 16:8. Entrambi risalgono al IV secolo, l'epoca in cui l'intera Bibbia fu raccolta per la prima volta in un unico volume."

6 e.v. - Sotto Ottaviano Augusto imperatore, da regno vassallo di Roma, la Giudea diventa Provincia romana, unendo insieme Giudea, Samaria e Idumea. Di quell'epoca, lo storico ebreo-romanizzato Flavio Giuseppe ci fornisce una descrizione delle "quattro scuole di pensiero", o "quattro sette" maggiori in cui si dividevano gli Ebrei durante il I secolo:
- i sadducei,
- i farisei,
- gli esseni
- la "quarta filosofia", di Giuda il Galileo, associata ai gruppi rivoluzionari antiromani come i Sicarii e gli Zeloti. Da: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore: "Nell'anno 6 d.C., quando Roma assunse il diretto controllo della Giudea, un rabbi fariseo, chiamato Giuda di Galilea, aveva creato un gruppo rivoluzionario militante, composto a quanto sembra sia da farisei che di esseni. I suoi seguaci passarono alla storia con il nome di zeloti. Gli zeloti, a stretto rigore, non erano una setta. Erano un movimento, i cui aderenti provenivano da sette diverse. Al tempo della missione di Gesù, gli zeloti avevano assunto un ruolo rilevante nelle vicende della Terrasanta. Le loro attività formavano forse il più importante sfondo politico sul quale si svolse il dramma di Gesù. Molto tempo dopo la Crocifissione, l'attività degli zeloti continuava ancora. Nel 44 d.C si era intensificata al punto che già sembrava inevitabile la lotta armata. Nel 66 d.C. scoppiò la rivolta; la Giudea insorse contro Roma. Fu un conflitto disperato, accanito ma in fondo vano, che sotto certi aspetti ricorda, poniamo l'insurrezione ungherese del 1956. Nella sola Cesarea. 20.000 Ebrei furono massacrati dai Romani. Quattro anni dopo le legioni romane occuparono Gerusalemme, la raserò al suolo e saccheggiarono il Tempio. Ma la fortezza di Masada, arroccata su una montagna, resistette ancora tre anni, al comando di un discendente diretto di Giuda di Galilea. Dopo la fine della rivolta in Giudea, vi fu un esodo massiccio di Ebrei dalla Terrasanta. Ne rimasero tuttavia abbastanza per fomentare un'altra insurrezione sessant'anni più tardi, nel 132 d.C. Finalmente, nel 135, l'imperatore Adriano ordinò che tutti gli Ebrei venissero espulsi dalla Giudea, e Gerusalemme diventò sostanzialmente una città romana, con il nome di Elia Capitolina. La vita di Gesù si svolse approssimativamente durante i primi trentacinque anni di una fase di inquietudini, disordini e rivolte che si estese per centoquaranta anni. I disordini non finirono con la sua morte, anzi continuarono per un altro secolo, e generarono il clima psicologico e culturale che accompagna inevitabilmente una sfida prolungata contro un oppressore. Di questo clima psicologico faceva parte la speranza dell'avvento di un Messia che liberasse il suo popolo dal giogo tirannico. Solo per una coincidenza storica e semantica questo termine finì per venire riferito specificatamente ed esclusivamente a Gesù. Agli occhi dei contemporanei di Gesù, un Messia non sarebbe apparso divino. Per loro, anzi, l'idea di un Messia divino sarebbe stata assurda, se non impensabile. La parola greca per Messia è Christos, « Cristo ». Il termine, sia in greco che in ebraico, significava semplicemente « l'unto », e in genere si riferiva a un re. Quindi Davide, quando fu unto re come narra l'Antico Testamento, divenne esplicitamente un « Messia » o un « Cristo ». E ogni successivo re ebreo della casa di Davide venne chiamato con lo stesso appellativo. Persino sotto l'occupazione romana della Giudea, il sommo sacerdote nominato dai Romani era chiamato « il Messia Sacerdote » o « il Cristo Sacerdote ». (Maccoby, Revolution inJudaea, p. 99). Per gli zeloti e per gli altri avversari di Roma, tuttavia, questo sacerdote-fantoccio era inevitabilmente un « falso Messia ». Per loro il « vero Messia » era qualcosa di ben diverso: il legittimo roi perdu, il discendente ignoto della casa di Davide che avrebbe liberato il suo popolo dall'oppressione romana. Durante la vita di Gesù, l'attesa di questo Messia aveva raggiunto un culmine che sconfinava nell'isteria collettiva. E l'attesa continuò anche dopo la morte di Gesù. Anzi, l'insurrezione del 66 d.C. fu istigata in gran parte dalla propaganda degli zeloti, imperniata su un Messia il cui avvento veniva annunciato come imminente. Il termine « Messia », perciò, non comportava la divinità dell'individuo così designato. A stretto rigore, non significava altro che un re unto o consacrato; per il popolo passò a significare un re consacrato che sarebbe stato anche il liberatore. In altre parole, era un termine tipicamente politico, ben diverso dalla successiva idea cristiana di un « Figlio di Dio ». E questo termine terreno e politico venne riferito a Gesù, che era chiamato « Gesù il Messia » o, in greco, « Gesù il Cristo ». Solo più tardi questa designazione divenne « Gesù Cristo », e un titolo che si riferiva esclusivamente a una funzione fu trasformato in nome proprio."

- Gli Zeloti (in ebraico: Ḳannaim) erano dunque un gruppo politico-religioso giudaico apparso all'inizio del I secolo, partigiani accaniti dell'indipendenza politica del regno ebraico, nonché difensori dell'ortodossia e dell'integralismo ebraici. Considerati dai Romani alla stregua di terroristi e criminali comuni, si ribellavano con le armi alla presenza romana in Palestina. Fondati da Giuda il Galileo, ebbero stretti rapporti con la comunità Essena di Qumran di cui furono il braccio armato. Svolsero un ruolo importante nella grande rivolta del 66-70 e la maggior parte di essi perì durante la presa di Gerusalemme da parte di Tito Flavio Vespasiano nel 70. Tra i reperti di Qumran si ritrovano le testimonianze che collegano gli Esseni ai rivoltosi Zeloti, come ad esempio il rotolo della guerra: « ... Sono divisi (gli esseni) fin dall'antichità e non seguono le pratiche nella stessa maniera, essendo ripartiti in quattro categorie. Alcuni spingono le regole fino all'estremo: si rifiutano di prendere in mano una moneta (non ebraica) asserendo che non è lecito portare, guardare e fabbricare alcuna effigie; nessuno di costoro osa perciò entrare in una città per tema di attraversare una porta sormontata da statue, essendo sacrilego passare sotto le statue. Altri udendo qualcuno discorrere di Dio e delle sue leggi, si accertano se è incirconciso, attendono che sia solo e poi lo minacciano di morte se non si lascia circoncidere; qualora non acconsenta essi non lo risparmiano, lo assassinano: è appunto da questo che hanno preso il nome di Zeloti, e da altri quello di Sicari. Altri ancora si rifiutano di dare il nome di padrone a qualsiasi persona, eccetto che a Dio solo, anche se fossero minacciati di maltrattamenti e di morte. » (Ippolito Romano, Refutatio IX, 26)
Il termine zelota, in ebraico kanai, indica una persona dotata di un zelo comportamentale nei confronti di Dio. Il termine latino deriva dalla traduzione del termine giudaico kanai in greco, cioè zelotes, che significa "emulatore", "ammiratore" o "seguace". Nel I secolo lo zelotismo va impadronendosi gradualmente delle masse urbane e ancor più di campagna, le porta al fanatismo e le conduce alla violenza dei predoni e dei Sicari, che porteranno alla catastrofe finale della prima guerra giudaica. La caduta di Gerusalemme tuttavia non segnò la fine dello zelotismo; gli ultimi Zeloti infatti, a capo dei quali c’era Eleazar ben Yair, si rifugiarono, in un estremo tentativo di resistenza, nella fortezza di Masada, a sud del deserto di Giuda, vicino al Mar Morto. Quando si videro perduti, tutti i 960 Zeloti si diedero la morte. Gli Zeloti difendevano ferocemente i precetti della Legge mosaica, così come anche lo stile di vita ebraico ed il nazionalismo israelita. In particolare gli Zeloti erano molto interessati nel difendere la Giudea dal dominio dei Romani, che venivano considerati idolatri e quindi nemici dell'ebraismo. Spesso venivano chiamati anche Sicarii, dal momento che andavano in giro con i pugnali (sicæ) nascosti sotto la cappa e che venivano utilizzati per ferire o persino uccidere chiunque fosse colto a compiere sacrilegi, atti offensivi o anche omissioni nei confronti della fede giudaica. Fonti sull'origine del movimento zelota sono le testimonianze convergenti di Giuseppe Flavio e dell'evangelista Luca: « In Gerusalemme nacque una nuova forma di banditismo, quella dei così detti sicari (Ekariots in greco), che commettevano assassini in pieno giorno nel mezzo della città. Era specialmente in occasione delle feste che essi si mescolavano alla folla, nascondevano sotto le vesti dei piccoli pugnali e con questo colpivano i loro avversari. Poi, quando questi cadevano, gli assassini si univano a coloro che esprimevano il loro orrore e recitavano così bene da essere creduti e quindi non riconoscibili » (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II - 12). Gli Zeloti hanno praticato la violenza contro i romani, i loro collaboratori ebrei ed i sadducei per aver razziato i loro approvvigionamenti e ostacolato le altre attività della causa zelota. La testimonianza dello storico ebreo sulla dottrina degli zeloti è interessante: « Giuda il Galileo introdusse una quarta setta i cui membri sono in tutto d'accordo con i Farisei, eccetto un invincibile amore per la libertà che fa loro accettare solo Dio come signore e padrone. Essi disprezzano i diversi tipi di morte e i supplizi dei loro parenti e non chiamano nessun uomo signore. » (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, XVIII, 23). È facile desumere da qui che lo zelotismo era un fariseismo estremo, che coinvolgeva il piano politico assieme a quello religioso per il fatto di non obbedire ad altri che a Dio.

GLI ZELOTI, COMBATTENTI MESSIANISTI E I GIUDAICO-CRISTIANI, EBREI MESSIANICI - I termini che indicavano gli zeloti, i combattenti messianisti (chrestianoi in greco) sono:
- in ebraico: Qanana (Cananei) e Bariona,
- in greco: Zelotes e Lestes,
- in latino: SicariiLatrones e Galilaei (Sicari, Ladroni e Galilei).
Si presenta piuttosto articolata la questione circa il coinvolgimento di alcuni apostoli di Gesù negli zeloti o sicarii:
Giuda detto Iscariota, nel caso fosse vera l'equivalenza tra Iscariota e Sicario,
Simone detto Pietro nel caso fosse correttamente attributo il soprannome di Bariona,
Simone il Cananeo chiamato sempre Simone lo Zelota nel Vangelo di Luca, per distinguerlo da Simone Pietro. Interpretando un passo del vangelo di Luca nel quale Giacomo di Zebedeo e suo fratello Giovanni chiedono a Gesù il permesso di incendiare un villaggio di samaritani dal quale il Cristo e i suoi seguaci erano stati respinti, lasciando intendere fosse quella la norma di comportamento (atteggiamento che si discosta dalla visione odierna di Cristo e i suoi Apostoli, più vicina invece all'idea che ancora è rimasta per gli Zeloti e gli Esseni e la parola “sicario” ad essi associata e tuttora in uso). Negli Atti degli Apostoli, il fariseo Gamaliele, accomuna la situazione degli apostoli appena arrestati alla storia di due capi zeloti, Giuda il Galileo e Teuda: Atti 5,33-39. Secondo gli studi di Eisemann sembrerebbe, ma non è certo, che l'elemento zelota nell'originale gruppo di apostoli sia stato mascherato e sovrascritto per dar modo alla Chiesa cristiana di Paolo di Tarso di assimilarsi all'elemento romano e di far proseliti tra i gentili. Universalmente riconosciuto come zelota da ambienti ecclesiastici e accademici è Simone il Cananeo.
Altre sette emersero in questo periodo, come i primi Cristiani a Gerusalemme ed i Terapeuti in Egitto.
Secondo il “De vita contemplativa” di Filone, i Terapeuti furono una comunità religiosa giudaica avente la sua sede principale presso il lago Mareotide, nelle vicinanze di Alessandria d'Egitto e vivente secondo norme che Filone descrive ed esalta come esempio "vita contemplativa".

Da: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore: "La Terrasanta, al tempo di Gesù, ospitava un numero sbalorditivo di gruppi, fazioni, sette e sottosette. Nei Vangeli ne sono citati soltanto due, i farisei e i sadducei, ed entrambi vengono presentati in modo negativo. Tuttavia, il ruolo di malvagi sarebbe stato adatto soltanto ai sadducei, che collaboravano con l'amministrazione romana. I farisei erano fermamente ostili a Roma, e lo stesso Gesù, se anche non era fariseo, si comportava sostanzialmente secondo la loro tradizione. Per accattivarsi il pubblico romanizzato, i Vangeli erano costretti a scagionare Roma e ad accusare gli Ebrei. Questo spiega perché i farisei furono calunniati, e stigmatizzati insieme ai loro compatrioti veramente colpevoli, i sadducei. Ma perché nei Vangeli non vengono mai nominati gli zeloti, i « combattenti della libertà » nazionalisti e rivoluzionari che un pubblico romano avrebbe visto ben volentieri nella parte dei malvagi? Sembrerebbe che non esista una spiegazione per la loro apparente esclusione dai Vangeli, a meno che Gesù fosse legato a loro tanto strettamente che il legame non poteva venire rinnegato ma semplicemente « dimenticato » e quindi nascosto. Come afferma il professor Brandon: « II silenzio dei Vangeli circa gli zeloti... deve indicare sicuramente una relazione, tra Gesù e questi patrioti, che gli evangelisti preferirono non rivelare ». (Brandon, Jesus and the Zealots, p. 327. Cfr. inoltre Vermes, Jesus the Jew, p. 50: « Zelota o no, Gesù fu indubbiamente accusato, giudicato e condannato come se lo fosse »). Qualunque fosse il possibile rapporto tra Gesù e gli zeloti, senza dubbio venne crocifisso come uno di loro. Anzi, i due uomini che furono crocifìssi con lui sono esplicitamente qualificati come lestai, il termine usato dai Romani per indicare gli zeloti. È dubbio che Gesù fosse veramente uno zelota. Tuttavia nei Vangeli, in certi momenti, da prova di un militarismo aggressivo paragonabile al loro. In un passato tanto famoso quanto imbarazzante, egli annuncia che è venuto « non per portare la pace, bensì una spada ». Nel Vangelo di Luca, esorta i suoi seguaci che non hanno una spada a procurarsene una (Luca 22:36); e poi, personalmente, accerta e approva che siano armati dopo la cena pasquale (Luca 22:38). Nel Quarto Vangelo, Simon Pietro porta in effetti una spada, quando Gesù viene arrestato. È difficile conciliare queste indicazioni con l'immagine convenzionale di un salvatore mite e pacifista. Questo salvatore avrebbe approvato le armi, soprattutto se a portarle fosse stato uno dei suoi discepoli prediletti, quello sul quale avrebbe fondato la sua Chiesa? Se Gesù non era uno zelota, i Vangeli - quasi contro le loro intenzioni, si direbbe - rivelano e confermano i suoi legami con quella fazione militante. La testimonianza che associa Barabba a Gesù è convincente; e anche Barabba viene descritto come un lestes. Giacomo, Giovanni e Simon Pietro hanno tutti appellativi che potrebbero alludere obliquamente a simpatie per gli zeloti, se non a una regolare militanza. Secondo vari autori moderni, Giuda Iscariota deriva da « Giuda il Sicario », e « sicari » era un altro termine usato per indicare gli zeloti, ed era intercambiabile con lestai. Anzi, sembra che i sicari formassero un'elite nei ranghi degli zeloti, un corpo d'assalto di professionisti dell'assassinio politico. E c'è il discepolo conosciuto come Simone. Nella versione greca di Marco, Simone è chiamato Kananaios, una translitterazione greca della parola aramaica che significa zelota. Nella versione inglese della Bibbia di re Giacomo, la parola greca è tradotta in modo errato, e Simone vi appare come « Simone il Cananeo ». Ma il Vangelo di Luca non lascia adito a dubbi. Simone è chiaramente identificato come uno zelota, e persino la Bibbia di re Giacomo lo presenta come « Simone lo Zelota ». Sembra quindi incontestabile che Gesù avesse almeno uno zelota tra i suoi seguaci. Se l'assenza - o meglio, l'apparente assenza - degli zeloti nei Vangeli è sorprendente, lo è anche quella degli esseni. Nella Terrasanta del tempo di Gesù, gli esseni costituivano una setta importante quanto i farisei e i sadducei, ed è inconcepibile che Gesù non venisse in contatto con loro. Anzi, a giudicare dal modo in cui viene presentato, Giovanni Battista sembra un esseno. L'omissione di ogni riferimento agli esseni appare dettata dalle stesse ragioni che imposero l'omissione di tutti i riferimenti agli zeloti. Insomma, i legami tra Gesù e gli esseni, come quelli con gli zeloti, erano probabilmente troppo stretti e troppo noti perché fosse possibile smentirli. Si poteva soltanto sorvolare e nasconderli...
...Presa nel suo insieme, la raccolta di Nag Hammadi costituisce un repertorio inestimabile di documenti protocristiani, alcuni dei quali possono vantare un'autorità eguale a quella dei Vangeli. E c'è di più: alcuni di questi documenti possono rivendicare una veridicità assolutamente unica. Innanzi tutto, sfuggirono alla censura e alle revisioni dell'ortodossia romana. In secondo luogo, erano stati composti per un pubblico egiziano e non romano, e quindi non sono alterati e modificati in senso filoromano. Infine, è possibile che si basino su fonti di prima mano o su testimonianze oculari, ad esempio su racconti orali di Ebrei fuggiti dalla Terra-santa, che forse avevano conosciuto personalmente Gesù e potevano dare la loro versione con una fedeltà storica che i Vangeli non potevano permettersi di rispettare. Non è sorprendente che i Rotoli di Nag Hammadi contengano parecchi passi ostili all'ortodossia e ai « seguaci del messaggio ». In un codice non datato, il Secondo trattato del Grande Seth, ad esempio, Gesù viene presentato esattamente come nell'eresia di Basilide: sfugge alla morte sulla croce grazie a un'ingegnosa sostituzione. Nel passo che riportiamo. Gesù parla in prima persona: “Io non soccombetti a loro come essi intendevano... E non morii in realtà ma solo in apparenza, perché essi non gettassero vergogna su di me... Perché la mia morte, che essi credono avvenisse [avvenne] a loro, nel loro errore e cecità, poiché inchiodarono a morire il loro uomo... Fu un altro, il loro padre, che bevve il fiele e l'aceto; non fui io. Essi mi percossero con la canna; fu un altro, Simone, che portò la croce sulle spalle. Fu un altro, colui al quale imposero la corona di spine... E io ridevo della loro ignoranza.”(22). Con coerenza convincente, altre opere della raccolta di Nag Hammadi attestano un dissidio accanito e protratto fra Pietro e la Maddalena: un dissidio che sembra rispecchiare uno scisma tra i « seguaci del messaggio » e i seguaci della stirpe. Nel Vangelo di Maria, Pietro si rivolge alla Maddalena con queste parole: « Sorella, noi sappiamo che il Salvatore ti amava più di ogni altra donna. Rivelaci le parole del Salvatore che tu ricordi... che tu conosci e che noi non conosciamo ».(23) Più tardi, Pietro chiede indignato agli altri discepoli: « Davvero egli parlava privatamente a una donna e non apertamente a noi? Dobbiamo tutti volgerci ad ascoltarla? La preferiva a noi? ».(24) E ancora più avanti, uno dei discepoli risponde a Pietro: « Sicuramente il Salvatore la conosce molto bene. Per questo l'amava più di noi. » (25)
Nel Vangelo di Filippo, la ragione del dissidio appare evidente. Ad esempio, ricorre con insistenza l'immagine della camera nuziale. Secondo il Vangelo di Filippo, « il Signore fece tutto in un mistero, un battesimo e una cresima e un'eucarestia e una redenzione e una camera nuziale ».(26) Certo, la camera nuziale, a prima vista, può sembrare simbolica o allegorica. Ma il Vangelo di Filippo è più esplicito: « Vi erano tre che camminavano sempre con il Signore: Maria sua madre, e la sorella di questa, e Maddalena, colei che era chiamata la sua compagna ».(27) Secondo un filologo, la parola « compagna » deve essere tradotta « sposa ».(28) I motivi per farlo ci sono, perché il Vangelo di Filippo diventa più esplicito ancora:
E la compagna del Salvatore è Maria Maddalena. Ma Cristo l'amava più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca. Gli altri discepoli erano offesi ed esprimevano disapprovazione. Gli dissero: « Perché tu l'ami più di tutti noi? ». E il Salvatore rispose: « Perché non amo voi come amo lei? ».(29)
Il Vangelo di Filippo spiega: « Non temete la carne e non amatela. Se la temete, vi dominerà. Se l'amate, vi inghiottirà e vi paralizzerà ».(30) In un altro punto, questa elaborazione viene tradotta in termini concreti: « Grande è il mistero del matrimonio! Perché senza di esso il mondo non sarebbe esistito. Ora, l'esistenza del mondo dipende dall'uomo, e l'esistenza dell'uomo dal matrimonio ».(31) E verso la conclusione dello stesso Vangelo di Filippo c'è questa affermazione: « Vi è il Figlio dell'uomo e vi è il figlio del Figlio dell'uomo. Il Signore è il Figlio dell'uomo, e il figlio del Figlio dell'uomo è colui che è creato tramite il Figlio dell'uomo ».(32)
Note:
21 Pagels, Gnostic Gospels, pp. xvi sgg. Trad. it. I Vangeli gnostici, a cura di Luigi Moraldi, Milano 1981.
22 The Second Treatise of the Great Seth, in Robinson, J., Nag Hammadi Library
in English, p. 332.
23 The Gospel of Mary, in Robinson, J., Nag Hammadi Library in English, p. 472.
24 Ibid., p. 473
25 Ibid.
26 The Gospel of Philip, in Robinson, J., Nag Hammadi Library in English, p. 140.
27 Ibid.,pp. 135sgg.
28 Phipps, Was Jesus Married?, pp.136 sgg.
29 The Gospel of Philip, in Robinson, J., Nag Hammadi Library in English, p. 138.
30 Ibid., p. 139.
31 Ibid.
32 Ibid., p. 148."

LE PIU' ANTICHE SCRITTURE IN MERITO A GESU' - Il Vangelo secondo Marco è il più antico dei quattro vangeli canonici del Nuovo Testamento. Molti studiosi moderni oggi concordano sul fatto che sia stato il primo ad essere scritto, per poi essere usato come fonte per gli altri due vangeli sinottici (i vangeli secondo Matteo e secondo Luca). Si tratta di un testo in lingua greca di autore anonimo, che l'antica tradizione cristiana attribuisce a Marco evangelista, anche noto come Giovanni Marco, cugino di Barnaba apostolo. Tale attribuzione trova riscontro anche in altri indizi che sembrano confermare che l'autore fosse un discepolo di Pietro apostolo: « Anche questo il presbitero era solito dire. Marco, che fu interprete di Pietro, scrisse con cura, ma non in ordine, ciò che ricordava dei detti e delle azioni del Signore. Poiché egli non aveva ascoltato il Signore né era stato uno dei suoi seguaci, ma successivamente, come ho detto, uno di Pietro. Pietro adattava i propri insegnamenti all'occasione, senza preparare un arrangiamento sistematico dei detti del Signore, cosicché Marco fu giustificato a scrivere alcune delle cose come le ricordava. Poiché egli aveva un solo scopo, non tralasciare nulla di quanto aveva ascoltato e di non scrivere nulla di errato. » (Papia, citato in Eusebio di Cesarea Storia ecclesiastica, 3.39.15). Papia, che fu vescovo di Gerapoli, citato da Eusebio, testimonia che Pietro predicò a Roma all’inizio del regno di Claudio (42), e che i suoi ascoltatori chiesero a Marco che mettesse per iscritto gli insegnamenti che avevano ascoltato a voce. Eusebio aggiunge che l’episodio è raccontato da Clemente nel VI libro delle Ipotiposi. Per il teologo tedesco Willibald Bosen, il fatto che in Marco il Sommo Sacerdote Caifa non sia mai chiamato per nome lascia supporre che "fosse ancora in carica all'epoca della stesura del racconto". Un fatto che non è sfuggito al biblista Rudolph Pesch, che definisce questa parte del vangelo come "premarciana", in quanto scritta pochi anni dopo la morte di Gesù. Il biblista francese Jean Carmignac, analizzando nelle lingue semitiche il problema sinottico, considera il testo greco di Marco una traduzione di un Vangelo redatto in ebraico o aramaico da Pietro. L'originale viene datato intorno al 42-45 e la traduzione, cioè l'attuale testo di Marco, tra l'anno 50 e non oltre il 63.
Il cristogramma ICHTHYS che
in greco significa "pesce"
adottato dai paleo-cristiani
a Roma.
Una possibile conferma al fatto che il vangelo di Marco sia precedente al 70 sarebbe data dalla conoscenza che di esso sembra avere Petronio nel "Satyricon", scritto nel 64/65. Il filologo tedesco Erwin Preuschen avanzò delle ipotesi concernenti possibili legami fra il Vangelo di Marco e il "Satyricon" di Petronio, riferendosi in particolare all'episodio della matrona efesina. Diverse sarebbero le analogie riscontrate: oltre all'episodio della crocifissione contenuto nella novella della matrona di Efeso, agli accenni alla resurrezione e all'eucarestia sparsi nel testo, spicca fra gli altri il legame fra l'unzione di Betania e l'unzione compiuta con un'ampolla di nardo da parte di Trimalcione, uno dei protagonisti dell'opera di Petronio. In particolare, lo strano carattere funebre che la cena di Trimalcione a un certo punto assume, rivelerebbe un intento parodistico che si inquadrerebbe nel clima persecutorio nei confronti dei cristiani, tipico degli anni di composizione del "Satyricon", che sono gli stessi in cui si verifica la persecuzione di Nerone (di cui Petronio è consigliere).
Nonostante alcuni studiosi sostengano che il primo manoscritto evangelico fosse redatto inizialmente in aramaico, il linguaggio parlato da Gesù, oggi l'interpretazione maggiormente diffusa vuole Marco come un vangelo di origine ellenistica, e cioè trascritto principalmente per degli ascoltatori parlanti una lingua greca antica semplice e residenti nell'Impero romano.

I RAPPORTI FRA I FARISEI E I GIUDAICO-CRISTIANI - Nella sua Lettera ai Filippesi, Paolo di Tarso asserisce che dei cambiamenti si erano verificati nelle sette liturgiche della diaspora, identificandosi tuttavia ancora come "giudeo" o "ebreo", « circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge » (Filippesi 3:5), ed esistono inoltre numerosi riferimenti nel Nuovo Testamento a Paolo di Tarso come Fariseo prima della sua conversione al cristianesimo. La relazione tra primo cristianesimo ed i farisei non è stata sempre ostile: per esempio Gamaliele viene spesso citato quale leader farisaico favorevole ai cristiani. Gli autori dei Vangeli presentano Gesù come duro contestatore di alcuni Farisei e altri appaiono coinvolti in conflitti con Giovanni Battista e con Gesù, nonché con Nicodemo il Fariseo (Giovanni 3:1) che, insieme a Giuseppe d'Arimatea, aiutò a deporre il corpo di Gesù nella tomba (19,39-42) a grande rischio personale. Gamaliele, il rinomato rabbino e difensore degli apostoli, era anch'egli un fariseo e, secondo alcune tradizioni cristiane, si convertì segretamente al cristianesimo. Il Nuovo Testamento, particolarmente i Vangeli sinottici, presenta la dirigenza dei farisei come ossessionata da regole artificiali (in particolare in materia di purezza), mentre Gesù è più interessato all'amore di Dio; i farisei disprezzano i peccatori mentre Gesù li cerca. Il Vangelo di Giovanni, che è l'unico vangelo in cui è menzionato Nicodemo, ritrae la setta come divisa e disposta a discutere. Flavio Giuseppe afferma che i farisei erano "severi" osservatori della legge, probabilmente con il significato di "più precisi"; è più esatto dire che fossero legalistici in un modo diverso. A causa delle frequenti rappresentazioni nel Nuovo Testamento dei farisei come attaccati alle regole e boriosi, la parola "fariseo" (e suoi derivati) è entrata in uso quasi comune a descrivere una persona ipocrita e arrogante, che pone la lettera della legge prima dello spirito.
Farisei visti dai cristiani non ebrei.
Ad oggi quindi il termine Fariseo nel linguaggio parlato non denota più un membro della setta religiosa ebraica, ma piuttosto una persona falsa, cattedratica, che guarda più alla forma delle proprie azioni e di quelle degli altri piuttosto che alla loro sostanza. La connotazione fortemente negativa del termine deriva principalmente dal fatto che Gesù usava spesso rimproverare i Farisei e inveire contro il loro comportamento (sebbene Gesù fosse anche stato ospitato a pranzare da uno di loro, in quanto essi si consideravano essere i "maestri della Legge"; in secondo luogo, ciò deriva anche dalle lotte interne di gruppi e sette giudaiche esistite in contemporanea con quella dei farisei (tra cui i giudeo-cristiani) e che sarebbero state soppresse solo dopo la rivolta di Bar Kokheba. Gli Ebrei di oggi, che sono fedeli all'ebraismo farisaico, tipicamente lo trovano insultante e alcuni considerano l'uso della parola come antisemita. Alcuni hanno ipotizzato che Gesù stesso fosse un fariseo e che i suoi argomenti coi farisei erano un segno di inclusione piuttosto che di fondamentale conflitto (il dibattito e la disputa erano modalità narrative dominanti usate nel Talmud come ricerca della verità e non necessariamente un segno di opposizione o ostilità). L'enfasi di Gesù ad amare il prossimo (si veda il Comandamento dell'amore), per esempio, fa eco all'insegnamento della scuola di Hillel. Le opinioni di Gesù sul divorzio (Matteo 5), tuttavia, sono più vicine a quelle della scuola di Shammai, un altro fariseo.
Altri sostengono che il ritratto dei Farisei nel Nuovo Testamento sia una caricatura anacronistica. Sebbene una minoranza di studiosi seguano l'Ipotesi agostiniana per il problema sinottico, la maggior parte dei biblisti datano la composizione dei vangeli cristiani tra il 70 e il 100 e.v., nel tempo dopo che il cristianesimo si era separato dal giudaismo (e dopo che farisaismo era emerso come la forma dominante). Piuttosto che un resoconto accurato delle relazioni di Gesù coi farisei e altri leader ebrei, questo punto di vista sostiene che i Vangeli riflettano invece la competizione e il conflitto tra primi Cristiani e Farisei per la guida degli Ebrei, o rappresenti i tentativi dei cristiani di defilarsi dagli ebrei al fine di presentarsi in una luce più favorevole (e benigna) ai romani e agli altri pagani, rendendoli quindi una fonte tendenziosa in merito al comportamento dei farisei. Esempi di passi controversi sono la storia di Gesù che dichiara perdonati i peccati di un uomo paralitico ed i farisei che chiamano tale azione una bestemmia (Marco 2). Nella storia, Gesù ribatte l'accusa di non avere il potere di perdonare i peccati e quindi li perdona, guarendo l'uomo. I cristiani interpretano la parabola del paralitico come dimostrazione che gli insegnamenti "costruiti" dai farisei avevano così "accecato i loro occhi" e "indurito i loro cuori", da farli perseverare nel rifiuto (a differenza delle folle) di accreditare la sua autorità. Di conseguenza, il Nuovo Testamento descrive Gesù che affronta quella che egli reputa essere una saccenteria sentenziosa non-scritturale dei farisei in merito al peccato, alla infermità e alla malattia. Alcuni storici tuttavia notano che le azioni di Gesù siano in verità simili e consistenti con le credenze e pratiche ebraiche del tempo, come riportate dai rabbini, che comunemente associano la malattia al peccato e la guarigione al perdono. Gli ebrei (secondo E. P. Sanders) respingono l'idea neotestamentaria che la guarigione sia stata criticata o disapprovata dai farisei, poiché non esiste fonte rabbinica che metta in questione o condanni tale pratica. Un'altra argomentazione asserisce che, secondo il Nuovo Testamento, i farisei volessero punire Gesù per aver guarito la "mano inaridita" di un uomo durante lo Shabbat (Marco 3), ma nessuna regola rabbinica è stata trovata secondo cui Gesù avrebbe violato lo Shabbat. Alcuni biblisti credono che quei passi del Nuovo Testamento che appaiono più ostili contro i farisei, siano stati scritti dopo la distruzione del Tempio di Erode nel 70 e.v.

50 e.v. Primo concilio dei Cristiani a Gerusalemme. Il cristianesimo delle origini si presenta con il duplice aspetto di Giudeo-cristianesimo ed Etno-cristianesimo (o Cristianesimo dei Gentili, non Ebrei), come si desume dai racconti degli Atti di Luca e da alcune lettere di Paolo (come la Lettera ai Galati e le lettere ai Corinzi). Tuttavia mostra che le due anime convivono senza alcuna scissione e di avere raggiunta una formula di concordia con il Primo Concilio di Gerusalemme (Atti 15). I cristiani assunsero dal Giudaismo le sue Sacre scritture tradotte in greco ellenistico lette non nella maniera degli ebrei (anche a causa della prevalente origine greco-romana della maggioranza dei primi adepti), dottrine fondamentali come il monoteismo, la fede in un messia o cristo, forme del culto (incluso il sacerdozio), concetti di luoghi e tempi sacri, l'idea che il culto debba essere modellato secondo il modello celeste, l'uso dei Salmi nelle preghiere comuni. Il concilio di Gerusalemme fu un'importante riunione delle cosiddette colonne della chiesa cristiana del periodo apostolico ed ebbe luogo intorno al 50 e.v. (d.C.). Fra la Chiesa di Gerusalemme e Paolo di Tarso si giunse all'accordo ufficiale sulla ripartizione delle missioni:
- i gerosolimitani (i seguaci di Giacomo il Minore "fratello del Signore") e Pietro per i giudeo-cristiani circoncisi e
- Paolo per i gentili (non ebrei) provenienti dal paganesimo.
Il Concilio viene presieduto da Giacomo il Minore e da Pietro, quest'ultimo dopo un'accesa disputa tra le diverse fazioni:
- una che avrebbe voluto imporre la legge mosaica ai pagani convertiti e
- l'altra che considerava questa proposta iniqua e richiamò così tutto il collegio a rispettare la volontà di Dio, chiaramente manifestatasi in occasione della sua visita a Cornelio, dove lo Spirito Santo era disceso anche sui pagani non facendo «alcuna distinzione di persone».
Dopo Pietro intervennero Paolo e Barnaba, i più attivi evangelizzatori dei Gentili. Infine prese la parola anche Giacomo il Minore detto anche il Giusto, fratello di Gesù, capo della Chiesa di Gerusalemme (probabilmente, in un primo tempo, il leader di quanti volevano imporre la legge mosaica, come traspare anche nella lettera di S. Paolo ai Galati) che, richiamandosi a Pietro, aggiunse la proposta di una soluzione di compromesso che prevedeva la prescrizione ai pagani convertiti di pochi divieti tra cui l'astensione dal nutrirsi di cibi immondi e dalla fornicazione.
Gli Atti degli Apostoli e la Lettera ai Galati presentano, da due punti di vista diversi, il primo problema dottrinale del cristianesimo nascente, che in sintesi può essere così espresso:
- Il cristianesimo è solo una filiazione, un ramo del giudaismo? Oppure è qualcosa di diverso, di discontinuo con la tradizione giudaica? (e dunque è qualcosa di nuovo).
- Di conseguenza, il cristianesimo è riservato a chi è divenuto un proselita del giudaismo? Oppure è possibile essere seguaci di Cristo senza osservare i rituali e le tradizioni della fede giudaica? Cioè per essere cristiani bisogna prima essere ebrei, oppure possono diventare cristiani anche i non ebrei?
È evidente che dalla risposta ai quesiti dipende l'universalità del messaggio di Cristo. E ancora:
- se un cristiano doveva essere circonciso, allora il sacrificio di Cristo perdeva di valore e la redenzione veniva drasticamente ridotta di significato e subordinata all'osservanza della Legge. Non si trattava più di Grazia ma del risultato delle opere legalistiche dell'uomo. Non si trattava del mettere in atto l'etica cristiana, ma del concetto che portava a ritenere opere meritorie quelle che attenevano ai rituali ed ai cerimoniali dell'ebraismo. Quando Pietro ritornò da Ioppe a Gerusalemme, venne contestato dai Cristiani "circoncisi" (Atti 11:1-3) per il fatto di essere entrato in casa di pagani incirconcisi, e questo dimostra il persistere della diffidenza nei confronti degli esterni al mondo giudaico; pur tuttavia questi si rallegrarono quando egli spiegò loro che quelli avevano ricevuto la stessa Grazia e la stessa benedizione.
Paolo di Tarso riferisce (Lettera ai Galati, 2) di un episodio avvenuto ad Antiochia nel corso di una visita di Pietro che, mentre prima manifestava comunione con i credenti gentili, appena arrivarono da Gerusalemme quelli provenienti da Giacomo, si intimorì e se ne stette in disparte provocando infine la dura reazione di Paolo. Nello stesso capitolo Paolo definisce Pietro apostolo dei circoncisi se stesso quello degli incirconcisi, intendendo con ciò una vocazione più etnica che religiosa. Questo «scontro» tra Pietro e Paolo manifesta una dialettica interna alla Chiesa nascente, che andava necessariamente chiarita.
Il concilio di Gerusalemme evidenzia chiaramente che tutta la problematica non nasceva da posizioni preconcette degli apostoli (che pur c'erano), ma era frutto del massiccio ingresso di Farisei convertiti nella comunità paleocristiana di Gerusalemme (Atti 15:5).
L'intransigenza tipica dei Farisei provocava e manteneva viva la diatriba. Proprio alcuni di essi erano andati ad Antiochia, ambiente “sospetto” perché ellenista, per fare opera di proselitismo tra i credenti perché si circoncidessero; erano stati ancora loro a far recedere Pietro dall'aver comunione con i credenti non circoncisi quando questi si recò in visita nella fiorente comunità; e fu sempre loro la richiesta di circoncidere tutti quelli che avevano accompagnato Paolo e Barnaba venuti da Antiochia a Gerusalemme proprio per discutere del serio problema dell'obbligatorietà o meno della circoncisione per i cristiani.
La Giudea con le sue città nel 62 p.e.v. (a.C.)
Lo svolgimento del dibattito, pur nella sintetica relazione lucana, (Luca evangelista, Antiochia di Siria, 10 circa - Tebe?, 93 circa, venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che ne ammettono il culto, è autore del Vangelo secondo Luca e degli Atti degli Apostoli, il terzo ed il quinto libro del Nuovo Testamento) evidenzia tutto questo e dimostra inoltre come la comunità di Gerusalemme avesse una conduzione collegiale. E Pietro, pur sempre pronto a parlare per primo, non fosse comunque colui che tirava le somme o le conclusioni, cosa che invece faceva Giacomo. La formula di concordia del concilio di Gerusalemme di Atti 15 dimostra, comunque, che il problema venne superato solo in parte, perché di fatto una divisione rimase e ne troviamo traccia nella maggior parte delle Lettere di San Paolo, nelle quali risalta la sua continua lotta contro le problematiche create nelle Chiese dai giudaico-cristiani che, in quanto ebrei, volevano salvaguardare la Legge ebraica. Ma l'osservanza di tale legge prevedeva implicazioni poco desiderabili. A Roma infatti, si assistette alla conversione al giudaismo di parecchi romani, soprattutto donne, poiché la pratica della circoncisione scoraggiava le adesioni maschili.
Successivamente, passati gli apostoli, la Chiesa lentamente si organizzò attorno ai cinque patriarcati di Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.

Papati o patriarcati cristiani e sedi di concili.

Mentre la chiesa paleo-cristiana si avviava verso una crescita inarrestabile, probabilmente segno di un'etica ed una morale collettiva in evoluzione, sensibile al "messaggio d'Amore" di Gesù, messaggio che comunque rimarrà estraneo nelle dinamiche del potere all'interno della chiesa stessa, resta centrale capire quale fosse il disegno, se a sfondo politico o meramente religioso, che aveva in mente il riferimento massimo del cristianesimo: Gesù.

Da: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore.
Il Vangelo di Matteo dichiara esplicitamente che Gesù era di sangue reale: un re autentico, discendente diretto di Salomone e di Davide. Se questo è vero, avrebbe avuto un diritto legittimo sul trono della Palestina unita: forse l'unico diritto legittimo. E l'iscrizione affissa sulla croce sarebbe stata qualcosa di più di una beffa sadica, perché Gesù sarebbe stato veramente il « Re dei Giudei ». La sua posizione, sotto molti aspetti, sarebbe stata analoga a quella, poniamo, del « Bonnie Prince Charlie », lo Stuart pretendente al trono d'Inghilterra, nel 1745. E quindi avrebbe suscitato l'opposizione che suscitò appunto a causa del suo ruolo: il ruolo di un re-sacerdote che forse avrebbe potuto unificare il suo paese e il popolo ebreo, e che quindi costituiva una grave minaccia per Erode e per Roma.
Certi studiosi biblici moderni hanno sostenuto che la famosa « strage degli innocenti » perpetrata da Erode non avvenne mai. E anche se avvenne, non ebbe probabilmente le dimensioni sensazionali e spaventose che le attribuiscono i Vangeli e la tradizione più tarda. Tuttavia, il fatto stesso che l'episodio sia stato tramandato sembra attestare qualcosa: un timore autentico da parte di Erode, la paura di venire spodestato. Certo, Erode era un sovrano estremamente insicuro, odiato dai sudditi e tenuto al potere soltanto dalle coorti romane. Ma per quanto fosse precaria la sua posizione, non poteva essere realisticamente minacciata dalle voci sull'avvento di un salvatore mistico o spirituale: voci che del resto a quel tempo circolavano già in Terrasanta. Se Erode era veramente preoccupato, poteva solo esserlo a causa di una minaccia politica concreta: la minaccia rappresentata da un uomo che aveva pretese al trono più legittime delle sue, e che poteva assicurarsi un vasto appoggio popolare. Forse la « strage degli innocenti » non avvenne, ma le tradizioni che ne parlano rispecchiano una preoccupazione da parte di Erode, un timore nei confronti di una pretesa, una rivendicazione e con ogni probabilità anche un'azione che mirava a prevenirla o a precluderla. La pretesa poteva avere soltanto un carattere politico. E in tal caso doveva essere presa sul serio.
Suggerire che Gesù avesse questa pretesa legittima, naturalmente, significa contrastare l'immagine popolare del « povero falegname di Nazareth ». Ma vi sono motivi convincenti per farlo. Innanzitutto, non è sicuramente certo che Gesù fosse di Nazareth. « Gesù di Nazareth » è infatti una forma corrotta o una traduzione errata di « Gesù il Nazorita », « Gesù il Nazireo » o forse « Gesù di Genesareth ». In secondo luogo, è molto dubbio che il villaggio di Nazareth esistesse ai tempi di Gesù. Non figura nelle mappe e nei documenti romani. Non è menzionato nel Talmud. Non è menzionato, e tanto meno è associato a Gesù, negli scritti di San Paolo che dopotutto furono composti prima dei Vangeli. E Giuseppe Flavio, il più importante cronista di quel periodo, che comandò contingenti di truppe in Galilea ed elencò i centri della provincia, non parla di Nazareth. Sembra, quindi, che Nazareth abbia incominciato a esistere dopo l'insurrezione del 68-74 d.C., e che il nome di Gesù vi sia stato associato in seguito alla confusione semantica, casuale o voluta, che caratterizza gran parte del Nuovo Testamento.
Indipendentemente dal fatto che fosse o no « di Nazareth », niente indica che Gesù fosse « un povero falegname ». (17)
Non è certo così che ce lo presentano i Vangeli. Anzi, la loro testimonianza fa pensare il contrario. Gesù ci appare istruito; si direbbe che abbia studiato per diventare rabbi, e che abbia frequentato personaggi ricchi e influenti non meno della povera gente: basta ricordare ad esempio Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. E le nozze di Cana sembrano confermare la posizione sociale di Gesù.
Le nozze non appaiono affatto come una festa umile e modesta di « gente comune ». Al contrario, presentano tutte le caratteristiche di un sontuoso matrimonio aristocratico in grande stile, al quale sono invitati ospiti a centinaia. Ad esempio, vi sono molti servitori che si affrettano ad obbedire a Maria e a Gesù. C'è un « maestro di tavola » o « maestro di cerimonia », che nel contesto sarebbe stato una specie di sovrintendente o capo maggiordomo o forse addirittura un aristocratico. Chiaramente, il vino scorre a fiumi. Quando Gesù « trasmuta » l'acqua in vino, produce - secondo la « Bibbia della Buona Novella » - non meno di seicento litri, più di ottocento bottiglie! E questo va ad aggiungersi a tutto il vino che è già stato bevuto.
Tutto considerato, le nozze di Cana appaiono come una sontuosa cerimonia della piccola nobiltà o dell'aristocrazia. Anche se non furono le nozze di Gesù, la sua presenza e quella di sua madre indicherebbero che appartenevano alla stessa casta. Soltanto questo può spiegare perché i servi obbediscono ai loro ordini.
Se Gesù era aristocratico e se era sposato con la Maddalena, è probabile che anche lei fosse di elevata estrazione sociale. E infatti sembra esserlo. Come abbiamo visto, tra le sue amiche figurava la moglie di un alto funzionario della corte di Erode. Ma è possibile che la Maddalena fosse ancora più importante.
Come avevamo scoperto seguendo le indicazioni dei « documenti del Priorato », Gerusalemme, Città Santa e capitale della Giudea, in origine era appartenuta alla tribù di Beniamino. In seguito i Beniaminiti erano stati decimati nella guerra con le altre tribù d'Israele, e molti di loro andarono in esilio, anche se, come affermano i « documenti del Priorato », « alcuni di loro rimasero ». Un discendente di coloro che rimasero fu san Paolo, che dichiara esplicitamente di essere Beniaminita (Romani 11:1).
Nonostante il conflitto con le altre tribù d'Israele, quella di Beniamino sembrava godere di una posizione speciale. Tra l'altro, diede a Israele il primo re, Saul, unto dal profeta Samuele, e la prima casa reale. Ma Saul fu deposto da Davide, della tribù di Giuda. E Davide non si limitò a togliere ai Beniaminiti il trono. Scegliendo come capitale Gerusalemme, tolse loro anche la legittima eredità.
Secondo tutte le genealogie del Nuovo Testamento, Gesù era discendente di Davide, e quindi apparteneva anch'egli alla tribù di Giuda. Agli occhi dei Beniaminiti ciò poteva fare di lui, almeno in un certo senso, un usurpatore. Ma queste obiezioni sarebbero state superate se avesse sposato una donna beniaminita. Il matrimonio sarebbe stato un'importante alleanza dinastica, ricca di conseguenze politiche. Non avrebbe soltanto dato a Israele un potente re-sacerdote; avrebbe avuto anche la funzione simbolica di restituire Gerusalemme ai legittimi proprietari. Quindi avrebbe contribuito a incoraggiare l'unità e l'appoggio del popolo, e a consolidare le pretese al trono di Gesù.
Il Nuovo Testamento non dice a quale tribù appartenesse la Maddalena. Nelle leggende più tarde, però, viene detto che è di stirpe reale. E altre tradizioni affermano che apparteneva alla tribù di Beniamino.
A questo punto incominciava a diventare visibile l'abbozzo di uno « scenario » storico coerente. E a quanto potevamo capire, politicamente aveva un senso. Gesù sarebbe stato un re-sacerdote della stirpe di Davide, legittimo pretendente al trono. Avrebbe consolidato la sua posizione con un matrimonio dinastico simbolicamente importante. Poi si sarebbe accinto a unificare il suo paese, mobilitare la popolazione, scacciare gli oppressori, deporre l'abbietto sovrano fantoccio e restaurare la gloria della monarchia, com'era stata al tempo di Salomone. E un tale uomo sarebbe stato veramente « Re dei Giudei ».
La Crocifissione
Come dimostra la vita di Gandhi, un capo spirituale, se ha un appoggio popolare sufficiente, può costituire una minaccia per un regime esistente. Ma un uomo sposato, con legittime pretese al trono, e figli destinati a formare una dinastia, rappresenta una minaccia decisamente ancora più grave. C'è qualcosa, nei Vangeli, che indichi che Gesù venisse considerato dai Romani un pericolo di questo genere?
Durante l'incontro con Pilato, Gesù viene chiamato più volte « Re dei Giudei ». Per ordine dello stesso Pilato, sulla croce viene affissa un'iscrizione con questo titolo. Come sostiene S.G.F. Brandon dell'Università di Manchester, l'iscrizione affissa alla croce deve essere considerata autentica: uno dei particolari più autentici dell'intero Nuovo Testamento. Innanzitutto figura, virtualmente senza variazioni, in tutti i quattro Vangeli. In secondo luogo è un episodio troppo compromettente e imbarazzante perché l'abbiano inventato i revisori più tardi.
Nel Vangelo di Marco, Pilato, dopo aver interrogato Gesù, chiede ai dignitari: « Che farò dunque di quello che voi chiamate Re dei Giudei? » (Marco 15:12). Questo parrebbe indicare che almeno alcuni Giudei considerano veramente Gesù come il loro re. Nel contempo, però, in tutti i quattro Vangeli anche Filato accorda questo titolo a Gesù. Non c'è ragione di supporre che lo faccia per ironizzare o per deriderlo. Nel Quarto Vangelo insiste a farlo in tono serio, nonostante il coro di proteste. Nei tre Vangeli Sinottici, inoltre, lo stesso Gesù ammette di rivendicare il titolo: « Allora Pilato prese a interrogarlo: "Sei tu il Re dei Giudei?" Ed egli rispose: "Tu lo dici" » (Marco 15:2). Nella traduzione, la risposta può suonare ambivalente, forse di proposito. Nel testo originale greco, però, il suo significato è inequivocabile. Può essere interpretata solo come « Tu hai parlato giustamente ». E la frase è interpretata nello stesso modo ogni volta che appare altrove nella Bibbia.
I Vangeli furono composti durante e dopo l'insurrezione del 68-74 d.C., quando il giudaismo aveva finito di esistere come una forza sociale, politica e militare organizzata. E soprattutto, i Vangeli furono composti per un pubblico greco-romano, e dovevano risultare accettabili. Roma aveva appena finito di combattere contro gli Ebrei una guerra feroce e dispendiosa. Quindi era del tutto naturale presentare i Giudei come malvagi. Inoltre, dopo la rivolta giudaica, Gesù non poteva venire dipinto come un personaggio politico, legato in un modo o nell'altro alle inquietudini che sfociarono nella guerra. Infine, la parte avuta dai Romani nel processo e nell'esecuzione di Gesù doveva essere riveduta e corretta e presentata nel miglior modo possibile. Perciò nei Vangeli Pilato figura come un uomo onesto, serio e tollerante, che consente con grande riluttanza alla Crocifissione. (18)
Ma nonostante questa libertà che gli evangelisti si presero con la storia, si può ricostruire quale fu la vera posizione di Roma nella vicenda.
Secondo i Vangeli, Gesù viene inizialmente condannato dal sinedrio, il consiglio degli anziani giudei, i quali lo portano davanti a Pilato e chiedono al governatore di pronunciarsi contro di lui. Da un punto di vista storico, questo non ha senso. Nei tre Vangeli Sinottici, Gesù viene arrestato e condannato dal sinedrio la notte di Pasqua. Ma secondo la legge giudaica, il sinedrio non poteva riunirsi per Pasqua. (19)
Nei Vangeli l'arresto di Gesù e il suo processo davanti al sinedrio hanno luogo di notte. Secondo la legge giudaica, il sinedrio non poteva riunirsi di notte, in case private o in qualunque luogo che non fosse all'interno del recinto del Tempio. Nei Vangeli, il sinedrio sembra non avere l'autorità di pronunciare una condanna a morte e sarebbe per questa ragione che Gesù viene condotto davanti a Pilato. Ma il sinedrio aveva l'autorità di emettere condanne a morte: per lapidazione, se non per crocifissione. Perciò, se il sinedrio avesse voluto eliminare Gesù, avrebbe avuto l'autorità di condannarlo alla lapidazione. L'intervento di Pilato non sarebbe stato necessario.
Gli autori dei Vangeli compiono altri numerosi tentativi per scagionare Roma da ogni responsabilità. Uno è rappresentato dall'offerta di grazia fatta da Pilato, il quale si dichiara disposto a liberare un prigioniero a scelta della folla. Secondo i Vangeli di Marco e Matteo, questa era « un'usanza della festa di Pasqua ». In realtà, tale consuetudine non esisteva. (20)
Gli autori moderni concordano che i Romani non adottarono mai tale politica, e che l'offerta di liberare Gesù o Barabba è un'invenzione. Anche la riluttanza di Pilato di fronte alla prospettiva di condannare Gesù, e la sua irritata rassegnazione alla pressione della folla sembrano altrettanto fittizie. In realtà, sarebbe stato impensabile che un governatore romano, per giunta implacabile come Pilato, si piegasse al volere della folla. Lo scopo di queste alterazioni è piuttosto chiaro: scagionare i Romani, attribuire tutta la colpa agli Ebrei e rendere così Gesù accettabile a un pubblico romano. È possibile, naturalmente, che non tutti i Giudei fossero innocenti. Anche se l'amministrazione romana aveva paura di un re-sacerdote pretendente al trono, non poteva compiere apertamente atti provocatori che avrebbero portato forse a una rivolta. Senza dubbio, a Roma avrebbe fatto comodo che il re-sacerdote venisse tradito ufficialmente dal suo popolo. È quindi concepibile che i Romani si servissero di certi Sadducei come agenti provocatori. Ma anche così, rimane il fatto incontrovertibile che Gesù fu vittima di un'amministrazione romana, di un tribunale romano, di una condanna romana, dei militari romani e di un'esecuzione romana: un'esecuzione la cui forma era riservata esclusivamente ai nemici di Roma. Gesù non fu crocifisso per le sue colpe nei confronti del giudaismo, ma per le colpe nei confronti dell'impero. (21)
Chi era Barabba?
Nei Vangeli c'è qualche indizio che Gesù avesse avuto figli?
Non vi è nulla di esplicito. Ma era normale e doveroso che i rabbi avessero figli; e se Gesù era un rabbi, sarebbe stata una cosa molto insolita se non ne avesse avuti. Anzi, sarebbe stato insolito che non avesse figli, fosse un rabbi o no. Certo, da soli questi argomenti non costituiscono una prova positiva. Ma c'è una prova più concreta e specifica. Consiste nello sfuggente personaggio che nei Vangeli figura come Barabba o, per essere più precisi, come Gesù Barabba. In una prima versione del Vangelo di Matteo viene identificato infatti con questo nome. Se non altro, la coincidenza è sorprendente.
I filologi moderni sono incerti circa la derivazione e il significato di « Barabba ». « Gesù Barabba » può essere una forma corrotta di « Gesù Berabbi ». « Berabbi » era un titolo riservato ai rabbi più stimati, e seguiva il loro nome proprio. (22) « Gesù Berabbi » potrebbe perciò riferirsi allo stesso Gesù. Alternativamente, « Gesù Barabba » poteva essere stato in origine « Gesù bar Rabbi »: « Gesù figlio del Rabbi ». Nei Vangeli nulla indica che il padre di Gesù fosse un rabbi. Ma se Gesù aveva un figlio che portava il suo stesso nome, quel figlio poteva essere « Gesù bar Rabbi ». E c'è anche un'altra possibilità. « Gesù Barabba » potrebbe derivare da « Gesù bar Abba », e poiché in ebraico « Abba » significa « padre », « Barabba » significherebbe allora « figlio del padre »: una designazione priva di senso, a meno che il « padre » fosse qualcosa di eccezionale. Se il « padre » era veramente il « Padre Celeste », allora « Barabba » potrebbe ancora una volta riferirsi allo stesso Gesù. Invece, se il « padre » è Gesù, « Barabba » indicherebbe ancora una volta suo figlio.
Quale che sia il significato e la derivazione del nome, il personaggio Barabba è estremamente curioso. E più si considera l'episodio che lo riguarda, e più diviene evidente che sta succedendo qualcosa di irregolare e che qualcuno sta cercando di nascondere una realtà. Innanzitutto il nome di Barabba, come quello della Maddalena, sembra aver subito una sistematica campagna diffamatoria. Come la tradizione popolare fa della Maddalena una prostituta, così dipinge Barabba come un « ladrone ». Ma se Barabba era ciò che fa pensare il suo nome, non è molto probabile che fosse un comune ladro. Allora, perché insudiciare il suo nome? A meno che in realtà fosse qualcosa d'altro, qualcosa che i revisori dei Vangeli non volevano far sapere ai posteri.
A stretto rigore, i Vangeli non descrivono Barabba come un ladro. Secondo Marco e Luca, è un prigioniero politico, un ribelle accusato d'omicidio e di insurrezione. Nel Vangelo di Matteo, tuttavia, Barabba è descritto come « un prigioniero famoso ». E nel Quarto Vangelo, Barabba è chiamato (nell'originale greco) un lestes (Giovanni 18:40). La parola può essere tradotta come « ladro » o « bandito ». Nel suo contesto storico, però, significava qualcosa di ben diverso. Lestes era infatti il termine abitualmente usato dai Romani per indicare gli zeloti, (23) i rivoluzionari nazionalisti che da tempo fomentavano disordini. Poiché Marco e Luca dicono concordemente che Barabba è colpevole d'insurrezione, e poiché Matteo non contraddice questa affermazione, si può concludere con sicurezza che Barabba era uno zelota.
Ma queste non sono le sole notizie esistenti su Barabba. Secondo Luca, era stato coinvolto recentemente in « disordini » o in una « sedizione » avvenuta in città. La storia non parla di disordini accaduti a Gerusalemme in quel tempo. Ma i Vangeli sì. Secondo i Vangeli, a Gerusalemme c'erano stati disordini solo pochi giorni prima: quando Gesù e i suoi seguaci avevano rovesciato i tavoli degli usurai nel Tempio. Barabba aveva partecipato all'episodio, e per questo era stato imprigionato? Senza dubbio sembra probabile. E in tal caso, la conclusione ovvia è una sola: Barabba faceva parte del seguito di Gesù.
Secondo gli studiosi moderni, l'« usanza » di liberare un prigioniero in occasione della Pasqua non esisteva. Ma, anche se fosse esistita, la preferenza accordata a Barabba rispetto a Gesù non avrebbe senso. Se Barabba era davvero un delinquente comune, colpevole di omicidio, perché il popolo decise di salvargli la vita? E se invece era uno zelota, un rivoluzionario, è poco verosimile che Pilato rilasciasse un personaggio potenzialmente tanto pericoloso, anziché un innocuo visionario che era dispostissimo, come dicono i Vangeli, a « dare a Cesare ciò che è di Cesare ». Tra tutte , le discrepanze, le improbabilità e le incongruenze contenute nei Vangeli, la scelta di Barabba è la più sorprendente e inspiegabile. Sembra evidente che debba esserci qualcosa, dietro a questa invenzione tanto goffa e sconcertante.
Un autore moderno ha proposto una spiegazione affascinante e plausibile. Ipotizza che Barabba fosse il figlio di Gesù, e che Gesù fosse un re legittimo. (24)
In questo caso, la scelta di Barabba assumerebbe subito un senso. Si immagini una popolazione oppressa, di fronte all'imminente eliminazione del suo capo spirituale e politico, quel Messia il cui avvento aveva destato tante speranze. In una situazione del genere, la dinastia non sarebbe stata più importante dell'individuo? La conservazione della stirpe non sarebbe stata l'aspirazione suprema, non avrebbe avuto precedenza su tutto? Un popolo, di fronte alla scelta terribile, non avrebbe preferito veder sacrificato il re perché suo figlio e la sua schiatta potessero sopravvivere? Se la schiatta fosse sopravvissuta, vi sarebbe stata almeno una speranza per il futuro.
Non è certo impossibile che Barabba fosse figlio di Gesù. In genere, si ritiene che Gesù fosse nato intorno all'anno 6 a.C. La Crocifissione avvenne non più tardi del 36 d.C., quando Gesù aveva, al massimo, quarantadue anni. Ma anche se ne avesse avuto soltanto trentatrè quando morì, poteva comunque aver generato un figlio. Secondo le consuetudini del suo tempo, poteva essersi sposato a sedici o diciassette anni. Ma anche se si fosse sposato soltanto verso i vent'anni, avrebbe potuto comunque avere un figlio tredicenne che, secondo le usanze giudaiche, sarebbe stato considerato un uomo. E naturalmente, poteva avere anche altri figli. Questi figli potevano essere stati concepiti fino a pochi giorni prima della Crocifissione.
I particolari della Crocifissione
Gesù poteva aver generato vari figli prima della Crocifissione. Ma se sopravvisse alla Crocifissione, la probabilità che avesse discendenti aumenterebbe ancora. C'è qualche indizio che Gesù sopravvisse davvero alla Crocifissione, o che la Crocifissione fosse una messinscena?
Se si considera il ritratto che danno di lui i Vangeli, è inspiegabile che Gesù venisse crocifisso. Secondo i Vangeli, i suoi nemici erano in certi ambienti giudaici di Gerusalemme. Ma questi nemici, se esistevano veramente, avrebbero potuto lapidarlo di loro iniziativa e in nome della loro autorità, senza coinvolgere Roma nella questione. Secondo i Vangeli, Gesù non aveva nessun motivo di dissidio con Roma, e non violava la legge romana. Tuttavia venne punito dai Romani, secondo la legge e le procedure romane. Fu crocifìsso: una pena riservata esclusivamente a coloro che erano colpevoli di delitti contro l'impero. Se Gesù fu davvero crocifisso, non poteva essere apolitico come lo rappresentano i Vangeli. Al contrario, doveva necessariamente aver fatto qualcosa per attirarsi la collera dei Romani.
Quali che fossero le imputazioni per le quali fu crocifisso Gesù, la sua apparente morte sulla croce è piena d'incongruenze. Molto semplicemente, non c'è ragione perché la sua Crocifissione, come la raccontano i Vangeli, dovesse essere fatale. L'affermazione secondo la quale lo fu merita un attento esame.
Presso i Romani, vigeva una procedura molto precisa per la Crocifissione. (25)
Dopo la sentenza, il condannato veniva flagellato, e di conseguenza la perdita di sangue l'indeboliva. Poi le sue braccia venivano fissate, di solito per mezzo di cinghie, ma qualche volta con i chiodi, a una pesante trave lignea caricata sulle spalle. Portando la trave, veniva condotto sul luogo dell'esecuzione. Lì la trave, con il condannato appeso, veniva sollevata e fissata a un palo verticale.
Il condannato, appeso per le mani, non avrebbe potuto respirare, a meno che anche i piedi fossero fissati alla croce. Questo gli avrebbe permesso di esercitare una pressione sui piedi, alleviando quella sul torace. Ma nonostante la sofferenza, un uomo così appeso con i piedi fissati - soprattutto se era sano e robusto - di solito sopravviveva almeno per un giorno o due. Qualche volta, anzi, ci metteva una settimana a morire: di sfinimento, di sete o, se venivano usati i chiodi, di setticemia. A questa sofferenza prolungata si poteva mettere fine più rapidamente spezzando le gambe o le ginocchia del condannato: ed è quanto stanno per fare nei Vangeli i carnefici di Gesù, prima di venire trattenuti. Spezzare le gambe o le ginocchia non era un tormento in più, aggiunto per sadismo. Al contrario era un atto di misericordia, un colpo di grazia che causava una morte molto rapida. Quando non c'era più nulla che lo sostenesse, la pressione sul torace del condannato diventava intollerabile, ed egli moriva rapidamente per asfissia.
Gli studiosi moderni concordano nel ritenere che solo il Quarto Vangelo sia basato su un racconto della Crocifissione fatto da un testimone oculare. Secondo il Quarto Vangelo, i piedi di Gesù furono fissati alla croce, alleviando così la pressione sui muscoli pettorali; e le sue gambe non furono spezzate. Quindi, almeno in teoria, avrebbe dovuto sopravvivere per due o tre giorni. Tuttavia, Gesù è sulla croce da poche ore soltanto quando viene dichiarato morto. Nel Vangelo di Marco, lo stesso Pilato si stupisce della rapidità con cui sopravviene la morte (Marco 15:44).
Quale può essere stata la causa della morte? Non il colpo di lancia nel costato, poiché il Quarto Vangelo afferma che Gesù era già morto quando gli fu inferta la ferita (Giovanni 19:33). C'è una sola spiegazione: l'assommarsi dello sfinimento, della stanchezza, della debilitazione generale e del trauma della flagellazione. Ma neppure questi fattori avrebbero dovuto essere fatali tanto in fretta. Naturalmente, è possibile che lo fossero; nonostante le leggi fisiologiche, qualche volta un uomo muore per un solo colpo, relativamente innocuo. Tuttavia, l'intera vicenda continua ad apparire sospetta. Secondo il Quarto Vangelo, i carnefici di Gesù si accingono a spezzargli le gambe per affrettare la morte. Perché farlo, se era già moribondo? Insomma, non avrebbe avuto senso spezzare le gambe di Gesù, a meno che la sua morte non fosse apparsa tutt'altro che imminente.
Nei Vangeli, la morte di Gesù sopravviene in un momento quasi troppo opportuno. Avviene giusto in tempo per evitare che i carnefici gli spezzino le gambe. E così si può realizzare una profezia dell'Antico Testamento. Gli studiosi moderni ammettono che Gesù modellò senza troppe remore le propria vita su quelle profezie che annunciavano la venuta di un Messia. Fu per questa ragione che gli sembrò necessario procurarsi un asino a Betania per fare il suo ingresso trionfale a Gerusalemme. E anche i dettagli della Crocifissione sono congegnati in modo da realizzare le profezie dell'Antico Testamento. (26)
Insomma, l'apparente e opportuna « morte » di Gesù - che lo salva appena in tempo da una fine certa e gli permette di realizzare una profezia - è a dir poco sospetta. È troppo perfetta, troppo precisa per essere una coincidenza. Può trattarsi di un'interpolazione successiva, a posteriori; oppure doveva far parte di un piano meticolosamente preparato. Vi sono molti altri indizi che fanno pensare a quest'ultima possibilità.
Nel Quarto Vangelo Gesù, appeso alla croce, dice di aver sete. Gli viene allora offerta una spugna che, è detto, era stata intrisa d'aceto: e questo episodio compare anche negli altri Vangeli. In generale, la spugna viene interpretata come un altro gesto di sadica irrisione. Ma lo era veramente? L'aceto - o il vino inacidito - è uno stimolante, e ha effetti non dissimili da quelli dei sali da fiuto. A quel tempo veniva usato per rianimare gli schiavi infiacchiti a bordo delle galere. In un uomo ferito ed esausto, l'aceto - fiutato o bevuto - causerebbe una temporanea ripresa dell'energia. Invece, nel caso di Gesù, l'effetto è esattamente il contrario. Appena aspira o assorbe il contenuto della spugna, pronuncia le sue ultime parole e « rende lo spirito ». Una simile reazione causata dall'aceto è fisiologicamente inspiegabile. D'altra parte, sarebbe perfettamente comprensibile se la spugna fosse stata imbevuta di un soporifero, ad esempio un composto di oppio o di belladonna, sostanze usate comunemente a quel tempo in Medio Oriente. Ma perché dare a Gesù un soporifero? A meno che l'azione, come tutti gli altri fattori della Crocifissione, facesse parte di uno stratagemma complesso e ingegnoso, uno stratagemma ideato per causare una morte apparente quando il condannato, in effetti, era ancora vivo. Lo stratagemma avrebbe non soltanto salvato la vita di Gesù, ma avrebbe anche realizzato le profezie dell'Antico Testamento riguardanti il Messia.
La Crocifissione presenta altri aspetti anomali che fanno pensare appunto a uno stratagemma del genere. Secondo i Vangeli, Gesù viene crocifisso in un luogo chiamato Golgota, « il luogo del teschio ». La tradizione più tarda tenta di identificare il Golgota con una collina spoglia, più o meno a forma di teschio, situata a nord-ovest di Gerusalemme. Tuttavia i Vangeli chiariscono che il luogo della Crocifissione era molto diverso da una collina a forma di teschio. Il Quarto Vangelo è il più esplicito: « Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto » (Giovanni 19:41). Gesù, dunque, non fu crocifisso su una collina spoglia a forma di teschio e neppure in un luogo riservato alle esecuzioni pubbliche. Fu crocifisso in un giardino dove c'era una tomba privata, o nelle immediate vicinanze. Secondo Matteo (27:60), la tomba e il giardino erano proprietà di Giuseppe d'Arimatea, che secondo tutti i quattro Vangeli, era un ricco seguace segreto di Gesù.
La tradizione popolare raffigura la Crocifissione come un evento pubblico, al quale assistettero migliaia di persone. Eppure i Vangeli indicano circostanze ben diverse. Secondo Matteo, Marco e Luca, quasi tutti i presenti, incluse le donne, « assistevano da lontano » alla Crocifissione (Luca 23:49). Sembrerebbe quindi evidente che la morte di Gesù non fu un avvenimento pubblico, bensì una crocifissione privata eseguita in una proprietà privata. Molti studiosi moderni sostengono che il luogo era probabilmente l'Orto di Getsemani. Se Getsemani era proprietà di uno dei discepoli segreti di Gesù, questo spiegherebbe perché Gesù, prima della Crocifissione, potesse servirsene liberamente. (27)
È superfluo aggiungere che una crocifissione privata in una proprietà privata lascia considerevole spazio a un eventuale inganno: una falsa crocifissione, un rito abilmente inscenato. I testimoni oculari sarebbero stati pochi. Per il popolo, il dramma, come confermano i Vangeli Sinottici, sarebbe stato visibile solo da una certa distanza e quindi non sarebbe stato possibile accertare chi veniva crocifisso veramente, o se veramente era morto.
Un inganno del genere, ovviamente, avrebbe richiesto la connivenza di Ponzio Pilato o di un personaggio importante dell'amministrazione romana. E in effetti, è molto probabile che la connivenza ci fosse. Certo, Pilato era un individuo crudele e tirannico. Ma era anche corrotto e corruttibile. Il Pilato storico, ben diverso da come lo presentano i Vangeli, non avrebbe rifiutato di risparmiare la vita di Gesù, in cambio di una lauta somma e magari della garanzia che non vi sarebbero state altre agitazioni politiche.
Quale che fosse il suo movente, non c'è comunque dubbio che Pilato fosse profondamente coinvolto nella faccenda. Riconosce la pretesa di Gesù al titolo di Re dei Giudei. Esprime stupore, vero o finto, perché Gesù muore tanto presto. E c'è un fattore che forse è il più importante di tutti: permette a Giuseppe d'Arimatea di portar via il corpo di Gesù.
Secondo la legge romana di quei tempi, a un uomo crocifisso veniva negata la sepoltura. (28)
Anzi, di solito venivano messi uomini di guardia per impedire che parenti o amici portassero via i cadaveri. La vittima era lasciata sulla croce, abbandonata agli elementi, ai corvi e agli avvoltoi. Eppure Pilato, violando clamorosamente la procedura, concede subito a Giuseppe d'Arimatea di portar via il corpo di Gesù. Questo attesta un'evidente complicità da parte di Pilato. E potrebbe attestare anche altre cose.
Nelle traduzioni del Vangelo di Marco, Giuseppe chiede a Pilato il corpo di Gesù. Pilato si meraviglia che Gesù sia già morto, interpella un centurione e poi accoglie la richiesta di Giuseppe. A prima vista sembra abbastanza semplice e chiaro; ma nella versione originale greca del Vangelo di Marco la vicenda è più complicata. Nella versione greca, quando Giuseppe chiede il corpo di Gesù, usa la parola soma, una parola che indica esclusivamente un corpo vivo. Pilato, nell'acconsentire, usa la parola ptoma, che significa « cadavere ». (29)
Secondo il testo greco, quindi, Giuseppe chiede esplicitamente il corpo di un vivo e Pilato gli concede quello che crede, o finge di credere, un cadavere.
Poiché era vietato seppellire i crocifissi, è egualmente straordinario che Giuseppe ottenga ciò che ha chiesto. Per quale ragione l'ottiene? Che diritto aveva di richiedere il corpo di Gesù? Se era un discepolo segreto, difficilmente poteva avanzare la richiesta senza rivelarsi: a meno che Pilato sapesse già tutto, o a meno che vi fosse un altro fattore favorevole a Giuseppe.
Vi sono ben poche notizie su Giuseppe d'Arimatea. I Vangeli riferiscono soltanto che era segretamente discepolo di Gesù, aveva grandi ricchezze e faceva parte del sinedrio, il consiglio degli anziani che governava la comunità di Gerusalemme sotto gli auspici dei Romani. Sembrerebbe quindi evidente che Giuseppe avesse una notevole influenza. E questa conclusione riceve conferma dalle sue trattative con Pilato, e dal fatto che sia proprietario di un appezzamento di terreno con una tomba privata.
La tradizione medievale presenta Giuseppe d'Arimatea come un custode del Santo Graal; e viene detto che Perceval è suo discendente. Secondo altre tradizioni più tarde, è in qualche modo relato al sangue di Gesù e alla famiglia di Gesù. Se era davvero così, questo gli avrebbe almeno dato una ragione plausibile per richiedere il corpo di Gesù; infatti, se ben difficilmente Pilato avrebbe concesso a uno sconosciuto di portar via il cadavere di un criminale giustiziato, avrebbe potuto invece, in cambio di una somma cospicua, concederlo a un parente del morto. Se Giuseppe, ricco e influente membro del sinedrio, era parente di Gesù, questo conferma di nuovo l'appartenenza di Gesù a una stirpe aristocratica. E se era parente di Gesù, la sua associazione con il Santo Graal, il « sangue reale », diventerebbe ancora molto più spiegabile.
Lo « scenario »
Avevamo già abbozzato un'ipotesi provvisoria che proponeva l'esistenza di una stirpe discesa da Gesù. Incominciammo ora ad ampliare l'ipotesi e ad aggiungere numerosi dettagli importanti, benché ancora in via provvisoria. E poco a poco il quadro complessivo cominciò ad acquisire coerenza e plausibilità.
Appariva sempre più chiaro che Gesù era un re- sacerdote, un aristocratico, legittimo pretendente al trono, e aveva intrapreso un tentativo di riconquistare l'eredità che gli spettava. Era nato in Galilea, tradizionale fucina d'opposizione alla dominazione romana. Nel contempo, aveva avuto numerosi sostenitori nobili, ricchi e influenti in tutta la Palestina, inclusa la capitale, Gerusalemme; e uno di questi sostenitori, un potente membro del sinedrio, poteva essere addirittura suo parente. Inoltre a Befania, un sobborgo di Gerusalemme, c'era la casa di sua moglie o dei familiari di sua moglie; e lì risiedeva l'aspirante re-sacerdote alla vigilia del suo ingresso trionfale nella capitale. Lì aveva creato il centro del suo culto misterico. Lì aveva accresciuto il numero dei suoi seguaci eseguendo iniziazioni rituali, inclusa quella del cognato.
Un aspirante re-sacerdote avrebbe logicamente suscitato una forte opposizione in certi ambienti: inevitabilmente tra i Romani dominatori e forse anche tra certi gruppi giudaici, ad esempio di sadducei. L'uno o l'altro di questi schieramenti, o forse entrambi riuscirono a sventare la sua azione per arrivare al trono. Ma il tentativo di eliminarlo non riuscì come avevano sperato. Infatti, a quanto sembra, il re-sacerdote aveva amici altolocati i quali, in collusione con un corrotto e corruttibile governatore romano, avrebbero inscenato una falsa crocifissione su un terreno privato, accessibile solo a pochi eletti. Poi, con il popolo tenuto a debita distanza, fu inscenata l'esecuzione, nella quale un sostituto prese il posto del re-sacerdote sulla croce, o in cui lo stesso re-sacerdote non morì veramente. Verso il cader della notte, quando la visibilità era ancora più scarsa, un « corpo » fu trasportato in una tomba opportunamente vicina, dalla quale, dopo un giorno o due, scomparve « miracolosamente ».
Se il nostro « scenario » era esatto, dove andò poi Gesù? Per quanto riguardava l'ipotesi della sua stirpe, la risposta a questo interrogativo non aveva particolare importanza. Secondo certe leggende islamiche e indiane, Gesù morì vecchio, in Oriente: nel Kashmir, come è affermato più spesso. D'altra parte, un giornalista australiano ha avanzato l'ipotesi affascinante e persuasiva che Gesù morisse a Masada quando la fortezza fu espugnata dai Romani nel 74 d.C., quando ormai doveva avvicinarsi agli ottant'anni. (30)
Secondo la lettera da noi ricevuta, i documenti trovati da Bérenger Saunière a Rennes-le-Château contenevano la « prova incontrovertibile » che Gesù era ancora vivo nel 45 d.C.: ma non è indicato dove. Una possibilità verosimile sarebbe che Gesù fosse riparato in Egitto, e precisamente ad Alessandria, dove, più o meno nello stesso periodo, il saggio Ormus avrebbe creato la Rosacroce fondendo il cristianesimo con misteri più antichi, precristiani. È stato addirittura detto che il corpo mummificato di Gesù potrebbe essere nascosto nei dintorni di Rennes-le-Chàteau, il che spiegherebbe il messaggio cifrato contenuto nelle pergamene di Saunière, « IL EST LÀ MORT » (Egli è morto là).
Non intendiamo affermare che Gesù accompagnò i suoi familiari a Marsiglia. Anzi, le circostanze sembrerebbero indicare il contrario. Forse non era in condizioni di viaggiare, e la sua presenza avrebbe costituito una minaccia per la sicurezza dei suoi parenti. Forse ritenne più importante restare in Terrasanta, come suo fratello, san Giacomo, per realizzarvi i suoi obiettivi. Insomma, come non ne formulano gli stessi Vangeli, anche noi non siamo in grado di formulare ipotesi sulla sua sorte.
Ai fini della nostra teoria, però, la sorte di Gesù era meno importante della sorte della sacra famiglia, e soprattutto di suo cognato, sua moglie e i suoi figli. Se il nostro « scenario » era esatto, questi, insieme a Giuseppe d'Arimatea e ad altri, furono portati clandestinamente per nave dalla Terrasanta a Marsiglia. E quando sbarcò, la Maddalena avrebbe veramente portato in Francia il Sangraal, il « sangue reale », la schiatta della casa di Davide.
Note:
1 Smith, Secret Gospel, pp. 14 sgg.
2 Ibid., pp. 15 sgg.
3 Ibid.,p. 16.
4 Ibid., pp. 16 sgg.
Il giovane nudo, avvolto in un drappo di lino appare più tardi in Marco 14:51-52. Quando Gesù viene tradito a Getsemani, è accompagnato da « un giovanetto... rivestito soltanto di un lenzuolo ».
5 I più antichi manoscritti delle Scritture, incluso il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus, non contengono l'attuale finale del Vangelo di Marco. In entrambi il Vangelo di Marco termina con 16:8. Entrambi risalgono al IV secolo, l'epoca in cui l'intera Bibbia fu raccolta per la prima volta in un unico volume.
6 Maccoby, Revolution inJudaea, p. 99.
7 Dodd, Historical Tradition in the Fourth Gospel, p. 423.
8 Pandori, Jesus and the Zealots, p. 16.
9 Vermes, Jesus the Jew, p. 99.
10 Charles Davis, dichiarazioni pubblicate dall'« Observer » (London, 28 marzo 1971), p. 25.
11 Phipps, Sexuality of Jesus, p. 44.
12 Smith, Jesus the Magician, pp. 81 sgg.
13 Brownlee, « Whence the Gospel According to John », p. 192.
14 Schonfield, Passover Plot, pp. 119,134 sgg.
15 Ibid., p. 256.
16 La tradizione più comune è contenuta in Jacobus de Voragine, The Golden Legend, in Life of S. Mary Magdalen, pp. 73 sgg. (traduzione inglese della Leggenda aurea di Jacopo da Varazze). Il testo risale al 1270. La forma scritta più antica di questa tradizione sembrerebbe la « Vita di Maria Maddalena » di Rabano (776-856), arcivescovo di Mainz. In The Antiquities of Glastonbury di William di Malmesbury appare per la prima volta l'estensione della leggenda: l'arrivo di Giuseppe d'Arimatea in Britannia. Spesso è ritenuta un'aggiunta più tarda all'opera di William.
17 Vermes, Jesus the Jew, p. 21, ricorda che in vari detti talmudici il sostantivo aramaico che significa falegname o artigiano (naggar) sta per dotto o sapiente.
18 Maccoby, Revolution in Judaea, pp. 57 sgg., cita Filone d'Alessandria che chiama Pilato « crudele per natura ».
19 Cohn, H., Trial and Death of Jesus, pp. 97 sgg.
20 Tutti gli studiosi sono daccordo nell'affermare che tale privilegio non esisteva. Lo scopo dell'invenzione è accrescere la colpa dei Giudei. Cfr. Brandon, Jesus and Zealots, p. 259; Cohn, H., Trial and Death of Jesus, pp. 166 sgg. (Haim Cohn è un ex procuratore generale - ministro della Giustizia- di Israele, membro della Corte suprema, e docente di storia del diritto) ; e Winter, P., On the Trial of Jesus, p. 94.
21 Come osserva il professor Brandon (Jesus and Zealots, p. 328), tutte le indagini sul Gesù storico devono partire dal fatto che fu giustiziato dai Romani per sedizione. Brandon aggiunge che la tradizione secondo la quale egli era « Re dei Giudei » dev'essere considerata autentica. Dato il suo carattere imbarazzante, è inverosimile che il titolo sia un'invenzione dei primi cristiani.
22 Maccoby, Revolution in Judaea, p. 216.
23 Brandon, Trial of Jesus, p. 34.
24 Joyce, Jesus Scroll, p. 106.
25 Circa i dettagli della crocifissione cfr. Winter, On the Trialof Jesus, pp. 62 sgg., e Cohn, H., Trial and Death of Jesus, pp. 230 sgg.
26 Cfr. Schonfield, Passover Plot, pp. 154 sgg., per i dettagli.
27 Un argomento a sostegno di questa identificazione è esposto da Allegro, The Copper Scroll, pp. 100 sgg.
28 Cohn, H., Trial and Death Jesus, p. 238.
29 Cfr. The Interlinear Greek-English New Testament, p. 214 (Marco 15:43,45).
30 Joyce, Jesus Scroll. L'autore afferma che, mentre si trovava in Israele, fu chiesto il suo aiuto per esportare clandestinamente un rotolo rubato dagli scavi di Masada. Sebbene rifiutasse, sostiene di aver visto il rotolo. Era firmato Yeshua ben Ya'akob ben Gennesareth, che diceva di avere ottant'anni e aggiungeva di essere l'ultimo legittimo re d'Israele (p. 22). Il nome, tradotto, diventa Gesù di Genezareth, figlio di Giacobbe. Joyce identifica l'autore con Gesù di Nazareth.

66 - 70 e.v. - Prima guerra giudaica contro l'occupazione romana, conclusasi con la distruzione del Secondo Tempio e la caduta di Gerusalemme. 600.000 persone vengono uccise dai romani durante il conflitto e 97.000 catturate e portate in cattività come schiavi. Il Sinedrio viene trasferito a Yavne da Jochanan Ben Zakkai (Concilio di Jamnia). Il Fiscus iudaicus viene imposto su tutti gli ebrei dell'Impero Romano, che abbiano o meno partecipato alla rivolta. Le cause delle tre rivolte giudaiche (o guerre giudaico-romane) vanno ricercate nell'epoca precedente alla dominazione romana, dove vennero sviluppate le teorie apocalittiche e premessianiche che trovarono ampio spazio nella letteratura di quei tempi, in special modo nel Libro di Daniele, idee che successivamente, in epoca romana, avrebbero permesso l'identificazione dell'Impero Romano come quarto impero premessianico, che avrebbe preceduto la comparsa del Messìa, il quale avrebbe guidato la guerra finale fra il bene e il male. Daniele, vissuto nell’epoca babilonese, avrebbe scritto una serie di profezie alle quali, in epoca più recente, furono aggiunte interpretazioni di colorazione apocalittica con i particolari delle guerre tra i Seleucidi e i Lagidi. Un redattore ignoto avrebbe pubblicato il libro così aggiornato ad uso dei Giudei dell’epoca maccabeica (II sec. p.e.v.).
Nel suo libro, Daniele presenta il quadro storico nell'ottica della sua profezia, con precisazioni assolutamente insolite nell’antica letteratura profetica, ma consone allo stile apocalittico in voga negli ultimi secoli prima dell’èra cristiana. Ispirandosi agli eventi del passato, l’autore ne rileva il significato nello spirito dei profeti antichi e lo proietta nel futuro. Nell’avvicendarsi dei grandi imperi e nelle vessazioni da esso subite, il popolo d’Israele è rimasto indenne, manifestando la presenza di Dio che lo ha protetto. Così accadrà anche per il futuro, quando il Messia verrà a debellare definitivamente le potenze malefiche. L’Apocalisse di Giovanni prolungherà questa prospettiva fino alla fine dei tempi. Gesù si approprierà il misterioso titolo di “Figlio dell’uomo”, usato per la prima volta da Daniele per il Messia.

Tornando alla prima guerra giudaico-romana, va precisato che Gerusalemme cadde soprattutto a causa della terribile guerra civile che la devastò.

Secondo Filone di Alessandria, nel 40 l'imperatore romano Caligola avrebbe tentato di far collocare una statua con le proprie fattezze nel tempio di Gerusalemme, sostenendo di essere un dio e pretendendo quindi di essere venerato; chi si fosse opposto sarebbe stato mandato a morte. All'ordine imperiale si sarebbero opposti i Giudei, comunicando al legato del territorio di Siria, che incorporava la Giudea, che Caligola avrebbe dovuto annientare l'intero popolo, in quanto la loro legge e i loro costumi vietavano di porre nel Tempio immagini di divinità. Seguì poi la morte di Caligola nel 41. Successive opere, come il Quarto libro dei Maccabei, descrivono una resistenza civile dei giudei e non armata all'oppressione romana. Dopo il 44, secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vi furono altre cause di scontento nella popolazione: il malgoverno dei prefetti romani, come Lucceio Albino e Gessio Floro, e la crescente avversione dei Giudei all'aristocrazia, sia laica che sacerdotale, sempre più corrotte. Tali condizioni avrebbero accresciuto la certezza di essere nel periodo di tribolazione premessianica, come preannunciato nel Libro di Daniele, in special modo, con il manifestarsi di numerosi profeti ritenuti mendaci.
Nel 66, il procurator Augusti della Giudea, Gessio Floro, pretese che fossero prelevati diciassette talenti dal Tempio e, trovando una forte opposizione da parte degli ebrei, mandò avanti i propri soldati, che provocarono la morte di 3.600 persone. In seguito Floro, con il pretesto di ottenere una dimostrazione di fedeltà da parte dei Giudei, ordinò che accogliessero due coorti dell'esercito romano che si stavano dirigendo a Gerusalemme da Cesarea. Le coorti avevano l'ordine di attaccare la folla qualora questa avesse insultato Floro, cosa che avvenne, provocando un altro intervento contro la popolazione. Le coorti, facendo uso della forza per raggiungere la fortezza Antonia, il forte di Gerusalemme a ridosso del Tempio, vennero assalite dalla popolazione, perciò Floro, sedata l'agitazione, disse che sarebbe partito da Gerusalemme per andare a Cesarea, lasciando un presidio all'Antonia.
Floro, alla presenza del governatore di Siria Gaio Cestio Gallo, dichiarò che erano stati i Giudei ad iniziare i disordini. Dopo la visita a Gerusalemme degli ispettori di Cestio, che diede ragione ai Giudei, la situazione sembrò distendersi, ma le frange ebraiche più radicali diedero inizio alla guerra occupando Masada e sterminandone la guarnigione romana, mentre Eleazaro ben Simone, sacerdote del Tempio, proibì di eseguire i consueti sacrifici in favore dei Romani e occupò il Tempio. Floro inviò duemila cavalieri a domare la rivolta, che si era estesa per tutta la città alta di Gerusalemme. I rivoltosi, guidati da un certo Menahem, incendiarono gli edifici romani della città, mentre il sommo sacerdote del Tempio, Anania, venne assassinato fuori città. Menahem venne ucciso a sua volta quando fu raggiunto dagli uomini di Eleazaro, e i pochi seguaci scampati fuggirono a Masada.
A Cesarea, Floro fece uccidere tutti i Giudei della città, circa diecimila, fatto che fece estendere la ribellione a tutta la Giudea settentrionale, dove Giudei e Siri si massacrarono a vicenda senza pietà. Ad Alessandria scoppiarono altri tumulti, ma Tiberio Alessandro, governatore della città, li sedò violentemente. Infine Cestio intervenne di persona con la XII legione; partendo da Tolemaide saccheggiò diverse zone della Giudea e, quando giunse a Seffori, affrontò un gruppo di rivoltosi, sconfiggendolo. Di qui si diresse verso Gerusalemme, dove si stava svolgendo la festa delle capanne; i rivoltosi vinsero il primo scontro, ma vennero sconfitti nel secondo, così Cestio poté conquistare alcuni quartieri di Gerusalemme. A causa dell'indugio di Cestio, molti Giudei giunsero dalle regioni circostanti in soccorso dei rivoltosi e lo obbligarono a ritirarsi frettolosamente; pochi giorni dopo l'esercito di Cestio fu quasi completamente distrutto tra Bethoron e Antipatride, e Cestio stesso si salvò con difficoltà.
I rivoltosi diedero poi ad Eleazaro ben (figlio di) Simone la guida della rivolta, che organizzò la difesa e la gestione delle diverse regioni, affidate ai suoi uomini più fedeli. In questo periodo emerge la figura di Giovanni di Giscala, figlio di un certo Levi, capo di una nuova fazione di rivoltosi che complottò contro Giuseppe ben Mattia (Joseph ben Matthias, che divenne poi lo storico romanizzato Giuseppe Flavio) per sottrargli il controllo della Galilea, affidatogli da Eleazaro.
Si arrivò così all'occupazione di Gerusalemme da parte di Giovanni ben Levi di Giscala e dei suoi briganti... ma non solo. Giovanni andava in giro ad istigare il popolo alla guerra, facendo credere che avessero speranze di vittoria, presentando come debole la posizione dei Romani, esaltando invece la propria forza, sostenendo che "nemmeno se avessero messo le ali, i Romani avrebbero mai potuto superare le mura di Gerusalemme". E mentre il comandante Tito, figlio del generale Vespasiano, faceva ritorno a Cesarea Marittima, la rivolta in Gerusalemme prendeva l'avvio, sobillata dalla gente del contado. Contemporaneamente Vespasiano si recava a Iamnia e ad Azoto, le sottometteva e vi collocava una guarnigione, per poi far ritorno a Cesarea con un gran numero di Giudei venuti a patti. C'era poi, tra i Giudei una grande confusione, poiché quando questi ottenevano un po' di tregua dai Romani, si battevano tra di loro, chi a favore della pace e chi della guerra. Successe anche che alcuni capi banda, ormai sazi di depredare il territorio, si riunirono in un grande esercito formato da briganti e riuscirono a penetrare in Gerusalemme. La città non possedeva, infatti, un suo comando militare e, per tradizione, era aperta senza riserve ad ogni giudeo, soprattutto in quel momento, quando la gente arrivava spinta dal desiderio di trovare nella capitale una difesa comune. Ciò fu anche causa della rovina della città, poiché quella massa inutile e oziosa consumò tutte le riserve di cibo che avrebbero potuto mantenere i combattenti, attirando sulla città, oltre alla guerra, anche rivolte interne e fame. Provenienti dal contado entrarono, infine, in città altri briganti che, aggregatisi a quelli già presenti, non si limitarono al furto e alla rapina, ma anche all'assassinio a cominciare dalle persone più eminenti. Essi cominciarono con l'imprigionare Antipa, uno dei membri della famiglia reale, a cui era stato affidato il tesoro pubblico; poi fu la volta di Levia, uno dei notabili, e Sifa figlio di Aregete, anch'essi di stirpe regia, oltre a tutti quelli che ricoprivano cariche importanti. Molti di questi vennero poi messi a morte per evitare che le loro numerose casate potessero vendicarsi e che quindi il popolo insorgesse contro tale iniquità. Essi erano riusciti a contrastare il potere e le antiche tradizioni dei sommi sacerdoti. Si facevano chiamare Zeloti e fecero del grande Tempio il loro quartier generale. Ma ciò non durò a lungo, poiché il popolo, incitato da Gorion, ben (figlio di) Giuseppe, da Simeone ben (figlio di) Gamaliel e dai più autorevoli tra i sommi sacerdoti (tra cui Gesù  ben (figlio di) Gamaliele e Anano ben (figlio di) Anano), insorse contro la loro tirannide. Ciò condusse all'inevitabile scontro tra il popolo di Gerusalemme, più numeroso, e gli Zeloti, inferiori di numero ma meglio addestrati ed armati.
Giuseppe Flavio racconta che le vicende successive videro il popolo di Gerusalemme, posto sotto l'alto comando del sommo sacerdote Anano, richiedere l'aiuto dei Romani (o forse si trattava solo di una diceria messa in circolazione da Giovanni ben Levi di Giscala), mentre gli Zeloti chiesero aiuto agli Idumei, che poterono radunare ben 20.000 armati, sotto il comando di Giovanni ben Levi di Giscala, Giacomo ben (figlio di) Sosa, Simone ben (figlio di) Tacea e Finea ben (figlio di) Clusoth.
E così, una volta giunti gli Idumei, gli Zeloti si trovarono assediati dal popolo di Gerusalemme, che a sua volta era assediato dagli Idumei. Questi ultimi, con il calare della notte e grazie ad un provvidenziale temporale, riuscirono ad introdursi all'interno delle mura cittadine, raggiungendo il grande Tempio, dove li attendevano gli Zeloti. Insieme si precipitarono per le vie di Gerusalemme, pronti a massacrare la popolazione residente. La battaglia che ne seguì vide, inizialmente il popolo riuscire a respingere le forze alleate straniere, ma poi soccombere tragicamente alla miglior preparazione militare dei due alleati.
« Il piazzale davanti al Grande Tempio fu trasformato in un lago di sangue, e il giorno nacque sopra ottomila e cinquecento cadaveri. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.1.313)
Ancora Giuseppe Flavio racconta del terribile massacro che ne seguì: « Ma ciò non bastò ad appagare il furore degli Idumei, che, una volta entrati in città, la depredarono, casa per casa, uccidendo chiunque avessero incontrato. [...] poi diedero la caccia ai sommi sacerdoti [...] In poco tempo riuscirono a catturarli e li uccisero. Quindi, accalcandosi presso i loro cadaveri, sbeffeggiavano il corpo di Anano per il suo amor di patria e quello di Gesù per il suo discorso dalle mura. Giunsero ad un tale livello di follia, da gettare i loro corpi senza seppellirli [...] Non credo di sbagliare a dire che la morte di Anano segnò l'inizio della distruzione di Gerusalemme [...] » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.2.315-318)
« Dopo la morte dei sommi sacerdoti, Zeloti e Idumei si avventarono sul popolo facendone grande strage, quasi fossero un branco di bestie immonde. La gente comune veniva massacrata sul posto, subito dopo essere stata catturata, mentre i giovani nobili, una volta catturati, erano incatenati, gettati in prigione, con la speranza che qualcuno passasse dalla loro parte. Ma nessuno si lasciò persuadere, perché tutti preferirono morire piuttosto che schierarsi contro i propri compatrioti, dalla parte di quella feccia. Tremende furono le pene che dovettero sopportare, dopo ogni rifiuto: vennero flagellati e torturati, e quando erano ormai stremati, a stento gli toglievano la vita. Quelli che erano catturati di giorno, venivano massacrati di notte, ed i loro cadaveri venivano trasportati fuori e gettati lontano per far posto ad altri prigionieri. Il terrore del popolo fu tale, che nessuno osava più piangere o disperarsi apertamente per un congiunto ucciso, né dargli sepoltura. Piangevano di nascosto dopo essersi rinchiusi in casa, gemendo stando attenti a non farsi sentire, poiché chi piangeva apertamente avrebbe subìto la stessa sorte del compianto. [...] Alla fine, morirono dodicimila giovani della nobiltà. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.3.327-333)
E dopo questa strage, gli Indumei, pentiti di essere stati coinvolti in questo modo dagli Zeloti, temendo inoltre la reazione dei Romani, preferirono mettere in libertà circa duemila cittadini rinchiusi in carcere, che prontamente fuggirono dalla città raggiungendo Simone, mentre, subito dopo, si ritirarono da Gerusalemme tornandosene nei loro territori. La loro partenza non produsse però la cessazione delle ostilità tra il popolo e gli Zeloti, che al contrario continuarono a commettere terribili delitti con rapidità fulminea. Le loro vittime erano per lo più uomini coraggiosi e nobili.
E mentre queste cosa accadevano a Gerusalemme, molti ufficiali romani, considerando una fortuna inaspettata il dissenso scoppiato fra i nemici, erano favorevoli a marciare sulla città, incitando il loro comandante in capo, Vespasiano, ad intervenire il più rapidamente possibile. Ma Vespasiano rispose che, non erano questi i ragionamenti da fare, poiché, qualora si fosse mosso subito contro la città, avrebbe indotto le due fazioni giudee a trovare un accordo e conciliarsi; in caso contrario, se avesse saputo aspettare, li avrebbe trovati ridotti di numero a causa della guerra civile prodottasi all'interno della città. Questo è quanto Vespasiano disse ai suoi ufficiali: « Se qualcuno crede che la gloria della vittoria sarà meno bella senza combattere, prenda in considerazione che la vittoria ottenuta senza correre pericoli è migliore rispetto a quella che ne consegue passando attraverso l'incertezza della battaglia. E non sono meno gloriosi coloro che raggiungono gli stessi risultati in combattimento, riuscendo a dominarsi con freddo freddo calcolo. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 6.2.372-373.)
E così, mentre le schiere nemiche si assottigliavano, Vespasiano avrebbe potuto utilizzare un esercito più forte, grazie all'opportunità di poter evitare di combattere e quindi, di affaticarsi inutilmente. I Giudei, infatti, non stavano cercando di fabbricare nuove armi o consolidare le proprie mura o raccogliere alleati, tanto che un rinvio dello scontro sarebbe risultato a danno delle armate romane ma, consumati dalla guerra civile e dalla discordia, subivano quotidianamente perdite maggiori di quelle che avrebbero subito se fossero stati attaccati dai Romani. Conveniva, pertanto, lasciare che si sterminassero a vicenda. Gli ufficiali alla fine riconobbero la validità delle argomentazioni di Vespasiano, anche perché la cosa risultò ancor più palese quando un gran numero di disertori cominciarono ad arrivare ogni giorno, eludendo la vigilanza degli Zeloti, con gravi disagi e rischi. Frattanto Giovanni ben Levi di Giscala, aspirava al dominio assoluto tra gli Zeloti, insofferente com'era di avere uguale dignità a quella dei suoi pari. Egli contravveniva sempre agli ordini emanati dagli altri, mentre diventava inflessibile e chiedeva il rispetto assoluto di quelli emanati da egli stesso. Ciò creò due fazioni avverse all'interno degli Zeloti poiché se da un lato riuscì a guadagnarsi la simpatia di molti, rimase elevato il numero di quelli a lui ostile, che temevano Giovanni potesse instaurare un suo regime monarchico, se si fosse impadronito del potere. E così Giovanni cominciò a comportarsi come un re nemico nei confronti dei suoi avversari, seppure non in modo aperto. Al contrario, le due fazioni degli Zeloti si limitavano ad un vicendevole controllo. La loro rivalità si sfogava sul popolo, facendo quasi a gara a chi lo tartassasse maggiormente, tanto che il popolo, se avesse potuto scegliere il male minore, tra la guerra, l'oppressione e la lotta delle fazioni, avrebbe certamente scelto la guerra. Ciò portò da parte di molti a cercare rifugio presso le popolazioni straniere, compresi i Romani. E poiché la sorte non sembrava arridere ai Giudei, sopraggiunse una nuova sventura. Non lontano da Gerusalemme si trovava la munitissima fortezza di nome Masada, fatta costruire dal re Erode il Grande tra il 37 ed il 31 e.v. per nascondervi i suoi tesori, al riparo in caso di guerra e per immagazzinarvi tonnellate di riserve alimentari e d'acqua. Questa fortezza era stata occupata da una banda detta dei Sicarii, che fino a quel momento si era limitata a saccheggiare il territorio limitrofo, rubacchiando solo lo stretto necessario per vivere, poiché la paura conteneva la loro voglia di estendere le loro rapine. Quando però seppero che l'esercito romano non si muoveva e che Gerusalemme era dilaniata dalla guerra civile, si decisero ad intraprendere azioni a più largo raggio. Il giorno della festa degli Azzimi, che i Giudei celebravano in ricordo della liberazione dalla schiavitù in Egitto, i predoni di Masada didedero l'assalto ad una cittadina di nome Engadde, compiendo un terribile massacro, dove persero la vita anche settecento tra donne e bambini. Svuotarono, quindi, le case e s'impadronirono dei prodotti agricoli più maturi, trasportando tutto il bottino a Masada. Poi fu la volta di tanti altri villaggi nei dintorni della fortezza, i quali furono presi d'assalto, mentre le fila di questi briganti andavano ad ingrossarsi per il continuo arrivo di ogni genere di feccia, proveniente da ogni parte. Ciò provocò anche in altre regioni della Giudea l'insorgere di tante altre bande, che fino a quel momento erano rimaste tranquille. E così la guerra civile fece sì che i briganti potessero compiere ogni tipo di rapina o saccheggio con grandissima rapidità, senza che nessuno potesse bloccarli o punirli. Non c'era infatti territorio della Giudea che non fosse stato devastato, come lo era, invece per altri motivi, quello della sua capitale, Gerusalemme.
Roma, arco di Tito, particolare della razzia nel secondo
tempio di Gerusalemme, in cui si riconosce la Menorah.
Si arrivò poi alla presa di Gerusalemme da parte dei romani, comandati da Tito.
In tutto questo riepilogo è importante comprendere la responsabilità degli Zeloti riguardo alla fine della sovranità giudaica.
L'assedio di Masada è stato l'episodio che ha concluso la prima guerra giudaica, nel 73. Masada (o Massada, o Metzadain ebraico) era un'antica fortezza, situata su una rocca a 400 m di altitudine rispetto al Mar Morto, nella Giudea sud-orientale, a circa 100 km a sud-est di Gerusalemme. Nel 66, Masada era stata conquistata da un migliaio di Sicarii che vi si insediarono con donne e bambini; quattro anni dopo (nel 70), una volta caduta Gerusalemme, vi trovarono rifugio gli ultimi strenui ribelli Zeloti non ancora disposti a darsi per vinti. Al governo della Giudea, successe Lucio Flavio Silva, poiché Sesto Lucilio Basso morì improvvisamente nel 72. Il nuovo governatore, avendo osservato che tutto il  paese era stato sottomesso tranne l'unica fortezza di Masada, ancora in mano ai ribelli, radunò la sua armata dalla regione circostante e marciò su di essa. Masada era stata occupata dai Sicarii, che avevano eletto quale loro leader un certo Eleazar ben Yair, un uomo potente, discendente da quel Giuda che aveva persuaso molti Giudei a sottrarsi al censimento fatto nel 6-7 e.v. da Publio Sulpicio Quirinio in Giudea. L'esercito romano, guidato da Lucio Flavio Silva, affrontò in un arduo assedio questo nutrito gruppo di ribelli, che si erano arroccati in questa fortezza, considerata inespugnabile a cagione delle avversità che presentava il luogo nei confronti degli assedianti. Nonostante ciò i Romani conquistarono la cittadella trovandovi i cadaveri di quasi tutti gli assediati, fatto dovuto ad un suicidio di massa per non rinunciare alla propria libertà.
La maggioranza delle notizie di cui disponiamo, riguardo alla prima guerra giudaico-romana, sono di prima mano, essendo state fornite dallo storico giudeo Giuseppe Flavio, che partecipò alla rivolta quando ancora aveva il nome di Joseph ben Matthias. 
Egli, quando scoppiò la rivolta, partecipò attivamente ottenendo l'incarico di dirigere la resistenza contro i romani nella Galilea settentrionale. Qui, dopo aver resistito per 47 giorni a Iotapata, si arrese alle truppe di Tito e Vespasiano. Una volta davanti a loro, predisse che sarebbero stati imperatori, cosa che gli assicurò la loro protezione; Flavio sarà per questo sempre molto positivo nei giudizi verso i due personaggi. Flavio attribuisce la rivolta alla follia dei ribelli, soprattutto alle frange più estreme, senza tacere sul malgoverno dei prefetti romani; ma se non tace su quest'ultimi salva però l'impero come istituzione. I peccati dei ribelli avevano indotto Dio ad abbandonare Israele per Roma; Dio aveva abbandonato i ribelli che non si erano resi conto dell'assurdità di contrapporsi alla potenza mondiale. Giuseppe afferma che Daniele era stato il più grande dei profeti e aveva previsto le disgrazie del 66-70. Traspare dunque la convinzione della provvisorietà dell'impero romano e della sua identificazione col regno messianico; ciò che distingueva Giuseppe dai ribelli era la valutazione del momento in cui sarebbe avvenuta la guerra tra bene e male.

73 e.v. - Evento conclusivo della Grande rivolta giudaica con la caduta di Masada.

Solo il cristianesimo e il farisaismo sopravvissero alla distruzione del tempio e i due rivaleggiarono per un breve periodo di tempo, fino a quando i farisei emersero come la forma dominante dell'ebraismo. Quando molti ebrei non si convertirono, i cristiani cercarono nuovi convertiti tra i "gentili", non-ebrei che praticavano culti ellenistici, definiti "pagani" secoli più tardi. I cristiani dovevano spiegare perché i convertiti dovessero ascoltare loro piuttosto che gli ebrei non messianici in merito alla Bibbia ebraica, e si dovevano inoltre dissociare dagli ebrei ribelli, che tanto spesso respingevano l'autorità romana e l'autorità in generale, venendo così percepiti come avessero presentato una storia di Gesù più in sintonia coi romani che con gli ebrei.

Carta dell'impero romano nel sud-est mediterraneo nell'80, con la
 dislocazione delle legioni.

Il Cristianesimoavviatosi come setta giudaica, sviluppa propri testi e ideologie e soprattutto non impone la Legge Ebraica (come l'obbligo della circoncisione, segno tangibile del patto con Dio), allontanandosi progressivamente dal Giudaismo per diventare poi una religione distinta nella seconda metà del II secolo e.v. Dopo la prima guerra giudaico-romana, i rivoluzionari come gli zeloti erano stati schiacciati dai romani e avevano poca credibilità (gli ultimi zeloti morirono a Masada nel 73). Allo stesso modo, i sadducei, i cui insegnamenti erano stati così strettamente connessi al Tempio, scomparvero con la distruzione del Secondo Tempio nel 70. Anche gli esseni scomparvero, forse perché i loro insegnamenti divergevano notevolmente dalle problematiche di quei tempi, o forse perché erano stati saccheggiati dai Romani a Qumran. Di tutte le principali sette del Secondo Tempio solo i farisei rimasero preponderanti, presentando insegnamenti diretti a tutti gli ebrei che potevano sostituire il culto del Tempio. Tali insegnamenti si estesero oltre le pratiche rituali. Secondo una midrash classica in Avot D'Rabbi Nathan (4:5):
« Il Tempio è distrutto. Non abbiamo mai assistito alla sua gloria. Ma il rabbino Joshua sì. E un giorno, quando guardò le rovine del Tempio, scoppiò in lacrime. "Guai a noi! Il luogo che espiava i peccati di tutto il popolo di Israele è in rovina!" Poi Rabbi Jochanan Ben Zakkai disse queste parole di conforto: "Non essere addolorato, figlio mio. C'è un altro modo di guadagnarsi l'espiazione rituale, sebbene il Tempio sia distrutto. Ora dobbiamo ottenere l'espiazione rituale attraverso atti di bontà amorevole." » (Avot D'Rabbi Nathan 4:5)
Dopo la distruzione del Tempio, Roma governò la Giudea tramite un Procuratore a Cesarea e un patriarca ebreo, riscuotendo inoltre il Fiscus iudaicus. Jochanan Ben Zakkai, un capo fariseo, fu nominato primo patriarca (con la parola ebraica Nasi, che significa anche principe o presidente) e ristabilì il Sinedrio a Yavne (si veda il relativo Concilio di Jamnia) sotto controllo fariseo. Invece di dare decime ai sacerdoti e sacrificare le offerte al Tempio (ormai distrutto), i rabbini istruirono il popolo ebraico di fare beneficenza e carità. Inoltre, affermarono che tutti gli ebrei dovessero studiare in sinagoghe locali, perché la Torah "è un'eredità dell'assemblea di Giacobbe" (Deuteronomio 33:4). Dopo la distruzione del Primo Tempio, gli ebrei credevano che Dio li avesse perdonati e consentisse loro di ricostruire il Tempio, evento che in realtà si verificò nel giro di tre generazioni. Dopo la distruzione del Secondo Tempio, gli ebrei si chiesero se ciò sarebbe accaduto di nuovo.

132 e.v. - L'imperatore Adriano minaccia di ricostruire Gerusalemme come città pagana dedicata a Giove col nome di "Aelia Capitolina". Alcuni dei saggi più importanti del Sinedrio appoggiano una ribellione guidata da Simon Bar Kokheba, che stabilisce un breve stato indipendente.

135 e.v. - Lo stato indipendente di Giudea è riconquistato dai romani. Con questa sconfitta, svaniscono le speranze degli ebrei che il Tempio sia ricostruito. I romani vietarono agli ebrei di entrare a Gerusalemme (tranne che per il giorno di Tisha b'Av) e proibirono qualsiasi progetto di ricostruire il Tempio. Invece, assunsero la Provincia di Giudea sotto controllo diretto, rinominandola Siria Palestina, e cambiarono il nome di Gerusalemme in "Aelia Capitolina".

NASCITA DELLA PALESTINA - Dopo la repressione della rivolta giudaica guidata da Bar Kochava, nel 135 l'Imperatore Adriano intese cancellare il nome di Judea sostituendolo con quello di Palestina, nome che deriva da Philastinia, terra dei Filistei. I Peleset o Filistei, citati anche nella Bibbia, furono uno dei popoli del mare e probabilmente arrivavano da Creta. Secondo gli storici furono una popolazione molto antica, di origine indoeuropea, che si stanziò tra il 1200 e l'800 a.e.v. nell'attuale Palestina. Quando i Filistei, fondendosi con la popolazione cananea preesistente, ne adottarono il pantheon, scelsero (come tutti i popoli loro vicini) una divinità in particolare quale loro "dio nazionale": Dagon, il padre di Baal. Questa divinità, denominata Ba' al Zəbûl, "Il signore della Soglia" (dell'Aldilà), è entrata a far parte della mitologia ebraica, cristiana ed islamica con il nome con cui la definisce la Bibbia, tramite uno sprezzante gioco di parole: Ba' al Zebub, "Il signore delle mosche". Da qui deriva il nome dell'entità diabolica suprema: Belzebù, uno dei "sette prìncipi dell'Inferno", identificato anche dalla tradizione cristiana come un demone. La Bibbia parla di un tempio dedicato a Dagon ad Ekron (a soli 35 km da Gerusalemme), descrivendolo come un tempio cananeo puntellato da due pilastri centrali. La narrazione biblica descrive infatti l'atto di Sansone che, ottenuta da Yahweh una forza sovrumana, abbatte i due pilastri, provocando il crollo dell'intero tempio. Sansone muore schiacciato assieme ai filistei presenti nel tempio di Dagon. Da qui il celebre detto "Muoia Sansone con tutti i Filistei". Secondo altri studiosi invece, il nome Palestina deriva dalle popolazioni migrate dalla valle dell'Indo nel 3.250 a.e.v., quelli che noi chiamiamo Fenici e che erano gli stessi che poi abitarono sulle coste orientali dell’italia meridionale, che allora presero il nome di Yoni poiché portavano un bastone biforcuto a forma di Y per simbolizzare i genitali femminili (erano infatti portatori di una cultura matriarcale). Quando proseguirono per il medio oriente li chiamarono Pallis (palo, bastone, pastori), a causa del bastone, e dopo che si insediarono nel territorio circostante le rive del giordano denominarono quella terra “Pallis-tan” (tan = terra), che significa “Terra dei Pastori”, italianizzato Palestina.

Carta delle province dell'impero romano nel 210.

FINE DEL FARISAISMO - I romani in seguito ricostituirono il Sinedrio sotto la guida di Yehuda HaNasi (che affermava di essere un discendente del re Davide). Da allora conferirono il titolo di "Nasi" come ereditario ed i figli di Yehuda servirono sia come patriarchi che come capi del Sinedrio.
Secondo lo storico Shaye Cohen, dopo che furono passate tre generazioni dalla distruzione del Secondo Tempio, la maggior parte degli ebrei conclusero che il Tempio non sarebbe stato ricostruito durante la loro vita, né in un prossimo futuro. Durante il periodo del Secondo Tempio, quando gli ebrei erano divisi in sette, i farisei erano una setta tra le tante, e partigiane. Ogni setta affermava il monopolio della verità e scoraggiava il matrimonio tra membri di sette differenti. I membri delle diverse sette tuttavia dibattevano l'una con l'altra sulla correttezza delle loro rispettive interpretazioni, sebbene non ci fosse una redazione significativa e affidabile di tali dibattiti settari. Dopo la distruzione del Secondo Tempio, queste divisioni settarie finirono. I rabbini evitarono il termine "fariseo", forse perché era un termine più spesso usato dai non farisei, ma anche perché il termine era esplicitamente confessionale. I rabbini asserivano la leadership su tutti gli ebrei e aggiunsero il Birkat Ha Minim all'Amidah, una preghiera che in parte esclama: "Laudato sii O Signore, che spezzi i nemici e sconfiggi gli arroganti", e che è intesa come un rifiuto di sette e settarismo. Questo spostamento non risolse comunque in nessun modo i conflitti sull'interpretazione della Torah, bensì trasferì i dibattiti tra sette ai dibattiti all'interno dell'ebraismo rabbinico. L'impegno farisaico al dibattito erudito, come valore in sé e per sé, piuttosto che semplicemente un sottoprodotto di settarismo, emerse come una caratteristica distintiva di tale forma di ebraismo. Come i farisei sostenevano che tutto Israele dovesse agire come sacerdote collettivo, così i rabbini sostenevano che tutto Israele dovesse agire come rabbino collettivo: "I rabbini, inoltre, vogliono trasformare l'intera comunità ebraica in un'accademia dove tutta la Torah viene studiata e conservata... la redenzione dipende dalla "rabbinizzazione" di tutto Israele, cioè, dal raggiungimento da parte di tutti gli Ebrei di una realizzazione piena e completa della rivelazione o Torah, ottenendo così una perfetta replica del Cielo."
La speranza di un Terzo Tempio, testimonianza dell'ebraismo, rimane una pietra miliare della fede ebraica. Su questa base sorgerà poi il Sionismo.

IL SIONISMO, IL RITORNO A CASA DEL POPOLO EBRAICO - Da Wikipedia: "Il sionismo è un movimento politico internazionale il cui fine è l'affermazione del diritto alla autodeterminazione del popolo ebraico mediante l'istituzione di uno Stato ebraico, inserendosi nel più vasto fenomeno del nazionalismo moderno. Il movimento, nato alla fine del XIX secolo tra gli ebrei residenti in Europa, fu importante ma minoritario nel mondo ebraico per tutta la prima metà del XX secolo, per poi divenire maggioritario in seguito alla Shoah. Dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1947, in cui oggi vive circa il 30% degli ebrei del mondo, il sionismo si è trasformato in movimento di sostegno internazionale alla costituzione di tale Stato, oltre a continuare il tradizionale aiuto all'immigrazione in Israele (aliyah). Oggigiorno, il termine "sionista" viene applicato a varie fazioni politiche israeliane, sia di sinistra e sia di destra, le quali hanno in comune il sostegno dello stato d'Israele come entità ebraica."

DIVERSE INTERPRETAZIONI DEL MESSAGGIO MESSIANICO DI GESU'
150 p.e.v. - 70 e.v. - Vengono stilati i Rotoli del Mar Morto, comunemente associati all'antica setta ebraica degli Esseni. Le scoperte archeologiche delle grotte del Mar Morto, i Manoscritti di Qumran e il ritrovamento degli scritti di Nag Hammâdi, hanno contribuito in modo decisivo a rendere comprensibile l’identità storica del cristianesimo delle origini, che si connota come un movimento di dissenso e di critica interna rispetto alle strutture egemoni dell’ebraismo, con una tensione riformatrice e una carica universalizzante. Gli scavi archeologici risalgono agli anni Quaranta-Cinquanta; la traduzione dei testi nelle principali lingue occidentali era appena agli inizi ancora negli anni Ottanta. Ciò significa che, se mai avesse cessato di esserlo, l’argomento più antico torna ad essere l’argomento più moderno. L’altopiano di Qumran, il luogo delle grotte dove sono stati trovati i manoscritti, si trova in prossimità del Mar Morto, nell’area di nord-est. Le grotte di Nag Hammâdi si trovano presso un’ansa del Nilo, non lontano dalla quale sorge l’omonimo villaggio. A differenza dei testi di Qumran, che sono su rotoli di pelle scritti in ebraico, i testi di Nag Hammâdi sono più recenti, appartengono all’area neo-testamentaria e sono su pergamene scritte in copto. I documenti sono d’eccezionale rilievo. A Qumran, infatti, è stata ritrovata la più antica versione esistente del libro della Genesi; a Nag Hammâdi altri scritti straordinari quali sono i testi della Sophia e uno strabiliante apocrifo attribuito all’apostolo Giovanni. Questi ritrovamenti, come già quelli di Ebla denunciavano, evidenziano la continuità tra la tradizione assiro-babilonese e quella di Israele, mettono in chiara luce la persistenza di questi contenuti anche nell’opera di rinnovamento perseguito dalla comunità, probabilmente di esseni, di Qumran e dai seguaci di Gesù. Emergono caratteristiche decisive per l’approfondimento della comprensione dei fondamenti delle culture monoteistiche e, conseguentemente, della coscienza collettiva delle culture di origine mediterranea e, per estensione, dell’intera umanità.
Luigi Moraldi (Carpasio, 1915 - Milano, 2001) è stato un filologo italiano, tra i più significativi esegeti dei Rotoli del Mar Morto (noti anche come Manoscritti di Qumran, dal luogo dei ritrovamenti) e di Nag Hammâdi (noti anche come Testi Gnostici, che comprendono tra l'altro versioni apocrife dei Vangeli), lavorando direttamente sulle fonti al tempo del loro ritrovamento archeologico. L'ultima grande opera realizzata da Luigi Moraldi è stata l’edizione critica delle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio. Quest'opera rappresenta il compimento della sua personale parabola, perché è da qui che era partito il grande sogno di un giovane studente: affrontare la leggendaria edizione dell’opera di Giuseppe Flavio redatta da Benedictus Niese, sette volumi in tedesco, monumentali e ineguagliabili. Proprio in quest’opera, più chiaramente che in ogni altra, sono leggibili a chiare lettere gli argomenti in base ai quali la nozione di popolo eletto appare messa in crisi e criticata per il suo tendere a comporre una casta chiusa e genealogicamente determinata, cui si contrappone il movimento di riforma esseno, che vede il popolo eletto come l'insieme dei giusti che osservano le leggi eterne della Torah: ed è qui che trovano il punto di unione l'Antico ed il Nuovo Testamento e il Corano. Dopo aver concluso l'opera su Giuseppe Flavio (pubblicata nel 1998), l'infaticabile professore Moraldi stava lavorando ad un'altra impresa, relativa alla ricostruzione dei documenti e degli atti inerenti a una figura storica su cui c'è ancora bisogno di gran luce. Si tratta di Simeon bar Kocheba, l'uomo che fu l'ultimo Maestro di Giustizia della Comunità di Damasco (nome con cui si identifica la setta degli esseni o, secondo il termine greco, terapeuti. Si tratta di un argomento estremamente controverso, in cui solo pochi sapienti possono addentrarsi. Le opere di Luigi Moraldi abituano il lettore a camminare sugli abissi della logica con totale naturalezza. È stato un uomo di qualità eccezionali, su cui la cultura italiana dovrà lungamente soffermarsi per comprendere l'ampiezza e la profondità di un'opera che ha dimensioni epocali ed è proiettata nel futuro.

I sec - II sec. e.v. - Vengono stilati i codici di Nag Hammâdi, un insieme di testi gnostici cristiani e pagani, rinvenuti nei pressi di Nag Hammâdi (in Egitto), nel dicembre 1945. Si tratta di 13 papiri che furono ritrovati in una giara di terracotta da un abitante del villaggio di al - Qasr, presso un monastero cenobita pacomiano nell'isola di Nag Hammâdi, detta anche isola elefantina. I cenobiti (dal latino cenòbium, a sua volta dal greco koivòs "comune" e bios "vita") sono monaci cristiani le cui prime comunità risalgono al IV secolo. Il cenobitismo è una forma comunitaria di monachesimo, praticata in monasteri (cenobi) sotto la guida di un'autorità spirituale, secondo una disciplina fissata da una regola. I cenobiti si differenziano dagli eremiti in quanto praticavano una vita comunitaria anziché solitaria. Fondatore del cenobitismo è considerato San Pacomio, monaco egiziano vissuto a cavallo fra III e IV secolo. Il cenobitismo fu diffuso in occidente da San Benedetto da Norcia dopo l'incontro con l'abate Servando, e su quei principi istituì l'Ordine di San Benedetto. La zona del ritrovamento dei codici di Nag Hammâdi è situata accanto alla parete rocciosa di Jabal - al Tarif, circa 450 km a sud del Cairo, in Egitto. I papiri rimasero nascosti per lungo tempo dopo il ritrovamento e in seguito ad una complessa vicenda, dopo essere stati dispersi, furono recuperati e messi a disposizione degli studiosi. I testi contenuti nei codici sono, per la maggior parte, scritti gnostici, ma includono anche tre opere appartenenti al Corpus Hermeticum ed una parziale traduzione della Repubblica di Platone. Si ipotizza che tali codici appartenessero alla biblioteca di un monastero della zona, e che i monaci li abbiano nascosti per salvarli dalla distruzione quando si cominciò a considerare lo gnosticismo come eresia. I testi sono scritti in egiziano copto, benché la maggior parte di essi (o forse tutti) siano stati tradotti dal greco. L'opera più importante presente in essi è il Vangelo di Tommaso, l'unico testo completo noto dell'opera. Grazie a questa scoperta gli studiosi riscontrarono la presenza di frammenti di questo testo nei manoscritti di Ossirinco, scoperti nel 1898, e ne ritrovarono tracce nelle citazioni presenti negli scritti dei Padri della Chiesa. La datazione dei manoscritti risale al III e IV secolo, mentre per i testi greci originali, benché ancora controversa, è generalmente accettata una datazione del I e II secolo.
Lo gnosticismo è stato un movimento filosofico-religioso, molto articolato, la cui massima diffusione si ebbe tra il II e il IV secolo dell'era cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis cioè "conoscenza". Sebbene parrebbe collocarsi principalmente in un contesto cristiano, in passato alcuni studiosi ritennero che lo gnosticismo precedesse il cristianesimo e inclusero credenze religiose pre-cristiane e pratiche spirituali comuni alle origini del cristianesimo, al neoplatonismo, al giudaismo del Secondo Tempio, alle religioni misteriche e allo zoroastrismo (specialmente per ciò che riguarda lo zervanismo). La discussione sullo gnosticismo è cambiata radicalmente con la scoperta dei Codici di Nag Hammadi, i quali condussero gli studiosi ad una revisione delle precedenti ipotesi. Le origini dello gnosticismo risalgono all'epoca precristiana, mentre in passato lo gnosticismo veniva considerato soprattutto come una delle eresie del cristianesimo. Pare che le prime tracce di sistemi gnostici possano essere trovate già alcuni secoli prima dell'era cristiana. Al quinto Congresso degli Orientalisti (Berlino 1882) Kessler fece notare il collegamento tra gnosis e religione babilonese, non la religione originale della Babilonia, ma la religione sincretistica che si sviluppò dopo la conquista della regione da parte di Ciro il Grande. Sette anni più tardi (1889) F.W. Brandt pubblicò il suo “Mandäische Religion”, in cui descriveva la religione mandea. In tale opera l'autore dimostrò che questa religione è una forma così chiara di gnosticismo, da essere prova che lo gnosticismo è esistito indipendentemente ed anteriormente al cristianesimo. Molti studiosi, invece, hanno ricercato la fonte delle teorie gnostiche nel mondo ellenistico e, specialmente, nella città di Alessandria d'Egitto. Nel 1880 Joel cercò di provare che l'origine di tutte le teorie gnostiche risiedeva in Platone. Anche se la tesi su Platone può essere considerata come una forzatura, l'influenza greca sulla nascita e sullo sviluppo dello gnosticismo non può essere negata. In ogni caso, che il pensiero alessandrino abbia avuto qualche influenza, almeno nello sviluppo dello gnosticismo cristiano, è dimostrato dal fatto che la maggior parte della letteratura gnostica di cui siamo in possesso arriva da fonti egiziane (copte). Anche se le origini dello gnosticismo sono ancora avvolte nell'oscurità, molta luce è stata fatta sulla questione grazie al lavoro combinato di molti studiosi. Lo gnosticismo, a prima vista, può apparire un mero sincretismo di tutti i sistemi religiosi dell'antichità (religioni misteriche, astrologia magica persiana, zoroastrismo, ermetismo, Kabbalah, filosofie ellenistiche, giudaismo alessandrino, Cristianesimo dei primi secoli) ma, in realtà, ha una radice profonda, che ha assimilato in ogni substrato culturale ciò di cui aveva bisogno per la sua vita e per la sua crescita: il motivo portante di questa corrente di pensiero è il pessimismo filosofico e religioso. Gli gnostici, ad onor del vero, presero in prestito quasi completamente la loro terminologia dalle religioni esistenti, ma la usarono solamente per illustrare la loro grande idea del male insito nell'esistenza ed il dovere di fuggirlo con l'aiuto di incantesimi e di un Salvatore sovrumano. Qualunque cosa abbiano preso in prestito dalle altre religioni, sicuramente non fu il pessimismo. Benché la rilevanza del pensiero gnostico cominci a declinare a partire dal IV secolo, esistono tuttavia tracce della persistenza di tali concezioni nella storia del pensiero religioso e filosofico occidentale fino ai giorni nostri. Quando Ciro il Grande entrò a Babilonia nel 539 p.e.v. (a.C.), s'incontrarono due grandi scuole di pensiero e iniziò il sincretismo religioso. Il pensiero persiano cominciò a mescolarsi con l'antica civiltà babilonese. L'idea della lotta titanica tra bene e male, che pervade l'universo in eterno, è l'idea da cui deriva il mazdeismo, o dualismo persiano. Questo, e l'immaginata esistenza di innumerevoli spiriti intermedi, angeli e demoni, fu la spinta che fece superare le idee del Semitismo. D'altra parte la fiducia incrollabile nell'astrologia e la convinzione che il sistema planetario aveva un'influenza totale sugli affari di questo mondo si sviluppò proprio tra i caldei. La grandezza dei Sette (la Luna, Mercurio, Venere, Marte, il Sole, Giove, e Saturno), il sacro Hebdomad, simboleggiato per millenni dalle torri di Babilonia, non fu sminuito. In verità, essi cessarono di essere adorati come divinità, ma rimasero come arconti e dynameis, regole e poteri, la cui quasi irresistibile forza contrastava l'uomo. Furono trasformati da dei a devas, spiriti cattivi. La religione degli invasori e quella degli invasi si fusero in un compromesso: ogni anima, nella sua ascesa verso il buon Dio e la luce infinita dell'Ogdoade, doveva combattere contro l'avversa influenza del dio o degli dei dell'Hebdomad, l'entità dei sette pianeti. Questa ascesa dell'anima attraverso le sfere planetarie fino al paradiso cominciò ad essere concepita come una lotta contro poteri avversi e divenne la prima e predominante linea dello gnosticismo. La seconda grande linea del pensiero gnostico fu la magia, il potere ex opere operato di nomi, suoni, gesti ed azioni. Queste formule magiche, che provocavano risate e disgusto ai non iniziati, non sono corruzioni più tarde della filosofia gnostica, ma una parte essenziale dello gnosticismo e furono osservate in tutte le forme di gnosticismo cristiano. Nessuna gnosis era completa senza la conoscenza delle formule che, una volta pronunciate, permettevano l'annullamento dei poteri ostili. Lo gnosticismo entrò in contatto col giudaismo abbastanza presto. Considerando le forti, ben organizzate ed estremamente colte colonie ebree nella valle dell'Eufrate, questo primo contatto col giudaismo è perfettamente naturale. Forse l'idea gnostica di un Redentore deriva proprio dalle speranze messianiche ebree. Ma, fin dall'inizio, la concezione gnostica del Salvatore è più sovrumana di quella del giudaismo; il loro Manda d'Haye, o Soter, è una manifestazione immediata della Divinità, un Re della Luce, un Æon (Eone). Una definizione piuttosto parziale del movimento, basata sull'etimologia della parola, può essere: "dottrina della salvezza tramite la conoscenza". Mentre il cristianesimo tradizionale (così come definito dai concili ecumenici) sostiene che l'anima raggiunge la salvezza dalla dannazione eterna per grazia di Dio principalmente mediante la fede, per lo gnosticismo invece la salvezza dell'anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata (gnosi) dell'uomo, del mondo e dell'universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità. Gli gnostici dunque erano "persone che sapevano", e la loro conoscenza li costituiva in una classe di esseri superiori, il cui status presente e futuro era sostanzialmente diverso da quello di coloro che, per qualsiasi ragione, non sapevano. Per quanto insoddisfacente possa sembrare questa definizione, l'oscurità, la molteplicità e la confusione dei sistemi gnostici permettono difficilmente di formularne un'altra. Lo gnosticismo descrive un insieme di antiche religioni il cui principio base era l'insegnamento attraverso il quale si può fuggire dal mondo materiale, creato dal Demiurgo, per abbracciare il mondo spirituale. Gli ideali gnostici furono influenzati da molte delle antiche religioni che predicavano tale gnosi (variamente interpretata come conoscenza, illuminazione, salvezza, emancipazione o unicità con Dio), che, a seconda del culto in questione, poteva essere raggiunta praticando la filantropia, tale da raggiungere la povertà personale, l'astinenza sessuale (per quanto possibile per gli ascoltatori, completamente per iniziati) e una diligente ricerca della saggezza aiutando gli altri.
Nello gnosticismo il mondo del Demiurgo è rappresentato dal mondo inferiore, che è associato con la materia, la carne, il tempo e più particolarmente con un mondo imperfetto, effimero. Il mondo di Dio è rappresentato dal mondo superiore ed è associato all'anima e alla perfezione. Il mondo di Dio è eterno e non rientra nei limiti della fisica. È impalpabile, e il tempo non esiste. Per arrivare a Dio, lo gnostico deve raggiungere la conoscenza, che mescola filosofia, metafisica, curiosità, cultura, saperi e i segreti della storia e dell'universo. La gnosi ebbe come centri di maggiore fioritura soprattutto Alessandria d'Egitto e Roma. Un particolare impulso ebbe, negli ultimi secoli, in Siria ed in Egitto, grazie alla sua diffusione in ambienti monastici, attraverso le numerose correnti ascetiche. Lo gnosticismo, comunque, ebbe i suoi rappresentanti più noti nei primi secoli dopo Cristo, con prominenti insegnanti come Marcione, Valentino e Basilide. Altri gnostici noti furono Cerinto, Carpocrate e Simon Mago con tutta la sua scuola. Anche quando la corrente principale e centralizzata della Chiesa Cattolica Romana divenne il corpo cristiano dominante e iniziò a sopprimere le idee cristiane alternative e il paganesimo, lo gnosticismo non svanì senza lasciar traccia, anche se Sant'Ireneo di Lione, Tertulliano e San Giustino Martire rimasero le uniche fonti di conoscenza fino al 1945, anno in cui furono scoperte, nei pressi del villaggio di al-Qasr, 44 opere gnostiche.
In generale gli gnostici tendevano ad identificare il Dio dell'Antico Testamento con la potenza inferiore del malvagio Demiurgo, creatore di tutto il mondo materiale, mentre il Dio del Nuovo Testamento con l'Eone perfetto ed eterno, il generatore degli eoni Cristo e Sophia, incarnati sulla Terra rispettivamente come Gesù e Maria Maddalena. Dalla concezione docetista insita in gran parte delle religioni gnostiche, deriverebbe poi il rifiuto della resurrezione del corpo di Gesù, poiché dopo la sua morte, egli sarebbe tornato sulla Terra solo nella sua forma divina, liberato dal corpo materiale. Inoltre, nel periodo tra la Resurrezione e l'Ascensione, periodo considerato dagli gnostici ben più esteso dei canonici quaranta giorni, avrebbe impartito solo a pochi dei suoi discepoli una sorta di insegnamento segreto (di tale insegnamento tratta l'apocrifo Pistis Sophia). Tale insegnamento, parallelamente alla dottrina della Chiesa, fondata sulla predicazione pubblica del Cristo, venne tramandato per via occulta a beneficio di pochi eletti, escludendo, così, la gerarchia della Chiesa. Inoltre, aspetto fondamentale, la salvezza doveva giungere attraverso esperienze personali e non attraverso lo studio dei testi canonici. Tutte queste convinzioni contrastavano fortemente con l'ortodossia del cattolicesimo che andava formandosi in quei primi secoli. Fu quindi inevitabile che le dottrine gnostiche, che in un primo tempo si erano diffuse anche all'interno della Chiesa, incontrassero l'opposizione delle comunità cristiane e fossero considerate come eretiche. Ciò portò il movimento gnostico ad un rapido declino, anche se, specialmente in Medio Oriente, alcuni aspetti dello gnosticismo (come l'aspetto ascetico) divennero parte integrante del patrimonio della Chiesa Cristiana per mezzo della corrente filomatica (da philomathìa, un movimento intellettuale e culturale di stampo fortemente gerarchico, derivante dalle antiche accademie neoplatoniche di stampo alessandrino, la quale sostieneva che anche nella propria quotidianità, l'essere umano può e deve sempre innalzarsi culturalmente e approfondire le conoscenze di se stesso e del mondo che lo circonda, considerando che una vita che non sia spesa per la ricerca non sia degna d'essere vissuta) che, sebbene non avesse un impianto religioso, permetteva, con la sua etica o mistica peculiare, una tolleranza reciproca tra studiosi (filomati) e sacerdoti (clero cristiano).
La visione gnostica della creazione teorizzava che da Dio Primo Eone fossero state generate più coppie di eoni composte sempre da un eone maschile e uno femminile. Dio e gli eoni nel loro complesso formavano il Pleroma. Gli eoni, in molti sistemi gnostici, rappresentano le varie emanazioni del Dio primo, noto anche come l'Uno, la Monade, Aion Teleos (l'Eone Perfetto), Bythos (greco per Profondità), Proarkhe (greco per Prima dell'Inizio), Arkhe (greco per Inizio). Questo primo essere è anch'esso un eone e contiene in sé un altro essere noto come Ennoia (greco per Pensiero), o Charis (greco per Grazia), o Sige (greco per Silenzio). L'essere perfetto, in seguito, concepisce il secondo ed il terzo eone: il maschio Caen (greco per Potere) e la femmina Akhana (Verità, Amore). Quando un eone chiamato Sophia emanò senza il suo eone partner, il risultato fu il Demiurgo, o mezzo-creatore (nei testi gnostici a volte chiamato Yalda Baoth, Hysteraa, Saklas (= il folle) o Rex Mundi per i Catari), una creatura che non sarebbe mai dovuta esistere e che creò il mondo materiale. Questa creatura non apparteneva al pleroma, e l'Uno emanò due eoni, Cristo e Sophia, ovvero lo Spirito Santo, per salvare l'umanità dal Demiurgo. Cristo prese poi la forma della creatura umana Gesù in modo da poter insegnare all'umanità la via per raggiungere la gnosi: il ritorno al pleroma.
Anche il Vangelo di Giuda, recentemente scoperto, tradotto e poi acquistato dalla National Geographic Society menziona gli eoni e parla degli insegnamenti di Gesù al loro riguardo. In un passo di tale Vangelo, Gesù deride i discepoli che pregano l'entità che loro credono essere il vero Dio, ma che è in realtà il malvagio Demiurgo.
Gli gnostici ofiti, o naaseni, veneravano il serpente, perché, come narrato nella Genesi (3,1), era stato mandato da Sophia (o era lei stessa nelle sue sembianze) per indurre gli uomini a nutrirsi del frutto della conoscenza, al fine di infondere in loro la gnosis di cui avevano bisogno per svegliarsi dagli inganni del malvagio Demiurgo ed evolversi a Dio. Secondo gli Ofiti, il Padre di Tutti, o Primo Uomo, emanò il Figlio (il Pensiero), o Secondo Uomo. Poi comparve l'Agape (Spirito Santo), o Prima Donna. Questa terna generò Cristo (presso alcune culture identificate nell'Adam Kadmon) e sua sorella Sophia (la Saggezza). Anche Sophia ebbe dei figli, uno dei quali, il Demiurgo Ialdabaoth, si ribellò all'autorità e creò il mondo materiale e l'uomo. Costui, identificato col dio veterotestamentario, rinchiuse i primi uomini, Adamo ed Eva nell'Eden, in maniera da essere venerato da loro. Però Sophia mandò il serpente a spingerli a mangiare il frutto proibito e così risvegliare la loro conoscenza, i cui livelli erano superiori a quelli di Ialdabaoth. Infatti, Sophia aveva instillato negli uomini, all'insaputa del loro creatore, una scintilla divina che, per le manovre del Demiurgo, restava sopita. Gesù, a volte identificato col serpente, quindi discese dal cielo per accendere questa scintilla e liberare gli uomini dalla tirannia di Ialdabaoth. Per questo motivo gli ofiti veneravano il serpente e tutti i personaggi del Vecchio Testamento che si erano in qualche modo opposti a Yahweh, cioè il Demiurgo. Agostino d'Ippona riferiva che allevavano serpenti in carne ed ossa e li addestravano a sfiorare il loro pane che poi, santificato in questo modo, usavano come eucarestia. Le loro opere principali, conosciute, erano la Predica dei Naasseni e il Diagramma degli ofiti. Quest'ultimo, composto prima del 150, descriveva la cosmogonia ofita. Nonostante sia andato perduto, però, è stato descritto minuziosamente sia dal filosofo pagano Celso che dall'eresiologo Origene Adamantio.
Ogni setta predicava una propria variante del credo gnostico e quindi praticava un proprio culto. Alcune sette respingevano completamente i sacramenti, mentre altre accettavano quali strumenti di conoscenza solo il battesimo e l'Eucaristia, affiancandoli ad altri riti, per mezzo di inni e formule magiche, o pratiche, come l'astinenza sessuale o la povertà, che dovevano propiziare l'ascesa al regno spirituale del principio divino imprigionato nel corpo materiale. Da un punto di vista etico, lo gnosticismo oscillava fra il rigore ed il lassismo: se, infatti, la valutazione negativa della materia e del corpo spingeva alcuni gruppi ad astenersi anche dal matrimonio e dalla procreazione, fino ad arrivare all'ascetismo più rigoroso (Saturnino, encratiti), la convinzione che l'anima fosse assolutamente estranea al mondo materiale portava altre correnti a giudicare in termini relativistici ogni atto connesso con il corpo (Basilide, Carpocrate, barbelognostici, fibioniti, cainiti).
Una delle conclusioni che si ricavano da Sant'Ireneo di Lione, dove per la prima volta appare il termine "gnostico", è che esistono tanti tipi di gnosticismo quante le persone che lo proclamano con una certa autorità. Più tardi ripresero il modello gnostico l'alchimia e l'astrologia rinascimentale, scienze esoteriche che si nutrivano delle pubblicazioni di letterati come Marsilio Ficino (1433 - 1499), che nel 1463 tradusse il Corpus Hermeticum, una raccolta di scritti sapienziali di epoca ellenistica, attribuiti a Ermes Trismegisto. Esiste anche una setta di gnostici che, isolandosi geograficamente, è giunta fino a noi in forma molto pura: i mandei dell'Iraq meridionale, i cui caratteri gnostici sono molto evidenti.
La scoperta, nel 1945 dei Codici di Nag Hammadi ha dato nuova forza a molti di questi movimenti, con diversi filoni di pensiero. Ad esempio, Carl Gustav Jung studiò a lungo il pensiero gnostico, affiancando ad esso le sue conoscenze di psicologia. È possibile riscontrare tracce delle dottrine gnostiche in opere letterarie contemporanee.

ORIGINE DEL RABBINISMO, IL NUOVO EBRAISMO - Solo il cristianesimo e il farisaismo sopravvissero e rivaleggiarono per un breve periodo di tempo, fino a quando i farisei emersero come la forma dominante dell'ebraismo e visto che molti ebrei non si convertirono al cristianesimo, i cristiani cercarono nuovi conversioni tra i pagani (chiamati "gentili", non ebrei) e in questo si distinsero Barnaba e Paolo di Tarso.
I cristiani dovevano spiegare perché i convertiti dovessero ascoltare loro piuttosto che gli ebrei non messianici in merito alla Bibbia ebraica, e si dovevano inoltre dissociare dagli ebrei ribelli che tanto spesso respingevano l'autorità romana e l'autorità in generale. Venivano così percepiti come avessero presentato una storia di Gesù più in sintonia coi romani che con gli ebrei. Secondo lo storico Shaye Cohen, dopo che furono passate tre generazioni dalla distruzione del Secondo Tempio, la maggior parte degli ebrei conclusero che il Tempio non sarebbe stato ricostruito durante la loro vita, né in un prossimo futuro. Gli ebrei si trovarono quindi di fronte a domande difficili e di vasta portata:
Come ottenere espiazione senza Tempio?
Come spiegare l'esito disastroso della ribellione?
Come vivere in un mondo romanizzato, dopo il Tempio?
Come collegare le tradizioni presenti e passate?
Indipendentemente dall'importanza che davano al Tempio, e nonostante il loro sostegno della rivolta di Bar Kokheba, la visione farisaica della legge ebraica come mezzo con cui la gente comune avrebbe potuto impegnarsi con il sacro nella propria vita quotidiana fornì loro una posizione da cui rispondere a tutte e quattro le sfide in modo significativo per la stragrande maggioranza degli ebrei. Le loro risposte avrebbero costituito l'ebraismo rabbinico.

SEPARAZIONE FRA CRISTIANESIMO ED EBRAISMO - Forse il Cristianesimo inteso come religione distinta da quella ebraica lo possiamo individuare a partire dalla seconda metà del II secolo, dove i cristiani, che credono negli insegnamenti di Gesù, sono quasi soltanto i non ebrei.

DALLE COMUNITA' PALEO-CRISTIANE ALLA CHIESA DI STATO - Da Wikipedia: "La Chiesa ha origine nel I secolo. Inizialmente è considerata una setta ebraica. Con la predicazione di Paolo di Tarso si formano anche comunità di "gentili", cioè di persone di origine non ebraica, prevalentemente di cultura greca. Nel II secolo le Chiese giudeo-cristiane (quelle vicine all'ebraismo) vengono progressivamente estromesse dall'ebraismo che sta riorganizzando le proprie strutture e basi religiose dopo la crisi della distruzione del Tempio del 70, mentre le Chiese dei gentili continuano a espandersi. Gli storici indicano col termine "Grande Chiesa" l'insieme delle comunità derivate dai vari apostoli (sia quelli di Gerusalemme sia quelli legati a Paolo di Tarso, come Barnaba) che più avanti confluiranno nella Chiesa cattolica e ortodossa del primo millennio, per distinguerle dai gruppi marginali di ispirazione cristiana che elaborano particolari dottrine che non saranno accettate dalla maggioranza, come gli ebioniti e gli gnostici.
Una seconda fase della Chiesa è quella della patristica, cioè la formazione di un corpus di commenti alle scritture, dispute con gli eretici e apologie nei confronti del "paganesimo" e del giudaismo, dovuto a scrittori, spesso ecclesiastici, che sono costretti a ripensare le dottrine del cristianesimo nell'ambito della cultura dell'epoca. In quest'epoca comincia a sentirsi l'esigenza di una canone di scritture specifico cristiano da accostare a quello ebraico, che fino ad allora era stato considerato l'unico necessario, nella forma precedente alla distruzione del secondo Tempio.
A partire dal IV secolo si pone anche il problema del rapporto con lo Stato, in particolare l'Impero romano, dopo che il cristianesimo cambia lo status giuridico prima da religione illecita (fino a Costantino I), poi con Costantino diventa religione tollerata e infine, con Teodosio I, religione di Stato.
Comincia progressivamente a differenziarsi anche la mentalità delle Chiese latine rispetto a quelle greche, e con i concili ecumenici si assiste a una definizione rigorosa dell'ortodossia e alla formazione di un linguaggio teologico specifico cristiano, mutuato dalla filosofia greca. Ciò comporta anche il distacco di alcune chiese "etniche" dall'alveo della Grande Chiesa (vedi Chiese orientali antiche), che ormai viene comunemente indicata come Chiesa cattolica e ortodossa."

COSTANTINO TRASFORMA LA CHIESA IN APPARATO DI STATO - La "conversione" di Costantino, non fu cristiana. Sembra che egli avesse avuto una specie di visione, o di esperienza numinosa, nel recinto di un tempio pagano consacrato all'Apollo gallico, nei Vosgi o presso Autun. Secondo un testimone che a quel tempo accompagnava l'esercito di Costantino, fu una visione del dio Sole, adorato da certe sette con il nome di Sol Invictus, « Sole Invitto » e Costantino, poco prima della visione, era stato iniziato al culto del Sole Invitto. Il Senato romano, dopo la battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio, eresse a Costantino un arco di trionfo vicino al Colosseo e secondo l'iscrizione dell'arco, la vittoria di Costantino fu ottenuta « per ispirazione della Divinità »: la Divinità in questione era il Sole Invitto. Il culto del Sole Invitto era d'origine siriana, e sebbene includesse elementi del culto di Baal e di Astarte, era sostanzialmente monoteistico, e in effetti presentava il dio del sole come la somma degli attributi di tutti gli altri dei; quindi assorbiva pacificamente in sé i suoi potenziali rivali. Inoltre, era utilmente armonizzato con il culto di Mitra, che a quei tempi aveva un posto importante a Roma e nell'impero, soprattutto fra i militari e che comportava anch'esso l'adorazione del sole. A Costantino il culto del Sole Invitto, molto semplicemente, faceva comodo. Il suo obiettivo principale e assillante era l'unità: in politica, nella religione e nell'assetto territoriale. Una religione di Stato che riassumeva in sé tutti gli altri culti favoriva chiaramente questo obiettivo. E fu sotto gli auspici del culto del Sole Invitto che il cristianesimo emergente, consolidò la sua posizione. L'ortodossia cristiana aveva molto in comune con il culto del Sole Invitto, e quindi potè fiorire indisturbata all'ombra dello spirito tollerante di quest'ultimo. Con un editto promulgato nel 321 d.C., Costantino ordinò che i tribunali restassero chiusi nel « venerabile giorno del sole », e stabilì che quel giorno doveva essere dedicato al riposo. Fino a quel momento, il cristianesimo aveva considerato sacro il sabbath ebraico. Obbedendo all'editto costantiniano, scelse come giorno sacro la domenica. Questo non soltanto lo metteva in armonia con il regime esistente, ma lo distanziava ancora di più dalle sue origini giudaiche. Fino al IV secolo, inoltre, la nascita di Gesù era stata celebrata il 6 gennaio. Ma per il culto del Sole Invitto il giorno più importante dell'anno era il 25 dicembre, la festa del Natalis Invictus, la nascita (o la rinascita) del sole, quando le giornate ricominciano ad allungarsi. Il culto del Sole Invitto si fondeva felicemente con quello di Mitra, al punto di confondersi con esso: entrambi esaltavano il sole, entrambi avevano come giorno sacro la domenica ed entrambi celebravano una festività natale il 25 dicembre. Quindi il cristianesimo poteva trovare una certa convergenza anche con il mitraismo, tanto più che il mitraismo propugnava l'immortalità dell'anima, un futuro giudizio e la resurrezione dei morti. Gli antichi Romani celebravano anche la settimana del solstizio di inverno (i Saturnali) per propiziare un ritorno dell'estate con ricche messi e cibo abbondante. I Saturnali fino all'epoca di Augusto duravano tre giorni, poi furono portati a sette. Col diffondersi del cristianesimo, i Saturnali vennero assorbiti dalla nuova religione e poco dopo il 300, il 25 dicembre era diventato il giorno della nascita di Cristo al posto della nascita del Sole.
Testa monumentale di
Costantino, dai
musei capitolini.
Per favorire l'unità, Costantino sfumò volutamente le distinzioni fra il cristianesimo, il mitraismo e il culto del Sole Invitto, finse che tra essi non vi fossero contraddizioni. Di conseguenza tollerava il Gesù deificato come una manifestazione terrena del Sole Invitto, Quindi era capace di erigere una chiesa cristiana e, nel contempo, statue della Dea Madre Cibele e del Sole Invitto: quest'ultima statua aveva le fattezze dello stesso imperatore. In questi gesti eclettici ed ecumenici si può scorgere ancora una volta l'importanza attribuita all'unità. La fede, insomma, per Costantino era una questione politica; e ogni fede che favorisse l'unità veniva trattata con tolleranza. Perciò, sebbene Costammo non fosse affatto il « buon cristiano » dipinto dalla tradizione più tarda, in nome dell'unità e dell'uniformità consolidò la posizione dell'ortodossia cristiana.

325 - Costantino convoca il Concilio di Nicea. In questo concilio fu fissata la data della Pasqua. 
- Furono stabilite regole che definivano l'autorità dei vescovi e spianavano quindi la strada a una concentrazione del potere nelle mani degli ecclesiastici. I vescovi, capi delle comunità cristiane, non pagano tasse all'impero pur incassando le decime, il 10% dei redditi delle loro curie (termine che i Latini usavano per indicare i loro raggruppamenti, le assemblee cittadine). Inoltre i vescovi ebbero la facoltà di esercitare il magistero di giudici nei processi di diritto ordinario. Insediò inoltre il vescovo di Roma nel palazzo del Laterano. Dal 384 il vescovo di Roma, che aveva assunto il titolo di «papa», come d'altra parte il patriarca di Alessandria, rivendicò il primato del suo patriarcato come continuità del primato dell'apostolo Pietro, sancito da Gesù in Matteo 16:18, che era stato il primo vescovo di Roma.
- Il Concilio di Nicea decise, con una votazione, 218 voti favorevoli e 2 contrari, che Gesù era un dio e non un profeta mortale: il Figlio fu quindi dichiarato identico al Padre. Si stabilisce così che il Figlio è consustanziale (homousios) e coeterno al Padre e condanna l’Arianesimo che sosteneva che il Figlio era di sostanza simile a Dio (homoiusios) ma non divina fino a quando non si era incarnato in Gesù e che essendo stato creato da Dio, vi era stato un tempo in cui non era esistito. Per confermare il fatto che Gesù incarnasse sia la natura umana che quella divina, avvenne la formulazione del Credo come preghiera della fede ortodossa: Gesù vero Dio e vero Uomo. Il concilio adottò tra l'altro la ripartizione civile dell'Impero come modello per l'organizzazione giurisdizionale della Chiesa; Roma, Alessandria e Antiochia vengono riconosciuti (ma già lo erano di fatto) Patriarcati (termine peraltro più tardivo), dove i patriarchi di Roma e di Alessandria venivano chiamati "papa", da "padre".
Nel Concilio di Nicea prende forma e posizione la nuova Chiesa, che non è più il nome della comunità cristiana, ma un vertice che da una parte gestisce potere psicologico, politico, economico e giudiziario e dall'altra si pone come tramite tra il fedele e la divinità, coronando così gli sforzi di Paolo di Tarso, che aveva minacciato perfino l'apostolo Pietro ad adeguarsi ad una strategia di controllo sulla comunità dei cristiani. L'ebreo Saul di Tarso (S. Paolo), diventerà così, insieme a Pietro, chiamato Simone dei Vangeli, fondante per la Chiesa Cristiana "Cattolica", e cioè "Universale". Il Concilio di Nicea dovrà inoltre costringere i vari rivoli del cristianesimo sotto il controllo del clero, marchiando come eresie quei rivoli che non si sarebbero potuti padroneggiare, come l'Arianesimo di Ario, il Manicheismo di Mani, lo Gnosticismo,  il Nestorianesimo del "monofisismo" poi, ecc. ecc., e tutte le forme di cristianesimo non conformi alla dottrina ufficiale. A Costantino stava a cuore l'unità nell'impero e non la fede religiosa. Come Dio, Gesù poteva venire opportunamente associato al Sole Invitto, come profeta mortale, sarebbe stato più difficile dargli una collocazione. Insomma, l'ortodossia cristiana si prestava a una fusione politicamente auspicabile con la religione ufficiale di Stato e per questo Costantino le diede il suo appoggio. Fu così che, un anno dopo il Concilio di Nicea, sanzionò la confisca e la distruzione di tutte le opere che contestavano i dettami cristiani emersi nel concilio: le opere degli autori pagani che parlavano di Gesù e quelle dei cristiani « eretici ». Le maggiori eresie avversate dal concilio furono:
- L'Arianesimo, il movimento teologico più rilevante del IV secolo: secondo Ario, sacerdote di Alessandria d'Egitto (256-336), la figura del Padre deve collocarsi in posizione preminente all'interno della Trinità, subordinando così il Figlio al Padre e riducendo la figura di Gesù alla dimensione umana, soltanto in rapporto di somiglianza con quella divina. Ario considera veramente trascendente e "increato" soltanto il Padre, che sarebbe l'unico e vero Dio: quindi Gesù non può essere considerato realmente Dio, anche se - in quanto suo figlio - partecipa alla grazia divina; secondo Ario anche il Verbo (o "Logos") non è vero Dio. Agostino d'Ippona combatté aspramente questa dottrina, condannandola e confutandola in alcune sue opere, tra le quali il "Contra sermonem Arianorum" ed il "Contra Maximinum haereticum episcopum Arianorum". Tra tutte, fu quella di Ario che finì per costituire il pericolo più grave per la dottrina cristiana ortodossa durante il primo millennio della sua storia. Ario era un presbyter (prete) di Alessandria intorno al 318, e morì nel 335. Il suo dissidio con l'ortodossia era semplicissimo, e si basava su un'unica premessa: Gesù era interamente mortale, non era divino in nessun senso, e non era altro che un maestro ispirato. Postulando un unico Dio supremo e onnipotente, un Dio che non si incarnava e non subiva l'umiliazione e la morte a opera delle sue creature, Ario inseriva il cristianesimo in una cornice sostanzialmente giudaica. Può darsi che, risiedendo ad Alessandria, fosse stato influenzato da insegnamenti giudaici diffusi nella città, ad esempio gli insegnamenti degli ebioniti. Nel contempo, il Dio supremo dell'arianesimo esercitava un richiamo immenso sull'Occidente. Via via che il cristianesimo acquisiva un crescente potere secolare, questo Dio diveniva più convincente. I re e i potentati riuscivano a identificarsi con lui più facilmente di quanto fossero disposti a identificarsi con una divinità mite e passiva che aveva subito il martirio senza opporre resistenza e aveva evitato i contatti con il mondo. Benché l'arianesimo venisse condannato al Concilio di Nicea nel 325, Costantino l'aveva sempre avuto in simpatia, e questa simpatia si accentuò verso la fine della sua vita. Quando morì, Costanzo, suo figlio e successore, divenne apertamente ariano; e sotto i suoi auspici si tennero concili che costrinsero all'esilio i capi della Chiesa ortodossa. Nel 360 l'arianesimo aveva soppiantato quasi del tutto il cristianesimo ortodosso. E sebbene venisse di nuovo condannato ufficialmente nel 381, continuò a prosperare e ad acquisire seguaci.
- Il Donatismo prende il nome da Donato di Case Nere (nel 315 vescovo di Cartagine). Questo movimento nasce e si sviluppa in Africa nel IV secolo e prende le mosse dalla critica nei confronti di quei vescovi che non avevano resistito alle persecuzioni di Diocleziano ed avevano consegnato ai magistrati romani i libri sacri. Secondo i donatisti i sacramenti amministrati da questi sacerdoti non sarebbero validi. Ciò porterebbe a considerare i Sacramenti non efficaci di per sé, ma dipendenti dalla dignità di chi li amministra. Questa dottrina, combattuta aspramente dai Papi e da Sant'Agostino, assunse anche una dimensione rivoluzionaria con rivendicazioni sociali, come la cancellazione dei debiti, il terrorismo nei confronti dei padroni terrieri, ecc. Nacque anche una Chiesa scismatica africana composta per lo più da fanatici che come i primi cristiani desideravano e cercavano il martirio. Addirittura, nell'ansia spasmodica del martirio, i Donatisti arrivarono ad organizzare dei grandi suicidi in massa: buttandosi dai burroni o facendosi bruciare vivi sui roghi. Nel 411, l'imperatore Onorio li dichiarò fuorilegge. Poi, le invasioni dell'Africa cristiana da parte dei Vandali (nel 429) prima e degli Arabi musulmani poi dopo sommersero questa Chiesa. Le opere agostiniane di condanna e di confutazione del Donatismo sono numerose: "Contra Cresconium grammaticum Donatistam", "Contra Gaudentium Donatistarum episcopum", "De baptismo contra Donatistas", "Epistola ad Catholicos contra Donatistas", "Psalmus contra partem Donati", "Post collationem ad Donatistas".
- Lo Gnosticismo è un movimento filosofico-religioso, molto articolato, la cui massima diffusione si ebbe tra il II e il IV secolo dell'era cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis (γνῶσις), «conoscenza». Una definizione piuttosto parziale del movimento basata sull'etimologia della parola può essere: "dottrina della salvezza tramite la conoscenza". Mentre il giudaismo sostiene che l'anima raggiunge la salvezza attraverso l'osservanza delle 613 mitzvòt e il cristianesimo sostiene che l'anima raggiunge la salvezza dalla dannazione eterna per Grazia mediante la Fede (Efesini 2,8), per lo gnosticismo invece la salvezza dell'anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata (gnosi) dell'uomo, del mondo e dell'universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità. Gli gnostici erano "persone che sapevano", e la loro conoscenza li costituiva in una classe di esseri superiori, il cui status presente e futuro era sostanzialmente diverso da quello di coloro che, per qualsiasi ragione, non sapevano. Una definizione più completa di gnosticismo potrebbe essere: "nome collettivo indicante un gran numero di sette panteistico - idealistiche fortemente diverse tra loro che sorsero da poco prima dell'Era cristiana al V secolo e che, prendendo in prestito la fraseologia ed alcuni dei dogmi delle principali religioni contemporanee, specialmente del cristianesimo, sostenevano che la materia fosse un deterioramento dello spirito e l'intero universo una depravazione della Divinità, ed insegnavano che il fine ultimo di ogni essere era il superamento della bassezza della materia ed il ritorno allo spirito Genitore; tale ritorno, sostenevano, era stato facilitato dall'apparizione di alcuni Salvatori inviati da Dio." Per quanto insoddisfacente possa sembrare questa definizione, l'oscurità, la molteplicità, e la confusione dei sistemi gnostici permette difficilmente di formularne un'altra. Tratto comune per molte correnti gnostiche è la distinzione che essi operavano tra il vero dio inconoscibile (Primo Eone) e il malvagio Dio minore Yahweh (anche noto come Yaldabaoth, Samael e Demiurgo), di cui gli gnostici disprezzavano pertanto le leggi e l'universo materiale da lui creato per imprigionare le anime degli uomini. Le origini dello gnosticismo sono state per lungo tempo oggetto di controversia e sono tuttora un interessante soggetto di ricerca. Più queste origini vengono studiate, più sembra che le sue radici affondino in epoca precristiana. Mentre in precedenza lo gnosticismo veniva considerato soprattutto una delle eresie del Cristianesimo, ora sembra, in modo inequivocabile, che le prime tracce di sistemi gnostici possono essere trovate già alcuni secoli prima dell'era cristiana. Al quinto Congresso degli Orientalisti (Berlino 1882), Kessler fece notare il collegamento tra gnosis e religione babilonese, non la religione originale della Babilonia, ma la religione sincretistica che si sviluppò dopo la conquista della regione da parte di Ciro il Grande. Sette anni più tardi F.W. Brandt pubblicò il suo "Mandäische Religion" in cui descriveva la religione mandea. In tale opera l'autore dimostrò che questa religione è una forma così chiara di gnosticismo da essere prova che lo gnosticismo è esistito indipendentemente, ed anteriormente al Cristianesimo. Molti studiosi, invece, hanno ricercato la fonte delle teorie gnostiche nel mondo ellenistico e, specialmente, nella città di Alessandria d'Egitto. Nel 1880 Joel cercò di provare che l'origine di tutte le teorie gnostiche risiedeva in Platone. Anche se la tesi su Platone può essere considerata come una forzatura, l'influenza greca sulla nascita e sullo sviluppo dello gnosticismo non può essere negata. In ogni caso, che il pensiero alessandrino abbia avuto qualche influenza almeno nello sviluppo dello gnosticismo cristiano è dimostrato dal fatto che la maggior parte della letteratura gnostica di cui siamo in possesso arriva da fonti egiziane (copte). Anche se le origini dello gnosticismo sono ancora avvolte nell'oscurità, molta luce è stata fatta sulla questione grazie al lavoro combinato di molti studiosi. Lo gnosticismo, a prima vista, può apparire un mero sincretismo di tutti i sistemi religiosi dell'antichità (religioni misteriche, astrologia magica persiana, zoroastrismo, ermetismo, Kabbalah ebraica, filosofie ellenistiche, giudaismo alessandrino, cristianesimo dei primi secoli), ma, in realtà, ha una radice profonda, che ha assimilato in ogni substrato culturale ciò di cui aveva bisogno per la sua vita e per la sua crescita: il motivo portante di questa corrente di pensiero è il pessimismo filosofico e religioso. Gli gnostici, ad onor del vero, presero in prestito quasi completamente la loro terminologia dalle religioni esistenti, ma la usarono solamente per illustrare la loro grande idea del male insito nell'esistenza ed il dovere di fuggirlo con l'aiuto di incantesimi e di un Salvatore sovrumano. Qualunque cosa abbiano preso in prestito dalle altre religioni, sicuramente non fu il pessimismo. Questo pessimismo assoluto, questo piangere l'esistenza dell'intero universo come una corruzione ed una calamità, con una delirante insistente preghiera di essere liberati dal corpo tramite la morte e la speranza che potremmo, attraverso  delle parole magiche, se solo le conoscessimo, sopprimere gli effetti del corso di questa "maledettaesistenza, sono il fondamento di ogni pensiero gnostico. Quando Ciro il Grande entrò a Babilonia nel 539 a.C., si incontrarono due grandi scuole di pensiero e iniziò il sincretismo religioso. Il pensiero persiano cominciò a mescolarsi con l'antica civiltà babilonese. L'idea della lotta titanica tra bene e male, che pervade l'universo in eterno, è l'idea da cui deriva il Mazdeismo, o dualismo persiano. Questo, e l'immaginata esistenza di innumerevoli spiriti intermedi, angeli e demoni, fu la spinta che fece superare le idee del Semitismo. D'altra parte la fiducia incrollabile nell'astrologia e la convinzione che il sistema planetario aveva un'influenza totale sugli affari di questo mondo si sviluppò  proprio tra i Caldei. La grandezza dei Sette (la Luna, Mercurio, Venere, Marte, il Sole, Giove, e Saturno), il sacro Hebdomad, (Settenato, potere dei Sette pianeti, da cui "settimana") simboleggiato per millenni dalle torri di Babilonia, non fu sminuito. In verità, essi cessarono di essere adorati come divinità, ma rimasero come arconti e dynameis, regole e poteri, la cui forza quasi irresistibile contrastava l'uomo. Furono trasformati da dei a devas, spiriti cattivi. La religione degli invasori e quella degli invasi si fusero in un compromesso: ogni anima, nella sua ascesa verso il buon Dio e la luce infinita dell'Ogdoad, doveva combattere contro l'avversa influenza del dio o degli dei dell'Hebdomad. Questa ascesa dell'anima attraverso le sfere planetarie fino al paradiso cominciò ad essere concepita come una lotta con poteri avversi, e divenne la prima e predominante linea dello gnosticismo. La seconda grande linea del pensiero gnostico fu la magia, il potere ex opere operato di nomi, suoni, gesti ed azioni. Queste formule magiche, che provocavano risate e disgusto ai non iniziati, non sono corruzioni più tarde della filosofia gnostica, ma una parte essenziale dello gnosticismo e furono osservate in tutte le forme di gnosticismo cristiano. Nessuna gnosis era completa senza la conoscenza delle formule che, una volta pronunciate, permettevano l'annullamento dei poteri ostili. Lo gnosticismo entrò in contatto col giudaismo abbastanza presto. Considerando le forti, ben organizzate ed estremamente colte colonie ebree nella valle dell'Eufrate, questo primo contatto col giudaismo è perfettamente naturale. Forse l'idea gnostica di un Redentore deriva proprio dalle speranze Messianiche ebree. Ma, fin dall'inizio, la concezione gnostica del Salvatore è più sovrumana di quella del giudaismo; il loro Manda d'Haye, o Soter, è una manifestazione immediata della Divinità, un Re della Luce, un Æon (Eone). Quando lo gnosticismo entrò in contatto con il Cristianesimo, il che dovrebbe essere accaduto quasi immediatamente, esso si gettò con una strana rapidità sulle forme di pensiero cristiane, prese in prestito la sua terminologia, riconobbe Gesù come Salvatore del mondo, simulò i suoi sacramenti, pretese di essere una rivelazione esoterica di Cristo e dei Suoi Apostoli, sommerse il mondo con Vangeli apocrifi, Atti ed Apocalissi, per provare le sue tesi. Man mano che il Cristianesimo si sviluppava, lo gnosticismo cercava di spacciarsi per l'unica vera forma di Cristianesimo, non idoneo per la volgare folla, ma sviluppato per i dotati e gli eletti. Per tale motivo i primi Padri dedicarono tutte le loro energie a combatterlo. Sebbene lo spirito dello gnosticismo è del tutto alieno rispetto a quello del Cristianesimo, sembrava a coloro che lo guardavano superficialmente solo una modifica o addirittura un raffinamento di quello cristiano. La gnosi ebbe come centri di maggiore fioritura soprattutto Alessandria d'Egitto e Roma. Un particolare impulso ebbe, negli ultimi secoli, in Siria ed in Egitto, grazie alla sua diffusione in ambienti monastici, attraverso le numerose correnti ascetiche. Lo gnosticismo, comunque, ebbe i suoi rappresentanti più noti nei primi secoli dopo Cristo, con prominenti insegnanti come Marcione, Valentino e Basilide. Altri gnostici noti furono Cerinto, Carpocrate e Simon Mago con tutta la sua scuola. Anche quando la corrente principale e centralizzata della Chiesa Cattolica Romana divenne il corpo cristiano dominante e iniziò a sopprimere le idee cristiane alternative e il paganesimo, lo gnosticismo non svanì senza lasciar traccia, anche se Sant'Ireneo di Lione, Tertulliano e San Giustino Martire rimasero le uniche fonti di conoscenza fino al 1945, anno in cui furono scoperte nei pressi del villaggio di al-Qasr 44 opere gnostiche. Una delle conclusioni che si ricavano da Sant'Ireneo di Lione, dove per la prima volta appare il termine «gnostico», è che esistono tanti tipi di gnosticismo quante le persone che lo proclamano con una certa autorità. Le idee gnostiche continuarono a riaffiorare a intervalli regolari, come dimostra l'apparizione di movimenti quali i Catari, i Bogomili e i Pauliciani. Non si rilevano continuità tra lo gnosticismo e l'eresia catara medievale, sebbene ci siano notevoli affinità. Allo stesso modo i gruppi neo-gnostici del XIX secolo non possono vantare alcuna continuità con lo gnosticismo delle origini, tanto che spesso modificano, più o meno consapevolmente, le dottrine originarie. Ma esiste anche una setta di gnostici, che, isolandosi geograficamente, è giunta fino a noi in forma molto pura: i Mandei dell'Iraq meridionale. Infine da segnalare come lo gnosticismo, seppure permeato apparentemente di ideologie di numerose religioni, assomigli come concezioni di base ai Veda dell'antica India. Il parallelo più evidente sta nel nome, infatti la parola "Veda" sta per "Conoscenza", proprio come la parola "gnosi". Le cosiddette "parole magiche", all'interno della cultura vedica, descritta dai profani come "induismo", sono rappresentati da mantra espressi in lingua sanscrita, una lingua particolarmente profonda e dal forte potere vibrazionale. La cultura vedica ha origine migliaia di anni fa e la sua prima comparsa nella storia avviene quando i popoli Arii occuparono parte dell'India, trasmettendogli queste culture indoeuropee. Tale cultura considera anch'essa il corpo come una prigione di cui liberarsi per spezzare il ciclo del Samsara (ciclo nascite e morti) e raggiungere il Moksha (ascensione al piano trascendentale) attraverso la realizzazione spirituale. Tale raggiungimento è possibile tramite regole di buon comportamento, chiamate principi regolatori, descritti molto bene dall'Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna, e l'utilizzo di numerose pratiche tra cui anche particolari mantra, capaci, sempre secondo la cultura vedica, di ripulire il corpo grossolano (corpo fisico) e quello sottile (mente e intelligenza) attraverso la recitazione e l'ascolto di vibrazioni vocali particolari. Tutte queste pratiche devozionali sono volte a pregare l'Unico Dio affinché li liberi dalla miserevole condizione di esseri incarnati nella materia. Tramite questa analisi è interessante vedere come nella storia si siano susseguite, a intervalli, numerose tradizioni che avevano questo tipo di concezione di cui l'esempio più eclatante è forse quello dei Catari, anche loro influenzati pesantemente dallo gnosticismo. Nel 1208 contro di loro, definiti dai cattolici come "buoni cristiani" ma definiti dalla Chiesa cattolica come eretici, fu indetta da Innocenzo III la crociata contro gli albigesi, scontro che assunse i contorni dell'olocausto che terminò solo nel 1244, con la caduta della roccaforte catara di Montsegur. Benché la rilevanza del pensiero gnostico cominci a declinare a partire dal IV secolo, esistono tuttavia tracce della persistenza di tali concezioni nella storia del pensiero religioso e filosofico occidentale fino ai giorni nostri. Già nel Medioevo, comunità come quelle dei manichei, degli albigesi, e dei bogomili, abbracciarono le concezioni dualistiche sviluppate dallo gnosticismo, così come nel caso dei Mandei, una comunità religiosa tuttora attiva in Iraq e Iran, i caratteri gnostici sono molto evidenti. Più tardi ripresero il modello gnostico l'alchimia e l'astrologia rinascimentale, scienze esoteriche che si nutrivano delle pubblicazioni di letterati come Marsilio Ficino (1433 - 1499), che nel 1463 tradusse il Corpus Hermeticum, una raccolta di scritti sapienziali di epoca ellenistica, attribuiti a Ermes Trismegisto. In epoca contemporanea, a fianco di movimenti elitari che si richiamano alle correnti gnostiche del passato, non mancano tentativi di identificare caratteri gnostici in correnti di pensiero moderne: così nel nichilismo ed esistenzialismo con la mancanza di significato dell'esistenza terrena. Occorre precisare che lo gnosticismo, come filone di pensiero, attraversa tutta la storia della filosofia e che riemerge periodicamente con movimenti di pensiero, ortodossi ed eterodossi (secondo la Chiesa ufficiale). L'Ottocento, in particolare, vede la nascita di diversi movimenti di tipo religioso o parareligioso che si richiamano dichiaratamente allo gnosticismo antico. Fra essi, a puro titolo di esempio, la teosofia. La scoperta, nel 1945 dei Codici di Nag Hammadi ha dato nuova forza a molti di questi movimenti, con diversi filoni di pensiero. Carl Gustav Jung studiò a lungo il pensiero gnostico, affiancando ad esso le sue conoscenze di psicologia. È possibile riscontrare tracce delle dottrine gnostiche in opere letterarie contemporanee.
- Il Manicheismo è la religione fondata in Persia da Mani (215-277), predicatore e teologo nato nel regno dei Parti e vissuto nell'Impero sasanide, nel tentativo di fondare una religione universale che fondesse caratteristiche dello Zoroastrismo con il Cristianesimo (probabilmente con influenze di seguaci di Marcione e Bardesane) e del Buddismo che egli aveva conosciuto durante un viaggio in India. Il Manicheismo è una religione radicalmente dualista: due princìpi, la Luce e le Tenebre, coevi, indipendenti e contrapposti che influiscono in ogni aspetto dell'esistenza e della condotta umana. Altre caratteristiche rilevanti sono:
- originale e coerente universalismo,
- pacifismo e vita povera e missionaria dei suoi adepti,
- scrittura e arte del libro fondamentali per il patrimonio delle Sacre Scritture redatte da Mani stesso,
- sigillo dei Profeti: la rivelazione di Mani vista come conclusione delle profezie redentrici (non legislative come Mosè) da Adamo a Noè e soprattutto Zoroastro, Buddha e Gesù,
- doppia morale: rigida e inflessibile quella dei religiosi, più tollerante quella dei laici. Il Manicheismo fonde in modo originale elementi cristiani di derivazione giudaico-cristiana (Elcasaiti) e gnostica in particolare di Bardesane e di Marcione assieme ad una riformulazione del dualismo zoroastriano ed elementi della morale e dell'organizzazione buddisti. Essa si diffuse molto rapidamente nell'Impero sasanide e, grazie allo spirito missionario dei suoi seguaci, si diffuse sia in occidente nell'Impero Romano a cominciare dalla Siria e l'Egitto per diffondersi a Roma, nel Nord Africa e poi in tutto l'Impero che ad Oriente nelle regioni dell'Asia centrale popolate da tribù turche, fino all'India, alla Cina e la Siberia. Trovò raramente supporto e tolleranza dai governi e fu frequentemente e duramente perseguitato in ogni dove dai governi e dalle altre religioni. In Occidente scomparve verso il V secolo, nel Medio oriente verso il X secolo, mentre sopravvisse più a lungo in Estremo Oriente (XIV secolo) anche per la capacità di adattarsi e di mascherarsi alle credenze locali. In occidente le leggi contro i Manichei furono utilizzate per secoli per combattere eresie cristiane basate su un dualismo di origine gnostica (Manichei medievali). Dal punto di vista dottrinale il manicheismo può essere considerato una forma di gnosticismo dualistico, che contrappone su uno stesso piano il Male (le Tenebre, il Diavolo) e il Bene (la Luce, Dio): il dio venerato dalle religioni sarebbe in realtà un demonio, mentre il vero dio sarebbe un deus absconditus, un dio nascosto. In campo etico il manicheismo prevede un ascetismo molto rigoroso sia dal punto di vista sessuale che alimentare, arrivando a proibire il matrimonio e l'uso di determinate bevande. La chiesa manichea è composta dai "perfetti" (gli asceti, che costituiscono la vera e propria Chiesa) e dagli "imperfetti" (uditori o catecumeni). Questa dottrina ha suscitato grande interesse anche fra molti intellettuali, a partire da Agostino di Ippona, che però in seguito ne divenne il più acerrimo nemico, scrivendo ben dieci opere contro tale dottrina, tra le quali Contra Faustum Manichaeum, Contra Secundinum Manichaeum, De duabus animabus contra Manichaeos, De Genesi contra Manicheos e De natura boni contra Manichaeos; uniche fonti sulla religione di Mani fino a metà XIX secolo. Subito osteggiata dagli Imperatori Romani e Persiani ebbe breve diffusione in Occidente, ma sopravvisse per secoli in Asia Centrale e Cina. In seguito il termine Manicheismo fu utilizzato per indicare posizioni cristiane dualiste (collegabili a quelle di Marcione) diffuse nell'alto e basso medioevo (vedi Manichei medievali) come, tra gli altri, i Bogomili ed i Catari.
- Il Marcionismo. Fu Marcione (85-160), vescovo nato a Sinope sul Mar Nero, il fondatore di questa dottrina; alcuni Padri della Chiesa (Epifanio di Salamina ad esempio) indicano in Cerinto un suo maestro.
La Chiesa marcionita era probabilmente ben organizzata, con un clero ("i perfetti") accuratamente preparati e che conducevano una vita contemporaneamente attiva e duramente ascetica, tanto che sopravvisse per secoli e probabilmente continuò in vari movimenti tardi, come Bogomili e Catari (vedi i Manichei medievali). La sua dottrina si basava sulla contrapposizione, di cui parla anche l'apostolo Paolo nei suoi insegnamenti, fra Antico Testamento e Nuovo Testamento: al "dio giusto" della Bibbia ed in particolare della Genesi (o Torah) si contrappone il "dio buono" (il "dio sconosciuto") che ha inviato suo figlio Gesù per la salvezza di tutti. Marcione da alla sua Chiesa una impostazione evangelica (valgono solo i testi sacri e non la tradizione) e lontana dalla tradizione giudaica. 

331 - Costantino commissionò e finanziò le copie della nuova Bibbia. Questo fu uno dei fattori decisivi nell'intera storia del cristianesimo, e offrì un'occasione senza precedenti per l'affermazione dell'ortodossia cristiana, poiché nel 303, un quarto di secolo prima, l'imperatore pagano Diocleziano aveva ordinato di distruggere tutti gli scritti cristiani che era possibile trovare. Quindi i documenti cristiani, soprattutto a Roma, erano quasi spariti. Quando Costantino commissionò nuove versioni di questi documenti, permise ai custodi dell'ortodossia di revisionare, modificare e riscrivere il materiale come ritenevano più opportuno, secondo i loro obiettivi, più legati alla gestione del potere che ad una gestione dell'aldilà.
Codice sinaitico con
correzioni aggiunte
Fu a questo punto che vennero apportate probabilmente quasi tutte le alterazioni decisive al Nuovo Testamento, e Gesù assunse la posizione eccezionale che ha avuto da allora. Non si deve sottovalutare l'importanza della commissione costantiniana: delle cinquemila versioni manoscritte più antiche del Nuovo Testamento, nessuna è anteriore al IV secolo. Il Nuovo Testamento nella sua forma attuale, è sostanzialmente il prodotto dei revisori e degli scrittori del IV secolo: custodi dell'ortodossia, con precisi interessi da difendere. C'è la possibilità, tuttavia, che ne vengano scoperti altri. Nel 1976 un cospicuo numero di antichi manoscritti fu scoperto nel monastero di Santa Caterina sul monte Sinai. Il ritrovamento venne tenuto segreto per circa due anni, prima che nel 1978 ne avesse notizia un giornale tedesco. Vi sono migliaia di frammenti, alcuni dei quali anteriori al 300 d.C., incluse otto pagine mancanti nel Codex Sinaiticus custodito nel British Museum. I monaci che conservano il materiale hanno accordato accesso soltanto a uno o due studiosi greci. Cfr. « International Herald Tribune » del 27 aprile 1978, oltre, naturalmente alle scoperte archeologiche delle grotte del Mar Morto, i Manoscritti di Qumran e il ritrovamento degli scritti di Nag Hammâdi.

L'IMPERATORE TEODOSIO I RENDE IL CRISTIANESIMO RELIGIONE OBBLIGATORIA DI STATO E PAPA DAMASO I SANCISCE IL PRIMATO DI ROMA
380 - Il 27 febbraio, venne emesso dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest'ultimo all'epoca aveva solo nove anni) l'editto di Tessalonica, conosciuto anche come "Cunctos populos". Il decreto dichiara il cristianesimo secondo i canoni del credo niceno la religione ufficiale dell'impero, proibisce in primo luogo l'arianesimo e secondariamente anche i culti pagani. Per combattere l'eresia si esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle deliberazioni del concilio di Nicea. La nuova legge riconosceva alle due sedi episcopali di Roma e Alessandria d'Egitto il primato in materia di teologia.
« GLI IMPERATORI GRAZIANO, VALENTINIANO E TEODOSIO AUGUSTI. EDITTO AL POPOLO DELLA CITTÀ DI COSTANTINOPOLI. Vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani, oggi professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica; cioè che, conformemente all'insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici; alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste. DATO IN TESSALONICA NEL TERZO GIORNO DALLE CALENDE DI MARZO, NEL CONSOLATO QUINTO DI GRAZIANO AUGUSTO E PRIMO DI TEODOSIO AUGUSTO » (Codice Teodosiano, xvi.1.2). 
Teodosio I.
L'editto, pur proclamando il Cristianesimo religione di Stato dell'impero romano, non stabiliva alcuna direttiva specifica a proposito. Bisognerà attendere i cosiddetti decreti teodosiani, promulgati dallo stesso Teodosio I, che tra il 391-392 normarono l'attuazione pratica dell'editto di Tessalonica. L'editto di Tessalonica è ritenuto importante dagli storici in quanto diede inizio a un processo in base al quale «per la prima volta una verità dottrinale veniva imposta come legge dello Stato e, di conseguenza, la dissidenza religiosa si trasformava giuridicamente in crimen publicum: ora gli eretici potevano e dovevano essere perseguitati come pericolo pubblico e nemici dello Stato».

382 - Concilio di Roma, in cui papa Damaso I sancisce il primato di Roma in qualità di sede apostolica. In un periodo piuttosto burrascoso per il cristianesimo e nonostante le accuse a proprio carico, grazie alla sua forte personalità, Damaso si batté per il riconoscimento della supremazia della sede episcopale di Roma e difese con vigore l'ortodossia cattolica contro tutte le eresie. In due sinodi romani (368 e 369 o 370) condannò fermamente l'apollinarismo e il macedonianismo. Nel secondo dei due sinodi scomunicò Aussenzio, il vescovo ariano di Milano (che comunque mantenne la sede fino alla morte, nel 374, quando fu sostituito da Ambrogio). Il sinodo di Antiochia del 378 stabilì la legittimità di un vescovo solo se riconosciuto tale da quello di Roma, e forte di questo diritto (e spalleggiato dal vescovo Ambrogio di Milano che coniò, per l'occasione, la formula "Dove è Pietro, là è la Chiesa") depose immediatamente tutti i vescovi ariani. Nella lotta contro l'arianesimo, che fu sensibilmente ridotto anche per la favorevole politica degli imperatori Graziano in Occidente e Teodosio I in Oriente, si avvalse anche del grande aiuto di San Girolamo, ardente predicatore dell'ortodossia. Il momento era favorevole al dogmatismo cattolico, come è dimostrato dalla convocazione del Concilio di Costantinopoli (nel 381), dove Damaso inviò i suoi legati e nel quale, oltre alla ferma condanna di tutte le eresie, venne affermata la divinità dello Spirito Santo e ribadito, in una formulazione più precisa, il "simbolo niceno" già affermato nel concilio di Nicea del 325. Damaso sollecitò san Girolamo (che fu anche suo segretario privato per qualche tempo) ad intraprendere la revisione delle antiche versioni latine della Bibbia, nota come "Vulgata". Grazie al suo impegno, la Chiesa orientale, nella persona di Basilio di Cesarea (nei confronti del quale Damaso nutrì però sempre dei sospetti), ne implorò l'aiuto e l'incoraggiamento contro l'arianesimo che laggiù era trionfante. Sulla questione dello scisma meleziano ad Antiochia di Siria, Damaso, con Atanasio di Alessandria prima e poi Pietro II di Alessandria (che ospitò a Roma durante l'esilio) parteggiò per la fazione di Paolino, considerato più rappresentativo dell'ortodossia di Nicea; alla morte di Melezio, Damaso cercò di assicurare la successione a Paolino nella sede episcopale di Licopoli. Il pontefice sostenne, inoltre, l'appello dei senatori cristiani all'Imperatore Graziano per la rimozione dell'altare della Vittoria dal Senato, fatto lì ricollocare dall'imperatore Giuliano e sotto il suo pontificato fu emanato il famoso "Editto di Tessalonica" di Teodosio I, (27 febbraio 380), che definiva il credo niceno (e quindi il Cristianesimo nella formulazione romana) come religione di stato. Oltre all'affermazione della formula nicena, che dunque toglieva di mezzo le dottrine ariane, l’editto definiva per la prima volta i Cristiani seguaci del vescovo di Roma "cattolici", bollando tutti gli altri come eretici e come tali soggetti a pene e punizioni. Quando, nel 379, l'Illiria si staccò dall'Impero romano d'Occidente, Damaso si affrettò a salvaguardare l'autorità della Chiesa di Roma nominando un vicario apostolico nella persona di Ascolio, vescovo di Tessalonica. Questa fu l'origine dell'importante vicariato papale legato a quella sede. Damaso invocò il "testo petrino" (Matteo 16,18), e fu il primo papa a definire la chiesa romana "sede apostolica" (sedes apostolica), definizione utilizzata per tutto il millennio successivo e che rivendicava alla chiesa romana una posizione monopolistica con sovranità e primato su tutte le altre chiese. In contrapposizione con i decreti del Concilio di Costantinopoli I, il Concilio di Roma decretò che la chiesa romana non era stata creata da un decreto sinodale, ma era stata fondata da due apostoli, san Pietro e san Paolo. Altra affermazione del Concilio romano fu quella secondo cui la chiesa romana era stata fondata per volontà divina. Il risultato ideologico conseguito da questo Concilio fu che la giustificazione storica e politica del primato della chiesa romana fu sostituita dall'affermazione di una legge divina che aveva fatto degli apostoli i suoi fondatori. La formula utilizzata nel Concilio per la prima volta "primato della chiesa romana" ebbe effetti decisivi nella storia papale successiva: da Damaso in poi, infatti, si nota un marcato aumento del volume e dell'importanza delle pretese di autorità e di primato da parte dei vescovi romani. Questo sviluppo dell'ufficio papale, specialmente ad Occidente portò un grande aumento dello sfarzo. Tale splendore secolare riguardò molti membri del clero romano, i cui scopi mondani ed i cui costumi furono duramente redarguiti da san Girolamo, provocando, il 29 luglio 370, un editto dell'imperatore Valentiniano I indirizzato al papa, che vietava ad ecclesiastici e monaci (più tardi anche vescovi e monache) di perseguire vedove ed orfani nella speranza di ottenere da loro regali e lasciti. Il papa impose che la legge fosse strettamente osservata. Damaso morì l'11 dicembre 384.

390 - In giugno, la popolazione di Tessalonica (l'odierna Salonicco) si ribellò e impiccò il magister militum dell'Illirico e governatore della città Buterico, reo di aver arrestato un famoso auriga e di non aver permesso i giochi annuali. Teodosio ordinò una rappresaglia; venne organizzata una gara di bighe nel grande circo della città a pochi giorni dai fatti e, chiusi gli accessi, vennero trucidate circa 7.000 persone
Ambrogio di Milano.
Un misfatto di proporzioni anche maggiori fu fatto molto tempo dopo da Giustiniano, a Costantinopoli. Quando giunse la notizia in Occidente, l'opinione pubblica ne fu profondamente commossa. Ambrogio, vescovo di Milano ne valutò tutta la gravità e mosso dal principio che «anche l'imperatore è nella Chiesa, non al disopra della Chiesa», scrisse a Teodosio una lettera sdegnata, imponendogli di espiare l'ingiusto massacro con mesi di penitenza e una richiesta pubblica di perdono. Grande fu la meraviglia dell'imperatore all'inaudita pretesa del prelato, ma infine, minacciato di scomunica, si arrese e deposte le insegne imperiali, si sottopose pubblicamente al rito espiatorio nella basilica milanese. Nel Natale del 390, l'imperatore poté tornare a comunicarsi. Tutto ciò accadeva nel IV secolo, solo pochi decenni da quando la Chiesa era uscita dalle catacombe alla luce della legalità. Secondo molti storici l'inasprimento della politica religiosa di Teodosio nei confronti del paganesimo fu in gran parte dovuta all'influenza che Ambrogio ebbe su di lui e sicuramente, dopo questi fatti, la politica religiosa dell'imperatore si irrigidì notevolmente.

391-392 - Vengono emanati una serie di decreti (noti come decreti teodosiani) che attuavano in pieno l'editto di Tessalonica: venne interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi forma di culto che non fosse il cristianesimo di fede nicea, compresa l'adorazione delle statue. Furono inoltre inasprite le pene amministrative per i cristiani che si fossero riconvertiti al paganesimo e, nel decreto emanato nel 392 da Costantinopoli, l'immolazione di vittime nei sacrifici e la consultazione delle viscere erano equiparati al delitto di (lesa) maestà, punibile con la condanna a morte. I templi pagani furono oggetto di sistematica distruzione violenta da parte di fanatici cristiani e monaci appoggiati dai vescovi locali (in molti casi con l'appoggio dell'esercito e delle locali autorità imperiali) che si ritennero autorizzati dalle nuove leggi: si veda, per esempio, la distruzione del tempio di Giove ad Apamea, a cui collaborò il prefetto del pretorio per l'oriente, Materno Cinegio. L'inasprimento della legislazione con i "decreti teodosiani" provocò delle resistenze presso i pagani. Ad Alessandria d'Egitto il vescovo Teofilo ottenne il permesso imperiale di trasformare in chiesa un tempio di Dioniso, provocando una ribellione dei pagani, che si asserragliarono nel Serapeo (che conteneva gli scritti della famosa biblioteca di Alessandria,  la memoria dell'antichità) e compirono violenze contro i cristiani. Quando la rivolta fu domata, per rappresaglia il tempio fu danneggiato. Inoltre l'arcivescovo Giovanni Crisostomo organizzò una spedizione di asceti fanatici ad Antiochia per demolire i templi e far uccidere gli idolatri, mentre il vescovo Porfirio di Gaza fece radere al suolo il famoso tempio di Marnas mentre Teodosio, durante il suo regno, fece coniare monete in cui era raffigurato nell'atto di portare un labaro recante il Chrismon. Anche i Giochi Olimpici vennero visti come una festa "pagana" e il loro prestigio diminuiva in modo inversamente proporzionale alla corruzione degli atleti, con gare sempre più falsate. Persuaso dal vescovo di Milano Ambrogio, Teodosio vietò così i Giochi Olimpici, ponendo fine a una storia durata più di 1000 anni.
- Da allora, nell'Impero Romano non ci sarebbe più stata libertà di pensiero e di culto al di fuori dell'ortodossia cristiana. Per i successivi secoli, (e fino al presente) la Chiesa di Roma manovrerà principi, re, imperatori e la totalità delle menti per tenere a freno i suoi più acerrimi nemici: la verità, il sapere, la conoscenza, la scienza e più in generale la cultura; l'autodeterminazione personale e collettiva, il diritto alle pari opportunità, cosa che d'altra parte hanno fatto e fanno la maggioranza delle religioni ma soprattutto le tre monoteiste.

394 - Flavio Eugenio viene sconfitto da Teodosio nella battaglia del Frigido e l'impero ha in Teodosio I, nuovamente, un unico padrone.

395 - Il 17 gennaio Teodosio I muore. Nell'inverno del 394 si era ammalato di idropisia e dopo poche settimane morì, lasciando il generale Stilicone come protettore (parens) dei figli Arcadio e Onorio. In realtà a fungere da protettore di Arcadio fu, fino al momento della sua morte, il Prefetto del Pretorio d'Oriente Flavio Rufino, sostituito successivamente da Eutropio. Il 27 febbraio del 395 si tennero i solenni funerali di Teodosio celebrati da Ambrogio, che pronunciò il "De Obitu Theodosii". Le esequie si svolsero seguendo per la prima volta il rito cristiano. L'8 novembre di quello stesso anno la salma di Teodosio venne tumulata nella basilica degli Apostoli di Costantinopoli. Vi rimarrà fino al saccheggio della città del 1.204 da parte di crociati (i veneziani si presero parecchi souvenir insieme alle spoglie di san Marco) nell'ambito della IV crociata.
- Teodosio I fu l'ultimo imperatore a regnare su di un impero unificato e fece del  cristianesimo la religione unica e obbligatoria dell'Impero; per questo fu chiamato Teodosio il Grande dagli scrittori cristiani e dalle Chiese orientali è venerato come santo (San Teodosio I il Grande, commemorato il 17 gennaio).

Raffigurazione di croce nell'abside della chiesa
 paleocristiana di Santa Pudenzana, a Roma.
- La croce, diventata simbolo di culto dopo l'editto di Milano emanato dagli imperatori Costantino e Licinio nel 313, si inizia a trovare nelle chiese primitive: uno degli esempi più significativi è la croce gemmata realizzata a mosaico (fine del IV - inizio del V secolo), posta sopra il Calvario, nell'abside della basilica paleocristiana di Santa Pudenziana in Roma. Nel mosaico, risalente a circa il 390, è rappresentato Cristo in trono circondato dagli apostoli (ne sono rimasti dieci, gli altri probabilmente sono scomparsi con le ristrutturazioni cinquecentesche) e da due donne che gli porgono una corona ciascuna, la cui identità è oggetto di discussione: secondo alcuni sarebbero le sante Pudenziana e Prassede, figlie di Pudente, secondo altri rappresenterebbero la "Chiesa" e la "Sinagoga", cioè i templi dei cristiani e degli ebrei. Solo la figura del Cristo ha l'aureola, e tiene in mano un libro aperto sul quale campeggia l'iscrizione DOMINUS CONSERVATOR ECCLESIAE PUDENTIANAE. Le figure si stagliano davanti a un'esedra porticata, dietro la quale si intravede il profilo di una città, che potrebbe essere identificata con Gerusalemme, di cui si intravederebbero le chiese costruite da Costantino I. Questa interpretazione è resa plausibile dalla presenza, al centro del mosaico, di una croce ricoperta di gemme che, secondo la tradizione, sarebbe stata fatta erigere dall'imperatore Teodosio II nel 416 sul Calvario, in ricordo, probabilmente di una miracolosa apparizione della croce. Accanto alla Croce svettano in un cielo animato da nuvolette rosacee e azzurre i quattro Viventi dell'Apocalisse (l'angelo, il bue, il leone e l'aquila), una delle più antiche rappresentazioni del Tetramorfo giunte sino a noi in sede monumentale. Altri esempi di rappresentazioni di croci, poco più tardi, sono quelli che troviamo nei mosaici che ornano l'arco trionfale di Santa Maria Maggiore a Roma ed in quelli del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.

415 - Ad Alessandria d'Egitto, il vescovo e papa (patriarca) d'Alessandria, Cirillo, poi fatto santo e "dottore e padre della chiesa universale" come Ambrogio di Milano, Giovanni Crisostomo e Agostino d'Ippona, dopo avere disposto la distruzione del tempio Serapeo, che ospitava la famosa biblioteca d'Alessandria, contenente la memoria delle scoperte del pensiero scientifico ellenistico (si parla di 500.000 volumi, scampati, a suo tempo, dall'incendio appiccato da Gaio Giulio Cesare), che fu data alle fiammeordina l'assassinio di Ipazia, astronoma, matematica e filosofa. Ipazia d'Alessandria era la geniale figlia del matematico Teone, sovrintendente della biblioteca. Era nata nel 370 ed  era  l'erede della Scuola Alessandrina. Antesignana della scienza sperimentale, Ipazia concepì e realizzò l'astrolabio, l'idroscopio e l'aerometro. Cirillo invece aveva studiato per cinque anni, dal 394 al 399, nel monastero della montagna della Nitria, nel deserto di San Marco, e lì era stato ordinato Lettore (insegnante, autorizzato a tenere lezioni). In questo monastero aveva stretto vincoli di amicizia con gran parte dei monaci parabolani di cui si servì per sterminare Ebrei, cristiani Nestoriani e Novaziani oltre ai pagani; ed in particolar modo legò a se Pietro il Lettore, a cui sedici anni dopo ordinò di uccidere Ipazia, cosa che lui fece al grido di: "Questo dice Agostino d'Ippona! La donna è immondizia! E anche tu, Ipazia d'Alessandria, sei solo immondizia!". Nel seguente link c'è il racconto in cui sono ricostruite la figura e la fine di Ipazia: QUI. Ipazia fu poi rappresentata fra i grandi filosofi nella "Scuola di Atene" di Raffaello Sanzio.

"La scuola di Atene" di Raffaello Sanzio in cui, fra i grandi filosofi
dell'antichità è raffigurata Ipazia, unica donna.

445 - In luglio, l'imperatore Valentiniano III emana un editto che contribuisce in maniera determinante all'affermazione dell'autorità e del primato della sede vescovile di Roma in Occidente. Questo editto, che non era valido nella parte orientale dell'Impero, riconosceva pienamente il primato giurisdizionale del papato, perché «Nulla deve essere fatto contro o senza l'autorità della Chiesa romana».

In molti casi, la politica degli imperatori successivi si basò sul presupposto che l'unità dell'impero richiedesse anche un'unità religiosa. Così Giustiniano impose pesanti restrizioni a tutte le religioni non cristiane.

527 - Tutti gli eretici e i pagani persero le cariche statali, i titoli onorifici, l'abilitazione all'insegnamento e gli stipendi pubblici.

529 - Fu imposta di fatto la chiusura della scuola filosofica di Atene, ultimo centro di eccellenza ancora attivo della cultura ellenistica e a Costantinopoli e in Asia Minore i pagani, ancora numerosi, furono costretti al battesimo.
     

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