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domenica 4 gennaio 2015

Occitani: storia e cultura

Bandiera dell'Occitania
Il territorio occitano è identificabile attraverso l’applicazione di criteri linguistici. L’etnia occitana non ha infatti mai costituito un proprio Stato nazionale unitario. Gli occitanisti si rifanno, per crearsi un precedente “istituzionale”, al 1213; in quell’anno, anche se per pochi mesi, si formò infatti una confederazione pan-occittanica attorno al conte di Barcellona (che era anche conte di Provenza oltre che re d’Aragogna), cui il conte di Tolosa ed altri feudatari minori si sottomisero formalmente. Questo non vuole affermare che non esiste un territorio occitanico omogeneo, caratterizzato da una lingua, una cultura, una società ed un economia originali: la nazione occitanica esiste, infatti, da quasi dieci secoli. Proprio per questa ragione l’Occitania costituisce il modello tipico di “nazione proibita” dell’Occidente Europeo: è la “nazione” e, nello stesso tempo, la più “proibita” di tutte (dal corso storico degli eventi e da altre nazioni più forti).
Territori Occitani con i nomi delle
regioni in Occitano. Clicca
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Nei territori occitani si sono da sempre amalgamate: popolazioni, etnie, religioni diverse, dando origine ad un unico popolo “aperto”. Possono ritenersi occitani tutti coloro che rispettano le ideologie altrui, vivendo appieno la propria vita; tutte quelle Persone che seguono i propri ideali e scopi di vita, non intralciando gli ideali altrui e non impedendone la libera divulgazione. Tutti coloro che apprezzano la propria libertà di vita e rispettano appieno l’eguale diritto altrui di vivere liberamente ed in armonia con l’intera comunità, sono Occitani. Quando nel tredicesimo secolo i linguisti italiani, primo fra tutti Dante Alighieri, tentarono una prima classificazione di massima degli idiomi “romanzi”, discesi da Roma, tutti gli studiosi presero come fondamentale riferimento la particella che nelle varie lingue solitamente indica l’affermazione, in italiano: .
Regioni Occitane con i nomi in Italiano.
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Dante Alighieri, nella fattispecie, rilevò su questa base tre particolari e distinti idiomi:
la lingua d’oc (l’Occitano),
la lingua d’oil (il Francese)
e la lingua del , il volgare, la lingua parlata dal popolo senese, che diventerà l’Italiano.
Per designare l’insieme dei territori nei quali veniva usato il primo idioma, cioè la lingua d’oc, venne coniato, nel 1290, il termine geografico-culturale di Occitania, la cui radice “oc” deriva dal latino "hoc est", questo è, .. (da Alberto Rosselli).
Dunque l'occitano (e il catalano che gli deriverà), l'italiano ed il francese sono le principali lingue romanze nate dal latino; le altre, più tarde, sono lo spagnolo, il portoghese, il sardo, il rumeno, il ladino, il romancio ecc. ecc. Senza dubbio l'Occitano è, tra le lingue neolatine, la prima che può vantare testi scritti ed una letteratura vera e propria giunta sino a noi.
Vallate Occitane in Italia,
 con i nomi in Occitano.
L'insieme delle regioni occitane è stato definito nel corso del tempo con diversi nomi:
- Aquitania, nome dell'omonima provincia romana, ma parola utilizzata anche durante il medioevo (fino all'XI secolo) per indicare l'insieme di Provenza, il Linguadoca, la Guascogna, il Delfinato.
- Provenza, come l'insieme dei paesi di lingua d'oc a sud della Loira
- Guascogna, dopo l'ordinanza di Villers-Cotterêts i paesi a sinistra della Loira, "dove si parla ancora l'antico provenzale" (da Dom Vaissette).
Il termine "Occitania" è di uso medievale, attestato già nel 1290. Si ritiene fosse già utilizzato dall'amministrazione capetingia, come risultato della combinazione di oc (sì), e Aquitania.
Il re di Francia Filippo il bello, durante un concistoro a Poitiers, il 28 maggio del 1308, afferma di regnare su due nazioni, una di lingua gallica e l'altra di lingua occitana; e ancora nel 1381 Carlo VI di Francia osserva "Quas in nostro Regno occupare solebar tam in linguae Occitanae quam Ouytanae".
La parola "Occitania" rimane in vigore fino alla rivoluzione francese, e viene riabilitata dal movimento letterario nazionalista Félibrige. Frédéric Mistral (1879-1886), il suo maggior esponente, compilò il dizionario, "Lou Tresor dóu Felibrige, Dictionnaire provençal-français".

Occitania con i territori
 Occitani in Lingua d'Oc.
DISTIBUZIONE GEOGRAFICA
Questi, aggiornati al 2008, i principali dati che restituiscono un sia pure sommario quadro di insieme del "non stato" costituito dalla realtà della nazione occitana:
Superficie: 196.640 km² circa
Popolazione: 15.809.490 di abitanti
Capitale: Tolosa
Lingua nazionale: lingua occitana (o occitanico, occitan) parlato da circa il 10% della popolazione.
Dati geografici e demografici della nazione occitana:
- 191.889,5 km² e 15.557.131 abitanti appartengono alla Francia.
Le regioni occitane francesi sono:
Le regioni d'Occitania e i suoi linguaggi.
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Alpes du Sud, Alvernia, Borbonese meridionale,
Couserans, Delfinato meridionale, Contea di Foix,
Contea di Nizza, Périgord, Guascogna, Guienna,
Linguadoca, Limosino, Contea della Marca,
Provenza, Velay, Vivarais.
Le entità governative che oggi amministrano tali regioni sono: Aquitania, eccetto per le zone dove si parla basco e saintongeais; Alvernia, eccetto il dipartimento dell'Allier; Limosino; Midi-Pirenei; Linguadoca-Rossiglione, eccetto la parte orientale, dove si parla soprattutto catalano, mentre la regione NordOvest (Fenouillèdes) è di lingua e cultura catalane; Rhône-Alpes, tranne le frange dove si parla l'arpitano; Poitou-Charentes nel Charente Centre.
Valli Occitane in Piemonte e Liguria
da: http://www.charemoula.it/
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- 4.300 km² e 211.056 abitanti appartengono all'Italia:
nel sud-ovest del Piemonte, nelle Valli Occitane;
in Liguria, in provincia di Imperia vi sono enclavi Occitane (come nel comune di Triora);
in Calabria, nel comune di Guardia Piemontese.
- 450 km² e 10.194 abitanti appartengono alla Spagna:
in Catalogna, la Val d'Aran.
Distribuzione della Lingua Occitana
con evidenziata la zona "croissant".
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Numerose poi sono le enclavi sorte durante la diaspora occitana, come nella zona francese a Nord, di transizione con i paesi d'oil, detta Croissant per la sua particolare forma.
Gli studiosi che si sono occupati dell'argomento ritengono errata l'attribuzione all'area di lingua occitana:
- di alcune valli piemontesi (Valle dell'Orco, Valli di Lanzo, bassa Valle di Susa), le quali sono invece di area storico-linguistica franco-provenzale;
- del dialetto dei comuni liguri di Olivetta San Michele e Triora (per le frazioni Realdo, occitana e Verdeggia, brigasca) stabilita strumentalmente in base ai criteri della legge 482/1999; un'ampia bibliografia ragionata sull'argomento è riportata alla voce "dialetto brigasco".
- del Principato di Monaco, per il fatto che il "moneguier" fosse parlato da poche persone (immigrati, impiegati come operai nel porto) per un periodo relativamente breve, e l'idioma predominante era ligure.

LA CROCE "PATENTE"
Il segno distintivo del paese d’Oc è la famosa croce Occitana, o croce patente, che deriva dal latino “paténtem”, participio presente di “pàteo”, sono o sto aperto, col significato di evidentemanifesto.
Stemma della contea di
Tolosa, divenuto lа
bandiera d'Occitania.
Chiamata anche croce di Tolosa, del Languedoc o croce Catara, è definita «de gueules à la croix vidée, cléchée» e pomata d'oro.
Già i re merovingi, da Clovis in poi, facevano imprimere l'immagine della croce greca, a bracci uguali, nelle loro monete, che fra l'altro erano d'oro. La ricchezza accumulata dai re merovingi, dal V secolo in poi, fu enorme, anche valutandola secondo criteri moderni. In gran parte, questa ricchezza fu costituita da monete d'oro di qualità superba, coniate dalle zecche reali in alcune località importanti, inclusa l'attuale Sion in Svizzera. Alcune di queste monete furono ritrovate nella nave del tesoro di Sutton Hoo, e oggi si possono vedere nel British Museum.
Monete d'oro merovingie ritrovate a
Sutton Hoo. Clicca sull'immagine
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Molte portano la caratteristica croce grecaa bracci egualisimile a quella adottata successivamente dal casato Bosonide e quindi, durante le Crociate, da Raimondo IV di Tolosa. Sutton Hoo, nei pressi di Woodbridge (Suffolk, Regno Unito), è il sito di due cimiteri anglosassoni del VI e VII secolo, uno dei quali conteneva una nave funeraria completa di un gran numero di artefatti di elevato significato archeologico e artistico.
Le più antiche rappresentazioni della croce d'Oc si riscontrano nello stemma del casato Bosonide, che aveva governato con vari titoli la Provenza (Bosone il Vecchio visse dall'800 circa all'855 circa) e si riscontra poi nel casato dei conti di Tolosa da quando Guglielmo III Tagliaferro, poco prima dell'anno 1000, aveva sposato Emma, pronipote di Bosone II, che portava in dote ai conti di Tolosa la Provenza.
Nell'879 Bosone V di Vienne o di Arles (844 circa - 11 gennaio 887) è incoronato re di Provenza prendendo il nome di Bosone I di Provenza. Era già stato governatore e conte di Provenza dall'877.
Lo stemma dei Bosonidi, che
governarono la Provenza come
duchi, re e marchesi dall'877:
verrà poi conosciuto come
croce di Tolosa o Occitana.
Lo stemma dei Bosonidiè la Croce chiamata poi Occitana o di Tolosa. Il copostipite dei Bosonidi fu Bosone, noto come Bosone il Vecchio (800 circa - 855 circa), duca dei Franchi, conte del Valais, conte di Arles e conte di territori nei dintorni di Biella, nella contea di Vercelli; nella discendenza  di Bosone il Vecchio vi furono conti, duchi, abati e vescovi durante tutta l'epoca carolingia. Dei suoi ascendenti non si hanno notizie, anche se alcuni lo indicano come figlio d’un tal Teodebaldo di Borgogna o d'Antibes, detto il Vecchio.
Poco prima dell'anno 1000, Guillame Taillefer (Guglielmo III detto Tagliaferro, 970 circa - 1037), conte di Tolosa e conte di Nîmes e d'Albi dal 978, sposa, in seconde nozze, Emma, figlia ed ereditiera di Roubaud (Rotboldo III di Provenza, il cui nonno paterno era stato Bosone II), conte di Provenza. Emma gli porta in dote alcune contee, fra cui la Provenza. Nelle terre provenzali governate dal conte, i suoi vassalli avrebbero adottato la croce dei Bosonidi, che verrà poi detta croce di Tolosa, come simbolo da imprimere sulle armi: e questo ha un senso se si pensa che Emma apparteneva alla stirpe Bosonide in cui figuravano, duchi, re e marchesi di Provenza.
Un atto, datato 1088,  proverebbe l'uso della croce d'Oc nel casato dei conti di Tolosa.
Guglielmo IV (1045 circa - 1094) che fu conte di Tolosa e d'Albì dal 1060 e marchese di Provenza dal 1062 sino al 1088, era figlio primogenito del conte di Tolosa, conte di Nîmes e conte d'Albi, Ponzio II e di Almodis de La Marche. Nel 1088 partì per la Terrasanta, lasciando il governo dei propri domini al fratello Raimondo IV di Saint-Gilles, e nell'atto dell'affidamento dei suoi beni al fratello comparirebbe la croce dei Bosonidi di Provenza, che era divenuta la croce di Tolosa. Guglielmo IV morì, ucciso in Terra Santa nel 1094 e i suoi titoli rimasero al fratello Raimondo che interpretò come abdicazione la sua rinuncia del 1088: nell'Histoire Générale de Languedoc, Raimondo viene citato coi titoli di conte di Tolosa e marchese di Provenza, oltre che marchese di Gotia. Intanto l'unica figlia di Guglielmo IV rimasta in vita, Filippa, in quello stesso 1094 aveva sposato Guglielmo IX, duca d'Aquitania, e pretendeva la restituzione dei titoli appartenuti al padre. 
Sigillo di Raimondo IV di Tolosa o
di Saint-Gilles, in Terrasanta intorno
 al 1100, con la croce dei Bosonidi
di Provenza divenuta la
croce di Tolosa o Occitana.
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La prima apparizione dimostrabile della croce di Tolosa avviene in Terrasanta, durante la prima crociata, (quindi intorno al 1100) nel sigillo di Raimondo IV di Tolosa, nipote di Guglielmo III Tagliaferro, che era detto "monoculus", poiché aveva un solo occhio. Chiamato anche Raimondo di Saint-Gilles (Tolosa, 1045 circa - 28 febbraio 1105), fu conte di Saint-Gilles e marchese di Gotia, Conte di Tolosa, marchese di Provenza, effettivo dal 1088 (titolare dal 1094); la regione occitana che era stata dei Visigoti, chiamata Settimania in tempi merovingi e carolingi, all'incira l'attuale Languedoc, era conosciuta anche come Gotia: «Gothie» o «Gothia». .
Raimondo di Saint-Gilles fu il più anziano e il più ricco dei nobili della Prima Crociata (la Crociata dei nobili, o dei baroni) e dal 1102, per le conquiste conseguite in Terrasanta, diventò conte di Tripoli.
Esiste una particolareggiata descrizione del sigillo, con la croce di Tolosa, del conte Raimondo V, datata 1165. Raimondo V di Tolosa (1134 - dicembre 1194) fu conte di Tolosa, marchese di Provenza e duca di Narbona dal 1148 alla sua morte. Era il figlio primogenito del conte di Rouergue o di Rodez, conte di Tolosa, duca di Settimania o di Narbona e marchese di Provenza Alfonso Giordano e di Faydide o Faydive, figlia di Raimondo Decano II, signore d'Uzès e Posquiêres. Alfonso Giordano era il figlio ultimogenito del conte Raimondo di Saint-Gilles. Raimondo V (Raimundus, filius comitis de Tolosa) viene citato per la prima volta in un documento del 15 ottobre 1141, il n° 30 del Cartulaire de la commanderie de Richerenches de l´ordre du Temple, in cui risulta testimone di una donazione fatta ai Cavalieri Templari di Avignone. Nel 1148, alla morte del padre, avvelenato mentre si recava a Gerusalemme, Raimondo V gli subentrò nei titoli di conte di Tolosa, marchese di Provenza e duca di Narbona, che governò col fratello terzogenito Alfonso che nel 1171, sottoscrisse l'alleanza che il fratello Raimondo fece con il visconte di Béziers, Ruggero.
Sigillo di Raimondo VI
Conte di Tolosa (1156-1222).
Sullo scudo appare la croce
d'Oc e, sulla destra, la stella.
La croce patente riappare in Occitania nel sigillo di Raimondo VI di Tolosa. Raimondo VI di Tolosa, detto Raimondo il Vecchio (Saint-Gilles, 27 ottobre 1156 - Tolosa, 2 agosto 1222) fu conte consorte dal 1172, e poi conte effettivo dal 1176 di Melgueil e conte di Tolosa, duca di Narbona e marchese di Provenza, dal 1194, alla sua morte. Figlio maschio primogenito di Raimondo V e di Costanza di Francia, figlia del re di Francia Luigi VI detto il Grosso e di Adelaide di Moriana, figlia di Umberto II (1065 - 1103), conte di Savoia, detto il Rinforzato, e di Giselda di Borgogna, figlia di Guglielmo I di Borgogna.
La tradizione locale vuole che la croce di Tolosa sia stata portata dal Conte Raimondo IV di Saint-Gilles, nonno di Raimondo V, al ritorno dalla prima crociata in Terra Santa... anche se Raimondo di Saint Gilles non tornò mai in patria, ma suo figlio Alfonso Giordano sì. Nel 1106, Alfonso Giordano, al seguito di sua madre Elvira, aveva lasciato la Palestina rientrando, secondo lo storico britannico medievalista e bizantinista Steven Runciman, nel 1108, nella contea di Tolosa.
L'utilizzazione dello stemma è particolarmente precoce nel sud-ovest, visto che i blasoni si diffusero solo nel XII secolo, e principalmente nel nord della Francia.
Nel 1211 la croce d'Oc, ormai da tempo nel sigillo della Contea di Tolosa, orna la chiave di volta della prima navata della cattedrale di Saint Etienne a Tolosa.
Stemma di Pisa.
Un'altra croce molto simile, diversa soltanto nei colori, è quella di Pisa, posta sulle mura della città ed erette nel 1156 sotto il consolato di Cocco Griffi. Copia di tale croce pisana, risalente al 1157, si può vedere a Lajatico, a sud-est di Pisa. Si è ipotizzato che tale croce sia stata acquisita in contemporanea dai potentati delle regioni Occitane e dalla Repubblica Pisana che con tali regioni aveva solidi traffici commerciali, anche se la croce Bosonide di Provenza risale almeno all'877 e il sigillo di Raimondo di Saint-Gilles intorno al 1100. In un cofanetto che si trova nella cattedrale di Saint Etienne a Tolosa si conserva una raffigurazione della croce risalente al 1211 che ha la stessa fattura e che potrebbe essere opera della stessa mano di quella conservata al museo dell’opera del Duomo di Pisa.
Lasciando da parte gl'intensi traffici commerciali fra la repubblica marinara di Pisa e l'Occitania nel suo insieme, l'episodio storico che accomuna il conte di Tolosa e i Pisani avvenne durante la prima crociata, nella conquista di Gerusalemme, dove il primo ad entrare in città fu il pisano Cucco Ricucchi, comandante di 120 galee, seguito dal concittadino Coscetto Dal Colle.
Croce copta dei cristiani
Ortodossi
Alcuni sostengono che le croci di Tolosa e di Pisa derivino entrambe dalla croce copta, adottata dal cristianesimo ortodosso nell'impero romano d'oriente, l'impero di Bisanzio.
Vediamo quindi cosa avevano in comune l'impero di Bisanzio, il conte di Tolosa e la repubblica marinara di Pisa: sempre la prima crociata.
Stemma di Pisa
La relazione fra la croce copta del cristianesimo ortodosso e la croce di Tolosa potrebbe essere dovuta ai territori conquistati da Raimondo IV di Tolosa in Palestina, rivendicati dall'impero bizantino, anche se Raimondo non gli promise mai nulla; inoltre l'esistenza della croce Bosonide di Provenza risale almeno all'877 e il sigillo di Raimondo di Saint-Gilles databile intorno al 1100 avvalora l'ipotesi che l'emblema esistesse già da più di due secoli.
Pisa, con la sua partecipazione alla crociata, poteva inserire la croce (che per lo stesso motivo poteva essere quella copta-bizantina) nel proprio stemma, anche se la bandiera pisana, che era rosso vermiglio derivante dalla Blutfahne imperiale, adottò la croce già nel 1017, quando il papa Benedetto VIII autorizzò la sua esposizione per combattere i Saraceni in Sardegna, e quella Croce era lo stemma del Popolo Pisano, e non propriamente della città, che solo successivamente venne tripomata e elaborata come appare tuttora, nota come "Croce Pisana".
In una lettera del 2006 in occasione delle Olimpiadi di Torino, il sindaco di Tolosa scrisse "la nostra Croce di Tolosa è la Croce di Pisa", constatazione che non chiarisce nulla.
L'ipotesi sostenuta da alcuni che la croce possa derivare dalla tradizione catara risulta storicamente poco verosimile; i Catari, numerosi in Occitania, erano contrari a tutti i simbolismi, e non adoravano un’immagine al posto del Dio Vero.
La croce occitana ricorda una ruota solare, simbolo del movimento apparente dell’astro nel cielo, ed è costruita su numeri cabalistici tre e quattro, che hanno un rilievo sia nella cultura cristiana che in quella ebraica e celtica: croci di questo tipo sono presenti in India, in Cina, ne esistono di simili in Catalogna e nell’Italia del Nord. Le sue quattro braccia possono rappresentare i punti cardinali e le stagioni, come nelle croci celtiche, o la manifestazione del materiale, il manifesto, come nei tarocchi, che le sono coevi; le tre piccole sfere di ogni braccio ricordano la Triskell e le triadi celtiche da una parte e il concetto di perfezione del 3 insito nella Trinità e nella Trimurti dei Veda dall'altra. Le dodici piccole sfere alla fine dei quattro bracci possono rappresentare le costellazioni zodiacali, i mesi o i 12 apostoli, e comunque esprimono il prodotto del tre per quattro.
Quel che è certo, è che dai tempi più antichi la croce di Tolosa, o occitana, è simbolo perfettamente costruito e compreso dell’universalismo del popolo occitano, ben espresso negli eventi storici dai Conti di Tolosa, e associata da lungo tempo all'originalità della cultura Occitana, fondata su una reale identità comune.
Bandiera dell'Occitania
Essa è oggi, in tutta l’Occitania (val d’Aran in Spagna e valli Occitane in Italia comprese) il segno distintivo del paese d’òc in seno all’Europa e allo spazio mediterraneo, e afferma una identità propria e una cultura comune. La stella a 7 punte può essere presente o no sulle bandiere occitane, perché è un'aggiunta moderna alla storica croce, introdotta negli anni ‘60 per rafforzare l’idea dell’unità del territorio di lingua d’òc, che è formato da 7 regioni storiche: la Guascogna, il Lengadoc e la Provenza a Sud, la Guiana al centro, il Lemosino, l’Alvernia e il Delfinato al Nord, e le valli di lingua occitana in Italia fanno parte linguisticamente della regione del Delfinato. Sette erano anche i fondatori del Felibrige, quel movimento di rinascita della lingua e cultura occitana, nato per volontà di Frederic Mistral nella metà del 1800.
PROTOSTORIA e STORIA
Carta con ubicazione della grotta del
Vallonet.  Clicca sull'immagine
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Il più antico sito europeo dell'Homo Erectus, antenato dell'homo Sapiens, è la grotta del Vallonet in Costa Azzurra, databile tra i 950-900.000 anni fa. In questa grotta sono stati trovati strumenti in pietra e schegge lavorate in osso che costituiscono i resti più antichi di strumenti preistorici in Europa. La grotta di Vallonet, a Cap Martin, nei pressi di Mentone, che segna il confine fra Francia e Italia sulla Costa Azzurra, è al momento il più antico abitato in grotta attualmente conosciuto in Europa. Lo studio delle faune rinvenute nei sedimenti archeologici (in particolare resti di elefanti, ippopotami, bovidi, cervidi, suidi) ha permesso di attribuire al giacimento un'età compresa fra 1,3 e 0,7 milioni di anni mentre lo studio del paleomagnetismo del riempimento della grotta la colloca all'episodio "di Jaramillo", periodo in cui il Campo Magnetico Terrestre era inverso rispetto ad oggi, tra 0,95 e 0,9 milioni di anni fa. L'industria litica comprende strumenti su ciottolo e su scheggia.
Carta con la grotta del Vallonet e i più antichi siti
preistorici dell'homo di Cro-Magnon.
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Nella preistoria, intorno al 30.000 a. C., i territori occitani erano abitati dai primi esemplari di homo sapiens sapiens: l'uomo di Cro-Magnon. Intorno all'8000 a.C., tutta l'Europa occidentale era abitata dagli antichi Liguri, che parlavano una lingua di cui il Basco è una reliquia. Gli antichi Liguri (dal greco "Λιγυες", ovvero Ligues, e in latino "Ligures"), furono un popolo autoctono dell'Europa occidentale e atlantica, già stanziato in Europa almeno 10.000 anni fa e quindi di probabile derivazione dall'Uomo di Cro-Magnon le cui testimonianze sono state ritrovate in Liguria, Costa Azzurra e Occitania. Le più antiche popolazioni Liguri si erano insediate lungo la costa e nell'entroterra dei mari che ora si estendono dal nord-ovest dell'Italia (compresa tutta la pianura Padana ), sud Occitano e in Spagna, e tra Andalusia, Portogallo, Galizia e Paesi Baschi, da cui sembra si siano diffuse, via mare, nella Bretagna e costa atlantica francese, in Irlanda e nel meridione dell'Inghilterra. Il professor Adolf Schulten, considerava ligure l'intera penisola spagnola prima dell'invasione della stirpe iberica (camita-berbera) dall'Africa del 6.000 a.C., e pensava che la lingua basca fosse una reliquia ligure. Il popolo basco è stato da lunghi decenni oggetto di numerosi studi, sia dal punto di vista etnico, linguistico e biologico, con l'intento di chiarire l'antica origine di questa popolazione, e dal punto di vita biologico è stata riscontrata la presenza, in una forte percentuale della popolazione (circa il 30% - 35%), del fattore Rh negativo.
Euskadi, i Paesi Baschi, nel nord
ovest della Spagna
Gli studi condotti portano ad ipotizzare che l'origine del popolo basco sia da ricondurre alle antiche popolazioni umane che, autoctone, abitavano l'Europa durante il paleolitico e che, a seguito dell'ultima glaciazione, si sono insediate nell'attuale area dei Paesi Baschi.
Se quindi i Baschi appartenevano ad una famiglia di popolazioni Liguri, o proto-Liguri, si evince che la genesi Ligure è autoctona.
A sostegno di quest'ipotesi è anche la mappa degli aplogruppi del cromosoma Y in Europa. L'Aplogruppo R1b (Y-DNA), viene ritenuto essere la più antica linea genetica europea, associata ad un effetto del fondatore verificatosi nell'Europa centro occidentale. Le popolazioni stanziatesi in Italia dal Mesolitico sono caratterizzate da alte frequenze di R1 (xR1a1), condizione che si ritrova ad oggi nelle popolazioni basche, ritenute le più somiglianti geneticamente ai primi europei
La longevità della civiltà dei Liguri è dovuta al ruolo decisivo che hanno avuto, dall'età del Bronzo in poi, nel reperimento di metalli preziosi (argento e oro), di minerali (come la cassiterite, da cui si ricava lo stagno che, legato al rame, da il bronzo), nella conoscenza delle tecnologie metallurgiche per la produzione di metalli (bronzo, argento) e la commercializzazione stessa, anche via mare, di bronzo, piombo, sale, oro, argento e dell'ambra, proveniente dalle coste baltiche, anche se non possediamo documenti, scritti, informazioni sulle loro navi, sul loro stato sociale, provenienti da loro: quello che ci hanno trasmesso è nell'espressione megalitica e negli antichi petroglifi. Del loro nome, della loro cultura, del linguaggio e costumi ne parlano i primi storici Greci e Latini, oltre alla mitologia, perlopiù dei Greci antichi.
L'Europa mediterranea intorno al 600 a. C. con indicate
le migrazioni liguri, avvenute in precedenza, a Tartesso,
nella foce del Guadalquivir, in Corsica, nell'area laziale e
in Sicilia. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Questa mancanza di informazioni è indubbiamente motivata da una strenua difesa dei propri traffici e commerci in un'Europa che era meta di continue ondate migratorie da est.
Certamente si mischiarono alle popolazioni iberiche prima, ai greci di Focea (a Marsiglia, in Liguria e Corsica) e ai Celti poi, tanto che alcune tribù definite Celtiche erano Liguri, come i Taurini, i Friniati, ecc., ma rimasero Liguri  fra il Rodano e l'Arno, da ovest a est e fino al Po a nord. Anche se si allearono ad Annibale nella II guerra punica iniziata nel 218 a.C. contro Roma, Annibale non si azzardò a passare dalla Liguria... preferì valicare le Alpi, a prezzo di molte perdite, non solo umane.
Ercole - Statua
romana nel museo
del Louvre, a Parigi.
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Dall'Occitania passava la via Heraclea, percorsa dal semidio greco Heràcle, o Ercole per i latini. Lo storico e viaggiatore greco Posidonio, vivente fino all’anno 50 e.V., nell’isola di Rodi, segnalò la presenza, fin dal secondo secolo prima di Cristo, di una strada tra Piacenza e Marsiglia, che valicava l’Alpis Summa, l’odierna Turbia, conosciuta col nome di Via Heraclea o Herculea, giacché si voleva tracciata dall’eroe greco nel corso del suo ritorno dalla decima fatica, quando andò a rapire la mandria di buoi a Gerione, nell’isola di Erizia, sulle sponde dell’Atlantico (nella mitica Tartesso), nella sua decima fatica. La via Heraclea o Herculea conduceva dall’Italia fino ai Celtoliguri, alla Celtica ed agli Iberi. Se qualche Greco o indigeno vi passava, era sorvegliato dalle popolazioni vicine, in modo che non subisse alcun torto: infatti, questi popoli, pagavano un’ammenda per le persone a cui era recato danno. Come riporta Apollonio Rodio, anche Giasone con gli Argonauti vagava, dalle foci del Rodano, verso levante: "… e le isole Liguri: presso l’Italia vi sono tre isole, abitate da Liguri, dette anche Stoichades, o Stecadi, per la loro disposizione in fila": le Isole d’Hyeres.
In rosso l'ubicazione di La Turbie
e in giallo con "A" il Monte Bignone,
nel territorio di Sanremo. Clicca
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Nei pressi di Marsiglia, la strada percorsa da Ercole, sarebbe transitata per la regione de La Crau, dove avvenne la battaglia dei Campi Lapidarii, combattuta dall'eroe contro i Liguri, guidati dai giganti Albione e Dercino; quando Zeus fece piovere sassi in soccorso del suo pupillo in difficoltà. Dopo quell’avventura, l’eroe avrebbe trovato sollievo a Monaco, che da lui prende nome, giacché, dai massalioti, nell’antichità veniva chiamata Portus Hercules Monœaci, per il fatto che vi si celebrava l’ermafroditismo insito in quel mitico personaggio.
Non si sono mai trovati riscontri del tempio che si dice lo celebrasse, avendolo cercato sulla Rocca, sulla Turbia e persino su mont'Agel, tutti luoghi dall'intenso fascino paesaggistico, ma soprattutto segnati da evidenti forze geomagnetiche, intese da sempre, che rendono il sito un territorio d’eccezione, dal punto di vista esoterico, fino ad eleggerlo a sito della celebrazione di Ottaviano Augusto in qualità di imperatore. 
Le varie etnie celtiche in Europa, fra
cui gli Aquitani e i Celtoliguri, o
Celtoligi, in Occitania. Clicca
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I Celti invadono l’Occitania due volte, in epoche piuttosto lontane tra loro (VII-VI sec. e V-IV sec. a.C.), ma non vi saranno mai egemoni: si assisterà piuttosto ad una fusione con i liguri, così come succederà con gli iberi. baschi sopravviveranno e così i Greci di Focea che fondarono Massalia (Marsiglia). Accadono dunque significative fusioni a livello tribale che portano alla comparsa dei celto-liguri (o celtoligi) e dei celtiberi nella penisola iberica.
Nel DNA occitano si inserisce così la cultura celtica: ancora oggi, nelle danze occitane, il circolo circasso ha gli stessi ritmi e movenze del circolo canadese celtico.
Per il post "Liguri: storia e cultura", clicca QUI
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Nel 123 a.C. inizia una pacifica colonizzazione dei romani, (invitati a Marsiglia dai residenti greci che si sentono minacciati dai celto-liguri) che fondano nuove città senza alterare troppo gli insediamenti presistenti. Saranno poi principalmente iberi, liguri, baschi, celto-liguri e greci a diventare rapidamente romani: la colonizzazione romana è, in Occitania, un’autocolonizzazione. Nel 121 a.C. la Gallia Transalpina, che corrispondeva ad una parte dell’attuale Occitania linguistica, diventa provincia romana (da cui il nome dell’attuale Provenza) e con la fondazione di Narbo Martius (Narbona) in qualità di capitale, sarà chiamata Gallia Narbonensis dal 118 a.C.
Occitania provincia Romana
Nel crogiolo occitanico si mescolano successivamente popoli germanici (goti e franchi) e semito-camitici (ebrei e arabo-berberi) che si convertono spontaneamente alla lingua ed alle culture latine.
Seguì la caduta dell’impero romano e le invasioni barbariche. La lingua d'Oc è una delle lingue neolatine che si formano sul substrato degli antichi dialetti regionali e della lingua ufficiale e colta della Roma conquistatrice e padrona, dopo il disfacimento dell'Impero.
Se in quella parte di continente che denominiamo Francia settentrionale (e che allora era lungi dall'essere un'entità definita e definibile) si andava affermando la Langue d'Oil, in una zona compresa tra le Valli alpine del Piemonte e la Catalogna prendeva forma la Lingua d'Oc (anche se in realtà non dovette esserci, per il popolo non colto, un significativo distacco dal dialetto parlato in precedenza).
Carta delle Gallie nel 44 a. C., dopo la loro conquista
da parte di Caio Giulio Cesare. A sud, la Gallia Narbonese.
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Tra il 407 ed il 409 i Vandali, alleati con gli Alani, popolazione Sarmatica di origine iranica ed altre tribù germaniche quali i Suebi o Svevi (confederati Alemanni), invasero la penisola iberica. In risposta all'invasione dell'Hispania, Onorio, imperatore romano d'Occidente, arruolò i Visigoti per riconquistare il controllo del territorio.
Allora il re dei Visigoti, Vallia siglò un trattato con il generale romano Flavio Costanzo: in cambio di 600.000 misure di grano e del territorio della regione d'Aquitania, dai Pirenei alla Garonna, i Visigoti in qualità di alleati ufficiali ovvero stato vassallo dell'impero (foederati), si impegnavano a combattere in nome dei romani i vandali, gli Alani e i Suebi, che nel 406 avevano attraversato il fiume Reno e si erano dislocati nella provincia d'Hispania. I Visigoti inoltre restituirono Galla Placidia all'imperatore. Nel 416 i Visigoti invasero l'Hispania, dove tra il 416 ed il 418 distrussero i Vandali silingi (il loro re Fredbal fu inviato a Ravenna, prigioniero) e sconfissero gli Alani così duramente, che questi rinunciarono ad eleggere il successore del defunto re Addac e si posero sotto il governo di Gunderico, re dei vandali asdingi, che da allora assunse il titolo di reges vandalorum et alanorum
Carta con la migrazione dei Visigoti
dal IV secolo. Clicca per ingrandire.
Nel 418 i Visigoti si accingevano ad attaccare i Vandali asdingi ed i Suebi che si trovavano in Galizia, ma Costanzo li richiamò in Gallia, temendo che divenissero troppo potenti ed assegnò loro altre terre in Aquitania nel 419, la così detta Aquitania secunda, la zona di Tolosa. Questa donazione venne probabilmente fatta con il contratto di hospitalitas, l'obbligo di ospitare i soldati dell'esercito. Si formò così il nucleo del futuro regno visigoto che si sarebbe espanso fin oltre i Pirenei. Walia stabilì la propria corte a Tolosa, che divenne la capitale visigota per il resto del quinto secolo. Ora, nel 66 d.C. la Palestina era insorta contro la dominazione romana e quattro anni dopo, nel 70 d.C., nell'ambito della prima guerra giudaica Gerusalemme fu rasa al suolo alle legioni dell'imperatore romano Vespasiano, comandate da suo figlio Tito. Il tempio fu saccheggiato e il suo contenuto venne portato a Roma.
Carta del regno dei Visigoti nella
seconda metà del V secolo. Clicca
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Come si può vedere nei bassorilievi dell'arco trionfale di Tito, il tesoro trafugato includeva la Menorah, il grande candeliere d'oro a sette braccia, sacro alla religione ebraica, e forse anche l'Arca dell'Alleanza.
Tre secoli e mezzo più tardi, nel 410 d.C., Roma fu saccheggiata a sua volta dagli invasori Visigoti guidati da Alarico il Grande, che portarono via, in pratica, tutte le ricchezze della Città Eterna. Come narra lo storico Procopio, Alarico s'impadronì dei «tesori di Salomone, re degli Ebrei, mirabili a vedersi perché quasi tutti adorni di smeraldi, che anticamente erano stati presi a Gerusalemme dai Romani». Perciò, è del tutto possibile che un tesoro avesse cambiato ripetutamente mano nel corso dei secoli, passando dal Tempio di Gerusalemme ai Romani, da questi ai Visigoti e quindi, in Occitania, ai Catari e ai Cavalieri Templari. I Visigoti erano cristiani ariani e l'arianesimo fu considerato, dai padri della chiesa, un'eresia. Tra tutte le eresie, fu quella di Ario che finì per costituire il pericolo più grave per la dottrina cristiana ortodossa durante il primo millennio della sua storia. Ario era un presbyter (prete) di Alessandria intorno al 318, e morì nel 335. Il suo dissidio con l'ortodossia era semplicissimo, e si basava su un'unica premessa: Gesù era interamente mortale, non era divino in nessun senso, e non era altro che un maestro ispirato. Postulando un unico Dio supremo e onnipotente, un Dio che non si incarnava e non subiva l'umiliazione e la morte a opera delle sue creature, Ario inseriva il cristianesimo in una cornice sostanzialmente giudaica. Può darsi che, risiedendo ad Alessandria, fosse stato influenzato da insegnamenti giudaici diffusi nella città, ad esempio gli insegnamenti degli ebioniti. Nel contempo, il Dio supremo dell'arianesimo esercitava un richiamo immenso sull'Occidente. Via via che il cristianesimo acquisiva un crescente potere secolare, questo Dio diveniva più convincente. I re e i potentati riuscivano a identificarsi con lui più facilmente di quanto fossero disposti a identificarsi con una divinità mite e passiva che aveva subito il martirio senza opporre resistenza e aveva evitato i contatti con il mondo. Benché l'arianesimo venisse condannato al Concilio di Nicea nel 325, Costantino l'aveva sempre avuto in simpatia, e questa simpatia si accentuò verso la fine della sua vita. Quando Costantino morì, Costanzo, suo figlio e successore, si dichiarò apertamente ariano, e sotto i suoi auspici, in qualità di Pontefice Massimo si tennero concili che costrinsero all'esilio i capi della Chiesa ortodossa. Nel 360 l'arianesimo aveva soppiantato quasi del tutto il cattolicesimo. Fra i più fervidi seguaci dell'arianesimo c'erano i Goti, che si erano convertiti a questa fede, abbandonando il paganesimo, durante il IV secolo. Gli Svevi, i Longobardi, gli Alani, i Vandali, i Burgundi e gli Ostrogoti erano tutti ariani. E lo erano anche i Visigoti che, quando saccheggiarono Roma nel 480, risparmiarono le chiese cristiane. Se prima di Clodoveo i Merovingi avevano qualche propensione per il cristianesimo, doveva trattarsi del cristianesimo ariano dei loro vicini, i Visigoti e i Burgundi. Sotto gli auspici dei Visigoti, l'arianesimo divenne la forma di cristianesimo predominante in Spagna, nei Pirenei e in Occitania.
Franchi, insediati nel nord di quella che divenne la Francia, mantennero per qualche tempo la loro lingua ed i loro costumi germanici; tuttavia, a causa della loro scelta religiosa, il cattolicesimo, (con la conversione ed il battesimo di Clodoveo, il primo re della stirpe reale merovingia, da Meroveo, suo nonno) divennero gli alleati naturali della Chiesa di Roma e si fecero passare di buon grado per il braccio secolare della “vera fede”. Secondo la tradizione, la conversione di Clodoveo fu improvvisa e inaspettata, e si compì grazie alla moglie del re, Clotilde, fervida devota di Roma, che sembra assillasse il marito fino a quando questi accettò la sua fede e che in seguito fu canonizzata per questi meriti. È detto che nell'impresa Clotilde fu guidata e assistita dal suo confessore, san Remigio. Ma dietro queste tradizioni si cela una verità storica molto più pratica e terrena. Quando Clodoveo si convertì al cristianesimo di Roma e divenne il primo re cattolico dei Franchi, si guadagnò ben più dell'approvazione della moglie, un regno assai più sostanzioso di quello dei Cieli. Si sa che nel 496 vi furono numerosi incontri segreti tra Clodoveo e san Remigio. Subito dopo, fu ratificato un accordo tra il re e la Chiesa di Roma. Per quest'ultima, l'accordo rappresentava un grande trionfo politico. Avrebbe assicurato la sua sopravvivenza e la posizione di suprema autorità spirituale dell'Occidente. Avrebbe consolidato la posizione di Roma, alla pari con quella di Costantinopoli. Avrebbe offerto prospettive egemoniche e mezzi efficienti per sradicare le innumerevoli eresie. E Clodoveo sarebbe stato colui che avrebbe realizzato tutto questo, la spada della Chiesa di Roma, lo strumento che le avrebbe permesso d'imporre il suo dominio spirituale, il braccio secolare e la manifestazione concreta della sua potenza. In cambio, Clodoveo ricevette il titolo di «Novus Costantinus». In altre parole, doveva presiedere un impero unificato, un «Sacro romano impero» destinato a succedere a quello diviso, creato da Costantino, e più tardi distrutto dai Visigoti e dai Vandali. Secondo un esperto moderno, prima del battesimo Clodoveo fu « fortificato... da visioni di un impero, successore di quello di Roma, che sarebbe stato patrimonio della razza merovingia ». Secondo un altro autore moderno, «Clodoveo doveva diventare così una specie di imperatore dell'Occidente, patriarca dei Germani occidentali, e pur non governando, avrebbe regnato su tutti i popoli e tutti i re». II patto tra Clodoveo e la Chiesa, insomma, ebbe conseguenze enormi per la cristianità. E non solo per la cristianità di quel tempo, ma per tutto il millennio successivo. Il battesimo di Clodoveo segnò la nascita di un nuovo impero romano: un impero cristiano basato sulla Chiesa di Roma e amministrato, a livello laico, dalla stirpe merovingia. In altre parole, venne stretto un vincolo indissolubile tra Chiesa e Stato, ognuno dei quali giurava all'altro fedeltà perpetua. A ratifica di questo vincolo, nel 496 Clodoveo si fece battezzare da san Remigio a Reims. Al momento culminante della cerimonia, san Remigio pronunciò le famose parole: Mitis depone colla, Sicamber, adora quod incendisti, incendi quod adorasti. (China umilmente la testa, o Sicambro, adora ciò che bruciavi, e brucia ciò che adoravi.) È importante notare che il battesimo di Clodoveo non fu un'incoronazione, contrariamente a quanto talvolta sostengono gli storici. La Chiesa non nominò re Clodoveo. Clodoveo era già re, e la Chiesa non poteva far altro che riconoscerlo. E così facendo, si legò ufficialmente non soltanto a Clodoveo, ma anche ai suoi successori: non a un individuo, ma a una stirpe. Sotto questo aspetto, il patto ricorda l'alleanza che, nell'Antico Testamento, Dio stringe con re Davide: un patto che può venire modificato, come nel caso di Salomone, ma non revocato, infranto o tradito. E i Merovingi non persero mai di vista questo parallelo.
Per il resto della sua vita, Clodoveo realizzò quanto la Chiesa si attendeva da lui. Con efficienza irresistibile, la fede fu imposta con la spada; e con la sanzione, e il mandato spirituale della Chiesa, il regno franco estese i suoi domìni a est e a sud, abbracciando gran parte dell'odierna Francia e dell'odierna Germania. Fra i numerosi avversari di Clodoveo i più importanti furono i Visigoti, che avevano abbracciato l'eresia ariana. Contro l'Impero visigoto, situato a cavallo dei Pirenei ed esteso a nord fino a Tolosa, Clodoveo condusse le sue campagne più assidue e organizzate. Nel 507 inflisse ai Visigoti una sconfitta decisiva nella battaglia di Vouillé. Poco più tardi l'Aquitania e Tolosa caddero in mano ai Franchi. L'Impero visigoto a nord dei Pirenei si sfasciò sotto l'incalzare delle forze di Clodoveo. Da Tolosa, i Visigoti ripiegarono su Carcassonne, poi insediarono la loro capitale, il loro ultimo bastione, nel Razès, a Rhédae che oggi si chiama Rennes-le-Château.
I 4 Regni merovingi dopo
 la morte di Clodoveo nel
511: Neustria, Aquitania,
Austrasia, Burgundia.
 A sud,  il principato
di Settimania.
E così il dominio dei Visigoti nel Razèz durò a lungo: nel 508 Carcassonne fu invano assediata dai Franchi. Altre tre spedizioni franco-burgunde fallirono nel 585 nel 587 e nel 589. Intanto il territorio dominato dai Visigoti, lungo la costa mediterranea, aveva preso il nome di Settimania, e di quel periodo rimangono i toponimi in -ens. L'origine del nome "Settimania" risale all'antico periodo romano, forse perché la Legione VII (Legio Septima) si trovava là di guarnigione, più verosimilmente invece, il suo nome deriva da "Septem Provinciae", il nome che, con la riforma di Diocleziano, prese la Diocesi che raggruppava le sette province galliche meridionali: Gallia Viennensis, Gallia Narbonensis Prima e Secunda, Aquitania Prima e Secunda, Novempopulana e Alpi Marittime. Dopo la conquista romana della Gallia Transalpina mediterranea (nel 122 a.C.), questa regione diventò Provincia romana, chiamata Provincia Nostra o semplicemente Provincia (da cui il nome di Provenza) e ricevette poi il nome di Gallia Narbonensis. Al tempo della conquista dei Visigoti, nel 412, della Gallia meridionale, il nome più largamente impiegato per quella regione, era comunque la translitterazione in  "Settimania". Dopo la disfatta visigota, nella battaglia di Vouillé, per mano dei Franchi, nel 507, la Settimania, limitata alla sola Linguadoca-Rossiglione restò l'unico lembo della Gallia in mano visigota, dipendente dal regno di Spagna fino alla conquista araba del 719 e per questo, in tempi merovingi e carolingi, era conosciuta anche come « Gothie » o « Gothia ».
Alla morte di Clodoveo (o Clovis), nel 511, il regno fu ereditato dai figli maschi, come de tradizione dei Franchi, e fu quindi suddiviso in Neustria, Austrasia, Burgundia e Aquitania. La Settimania rimase ai Visigoti.
Il re merovingio Dagoberto II, erede al trono d'Austrasia, nacque nel 651, era l'unico figlio maschio del re dei Franchi Sali di Austrasia della dinastia merovingia, Sigeberto III e della moglie, Inechilde. Quando nel 656 morì suo padre, furono messi in atto tentativi romanzeschi per impedirgli di salire al trono. L'infanzia e la giovinezza di Dagoberto sembrano uscite da una leggenda medievale o da una favola. Invece è storia documentata. Alla morte del padre, Dagoberto fu fatto rapire dal maestro di palazzo in carica, Grimoaldo. Tutte le ricerche risulteranno vane, e non fu diffìcile convincere la corte che il bambino era morto. Grimoaldo concertò allora l'ascesa al trono del proprio figlio, affermando che quella era stata la volontà espressa dal precedente sovrano, il padre di Dagoberto. Il trucco riuscì. Persino la madre di Dagoberto, convinta che il bambino fosse morto, accettò l'autorità dell'ambizioso maestro di palazzo. Grimoaldo, tuttavia, non aveva avuto il coraggio di andare fino in fondo e di fare uccidere il giovanissimo principe. Dagoberto era stato segretamente affidato al vescovo di Poitiers. Anche il vescovo, sembra, non osò far assassinare il bambino. Perciò Dagoberto fu relegato in Irlanda, in esilio perpetuo. Crebbe nel monastero irlandese di Slane, non lontano da Dublino; e nella scuola annessa al chiostro ricevette un'istruzione di gran lunga superiore a quella che avrebbe potuto conseguire nella Francia di quei tempi. Sembra che durante questo periodo frequentasse la corte del Sommo re di Tara. Inoltre fece amicizia con tre principi della Northumbria che studiavano anch'essi a Slane. Nel 666, probabilmente quando viveva ancora in Irlanda, Dagoberto sposò Matilde, una principessa di stirpe celtica. Poco tempo dopo si trasferì dall'Irlanda in Inghilterra e si stabilì a York, nel regno di Northumbria. Qui si legò di stretta amicizia con san Wilfrid, vescovo di York, che divenne il suo mentore. Durante questo periodo persisteva tutt'ora il dissidio tra la Chiesa di Roma e la Chiesa celtica, che rifiutava di riconoscerne l'autorità. Wilfrid, in nome dell'unità del cristianesimo, si era prodigato per ricondurre la Chiesa celtica nella sfera di Roma, e c'era riuscito nel famoso Concilio di Whitby, nel 664. Ma forse la sua successiva amicizia con Dagoberto II non era immune da altre motivazioni. Al tempo di Dagoberto la devozione dei Merovingi nei confronti di Roma, promessa nel patto stretto fra Clodoveo e la Chiesa un secolo e mezzo prima, non era molto fervida. Fedele sostenitore di Roma, Wilfrid aspirava a consolidare la supremazia del papato, non soltanto in Gran Bretagna ma anche sul continente. Nell'eventualità che Dagoberto ritornasse in Francia e rivendicasse il trono d'Austrasia, era consigliabile assicurarsi la sua fedeltà. Molto probabilmente Wilfrid vedeva nel re in esilio il futuro braccio armato della Chiesa. Nel 670 Madide, la consorte celtica di Dagoberto, morì nel dare alla luce la terza figlia. Wilfrid si affrettò a combinare un nuovo matrimonio per il vedovo, e nel 671 Dagoberto si risposò. Se le sue prime nozze avevano avuto una potenziale importanza dinastica, le seconde l'ebbero ancora di più. La seconda moglie di Dagoberto era infatti Giselle de Razès, figlia del conte di Razès e nipote del re dei Visigoti. In altre parole, ora la stirpe reale merovingia era imparentata con la stirpe reale visigota. In questa unione c'erano i semi di un impero embrionale che avrebbe unito gran parte della Francia moderna e si sarebbe esteso dai Pirenei alle Ardenne. Inoltre questo impero avrebbe portato sotto l'influenza di Roma i Visigoti che avevano ancora forti tendenze ariane. Quando Dagoberto sposò Giselle, era già ritornato sul continente. Secondo la documentazione pervenuta fino a noi, le nozze furono celebrate nella residenza ufficiale della sposa, a Rhédae, l'odierno Rennes-le-Château. Anzi, sembra che si svolgessero nella chiesa di Saint Madeleine, l'edificio sul quale venne successivamente eretta la chiesa di Bérenger Saunière.
Dal primo matrimonio di Dagoberto erano nate tre figlie, ma non un erede maschio. Da Giselle, ebbe altre due figlie e finalmente, nel 676, un figlio, il futuro Sigisberto IV. E quando nacque Sigisberto, Dagoberto era re. Per circa tre anni, sembra, era rimasto a Rennes-le-Château, seguendo da lontano le vicissitudini del suo regno al nord. Finalmente, nel 674, si era presentata l'occasione favorevole. Con l'appoggio di sua madre e dei consiglieri di questa, il monarca esule si proclamò re d'Austrasia. Wilfrid di York diede un importante contributo al suo reinsediamento. Secondo alcuni, vi contribuì anche un personaggio molto più sfuggente e misterioso, sul quale si hanno pochissime notizie storiche: sant'Amatus, vescovo di Sion in Svizzera. Dagoberto, reinsediato sul trono dei suoi avi, non fu affatto un « re fannullone ». Anzi, si dimostrò un degno successore di Clodoveo. Si accinse immediatamente a imporre e a consolidare la sua autorità, reprimendo l'anarchia che imperversava in Austrasia e ristabilendo l'ordine. Regnò con fermezza, piegando vari nobili ribelli che disponevano di una potenza militare ed economica sufficiente per sfidare il trono. E si dice che avesse ammassato un considerevole tesoro a Rennes-le-Château: queste ricchezze dovevano venire usate per finanziare la riconquista dell'Aquitania, che una quarantina d'anni prima si era staccata dal regno merovingio e si era proclamata indipendente. Nel contempo, Dagoberto dovette costituire una grossa delusione per Wilfrid di York. Se il vescovo aveva sperato di fare di lui il braccio armato della Chiesa, si trovò di fronte a un grave disappunto. Anzi, sembra certo che il re frenasse i tentativi di espansione della Chiesa nei suoi domini, e incorresse quindi nella collera delle gerarchie ecclesiastiche. Esiste una lettera inviata a Wilfrid da uno sdegnatissimo prelato franco, il quale si scaglia contro Dagoberto, colpevole di imporre tasse e di «tenere in dispregio le chiese di Dio e i loro vescovi». A quanto sembra, questi non furono i soli motivi di dissidio fra Dagoberto e Roma. Grazie al matrimonio con una principessa visigota, il re aveva acquisito vasti territori nell'attuale Linguadoca. E forse aveva acquisito anche qualcosa d'altro. I Visigoti erano fedeli alla Chiesa di Roma soltanto nominalmente. Anzi, la loro devozione al papato era molto evanescente, e nella famiglia reale predominavano ancora le tendenze ariane. Secondo vari indizi, Dagoberto avrebbe assimilato queste tendenze. Nel 679, quando era sul trono da tre anni, Dagoberto s'era già fatto molti nemici influenti, sia laici che religiosi. Frenando le loro ribelli aspirazioni autonomistiche, aveva destato il rancore di certi nobili vendicativi. Osteggiando i suoi tentativi di espansione, si era attirato l'antipatia della Chiesa. Creando un regime centralizzato ed efficiente, aveva acceso l'invidia e la preoccupazione di altri potentati franchi, sovrani dei regni confinanti. E alcuni di questi sovrani avevano alleati e agenti nel regno di Dagoberto. Uno di questi era il maestro di palazzo del re, Pipino II il Grosso oppure Pipino il Giovane di Herstal, (nipote di Pipino I il Vecchio, di Landen, Maggiordomo di palazzo del regno merovingio di Austrasia per il re Clotario II, che fu il capostipite della dinastia dei Pipinidi). E Pipino II, schierandosi clandestinamente con gli avversari politici di Dagoberto, non indietreggiò di fronte al tradimento e all'assassinio. Come quasi tutti i sovrani merovingi, Dagoberto aveva almeno due capitali. La più importante era Stenay, al limitare delle Ardenne. Presso il palazzo reale di Stenay si estendeva un grande bosco, considerato sacro da tempo immemorabile e chiamato Foresta di Woèvres. Il 23 dicembre 679, Dagoberto andò a caccia in questa foresta. Considerando la data, è possibile che la caccia costituisse una specie di occasione rituale. Comunque, ciò che avvenne ricorda moltissimi echi leggendari, incluso l'assassinio di Sigfrido nel Nibelungenlied. Verso mezzogiorno, sopraffatto dalla stanchzza, il re si adagiò per riposare in riva a un ruscello, ai piedi di un albero. Mentre dormiva, uno dei suoi servitori - che, sembra, era anche suo figlioccio - gli si accostò furtivamente ed eseguendo gli ordini di Pipino gli conficcò una lancia in un occhio. Altre fonti tramandano che Dagoberto II si scontrò spesso col maggiordomo di Neustria, Ebroino, sempre intenzionato a riunire i regni Franchi sotto Teodorico III, che nel 677, attaccarono invano l'Austrasia. E fu probabilmente lo stesso Ebroino ad organizzare la partita di caccia in cui, nel 679, Dagoberto perse la vita a seguito di un colpo di spada all'inguine da parte di alcuni congiurati.
Questo episodio potrebbe avere ispirato, nella saga del SanGraal, la leggenda del re pescatore che non poteva procreare poiché ferito ai genitali; inoltre il figlio di Dagoberto, Sigisberto IV, il legittimo erede al trono merovingio, rimase nascosto e protetto in Occitania, ignorato e di cui non fu nota l'esistenza.
Gli assassini fecero ritorno a Stenay, decisi a sterminare il resto della famiglia reale. Non si sa di preciso fino a che punto riuscirono nel loro intento. Ma è certo che per il regno di Dagoberto e la sua famiglia fu la fine, improvvisa e violenta. La Chiesa non si disperò. Anzi, si affrettò ad avallare l'operato degli assassini del re. Esiste addirittura una lettera inviata da un prelato franco a Wilfrid di York, che cerca di razionalizzare e giustificare il regicidio. Il corpo di Dagoberto e la sua sorte postuma ebbero vicissitudini piuttosto strane. Subito dopo la sua morte, fu sepolto a Stenay, nella cappella reale di Saint Rémy. Nell'872, quasi due secoli dopo, fu esumato a trasportato in un'altra chiesa. La nuova chiesa divenne Saint Dagobert, perché lo stesso anno il re fu canonizzato: non dal papa (i pontefici si sarebbero arrogati questo privilegio, esclusivo soltanto nel 1159), bensì da un sinodo metropolitano. Non è chiaro perché Dagoberto venisse canonizzato. Secondo una fonte ciò avvenne perché si credeva che le sue reliquie avrebbero salvato la zona di Stenay dalle scorrerie dei Vichinghi; ma questa spiegazione non è molto illuminante, poiché non si capisce perché le reliquie dovessero avere un potere miracoloso. Le autorità ecclesiastiche sembrano dimostrare al riguardo un'ignoranza imbarazzante. Ammettono che Dagoberto, per qualche ragione imprecisata, era divenuto l'oggetto di un culto in piena regola e aveva un suo giorno festivo, il 23 dicembre, anniversario della sua morte. Tuttavia, non sono assolutamente in grado di precisare perché tutto questo fosse avvenuto. È possibile, certo, che la Chiesa si fosse pentita della parte che aveva avuto nell'assassinio del re. Quindi la canonizzazione di Dagoberto potrebbe essere stata una sorta di riparazione. Tuttavia, se questo è vero, non viene spiegato perché fosse ritenuto necessario un gesto del genere, e neppure perché fosse compiuto ben due secoli dopo.
Nel 711 i Mori, gli Arabi musulmani rovesciano il dominio dei Visigoti in Spagna e nel 719 si impadroniscono anche della Settimania. Narbona cade nel 720 e Carcassonne nel 725, dopo essere stata saccheggiata già nel 713.
 Cartina dell'espansione del regno dei
Franchi dal 481all' 814, dove nel sud
della Francia è chiaramente indicata
la Settimania. Nell'800 Carlo Magno
fonderà il Sacro Romano Impero.
da: http://www.la-cerchia.it/sito/
Clicca l'immagine per ingrandirla.
Settimania, l'antico nome della regione francese della Linguadoca-Rossiglione, salvo alcune parti del Gard e della Lozère, deve l'origine del suo nome al periodo romano antico, allorché la Legione VII (Legio Septima) si trovava là di guarnigione, fino all'inizio del Medioevo. Dopo la conquista romana della Gallia mediterranea (122 a.C.), questa regione aveva ricevuto il nome di Gallia Narbonese, ma dopo la sua conquista da parte dei Visigoti nel 412 il nome più largamente impiegato fu Settimania. Dopo la disfatta visigota nella battaglia di Vouillé nel 507, la Settimania restò la sola parte della Gallia in mano visigota, dipendente dal regno di Spagna fino alla conquista araba del 719 e per questo, in tempi merovingi e carolingi era conosciuta anche come « Gothie » o « Gothia ». 
La parte seguente, che tratta degli avvenimenti fino all'800, è ricostruita basandosi su "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, che ipotizza uno scenario di portata storica eccezionale, che spiegherebbe molti episodi, dalle crociate alla massoneria, dove ne diverrebbero comprensibili gli obiettivi. A stretto rigore delle fonti storiche ufficiali, Dagoberto non fu l'ultimo sovrano della dinastia merovingia. Anzi, i sovrani merovingi conservarono il trono, almeno nominalmente, per altri tre quarti di secolo. Ma gli ultimi Merovingi meritarono davvero l'epiteto di « re fannulloni ». Molti erano estremamente giovani, e quindi spesso erano deboli e indifese pedine nelle mani dei maestri di palazzo, non potevano imporre la propria autorità e prendere decisioni. Erano poco più che vittime; e molti di loro vennero uccisi. Inoltre, i Merovingi di questo tardo periodo dinastico appartenevano a rami cadetti, non al ceppo principale disceso da Clodoveo e Meroveo. Questo ceppo era stato eliminato con Dagoberto II. Perciò, a tutti i fini pratici, l'assassinio di Dagoberto può essere considerato come la fine della dinastia merovingia. Ma
I territori abitati dalla
popolazione che
si suddivise poi fra
occitani e catalani.
L'antica Rhédae è oggi
 Rennes le Chateau.
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Dagoberto II aveva avuto un figlio maschio: Sigisberto IV. Secondo alcune fonti, Sigisberto IV, alla morte del padre Dagoberto II re merovingio dei Franchi, fu salvato da una sorella e portato clandestinamente a sud, nei domini della madre, la principessa visigota Giselle di Razès. Si dice che arrivasse in Linguadoca nel 681 e, poco tempo dopo, adottasse o ereditasse i titoli dello zio, duca di Razès e conte di Rhédae. Si dice inoltre che assumesse il cognome o soprannome di «Plant-Ard» (divenuto in seguito Plantard), da réjeton ardent, «ardente virgulto» della vite merovingia. Con questo nome e i titoli ereditati dallo zio, si dice, perpetuò la sua stirpe. E nell'841-886 un ramo di questa stirpe culminò in Bernardo III di Tolosa detto Plantavelu (Piede di Velluto), un nome derivato apparentemente da Plant-Ard o Plantard.
Bernardo III di Tolosa (Uzès, 22 marzo 841 - agosto 886), fu abate di Brioude, duca di Gotia o Settimania, conte di Autun, conte di Rodez, conte d'Alvernia, conte di Tolosa dall'874 (fece assassinare Bernardo il Vitello, conte di Tolosa e gli subentrò nel titolo) e marchese d'Aquitania dall'885. Guglielmo I, il Pio o il Vecchio (892-918), figlio di Bernardo III di Tolosa divenne duca d'Aquitania e conte d'Alvernia a sua volta. 
Fra altri indizi frammentari c'è un atto datato 718, riguardante la fondazione di un monastero, a pochi chilometri da Rennes-le Château, a opera di «Sigisberto, conte di Rhédae, e sua moglie, Magdala». Se si esclude questo atto, per un altro secolo non si ha alcuna notizia dei titoli di Rhédae e di Razès. Tuttavia, quando uno dei due ricompare, si riaffaccia in un contesto di estremo interesse. Tra il 759 e il 768 il signore di Settimania - che includeva il Razès e Rennes-le-Château - venne ufficialmente proclamato re. Nonostante la disapprovazione di Roma, fu riconosciuto dai Carolingi, dei quali si dichiarò vassallo. Nelle cronache pervenute fino a noi figura più di frequente con il nome di Teodorico, o Thierry. E in maggioranza, gli studiosi moderni lo ritengono di discendenza merovingia.
La Settimania (o Septimania) ospitava una vasta popolazione ebraica prima tollerata, poi perseguitata dai Visigoti. La conquista dei Mori fu perciò ben accettata dagli ebrei locali, un po' come era successo in Spagna. La Settimania rimase in mano araba per circa quarant'anni, diventando un principato moresco con capitale Narbona. Usando la zona come base di partenza, i Mori si spinsero in Francia fino a lambire Lione.
La loro avanzata fu però fermata da Carlo Martello, maestro di palazzo del re merovingio Childerico III, nella battaglia di Poitiers del 732.
Intorno al 752, Pipino il Breve, figlio di Carlo Martello e a sua volta maestro di palazzo dell'ultimo re merovingio, Childerico III, lo depose e lo relegò in un monastero: con l'appoggio della chiesa di Roma divenne il primo re dei Franchi carolingio (da Carlo Martello, suo padre). Pipino aveva stretto alleanza con gli aristocratici locali, portando così la Settimania sotto il suo dominio, tranne  la capitale Narbona, difesa strenuamente da Arabi ed Ebrei. Dopo sette anni di assedio, Pipino, Re dei Franchi, fece un patto con gli ebrei di Narbona: in cambio del loro aiuto contro i Mori e del loro appoggio per la sua legittimazione a successore dei Merovingi, avrebbe concesso agli Ebrei di Settimania un principato ed un re esclusivamente loro. Quindi nel 759 la popolazione ebrea si rivoltò contro gli occupanti mori, aprì le porte a Pipino, che conquistò la città. Poco più tardi, gli Ebrei riconobbero Pipino come sovrano nominale e convalidarono le sue pretese alla sua legittimazione. Quello che non è facilmente comprensibile, è il motivo per cui il re usurpatore chiede l'avvallo degli Ebrei alla rimozione di un re merovingio, ma risulta chiaro se si pensa che la stirpe merovingia si era incrociata con i discendenti di Gesù e di Maddalena, sua moglie, che proprio in Occitania, dopo la crocifissione, era approdata, ancora incinta della prima figlia, insieme ad un gruppo di cui facevano parte Giuseppe d'Arimatea, membro del Sinedrio di Gerusalemme e Lazzaro, forse fratello di Maria Maddalena, chiamata anche Maria di Betania nei vangeli. Una leggenda parla di una violenza subita dalla madre di Meroveo quando già era incinta di lui, da parte di un essere proveniente da Oltremare: il cronista Fredegario, afferma che Meroveo fu concepito quando Basina, moglie di Clodione, mentre era seduta in riva al mare fu posseduta dal mostro Quinotauro (con cinque corna), che era uscito dal mare e questo evento giustifica il nome Meroveo; figlio del mare. Questo episodio potrebbe far pensare ad una stirpe proveniente da oltremare che si incrocia con un'altra, continentale e regale. I Merovingi erano detti i "Re Lungochiomati", per la loro abitudine di non tagliarsi mai i capelli, ed anche i "Re Taumaturghi", per le loro supposte abilità nella guarigione delle persone. Secondo una diffusa leggenda medievale, essi erano discendenti della linea di Davide e i loro poteri derivavano, appunto, dall'avere sangue divino nelle proprie vene. L'abitudine di non tagliare i capelli, dunque, potrebbe fare riferimento al "nazireato", la forma giudaica di consacrazione a Dio, la stessa che nella Bibbia è attribuita al personaggio di Sansone e la stessa alla quale potrebbero aver aderito Giovanni Battista e persino Gesù (secondo l'ipotesi che "Nazareno" non intenda "di Nazareth", ma "Nazireo").
La cultura occitana ha inventato i "Romanzi", storie cavalleresche intrecciate all'amor cortese che mescolano leggende e verità, e proprio nei primi romanzi, si fa cenno del "Sangraal", tradotto come Santo Graal, ma che poteva essere il Sangue Reale, e non dimentichiamoci che Gesù voleva essere il re di Gerusalemme, unto a quello scopo dalla nobile Maria Maddalena della tribù di Beniamino, l'antica proprietaria nominale del territorio di Gerusalemme. Anche la famosa scritta INRI, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù Nazareno Re dei Giudei), posta sulla croce, ribadisce questa sua volontà, e la festività gitana delle tre Marie, che si celebra tuttora in Camargue, fa intravvedere in Sara proprio la nipote della madonna, la figlia di Gesù e della Maddalena. Ricordiamoci inoltre che Gesù era chiamato Rabbi, "maestro", e per tutti i rabbi è indispensabile avere figli, per seguire l'insegnamento: crescete e moltiplicatevi. Poi la chiesa cattolica, secoli dopo, impose il celibato nell'ambito clericale, ma questa è un'altra storia. Alla chiesa di Roma non conveniva certamente accettare che esistessero discendenti di Gesù, il Cristo!
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Per "Cronologia degli Ebrei: Sadducei, Farisei, Esseni, Zeloti e Sicarii, Gnostici e Cristiani" clicca QUI
Pipino mantenne gli impegni presi: nel 768 in Settimania fu creato un principato ebraico che riconosceva nominalmente la sovranità di Pipino, ma che in pratica era indipendente. Fu anche insediato un sovrano, con il titolo di re degli Ebrei, che venne accolto nei ranghi della nobiltà franca col nome di Teodorico I o Thierry, riconosciuto tanto da Pipino quanto dal Califfo di Baghdad come il seme della casa di Davide, come lo era stato Gesù. Questo Teodorico sarebbe nato a Baghdad: era un esilarca, cioè disceso dagli ebrei in esilio a Babilonia fin dai tempi della cattività babilonese, fra il VII e il VI sec. a.C. Il suo nome arabo era Natronai al-Makir.
Su Wikipedia di lui si scrive: Teodorico I conte di Autun (ca. 720 - ca. 804) di antica famiglia Merovingia.
Questi sposò inoltre la sorella di Pipino il Breve, Alda o Audana, nonna di Raimondo I di Tolosa e zia di Carlomagno. Il Principato si estese con la donazione di molti territori concessi dai sovrani carolingi, tra cui alcuni appezzamenti della Chiesa, che causarono malumore al Papa Stefano III.
Il leone di Giuda con il bastone
del comando.
D'altra parte papa Stefano II si era inventato il clamoroso "Lascito di Costantino", un falso atto che concedeva al vescovo di Roma il potere temporale sui territori che erano stati dell'impero romano. Nel 781, grazie alle conquiste di Pipino il Breve ai danni di Astolfo dei Langobardi, che ripagava così la chiesa romana che fu complice nella sua usurpazione del trono francese, nacque, nel centro Italia, lo Stato della Chiesa.
Il figlio di Teodorico fu Guglielmo (o Guillem) di Gellone, re degli Ebrei di Settimania, conte di Barcellona, di Tolosa, d'Alvernia e di Razés, e che era, tramite la madre Alda, cugino di Carlomagno, il primo re-imperatore incoronato dal papa, a legittimare la divinità dell'investitura; non a caso il suo dominio prese il nome di Sacro Romano Impero. Guglielmo (o Guillem) di Gellone, fu riconosciuto come discendente di Davide dai Carolingi, dal Califfo di Baghdad e dal Papa, e parlava correntemente l'ebraico e l'arabo. Il suo stemma era il Leone di Giuda, lo stesso degli esilarchi e del re David, dei re merovingi e dei primi re carolingi. Il Leone di Giuda è il simbolo della tribù ebraica di Giuda, il quarto figlio di Giacobbe, considerato il fondatore della tribù. L'associazione tra Giuda e il leone può essere innanzitutto trovata nella benedizione di Giacobbe a Giuda di cui si legge nel Libro della Genesi: «A te, Giuda, tributeranno omaggio i tuoi fratelli, la tua mano sarà sulla cervice dei tuoi nemici, si prostreranno a te i figli di tuo padre. Tu, Giuda, sei un leoncello quando torni, o figlio mio, dalla preda. Allorché egli se ne sta chino, coricato come un leone, chi oserebbe farlo alzare? Lo scettro non si dipartirà da Giuda né il bastone del comando di tra i suoi piedi fino a che verrà il Messia verso il quale convergerà l'ossequio dei popoli. Egli lega alla vite il suo puledro ed alla vite pregiata il figlio della sua asina; lava il vestito nel vino ed i panni nel sangue dell'uva. Ha gli occhi rossi per il vino e bianchi i denti per il latte» (Genesi 49:8-12). Il re Davide, Salomone e Gesù discesero dalla tribù di Giuda, di cui il leone è simbolo. Il Leone di Giuda è anche un'espressione usata nell'Apocalisse per indicare il Messia.
Stemma di Rennes le
Château, l'antica Rhédae, in
Languedoc.
Nelle campagne militari Guglielmo rispettava rigorosamente il Sabato e le feste ebraiche, divenne Pari di Carlomagno e alla sua morte porse sul capo la corona imperiale a Ludovico, figlio e successore di Carlo, che avrebbe esclamato "Nobilissimo Guglielmo... è la tua stirpe che ha innalzato la mia" (William, count of Orange, a cura di Glanville Price, 1975). Inoltre, come prova dell'antica presenza ebraica, nello stemma di molte città della zona figura la stella a sei punte, tra cui lo stemma di Rennes le Château, sito di riferimento nella ricerca del Santo Graal.
E comunque Guglielmo d'Aquitania, conosciuto anche come Guglielmo di Gellone o Guglielmo I di Tolosa o ancora, in composizioni poetiche, come Guglielmo d'Orange (750 circa - Gellona, 28 maggio 812), che fu conte di Tolosa, duca di Narbona e marchese di Gotia, nell'806 si ritirò nel monastero che aveva fondato a Gellona (l'odierna Saint-Guilhem-le-Désert, nel dipartimento dell'Hérault nella regione della Linguadoca-Rossiglione) nell'804, guadagnandosi fama di santitàSan Guglielmo d'Aquitania fu quindi venerato santo dalla Chiesa cattolica, e la sua memoria liturgica è il 28 maggio. Dante Alighieri lo nomina come "Guiglielmo" nella Divina Commedia, ponendolo nel XVIII canto del Paradiso, verso 46.
San Guglielmo eremita di
Antonio de Pereda (1640)
Di lui i documenti dicono che era nato in Borgogna, che era figlio del conte di Autun, Teodorico I (ca. 720 - ca. 804) di antica famiglia Merovingia e di Alda o Audana (?-† 751), figlia di primo o secondo letto di Carlo Martello, come è scritto in un documento dell'804, in occasione della fondazione del monastero di Gellone, e per questo Guglielmo era cugino di Carlo Magno di cui fu anche paladino. Da notare che Raimondo I di Rouergue (820 circa - 865 circa) , che fu conte di Quercy e poi conte di Tolosa e di Rouergue, era figlio secondogenito del conte di Rouergue Fulcoaldo (?-† 849 circa) e di Senegonda, figlia di Alda, la moglie di Teodorico I  e quindi Senegonda era sorella, sicuramente per madre, e non è certo se per padre, di San Guglielmo di Gellone; quindi i conti di Tolosa erano parenti consanguinei di Guglielmo di Gellone, che vantava la sua discendenza dalla casa di David.
Dal 870 al 1033, durante la restaurazione del Sacro Romano Impero, l’Occitania è più volte smembrata divenendo merce di scambio fra le varie alleanze delle grandi potenze europee.
Nell'879 Bosone V di Vienne o di Arles (844 circa - 11 gennaio 887) è incoronato re di Provenza prendendo il nome di Bosone I di Provenza. Era già stato governatore e conte di Provenza dall'877.
Lo stemma dei Bosonidi, che
governarono la Provenza come
duchi, re e marchesi dall'877,
e che diventerà la croce di
Tolosa e d'Occitania.
Lo stemma dei Bosonidi, il casato generato da Bosone noto come Bosone il Vecchio (800 circa - 855 circa) che fu un duca dei Franchi, conte del Valais, conte di Arles ed anche conte in Italia, è la Croce chiamata poi Occitana o di Tolosa. Nella discendenza  di Bosone il Vecchio vi furono conti, duchi, abati e vescovi durante tutta l'epoca carolingia. Dei suoi ascendenti non si hanno notizie, anche se alcuni lo indicano come figlio d’un tal Teodebaldo di Borgogna o d'Antibes, detto il Vecchio.
Poco prima dell'anno 1000, Guillame Taillefer (Guglielmo III detto Tagliaferro, 970 circa - 1037), conte di Tolosa e conte di Nîmes e d'Albi dal 978, sposa, in seconde nozze, Emma, figlia ed ereditiera di Roubaud (Rotboldo III di Provenza, il cui nonno paterno era stato Bosone II), conte di Provenza. Emma gli porta in dote alcune contee, fra cui la Provenza. Nelle terre provenzali  governate dal conte, i suoi vassalli avrebbero adottato la croce dei Bosonidi, che verrà poi detta croce di Tolosa, come simbolo da imprimere sulle armi: e questo ha un senso se si pensa che Emma apparteneva alla stirpe Bosonide in cui figuravano, duchi, re e marchesi di Provenza.
Stemma della contea di Tolosa
con la croce d'Oc occitana.
La marchesa di Provenza, Emma, era quindi figlia del Conte e Marchese di Provenza Rotboldo III e della moglie Ermengarda, di cui non si conoscono con esattezza gli ascendenti, ma pare che fosse parente prossima (alcuni storici sostengono addirittura la sorella) di Umberto I Biancamano Savoia (980-1048), il quale nel 1032 divenne conte di alcuni territori che si trovavano sul Rodano, a sud di Ginevra e di cui Chambéry divenne la capitale, che da allora presero il nome di Savoia.
Guglielmo detto Tagliaferro (970 circa - 1037) conte di Tolosa e conte di Nîmes e d'Albi, era figlio del conte di Tolosa, duca di Settimania, conte di Nîmes e conte d'Albi Raimondo IV (che non era Raimondo IV di Saint Gilles, di cui Guglielmo III Tagliaferro fu il nonno) e di Adelaide d'Angiò. Ebbe problemi, tra il 1020 ed il 1025, col papa Giovanni XIX, che gli ordinò di cessare le ruberie che lui ed i suoi vassalli perpetravano a danno dei beni ecclesiastici. Comunque, nel 1023, assieme alla moglie Emma, fece una donazione, per la salvezza della propria anima, all'Abbazia di San Vittore (Marsiglia). Nel documento nº 191 del volume V delle Preuves de l'Histoire Générale de Languedoc, Guglielmo è citato come testimone della fondazione del monastero di San Salvatore. Divenne il più potente signore del sud del regno di Francia e di Aquitania, estendendo la sua influenza sul Narbonense e, attraverso la moglie, in Provenza, e si rese sempre più autonomo dall'autorità reale. Nel 1037, Guglielmo morì, lasciando i titoli di conte di Tolosa, Nîmes ed Albì al figlio Ponzio e fu tumulato nella Basilica di Saint-Sernin a Tolosa, dove nell'angolo del transetto meridionale è stata posta una lapide, col suo epitaffio e dove gli verrà sepolto accanto il nipote, Raimondo Bertrando.
Nel 1088 Guglielmo IV di Tolosa partì per la Terra Santa, lasciando il governo dei propri domini al fratello Raimondo di Saint-Gilles. Guglielmo IV (1045 circa - 1094) fu conte di Tolosa e d'Albì dal 1060 e marchese di Provenza dal 1062 sino al 1088 ed era figlio primogenito del conte di Tolosa, conte di Nîmes e conte d'Albi, Ponzio II e di Almodis de La Marche. Morì, ucciso in Terra Santa, nel 1094, i suoi titoli rimasero al fratello Raimondo di Saint-Gilles che interpretò come abdicazione la sua rinuncia del 1088, mentre l'unica figlia rimasta in vita, Filippa, che in quello stesso anno, aveva sposato il duca d'Aquitania Guglielmo IX, pretendeva la restituzione dei titoli.
Guglielmo IX d'Aquitania o Guglielmo di Poitiers o Guglielmo il Giovane (in occitano Guilhèm de Peitieus), detto il Trovatore (22 ottobre 1071 – 10 febbraio 1126), duca di Aquitania, duca di Guascogna e conte di Poitiers, divenne conte di Tolosa dal 1114 al 1124, dopo avere già invaso e occupato la contea dal 1097 al 1100. Fu uno dei condottieri della crociata del 1101 e, anche se le sue imprese politiche e militari hanno una certa importanza storica, è meglio conosciuto come il primo dei trovatori - un poeta lirico in lingua volgare occitana - di cui ci resta l'opera.
La fama di Guglielmo, che fu uno degli uomini più importanti del suo tempo, è oggi legata soprattutto all'attività poetica. Nei canzonieri della lirica trobadorica vi è appena una manciata di poesie (dieci o undici, secondo gli studiosi), attribuite dalle antiche rubriche ad un Coms de Peitieus (Conte di Poitou). Le fonti storiche, infatti, oltre a raccontare le imprese di Guglielmo, soffermandosi sovente sui suoi contrasti con l'autorità ecclesiastica, ci informano anche della sua bravura nel cantare. Non si può negare che l'identificazione tra l'autore di tali componimenti e il personaggio storico sia problematica, tuttavia, se le ipotesi di una tradizione di studi ormai secolare sono ben argomentate, derivano alcune implicazioni estremamente rilevanti per la storia delle letterature romanze:
a) Guglielmo IX è stato il primo poeta a fare uso di una lingua volgare per comporre poemi di argomento profano.
b) La lirica dei trovatori si pone cronologicamente alle origini della poesia volgare europea. Se Guglielmo è effettivamente il primo trovatore, la sua opera deve essere quindi considerata alla base della lirica europea di argomento profano. Tale consapevolezza, è bene ricordarlo, era già del giovane Dante, che nel “De vulgari eloquentia” (libro I, cap. x, par. 2), pur non nominando Guglielmo, riconosce alla poesie in lingua d'oc (ossia, come spiega Dante, la lingua in cui il latino sic si dice oc, distinta dall'italiano che è la lingua di sì e dal francese, lingua d'oïl) il primato nella poesia volgare.
c) I temi e le forme delle poesie del Coms di Peitieus avrebbero così dato origine alla tradizione trobadorica. La produzione poetica di Guglielmo IX appare, pur risultando numericamente ridotta rispetto al corpus trobadorico (che conta circa 2540 testi), estremamente eterogenea: componimenti nei quali è già riscontrabile ciò che si definisce servizio d'amore si alternano a poesie dal taglio narrativo che sembrano infrangere l'immagine di una lirica trobadorica del tutto concentrata sulla rappresentazione dell'amore del poeta. Inoltre, alcuni testi hanno una connotazione giocosa e sensuale che fa pensare ad alcuni testi dei Carmina Burana e in generale alla poesia che sarà poi definita burlesca o satirica. Per questo motivo non è possibile accettare la definizione di trovatore bifronte che fu offerta da Pio Rajna. Guglielmo è bifronte solo se si dà per scontato che esista un'immagine definita di che cosa sia la lirica dei trovatori. Se si ammette invece che tale lirica abbia avuto origine da una tradizione poetica nata alla corte di Guglielmo IX, bisognerà ammettere che esistono diversi filoni già alle radici della tradizione: la dichiarazione della fedeltà alla donna, l'identificazione di un gruppo di amici ai quali il canto si rivolge, il gusto per il racconto, per il divertimento e per il non-senso. In "Farai un vers de dreit nien", ad esempio, Guglielmo introduce il tema del paradosso amoroso, ovvero l'amore irrealizzabile per una dama lontana alimentato dal solo desiderio, attraverso la parodia del medesimo. Nella sua poesia, infatti, l'amore cortese è introdotto o come regola per i membri della corte o al fine di rovesciarlo in nome della realizzazione del desiderio e del materialismo.
Fu amico di altri poeti che accolse a corte, tra cui il Gallese Bledri ap Davidor, che reintrodusse sul continente la storia di Tristano e Isotta. La poesia di Guglielmo, ovviamente, non nasce dal nulla. La critica ha sottolineato a più riprese i possibili legami tra la nascita della tradizione lirica volgare e la produzione poetica religiosa di San Marziale di Limoges, una famosa abbazia che faceva parte degli immensi possedimenti di Guglielmo.
Il 27 novembre 1095 fu indetta dal papa Urbano II la prima crociata, il giorno prima della fine dei lavori del Concilio di Clermont. Non si deve pensare a una pianificazione a tavolino della "crociata" (nome che compare peraltro solo dal XIII secolo), poiché sembra che il movimento sia nato quasi per caso, con effetti che nessuno poteva all'epoca calcolare. In accordo col concetto assai discusso di "guerra santa" (bellum iustum), nel Cristianesimo le spedizioni che erano ritenute giuste lo erano in quanto "di difesa" e rappresentavano un'originale fusione tra guerra e pellegrinaggio (i crociati avevano infatti ricevuto dal Papa gli stessi privilegi spirituali dei pellegrini). La disciplina che più da vicino fece da modello alla "crociata" fu quella stabilita da papa Alessandro II per la spedizione in Aragona contro i Mori del 1063. In quell'occasione il pontefice aveva concesso ai cristiani di portare in battaglia il vessillo di San Pietro, una bandiera con valenze di benedizione sacrale e di investitura giuridica feudale da parte del Papato. Con la vittoria e le retoriche cronache dell'epoca, arricchite di miracoli e di gesta epiche che volevano contrapporre "Vizio" e "Virtù", si iniziò a concepire la guerra agli "infedeli" come spiritualmente meritoria. Intanto la zona di Gerusalemme era finita col diventare oggetto della lotta fra Bizantini, Arabi e Turchi selgiuchidi. Sotto la sovranità araba non si erano verificati incidenti di sorta fra musulmani e cristiani (nasrānī in arabo), con l'eccezione costituita dalla politica persecutoria adottata dal sovrano fatimide d'Egitto al-Hakim, all'inizio del XI secolo, sebbene in tutto il mondo islamico i cristiani rimanessero nella condizione di "sudditi protetti" e assoggettati ad alcune discriminazioni. Nell'impero bizantino la città di Antiochia  era caduta nel 1085 grazie al vittorioso assedio dei turchi selgiuchidi. La componente selgiuchide che si sarebbe autodefinita "di Rūm", cioè "romea", "dell'area bizantina", era arrivata a insediarsi a Nicea, attuale Iznik, e parti non esigue dell'Asia minore erano state da loro assoggettate. Di fronte a questo crescente pericolo proveniente da Oriente, l'Impero bizantino fu indotto a rivolgersi, per cercare aiuto, all'Occidente latino. L'imperatore bizantino Alessio Comneno chiese aiuto al conte di Fiandra tramite una lettera. Questa circostanza tornò a favore di Papa Urbano II, il quale, secondo il cronista Bernoldo di Costanza, avrebbe fatto riferimento all'aiuto da portare ai Cristiani d'Oriente nel concilio di Piacenza, precedente l'accorato appello finale di Clermont. Nel 1054 la tradizionale estraneità tra la Chiesa occidentale che faceva riferimento al Papa e la Chiesa orientale che faceva riferimento al Patriarca di Costantinopoli era sfociata in uno scisma. Il fatto decisivo che aveva portato a tale scisma era stato la disputa sul "filioque", come atto finale di un lungo braccio di ferro fra i due vescovi che si contendevano il primato. L'espressione latina filioque significa "e dal figlio" e deve la sua importanza al fatto di essere in uso nelle chiese di rito latino, in aggiunta al testo del Credo niceno-costantinopolitano, nella parte relativa allo Spirito Santo: qui ex patre (filioque) procedit, cioè "che procede dal Padre (e dal Figlio)". Tale aggiunta fu condannata come eretica dal patriarca di Costantinopoli e fu una delle ragioni del Grande Scisma. Quando Papa Urbano II indisse un pellegrinaggio armato al concilio di Clermont (1095) nessuno pronunciò la parola "crociata". Lo scopo era l'arrivo di una massa di pellegrini armati nei luoghi santi della Cristianità. Nel progetto di Papa Urbano II, aiutando Alessio Comneno a ristabilire la sua autorità, sul lungo periodo, avrebbe posto le basi per una riconciliazione e riunificazione tra la Chiesa d'Occidente e quella d'Oriente nella lotta contro gli infedeli. Il tentativo fallì sin dall'inizio. Innanzitutto, la prima risposta da parte dei fedeli la si ebbe con la cosiddetta Crociata dei poveri: spedizione assolutamente improvvisata da parte di contadini provenienti soprattutto dall'Auvergne, animati da predicatori come Pietro l'eremita. Data l'impreparazione militare di questi volontari, essi, giunti in Anatolia si gettarono a corpo morto in battaglia sui turchi selgiuchidi presso Nicea e vennero sterminati. Poi seguirono spedizioni (come la crociata dei tedeschi) che commisero numerosi eccidi di israeliti, gli unici che potevano prestare denaro al costo di tassi d'interesse, cosa preclusa ai cristiani dalla loro religione. Si disse che si era cercato di convertire a forza gli ebrei al Cristianesimo, anche se è probabile che si intendesse in tal modo evitare la restituzioni di debiti contratti in precedenza. Nella "crociata dei nobili", Raimondo di Saint-Gilles era uno dei più potenti signori; aveva 55 anni e possedeva una dozzina di contee; può darsi inoltre che avesse partecipato alla Reconquista spagnola. Già prima del Concilio di Clermont, il papa vide probabilmente in lui il più indicato capo militare della crociata, anche se non procedette mai alla designazione di un comandante laico, limitandosi a quella di una guida spirituale, nella persona del suo Legato Pontificio, Ademaro di Monteil, vescovo di Le Puy. All'impresa aderirono alcuni nomi famosi dell'aristocrazia feudale europea, e anche molti Comuni italiani e Repubbliche Marimare parteciparono con proprie truppe alla Crociata, a seguito del quale impegno inserirono la croce nel proprio stemma. Tra questi: Pisa, Bologna, Forlì, Genova.
Carta con percorsi e conquiste delle crociate.
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Tra 1096 e 1097 tutte le truppe dei nobili erano convogliate a Costantinopoli e non era ancora chiaro quale sarebbe stato lo scopo della missione: la riconquista dell'Anatolia, la presa dei porti della Siria e, nella migliore delle ipotesi, l'arrivo fino alla Palestina. A spingere verso una conquista vera e propria di Gerusalemme, idea che dovette maturare gradualmente, furono forse anche i "poveri pellegrini" che si erano uniti alla marcia dei nobili e che davano al loro viaggio un carattere apocalittico, e comunque con la crociata detta "dei nobili", i territori che si era promesso di restituire ad Alessio Comneno non vennero mai restituiti. Baldovino, per primo, ottenne Edessa, governata dall'armeno T'oros (Theodorus) e ne fece una sua contea, poi Boemondo costituì un suo principato ad Antiochia, con i territori limitrofi inclusi e arrivati a Gerusalemme nel 1099, dopo aver proceduto ad un massacro dei musulmani che abitavano la città, i Crociati si ritagliarono uno stato, di cui venne eletto capo Goffredo di Buglione, probabilmente a causa del suo trascurabile rilievo rispetto a Raimondo IV di Tolosa, e di cui diventò poi re, alla morte di Goffredo, il fratello Baldovino. Quindi la "crociata dei nobili", che qualche storico definisce anche "crociata dei baroni" (anche se nessun barone ne fece parte), riuscì a stabilire gli "Stati Crociati" di Edessa, Antiochia, Gerusalemme e poi Tripoli, in Palestina e Siria, contrariamente al giuramento di vassallaggio fatto dai nobili all'imperatore Romano d'Oriente. Infatti a ognuno l'Imperatore bizantino Alessio richiese, nel 1096 a Costantinopoli, un giuramento di vassallaggio che li impegnava a restituire all'Impero bizantino gli eventuali frutti dell'impresa; d'altra parte Tancredi d'Altavilla si rifiutò, e anche Raimondo di Saint-Gilles si rifiutò nettamente di giurare fedeltà affermando di essere pronto a riconoscere come suo signore solo Colui per il quale aveva abbandonato patria e beni. Si arrivò ad un compromesso in base al quale Raimondo giurò che non avrebbe attentato all'onore e alla vita dell'imperatore.
Sigillo di Raimondo IV di Tolosa,
 o di Saint Gilles,
 in Terrasanta, intorno al 1100.
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All'episodio della prima crociata detto crociata dei nobili o dei baroni, partecipò Raimondo IV di Tolosa, o Raimondo di Saint-Gilles, e intorno al 1100 adotterà, nel suo sigillo in Terra Santa, il simbolo della croce patente o di Tolosa.
All'inizio della crociata dei nobili, nel 1099, Goffredo di Buglione e suo fratello Baldovino, che diventerà poi re di Gerusalemme, erano figure secondarie: Boemondo di Taranto, Raimondo IV di Tolosa e Tancredi d'Altavilla determinavano il corso degli eventi. Il più anziano e il più ricco dei capi crociati era Raimondo di Sain-Gilles, che lasciò Tolosa (dove non fece più ritorno) alla fine di ottobre del 1096, con un grande seguito (fin dall'inizio il suo esercito fu il più numeroso) che comprendeva la moglie Elvira con, probabilmente, il figlio ultimogenito Alfonso Giordano e Ademaro, vescovo di Le Puy, legato pontificio che era virtualmente il comandante supremo della spedizione. Come risulta dal De Liberatione Civitatum Orientis, Alfonso, il figlio ultimogenito di Raimondo di Saint-Gilles, assunse il secondo nome, Giordano, al momento del suo battesimo nel fiume Giordano stesso. Un'altro figlio di Raimondo di Saint Gilles, Bertrando, rimase a governare i suoi feudi nel sud della Francia. Raimondo di Saint-Gilles si sposò tre volte, e due volte fu scomunicato per essersi sposato senza rispettare i divieti relativi al grado di parentela (consanguineità). Era presente all'assedio di Nicea, dove la distruzione di una grande torre sul lato sud della città fu opera delle sue macchine da guerra e che con l'arrivo delle navi greche sul lago che lambiva la città sul lato ovest determinarono la decisione di resa da parte dei difensori musulmani, e nella Battaglia di Dorileo, vinta dai crociati, sempre nel 1097, ma il suo primo ruolo importante fu assunto nell'ottobre del 1097 con l'assedio di Antiochia. I crociati avevano saputo da alcune voci che Antiochia era stata evacuata dai Turchi Selgiuchidi, cosicché Raimondo mandò il suo esercito a occuparla, irritando Boemondo di Taranto che voleva la città per sé. Solo dopo un difficile assedio, nel giugno del 1098, i crociati riuscirono a prendere la città. Poi, durante l'assedio musulmano di Antiochia (dall'8 al 28 giugno 1098) da parte di Kerboga, che fu l'Atabeg (governatore) di Mossul dal 1096 al 1102, Raimondo si ammalò; i crociati, circondati dal potente esercito del governatore, erano sfiduciati e tentati a disertare, e diversi di loro, tra cui Stefano di Blois, fuggirono da Antiochia. Fu in quei frangenti che venne alla luce la Santa Lancia di Longino (e nella cultura celtica la lancia è attributo di Lugh, divinità solare dell'Est) da parte di un monaco provenzale di nome Pietro Bartolomeo il quale, scavando nel pavimento della chiesa di San Pietro in Antiochia, aveva ritrovato la Santa reliquia. Il "miracolo" del ritrovamento sollevò il morale dei crociati che, sotto il comando di Boemondo, uscirono dalla città e inflissero una dura sconfitta alle truppe musulmane e costrinsero Kerboga a fuggire da Antiochia. La Santa Lancia che aveva trafitto, secondo i cristiani, il costato di Gesù si trasformò in una reliquia di grande importanza fra le persone che erano al seguito di Raimondo, malgrado lo scetticismo di Ademaro di Le Puy, il legato pontificio al comando della crociata e l'incredulità e il dileggio di Boemondo. Dopo questi avvenimenti e dopo che Boemondo ottenne il Principato d'Antiochia, indipendente dall'impero bizantino malgrado il giuramento di vassallaggio dato all'imperatore di Bisanzio dai nobili crociati, i cavalieri provenzali convinsero Raimondo a riaprire le ostilità nel gennaio del 1099, e il 14 febbraio 1099, assieme a Roberto II di Normandia e a Tancredi del Monferrato (Altavilla da parte di madre e cugino di Boemondo), cominciarono l'assedio di Arqa, una cittadina nei pressi di Tripoli. L'assedio di Arqa si protrasse più a lungo di quanto Raimondo aveva previsto, e nel mese di maggio fu abbandonato; fu ripresa la strada per Gerusalemme, dove si accamparono il 7 giugno e, dopo circa un mese d'assedio, la città fu conquistata il 15 luglio 1099. Il 7 giugno 1099 il conte Raimondo IV di Saint-Gilles iniziò l'assedio di Gerusalemme, in quel momento sotto il controllo del fatimide Iftikhār al-Dawla. I crociati erano ormai induriti dal viaggio, inferociti dalle privazioni e in preda a un entusiasmo fanatico che si rivelò positivo sotto il profilo militare ma negativo sotto quello morale. Il 15 luglio la conquista della Città Santa fu realizzata grazie ad alcune torri d'assedio costruite col legname ottenuto dallo smantellamento delle navi dei Crociati genovesi di Guglielmo Embriaco. Il primo ad entrare in città fu il pisano Cucco Ricucchi, comandante di 120 galee, seguito dal concittadino Coscetto Dal Colle. Goffredo di Buglione entrò fra i primissimi nella città, coi suoi fratelli Baldovino ed Eustachio, alla testa dei suoi Lotaringi. A Raimondo, che aveva conquistato con i suoi la Torre di David, fu offerta la corona del nuovo Regno di Gerusalemme ma egli rifiutò, per il desiderio dei suoi guerrieri di tornare al più presto in patria avendo assolto al votum crucis crociato.
Raimondo era riluttante a governare la città in cui Gesù aveva sofferto. Egli affermò di rabbrividire all'idea di essere chiamato "Re di Gerusalemme", anche perché sapeva di non avere il supporto di tutti i capi della crociata (anche poiché aveva, stranamente, risparmiato la vita ai difensori  musulmani della torre di David) e inoltre aveva subito il veto dei normanni.
L'energico Raimondo andò così a conquistarsi l'ultimo Stato crociato che si costituì in Terra Santa, la Contea di Tripoli. Qui il governo era affidato all'epoca al qadi Fakhr al-Mulk, della tribù dei Banū ʿAmmār, favorevole a un accordo coi Crociati che salvaguardasse la città. Grazie a una flotta genovese, Raimondo strappò Tortosa ai Banū ʿAmmār e pose l'assedio a Tripoli, infliggendo con solo 300 cavalieri un'incredibile rotta ai difensori che, coi loro 3000 uomini aiutati da altri 4000 soldati provenienti da Damasco e Hims, corroborarono nei musulmani l'idea dell'invincibilità degli uomini venuti dall'Europa. Proprio l'esiguità degli uomini a sua disposizione impedì tuttavia al conte di Tolosa di superare le difese murarie di Tripoli. A fine 1103, con l'aiuto bizantino, fu completata la costruzione del castello di Monte Pellegrino che servì a stringere d'assedio Tripoli. Raimondo morì di lì a poco (1105) in seguito a una ferita fortuitamente procuratasi l'anno prima ed il problema della sua successione si risolse con difficoltà solo più tardi, con l'assunzione del potere da parte del figlio naturale Bertrando.
Dopo la prima crociata apparvero i Cavalieri Templari, mistici monaci-guerrieri che assunsero poi un ruolo importante nelle crociate che si contraddistinguevano per essere i soli a potere portare il mantello bianco ornato dalla "croix pattée" rossa.
È piuttosto singolare che la croce di Tolosa del sigillo di Raimondo di Sain-Gilles, imparentato sia con i sovrani merovingi che con quelli carolingi, fosse così simile a quella che adottarono poi i cavalieri Templari, i monaci-guerrieri custodi del Santo Graal. La parentela fra i sovrani merovingi e i conti di Tolosa era dovuta all'antenato di Raimondo di Saint-Gilles che era stato il nono conte di Tolosa prima di lui, Raimondo I di Rouergue (820 circa – 865 circa), che fu conte di Quercy dall'849 e poi conte di Tolosa dall'852 all'863 e anche conte di Rouergue dall'849 fino alla morte. Raimondo I fu il figlio secondogenito del conte di Rouergue, Fulcoaldo (? - † 849 circa) e di Senegondasorella di San Guglielmo di Gellone; entrambi erano figli di Alda o Audana, sorella di Pipino il Breve e figlia di Carlo Martello, moglie di Teodorico I o Thierry, signore di Settimania e conte di Autun, di discendenza merovingia.
Alda o Audana fu quindi nonna di Raimondo I di Tolosa e zia di Carlomagno. Tutto questo risulta dal documento n° 160 del 3 novembre 862 delle Preuves de l'Histoire Générale de Languedoc in cui il conte di Tolosa, Raimondo, fece una donazione per l'anima del padre Fulcoaldo, la madre Senegonda ed il fratello Fredelone.
Il primo sigillo dei Cavalieri Templari
Il nome "templari" deriva dal fatto che questi monaci, i Poveri cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone (inizialmente nel numero di nove, tutti legati da parentela fra di loro, fra cui San Bernardo, per sangue o matrimoni e per nove anni non accettarono nuovi adepti), furono accolti a Gerusalemme dal re stesso di Gerusalemme, Baldovino I, fratello di Goffredo di Buglione, il quale dispose che alloggiassero in un'ala del suo palazzo, costruito sulle fondamenta del tempio di Salomone. Questo avvenne presumibilmente dal 1114 al 1118, anche se la data ufficiale della nascita dell'ordine è il 1118-1120. La povertà di questi cavalieri, testimoniata dal loro primo sigillo, con due cavalieri su un cavallo, verrà poi smentita dalla grande ricchezza che accumularono, dovuta anche al principio che, chi entrava nell'ordine, doveva lasciare all'ordine stesso tutti i suoi averi e le sue eredità, oltre al fatto che facendo voto di celibato, i monaci-guerrieri non potevano riconoscere figli come legittimi eredi. Queste notizie vengono riportate da Guillame de Tyre, il quale riferisce che il fondatore dell'ordine del tempio fu Hugues de Payen, un nobile vassallo del conte di Champagne, che gli dovette giurare sottomissione e fedeltà quando divenne lui stesso templare nel 1124... c'è qualcosa che sfugge!
Probabilmente i templari dovevano custodire un segreto, un tesoro... o una stirpe! La stessa, comunque, che era confluita nei conti di Tolosa, visto che ostentavano lo stesso blasone: la croce patente.
La croce patente dei Templari
Con il tempo, la loro rete di presidi si sparse in Europa e nel Medio Oriente, e organizzarono anche, a tassi d'interesse modesti, il trasferimento sicuro ed efficiente del denaro per conto dei mercanti, una classe che finì per dipendere sempre più da loro. Il denaro depositato in una città, ad esempio, poteva essere richiesto e ritirato in un'altra, per mezzo di lettere cambiarie redatte in codici complicati. I Templari divennero così i più importanti cambiavalute dell'epoca, e il presidio di Parigi diventò il centro della finanza europea. È addirittura probabile che l'assegno, come noi lo conosciamo e lo usiamo al giorno d'oggi, sia stato inventato dall'Ordine. I Templari non si occupavano soltanto di denaro: diffondevano anche il pensiero, grazie ai continui contatti, caratterizzati da una mentalità aperta, con la cultura islamica e con quella giudaica. l'Ordine assunse per così dire un ruolo di « stanza di compensazione » per nuove idee, nuove dimensioni della conoscenza e nuove scienze. I Templari avevano un vero e proprio monopolio della tecnologia più avanzata del loro tempo: quanto di meglio veniva prodotto dagli armaioli, artigiani del cuoio, i muratori, gli architetti e gli ingegneri militari. Contribuirono allo sviluppo dei rilevamenti topografici, della cartografia, delle costruzioni stradali e della navigazione. Possedevano porti, cantieri e una flotta commerciale e militare che fu tra le prime ad adottare la bussola. Inoltre, poiché erano combattenti, la necessità di curare le ferite e le malattie li rese esperti nell'uso delle medicine. L'Ordine possedeva ospedali propri, propri medici e chirurghi i quali, tra l'altro, usavano estratti di muffe che precorrevano gli antibiotici. Inoltre, avevano una concezione piuttosto moderna dell'igiene e della pulizia. E con una mentalità non meno in anticipo sui tempi, consideravano l'epilessia non già una possessione demoniaca ma una malattia controllabile. Ispirato da tanti successi, in Europa l'Ordine del Tempio divenne sempre più ricco, potente e fiero dei propri successi. Non è sorprendente, forse, che diventasse anche sempre più arrogante, brutale e corrotto. « Bere come un Templare » era una frase molto comune a quel tempo. E certe fonti affermano che l'Ordine non mancava mai di reclutare cavalieri scomunicati.
A Troyes, alla corte del conte di Champagne, fin dal 1070 era fiorita un'influente scuola di studi cabalistici ed esoterici, e fu nel 1128, al concilio di Troyes, che i Templari furono ufficialmente riconosciuti. Durante i due secoli sucessivi Troyes fu un centro strategico dell'Ordine e ancora oggi c'è un bosco, vicino alla città, chiamato Forêt du Temple. Va detto che il conte di Champagne fu fra i cavalieri-monaci dell'ordine dei Templari dal 1124, e che già nel 1115 aveva donato a San Bernardoprotettore dei Templari, il terreno su cui costruì la celebre abbazia cistercense di
Ingresso dell'antica abbazia di
Clairvaux, che oggi è un penitenziario,
nel dipartimento dell'Aube, nel nod-est
francese, regione Champagne-Ardenne
Clairvaux. Uno dei nove fondatori dell'ordine del tempio, presumibilmente nel 1114, era stato André de Montbard, zio di San Bernardo. Da quegli eventi, Chrétien de Troyes, ispirato dagli ideali cavallereschi occitani e probabilmente informato sugli eventi riportati sopra, scriverà poi, fra il 1175 e il 1190, "Le Roman de Perceval ou le conte du Graal", romanzo in versi che aprirà il filone narrativo del Sangraal, re Artù, il primo re, nella saga bretone, cristiano, e che narrerà di Perceval (Parsifal). Sempre "Parzival" poi, è uno dei maggiori poemi epici medievali attribuito al poeta tedesco Wolfram von Eschenbach, che lo compose intorno al 1210 e scrisse inoltre un'opera su Guglielmo di Gellone, o San Guglielmo d'Aquitania: "Willehalm". "Parzifal" è il primo Bildungsroman (romanzo di formazione), che narra le avventure di Parzival alla ricerca di una umanità interiore migliore, superiore in qualità agli ideali di vita cortese che i cavalieri dell'epoca seguivano. Nel suo romanzo epico, Wolfram cita i Templari come i cavalieri che custodiscono il Santo Graal, il castello del Graal e la famiglia del Graal.
La fonte primaria del poema è proprio l'incompiuto "Le Roman de Perceval ou le conte du Graal" di Chrétien de Troyes, di 12.000 versi, suddiviso in 16 canti; il "Parzival" è composto da 16 libri, a loro volta suddivisi in una trentina di stanze di distici in rima. Nella narrazione Parzival, un giovane pieno di ardore e assetato di avventure, giunge alla corte di Re Artù, e dopo alcune esperienze con i cavalieri, saranno gli insegnamenti di Trevrizent, suo zio eremita, ad indicargli la via della saggezza nell'andare in soccorso al re Amfortas che gli consegna il regno del Graal. Altro personaggio centrale del romanzo è Gawain, (Galvano, in italiano: la spada nella roccia esiste ed è in Italia, in Toscana, nell'Abbazia di San Galgano, edificata nell'ordine cistercense e situata tra i paesi di Monticiano e Chiusdino, 30 Km. a ovest di Siena) cavaliere di re Artù anch'egli, con tutta una serie di amori e avventure che si intrecciano.
Sir Gawain e il Cavaliere Verde o "Sir Galvano e il Cavaliere Verde" è invece un romanzo allitterativo scritto in medio inglese e risalente al tardo XIV secolo, narrante un'avventura di Galvano, un cavaliere appartenente alla Tavola Rotonda. In questo racconto Galvano accetta la sfida lanciata da un misterioso cavaliere completamente verde nei capelli, vestiti e pelle. Il Cavaliere Verde dichiara che permetterà a chiunque di infliggergli un colpo di ascia senza che esso si difenda se egli stesso potrà restituire il colpo esattamente dopo un anno e un giorno. Gawain accetta la sfida e con un sol colpo decapita lo sfidante, questi non muore ma raccoglie la sua testa, balza a cavallo e rimembra a Galvano che gli deve soddisfazione alla data concordata. La storia di Sir Galvano, impegnato nell'avventuroso viaggio per raggiungere il luogo prescelto ove riceverà il colpo, dimostra il suo spirito di cavalleria e lealtà. Il poema ci è giunto in un singolo manoscritto, codificato come Cotton Nero A.x, che contiene altre tre opere Pearl, Cleanness e Patience (Perla, Purezza e Pazienza). Si sospetta che l'autore sia sempre lo stesso anonimo chiamato, per tanto, "Pearl Poet" o "Gawain Poet". Tutti e quattro i poemi sono scritti in un dialetto del Medio inglese parlato nel nord-ovest delle Midlands. La storia nasce quindi dal folklore gallese e inglese, con prestiti evidenti dai più antichi racconti sul "gioco della decapitazione" e vengono messi in risalto l'importanza che la cavalleria e l'onore hanno nelle situazioni di pericolo. Oltre alla trama complessa e all'uso di un ricco linguaggio, il poema interessa molto i critici letterari per il suo sofisticato uso del simbolismo medievale. Il Cavaliere Verde, il gioco della decapitazione o la cintura magica di Galvano per protezione sono simboli importanti che affondano le loro radici nelle antiche culture celtiche, germaniche e nel folklore popolare. Per esempio il Cavaliere Verde viene visto da qualcuno come la rappresentazione dell'Uomo Verde delle leggende celtiche, mentre altri ci vedono un'allusione a Cristo. "Sir Galvano e il Cavaliere Verde" è un importante poema appartenente alla letteratura cavalleresca, dove troviamo un eroe impegnato in un'avventura per dimostrare il suo valore. Tuttavia l'ambiguità che circonda la fine della storia lo rende molto più complesso di altre opere. La popolarità moderna dell'opera è da imputarsi a testi di critica letteraria scritti da J.R.R. Tolkien, da Simon Armitage e da diversi film e adattamenti recenti.
C'è un nesso che, nel mito del Graal, unifica la cultura celtica, il pensiero dei Templari e la cultura Occitana, e nel DNA occitano si è inserita la cultura celtica: ancora oggi, nelle danze occitane, il circolo circasso ha gli stessi ritmi e movenze del circolo canadese celtico.
Per quanto riguarda invece la caratteristica principale della cultura occitana, la pratica dell'"amor cortese", essa si sviluppa nella vita di corte di quattro regioni: Aquitania, Provenza, Champagne e Borgogna, pressappoco al tempo della prima crociata (1099), e dall'Aquitania, Eleonora  duchessa d'Aquitania e Guascogna e contessa di Poitiers, Regina consorte di Francia e poi d'Inghilterra, portò gli ideali dell'amor cortese prima alla corte di Francia, poi in Inghilterra, dove fu regina di due re. Sua figlia Maria, contessa di Champagne portò il comportamento cortese alla corte del conte di Champagne. L'amor cortese trova la sua espressione nelle poesie liriche scritte dai trovatori, come Guglielmo IX, duca d'Aquitania (1071–1126), uno dei primi poeti trovatori.
I poeti adottarono così la terminologia del feudalesimo, dichiarandosi vassalli della donna e rivolgendosi a lei con l'appellativo lusinghiero di midons, una specie di nome in codice in modo che il poeta non ne rivelasse il nome. Il modello trobadorico della donna ideale era la moglie del suo "datore di lavoro" o signore, una donna di un rango più elevato, di solito la ricca e potente padrona del castello. Quando il marito era lontano per la crociata o altri affari, lei gestiva gli affari amministrativi e culturali; talvolta questo succedeva anche quando il marito era a casa. La donna era ricca e potente e il poeta dava così voce alle aspirazioni della classe cortigianesca, in quanto solo coloro che erano nobili potevano cimentarsi nell'amor cortese. Questo nuovo tipo di amore vedeva la nobiltà non in base alla ricchezza e alla storia della famiglia, ma nel carattere e nelle azioni, e quindi faceva appello ai cavalieri più poveri che vedevano così una strada aperta per progredire. Poiché a quel tempo il matrimonio aveva poco a che fare con l'amore, l'amor cortese era anche un modo per i nobili di esprimere l'amore non trovato nel loro matrimonio. Gli "amanti" nel contesto dell'amor cortese non facevano riferimento al sesso, ma piuttosto all'agire emotivo. Questi "amanti" avevano brevi appuntamenti in segreto, che si intensificavano mentalmente, ma mai fisicamente. Le regole dell'amor cortese vennero codificate in quell'opera altamente influente del tardo secolo XII che è il “De amore di” Andrea Cappellano, dove si legge per es. che...
- "il matrimonio non è una vera scusa per non amare",
- "colui che non è geloso non può amare",
- "nessuno può essere legato a un doppio amore" e
- "quando si rende pubblico un amore raramente dura".
Molte delle convenzioni in merito all'amor cortese possono essere rintracciate in Ovidio, attraverso Andrea Cappellano, ma non è plausibile che possano tutte essere riconducibili a questa origine. Nel periodo moderno, considerazioni riguardanti l'amor cortese spesso fanno capo all'ipotesi araba, posta in qualche modo quasi dall'inizio del termine "amor cortese". Una fonte proposta per il confronto è rappresentata dai poeti arabi e dalla poesia della Sicilia e della Spagna musulmane e dal contatto più esteso dell'Europa con il mondo islamico.
Dato che pratiche simili all'amor cortese erano già in auge in al-Andalus e altrove nel mondo islamico, è molto verosimile che queste influenzassero gli europei cristiani. Guglielmo d'Aquitania, per esempio, era coinvolto nella prima crociata e nella Reconquista in corso in Spagna, talché egli avrebbe avuto un contatto decisamente esteso con la cultura islamica.
Secondo G. E. von Grunebaum, ci sono diversi elementi che si sviluppano nella letteratura araba. Le nozioni dell'"amore finalizzato all'amore" e dell'"esaltazione della donna amata" vengono fatti risalire alla letteratura araba del IX e X secolo. La nozione dell'amore come "potenza che nobilita" viene sviluppata nell'XI secolo dal filosofo persiano Avicenna, nel suo trattato Risala fi'l-Ishq (Trattato sull'amore). L'elemento finale dell'amor cortese, il concetto di "amore come desiderio che non può mai essere appagato", era a volte implicito nella poesia araba, ma viene per la prima volta sviluppato in forma dottrinale nella letteratura europea, in cui tutti e quattro gli elementi dell'amor cortese venivano ad essere presenti.
Secondo un argomento delineato da Maria Rosa Menocal nel suo saggio “Il ruolo arabo nella storia della letteratura medievale”, nella Spagna dell'XI secolo sarebbero apparsi un gruppo di poeti girovaghi i quali andavano di corte in corte, talvolta giungendo nelle corti cristiane della Francia meridionale, una situazione strettamente rispecchiante ciò che sarebbe successo nella Francia meridionale quasi un secolo più tardi. I contatti tra questi poeti spagnoli e i trovatori francesi erano frequenti. Le forme metriche usate dai poeti spagnoli erano simili a quelle usate successivamente dai trovatori.  
L'occitana Alienor o Eleonora,
 duchessa d'Aquitania e
Guascogna, contessa
di Poitiers, regina di
Francia e d'Inghilterra
Eleonora d'Aquitania (Bordeaux, 1122 - Fontevrault, 1º aprile 1204) fu duchessa d'Aquitania e Guascogna e contessa di Poitiers, dal 1137 alla sua morte, Regina consorte di Francia dal 1137 al 1152 e poi d'Inghilterra dal 1154 al 1189. Fu anche una mecenate dei trovatori, nella sua fastosa corte aquitana.
Era la figlia primogenita del duca di Aquitania, duca di Guascogna e conte di Poitiers, Guglielmo X il Tolosano e della sua prima moglie, Aénor di Châtellerault ( † dopo il 1130), figlia del visconte Americo I di Châtellerault e della Maubergeon, che al momento della sua nascita era l'amante di suo nonno Guglielmo IX il Trovatore.
Guglielmo X il Tolosano era il figlio primogenito del duca di Aquitania, duca di Guascogna, conte di Poitiers e conte di Tolosa, Guglielmo IX detto il Trovatore e della sua seconda moglie, Filippa di Tolosa (1080-1117), l'unica figlia del conte di Tolosa, conte d'Albi e marchese di Provenza, Guglielmo IV e di Emma di Mortain († ca. 1126), figlia del conte di Mortain e Cornovaglia, Roberto di Mortain e di Matilde di Montgommery, figlia di Ruggero Signore di Montgommery, Visconte d'Hiémois e futuro conte di Shrewsbury e di Mabel d'Alençon. Eleonora fu battezzata Alienor (interpretato poi in seguito come l'Aliena, l'Estranea) che in ”langue d'oc” vuol dire "l'altra Aénor" (poi francesizzato in ”langue d'oïl” in Eléanor). Fu allevata alla corte d'Aquitania, una delle più raffinate del secolo XII, che, per merito di suo nonno, alla fine del secolo precedente aveva visto nascere ”l'amor cortese” nelle diverse residenze dei duchi d'Aquitania, soprattutto Poitiers e Bordeaux.
L'amor cortese è un termine creato dal critico francese Gaston Paris nel 1883 per indicare la concezione filosofica, letteraria e sentimentale del concetto dell'amore, all'epoca del trobar dei poeti nelle corti provenzali, e si basa sul concetto che solo chi ama possiede un cuore nobile.
Il concetto di amor cortese appare per la prima volta nel corso del XII secolo nella poesia dei lirici provenzali che scrivono in lingua d'oc, tuttavia avrà fortuna anche nella letteratura del nord della Francia e sopravviverà nel tempo tramite il "dolce stil novo" dantesco.
L'amor cortese del trobador è un sentimento capace di nobilitare e affinare l'uomo.
Nasce come un'esperienza ambivalente fondata sulla compresenza di desiderio erotico tensione spirituale. Tale "ambivalenza" è detta mezura, cioè la "misura", la giusta distanza tra sofferenza e piacere, tra angoscia ed esaltazione.
Per questa ragione, anche, esso non può realizzarsi dentro il matrimonio, e l'amor cortese è quindi adultero per definizione. Esso è desiderio fisico. Si instaura fra la dama e l'amante un rapporto d'amore esclusivo, così come il poeta deve rivolgersi ad una sola dama, essa deve accettare al suo servizio non più di un amante. Nel caso in cui una delle due parti trasgredisse, allora il rapporto potrebbe cessare.
Per l'amante il marito non è assolutamente un pericolo, mentre per questi un pericolo si rivela quella cerchia di uomini che si trovano nella sua stessa posizione di "amante cortese", poiché essi tenteranno in ogni modo di infangarlo.
Gli elementi caratterizzanti l'amor cortese sono:
- Il culto della donna, vista dall'amante come un essere sublime, irraggiungibile, in certi casi anche divino.
- L'inferiorità dell'uomo rispetto alla donna amata: l'amante si sottomette completamente e obbedisce alle volontà della donna. Tale rapporto fra i due sessi è definito "servizio d'amore". L'amante presenta il suo omaggio alla donna e resta in umile adorazione di fronte a lei. Si tratta di un "amore-vassallaggio" in cui il rapporto tra l'uomo e la donna è simile a quello intercorrente tra il vassallo e il suo signore.
- L'amore inappagato, cioè l'amante non chiede nulla in cambio dei suoi servigi. Non si tratta però di amore spirituale, platonico, anzi si presenta con note sensuali.
- La gioia, o meglio una forma di ebbrezza ed esaltazione, di pienezza vitale, formata dall'amore impossibile, che genera però anche sofferenza e tormento.
- L'amore adultero, che si svolge al di fuori del vincolo coniugale: addirittura, si teorizza che nel matrimonio non possa esistere veramente "amor fino". Il matrimonio, infatti, spesso era un contratto stipulato per ragioni dinastiche o economiche. 
- Il carattere adultero dell'amore esige il segreto, che tuteli l'onore della donna: per questo il suo nome non viene mai pronunciato dai poeti.
- Il conflitto tra amore e religione, scaturito dal culto per la donna divinizzata con il culto per Dio; inoltre la Chiesa condanna notoriamente il peccato dell'adulterio.
Eleonora ricevette l'educazione di una giovane nobile del suo tempo: imparò a leggere e scrivere in latino, la musica, la matematica e la letteratura dell'epoca, inoltre imparò a cavalcare ed a partecipare alla caccia. Suo nonno, Guglielmo IX, morì il 10 febbraio 1126 e suo padre Guglielmo X gli succedette.
Il 3 marzo 1130, secondo lo storico e archeologo francese, Jacques-Joseph Champollion, suo padre Guglielmo X fece una donazione alla chiesa di Sant'Ilario de La Celle (nei dintorni di Poitiers) che veniva controfirmata dal padre, dalla madre Aénor, da Eleonora e dal fratellino, Guglielmo l'Ardito (Willielmi ducis Aquitanorum, Aenordis comitissæ, Alienordis filiæ eorum, Wilelmi Aigres filii eorum).
Non si conosce l'anno esatto, ma tra il 1130 ed il 1137, Eleonora divenne l'erede dei ducati d'Aquitania e Guascogna, fra i più importanti domini del regno di Francia (e che non erano vassalli della corona di Francia) per la morte del fratello, Guglielmo l'Ardito.
Nel contempo, rimasto vedovo, dopo il 1130, suo padre, Guglielmo X sposò, in seconde nozze, Emma di Limoges, figlia del conte di Limoges, Ademaro III .
Infatti, suo zio Raimondo di Poitiers (ca. 1115-1149), nel 1136, sposò la principessa Costanza (come viene ricordato dall'arcivescovo Guglielmo, della città di Tiro, nell'odierno Libano), di 10 anni, figlia ed erede di Boemondo II, Principe d'Antiochia e di Alice di Gerusalemme per cui poi divenne principe d’Antiochia.
Guglielmo X, alla fine del 1136, iniziò un pellegrinaggio per Santiago de Compostela ma morì, forse per un'intossicazione alimentare, durante il viaggio, nel 1137, sembra di Venerdì Santo; secondo la Chronique de Guillaume de Nangis, morì la vigilia di Pasqua (il 9 aprile) e fu sepolto a Santiago de Compostela. Lasciò due figlie: Eleonora e Petronilla. Comunque, prima di morire si raccomandò che la primogenita Eleonora, che gli subentrava nei titoli di duchessa d'Aquitania e di Guascogna e di contessa di Poitiers, portando in dote l'Aquitania, fosse data in sposa a Luigi (1120-1180), figlio ed erede del re di Francia, Luigi VI.
Luigi VI, pensando che il regno di Francia dalla Loira si sarebbe esteso sino ai Pirenei ed al Mar Mediterraneo, accettò di buon grado e così Luigi il Giovane, con un folto seguito si diresse in Aquitania. Il matrimonio tra Eleonora e Luigi di Francia fu celebrato, a Bordeaux, il 22 luglio 1137, nella Cattedrale di Sant'Andrea. La prima notte di nozze fu nel castello di Taillebourg. Secondo l'usanza dell'epoca le feste durarono alcuni giorni e si svolsero nei dintorni di Bordeaux, al palazzo di Ombrière; le feste accompagnarono gli sposi anche durante il viaggio verso Parigi.
Durante il viaggio, gli sposi furono incoronati duchi d'Aquitania nella cattedrale di Poitiers, ma il ducato non venne riunito alla corona di Francia, Eleonora rimase duchessa e Luigi duca consorte; fu altresì stabilito che il loro primo figlio sarebbe stato re di Francia e duca d'Aquitania, quindi la fusione dei due domini sarebbe avvenuta con una generazione di ritardo. Secondo Orderico Vitale, Luigi VII, fu incoronato a Poitiers, re di Francia e re consorte di Aquitania, dopo la morte del padre, Luigi VI, morto il primo di agosto del 1137 (dopo essersi ammalato nella foresta vicino a Compiègne), quando gli sposi erano ancora in viaggio per Parigi. Nel giorno di Natale del 1137 Eleonora venne incoronata a Bourges, mentre il marito veniva reincoronato (essendo già stato incoronato all'età di 11 anni, il 25 ottobre 1131, a Reims). 
Di spirito libero e vivace, non è ben accettata alla corte di Francia, fredda e riservata; ella è criticata per la sua condotta ritenuta indecente (così come era già avvenuto per un'altra regina del sud della Francia, Costanza d'Arles, moglie di Roberto II di Francia, circa un secolo prima): i suoi lussi, dai gioielli alle tappezzerie, sorpresero i cortigiani e poi i trovatori che lei faceva venire alla corte non erano graditi: il Marcabru, addirittura, fu cacciato dal re in persona per le canzoni, un poco spinte, composte per la sua amata, che forse era la regina; il trovatore in seguito dovette recarsi presso le corti spagnole per poter continuare a vivere della sua arte.
Eleonora era soprattutto criticata per l'influenza che esercitava sul re. La giovane coppia (entrambi avevano meno di vent'anni) prendeva decisioni avventate come la spedizione (che si risolse in un insuccesso) contro la contea di Tolosa su cui Eleonora vantava dei diritti, per via della nonna Filippa di Tolosa oppure il conflitto col Papa Innocenzo II per la nomina del nuovo arcivescovo di Bourges (Pietro de La Châtre) a cui il re proibì di entrare in città; oppure la pressione esercitata su Rodolfo di Vermandois (1085-1152) affinché ripudiasse la moglie, Eleonora di Champagne, per risposarsi con la giovane Petronilla d'Aquitania (1125-1153, invaghita del maturo Rodolfo), sorella della duchessa Eleonora; Rodolfo accettò, fu scomunicato dal papa assieme a Petronilla e, nel 1142, dovette sostenere un conflitto vittorioso contro il conte di Champagne Tibaldo IV di Blois (presso il quale si era rifugiato Pietro della Châtre), fratello della moglie ripudiata, Eleonora di Blois.
Durante il conflitto in cui il re appoggiò Rodolfo, ci fu la conquista della città di Vitry-en-Perthois; gli abitanti della città, sembra circa 1300, si rifugiarono nella chiesa, a cui fu dato fuoco. Sul regno di Francia e sulla coppia reale, ancora senza figli, cadde l'Interdetto della Chiesa.
Eleonora si recò a consiglio da Bernardo di Chiaravalle, che consigliò la riappacificazione dei conflitti; cosa che avvenne, la Champagne fu restituita a Tibaldo e Pietro poté ottenere l'arcivescovato di Bourges. La scomunica fu ritirata e nel 1145 la coppia reale ebbe una figlia, Maria.
Affinché l'Interdetto fosse tolto ed anche per ottenere la nascita del sospirato figlio maschio, Eleonora, influenzata sempre dalle prediche di Bernardo di Chiaravalle (che aveva ricevuto l'incarico da papa Eugenio III di predicare la crociata in Francia, cosa che Bernardo fece con ottimi risultati e poi si recò a predicarla anche nei territori dell'impero, dove ebbe un altrettanto buon risultato), spinse Luigi a partecipare alla Seconda crociata; lei lo avrebbe accompagnato in Terra Santa come pellegrina, come sostiene lo storico Steven Runciman, nel volume II del suo "A history of the Crusades".
La seconda crociata francese, essendovi al seguito la regina e parecchie dame dei crociati, cariche di bagagli, si ritrovò un convoglio sovraccarico, che procedeva lentamente. Partì nel giugno del 1147, mentre la crociata tedesca, partita a maggio, arrivò molto prima in terra Santa. Con la crociata cominciarono i dissapori tra i coniugi:
- lei si fece accompagnare dal trovatore Jaufré Rudel,
- la strage alla battaglia del monte Cadmo, nel 1148, dove l'avanguardia (con la regina), comandata da un vassallo aquitano, Goffredo di Rancon, contravvenendo agli ordini non attese la retroguardia (con il re) ed i pellegrini, che subirono un massacro da parte dei Turchi; il re si salvò miracolosamente. La colpa ricadde su Goffredo, ma i dubbi su Eleonora rimasero.
- l'incontro con lo zio Raimondo di Poitiers, che accolse i Crociati in Antiochia, ma non fu ricambiato in alcun modo. Allora circolò la diceria che tra zio e nipote nascesse un incestuoso adulterio, nei mesi che Luigi ed i francesi furono a Gerusalemme, mentre la regina e gli aquitani rimanevano in Antiochia.
- anche l'esito negativo della crociata (la mancata conquista di Damasco) e la colossale menzogna Bizantina che nascose ai francesi il disastro a cui erano andati incontro i tedeschi, portò dissapori tra i coniugi.
Nel 1149 Luigi VII ed Eleonora ritornarono dalla crociata e arrivarono in Italia, via mare, separatamente. Incontrarono il Papa Eugenio III nell'Abbazia di Montecassino, che riuscì a farli riconciliare. Rientrarono in Francia e nel 1150, nacque una seconda figlia, Alice.
Nel 1151 il rapporto tra i coniugi era ancora buono, come ci conferma il documento n° XXIX del Cartulaire de l'abbaye royale de Notre-Dame de Saintes, in cui Eleonora con l'approvazione del marito, re di Francia e duca d'Aquitania (Ludovici regis Francorum et ducis Aquitanorum collateralis nostri), conferma i privilegi all'abbazia di Notre-Dame de Saintes. Ma i dissapori continuarono. L'11 marzo 1152 si riunirono nel sinodo di Beaugency gli arcivescovi di Bordeaux, Rouen, Reims ed il primate di Francia, che il 21 marzo, dinnanzi a Luigi ed Eleonora, sancirono, con la benedizione papale, che il loro matrimonio era stato nullo per consanguineità di quarto grado, ambedue discendevano da Roberto II di Francia (dal primogenito Enrico I di Francia attraverso Filippo I di Francia e Luigi VI di Francia discendeva Luigi; mentre dal secondogenito, duca di Borgogna Roberto di Francia attraverso Hildegarda di Borgogna (che aveva sposato Guglielmo VIII di Aquitania), Guglielmo IX di Aquitania e Guglielmo X di Aquitania, da cui discendeva Eleonora). Le due figlie venivano dichiarate legittime e sarebbero rimaste presso la corte francese e tutti i possedimenti di Aquitania e Guascogna venivano restituiti ad Eleonora.
Nel 1137 si formano tre grandi Stati “indipendenti” governati dal conte di Barcellona (Catalogna-Aragona-Provenza), dal conte di Tolosa e da Eleonora d'Aquitania (per alcuni prima dal Re di Francia e poi d'Inghilterra, per l’Aquitania), ma il territorio d’Oc, nonostante la divisione politica, forma una sola comunità giuridica ed economica, legata all’Italia e alla penisola iberica anche se rivolta commercialmente all’Europa settentrionale e all’Oriente mediterraneo. In Occitania spesso la terra sfuggiva alle regole feudali, la nobiltà non era tutta di origine franca ed inoltre non esisteva la servitù della gleba. Vigeva il diritto romano (e non quello germanico come nel nord), si era formata una classe che potremmo definire "borghese" abbastanza colta e dedita ai commerci, si intrattenevano forti rapporti culturali e scambi di diverso tipo con il mondo islamico e con gli ebrei, mentre le università lasciavano ben poco spazio alle dispute teologiche di ceppo cattolico, privilegiando le scienze.
L’Occitania di quegli anni è una comunità culturale profondamente originale, aperta a ogni genere di rapporto: essa è anche incredibilmente lontana dall’influenza dei grandi centri teologici francesi. L’università autoctona, quella di Montpellier, che risale al XII secolo, è una tipica università europeo-meridionale. La sua facoltà di medicina aveva infatti le sue radici nella scuola salernitana e la sua facoltà di diritto a Bologna. Intensi sono poi i suoi rapporti scientifici col mondo islamico e la diaspora ebraicaEra un principato indipendente, e la lingua, la cultura e le istituzioni politiche, più che con quelle del nord, avevano affinità con quelle della Spagna, con i regni di Leon, Aragona e Castiglia. Il principato era governato da alcune famiglie nobili, e tra queste spiccavano i conti di Tolosa e il potente casato dei Trencavel. Entro i confini del principato fioriva una cultura che a quei tempi era la più avanzata e raffinata dell'intera cristianità, con l'unica eccezione dell'Impero bizantino. La Linguadoca aveva molte cose in comune con Bisanzio. L'erudizione, ad esempio, era tenuta in grande onore, diversamente da quanto avveniva nell'Europa settentrionale. Sempre come Bisanzio, la Linguadoca praticava una civilissima tolleranza religiosa, in contrasto con il fanatismo che caratterizzava altre parti dell'Europa. Il pensiero islamico e giudaico, ad esempio, penetrava tramite i centri commerciali marittimi come Marsiglia, oppure perveniva dalla Spagna attraverso i Pirenei. Nel contempo, la Chiesa di Roma non godeva di una grande stima; i religiosi romani, soprattutto a causa della loro ben nota corruzione, erano riusciti ad alienarsi la popolazione della Linguadoca.
Carta della Francia Occitana con Tolosa (Toulouse), Albi
e Narbona (Narbonne), citate nel nostro racconto.
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Fiorivano la filosofia e altre attività intellettuali; la poesia e l'amor cortese godevano di grande fervore; il greco, l'arabo e l'ebraico venivano studiati con entusiasmo, e a Lunel e Narbona prosperavano scuole votate allo studio della Cabala, l'antica tradizione filosofico-esoterica del giudaismo. Anche i nobili erano colti e spesso si dedicavano alla letteratura, in un periodo in cui gli aristocratici del Nord, in maggioranza, non sapevano neppure scrivere il loro nome, così come era avvenuto per Carlo Magno.
Intanto i Catari, (catari, cioè “puri”, dal greco katharoi) che predicavano il Vangelo di Giovanni ed intendevano vivere in povertà la propria dottrina rigorosa, divennero una forte minoranza, diffusi in tutta l’Occitania occidentale; in quella orientale, l’eresia più diffusa era invece quella valdese. Il valdismo, i cui fedeli sono chiamati valdesi, è stato un movimento pauperistico medievale nato nell'ultimo quarto del XII secolo, scomunicato nel 1184, e dal 1532 è una confessione protestante di matrice calvinista.
La corrente valdese del cristianesimo nasce nel Medioevo, precisamente nel XII secolo, come movimento religioso, costituito da contadini e in genere da poveri, che precede di poco quello promosso da Francesco d'Assisi. Tradizionalmente si fa risalire la fondazione del movimento a Valdo di Lione (o Pietro Valdo o Valdesio, dalla latinizzazione Valdesius). In realtà, l'origine dei Valdesi si confonde con il grande fermento di movimenti pauperistici di riforma del Cristianesimo sviluppatisi nel corso del XII secolo. Oggi, esiste una via a Lione che porta il suo nome, nel 5ème arrondissement (rue Pierre-Valdo).
Valdo, si dice in seguito all'ascolto da un menestrello sulla vita di sant'Alessio, decise di approfondire lo studio della Bibbia: egli però non conosceva il latino, così si fece tradurre i Vangeli e altri scritti biblici in francese. Fu colpito in particolar modo dalle parole rivolte da Gesù al giovane ricco: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi" (Matteo XIX, 21). Decise allora, nel 1173, di abbandonare la moglie, far accogliere le figlie nel monastero di Fontevrault e offrire tutta la sua ricchezza ai poveri. In seguito si circondò di un gruppo di seguaci con i quali, fatto voto di castità e vestiti solo di stracci, andava in giro a predicare il messaggio evangelico; ben presto il gruppo fu identificato con l'espressione Poveri di Lione. La loro predicazione si svolse all'interno dell' "ortodossia" romana, rivolgendosi principalmente contro il dualismo cataro. La fedeltà al papa di Roma da parte del movimento valdese in questi anni è testimoniata dalla ricerca di approvazione ecclesiastica nel 1179, in occasione del terzo concilio Laterano: essi si recarono a Roma incontrandosi anche con il pontefice Alessandro III, il quale dimostrò apprezzamento per il loro proposito di vivere in maniera povera e conforme al dettato evangelico, ma non fu disposto a riconoscere la loro richiesta di essere predicatori della Parola.
Valdo di Lione, monumento
ubicato a Worms, in
Germania
In quel periodo l'annuncio del Vangelo infatti era riservato solo ai chierici e agli ecclesiastici, ai laici non era permesso predicare ed era persino sconsigliata la lettura diretta e personale della Bibbia.
Valdo (detto anche Valdesio, dalla latinizzazione del suo nome) tuttavia, insieme ai suoi seguaci, continuò a diffondere l'insegnamento cristiano nonostante il divieto papale, in piena disobbedienza; quindi, nel 1180, fu convocato dal cardinale Enrico di Marcy, vescovo di Albano, in un sinodo a Lione, nel quale Valdo e i suoi seguaci dichiararono la loro completa "ortodossia" e al contempo esposero quelli che consideravano gli "errori" dei catari. Nonostante ciò, la predicazione da parte dei laici e delle donne e la lettura individuale della Bibbia erano aspetti considerati inaccettabili dalla Chiesa romana, consapevole del fatto che ammettere tale innovazione avrebbe significato dare il via ad un processo di trasformazione dagli esiti imprevedibili qualora la lettura e interpretazione dei testi sacri fosse permessa anche a fedeli non appartenenti al clero. Tutto questo era stato ben compreso da Walter Map, rappresentante di re Enrico II Plantageneto al concilio lateranense del 1179, che a proposito dei valdesi aveva scritto: « Costoro mai hanno dimore stabili, se ne vanno due a due a piedi nudi, vestiti di lana, nulla possedendo, ma mettendo tutto in comune come gli apostoli, seguendo nudi il Cristo nudo. Iniziano ora in modo umilissimo, perché stentano a muovere il piede; ma qualora li ammettessimo, ne saremmo cacciati »
(Walter Map, De Nugis Curialium)
Nel 1184 a Verona, con la bolla Ad abolendam, papa Lucio III scomunicò una serie di movimenti ritenuti ereticali anche molto diversi tra loro, tra cui i poveri di Lione, i valdesi. La motivazione per tale scomunica rimase la "presunzione" dei valdesi a voler predicare in pubblico. Nonostante la condanna papale, comunque, il movimento valdese continuò la sua espansione verso il Mezzogiorno di Francia e l'Italia (Piemonte, Lombardia, Puglia e Calabria), giungendo anche in alcune regioni della Germania, in Svizzera, e persino in Austria, Spagna, Ungheria, Polonia e Boemia. Le comunità valdesi erano organizzate su due livelli: vi erano i "perfetti" o "barba" (che significa "zio", in contrapposizione al "padre" cattolico) che seguivano i tre voti monastici di povertà, castità, e obbedienza ed erano predicatori itineranti, e i semplici fedeli, che erano detti "amici" o "noti". La comunità aveva tre gradi gerarchici: diaconi, presbiteri e vescovi e preparava i futuri predicatori in apposite scuole, gli "ospizi". Osservavano la liturgia delle Ore e i digiuni, celebravano la Cena del Signore (nella Linguadoca con pane, vino e pesce) e la sera del Giovedì Santo praticavano la lavanda dei piedi. Studiavano a memoria interi Vangeli e altre parti della Bibbia che Valdo aveva fatto tradurre nelle varie lingue popolari. Dopo la scomunica, però, il movimento valdese perse la sua compattezza originaria e iniziò a sfaldarsi in gruppi locali differenziati tra di loro. La prima grande spaccatura avvenne nel 1205 circa, quando una parte consistente di valdesi di Lombardia dette vita ad un gruppo autonomo detto appunto Poveri Lombardi (pauperes Lombardi). Entrando in Lombardia i predicatori e le predicatrici valdesi poveri (fratres et sorores) miravano, come altrove, a costituire gruppi di amici o credentes che vivessero nel mondo, lavorassero e li sostenessero con le loro elemosine. Vennero però qui a trovarsi in una situazione politica e sociale radicalmente diversa da quella d'oltralpe. Trovarono infatti una miriade di Comuni in lotta perenne per la loro piena indipendenza dall'Impero e dal papato e, all'interno, lacerati dalle lotte tra partito guelfo e partito ghibellino. I valdesi non ebbero problemi a inserirsi nelle strutture comunali, riuscendo anche a farsi eleggere alle cariche più importanti, ma la maggior parte di loro preferì restare ai margini della vita politica a causa del severo divieto del giuramento, dell'insistenza sulla povertà assoluta e per una certa sfiducia verso le autorità umane. Il partito ghibellino sembrava spesso appoggiare questi movimenti ereticali, non però per un reale interesse per le questioni religiose, ma per sfruttare ai suoi fini l'anticlericalismo della loro predicazione. E così, ad alcuni podestà che li difendevano e li appoggiavano, ne seguirono spesso altri che li condannavano e li bruciavano sul rogo. Ma in Lombardia i valdesi vennero ben presto a contatto e furono influenzati da altri movimenti popolari di carattere sociale e religioso, da tempo presenti in loco o di nuova istituzione, come i Patarini, gli Arnaldisti e gli Umiliati. I valdesi lombardi ne furono influenzati al punto da adottare dei provvedimenti che provocarono la reazione di Valdo fino alla scissione che ebbe luogo nel 1205, essenzialmente a causa di tre motivi:
- I predicatori in Lombardia entrarono a far parte di comunità di lavoratori e ne crearono delle proprie. Secondo Valdo i predicatori non dovevano lavorare ma vivere in povertà delle offerte degli amici per non essere corrotti dalla brama di ricchezze.
- I lombardi si scelsero un capo a vita nella persona del piacentino Giovanni da Ronco detto il Buono. Valdo obiettava che l'unico preposto del loro movimento doveva rimanere Gesù Cristo.
- I lombardi elessero dei ministri ai quali affidarono compiti sacerdotali, come la consacrazione dell'eucaristia. Valdo temeva che questo fosse il primo passo per costituirsi come contro-chiesa: egli infatti aveva voluto creare una fraternità religiosa di predicatori che si impegnavano a supplire alle carenze del clero nella predicazione e nella cura d'anime, ma non dovevano sostituirsi ad esso. Valdo voleva rimanere nella Chiesa romana e lavorarvi, anche se scomunicato.
Da questa prima divisione nacque una crisi del movimento che ebbe importanti evoluzioni nel giro di pochi anni. Tra il 1205 e il 1207 Valdo morì senza essere riuscito a ricomporre lo scisma interno al suo movimento e la frattura con Roma. Da allora molti gruppi iniziarono ad allontanarsi dall'ortodossia cattolica, rifiutando le gerarchie ecclesiastiche, giudicate peccatrici e malvagie. Quando il Concilio Lateranense IV nel 1215 definisce formalmente la dottrina della transustanziazione (cioè l'idea della presenza reale e sostanziale di Cristo nell'Eucarestia), questa non trova consensi tra i valdesi.
A causa di queste tendenze il principale interprete del valdismo originario, Durando d'Osca, insieme ad un gruppo di discepoli, tentò di mettere fine al dissidio con le gerarchie ecclesiastiche facendo riconoscere dalla Chiesa romana i punti essenziali della primitiva ispirazione di Valdo. La speranza però si rivelò illusoria: il papa, nel 1208, approvò il loro proposito di vita religiosa ma non colse i motivi centrali della loro ispirazione e il nuovo ordine, con il nome di Poveri Cattolici (pauperes catholici), fu orientato in funzione antiereticale.
Una sorte leggermente migliore toccò a Bernardo Primo e ai suoi seguaci, riconosciuti nel 1210 dalla Chiesa con il nome di Poveri Riconciliati, che riuscirono a inserire nel loro proposito il supremo magistero di Cristo e il mandato apostolico di predicare per la salvezza del popolo di Dio.
Entrambi i gruppi, comunque, non riuscirono nel loro intento di rifondare dall'interno la Chiesa né a sottrarre dalla presunta "eresia" gli altri movimenti valdesi. Inoltre le gerarchie ecclesiastiche li guardavano con sospetto e furono spesso accusati di aver accettato l'"ortodossia" romana solo formalmente; nel giro di pochi anni, perciò, i Poveri Cattolici e i Poveri Riconciliati si esaurirono o furono costretti a fondersi con altri ordini religiosi.
I restanti membri del movimento valdese si erano organizzati in due gruppi, quello ultramontano e quello italico. Nel 1218 la Società dei Fratelli Ultramontani (societas fratrum Ultramontanorum) e la Società dei Fratelli Italici (societas fratrum Italicorum) si incontrarono a Bergamo con l'intento di trovare una nuova unità, ma non riuscirono a ricomporre le loro fratture. 
Centri dei Catari in Occitania nel 1209
In generale, i Catari accettavano la dottrina della reincarnazione e il riconoscimento del principio femminile nella religione. Anzi, i predicatori e i maestri delle congregazioni catare, chiamati parfaits (« perfetti »), erano di entrambi i sessi. Nel contempo, i Catari ripudiavano la Chiesa cattolica e negavano la validità di tutte le gerarchie ecclesiastiche o di intercessori ufficiali ordinati tra l'uomo e Dio. Alla base di questa presa di posizione stava un importantissimo principio cataro: il ripudio della « fede », almeno nel senso in cui l'intendeva la Chiesa. Alla « fede » accettata di seconda mano, i Catari sostituivano la conoscenza diretta e personale, un'esperienza religiosa o mistica acquisita di prima mano. Questa esperienza era stata chiamata « gnosi », dal termine greco che significa « conoscenza » ; e per i Catari aveva la precedenza su ogni credo e ogni dogma. Data l'importanza attribuita al contatto diretto e personale con Dio, i preti, i vescovi e le altre autorità ecclesiastiche diventavano superflui.
I Catari erano anche dualisti. Tutto il pensiero cristiano, ovviamente, in ultima analisi può essere considerato dualistico, poiché pone l'accento su un conflitto tra due princìpi opposti: bene e male, spirito e carne, superiore e inferiore. Ma i Catari spingevano questa dicotomia molto più lontano di quanto fosse disposto ad accettare il cattolicesimo ortodosso. Per i Catari, gli uomini erano le spade con cui combattevano gli spiriti, e nessuno vedeva le mani che le impugnavano. Per loro, era in corso un'eterna guerra in tutto il Creato fra due princìpi inconciliabili: luce e tenebraspirito e materia, bene e male. Il cattolicesimo postula un Dio supremo, il cui avversario, il Diavolo, gli è inferiore. I Catari, invece, proclamavano l'esistenza non già di un unico Dio, bensì di due, che avevano uno status abbastanza simile. Uno di questi dei - il « buono » - era interamente disincarnato, un essere o un principio di puro spirito, non macchiato dalla contaminazione della materia. Era il dio d'amore. Ma l'amore era considerato del tutto incompatibile con il potere, e la creazione materiale era una manifestazione del potere. Quindi, per i Catari, la creazione materiale - il mondo - era intrinsecamente malefica. Era intrinsecamente malefica tutta la materia. Insomma, l'universo era l'opera di un « dio usurpatore », il dio del male... o, come lo chiamavano i Catari, « Rex Mundi », il Re del Mondo.
Il cattolicesimo si basa su quello che si potrebbe chiamare un « dualismo etico ». Il male, sebbene in ultima analisi promani forse dal Diavolo, si manifesta principalmente tramite l'uomo e le sue azioni. Al contrario, i Catari propugnavano una forma di « dualismo cosmologico », un dualismo che pervadeva l'intera realtà. Per loro, questa era un premessa fondamentale, alla quale reagivano tuttavia in maniera diversa da una setta all'altra. Secondo alcuni Catari, il fine della vita dell'uomo sulla terra era trascendere la materia, rinunciare perpetuamente a tutto ciò che era connesso al principio del potere, e conseguire quindi con il principio dell'amore. Secondo altri, il fine dell'uomo era riscattare e redimere la materia, spiritualizzarla e trasmutarla. È importante osservare l'assenza di dogmi, dottrine e ideologie di carattere fisso. Come in gran parte delle deviazioni rispetto all'ortodossia conclamata, c'erano soltanto certi atteggiamenti di carattere generale definiti a grandi linee mentre i doveri morali che accompagnavano tali atteggiamenti erano soggetti all'interpretazione individuale. Agli occhi della Chiesa di Roma i Catari si macchiavano di gravi eresie considerando intrinsecamente malefica la creazione materiale, per la quale era morto Gesù, e sottintendendo che Dio, il cui « verbo » aveva creato il mondo « in principio », era un usurpatore. La loro eresia più nefanda, tuttavia, era l'atteggiamento assunto nei confronti dello stesso Gesù. Poiché la materia era intrinsecamente malefica, i Catari negavano che Gesù potesse essere partecipe della materia, e si fosse incarnato continuando a restare Figlio di Dio. Alcuni Catari, perciò, lo ritenevano del tutto incorporeo, un «fantasma», un puro spirito che, naturalmente, non poteva venire crocifisso. Sembra che la maggioranza dei Catari lo considerasse un profeta non diverso dagli altri: un mortale che, in nome del principio dell'amore, era spirato sulla croce. Insomma, non c'era nulla di mistico, nulla di sovrannaturale e di divino nella Crocifissione, anche ammettendo che avesse importanza; cosa, questa, di cui sembra che molti Catari dubitassero. Comunque, tutti i Catari ripudiavano con veemenza il significato della Crocifissione e della croce, forse perché ritenevano che queste dottrine avessero poca rilevanza, o forse perché Roma le esaltava con tanto fervore, o perché il carattere brutale della morte di un profeta non appariva loro degno di venerazione. E la croce - almeno nella sua associazione con il Calvario e la Crocifissione - era considerata un emblema del Rex Mundi, signore del mondo materiale, antitesi del vero principio di redenzione. Gesù, se era stato mortale, era stato un profeta di AMOR, il principio dell'amore. E AMOR, quando viene pervertito o mutato in potere, diventava ROMA: Roma, la cui Chiesa opulenta e sfarzosa appariva agli occhi dei Catari l'incarnazione concreta e la manifestazione terrena della sovranità del Rex Mundi. Di conseguenza, i Catari non solo rifiutavano di adorare la croce, ma negavano la validità di sacramenti come il battesimo e la comunione. Nonostante queste posizioni teologiche sottili, complesse, astratte, magari inconsistenti per una mentalità moderna, in maggioranza i Catari non erano eccessivamente fanatici, per quanto riguardava il loro credo. Oggi è di moda, fra gli intellettuali, considerare i Catari come una congregazione di saggi, di mistici illuminati o di iniziati alla sapienza arcana, tutti a conoscenza di qualche grande segreto cosmico. In pratica, tuttavia, i Catari erano in maggioranza uomini e donne più o meno « comuni », che trovavano nel loro credo un rifugio contro l'assillante ortodossia del cattolicesimo, un'evasione dalle interminabili decime, penitenze, sottomissioni, rigori e imposizioni della Chiesa di Roma.
Per quanto fosse astrusa la loro teologia, i Catari erano estremamente pratici e realistici. Condannavano la procreazione, ad esempio, perché la propagazione della carne era un servizio reso non già al principio dell'amore, bensì al Rex Mundi; ma non erano tanto ingenui da propugnare l'abolizione della sessualità. È vero che esisteva un « sacramento » tipicamente cataro, o un suo equivalente, chiamato Consolamentum, che imponeva l'obbligo di castità. Tuttavia, se si escludono i parfaits, che di solito erano uomini e donne senza famiglia, il Consolamentum veniva somministrato soltanto sul letto di morte; e non è troppo difficile mantenersi casti quando si è moribondi. Per quanto riguardava i fedeli in generale, la sessualità era tollerata, se non esplicitamente approvata. Come si può condannare la procreazione quando si ammette la sessualità? Vari indizi fanno pensare che i Catari praticassero il controllo delle nascite e l'aborto. Quando in seguito Roma accusò gli eretici di « pratiche sessuali contro natura », questo venne interpretato come un riferimento alla sodomia. Tuttavia i Catari, almeno secondo i documenti pervenuti fino a noi, erano estremamente rigorosi nel vietare l'omosessualità. È possibile che le « pratiche sessuali contro natura » fossero in realtà i vari metodi di controllo delle nascite e di aborto. Sappiamo bene qual è oggi la posizione di Roma nei confronti di questi problemi. Non è difficile immaginare l'energia e lo zelo vendicativo con cui questa posizione veniva imposta durante il Medioevo.
In generale, sembra che i Catari vivessero una vita di estrema devozione e semplicità. Poiché deploravano le chiese, di solito svolgevano i riti e le funzioni religiosi all'aperto, o in qualunque edificio disponibile: un granaio, una casa, un palazzo comunale. Inoltre, praticavano quella che oggi noi chiamiamo meditazione. Erano rigorosamente vegetariani, sebbene fosse consentito mangiare pesce. E quando viaggiavano per le campagne, i parfaits andavano sempre in coppia, accreditando così le accuse di sodomia sparse dai loro nemici. All’interno della loro chiesa erano sicuri di salvarsi soltanto i “perfetti”, i quali praticavano un rigido ascetismo che culminava talvolta nell’endura, il suicidio sacro ottenuto mediante il rifiuto del cibo. I Catari, chiamati anche Albigesi perché assai numerosi nel territorio di Albi, costituivano col loro fervore e la loro estrema coerenza, un esempio e un pericolo per la corrotta chiesa ufficiale. Il popolo era colpito, certo favorevolmente, da questo esempio di forsennata virtù. L’alta nobiltà e la ricca borghesia cittadina erano, da un lato, conquistate dalla vertiginosa teologia catara, dall’altro alquanto desiderose di mettere le mani sul patrimonio ecclesiastico. I Catari si ritenevano, del resto, i veri cristiani della loro epoca e si denominavano, infatti, "crestiani" . Condizione preliminare della salvezza dell’uomo era, infatti, anche per loro, la missione di Gesù che, grazie alla Passione, e qui la loro fede li distingueva dalla chiesa ufficiale, aveva meritato di divenire figlio di Dio (del Dio “legittimo”) “per adozione”. La sempre più evidente ostilità palesata dalla popolazione occitana nei confronti dei rappresentanti del potere cattolico e la concomitante diffusione di pratiche religiose alternative (il settarismo càtaro), indispettirono ben presto sia il papato che la corona francese, entrambe preoccupati di avere a che fare con un pericoloso crogiuolo di eresie religiose, politiche e anche culturali. Infatti, a gettare un ombra demoniaca sull’esistenza e sulle tradizioni occitane contribuì senz’altro lo strenuo orgoglio dei trovatori locali che, in quanto cantori di un amore libero, profondamente impregnato di umana e quasi pagana passione, respinsero con fermezza qualsiasi indottrinamento culturale, allontanandosi sempre più dai modelli narrativi e lirici di matrice cattolica. Stereotipi, questi ultimi, di un cantico d’amore squisitamente spirituale e casto: retaggio della tradizione cattolica alto-medioevale. E fu proprio in questo clima che andò caratterizzandosi l’autonoma e originale esistenza dei feudi meridionali francesi che aderirono all’eresia càtara (movimento religioso di origine bulgara, libertario e rigoroso al tempo stesso, naturalista, quasi pagano nella sua strana ritualità; ostile alla tradizione cattolica romana). Il fenomeno càtaro intersecandosi con il principio di autonomia culturale sostenuto dall’intellighentzia occitana innescò un violento ed inevitabile scontro con la Chiesa che, dopo avere tentato di riportare alla ragione i prìncipi e gli esponenti dell’eresia del Midi, decise di passare poi alla forza, appoggiandosi alla nobiltà francese fedele al credo romano.
Mentre in Europa i Templari acquisivano prosperità e notorietà, in Terrasanta la situazione era gravemente peggiorata. Nel 1185 morì Baldovino IV, re di Gerusalemme. Durante il dissidio dinastico che seguì, Gerard de Ridefort, Gran maestro del Tempio, tradì un giuramento fatto al sovrano morto, e trascinò così la comunità europea della Palestina sull'orlo di una guerra civile. E non fu la sola azione discutibile di Ridefort. Il suo comportamento altezzoso nei confronti dei Saraceni causò la rottura della lunga tregua e provocò un nuovo ciclo di ostilità. Poi, nel luglio del 1187, Ridefort guidò i suoi cavalieri e il resto dell'esercito cristiano in una battaglia avventata e disastrosa a Hattin. Le forze cristiane furono in pratica annientate, e due mesi dopo la stessa Gerusalemme, conquistata circa un secolo prima, tornò in mano ai Saraceni. I Templari avevano presieduto alla fondazione di un .altro ordine cavalleresco a carattere militare-religioso, i Cavalieri Teutonici. Questi ultimi furono attivi nel Medio Oriente in numero piuttosto limitato; ma verso la metà del secolo XIII rivolsero l'attenzione verso le frontiere nord-orientali della cristianità. Là si crearono un principato indipendente, l'Ordenstaat o Ordensland, che abbracciava quasi tutto il Baltico orientale. In questo principato, che si estendeva dalla Prussia al golfo di Finlandia e al territorio russo, i Cavalieri Teutonici godevano di una sovranità incontestata, lontano da ogni controllo secolare ed ecclesiastico.
Fin dalla nascita dell'Ordenstaat, i Templari avevano sempre invidiato l'indipendenza e l'immunità dell'ordine confratello. Dopo la caduta della Terrasanta, incominciarono a pensare di crearsi uno Stato tutto loro, per potervi esercitare un'autorità incontrastata e un'autonomia simile a quella dei Cavalieri Teutonici. A differenza di questi ultimi, però, i Templari non provavano il minimo interesse per le terre selvagge e desolate dell'Europa orientale. Ormai erano troppo abituati ai lussi e all'opulenza. E quindi sognavano di fondare il loro Stato in un territorio più accessibile e congeniale: la Linguadoca.
Nel 1145, mezzo secolo prima della Crociata contro gli Albigesi, lo stesso San Bernardo si era recato in Linguadoca per predicare contro gli eretici catari, ma quando arrivò, inorridì non tanto a causa degli eretici quanto per la corruzione della sua Chiesa. Invece, gli eretici gli fecero una notevole impressione. « Nessun sermone è più cristiano dei loro » dichiarò. « E la loro morale è pura ».
Nel 1200 Roma era decisamente allarmata per la situazione, e sapeva benissimo che i baroni dell'Europa settentrionale guardavano con invidia le ricche terre e le città del sud. Quell'invidia poteva venire sfruttata agevolmente; e i signori del nord avrebbero costituito le truppe d'assalto della Chiesa. Occorreva soltanto una provocazione, un pretesto per scatenare l'opinione pubblica.
Il pretesto non tardò ad arrivare. Il 14 gennaio 1208 uno dei legati pontifici in Linguadoca, Pierre de Castelnau, fu assassinato. Sembra che l'omicidio fosse stato commesso da ribelli anticlericali che non avevano nessun legame con i Catari. Roma, che aveva trovato il pretesto desiderato, non esitò invece ad accusare gli aborriti eretici. Subito papa Innocenze III bandì una Crociata. Sebbene vi fossero state persecuzioni intermittenti contro gli eretici durante tutto il secolo precedente, questa volta la Chiesa mobilitò tutte le sue forze. L'eresia doveva essere estirpata per sempre, e tra il 1208 e il 1242, le armate al comando dei prìncipi francesi fedeli al papato organizzarono una vera e propria Crociata contro i Càtari (o Albigesi) per estirpare al più presto quello che venne definito il “cuore ribelle di Francia”, e invasero l’Occitania.
Si radunò un vero esercito, al comando dell'abate di Citeaux. Le operazioni militari vennero affidate soprattutto a Simone di Montfort, padre dell'uomo che in seguito avrebbe avuto un ruolo decisivo nella storia inglese. Guidati da Simone, i crociati del papa partirono, decisi a distruggere la più eletta cultura europea del Medioevo. In questa santa impresa si avvalsero dell'aiuto di un nuovo e prezioso alleato, un fanatico spagnolo che si chiamava Domenico Guzmàn. Spronato da un odio feroce contro l'eresia, nel 1216 Guzmàn fondò l'Ordine dei domenicani, e nel 1233 i domenicani crearono un'istituzione infame: la Santa Inquisizione. I Catari non sarebbero stati le sue uniche vittime. Prima della Crociata contro gli Albigesi molti nobili della Linguadoca - soprattutto le influenti casate di Trecavel e di Tolosa - avevano mostrato molta benevolenza verso la numerosa popolazione ebrea della zona. La protezione e gli appoggi furono ritirati per ordine della Chiesa.
Nel 1209, quando i francesi, guidati da Simone di Montfort, invasero l'Occitania, potevano essere contrastati solamente da Raimondo VI di Tolosa, che era nominalmente il signore di Trencavel, visconte di Albi, Béziers e Carcassona, e da Raimondo Ruggero, conte di Foix, che aderivano alla chiesa catara, ma le loro forze erano troppo deboli per resistere agli attacchi dei francesi. I “crociati” (Franchi) prendono così Béziers, gli abitanti, riuniti nella cattedrale, vengono bruciati vivi, senza distinzione di fede, di sesso o di età. Il genocidio spirituale del popolo d’oc comincia così con un imponente genocidio fisico. Poi Montfort consolida e amplia la propria conquista rinnovando i massacri. Il legato pontificio, sempre al suo fianco, lo sprona a non andare troppo per il sottile, a non distinguere tra Cattolici e Catari: “Uccideteli tutti, Dio sceglierà i suoi…”. Montfort non si fa pregare e scaglia di persona contro le rocce un buon numero di neonati, rei soltanto di essere occitani. A partire dai primi anni della sua esistenza, l'Ordine dei Templari aveva mantenuto rapporti piuttosto buoni con i Catari, specialmente nella Linguadoca. Molti ricchi proprietari terrieri, catari o simpatizzanti dei Catari, avevano donato all'Ordine cospicui possedimenti. Secondo ciò che ha scritto recentemente uno studioso, almeno uno dei co-fondatori del Tempio era un Cataro. La cosa appare piuttosto improbabile, ma è indiscutibile che Bertrand de Blanchefort, quarto Gran maestro dell'Ordine, veniva da una famiglia catara. Quarant'anni dopo la morte di Bertrand, i suoi discendenti combatterono a fianco di altri nobili catari contro gli invasori nordici guidati da Simone di Montfort. Durante la Crociata contro gli Albigesi, i Templari si mantennero ufficialmente neutrali e si limitarono ad assumere il ruolo di testimoni. Nel contempo, però, sembra che il Gran maestro in carica chiarisse la posizione dell'Ordine quando affermò che c'era una sola, vera Crociata: la Crociata contro i Saraceni. Inoltre un attento esame dei documenti dell'epoca rivela che i Templari provvidero a ospitare molti profughi Catari. Qualche volta, sembra, presero addirittura le armi per difendere questi profughi. E un esame dei registri dell'Ordine all'inizio della Crociata contro gli Albigesi rivela una forte affluenza di Catari nelle file dei Templari, dove neppure i crociati di Simone di Montfort osarono sfidarli. In effetti, i registri dei Templari di quel periodo mostrano che una percentuale notevole degli alti dignitari dell'Ordine proveniva dalle famiglie catare.
L'Occitania nel 1209 con in verde i possedimenti della contea
di Tolosa e in verde chiaro i territori suoi vassalli, oltre ai
domini della corona d'Aragona con i territori dei propri
vassalli. I casati di Tolosa e d'Aragona avevano comunque
forti parentele. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
In Linguadoca, le alte cariche erano ricoperte da Catari più spesso che da Cattolici. E soprattutto, i nobili Catari che entravano nell'Ordine non venivano mandati in giro per il mondo con la stessa frequenza dei loro confratelli cattolici. Al contrario, risulta che rimanessero in maggioranza nella Linguadoca, creando per l'Ordine, in quella regione, una base stabile e duratura.
Grazie ai loro contatti con la cultura islamica e con quella giudaica, i Templari avevano già assimilato molte idee estranee al cristianesimo romano. I maestri Templari, ad esempio, avevano spesso segretari arabi, e molti cavalieri che avevano imparato la lingua araba in prigionia la parlavano correntemente. Si mantenevano anche stretti rapporti con comunità ebraiche, soprattutto in campo finanziario e culturale. In questo modo, i Templari assorbivano molte idee che di norma Roma non tollerava. In seguito all'afflusso delle numerose reclute catare, ora i cavalieri erano esposti all'influenza del dualismo gnostico, sempre ammettendo che prima non l'avessero mai conosciuto.
Carta con i domini della corona
d'Aragona in Occitania nel
1112-1213.
Nel 1213 si compie intanto la breve unificazione occitanica. Il conte di Tolosa e i suoi feudatari, in segreto, giurano obbedienza al potente conte-re catalano Pietro II d’Aragona. Pietro entra subito in guerra contro i francesi e i catalano-occitani si battono, il 12 settembre 1213, a Muret, contro i crociati. La battaglia sarà, inopinatamente, vinta dai crociati e lo stesso Pietro II cadrà sul campo. L’unità occitana è fatta e disfatta nel giro di pochi mesi. I catalani tornano in patria. Le due nazioni saranno divise per sempre. Nel 1216 gli occitani si sollevano in tutto il territorio. Raimondo VII varca il Rodano e riconquista Tolosa. Gli occitani si battono contro i francesi al grido di “Tolosa e Provença!”. Il vecchio conte Raimondo VI è richiamato dall’esilio aragonese. Simone di Montfort riorganizza le sue forze e attacca Tolosa, sotto le cui mura viene però sconfitto e ucciso nel 1219. “Lo lop es mòrt, visca Tolosa ciutat radiosa!” (Il lupo è morto, viva Tolosa città radiosa!) grida il popolo esultante. Luigi VIII invade con un nuovo, poderoso esercito l’Occitania, conquistando Avignone, rifugio di catari e valdesi. Nel 1242, Raimondo VII rialza però la testa. Fa giustiziare gli inquisitori reali di Avignone e riprende, a Narbona, il proprio titolo. Si allea col re d’Inghilterra (sovrano anche dell’Aquitania), con l’imperatore germanico (sovrano formale della Provenza) e col re di Aragona. Dopo una prima sconfitta nel Poitou, la lega si sfalda come neve al sole. I francesi continuano la caccia agli eretici sul territorio conquistato. Nel 1244 cade, sembra con l’aiuto di montanari baschi, il castello di Montsegur, dove si erano ritirati 200 “perfetti” col seguito. Verranno tutti arsi vivi in una radura vicina, chiamata ancora “lo prat dels cremants” (il prato dei bruciati). La caduta di Montsegur segna, per gli storici, la fine della Crociata degli Albigesi. Si sa tuttavia che l’ultimo ridotto cataro a cadere fu Queribus, nel maggio 1255. Si calcola che gli occitani morti in conseguenza della crociata siano stati almeno 400.000 (quasi un sesto della popolazione).
I valdesi furono duramente perseguitati anche nei secoli successivi ma, a differenza dei catari, l'Inquisizione non riuscirà mai a spegnere il focolaio valdese nonostante la durissima repressione. Vivendo nella clandestinità, e spesso riuscendo a nascondersi in zone eccentriche, il movimento valdese riuscirà ad arrivare al XVI secolo e ad aderire alla Riforma protestante calvinista nel 1532 col sinodo di Chanforan, segnando una svolta decisiva per il futuro della comunità.
Nel 1246 avviene anche l’Anschluss (annessione) della Provenza. Beatrice, ereditiera della contea, viene fatta sposare a Carlo d’Angiò, parente del re di Francia. Le città provenzali si rifiutano di riconoscere il nuovo sovrano per timore di perdere le proprie libertà municipali. Carlo d’Angiò le “pacifica” ad una ad una, naturalmente con le armi, Arles, Aix, Marsiglia. La resistenza provenzale dura, comunque, dieci anni.
A causa delle mutate situazioni politiche, col tempo, il Catalano ha cominciato a formare una lingua a sé, mentre l'Occitano, diviso in dialetti regionali, a loro volta spezzettati in sempre più particolaristiche varianti locali, ha, pian piano, perduto una parte della propria dignità letteraria.
Nel 1291 ormai era caduto tutto l'Outremer, e la Terrasanta era quasi completamente sotto il dominio musulmano. Restava soltanto Acri, ma anche quest'ultima fortezza venne perduta nel maggio del 1291. I Templari si comportarono eroicamente nella difesa della città ormai condannata. Lo stesso Gran maestro, benché ferito gravemente, continuò a battersi fino alla morte. Poiché a bordo delle galee dell'Ordine lo spazio era limitato, furono evacuati le donne e i bambini, e tutti i cavalieri, inclusi i feriti, decisero di rimanere. Quando cadde l'ultimo bastione di Acri, cadde con drammaticità apocalittica: le mura crollarono seppellendo assedianti e difensori. I Templari stabilirono a Cipro il loro nuovo quartier generale; ma con la perdita della Terrasanta, si trovavano privi della loro raison d'étre. Poiché non c'erano più terre infedeli da conquistare, l'Ordine cominciò a rivolgere l'attenzione sull'Europa, nella speranza di trovare una giustificazione per continuare la propria esistenza.
Nel 1306 Filippo IV di Francia, detto Filippo il Bello, smaniava dal desiderio di sbarazzarsi dei Templari insediati sul suo territorio. Erano arroganti e indomabili. Erano efficienti e perfettamente addestrati, e formavano un esercito di professionisti assai più forte e meglio organizzato di quello che lui stesso poteva sperare di radunare. Erano saldamente piazzati in tutta la Francia, e ormai anche la loro sottomissione al papa era puramente nominale. Filippo non aveva la minima autorità sull'Ordine, al quale doveva parecchio denaro, e non riusciva ad ottenerne altro in prestito. Non aveva dimenticato l'umiliazione subita quando, per sottrarsi a una folla di parigini ribelli, era stato costretto a cercare rifugio nel presidio dei Templari. Aspirava a mettere le mani sulle immense ricchezze dei Templari, che aveva avuto modo di vedere durante il soggiorno presso di loro. E quando aveva chiesto di entrare nell'Ordine come postulante, aveva subito l'affronto di venire altezzosamente respinto. Tutti questi fattori, unitamente alla prospettiva allarmante di trovarsi uno Stato templare indipendente proprio sull'uscio di casa, bastarono a spronarlo all'azione. L'eresia, come al solito, poteva essere un comodo pretesto. Per prima cosa, Filippo doveva assicurarsi la collaborazione del papa, al quale i Templari dovevano obbedienza, almeno in teoria. Tra il 1303 e il 1305, il re di Francia e i suoi ministri riuscirono a sequestrare e a far morire un papa (Bonifacio VIII) e molto probabilmente a ucciderne un altro con il veleno (Benedetto XI). Poi, nel 1305, Filippo ottenne l'elezione al soglio pontificio (che si teneva ad Avignone) del suo candidato, l'arcivescovo di Bordeaux, che prese il nome di Clemente V. Questi doveva troppo al re per potersi opporre alle sue richieste, e le richieste includevano la soppressione dell'Ordine dei Templari. Filippo pianificò abilmente le sue mosse. Fu compilato un elenco di capi d'accusa, forniti in parte dalle spie che il re aveva infiltrato nell'Ordine, in parte dalle confessioni volontarie di un sedicente Templare rinnegato. Armato di queste imputazioni, Filippo poté finalmente agire; e quando sferrò il colpo, fu inaspettato, fulmineo, efficiente ed esiziale. Con un'operazione di sicurezza degna delle SS o della Gestapo, il re fece recapitare ordini segreti sigillati ai suoi siniscalchi, in tutto il paese. Gli ordini dovevano venire aperti simultaneamente e subito eseguiti. All'alba di venerdì 13 ottobre 1307, tutti i Templari in Francia dovevano venire catturati e posti in stato d'arresto dagli uomini del re, i loro presidi dovevano essere messi sotto sequestro, i loro beni confiscati. Ma anche se, a quanto pare, l'operazione a sorpresa riuscì secondo le intenzioni del re, gli sfuggì ciò che più gli stava a cuore: l'immensa ricchezza dell'Ordine. Non fu mai trovata, e la sorte del favoloso « tesoro dei Templari » rimane ancora oggi un mistero. Secondo molti indizi, sembrerebbe che i Templari avessero ricevuto una specie di preavviso. Poco prima che gli arresti venissero effettuati, ad esempio, il Gran maestro Jacques de Molay si fece consegnare molti dei libri e dei registri dell'Ordine, e ordinò di bruciarli. Un cavaliere che si ritirò dall'Ordine in quel periodo si sentì dire dal tesoriere che la sua decisione era molto « saggia », dato che la catastrofe era imminente. A tutti i presidi francesi fu inviata una comunicazione ufficiale, che ordinava di non rivelare nessuna informazione sui riti e le tradizioni dell'Ordine, i cavalieri che furono catturati si arresero passivamente, come se avessero ricevuto istruzioni precise, esistono prove convincenti della fuga organizzata di un gruppo di cavalieri: virtualmente tutti coloro che avevano legami con il tesoriere del Tempio. Perciò forse non è sorprendente che il tesoro del Tempio fosse scomparso, come erano scomparsi quasi tutti i documenti. Alcune voci insistenti ma non confermate affermano che il tesoro sarebbe stato asportato nottetempo dal presidio di Parigi, poco prima degli arresti. Secondo tali voci, fu trasportato con i carri fino alla costa, presumibilmente alla base navale dell'Ordine a La Rochelle, e quindi caricato su diciotto galee delle quali non si seppe mai più nulla. In Francia, i Templari arrestati furono processati; molti vennero sottoposti a torture. Furono estorte strane confessioni e formulate accuse ancora più strane. Nel paese incominciarono a circolare dicerie agghiaccianti. Si raccontava che i Templari adorassero un diavolo chiamato Baphomet. Nelle cerimonie segrete si sarebbero prosternati davanti a una testa barbuta d'uomo, che parlava e conferiva loro poteri occulti. I testimoni non autorizzati che avevano assistito a quelle cerimonie erano scomparsi. E c'erano altre accuse ancora più vaghe: i Templari avevano praticato l'infanticidio, avevano insegnato alle donne come abortire; all'iniziazione dei postulanti venivano scambiati baci osceni; erano dediti all'omosessualità. Ma tra tutte le accuse rivolte a questi miliziani di Cristo, che per lui avevano combattuto e sacrificato la vita, ce n'è una che spicca per la sua contraddittorietà e per la sua apparente assurdità: i Templari erano accusati di rinnegare ritualmente Cristo, di ripudiare la croce, di calpestarla e di sputarvi sopra. In Francia, se non altrove, il fato dei Templari tratti in arresto era segnato. Filippo li perseguitò con spietata ferocia. Molti furono bruciati vivi, molti altri torturati e condannati al carcere. Nel contempo, il re continuava a insistere presso il papa, chiedendogli misure sempre più rigorose contro l'Ordine. Dopo aver resistito per qualche tempo, nel 1312 il papa cedette, e sciolse ufficialmente i Cavalieri Templari, senza che fosse mai stato pronunciato un verdetto definitivo di colpevolezza. Ma nel regno di Filippo i processi, le inchieste e le indagini continuarono per altri due anni. Finalmente, nel marzo 1314, Jacques de Molay, il Gran maestro, e Geoffroi de Charnay, Precettore della Normandia, furono bruciati a fuoco lento. Con la loro esecuzione, i Templari sembrarono scomparire dalla scena della storia. Tuttavia, l'Ordine non cessò di esistere. Anzi, sarebbe stato sorprendente se questo fosse accaduto, dato il grande numero dei cavalieri che erano rimasti all'estero o che erano stati assolti.
Il genero di Filippo, Edoardo II d'Inghilterra, ad esempio, all'inizio si levò in difesa dell'Ordine. Alla fine, sottoposto a pressioni da parte del papa e del suocero, accolse le loro richieste, ma solo in parte e senza molto impegno. Pur avendo quasi tutti i Templari in Inghilterra il tempo di fuggire, parecchi furono arrestati. Tuttavia, quasi tutti subirono lievi condanne; spesso si trattava di pochi anni di penitenza in abbazie e monasteri, dove vivevano piuttosto comodamente. Le loro terre furono assegnate ai Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni; ma personalmente non subirono le feroci persecuzioni che avevano colpito i loro confratelli in Francia. Altrove, l'eliminazione dei Templari incontrò difficoltà ancora più grandi. La Scozia, ad esempio, a quei tempi era in guerra con gli Inglesi, e la situazione caotica lasciava poche possibilità di mettere in pratica certi adempimenti legali. Perciò le Bolle papali che scioglievano l'Ordine non furono mai rese pubbliche in Scozia, e di conseguenza in Scozia l'Ordine non fu mai sciolto. Molti Templari inglesi e, sembra, anche francesi trovarono rifugio in Scozia, e si sa che un loro contingente combattè a fianco di Robert Bruce nella battaglia di Bannockburn nel 1314. Secondo una leggenda - suffragata da diverse prove - l'Ordine sopravvisse in Scozia ancora per quattro secoli. Con gli scontri del 1688-91, Giacomo II d'Inghilterra fu deposto da Guglielmo d'Orange. In Scozia, i sostenitori del sovrano Stuart insorsero e, nella battaglia di Killiekranke, combattuta nel 1689, John Claverhouse, visconte di Dundee, morì sul campo. Quando fu ritrovato il suo cadavere, si scoprì che portava la Gran croce dell'Ordine del Tempio: un'insegna che non era recente, anzi risaliva a prima del 1307. Nella Lorena, che a quei tempi faceva parte della Germania e non della Francia, i Templari ebbero l'appoggio del duca. Alcuni furono processati ma assolti. Moltissimi, sembra, obbedirono al loro precettore, che ordinò loro di tagliarsi la barba, indossare abiti secolari e mimetizzarsi tra la popolazione.
Nella Germania vera e propria, i Templari sfidarono apertamente i loro giudici, minacciando di prendere le armi. Intimiditi, i giudici li proclamarono innocenti; e quando l'Ordine fu sciolto ufficialmente, molti Templari tedeschi entrarono negli Ospitalieri di San Giovanni o nei Cavalieri Teutonici. Anche in Spagna i Templari resistettero ai persecutori e trovarono rifugio in altri ordini.
In Portogallo, l'Ordine fu scagionato da un'inchiesta e si limitò a modificare il proprio nome, assumendo quello di Cavalieri di Cristo. Sotto questa nuova etichetta, continuò a esistere fino al XVI secolo, dedicandosi ad attività marinare. Vasco da Gama era un Cavaliere di Cristo, e il principe Enrico il Navigatore era Gran maestro dell'Ordine. Le navi dei Cavalieri di Cristo portavano il simbolo tradizionale della croce patente rossa. E sotto la stessa insegna le tre caravelle di Cristoforo Colombo attraversarono l'Atlantico e raggiunsero il Nuovo Mondo. In quanto a Colombo, aveva sposato la figlia di un ex Cavaliere di Cristo e aveva avuto modo di consultare le carte e i diari del suocero.
Quindi, in molti modi diversi, i Templari sopravvissero all'attacco sferrato il 13 ottobre 1307. E nel 1522 i Cavalieri Teutonici, progenie prussiana dei Templari, ritornarono alla stato laicale, ripudiarono la sottomissione a Roma e si schierarono a sostegno di un eretico ribelle che si chiamava Martin Lutero. Due secoli dopo lo scioglimento del loro Ordine, i Templari, sia pure indirettamente, si vendicarono così della Chiesa che li aveva traditi. Vi sono autori, soprattutto quelli che seguono la tradizione della massoneria, che considerano i Templari come adepti mistici e iniziati, custodi di una sapienza arcana che trascende lo stesso cristianesimo, e probabilmente da loro derivano i riferimenti all'"arte della costruzione" o "muratoria" incentrati nella figura di Hiram Abif, figura allegorica nel rituale massonico, che è indicato come l'architetto capo della costruzione del Tempio di Salomone, edificato attorno all'anno 988 a.C. Dai Templari, o dall'ordine che li ha emanati, si sviluppano le varie società segrete massoniche che attraverso vari nomi, dai Rosa-Croce agli Illuminati ai Carbonari, hanno cospirato a danno di alcune monarchie europee: George Washington stesso si è fatto rappresentare con gli indumenti tipicamente massoni, e anche negli USA la massoneria è molto influente.
Ricostruzione della
maledizione dei Templari
Nel 1314 l'ultimo Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Jacques de Molay muore sul rogo, a Parigi, per ordine del re Filippo IV (Filippo il Bello) di Francia. Il 18 marzo 1314, Jacques Molay e Goffredo di Charney, precettore di Normandia e custode della Sacra Sindone, salirono sul rogo approntato su un'isoletta della Senna a Parigi, dove ora sorge Notre Dame, con altri due alti funzionari del Tempio. Secondo una leggenda che non tramonterà mai, sul rogo il sovrano maestro dei Templari lanciò una maledizione: avrebbe chiamato Clemente V e Filippo il Bello dinanzi al Tribunale di Dio: il papa entro 40 giorni, il re entro 40 settimane. E così accadde. Clemente V morì il 20 aprile a Roquemare. Una morte senza gloria, per un’infezione intestinale. Quel giorno, a piangerlo, furono soltanto i suoi parenti che aveva coperto d’oro, impunemente. Il suo pontificato fu indubbiamente il trionfo della simonia e del commercio delle cariche ecclesiastiche. Filippo “il Bello” lo avrebbe seguito il 29 novembre, otto mesi dopo: un’agonia straziante dopo una cadut da cavallo a Fontainebleau. Da quel momento cominciò a prendere piede la leggenda della maledizione templare. Si diffuse la voce che la notte successiva al rogo del De Molay un piccolo gruppo di sette “liberi muratori”, guidati da un templare, avesse raggiunto il luogo del supplizio. Un convegno misterioso. Pare che quel manipolo di audaci scagliò pugni di polvere in direzione del palazzo del re, pronunciando la terribile maledizione del Machenach: la stessa mormorata dalle labbra dei carpentieri quando fu ucciso Chiram Abiff, architetto del re Hiram di Tiro, il maestro costruttore che progettò il tempio di Salomone. Un legame misterioso legava i Cavalieri dai bianchi mantelli ai “liberi muratori”, che avevano per maestro il biblico architetto conoscitore dei segreti delle piramidi: un legame che aveva reso possibile, in Europa, il trionfo delle cattedrali gotiche. Un segreto custodito ermeticamente all’ombra di un’acacia sempreverde. Ad ogni modo sembrò davvero che una maledizione perseguitasse i discendenti di Filippo il Bello. Ai suoi tre figli il destino riservò una sorte infausta: morirono giovani, uno dopo l’altro. Più nessuno di loro regnava in Francia pochi anni dopo, nel 1328. Dapprima toccò a Luigi X “l’Attaccabrighe”; poi a Filippo V “il Lungo” e infine a Carlo IV, che raggiunse suo padre nella tomba all’età di 34 anni, dopo cinque anni di regno. Con la morte di Carlo IV il trono di Francia si trovò senza eredi maschi, sebbene i tre figli di Filippo il Bello avessero giaciuto con sei mogli. A corte, a succedere ai genitori, c’erano soltanto bambine. In questo modo si estinse la secolare casata dei Capetingi. Il trono, a questo punto, spettava a Giovanna: figlia maggiore di Luigi X “l’Attaccabrighe”, ma fu prontamente esautorata dallo zio Filippo di Valois, fratello di Filippo IV “il Bello”, che si fece incoronare re con il nome di Filippo V, come se il figlio di suo fratello, “il Lungo”, che aveva preso quel nome regale prima di lui, non fosse mai esistito. Subito dopo la cerimonia dell’incoronazione il nuovo re si preoccupò di convocare un'assemblea di notabili e professori dell'Università di Parigi, i quali sancirono il suo diritto al trono in base a una legge istituita per l'occasione: la “legge salica”! Secondo questa legge una donna non poteva regnare in Francia. Un ostacolo insormontabile, per le generazioni future, alla successione femminile sul trono di Francia e, in seguito, anche su quello d'Italia. Tutto sembrava a posto! Invece il sedicenne Edoardo III d'Inghilterra, figlio d’Isabella e nipote di Filippo “il Bello”, non accettò quella che definì “l’usurpazione dello zio” e fece udire la sua voce rivendicando per sé l’ambito trono di Francia. Affascinante la prospettiva! Un regno esteso dai Pirenei e dal Mediterraneo al Vallo Caledonico e all’Irlanda. Un regno potentissimo che, se attuato, avrebbe sconvolto l’Europa. E con questa rivendicazione cominciò la “Guerra dei Cent’anni”: il più lungo conflitto che la storia ricordi. Devastò la dolce Francia per un secolo, in compagnia del flagello della peste. Fin dove spinse l’esoterismo templare molte volte raffigurato con immagini dualistiche, come due cavalieri su un unico cavallo? Veramente i cavalieri dai bianchi mantelli teorizzarono l’esistenza di due Messia: Gesù e Giuda? Come pure troviamo ricorrenti i due Giovanni: il Battista, quello dell’equinozio d’estate, e l’Evangelista, quello dell’equinozio d’inverno. E' vero che rinnegavano san Pietro e san Paolo, definiti eresiarchi della peggiore specie? E poi, per quale motivo la croce era vilipesa nei loro riti? Quali verità i Templari avevano scoperto a Gerusalemme? Avevano davvero elaborato una nuova teologia dualistica, neoplatonica, addirittura pagana? Domande destinate a restare senza risposte! Di certo papa Clemente V cambiò improvvisamente opinione sul loro conto: se prima esternava la sua convinzione che i cavalieri dai bianchi mantelli fossero innocenti dalle accuse ascritte, improvvisamente volle cancellare quell’ordine cavalleresco, e addirittura autorizzò le peggiori torture durante gli interrogatori, come la bruciatura dei piedi finché le ossa fossero state scoperte!
Cos’era emerso di tanto pericoloso? Al di là di molte e suggestive ipotesi pare legittima l’ipotesi di una comunanza gnostica tra Albigesi, Templari e Assassini (Hashishin). Di certo furono sicuramente in contatto tra loro. La setta degli Ismaeliti, l’albero portante degli Assassini, conosceva sette gradi di perfezione ed era caratterizzata da una palese opposizione all’autorità dogmatica dell’Islam. Pare che anche i Templari avessero sette gradi al loro interno e avessero sviluppato un’indubbia sofferenza verso i dogmi ecclesiastici. Presso gli “onesti Companions” ai tre gradi di Apprendista, Compagno d’Arte e Maestri andavano aggiunti i quattro gradi di “purificazione”: della terra, dell’acqua, dell’aria e del fuoco. I sodalizi Templari, impregnati dalla gnosi della “Gaia Scienza d’Amore”, adottarono la segretezza dei misteri antichi e svilupparono per primi, in Occidente, le tecniche iniziatiche obliate con l’avvento del Cristianesimo, un tempo remoto in uso in Egitto, presso l’Antica Grecia e nelle scuole pitagoriche. Ad ogni modo, accantonando esoterismo e comunanza gnostica, la cancellazione dell’Ordine del Tempio avvantaggiò incommensurabilmente i banchieri toscani. Era giunto il loro turno per gestire la riscossione di tasse e decime pontificie in tutta l’Europa e, anche, di amministrare le tesoriere di molti re, soprattutto a Parigi e Londra: il loro agente in Francia, Noffo Dei, aveva svolto un ottimo “lavoro”! Squin de Florian e Noffo Dei, poi gran maestro degli Ospitalieri, oggi cavalieri di Malta, furono additati come i Templari traditori che tramarono per affossare l'ordine del Tempio.
La guerra dei Cent’anni (1338-1453) non è stata soltanto una guerra tra la Francia e l’Inghilterra, ma anche una lunga lotta di resistenza degli occitani occidentali contro l’annessionismo francese. E’ un esercito guascone, e non inglese, quello che, dopo tante vittorie, viene disfatto dai francesi a Castillon, nel 1453.
Cartina dei domini territoriali nella Francia
nel 1477 da: http://www.la-cerchia.it/sito/
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I secoli seguenti sono testimoni di continue rivolte degli occitani verso i sovrani che ne diminuivano la libertà. Nel 1539 il re di Francia Francesco I bandisce l'occitano dagli atti amministrativi; ciò nonostante la lingua d'oc conserva fino al XVII secolo uno status ufficiale nel Regno di Navarra. Un altro elemento di opposizione costante alla politica francese, rappresentata dai governatori, è costituito dal popolo, il quale scatena tutta una serie di rivolte contro il malgoverno e la miseria, la più importante delle quali è quella dei “cròcants” (da “cròc”, uncino, la loro arma preferita) del 1594-95, diffusa in tutta l’Occitania nord-occidentale e non priva di una vena ideologica ugonotta. Ugonòtto è il termine, dal francese huguenot, che deriva dal tedesco Eidgenosse «confederato» (nome di un partito di Ginevra nel 16° sec.), incrociato con il nome del capo del partito antisavoiardo Hugues Besançon, e si riferisce al movimento religioso, civile e politico-militare dei protestanti calvinisti che, dal 1535 al 1628 (e in particolare dal 1560 al 1598), si batté in Francia, in lunghe guerre, per la restaurazione delle libertà feudali contro l’assolutismo regio.
Quello che oggi è indicato sotto il nome di calvinismo è una dottrina cristiana sorta nel XVI secolo nell'ambito della Riforma protestante a seguito dell'opera e della predicazione di Giovanni Calvino. Le chiese che seguono la dottrina calvinista sono spesso chiamate Chiese riformate, sebbene il termine sia talvolta utilizzato per indicare l'insieme più vasto delle chiese protestanti. Le chiese calviniste condividono le principali dottrine del cristianesimo e delle altre chiese, in particolare per quanto riguarda l'unità e trinità di Dio e la natura divina di Gesù Cristo, così come formulate nei primi concili ecumenici e fissate nel credo niceno-costantinopolitano. Il calvinismo si differenzia dalla Chiesa cattolica ma anche dal luteranesimo per le sue particolari visioni dottrinali, come ad esempio la presenza reale ma solo spirituale di Cristo nell'Eucaristia, il principio regolatore del culto e la proibizione di adorare immagini religiose.
Croce ugonotta, uno
dei simboli valdesi.
I valdesi furono duramente perseguitati nei secoli precedenti e, a differenza dei catari, l'Inquisizione non riuscirà mai a spegnere il focolaio valdese, nonostante la durissima repressione. Vivendo nella clandestinità, e spesso riuscendo a nascondersi in zone eccentriche, il movimento valdese riuscirà ad arrivare al XVI secolo e ad aderire alla Riforma protestante calvinista nel 1532 col sinodo di Chanforan, segnando una svolta decisiva per il futuro della comunità.
Il termine "calvinismo" venne coniato ed utilizzato dai luterani per indicare quelli che seguono la dottrina di Calvino; molte denominazioni all'interno della Riforma preferiscono comunque utilizzare il termine "riformate" per differenziarsi dai calvinisti veri e propri. A partire dalla controversia arminiana, i riformati (cioè i cristiani protestanti che si distinguono dai luterani) si sono divisi in calvinisti e arminiani; ad ogni modo, dal momento che gli arminiani e i calvinisti rappresentano due scuole di pensiero diverse, oggi il termine "riformato" (con il quale gli arminiani non si sono mai identificati) è diventato sinonimo di "calvinista".
Le aree europee dove il calvinismo ha avuto la maggiore diffusione sono la Svizzera (con Ginevra e Zurigo come centri più importanti), la Francia (dove però non riuscì a prevalere), l'Olanda, la Scozia, l'Ungheria e alcuni principati della Germania, sebbene nei territori dell'Impero sia diventata religione ammessa, al pari del luteranesimo, solo dopo la guerra dei trent'anni. In Italia ha aderito al protestantesimo riformato la Chiesa Valdese.
Giovanni Calvino
 1509-1564.
Il fine ultimo o principio ultimo del calvinismo è la gloria di Dio. Creazione e redenzione non hanno per fine ultimo nostra soddisfazione e piacere. L'evangelizzazione, il servizio sociale e altre attività simili non dovrebbero essere intese per il beneficio ultimo della creatura umana, ma per dare gloria al Dio trino. A servizio di Dio su questa terra, il cristiano si prefigge di manifestare la maestà, la potenza e la grazia di Dio, glorificare Dio in ogni cosa. Il cristiano non guarda alle cose che fa semplicemente come qualcosa che gli sia richiesto, come semplici attività terrene, ma come qualcosa che deve tornare a credito della lode di Dio per tutta l'eternità. Sebbene questo sistema di pensiero sia stato reso esplicito da Calvino nei suoi scritti, esso è stato ulteriormente elaborato (spesso nel contesto di controversie) nell'ultima parte del XVI secolo e in parte riassunto nei Canoni del Concilio di Dordrecht (1618) in ciò che comunemente sono stati chiamati i "cinque punti del calvinismo":
- Depravazione totale della creatura umana (la creatura umana è totalmente contaminata dal peccato tanto che tutto ciò che fa ne è inficiato e condizionato).
- Elezione incondizionata (Dio ha predestinato dall'eternità chi sarebbe stato oggetto della grazia salvifica indipendentemente da qualsiasi loro merito, per solo Suo insindacabile e giusto beneplacito).
- Redenzione limitata o particolare (Cristo è morto ed ha guadagnato la salvezza soltanto per coloro che Dio ad essa ha designato);
- Grazia irresistibile (gli eletti sono attirati a Cristo e Lo abbracciano con fede in modo irresistibile);
Perseveranza dei santi (gli eletti giungeranno alla salvezza in modo certo e non possono scadere dalla grazia).
- La principale distinzione tra Calvinismo e Luteranesimo sussiste in materia di dottrina della Santa Cena. Se, infatti, per Lutero e i suoi seguaci l'ascolto della Parola e la Santa Cena avrebbero eguale importanza nella vita del cristiano e della comunità, nell'interpretazione calvinista la Parola assume maggior rilievo della Santa Cena, la cui rilevanza non è, tuttavia, disconosciuta.
Le confessioni di fede riformate pubblicate dopo il 1618 pure esprimono queste dottrine, sebbene le pongano nel contesto più ampio dell'universale sovranità di Dio. Ciononostante, molti noti teologi come James Ussher (1581-1656), John Davenant (1576-1641), John Cameron (1579-1625) ed altri, insegnavano la redenzione generale. Il calvinismo, negli ultimi 400 anni, ha esercitato una vasta influenza su ogni aspetto della vita del mondo occidentale, anche se spesso il suo reale impatto è stato misconosciuto.
Teologia - Il contributo del calvinismo è stato più ovvio nel campo della teologia e della vita ed azione cristiana. Si potrebbe stilare una lunga lista di teologi, predicatori e riformatori dei passati 400 anni. Ricordiamo, per esempio, John Owen, Thomas Boston, George Whitefield, William Wilbeforce, Anthony Ashley-Cooper (settimo conte di Shaftesbury), Abraham Kuyper, Charles Hodge, Benjamin B. Warfield, John Gresham Machen, Karl Barth e molti altri dalla forte posizione calvinista. Nessuno di loro mai ha sostenuto l'idea che la religione fosse qualcosa da tenersi separata dalla loro vita nel mondo. Essi vedevano il Calvinismo come qualcosa che abbraccia il tutto della vita, che influenza ogni sfera del pensiero e dell'azione.
Scienze naturali - Il calvinismo, sin dall'inizio, pure ha avuto un'influenza considerevole sullo sviluppo delle scienze naturali. Pierre de la Ramée, Ambroise Paré (Pareto), Bernard Pallissy, Francis Bacon (Bacone), John Napier di Merchistoun, ed altri nei primi giorni della rivoluzione scientifica, pure erano calvinisti, e molti scienziati dal XVII secolo hanno sostenuto questa posizione teologica, credendo che Dio, con la Sua provvidenza sostiene tutta la natura secondo le Sue leggi e le Sue strutture. È per questo che l'essere umano può comprenderle ed usarle in questo mondo.
Politica - Dal tempo di John Knox in Scozia e dell'ammiraglio Gaspard de Coligny in Francia, per tutta la rivoluzione puritana in Inghilterra nel XVII secolo, fino ad Abraham Kuyper e Herman Dooyeweerd in Olanda, come pure Émile Doumergue in Francia nel XIX e XX secolo, i calvinisti hanno pure avuto un ruolo importante nel cercare di sviluppare ed applicare una concezione cristiana della politica e dello stato. Credendo che Cristo è "Signore dei signori e Re dei re", hanno cercato di portare sia governanti che governati a riconoscerlo come Colui verso il quale sono responsabili. Al tempo stesso essi hanno insistito, come lo stesso Calvino che il dispotismo o l'oligarchia, a causa della natura peccaminosa dell'essere umano, conduce solo all'oppressione, ma che la democrazia regolata dalle leggi fornisce la sola vera organizzazione politica che può garantire la giustizia e la libertà. Proprio per questo punto di vista, è stato il calvinismo a fornire la base del moderno costituzionalismo.
Arte - Anche nell'Arte il calvinismo ha avuto un considerevole effetto. Non solo Calvino, con l'uso che faceva della lingua francese ha fatto molto per stabilirla su solide fondamenta, ma anche l'uso che ne ha fatto Clement Marot, Beza, ed altri per preparare il Salterio cantato in lingua volgare per il culto, ha stimolato l'interesse del Protestantesimo nella poesia. Sotto la sua influenza sono comparsi Salmi in musica e in metrica in molte lingue, fra cui l'inglese, l'olandese, l'italiano e l'ungherese. Le prime opere di John Milton riflettono questo stimolo, come pure fanno William Cowper, Willem Bilderdijk e molti altri. Nelle arti figurative i cosiddetti "piccoli maestri calvinisti" nell'Olanda del XVII secolo e molti altri che li seguono in Francia, Inghilterra ed America, sono stati influenzati dal punto di vista calvinista. Da un punto di vista certamente più negativo, l'iconoclastia calvinista comportò notevoli perdite in opere d'arte (in particolare statue e vetrate) che furono distrutte tra il 1520 e il 1530.
È diventato comune l'associare il calvinismo alla nascita del capitalismo, a causa della sua dottrina sulla vocazione, sulla sua insistenza sulla necessità di lavorare in modo duro e diligente, come pure la moderazione in ogni cosa ed il risparmio. Max Weber, sociologo tedesco, seguito da Richard Henry Tawney, Ernst Troeltsch e molti altri, hanno proposto questa particolare interpretazione. C'è senza dubbio una certa misura di verità in questo (lavorare diligentemente, vivere in modo moderato e risparmiare, il tutto per la gloria di Dio, è indubbiamente una prospettiva biblica sul lavoro). L'insistenza però sul fatto che il calvinismo ponga troppo l'accento sulla proprietà privata, la pratica dell'interesse bancario e l'approccio razionale all'attività economica che conduce allo sfruttamento del lavoratore, mettendo così le basi per un capitalismo senz'anima, manca del tutto di evidenze storiche ed è ancora da comprovare. Alcuni hanno giustamente osservato come, di fatto, sono stati gli avversari del calvinismo a favorire e sviluppare il capitalismo. Negli ultimi 400 anni il calvinismo ha conosciuto un'evoluzione della maggior parte delle chiese riformate storiche, nel pieno spirito dell'idea di riforma, sulla base delle concezioni liberalidemocratiche, di tolleranza e di laicità dello stato, del secolo dei lumi e della Rivoluzione Francese. In questo quadro sono state aperte nuove prospettive dello studio e dell'interpretazione del testo biblico, in senso storico. L'evoluzione in tal senso implica anche un rapporto non conflittuale verso i progressi tecnici e scientifici.
L’editto di Nantes elesse l’Occitania a rifugio legale per gli Ugonotti, di fede cristiana "protestante" aderente al calvinismo. L'editto di Nantes fu un decreto emanato dal re Enrico IV il 13 aprile 1598 che pose termine alla serie di guerre di religione che avevano devastato la Francia dal 1562 al 1598, regolando la posizione degli ugonotti (calvinisti). Esso fu revocato nel 1685 da Luigi XIV (editto di Fontainebleau). L'editto riconosceva la libertà di coscienza, cioè la libertà di avere convinzioni interiori e di comportarsi di conseguenza, in tutto il territorio francese, la libertà di culto nei territori dove i protestanti si erano già installati prima del 1597, tranne che a Parigi, Rouen, Lione, Digione e Tolosa e l'inverso (cioè il divieto di praticare il culto cattolico) a Saumur, La Rochelle e Montpellier; la possibilità di accedere a cariche pubbliche e scuole; concedeva inoltre ai protestanti un centinaio di piazzeforti. Nelle città di Bordeaux, Grenoble e Castres i protestanti ebbero il diritto di venire giudicati da tribunali costituiti per metà da loro correligionari.
Nell'editto tuttavia la parola "tolleranza" non compare mai: in quel tempo infatti essa era associata ad un concetto negativo per entrambe le fedi. Ciascun credente si riteneva il detentore della verità assoluta e colui che praticava un altro credo pregiudicava così la propria vita eterna e quindi era un dovere impedire che “l’altro” permanesse nell'errore. Ciascuna fede pretendeva pertanto il diritto di salvare, anche con la costrizione fisica, gli appartenenti alla fede avversa. Pertanto i cattolici considerarono l'editto un mezzo per contenere l'espansione protestante, in attesa della futura estinzione del nuovo credo, mentre i protestanti lo considerarono nient'altro che una pausa nell’impegno doveroso di conversione dei cattolici. L'editto pose fine alle cosiddette guerre di religione francesi.
Nel Trattato sulla tolleranza Voltaire, passato alla storia come pensatore anticristiano per antonomasia, tanto da arrivare a sostenere che «ogni uomo sensato, ogni uomo dabbene, deve avere orrore per la setta cristiana», descrive una persecuzione di cui i valdesi furono vittime nell'aprile del 1545:
« Poco tempo prima della morte di Francesco I alcuni membri del Parlamento di Provenza, sobillati da alcuni ecclesiastici contro gli abitanti di Mérindol e di Cabrières, chiesero al re dei soldati per appoggiare l'esecuzione di diciannove persone di questi paesi, da loro condannate: invece ne fecero sgozzare 6000, senza risparmiare né donne, né vecchi, né bambini; ridussero in cenere trenta villaggi. Queste popolazioni, fino allora sconosciute, avevano il torto, senza dubbio, di essere valdesi: era questa la loro unica malvagità. Da trecento anni vivevano in deserti e montagne che avevano reso fertili con un lavoro incredibile. La loro vita pastorale e tranquilla ricordava l'innocenza attribuita alle prime età del mondo. Le città vicine non erano conosciute da loro che per i prodotti che vi andavano a vendere; ignoravano i processi e la guerra. Non si difesero: furono sgozzati come degli animali in fuga, che si spingono in un recinto e si uccidono.»
Nel 1561 venne firmata la Pace di Cavour, primo esempio di libertà religiosa nell'Europa moderna. In realtà il valdismo poteva essere confessato solo nelle zone di montagna, al di sopra dei 700 m. Persecuzioni vengono scatenate in Puglia e soprattutto in Calabria, dove dalla fine di maggio al giugno 1561 un migliaio di Valdesi sono massacrati dalle truppe del Regno di Napoli con l'appoggio dell'Inquisizione di Roma.
Oltre a una certa immigrazione, si verificò così anche una lunga serie di conversioni alla fede calvinista. Il regno di Navarra assunse addirittura questa fede quale religione di Stato.Vasti territori d’oc divennero protestanti (ugonotti). Nel 1620, Luigi XIII, alla testa di un’armata, impose, in barba al voto contrario degli Stati bearnesi, l’annessione diretta della Navarra alla Francia e annegò nel sangue una rivolta protestante.
Ci fu un tempo un Regno di Navarra che si estendeva su entrambi i lati dei Pirenei, che venne diviso tra Francia e Spagna nel XVI secolo. La parte di Navarra sul lato francese viene chiamata Bassa Navarra (in Basco Nafarroa Beherea o Benafarroa), nell'odierno dipartimento francese dei Pirenei Atlantici.
Rappresentazione di battaglia
 campale seicentesca con
bandiera Occitana da:
 http://www.la-cerchia.it/sito/
È il primo passo. Nel 1630, Richelieu, che ha bisogno di fondi per la politica militare del re, allinea i “Pays d’Etats” allo stesso regime fiscale della Francia. Il desiderio di rendere più efficiente il prelievo fiscale fu una delle maggiori cause dell'accentramento amministrativo e reale francese nell'età moderna. La taglia (Taille), diventò una delle maggiori entrate fiscali. Esentati dalla taille erano i nobili e il clero, ufficiali della corona, militari, magistrati, professori e studenti universitari e certe città ("Villes franches"), come ad esempio Parigi.
Le province erano di tre tipi: i "pays d'élection", i "pays d'état" e i "pays d'imposition".
- Nei pays d'élection (i più antichi possedimenti della corona francese; alcune di queste province avevano un'autonomia simile a un pays d'état in un primo momento, ma poi con le riforme reali le persero), l'accertamento e la riscossione delle tasse veniva affidata a ufficiali eletti (almeno originariamente, ma in seguito la carica venne comprata), e le tasse erano "personali", vale a dire che gravavano sui non-nobili.
- Nei pays d'état (province con stati provinciali), province che godevano ancora di una certa autonomia fiscale, l'accertamento delle tasse veniva stabilito dai consigli locali e la tassa era solitamente "reale", val a dire che veniva attribuita a terre non-nobili (i nobili che possedevano quelle terre dovevano pagare l'imposizione).
- Nei pays d'imposition, territori di più recente conquista, che mantenevano ancora le loro storiche istituzioni, la tassazione veniva ispezionata dall'intendente.
I “cascaveus” (“campanelli”: portavano infatti un bubbolo al braccio) provenzali si rivoltano immediatamente e costringono Richelieu a rimangiarsi la sua decisione. In Linguadoca è lo stesso governatore francese, Montmorency, a mettersi alla testa della rivolta che scoppia nel 1632. Dopo alcune fortunate battaglie, Montmorency viene fatto prigioniero dai francesi e giustiziato a Tolosa. La sua morte sarà pianta dagli occitani come quella di un eroe nazionale.
Nel 1685, la revoca dell’editto di Nantes segnò l’inizio delle persecuzioni massicce contro i protestanti: le cosiddette “dragonnades”. I “camisards”, guerriglieri protestanti che parlavano occitanico e si battevano contro i francesi in maniche di camicia, furono eliminati soltanto nel 1710, dopo una repressione spietata che mieté un numero spropositato di vittime e spopolò un'intera regione. Gli avvenimenti del 1789, con la presa della Bastiglia, scatenano l’entusiasmo degli occitani. Il vecchio ideale di libertà e di progresso, sempre perseguito con le motivazioni ideologiche più diverse e mai raggiunto, sembra a un passo dalla sua realizzazione. Il colpo di Stato del marzo del 1793, che porta Robespierre al potere (e dietro di lui l’alleanza della piccola borghesia e del “popolo”) provoca un’immediata risposta in Occitania: la sollevazione girondina. L’ideologia girondina, moderatamente federalista, era, del resto, condivisa in altre regioni “francesi”: in Normandia e a Lione, per esempio. Essa era tuttavia forte soprattutto in Occitania: e una motivazione nazionale occitanica di fondo, magari inconscia, certamente esisteva. Infatti, la borghesia d’oc aderì subito all’appello di Vernhaud (Vergniaud), un politico limosino che riteneva giunto il momento di studiare “le misure da prendersi per formare, con i 24 dipartimenti del “Midi”, una repubblica federativa che vada da Bordeaux a Lione”. I Giacobini mandano subito un corpo di spedizione in Occitania. Tolone viene conquistata, Parigi ha vinto ancora una volta. L’Occitania appoggerà sempre i movimenti “rivoluzionari” che tenteranno di conferirle una propria autonomia nazionale ma verrà più volte tradita dalla mancanza dell’appoggio popolare. I suoi abitanti, infatti, sono sempre stati più portati allo scambio fraterno e culturale non riuscendo a darsi un'organizzazione unitaria politica. Solo ultimamente, con la caduta delle frontiere europee, l’Occitania sta prendendo una coscienza di Stato unitario ed indipendente. A differenza dei “fratelli” baschi, non sono le bombe a far parlare della voglia di autonomia, ma la musica, le danze, la poesia

I VALORI OCCITANI
Cavaliere Occitano da:
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Il feudalesimo occitano era temperato dal costume romano: molte terre sfuggivano alla proprietà feudale, erano i cosiddetti allodi. Il termine "allodio" (dal latino allodium) era utilizzato nel Medioevo per indicare i beni e le terre possedute in piena proprietà, in opposizione ai termini feudo o beneficio con i quali si indicavano invece i beni ricevuti in concessione da un signore dietro prestazione di un giuramento di fedeltà (omaggio feudale o vassallatico) e che erano pressoché inesistenti a sud della Loira. Ai francesi che sostenevano "Nessuna terra senza signore", i nobili occitani rispondevano: "Senza titolo, nessun signore". La proprietà derivava infatti da atti scritti, secondo la consuetudine romana. Le città occitane, anche quelle di origine greca, continuavano, imperturbabili, a datare gli annali dalla loro fondazione, a volte presunta, ad opera dei romani (ad urbe condita) e conservarono libertà e privilegi: godevano del potere pieno dell’autogoverno, affidato ai consoli e al senato cittadino, che le imparentava strettamente ai Comuni dell’Italia centro-settentrionale. Nei momenti difficili, le città occitane, proprio come i comuni italiani, rinunciavano al governo collegiale e si affidavano ad un podestà (accadde ad Avignone, a Marsiglia, ad Arles). Le città erano talvolta federate fra loro in simpolicias (Marsiglia e i centri vicini; Tolosa e le città limitrofe) e in simaquias (famosa quella costruita da Marsiglia, Ales, Tarascona ed Avignone). I feudatari rispettavano i poteri cittadini e si accontentavano di un autorità meramente formale. In Occitania non esisteva, poi, la servitù della gleba (o comunque un legame troppo stretto che vincolava il contadino alla terra); il contadino era libero di contrattare il canone enfiteutico (ovvero il contratto con cui il contadino, con l’obbligo di migliorare il fondo, lo coltiva dando al proprietario una quota dei frutti) col signore o con l’abate che possedevano la terra e, in caso di mancato accordo, di andarsene a vivere in città. Esisteva invece una classe di schiavi, ma era costituita solamente da prigionieri di guerra. Tra i nobili ed il popolo si erano già formati potenti ceti intermedi, i menestrels (artigiani e imprenditori) e i mercadiers (commercianti) organizzati in corporazioni che limitavano il profitto individuale, disciplinavano la concorrenza e regolavano la produzione. Il potere cittadino era, spesso, nelle loro mani. Nel sud della Francia, e quindi nell’Occitania, vigeva il diritto romano mentre nella nord vigeva il diritto germanico consuetudinario. Una classe di giudici e di notai viveva al fianco dei mercanti ed assumeva un importanza crescente nel governo delle città. Il territorio d’Oc, nonostante la divisione politica, formava una sola comunità giuridica ed economica, legata all’Italia ed alla penisola iberica anche se rivolta commercialmente all’Europa settentrionale e all’Oriente mediterraneo.
Dame Occitane che danzano
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L’ideologia trovadorica, che è l’espressione rivoluzionaria della particolare società occitanica, riverbera, attraverso l’imitazione e l’esempio, il proprio messaggio sulla nobiltà feudale e sulla borghesia cittadina. La jòi e il paratge, sono infatti le due nozioni-chiave dell’etica occitanica. Il paratge, cioè l’uguaglianza morale di tutti i componenti di un gruppo sociale, porta con sé, quale seconda faccia, la mercéscioè la tolleranza. Del resto ariani e cattolici, ebrei e musulmani, erano vissuti insieme, pacificamente, per secoli, su quello stesso territorio. Il gusto della jòi, cioè della gioia di vivere e della sublimazione erotica, aveva informato di sé tutta la società occitanica e preparato il terreno al diffondersi dell'eresia catara, favorito, appunto, dalla tolleranza e dalla mancanza di contatti con le università cattolico-carolinge del nord e provocato dalla eccessiva rilassatezza dei costumi assai visibile nel clero. La poesia dei trovatori nasce nel cuore della società occitanica medioevale ed interagisce con le sue caratteristiche, ponendosi addirittura come ideologia “rivoluzionaria”. Esalta anzitutto il privilegio della jovènt, della gioventù, contro la tradizione che attribuiva ai vecchi ogni saggezza, e della jòi, la gioia, contro la contrizione ed il dolore dei cristiani. Poi compie la riabilitazione morale della donna, contro la sua reputazione di essere peccaminoso. Infine riscatta l’adulterio, peccato allora fra i più deprecati, regolandolo e sublimandolo attraverso la fin’amour. Diremo qui, tra parentesi, che la lingua d’oc ha dato al francese, con i trovatori, proprio la parola amour. I primi scritti in lingua d’oc sono databili al 900, mentre i primi versi dei troubadour (cioè i trovatori) risalgono al 1100 (ricordiamo a questo proposito le liriche del Duca di Aquitania Guglielmo IX). Dal 1100 al 1200, la lingua e la letteratura d’oc iniziano a diffondersi in tutta Europa e molti poeti italiani, catalani e francesi adottano la lingua occitana per esprimere il loro ardore amoroso e la loro immaginazione. Durante questo periodo aureo, la lingua dei troubadour assume una sua precisa fisionomia ed uniformità che la caratterizzeranno fino alla metà del XIII secolo, quando inizierà il processo di frammentazione dialettale indotto, in parte, dal declino politico ed economico dei feudi occitani (Carcassonne fu tra i più importanti) entrati in conflitto con il potere regio francese e con la Chiesa romana.
Danza occitana: circolo circasso.
da: http://www.la-cerchia.it/sito/
Nonostante le vicende politiche, che mai hanno permesso la costituzione di uno stato occitano, la lingua d'Oc ha sempre mantenuto un'importanza preminente, tanto da essere praticamente la prima lingua letteraria nel Medio Evo dopo il latino. I troubadours, poeti e musici apprezzati al loro tempo in tutta Europa, cantavano in occitano le gesta dei cavalieri, l'amore (spesso adultero) per le dame ed altri valori che, in qualche modo, si ritrovano ancor oggi nel carattere delle genti d'Oc. "Questi valori - il 'pretz', ossia la riconoscenza pubblica delle proprie qualità, la 'largueza', o generosità d'animo, l' 'humiltat', la 'convivencia', ossia la tolleranza, la 'jovent', il privilegio della giovinezza di spirito - si precisavano, così, in un atteggiamento generale, definito 'paratge', autentica novità sociale apportata dal movimento trobadorico, che investiva ogni comportamento dell'individuo e la sua concezione etica, definiti 'mezura' e 'cortezia' ed esaltati nel rapporto amoroso sublimato, la 'fin'amor', estrapolazione del rapporto feudale a quello uomo-donna (con la riabilitazione morale di quest'ultima finalmente non vista come fonte di peccato ma di ispirazione poetica). La grande varietà di temi, stili e generi, la ricchezza dei valori espressi, la forma musicale dei testi, una raffinata tecnica letteraria promossero la diffusione della lirica trobadorica ben al di là dei limiti dell'Occitania, fino ad influenzare i trouvéres francesi, i Minnesinger tedeschi, i poeti di Galizia e Portogallo, la scuola siciliana ed il "dolce stil novo" italiano. La sublimazione dell'erotismo, la tolleranza verso la diversità e l'uguaglianza morale facevano dell'Occitania un'isola di gaiezza nell'oscuro medioevo europeo. Per comprendere la portata e l'importanza della lingua d'Oc, si pensi che lo stesso Dante, nello scrivere la sua Divina Commedia, utilizza solo tre lingue: il volgare che gli era proprio; il latino, cioè la lingua colta e l'Occitano, con cui fa parlare i tre trovatori che incontra nel proprio viaggio (pare addirittura che egli abbia avuto la tentazione di scrivere la propria "Commedia" in lingua d'Oc).

I VALORI OCCITANI OGGI
Cartello di protesta contro la
colonizzazione dell'Occitania
da parte dello stato francese,
fotografato a Carcassona. Da:
L’ideologia di uguaglianza, di rispetto della libertà sono scritte sulla bandiera rossa con la croce gialla. Forte è l’ideologia anti-globalizzazione presente nel cuore degli occitani. Nel pastore occitano Bovè (della regione del Roquefort) si è avuto la massima espressione del dissenso Occitano nel rendere tutto e tutti uguali (si ricordi che Bovè è stato arrestato in Francia dopo aver “invaso” e “smontato” un Mc.Donalds...
"...ma per noi Occitani, che non sappiamo odiare, che sappiamo tollerare, che per primi nel mondo abbiamo avuto un conte medioevale che si è chinato innanzi alla propria dama affermando di essere il suo vassallo… quale può essere la forma di riconquista della propria autonomia? La divulgazione della nostra cultura, della nostra musica, delle nostre danze e della nostra storia."

Per il Video con i "Lou Dalfin" a Sanremo - Live 7-8-'13, dove, oltre a descrivere l'Occitania, 
eseguono Intro - Circolo Circasso - Bourèe: "Cavalier Faidit" clicca  QUI

 Per il Video con i " Cap Levat" durante
un concerto a Sanremo, clicca QUI

Per il Video con i "Lou Serpent" che eseguono
un Circolo Circasso, e la folla che danza, clicca QUI  

Differenziazioni del linguaggio Occitano
da: http://www.charemoula.it/
NELLE VALLATE OCCITANE  IN ITALIA
Le valli di lingua occitana in Italia fanno parte linguisticamente della regione del Delfinato.
Nella storia delle genti d'Oc, spesso la religione è stata fonte di distruzione di intere comunità e delle identità culturali: i Catari (dal greco "puri"), che predicavano il Vangelo di Giovanni ed intendevano vivere in povertà la propria dottrina rigorosa; i Valdesi (molte delle Valli Occitane a cavallo tra le province di Cuneo e Torino sono state valdesi in passato, e alcune sono riuscite a conservare la propria fede sino ai giorni nostri, con grande giovamento dal punto di vista non solo religioso ma culturale e di coscienza d'appartenenza); CalvinistiUgonotti, tutti ben presenti nella storia delle Valli e tutti uniti da un destino di sanguinose crociate organizzate da parte della Chiesa Cattolica o ancora vittime dei giochi di potere di stati e staterelli dell'epoca.
Nonostante gli occitani siano per loro natura sempre stati tolleranti, la propensione a mettere in discussione alcuni precetti e la moralità falsa della Chiesa Cattolica nonché una certa qual incapacità ad imporsi sul piano militare, li portò più volte alla rovina anche a livello politico e culturale. La stessa storia di Peizana è stata segnata per circa tre secoli, a partire dalla fine del 1400, da cicliche crociate contro Valdesi (detti "barbat") prima ed Ugonotti in seguito, fedi che facevano proseliti nella porzione di territorio compresa tra i confini con Sanfront e quelli con Oncino, soprattutto nelle borgate di Prato Guglielmo (Prà Vierm).
I primi testi letterari in lingua d'oc delle Valadas Occitanas sono del XV secolo e provengono dalle vallate di religione valdese Pellice, Germanasca e Chisone. Sono traduzioni bibliche e poemetti morali da cui emerge una straordinaria somiglianza con l'occitano parlato oggi nelle valli. 
Repubblica degli
 Escartouns. Clicca
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Un'esperienza importante di una qualche autonomia occitana potrebbe essere stata in qualche modo la cosiddetta Repubblica degli Escartouns, associazione di comunità alpine che potettero godere di una certa libertà (amministrazione della giustizia, diritto di battere moneta gestione del territorio), creata nel 1244 da Oulx, dalla Val Chisone, dal Brianzonese, dal Queiras e dall'Alta Val Varaita (Casteldelfino, Bellino e Pontechianale, la cosiddetta "Chastelado"). L'interessante esperienza di autogoverno finì col trattato di Utrecht del 1713, quando gli Escartouns furono suddivisi tra Piemonte e Francia. 
Marchesato di Saluzzo
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Anche lo stesso Marchesato di Saluzzo può essere visto come uno stato occitanico, il dialetto parlato a corte è stato per molto tempo di ceppo occitano o quantomeno misto. Le popolazioni delle Valli Infernotto, Po, Varaita e Maira erano (ed in gran parte sono tutt'ora) occitanofone. Nel XIII sec. il Marchesato unificava praticamente tutte le Valli Occitane a sud del Po tanto da poter esser visto come la capitale occitana al di qua delle Alpi. I soliti Savoia posero fine nel 1588 all'indipendenza di quello che avrebbe potuto essere un vero e proprio stato d'Oc anche nell'era moderna. Nel 1655 si perpetrano i massacri delle Pasque piemontesi. Nel 1685, in seguito alla revoca dell'editto di Nantes, il duca di Savoia Vittorio Amedeo II sostiene la persecuzione dei valdesi e la repressione si trasforma in una vera "caccia al valdese" fin nelle valli interne del Pinerolese e della Val Pellice a sud di Torino. 2700 profughi riparano a Ginevra. Nel 1689 mille valdesi, finanziati dal re d'Inghilterra Guglielmo III d'Orange, guidati da Enrico Arnaud, rientrano nella patria piemontese: è il famoso Glorioso rimpatrio. Nel 1700 si instaura il ghetto alpino.
Nel 1848 con le Lettere Patenti di Carlo Alberto vengono riconosciuti i diritti civili e politici dei valdesi.
Nel 1850 si sviluppa il sistema delle scuole alpine di borgata a opera del colonnello inglese Charles Beckwith. Gli antropologi chiamano "paradosso alpino" il fenomeno secondo il quale il livello di istruzione e di apertura culturale di una comunità aumenta proporzionalmente alla quota. Lo stereotipo della comunità alpina come una realtà chiusa e impermeabile è contraddetta da realtà come quella valdese, che alla fine del XIX secolo presentava una percentuale di analfabeti trascurabile e vantava contatti con le élite culturali di mezza Europa. Nel 1979 si sigla il patto di integrazione tra metodisti e valdesi in un'unica comunità confessionale. I valdesi si sono sempre impegnati per favorire la piena laicità dello stato.
La chiesa valdese si è pronunciata come fortemente contraria all'esposizione del crocefisso, e più in generale di ogni simbolo religioso, in luoghi pubblici. Per quanto riguarda i "temi etici", i valdesi hanno sempre favorito il dibattito su temi quali omosessualità, aborto, testamento biologico ed eutanasia, ponendosi di fatto in contrasto con la Chiesa Cattolica, interpretando le Sacre Scritture alla luce delle nuove scoperte teologiche, linguistiche e scientifiche, e in linea con la speculazione di illustri e venerati patriarchi cattolici quali San Paolo, Sant'Agostino e Santa Caterina da Siena. La Commissione Bioetica della Tavola Valdese si è espressa in maniera articolata sia sull'aborto sia sull'eutanasia, con posizioni che sostanzialmente si possono riassumere nell'affermazione della centralità della responsabilità personale in queste delicate decisioni. La Chiesa Valdese è anche impegnata nella diffusione del testamento biologico, i cui registri in molte città sono gestiti dalle comunità valdesi. La Chiesa evangelica valdese, durante il sinodo del 2010, si è espressa a favore della ricerca sulle cellule staminali.
Nell'Ottocento Frederic Mistral con altri poeti fonda un movimento, il Felibrige, destinato a riportare in auge la lingua d'Oc, soprattutto nel suo dialetto Provenzale. Capolavoro di Mistral è il poema Mirèio che nel 1904 gli vale il Premio Nobel per la letteratura. Nonostante la rinascita letteraria dovuta al Felibrige, l'identità occitana continua a decadere fino a metà del Novecento.
Se in Italia lo Stato non ha sicuramente aiutato i montanari occitani a mantenere la propria lingua e la propria cultura, in Francia, sin dalla Rivoluzione Francese, la lotta di Parigi contro l'identità del Midì (spesso agricolo ed arretrato e tuttavia così ricco di manodopera e di risorse naturali) è stata ben più serrata.
"Volontà politica, funzionari della pubblica amministrazione, istruzione elementare obbligatoria (nella lingua dello Stato), catechismo e predicazione religiosa, servizio militare, emigrazione, mezzi d'informazione e mentalità consumistica hanno appannato l'antica autonomia culturale, preparando il terreno per la colonizzazione esterna… ". Colonizzazione che non è tardata: se solo nel dopoguerra i giovani di tutte le Vallate si ritrovavano nelle feste di borgata a cantare i canti che si tramandavano da generazioni, a ballare i balli antichi, avevano una propria e ben precisa cultura del lavoro (in parte stagionale e precaria fin che si vuole, ma fortemente legata al territorio), appena una decina di anni fa tutto ciò era spesso già un ricordo.
A scuola, al posto di insegnare le radici nobili della parlata delle Valli tramite lo studio dei troubadours, si è sempre imposto l'uso dell'italiano, vietato quello dell'occitano (negandogli qualsiasi dignità letteraria, che pur ha) e, talvolta, tollerando quello del più fine piemontese. Tutto finito, tutto da sacrificare agli idoli del progresso e della globalizzazione culturale? Parrebbe di no, dal risveglio che, partendo da musiche, balli e canti, sembra finalmente cominciare a pervadere tutti gli aspetti della cultura e fors'anche dell'economia delle Valli. A partire dagli anni '60 in Francia ed una decina d'anni dopo nelle vallate italiane, anche per "merito di François Fontan (teorico etnista di origini guasconi 1929-1979), che a metà degli anni '60 si è rifugiato a Fraisse in valle Varaita, dei poeti Barba Toni Baudrier e Sergio Arneodo, anche le Valadas Occitanas riscoprono la loro identità. Nascono il Movimento Autonomista Occitano (M.A.O.), l'Escolo dòu Po e numerose associazioni culturali che si propongono di sensibilizzare la gente". Tutto ciò però non riesce ad arrestare la perdita d'identità culturale ed aiutare lo sviluppo di un'economia compatibile con le risorse, le tradizioni e la cultura delle Valli. E' interessante notare come non fu tanto il ventennio fascista con tutta la sua retorica patriottica e italica a danneggiare la cultura delle Valli, quanto proprio il boom degli anni '60, con le sue migrazioni di massa, che dalle zone più povere d'Italia, ha portato milioni di persone nelle grandi città. Così, se il meridionale a Torino si accasava quando possibile in zone ad alta densità di paesani, meno importante era fare la stessa cosa per il valligiano. Se era emigrato a Torino, con tutta probabilità già conosceva la città, capiva il dialetto piemontese ed era a poca distanza dal luogo d'origine.
Paradossalmente proprio questi vantaggi furono in parte le basi per la perdita, nel corso di una o due generazioni, della madre lingua. Con poco sforzo egli imparava a parlare il torinese (che aveva sempre sentito da villeggianti o dalla gente di pianura che solitamente riteneva ad un livello economico e sociale più alto del proprio), con sforzi sicuramente più grandi, iniziava a mettere da parte il necessario per migliorare il proprio status sociale e, ogni volta che tornava al paese, si sentiva un po' più torinese.
Ma il grande distacco si ha con la seconda generazione, quella nata a Torino (o Milano, Genova, Saluzzo…), quella che quando è obbligata a andare "lassù" non può che lamentarsi della noia, della
mancanza di tutte le "comodità" di città, quella che ha perso la misura del lavoro agricolo e lo disprezza, quella che in un muro in pietra, in un balcone in legno, non vede che miseria ed arretratezza. Non gli è stata insegnata probabilmente la lingua, anzi è già molto se conosce il piemontese.
Di cantare non se ne parla neanche, probabilmente già dalla prima generazione emigrata (lasciamolo agli ubriaconi di "lassù"), il ballo è solo quello liscio per la prima generazione e la discoteca per i più giovani.
Questa probabilmente la situazione per quelli che erano scappati (la maggior parte nelle alte valli: un solo esempio, Ostana passa da 1.200 abitanti prima della 1ma guerra a 8 alla fine degli anni '90). Dopo anni di inosservanza dell'art. 6 della Costituzione Italiana ("la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche"), finalmente, nel 1999, la minoranza occitana è stata riconosciuta da una legge dello Stato, la 482, assieme a sardi, ladini friulani, albanesi di Calabria, griki ecc. Nello stato spagnolo la Catalunya riconosce nei propri statuti il diritto al bilinguismo nella Val d'Aran, dove l'occitano è diventato lingua diffusa nella vita pubblica, mentre il più vasto territorio occitano nello stato francese attende ancora il riconoscimento della propria identità linguistica" (nonostante i ripetuti pronunciamenti in questo senso da parte della Comunità Europea).
La percezione che si aveva del nostro territorio prima della sua comparsa era, infatti, di un'area marginale e depressa del Piemonte. Di un "mondo dei vinti" senza futuro. "Occitania" ha significato aprirsi a un mondo nuovo, a nuove prospettive. Per la prima volta nella loro storia le Valli hanno intravisto la possibilità di costruire, a partire dall'identità d'oc, una vicenda comune, un programma coerente di sviluppo. Ed è emersa l'aspirazione a mostrasi come territorio riconoscibile, portatore di una cultura antica, i cui valori sono alla base della costruzione europea. Il filo rosso che tutto lega e tutto cuce è stata naturalmente la lingua. E là dove la lingua oggi è debole, è stata la cultura che, come sappiamo, spesso sopravvive alla lingua. Ciò non significa che nelle Valli non continui a operare una certa iniziativa localista, del piccolo è bello, del folclore che si autoreclude nella catalogazione puntuale delle tradizioni della propria borgata alpestre, del villaggio, della parrocchia. Iniziative commoventi per certi aspetti, ma sterili se non collocate in un vero progetto di sviluppo. (da http://www.charemoula.it/frammentazionelingua.asp e http://www.charemoula.it/realtaattuale.asp#grafie)

L'INNO OCCITANO è Se Chanto, (che significa: Se Canta) un canto d'amore, attribuito dalla tradizione a Gaston Phoebus, conte di Foix e visconte del Bearn (morto nel 1381). 
Molto popolare in tutta l'Occitania, fu portato in ogni paese e regione d'Occitania che lo fecero proprio, modificando il testo con qualche variante.
Nelle nostre Valli Occitane in Italia era già conosciuto nella zona valdese, e dai primi anni '70 ebbe una grande diffusione come simbolo di un popolo che vuole ritrovare le proprie radici.

Per il Video dei Lou Dalfin in: "Se Chanto", clicca QUI

Per il post "Lou Dalfin in Se Chanto e musica d'Oc:
Storia,  video, tracce e discografia" clicca QUI

Daniela Mandrile
DANZE OCCITANE
Daniela Mandrile, nata a Caraglio in Valle Grana, a partire dalla fine degli anni 70 ha svolto attività di studio e diffusione nel campo della danza occitana. Con oltre 30 anni d'esperienza e centinaia di corsi al suo attivo, Daniela è la prima ad aver codificato l'insegnamento e avviato un percorso di ricerca e divulgazione delle danze occitane. Partendo dalle valli occitane, passando per la Provenza fino alla Guascogna e arrivando alle zone basche-occitane, Daniela ha guidato gli allievi in un viaggio a passo di danza, svelando segreti e tradizioni di un patrimonio vasto e ricco, quale quello delle danze occitane; la si può contattare su FaceBook.

Video in cui Sergio Berardo dei Lou Dalfin parla dell'Occitania
ed elegge Daniela Mandrile prima ed unica insegnante di Danze Occitane d'Italia QUI

Ed ecco un saggio di come danza e fa danzare Daniela:
Per il Video con Daniela in "Mondi Danzanti", clicca QUI
Per il Video con Daniela durante un corso di "Fandango con Arin Arin", clicca QUI
Per il Video con Daniela durante un corso di danze Occitane tenuto a Legino, clicca QUI
Per i Video con Daniela durante un corso di danze Occitane tenuto a Sanremo:
- Scottish Limousin e Bourrée Infinita, clicca QUI
- Scottish de l'Aiasa (la Gazza ladra), Brancou, Rondeau de Samatan, Bourrée Droite du Pays Fort, Congo de Captieux, clicca QUI
Il libro scritto da Daniela, con Anna
 e Fabrizio, sulle danze Occitane.
Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Daniela ha co-scritto un libro sulla cultura e le danze Occitane:
Per i Video della presentazione del libro con gli autori e i protagonisti, tenuta a Vernante, il paese della Courenta :
Per il primo video, clicca QUI
Per il secondo video, clicca QUI
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Bandiera dell'Occitania.


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