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domenica 14 dicembre 2014

Grande Storia dell'Europa - 4° - Dal 1.096 al 1.914 e.v.

Cartina dell'Europa con le aree indicanti la fede religiosa e i percorsi
delle Crociate dal XI al XIII secolo: Prima crociata 1096-1099 con i domini
cristiani conquistati, Terza Crociata 1188-1192, Quarta Crociata 1202-1204,
in cui i crociati saccheggiarono Costantinopoli e perpetrarono stragi
di cristiani, Settima Crociata 1248-1254. Sono indicati i luoghi di
raduno dei Crociati. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 1.096 - Ha inizio la Prima CrociataNon si deve pensare a una pianificazione a tavolino della "crociata" (nome che compare peraltro solo dal XIII secolo), poiché sembra che il movimento sia nato quasi per caso, con effetti che nessuno poteva all'epoca calcolare. In accordo col concetto assai discusso di "guerra santa" (bellum iustum), nel Cristianesimo le spedizioni che erano ritenute giuste lo erano in quanto "di difesa" e rappresentavano un'originale fusione tra guerra e pellegrinaggio (i crociati avevano infatti ricevuto dal Papa gli stessi privilegi spirituali dei pellegrini). La disciplina che più da vicino fece da modello alla "crociata" fu quella stabilita da papa Alessandro II per la spedizione in Aragona contro i Mori del 1.063, nei conflitti che, nel loro insieme, vengono definiti la Reconquista. In quell'occasione il pontefice aveva concesso ai cristiani di portare in battaglia il vessillo di San Pietro, una bandiera con valenze di benedizione sacrale e di investitura giuridica feudale da parte del Papato. Con la vittoria e le retoriche cronache dell'epoca, arricchite di miracoli e di gesta epiche che volevano contrapporre "Vizio" e "Virtù", si iniziò a concepire la guerra agli "infedeli" come spiritualmente meritoria. Intanto la zona di Gerusalemme era finita col diventare oggetto della lotta fra Bizantini, Arabi e Turchi selgiuchidi. Sotto la sovranità araba non si erano verificati incidenti di sorta fra musulmani e cristiani (nasrānī in arabo), con l'eccezione costituita dalla politica persecutoria adottata dal sovrano fatimide d'Egitto al-Hakim, all'inizio del XI secolo, sebbene in tutto il mondo islamico i cristiani rimanessero nella condizione di "sudditi protetti" e assoggettati ad alcune discriminazioni. Nell'impero bizantino la città di Antiochia era caduta nel 1.085 grazie al vittorioso assedio dei turchi selgiuchidi. La componente selgiuchide che si sarebbe autodefinita "di Rūm", cioè "romea", "dell'area bizantina", era arrivata a insediarsi a Nicea, attuale Iznik, e parti non esigue dell'Asia minore erano state da loro assoggettate. Di fronte a questo crescente pericolo proveniente da Oriente, l'Impero bizantino fu indotto a rivolgersi, per cercare aiuto, all'Occidente latino. L'imperatore bizantino Alessio Comneno chiese aiuto al conte di Fiandra tramite una lettera. Questa circostanza tornò a favore di Papa Urbano II, il quale, secondo il cronista Bernoldo di Costanza, avrebbe fatto riferimento all'aiuto da portare ai Cristiani d'Oriente nel concilio di Piacenza, precedente l'accorato appello finale di Clermont. Nel 1.054 la tradizionale estraneità tra la Chiesa occidentale che faceva riferimento al Papa e la Chiesa orientale che faceva riferimento al Patriarca di Costantinopoli era sfociata in uno scisma. Il fatto decisivo che aveva portato a tale scisma era stato la disputa sul "filioque", come atto finale di un lungo braccio di ferro fra i due vescovi che si contendevano il primato. L'espressione latina filioque significa "e dal figlio" e deve la sua importanza al fatto di essere in uso nelle chiese di rito latino, in aggiunta al testo del Credo niceno-costantinopolitano, nella parte relativa allo Spirito Santo: qui ex patre (filioque) procedit, cioè "che procede dal Padre (e dal Figlio)". Tale aggiunta fu condannata come eretica dal patriarca di Costantinopoli e fu una delle ragioni del Grande Scisma. Quando Papa Urbano II indisse un pellegrinaggio armato al concilio di Clermont (1.095) nessuno pronunciò la parola "crociata". Lo scopo era l'arrivo di una massa di pellegrini armati nei luoghi santi della Cristianità. Nel progetto di Papa Urbano II, aiutando Alessio Comneno a ristabilire la sua autorità, sul lungo periodo, avrebbe posto le basi per una riconciliazione e riunificazione tra la Chiesa d'Occidente e quella d'Oriente nella lotta contro gli infedeli.
Il tentativo fallì sin dall'inizio. Innanzitutto, la prima risposta da parte dei fedeli la si ebbe con la cosiddetta Crociata dei Poveri: spedizione assolutamente improvvisata da parte di contadini provenienti soprattutto dall'Auvergne, animati da predicatori come Pietro l'Eremita. Data l'impreparazione militare di questi volontari, essi, giunti in Anatolia si gettarono a corpo morto in battaglia sui turchi selgiuchidi presso Nicea e vennero sterminati. Poi seguirono spedizioni (come la Crociata dei Tedeschi) che commisero numerosi eccidi di israeliti, gli unici che potevano prestare denaro al costo di tassi d'interesse, cosa preclusa ai cristiani dalla loro religione. Si disse che si era cercato di convertire a forza gli ebrei al Cristianesimo, anche se è probabile che si intendesse in tal modo evitare la restituzioni di debiti contratti in precedenza.
Infine, nella "Crociata dei Nobili o dei Baroni" (anche se nessun barone ne fece parte), i territori conquistati in Asia minore, Siria e Palestina, divennero stati "latini", governati da cattolici: Edessa, Antiochia, Gerusalemme e Tripoli (in Palestina, non l'attuale capitale libica) che iniziò a conquistare Raimondo IV di Tolosa (dal 1.103 durante la crociata del 1.101), contrariamente al giuramento di vassallaggio richiesto ai nobili dall'imperatore Romano d'Oriente, che non si vide restituito alcun territorio. Di conseguenza non vi fu alcuna riconciliazione e riunificazione tra la Chiesa d'Occidente e quella d'Oriente nella lotta contro gli infedeli.

- Già nel 1.095 quindi, si era avviata la spedizione assolutamente improvvisata della Crociata dei Poveri, sull'onda dell'entusiasmo suscitato nell'opinione pubblica dal proclama di Clermont, tale che a muoversi per prime furono proprio le componenti di pauperes (poveri), raccoltesi in modo spontaneo e informale intorno ad alcuni predicatori come Pietro l'Eremita e ad alcuni cavalieri come Gualtieri Senza Averi. Si vedeva nella spedizione un ritorno alla Casa del Padre, alla Gerusalemme celeste e così, 80.000 poveri pellegrini guidati da Pietro l'Eremita, armati sommariamente e privi di disciplina militare, partirono tumultuosamente verso l'Oriente macchiandosi lungo la strada di delitti comuni e di stragi dirette, soprattutto contro le comunità ebraiche insediate lungo il Reno e il Danubio. Il 21 ottobre 1.096, stanchi di attendere la crociata dei nobili o baroni, i seguaci di Pietro si diressero di nuovo alla volta di Nicea, ma vennero sterminati non appena usciti dal campo di Civitot. Gualtieri-Senza-Averi, il conte di Hugues di Tubingue e Gautiero di Teck persero la vita in questo scontro. Su 25.000 uomini, solo 3.000 riuscirono a riguadagnare Costantinopoli. Si amalgamarono a quel punto con le forze condotte dai baroni, dando vita ai terribili Tafur. Con il termine Tafur, ai tempi della Prima Crociata, Turchi e Crociati indicarono bande di straccioni, probabilmente superstiti della crociata dei poveri riorganizzatisi in gruppi armati, temuti da nemici e amici per la loro ferocia e barbarie.

- Nel 1.096, si avvia la Crociata dei Tedeschi. Seguendo l'appello pontificio alla crociata, alcuni signori tedeschi, primi fra tutti un certo Volkmar con circa 10 mila seguaci e un discepolo di Pietro l'Eremita di nome Gottschalk (con più di 10 mila uomini), partirono verso le aree balcaniche per seguire lo stesso itinerario terrestre prescelto da Pietro e da Gualtiero prima di loro, mentre il conte Emicho von Leiningen (noto per aver espresso una certa predisposizione agli atti di violento brigantaggio) raccoglieva in Renania adesioni per il medesimo fine. Malgrado gli ordini dell'imperatore germanico Enrico IV vietassero di operare alcuna azione ostile nei confronti delle comunità ebraiche (considerate però infedeli alla pari dei musulmani), l'esercito di Emicho si abbandonò a un vero e proprio pogrom (sterminio di ebrei), forse per evitare di restituire gli interessi concordati per alcuni prestiti da lui sollecitati e ottenuti dalle comunità israelitiche. In quel periodo era assolutamente vietato ai cristiani richiedere interessi per prestiti di denaro (anche se la norma conosceva un alto numero di eccezioni, come mostrato anche in età carolingia da Erchemperto) e anche il minimo tasso preteso era considerato usura, in grado (teoricamente) di comportare automaticamente la scomunica a carico del prestatore e l'interdizione per la città che si fosse dedicata al cosiddetto "commercio del denaro": pertanto gli ebrei erano gli unici ufficialmente autorizzati a "prestare denaro ad usura", tra l'altro una delle poche attività, assieme alle professioni cosiddette "liberali" concesse loro dall'autorità cristiana. Tra il 20 e il 25 maggio a Worms il massacro della locale comunità israelitica fu portato a compimento. Altrettanto avvenne poco dopo a Magonza, dove circa un migliaio di ebrei furono trucidati. Meno drammatica fu invece l'aggressione a Colonia in quanto gli ebrei, allertati dalle notizie ricevute, avevano provveduto a nascondersi. Una coda persecutoria si registrò peraltro a Treviri, Metz, Neuss, Wevelinghofen, Eller e Xanten. Volkmar cercò di emulare Emicho a Praga, ma in Ungheria egli si trovò a subire la durissima reazione di re Colomanno d'Ungheria, che affrontò, distrusse e disperse le forze tedesche che avevano osato percorrere in armi il suo territorio e tentato di colpire i "suoi" ebrei. Gottschalk intanto si era spostato a Ratisbona per effettuarvi la sua personale strage di "infedeli" e, dopo aver cercato di resistere all'ordine regio di disarmo dei suoi uomini, assistette impotente al massacro che ne seguì. Emicho intanto, di fronte al rifiuto del permesso di transito decretato per le sue truppe da Re Colomanno (Koloman), impegnò con le truppe del sovrano ungherese un duro combattimento ma dovette anch'egli subire una dura sconfitta.

- Finalmente, nello stesso 1.096 prende avvio l'episodio della prima crociata chiamato Crociata dei Nobili o dei Baroni. All'inizio della crociata dei nobili, Goffredo di Buglione e suo fratello Baldovino di Boulogne, che diventerà poi re di Gerusalemme, erano figure secondarieRaimondo IV di Tolosa,  Boemondo di Taranto e Tancredi d'Altavilla determinavano il corso degli eventi. Raimondo IV di Tolosa o di Saint-Gilles aveva 55 anni e possedeva una dozzina di contee; può darsi che avesse già partecipato alla Reconquista spagnola. Già prima del Concilio di Clermont, il papa vide probabilmente in lui il più indicato capo militare della crociata, anche se non procedette mai alla designazione di un comandante laico, limitandosi a quella di una guida spirituale, nella persona del suo Legato Pontificio, Ademaro di Monteil, vescovo di Le Puy. All'impresa aderirono alcuni nomi famosi dell'aristocrazia feudale europea, e anche molti Comuni italiani e Repubbliche Marinare parteciparono con proprie truppe alla Crociata, a seguito del quale impegno inserirono la croce nel proprio stemma. Tra questi: Pisa, Bologna, Forlì, Genova.
Il sigillo di Raimondo IV di
 Tolosa o di Saint-Gilles.  
Raimondo IV di Tolosa, o Raimondo di Saint-Gilles, che ostentava nel suo sigillo in Terra Santa il simbolo della croce di Tolosa o Occitana che già era stata lo stemma dei Bosonidi, governanti come conti, duchi e re in Provenza durante i regni carolingi, era il più anziano e il più ricco dei capi crociati. Aveva lasciato Tolosa (dove non fece più ritorno) alla fine di ottobre del 1.096, con un grande seguito (fin dall'inizio il suo esercito fu il più numeroso) che comprendeva la moglie Elvira con, probabilmente, il figlio ultimogenito Alfonso Giordano e Ademaro, vescovo di Le Puy, legato pontificio che era virtualmente il comandante supremo della spedizione. Come risulta dal De Liberatione Civitatum Orientis, Alfonso, il figlio ultimogenito di Raimondo di Saint-Gilles, assunse il secondo nome, Giordano, al momento del suo battesimo nel fiume Giordano stesso. Un'altro figlio di Raimondo di Saint Gilles, Bertrando, rimase a governare i suoi feudi nel sud della Francia. Raimondo di Saint-Gilles si sposò tre volte, e due volte fu scomunicato per essersi sposato senza rispettare i divieti relativi al grado di parentela (consanguineità).

- Tra il 1.096 e il 1.097 tutte le truppe dei nobili erano convogliate a Costantinopoli e non era ancora chiaro quale sarebbe stato lo scopo della missione: la riconquista dell'Anatolia, la presa dei porti della Siria e, nella migliore delle ipotesi, l'arrivo fino alla Palestina. A spingere verso una conquista vera e propria di Gerusalemme, idea che dovette maturare gradualmente, furono forse anche i "poveri pellegrini" che si erano uniti alla marcia dei nobili e che davano al loro viaggio un carattere apocalittico. Comunque con la crociata detta "dei nobili", i territori che si era promesso di restituire ad Alessio Comneno non vennero mai restituiti. Infatti ad ogni nobile, l'Imperatore romano d'oriente Alessio richiese, nel 1.096 a Costantinopoli, un giuramento di vassallaggio che li impegnava a restituire all'Impero bizantino gli eventuali frutti dell'impresa; d'altra parte Tancredi d'Altavilla si rifiutò, e anche Raimondo si rifiutò nettamente di giurargli fedeltà affermando di essere pronto a riconoscere come suo signore solo Colui per il quale aveva abbandonato patria e beni. Si arrivò così ad un compromesso in base al quale Raimondo giurò che non avrebbe attentato all'onore e alla vita dell'imperatore.

Nel 1.097 - In maggio, gli eserciti dei Crociati sono riuniti presso la capitale dell'Impero Romano d'Oriente Costantinopoli e da lì, con l'aiuto dell'imperatore Alessio I Comneno, passano in Anatolia. L'assedio di Nicea, durato dal 14 maggio al 19 giugno 1.097 è un avvenimento bellico che apre le porte dell'Asia Minore agli eserciti crociati. Raimondo di Saint-Gilles è presente all'assedio di Nicea, dove la distruzione di una grande torre sul lato sud della città è opera delle sue macchine da guerra e che, con l'arrivo delle navi greche sul lago che lambiva la città sul lato ovest, determinano la decisione di resa da parte dei difensori musulmani e inoltre nella Battaglia di Dorileo, vinta dai crociati. Ma il primo ruolo importante di Raimondo di Saint-Gilles si verificherà nell'ottobre del 1.097 con l'assedio di Antiochia. I crociati avevano saputo da alcune voci che Antiochia era stata evacuata dai Turchi Selgiuchidi, cosicché Raimondo manderà il suo esercito a occuparla, irritando Boemondo di Taranto che voleva la città per sé.

- Nel luglio del 1.097 dall’insenatura del Mandraccio (la porzione più antica del porto di Genova, oggi interrata) parte, salutata da una folla di persone, la spedizione dei genovesi verso la Terra Santa.
Guglielmo con il fratello Primo di Castello, della famiglia degli Embriaci (che in genovese si dice Imbriæghi). Nel 1.098 raggiungeranno Antiochia, assediata dai cristiani, e contribuiranno ad e espugnarla.
Affresco su Palazzo San
Giorgio, al porto antico di
Genova, raffigurante
Guglielmo Embriaco col
sacro catino, ora in
San Lorenzo.
Raffaele Soprani racconta che Guglielmo Embriaco (Willielmus Caputmallei), nacque intorno al 1.070, da famiglia assai stimata a Genova. Di carattere indomito, forte, scevro da ogni timore, dotato di grande valore guerresco Guglielmo Embriaco si guadagnò il soprannome di Caputmallei, Testa di Maglio (o di martello). Nei suoi “Annali della Repubblica” Monsignor Giustiniani attribuisce questo appellativo alla fortezza sua, spiegando che il suo significato è "testa di martello".
Fu anche abile architetto, stando a quanto racconta Raffaele Soprani nel suo testo “Vite de’ pittori, scultori, ed architetti genovesi“, dove si legge che Guglielmo progettò potentissime macchine da guerra. Lo definisce uomo di gran prudenza in tutti gli affari, valoroso, ardito, sollecito e di mente sveglia. Caffaro di Rustico da Caschifellone (n.1.080 o 1.081 - Genova, 1.164 circa, marinaio, crociato, console, cronista e, pur con il suo latino approssimativo, considerato uno fra i padri fondatori della memoria storica genovese), diplomatico ed annalista che seguì i Crociati nelle loro imprese, narrando le gesta eroiche ed avventurose di questi uomini, narra come l'opera di Guglielmo fu fondamentale nella conquista di Gerusalemme. 

Carta con i dominii crociati.
Nel 1.098 - All'inizio dell'anno Baldovino di Boulogne ottiene Edessa, governata prima dall'armeno T'oros (Theodorus) e ne fa una sua contea. Solo dopo un difficile assedio, il 3 giugno del 1.098, i crociati riescono a prendere Antiochia e segue da parte loro il massacro della popolazione musulmana. Poi, durante l'assedio musulmano di Antiochia (dall'8 al 28 giugno 1.098) da parte di Kerboga, che fu l'Atabeg (governatore) di Mossul dal 1.096 al 1.102, Raimondo si ammalò; i crociati, circondati dal potente esercito del governatore, erano sfiduciati e tentati a disertare e diversi di loro, tra cui Stefano di Blois, fuggirono da Antiochia. Fu in quei frangenti che venne alla luce la Santa Lancia di Longino (custodita ora a Vienna) da parte di un monaco provenzale di nome Pietro Bartolomeo il quale, scavando nel pavimento della chiesa di San Pietro in Antiochia, aveva ritrovato la Santa reliquia. Il "miracolo" del ritrovamento sollevò il morale dei crociati che, sotto il comando di Boemondo, uscirono dalla città e inflissero una dura sconfitta alle truppe musulmane e costrinsero Kerboga a fuggire da Antiochia. La Santa Lancia che aveva trafitto, secondo i cristiani, il costato di Gesù si trasformò in una reliquia di grande importanza fra le persone che erano al seguito di Raimondo, malgrado lo scetticismo di Ademaro di Le Puy, il legato pontificio al comando della crociata e l'incredulità e il dileggio di Boemondo. Poi il legato pontificio Ademaro di Monteil morì, Boemondo di Taranto reclamava Antiochia per se stesso come suo principato con i territori limitrofi inclusi, Baldovino di Boulogne rimaneva ad Edessa e non c'era accordo tra i principi su cosa si dovesse fare. Raimondo di Tolosa, frustrato, lasciò Antiochia per intraprendere l'assedio di Ma'arrat al-Nu'man. Verso la fine dell'anno i cavalieri minori e la fanteria minacciavano di partire per Gerusalemme senza di loro.
Carta con gli stati cristiani in Terrasanta nel 1140:
Contea di Edessa, Principato di Antiochia, Contea
di Tripoli e Regno di Gerusalemme. Da "Asia minor
1140" di Alexander G. Findlay - Classical Atlas of
Ancient Geography - www.hellsbrightestcorner.
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org/wiki/File:Asia_minor_1140.jpg#/media
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Alla fine di dicembre 1.098 od ai primi di gennaio 1.099, Roberto di Normandia ed il nipote di Boemondo, Tancredi, accettarono di divenire vassalli di Raimondo di Saint-Gilles, che era abbastanza ricco da ricompensarli per il loro servizio. Goffredo di Buglione invece, che aveva rendite dal territorio del fratello a Edessa, rifiutò di fare lo stesso.

Nel 1.099 - Dopo questi avvenimenti e dopo che Boemondo ottenne il Principato d'Antiochia, indipendente dall'impero bizantino malgrado il giuramento di vassallaggio fatto all'imperatore di Costantinopoli dai nobili crociati, i cavalieri provenzali convinsero Raimondo a riaprire le ostilità. Il 5 gennaio 1.099, Raimondo IV di Saint-Gilles smantella le mura di Ma'arra, ed il 13 gennaio inizia una marcia verso sud, a piedi nudi e vestito da pellegrino, seguito da Roberto e Tancredi. Procedendo lungo la costa del Mediterraneo incontrano poca resistenza dai governanti musulmani locali, che preferiscono rimanere in pace e forniscono vettovaglie piuttosto che combattere. Forse i locali Sunniti preferivano un controllo crociato al governo degli Sciiti Fatimidi.
Alla morte di Muḥammad (Maometto) la questione della sua successione era stata infatti l’origine della più grande divisione all’interno dell’Islam fra Sciiti e Sunniti:
- Gli alidi, i discepoli di ʿAlī ibn (ibn = figlio di) Abī Ṭālib, marito di Fatima, la figlia di Maometto, indicati anche dal Profeta con il termine di "sciiti", ritenevano che gli unici legittimati ad esercitare il potere fossero l'Ahl al-Bayt, la "Gente della Casa" (esponenti della famiglia del Profeta) e che dunque ˁAlī, la loro Guida, fosse l’unico successore legittimo. Gli sciiti inoltre sostenevano che il ruolo di Imam (guida religiosa) e Califfo (autorità politica) dovessero cumularsi in un’unica persona.
- I "sunniti" (definizione data da Ibn Ḥanbal, col significato di "Gente che si rifà alla tradizione [di Maometto] e che non origina secessioni" invece ritenevano che qualsiasi fedele di buona capacità religiosa e non necessariamente discendente del Profeta, anche se preferibilmente appartenente alla sua tribù, i coreisciti, potesse guidare a pieno titolo la Comunità islamica.  
Raimondo di Saint-Gilles, che già pensava di prendere Tripoli per se stesso per creare uno Stato come avevano fatto Baldovino ad Edessa e Boemondo ad Antiochia, per prima cosa invece assedia la vicina Arqa. Il 14 febbraio 1.099, assieme a Roberto II di Normandia e a Tancredi del Monferrato (Altavilla da parte di madre e cugino di Boemondo), iniziano l'assedio di Arqa, una cittadina nei pressi di Tripoli.
Frattanto, Goffredo, insieme a Roberto di Fiandra, che pure aveva rifiutato di diventare vassallo di Raimondo, si riunirono con i crociati rimasti a Latakia e si diressero a sud, nello stesso mese di febbraio. Boemondo partì con loro ma presto tornò ad Antiochia. In questo periodo Tancredi lasciò il servizio di Raimondo e si unì a Goffredo, non si sa quale fu la causa del diverbio. Un separato contingente di forze, sebbene legato a quello di Goffredo, fu guidato da Gastone IV di Béarn.
Goffredo, Roberto, Tancredi, e Gastone arrivarono ad Arqa in marzo, mentre l'assedio continuava. La situazione era tesa non solo tra i comandanti militari, ma anche nel clero che, dalla morte di Ademaro era rimasto senza un vero leader, ed inoltre dopo che Pietro Bartolomeo aveva trovato la Lancia Sacra in Antiochia, c'erano state accuse di frode tra le differenti fazioni del clero. Alla fine, in aprile, Arnolfo di Chocques sfidò Pietro ad un'ordalia del fuoco. Pietro si sottopose all'ordalia e morì per le ustioni, questo screditò la Lancia Sacra, che fu considerata falsa e diminuì la residua autorità di Raimondo, mentore di Pietro Bartolomeo, sui Crociati. L'assedio di Arqa finì il 13 maggio quando i crociati se ne andarono senza aver ottenuto nulla. I Fatimidi sciiti tentarono di concludere la pace, a condizione che i crociati non continuassero verso Gerusalemme, ma ovviamente furono ignorati.
Da parte sua, Iftikhar al-Dawla, il governatore Fatimide sciita di Gerusalemme, apparentemente non comprendeva il motivo per cui i crociati erano venuti. I crociati andarono anche a Tripoli, dove ricevettero denaro e cavalli dal governatore della città che, secondo la cronaca anonima "Gesta Francorum", fece anche voto di convertirsi al cristianesimo se i crociati fossero riusciti a togliere Gerusalemme ai suoi nemici Fatimidi. Continuando verso sud lungo la costa, i crociati passarono Beirut il 19 maggio, Tiro il 23 maggio, e voltando verso l'interno a Giaffa, il 3 giugno raggiunsero Ramla, che era già stata abbandonata dai suoi abitanti. Qui fu istituita la diocesi di Ramlah-Lidda, nella chiesa di San Giorgio (un eroe popolare fra i crociati) prima che essi continuassero per Gerusalemme. Il 6 giugno, Goffredo inviò Tancredi e Gastone a conquistare Betlemme, dove Tancredi innalzò il suo stendardo sulla Basilica della Natività.
Regno di Gerusalemme.
Il 7 giugno i crociati raggiungono Gerusalemme. Molti urlarono quando videro la città, per raggiungere la quale avevano viaggiato così a lungo. Come ad Antiochia la città fu posta sotto assedio, ma probabilmente i crociati stessi soffrirono più dei cittadini di Gerusalemme a causa della carenza di cibo ed acqua attorno a Gerusalemme. La città era ben preparata all'assedio, ed il governatore Fatimide Iftikhar al-Dawla aveva espulso la maggior parte dei Cristiani per non subire ritorsioni interne. Degli stimati 7.000 cavalieri che avevano preso parte alla Crociata dei Nobili ne restavano solo 1.500 circa, insieme con forse 20.000 fanti dei quali 12.000 ancora in buona salute. Goffredo, Roberto di Fiandra e Roberto di Normandia (che pure aveva lasciato Raimondo per unirsi a Goffredo) assediarono le mura a nord e nord-est mentre Raimondo si accampò sul lato occidentale, nel tratto dalla Torre di Davide fino a sud, alla porta del Monte Sion. Un assalto diretto alle mura il 13 giugno fu un fallimento. Senza acqua o cibo, sia gli uomini che gli animali stavano rapidamente morendo di sete e fame, i crociati si resero conto che il tempo non era dalla loro parte.
Intanto Daiberto, arcivescovo di Pisa, arrivava in Terra Santa guidando una flotta di 120 navi e finalmente il 17 giugno giunsero via mare a Giaffa rinforzi genovesi, che portarono rifornimenti sufficienti per un breve periodo e che avrebbero costruito, sotto la supervisione di Guglielmo Embriaco, macchine da assedio. Con i Genovesi le forze cristiane arrivavano a 15.000 uomini, i musulmani all'interno della città forse a 7.000.
I crociati iniziarono a raccogliere legno dalla Samaria allo scopo di costruire macchine da assedio ma  si ritrovarono di nuovo a corto di cibo ed acqua e per la fine di giugno arrivò la notizia che un esercito fatimide si dirigeva a nord dall'Egitto. Trovandosi a fronteggiare un obiettivo apparentemente impossibile, i loro spiriti furono risollevati quando un prete di nome Pietro Desiderio dichiarò di aver ricevuto una visione divina nella quale il fantasma di Ademaro aveva dato istruzioni di digiunare per tre giorni e poi marciare a piedi nudi, in processione, attorno alle mura della città, dopo di che la città sarebbe caduta in nove giorni, seguendo l'esempio biblico di Giosuè nell'assedio di Gerico. Sebbene stessero già morendo di stenti, essi digiunarono, e l'8 luglio fecero la processione, con i preti che suonavano le trombe e cantavano i salmi, scherniti dai difensori di Gerusalemme per tutto il tempo. La processione si fermò al Monte degli Ulivi e Pietro l'eremita, Arnolfo di Chocques e Raimondo di Aguilers pronunciarono dei sermoni.
Le torri d'assedio
Proseguirono quindi l'assedio con vari assalti alle mura, ma furono tutti respinti finché le truppe Genovesi, comandate da Guglielmo Embriaco, avendo smantellato le navi con le quali erano giunti a Giaffa, usarono il legname così ottenuto per costruire alcune torri d'assedio su progetto di Guglielmo stesso. Queste furono spinte verso le mura nella notte del 14 luglio con grande sorpresa e preoccupazione dei difensori. Gli accordi prevedevano che Raimondo avrebbe attaccato dalla porta a sud, vicina al monte Sion e Goffredo e Guglielmo di Normandia dai settori nord e nord-est..
Schema della presa
di Gerusalemme nel
1099.
L'assalto riuscì piuttosto facilmente. La mattina del 15 luglio la torre di Goffredo raggiunse la sezione di mura vicino alla porta dell'angolo nord-est, e secondo le "Gesta Francorum" due cavalieri fiamminghi di Tournai, Lethalde ed Engelbert, furono i primi ad irrompere nella città, seguiti da Goffredo, suo fratello Eustachio, Tancredi, ed i loro uomini. Secondo altre fonti invece, il primo ad entrare in città fu il pisano Cucco Ricucchi, comandante di 120 galee, seguito dal concittadino Coscetto Dal Colle e Goffredo di Buglione entrò fra i primissimi nella città, coi suoi fratelli Baldovino ed Eustachio, alla testa dei suoi Lotaringi.
La torre di Raimondo fu inizialmente fermata da un fosso, ma poiché gli altri crociati erano ormai dentro la città, i musulmani a guardia della porta si arresero a Raimondo.
Scrive il Caffaro a proposito delle torri d'assedio genovesi: "Ma il capolavoro di strategia di Guglielmo è quello che porta alla conquista di Gerusalemme. I cristiani falcidiati da battaglie e epidemie stavano assediando con molti problemi la Città Santa. I genovesi decisero così di utilizzare il legno delle loro navi per costruire imponenti torri d’assedio, più robuste e alte del solito e rivestite da cuoio imbevuto d'aceto per resistere al fuoco. Quello che l’Embriaco ha in testa non è il consueto utilizzo di queste macchine d’assedio che in genere venivano accostate alle mura per permettere ai soldati all’interno sia di colpire con le balestre e gli archi sia, attraverso lunghi ponti, di “abbordare” le mura. Le difese di Gerusalemme che erano riuscite a neutralizzare questi tentativi non erano attrezzate per la mossa del condottiero che consisteva nell’abbattere la torre sui bastioni e far salire all’interno i soldati che sarebbero potuti arrivare sulle mura e quindi entrare in città al riparo dei dardi avversari. E così avvenne con un vero trionfo macchiato da una strage immane a cui parteciparono anche i genovesi. L’eco di questa vittoria è talmente vasto che Re Baldovino farà scrivere sopra la porta del Santo Sepolcro “Praepotens Genuensium Praesidium“."

Stemma dell'Ordine di Sion da:
http://www.prieure-de-sion.com/1/
- Quello stesso 15 luglio 1099, Goffredo di Buglione istituisce l'Ordine iniziatico e cavalleresco di Nostra Signora di Sion presso l'abbazia sul monte omonimo. Da: http://www.prieure-de-sion.com/1/
storia_del_priorato_di_sion_1011194.html

- Dopo che i crociati, superate le mura esterne, furono entrati nella città, si diedero al massacro e quasi tutti gli abitanti di Gerusalemme furono uccisi nel corso di quel pomeriggio, della sera e della mattina successiva. Molti musulmani cercarono riparo nella Moschea al-Aqsa dove, secondo un famoso racconto delle Gesta Francorum, "...la carneficina fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue che arrivava fino alle caviglie..." Secondo Raimondo di Aguilers "gli uomini cavalcavano con il sangue fino alle ginocchia ed alle redini." Fulcherio di Chartres, che non fu testimone oculare dell'assedio in quanto si trovava con il futuro re Baldovino I ad Edessa, narra di 10.000 morti solo nell'area del Monte del Tempio.
La cronaca di Ibn al-Qalanisi afferma che i difensori ebrei, che avevano combattuto fianco a fianco con i soldati musulmani nella difesa della città, si ritirarono non appena i crociati aprirono la breccia nelle mura a nord, cercando rifugio nella loro sinagoga, ma i "Franchi la bruciarono sopra le loro teste", uccidendo tutti coloro che erano dentro. I crociati accerchiarono l'edificio in fiamme cantando "Cristo, Ti adoriamo!". Documentazione proveniente dalla Geniza del Cairo indica che alcuni degli ebrei catturati riuscirono a riparare ad Ascalona dietro riscatto pagato dalla locale comunità ebraica.
Tancredi reclamò per se stesso il quartiere del Tempio dove offrì protezione ad alcuni dei musulmani, ma non poté impedire la loro morte per mano dei crociati suoi seguaci.
Il bilancio varia a seconda delle fonti: per i cristiani, 10.000 morti, per i musulmani, 70.000.
Il governatore fatimide Iftikhar al-Dawla si ritirò nella Torre di Davide, che presto consegnò a Raimondo in cambio di un salvacondotto per sé e le sue guardie ad Ascalona.
Le "Gesta Francorum" raccontano che qualcuno riuscì a sfuggire all'assedio illeso. Il suo anonimo autore, testimone oculare, scrive, "Quando i pagani furono sopraffatti, i nostri uomini fecero un gran numero di prigionieri, uomini, donne e perfino bambini, che uccisero o tennero in cattività, secondo i loro desideri." Più avanti è scritto, "[I nostri capi] inoltre ordinarono che tutti i morti Saraceni fossero gettati fuori a causa del terribile fetore, poiché l'intera città era piena dei loro corpi; e così i saraceni sopravvissuti trascinarono i morti davanti alle porte e li sistemarono in mucchi, che sembravano case. Nessuno aveva mai visto o sentito di un tale massacro di pagani, furono innalzate pire funerarie simili a piramidi, e solo Dio conosce il loro numero. Ma Raimondo fece in modo che l'Emiro e quelli che erano con lui fossero condotti sani e salvi ad Ascalona."
Sebbene i crociati uccisero la maggior parte dei residenti ebrei e musulmani, i racconti dei testimoni oculari (Gesta Francorum, Raimondo di Aguilers, documenti della Geniza del Cairo) indicano che ad una parte di essi fu risparmiata la vita, purché lasciassero Gerusalemme.
Tali racconti, inoltre, escludono l'ipotesi di uccisioni perpetrate dai crociati ai danni dei cristiani orientali. Parimenti le successive fonti della cristianità orientale sulla prima crociata, quali Matteo di Edessa, Anna Comnena o Michele il Siro, non ne fanno menzione.

- Dopo il massacro, il 22 luglio Goffredo di Buglione è nominato Advocatus Sancti Sepulchri (Difensore del Santo Sepolcro), rifiutando esso il titolo di re della città dove Cristo era morto, asserendo che "mai avrebbe portato una corona d'oro laddove Cristo l'aveva portata di spine. A Raimondo di Saint-Gilles, che aveva ottenuato con i suoi la Torre di David, fu offerta la corona del nuovo Regno di Gerusalemme ma la rifiutò, sia per il desiderio dei suoi guerrieri di tornare al più presto in patria avendo assolto al votum crucis crociato, sia poiché era riluttante a governare la città in cui Gesù aveva sofferto, affermava infatti di rabbrividire all'idea di essere chiamato "Re di Gerusalemme", anche perché sapeva di non avere il supporto di tutti i capi della crociata per aver risparmiato degli infedeli fra cui l'emiro (l'emiro fatimide Iftikhar al-Dawla si era ritirato nella Torre di Davide e l'aveva consegnata a Raimondo in cambio della vita e di un salvacondotto ad Ascalona per sé e le sue guardie, ecco perché aveva risparmiato loro la vita) ed inoltre aveva subito il veto dei normanni Boemondo di Taranto e Tancredi d'Altavilla.
Il patriarca greco Simeone che era stato esiliato dai musulmani a Cipro tornò al suo posto, ma i latini gli impedirono di svolgere qualsiasi funzione nella Chiesa della Risurrezione e lo costrinsero a lasciare la città di nuovo.
Mentre Raimondo, che aveva rifiutato qualunque titolo e che Goffredo aveva convinto a rinunciare anche alla Torre di Davide, andò in pellegrinaggio, in sua assenza Arnolfo di Chocques, che era stato avversato da Raimondo che aveva sostenuto invece Pietro Bartolomeo (morto per le ustioni nell'ordalia di fuoco precedentemente), è eletto primo Patriarca Latino il 1º agosto, ignorando le rivendicazioni del Patriarca Greco-ortodosso. Raimondo d'Agiles afferma che l'ordinazione era irregolare perché era stato ordinato «patriarca» senza essere nemmeno diacono, e inoltre giravano voci sulla sua vita sregolata tanto che erano state composto canzoni volgari sul suo conto.
Il 5 agosto Arnolfo, dopo aver consultato gli abitanti sopravvissuti della città, trova la reliquia della Vera Croce.
Le "Gesta Francorum" narrano che il 9 agosto, tre settimane e mezzo dopo l'assedio, Pietro l'Eremita invitò tutto il clero greco e latino a intraprendere una processione alla Basilica del Santo Sepolcro, a riprova del fatto che parte del clero orientale restò a Gerusalemme o nei suoi pressi, durante l'assedio. 
Il 12 agosto, Goffredo guida un esercito, con la Vera Croce portata all'avanguardia, contro l'esercito fatimide alla Battaglia di Ascalona. Sarà un altro successo dei crociati ma dopo la vittoria, la maggior parte di loro considera compiuto il loro voto e tutti, tranne poche centinaia, se ne tornarono a casa. Nondimeno, la loro vittoria prepara la strada per la creazione del Regno di Gerusalemme.
Nel dicembre del 1.099 Arnolfo è sostituito da Daiberto, arcivescovo di Pisa come patriarca latino di Gerusalemme, che era arrivato in Terra Santa nell'estate del 1.099 alla guida di 120 navi pisane. Goffredo di Buglione aveva un assoluto bisogno di controllare questa flotta e questo rese Daiberto molto potente.
Le nuove conquiste, definite (d')"Outremer", crearono dei presupposti d'incontro, quando non si era in guerra, fra i cristiani e i musulmani, che impararono a convivere, sia pure con reciproche difficoltà e diffidenze.

Nel 1.100 - Durante il Sabato Santo prima della Pasqua, Daiberto è il primo patriarca latino di Gerusalemme alla testa della cerimonia del Fuoco Sacro. Nonostante la cerimonia si svolga secondo le modalità previste, per la prima volta la Luce Santa non appare. Si decide di allungare la cerimonia per alcune ore continuando le invocazioni ma senza successo. I sacerdoti latini si rendono conto che le loro preghiere non sono accolte da Dio e comandano ai Crociati di confessare i loro peccati, soprattutto i massacri commessi durante la conquista di Gerusalemme. Dopo questo, come ci informa lo storico francese Guiberto, la Santa Luce appare a notte inoltrata.
A proposito del fenomeno del Fuoco Sacro, Caffaro di Rustico da Caschifellone scrive nei suoi "Annales": « All'interno di una chiesa, fuori dall'edicola del Sepolcro, dinanzi a molti che vi assistettero, in una delle lampade cominciò ad ardere il fuoco ... » Lo stupore del cronista si manifesta ancor più nel descrivere come le lampade che erano all'esterno "... si accesero una dopo l'altra fino a raggiungere il cospicuo numero di sedici".
Da http://www.shan-newspaper.com/web/misteri/453-il-mistero-del-fuoco-sacro-di-gerusalemme.html:
Oggi la basilica del Santo Sepolcro, detta anche "Chiesa della Resurrezione”, è la sede del Patriarcato ortodosso di Gerusalemme che regola indiscusso le celebrazioni dei cattolici e degli armeni all’interno della basilica. Proprio questo edificio, che rappresenta la meta di migliaia di pellegrinaggi di fede cristiana, è al centro di un particolare e misterioso fenomeno conosciuto come il “Fuoco Sacrodi Gerusalemme.
Accade infatti che da secoli, in occasione della Pasqua ortodossa, nel corso della cerimonia religiosa del Sabato Santo, all’interno della cripta deputata ad essere la tomba del Cristo si manifesti una fantasmagorica pioggia di fuoco che scende dalle pareti fino al piccolo altare.
C’è da aggiungere che il fenomeno si mostra solamente quando nella cripta officia il Patriarca ortodosso o un Vescovo da lui delegato. Quando altri religiosi hanno provato a sostituire gli ortodossi, non sono mai riusciti ad ottenere alcun risultato. Il che induce a pensare che evidentemente le gerarchie ortodosse possiedano qualche particolare conoscenza che porta ad attivare il misterioso fenomeno.
Un evento impressionante che per il suo impatto mediatico ricorda per molti versi quello della liquefazione del “sangue di San Gennaro” a Napoli. Inutile dire, in questo caso, che San Gennaro non è mai esistito e che persino la Chiesa cattolica ha preso le dovute distanze dall’evento.
Fuoco sacro a mezz'aria
La cerimonia del “Sacro Fuoco” segue una accurata prassi. La mattina del Sabato Santo avvengono accurati e minuziosi controlli, da parte della polizia israeliana, all’interno della cripta deputata a tomba del Cristo al fine di escludere categoricamente la presenza di qualche oggetto in grado di produrre il “Sacro Fuoco”. Quindi la cripta viene sigillata. Verso sera il Patriarca ortodosso di Gerusalemme, dopo essersi tolto tutti i paramenti sacri ad eccezione della tunica rituale ed essere stato accuratamente perquisito dalle autorità civili, entra nel Sepolcro, a candele spente, e si inginocchia a pregare.
Ed è qui, immediatamente oppure dopo qualche ora di preghiera, che sul marmo che ricopre la lastra della tomba cominciano ad apparire scintille di fuoco come gocce luminose.
I testimoni che hanno avuto modo di osservare il fenomeno raccontano di aver sentito un forte schiocco precedere la loro formazione. Altri raccontano di aver sentito un forte e prolungato sibilo, accompagnato quasi simultaneamente da lampi di luce blu e bianchi che iniziano a serpeggiare sulle pareti come dei flash impazziti. Il Patriarca raccoglie le gocce di fiamma con l’aiuto di batuffoli di cotone e con questi accende le torce e le candele che sono all’interno della cripta. C’è chi dice che alle volte le torce si accendono addirittura da sole, spontaneamente, mentre il Patriarca è intento a pregare.
Poi il Patriarca esce dalla cripta e porge la fiamma delle sue torce alle torce dei fedeli in attesa che si distribuiscano tra di loro il “Sacro Fuoco”. E qui avviene un altro fenomeno inspiegabile. Stando al racconto di testimoni diretti, il fuoco che arde sulle torce, benché abbia l’aspetto di una fiamma ordinaria, per diversi minuti non manda calore. Si può porre la mano sulla fiamma senza bruciarsi. E’ consuetudine che i fedeli passino la fiamma delle torce sul viso, sulle folte barbe e sugli abiti senza che si incendi nulla. C’è stato anche chi ha tentato di respirare questo fuoco senza subire alcun danno. Dopo circa una trentina di minuti, il fuoco prende a scottare e c’è chi ha notato che esso inizia a far male solo dopo che la fiamma delle torce ha cambiato colore, divenendo da azzurrina a rossa. Vedi anche http://www.skarlakidis.gr/it/thema/15--1099.html

- Nel novembre del 1.100, quando Fulcherio di Chartres accompagnò personalmente Baldovino in visita alla città di Gerusalemme, entrambi furono salutati dal clero e dai fedeli latini e greci (ortodossi), indicando una presenza cristiano-orientale in città un anno dopo l'assedio.

Arma del regno
di Gerusalemme.
- Dopo la morte di Goffredo nel 1.100, suo fratello Baldovino fu invitato a Gerusalemme dai fautori di una monarchia secolare che si opponevano alle pretese della Chiesa di Roma che voleva per sé la Città Santa e, superando l'ostacolo costituito dal Patriarca latino di Gerusalemme Daiberto da Pisa, fu incoronato primo re di Gerusalemme nel giorno di Natale del 1.100 dallo stesso Daiberto. Nella primavera del 1.101 Baldovino riuscì a ottenere che il Papa sospendesse dalla carica di Legato pontificio Daiberto e nel prosieguo dell'anno i due entrarono in contrasto a proposito dell'appannaggio da assegnare al Patriarca per la difesa della Terra Santa. La contrapposizione finì con la deposizione di Daiberto nel 1102.

- Si negoziano trattati tra Gerusalemme e Venezia ed altre città-stato italiane, ed agli stessi veneziani sono concessi privilegi in cambio di aiuto militare.

Nel 1.101 - Nel sabato prima di Pasqua del 20 aprile del 1101, per la prima volta nella storia della città di Gerusalemme, la Santa Luce non compare affatto.

- Si combatte la cosiddetta Crociata del 1.101, chiamata anche Crociata dei Lombardi diseredati, e anche “la Crociata dei deboli di cuore” a causa di diversi partecipanti che vi aderirono dopo essere fuggiti dalla precedente Crociata. Fu in realtà l'insieme di tre diverse imprese, organizzate in seguito al successo della prima crociata, alla fine della quale si era levata la richiesta di rafforzare il neonato regno di Gerusalemme, cosicché papa Urbano II lanciò l'appello per una nuova crociata. Urbano II morì prima di poter vedere i risultati della sua iniziativa, che però venne ripresa, con rinnovata energia, dal suo successore, Pasquale II. Egli si rivolse in particolare a chi aveva fatto voto di partecipare alla crociata senza avervi potuto poi partecipare, e a quelli che avevano fatto ritorno in patria prima di raggiungere Gerusalemme. Alcuni di costoro erano già tornati a casa, e si videro esposti al disprezzo e ad un'enorme pressione perché si recassero nuovamente in Terra santa. Adela di Blois, moglie di Stefano II di Blois, fu tanto umiliata dalla fuga del marito durante l'assedio di Antiochia del 1.098 che non gli permise di rimanere a casa. La crociata viene organizzata in Lombardia, in Provenza, in Aquitania e in Germania. Tra i personaggi che vi pareteciparono vanno ricordati il duca Guglielmo di Aquitania, i conti Guglielmo di Nevers e Ottone di Borgogna, il visconte Arpino di Bourges, il duca Guelfo di Baviera. Il comando venne affidato al legato pontificio Ugo di Die. Nel settembre del 1.100 un folto gruppo di lombardi, in gran parte piccoli proprietari, poco avvezzi all'uso delle armi, aveva lasciato Milano, guidati dall'arcivescovo Anselmo IV da Bovisio e sotto il comando di Alberto, conte di Briandate. Raggiunti i confini dell'Impero bizantino si erano dati al saccheggio, tanto che l'imperatore Alessio I Comneno li aveva fatti scortare in un accampamento fuori le mura di Costantinopoli. I lombardi erano riusciti egualmente ad entrare in città, dove avevano saccheggiato il Palazzo delle Blacherne. L'imperatore allora fece in modo di trasbordarli il prima possibile sull'altra riva del Bosforo, da dove si trasferirono a Nicomedia, in attesa di rinforzi. In maggio raggiunse Nicomedia un gruppo più piccolo, ma meglio armato, di francesi, borgognoni e tedeschi, guidati da Stefano di Blois, Stefano I di Borgogna, Otto di Borgogna e Corrado, connestabile dell'imperatore Enrico IV. 
Carta dei luoghi, dei percorsi ed eventi della crociata del
1101. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Ad essi si aggiunse Raimondo IV di Tolosa, uno dei capi della prima crociata, ora al servizio dell'imperatore bizantino, che venne nominato capo supremo della spedizione. Alessio inviò inoltre una truppa di Peceneghi (i Peceneghi o Patzinak erano una popolazione nomade, di ceppo turco, delle steppe dell'Asia Centrale) comandati dal generale Zita. A fine maggio le truppe si misero in marcia in direzione di Dorylaeum, seguendo lo stesso itinerario scelto da Stefano e Raimondo nel 1.097. Si proponevano di proseguire verso Iconio, ma i lombardi, il cui contingente era il più numeroso, erano decisi a deviare verso Niksar, dove Boemondo di Taranto era assediato dai Danishmendidi. Dopo la conquista di Ankara, il 23 giugno e la restituzione della città ad Alessio, i crociati si volsero verso nord e, quasi subito, vennero attaccati dai turchi selgiuchidi, che li tormentarono per settimane. In luglio, nei pressi di Kastamonu, venne annientato un gruppo di crociati che si era recato alla ricerca di vettovaglie. I lombardi riconobbero il loro errore e l'intera armata si rivolse nuovamente verso est, tornando nei territori dei Danishmendidi. Il sovrano dei Selgiuchidi, Qilij Arslan I, che aveva capito che il successo della prima crociata era stato dovuto, in primo luogo, alla disunione nel campo musulmano, si alleò con i Danishmendidi e con Ridwan d'Aleppo. All'inizio di agosto i crociati incontrarono le truppe musulmane a Merisvan. I crociati erano divisi in cinque gruppi: Burgundi, Raimondo e i bizantini, i tedeschi, i francesi e i lombardi. I lombardi, lanciati in un primo attacco, vennero sconfitti. I Peceneghi disertarono e i francesi e i tedeschi dovettero ritirarsi. Raimondo venne circondato su una roccia e fu salvato da Stefano e Corrado. La battaglia proseguì anche il giorno dopo, con la sconfitta del campo crociato. I cavalieri fuggirono, lasciandosi dietro donne e preti che vennero uccisi o fatti schiavi. I lombardi, che non disponevano di cavalli, vennero ben presto raggiunti dai turchi e uccisi. Raimondo di Tolosa, Stefano di Blois e Stefano di Borgogna fuggirono a Sinope e fecero ritorno in nave a Costantinopoli. Dopo che i lombardi avevano lasciato Nicomedia, un altro esercito crociato forte di 15.000 nivernesi guidati da Guglielmo II di Nevers, raggiunse Costantinopoli. Avevano attraversato l'Adriatico partendo da Bari, e percorso l'impero bizantino senza particolari incidenti. Guglielmo partì senza indugi e passò immediatamente in Asia Minore, cercando di riunirsi all'altro contingente, senza però riuscire a trovarlo, anche se in più di un'occasione i due eserciti devono essere stati piuttosto vicini; arrivò prima a Nicomedia e da qui marciò verso Ankara. Non avendo trovato il gruppo dei lombardi, Guglielmo decise di deviare verso Iconio (l'attuale Konya) e la assediò brevemente, senza riuscire a conquistarla e, poco dopo, cadde in un'imboscata tesagli da Qilij Arslan, che aveva appena sconfitto i lombardi a Mersivan e intendeva scacciare questo secondo esercito il prima possibile. Nelle vicinanze di Eraclea il contingente di Guglielmo venne quasi interamente distrutto con l'eccezione di Guglielmo stesso e qualche suo uomo. I pochi superstiti si rifugiarono nella bizantina Germanicopoli, da dove poi raggiunsero Antiochia. Nello stesso momento in cui Guglielmo II lasciava Costantinopoli, vi giungeva un terzo esercito, agli ordini di Guglielmo IX d'Aquitania, Ugo I di Vermandois e Oddone I di Borgogna (due di coloro i quali non avevano adempiuto al voto di partecipare alla crociata), e di Welf (Guelfo) IV di Baviera. Li accompagnava Ida d'Austria, madre di Leopoldo III di Babenberg. Questo terzo esercito si era reso colpevole di saccheggi attraversando il territorio bizantino ed era sul punto di scontrarsi con i mercenari peceneghi, costringendo Welf e Guglielmo ad intervenire. Quest'armata, giunta a Costantinopoli, si divise in due colonne. Un gruppo si diresse direttamente in Palestina via mare, mentre il secondo proseguì via terra, e, raggiunta Eraclea in settembre, venne attaccato e distrutto in un'imboscata da Qilij Arslan, esattamente come era accaduto ai Nivernesi. Guglielmo e Welf fuggirono, Ugo venne ferito. I sopravvissuti raggiunsero Tarso, in Cilicia, dove Ugo di Vermandois, il 18 agosto, morì per le ferite riportate. Ida d'Austria scomparve nella battaglia, dove probabilmente trovò la morte. Secondo una leggenda più tarda, sarebbe stata invece catturata e rinchiusa in un harem, dove avrebbe partorito Zangi, uno dei più pericolosi nemici dei crociati negli anni intorno al 1.140. Welf morì sulla via del ritorno, il 9 novembre, a Pafo, sull'isola di Cipro. Anche Guglielmo di Nevers fuggì a Tarso, dove si unì agli altri sopravvissuti. In seguito li raggiunse  anche  Raimondo IV di Tolosa o di Saint-Gilles. Sotto il suo comando proseguirono verso Gerusalemme, dove giunsero nella pasqua del 1.102. Una volta in Terrasanta molti di loro se ne tornarono semplicemente in patria, avendo adempiuto al loro voto, mentre altri si unirono a re Baldovino I nella difesa del regno da un'invasione egiziana a Ramla, battaglia nella quale morì Stefano di Blois (17 maggio 1.102).

Nel 1.102 - Vittoria di Baldovino a Ramla e presa di Cesarea.
I genovesi avevano capito a quel punto quale fosse la posta in gioco in Medio Oriente, la possibilità di mettere le mani su una ricchezza inimmaginabile e sarà con la conquista di Cesarea che l’Embriaco darà ancora segno del suo grande valore militare e dell’ardimento individuale che lo sosteneva.
Il Sacro Catino conservato nella
cattedrale di S. Lorenzo a Genova.
Come racconta il Caffaro che oltre a essere storico e annalista fu anche un soldato valoroso, Guglielmo, in prima fila tra chi assaltava le mura, nelle concitate fasi della battaglia rimaneva solo a causa di un cedimento della scala che lo aveva portato sin lì. Urla ai suoi, attoniti nel vederlo ancora più spavaldo piuttosto che impaurito vista la situazione, “Salite, salite e prendete in fretta la città!” mentre infilzava e uccideva tutti gli avversari che gli si paravano davanti. Un’avventura che varrà per l’Embriaco il soprannome di “Testa di maglio” ma anche ricchezze inesauribili e una antichissima reliquia tutt’oggi conservata nel tesoro della cattedrale, un piatto esagonale di pietra verde traslucida ritenuto già il sacro Graal e poi ancora che fosse stato utilizzato da Gesù nell’ultima cena, il Sacro Catino. L’Embriaco è uno dei più chiari rappresentanti di figure militari eroiche del Medioevo. Genova, in genere matrigna, onorò il suo condottiero quando venne deciso di abbassare le torri cittadine nel 1.196; la torre dell’Embriaco non venne toccata per rendere omaggio alle imprese di “Testa di maglio” e ancora oggi campeggia in alto a proteggere, simbolicamente, la città.

Gli stati cristiani in Terrasanta: Contea di Edessa,
Principato di Antiochia, Contea di Tripoli e
Regno di Gerusalemme. Da "Asia minor 1140" di
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- Raimondo cercò così di conquistare l'ultimo Stato crociato che si costituirà in Terra Santa, la Contea di Tripoli. Qui il governo era affidato all'epoca al qadi Fakhr al-Mulk, della tribù dei Banū ʿAmmār, favorevole a un accordo coi Crociati che salvaguardasse la città. Grazie a una flotta genovese, Raimondo strappò Tortosa ai Banū ʿAmmār e pose l'assedio a Tripoli, infliggendo con solo 300 cavalieri un'incredibile rotta ai difensori che, coi loro 3.000 uomini aiutati da altri 4.000 soldati provenienti da Damasco e Hims, corroborarono nei musulmani l'idea dell'invincibilità degli uomini venuti dall'Europa. Proprio l'esiguità degli uomini a sua disposizione impedì tuttavia al conte di Tolosa di superare le difese murarie di Tripoli. Alla fine del 1.103, con l'aiuto bizantino, fu completata la costruzione del castello di Monte Pellegrino che servì a stringere d'assedio Tripoli. Raimondo morì di lì a poco (1.105) in seguito a una ferita fortuitamente procuratasi l'anno prima ed il problema della sua successione si risolse con difficoltà solo più tardi, con l'assunzione del potere da parte del figlio naturale Bertrando. Le sconfitte inflitte ai crociati consentirono a Qilij Arslan di trasferire la propria capitale a Konya. Inoltre provarono al mondo islamico che i crociati non erano per nulla invincibili, diversamente dall'impressione suscitata dalla prima crociata. Crociati e Bizantini si accusarono a vicenda per la disfatta, ma nessuno dei due era in grado di garantire una via di terra sicura attraverso l'Anatolia, dove invece i Selgiuchidi avevano rafforzato la propria posizione.

Stemma della Marina Militare
italiana con gli stemmi delle
maggiori repubbliche marinare.
- L'unica via aperta verso la Terrasanta rimaneva quella marittimae ad approfittare di questa circostanza furono, una volta di più, le repubbliche marinare italiane. La mancanza di un collegamento sicuro via terra avvantaggiò anche il Principato d'Antiochia, dove Tancredi di Tiberiade, che lo governava per conto di suo cugino Boemondo, riuscì a consolidare la propria autonomia da Bisanzio. Sia la seconda che la terza crociata conobbero, nel tentativo di attraversare l'Anatolia, un destino simile a quello della crociata del 1.101.

Nel 1.109 - Presa di Tripoli e Beirut da parte dei Crociati e conseguente fondazione della contea di Tripoli.

Nel 1.111 - Patto di Sutri. I successori di papa Gregorio VII, tra i quali Pasquale II, a proposito della lotta per le investiture, furono più inclini al compromesso, limitandosi a pretendere che i sovrani laici non attribuissero cariche religiose (quella vescovile su tutte), mentre per i regnanti era fondamentale che i vescovi investiti del potere temporale riconoscessero l'autorità del sovrano. Con il patto di Sutri (1.111), l'imperatore rinunciava alle investiture e i vescovi avrebbero restituito tutti i terreni ottenuti dall'impero. Enrico V, riconoscendo il ruolo politico di pacificazione che aveva assunto Matilde di Canossa, decise di incoronarla fra il 6 e il 10 maggio 1.111 con il titolo di Vicaria Imperiale e Vice Regina d'Italia presso il Castello di Bianello a Quattro Castella (RE).

Nel 1.114 - Prime Fiere nella regione francese della Champagne.

L'antico sigillo dei Cavalieri Templari.
Nel 1.118 - Hugues de Payns è il primo Gran Maestro dell'Ordine del Tempio, la più alta carica dell'Ordine. Quello dei "Pauperes commilitones Christi templique Salomonis" (Poveri Compagni d'armi di Cristo e del Tempio di Salomone), meglio noti come Cavalieri Templari o semplicemente Templari, fu uno dei primi e più noti ordini religiosi cavallereschi cristiani medioevali.
La nascita dell'Ordine si colloca nella Terrasanta al centro delle guerre tra forze cristiane e islamiche scoppiate dopo la prima crociata indetta nel 1.096. La motivazione ufficiale della nascita dell'ordine, narra che in quell'epoca le strade della Terrasanta erano percorse da pellegrini provenienti da tutta Europa, che venivano spesso assaliti e depredati e per difendere i luoghi santi e i pellegrini nacque anche questo ordine religiosi. Intorno al 1.114, un pugno di cavalieri decide di fondare a Gerusalemme il nucleo originario dell'Ordine Templare, ottenendo da re Baldovino, come sede, quelle  che erano state le stalle del tempio di Salomone, da cui il loro nome.
Gerusalemme nel XII sec. da "Il Santo
Graal" di Baigent, Leigh e Lincoln
Per dieci anni i cavalieri franchi, tutti imparentati fra di loro, rimasero nel numero di nove. L'Ordine venne ufficializzato nel 1.129, assumendo una regola monastica redatta da San Bernardo di Chiaravalle, abate dell'ordine dei Cistercensi e nipote di uno dei nove cavalieri, André de Montbard. Il doppio ruolo di monaci e combattenti, che contraddistinse l'Ordine Templare negli anni della sua maturità, fu sempre fonte di perplessità in ambito cristiano.
La Croce "patente", adottata
dai Cavalieri Templari.
L'ordine Templare si dedicò nel corso del tempo anche alle attività agricole, creando un grande sistema produttivo e a quelle finanziarie, gestendo i beni dei pellegrini e arrivando a costituire il più avanzato e capillare sistema bancario dell'epoca. I Templari furono i primi in Europa ad emettere lettere di credito, veri e propri assegni, che permettevano così di versare in qualsiasi presidio dell'ordine denaro, e potere incassarlo in altri presidi Templari. Cresciuto nei secoli in potere e ricchezza, l'ordine si fece nemico il re di Francia Filippo il Bello (che era indebitatissimo con l'ordine) e andò incontro, attraverso un drammatico processo, alla dissoluzione definitiva tra il 1.312 e il 1.314. I templari erano identificabili per la loro sopravveste bianca, a cui in seguito si aggiunse una distinta croce rossa (la croce patente), ricamata sulla spalla, che assunse infine grandi dimensioni sul torace o sulla schiena, come si vede in molte rappresentazioni dei cavalieri crociati.
Beauceant
Accanto alla croce rossa in campo bianco, fra i simboli dei templari c'era il beauceant, il vessillo dei cavalieri templari, ed era una bandiera o uno scudo. La sua particolarità consisteva sempre nella caratteristica divisione in due parti simmetriche, i cui colori erano il bianco ed il nero, che rappresentava forse il dualismo tra il Bene e il Male, riferimento esoterico a forze cosmiche opposte e complementari. Questo dualismo comunque molto diffuso nel medioevo, si ritrova in molteplici rappresentazioni, tra cui le matrici sigillari classiche e quelle criptiche. Nell'immaginario popolare la figura dei Templari rimane una delle più controverse, sia per il valore etico dell'ordine stesso, sia per gli enormi dubbi sollevati contro la storiografia ufficiale, da parte di alcuni studiosi, riguardo un'evidente resistenza occulta dell'ordine alla scomparsa ufficiale. Tale resistenza farebbe sopravvivere i Templari fino ai giorni nostri, tramite moderne associazioni come la Massoneria.
In "Il Santo Graal" di Baigent, Leigh e Lincoln si ipotizza che i Templari siano stati l'emanazione di un ordine segreto (ordine di Sion) che gli affidava il compito di proteggere la stirpe del Sang Raal, il sangue reale della stirpe di Gesù e Maddalena che era confluita nella stirpe merovingia con Meroveo, e dai merovingi era affluita in vari casati fino al casato di Goffredo di Buglione, a cui venne offerta la fatidica corona di Gerusalemme. Anche Raimondo di Sain-Gilles era imparentato sia con i sovrani merovingi che con quelli carolingi. La parentela fra i sovrani merovingi e i conti di Tolosa era dovuta all'antenato di Raimondo di Saint-Gilles che era stato il nono conte di Tolosa prima di lui, Raimondo I di Rouergue (820 circa - 865 circa), che fu conte di Quercy dall'849 e poi conte di Tolosa dall'852 all'863 e anche conte di Rouergue dall'849 fino alla morte. Raimondo I fu il figlio secondogenito del conte di Rouergue, Fulcoaldo (? - † 849 circa) e di Senegonda, sorella di San Guglielmo di Gellone, discendente diretto della stirpe morovingia; entrambi erano figli di Alda o Audana, sorella di Pipino il Breve e figlia di Carlo Martello, moglie di Teodorico I o Thierry, signore di Settimania (Gothia) e conte di Autun, di discendenza merovingia. Alda o Audana fu quindi nonna di Raimondo I di Tolosa e zia di Carlomagno. 
Il primo sigillo dei Cavalieri Templari.
Tutto questo risulta dal documento n° 160 del 3 novembre 862 delle Preuves de l'Histoire Générale de Languedoc in cui il conte di Tolosa, Raimondo, fece una donazione per l'anima del padre Fulcoaldo, la madre Senegonda ed il fratello Fredelone.
La data ufficiale della nascita dell'ordine è il 1.118 -1.120. La povertà di questi cavalieri, testimoniata dal loro primo sigillo, con due cavalieri su un cavallo, verrà poi smentita dalla grande ricchezza che accumularono, dovuta anche al principio che, chi entrava nell'ordine, doveva lasciare all'ordine stesso tutti i suoi averi e le sue eredità, oltre al fatto che facendo voto di celibato, i monaci-guerrieri non potevano riconoscere figli come legittimi eredi.
Il crogiuolo da cui scaturirono i Templari, San Bernardo e i romanzi del Santo Graal è satata la corte di Champagne, a Tyre.
Guillame de Tyre riferisce che il fondatore dell'ordine del tempio fu Hugues de Payen, un nobile vassallo del conte di Champagne, che gli dovette giurare sottomissione e fedeltà quando divenne lui stesso templare nel 1.124. Con il tempo, la loro rete di presidi si sparse in Europa e nel Medio Oriente, e organizzarono anche, a tassi d'interesse modesti, il trasferimento sicuro ed efficiente del denaro per conto dei mercanti, una classe che finì per dipendere sempre più da loro. Il denaro depositato in una città, ad esempio, poteva essere richiesto e ritirato in un'altra, per mezzo di lettere cambiarie redatte in codici complicati. I Templari divennero così i più importanti cambiavalute dell'epoca, e il presidio di Parigi diventò il centro della finanza europea. I Templari non si occupavano soltanto di denaro: diffondevano anche il pensiero, grazie ai continui contatti, caratterizzati da una mentalità aperta, con la cultura islamica e con quella giudaica. l'Ordine assunse per così dire un ruolo di « stanza di compensazione » per nuove idee, nuove dimensioni della conoscenza e nuove scienze. I Templari avevano un vero e proprio monopolio della tecnologia più avanzata del loro tempo: quanto di meglio veniva prodotto dagli armaioli, artigiani del cuoio, i muratori, gli architetti e gli ingegneri militari. Contribuirono allo sviluppo dei rilevamenti topografici, della cartografia, delle costruzioni stradali e della navigazione. Possedevano porti, cantieri e una flotta commerciale e militare che fu tra le prime ad adottare la bussola. Inoltre, poiché erano combattenti, la necessità di curare le ferite e le malattie li rese esperti nell'uso delle medicine. L'Ordine possedeva ospedali propri, propri medici e chirurghi i quali, tra l'altro, usavano estratti di muffe che precorrevano gli antibiotici. Inoltre, avevano una concezione piuttosto moderna dell'igiene e della pulizia. E con una mentalità non meno in anticipo sui tempi, consideravano l'epilessia non già una possessione demoniaca ma una malattia controllabile. Ispirato da tanti successi, in Europa l'Ordine del Tempio divenne sempre più ricco, potente e fiero dei propri successi. Non è sorprendente, forse, che diventasse anche sempre più arrogante, brutale e corrotto. « Bere come un Templare » era una frase molto comune a quel tempo. E certe fonti affermano che l'Ordine non mancava mai di reclutare cavalieri scomunicati. A Troyes, alla corte del conte di Champagne, fin dal 1.070 era fiorita un'influente scuola di studi cabalistici ed esoterici, e fu nel 1.128, al concilio di Troyes, che i Templari furono ufficialmente riconosciuti. Durante i due secoli sucessivi Troyes fu un centro strategico dell'Ordine e ancora oggi c'è un bosco, vicino alla città, chiamato Forêt du Temple. Va detto che il conte di Champagne fu fra i cavalieri-monaci dell'ordine dei Templari dal 1.124, e che già nel 1.115 aveva donato a San Bernardoprotettore dei Templari, il terreno su cui costruì la celebre abbazia cistercense di Clairvaux.
Ingresso dell'antica abbazia di
Clairvaux, che oggi è un penitenziario,
nel dipartimento dell'Aube, nel nod-est
francese, regione Champagne-Ardenne.
La grande fortuna incontrata dall'ordine cistercense era parallela a quella dei Templari, crocevia di conoscenze gnostiche, cabalistiche e alchemiche... ma non solo. Con i cistercensi, in Francia si costruiscono le cattedrali gotiche utilizzando conoscenze nuove (o riscoperte) e rappresentando simboli palesemente alchemico-esoterici, come scrive Fulcanelli.
Affinità fra la forma della
costellazione della Vergine
e la mappa delle località
in cui i cistercensi fecero
costruire le cattedrali gotiche
in Francia. Da http://
www.angolohermes.com
/Approfondimenti/Ciste
rcensi/Cistercensi.html
Chrétien de Troyes, ispirato dagli ideali cavallereschi occitani e probabilmente informato sugli eventi riportati sopra, scriverà poi, fra il 1.175 e il 1.190, "Le Roman de Perceval ou le conte du Graal", romanzo in versi che aprirà il filone narrativo del Sangraal, re Artù, il primo re, nella saga bretone, cristiano, e che narrerà di Perceval (Parsifal). Sempre "Parzival" poi, è uno dei maggiori poemi epici medievali attribuito al poeta tedesco Wolfram von Eschenbach, che lo compose intorno al 1.210 e scrisse inoltre un'opera su Guglielmo di Gellone, o San Guglielmo d'Aquitania: "Willehalm". "Parzifal" è il primo Bildungsroman (romanzo di formazione), che narra le avventure di Parzival alla ricerca di una umanità interiore migliore, superiore in qualità agli ideali di vita cortese che i cavalieri dell'epoca seguivano. Nel suo romanzo epico, Wolfram cita i Templari come i cavalieri che custodiscono il Santo Graal, il castello del Graal e la famiglia del Graal. La fonte primaria del poema è proprio l'incompiuto "Le Roman de Perceval ou le conte du Graal" di Chrétien de Troyes, di 12.000 versi, suddiviso in 16 canti; il "Parzival" è composto da 16 libri, a loro volta suddivisi in una trentina di stanze di distici in rima. Nella narrazione Parzival, un giovane pieno di ardore e assetato di avventure, giunge alla corte di Re Artù, e dopo alcune esperienze con i cavalieri, saranno gli insegnamenti di Trevrizent, suo zio eremita, ad indicargli la via della saggezza nell'andare in soccorso al re Amfortas che gli consegna il regno del Graal. Altro personaggio centrale del romanzo è Gawain, (Galvano, in italiano: la spada nella roccia esiste ed è in Italia, in Toscana, nell'Abbazia di San Galgano, edificata nell'ordine cistercense e situata tra i paesi di Monticiano e Chiusdino, 30 Km. a ovest di Siena) cavaliere di re Artù anch'egli, con tutta una serie di amori e avventure che si intrecciano. “Sir Gawain e il Cavaliere Verde o "Sir Galvano e il Cavaliere Verde" è invece un romanzo allitterativo scritto in medio inglese e risalente al tardo XIV secolo, narrante un'avventura di Galvano, un cavaliere appartenente alla Tavola Rotonda. In questo racconto Galvano accetta la sfida lanciata da un misterioso cavaliere completamente verde nei capelli, vestiti e pelle. Il Cavaliere Verde dichiara che permetterà a chiunque di infliggergli un colpo di ascia senza che esso si difenda se egli stesso potrà restituire il colpo esattamente dopo un anno e un giorno. Gawain accetta la sfida e con un sol colpo decapita lo sfidante, questi non muore ma raccoglie la sua testa, balza a cavallo e rimembra a Galvano che gli deve soddisfazione alla data concordata. La storia di Sir Galvano, impegnato nell'avventuroso viaggio per raggiungere il luogo prescelto ove riceverà il colpo, dimostra il suo spirito di cavalleria e lealtà. Il poema ci è giunto in un singolo manoscritto, codificato come Cotton Nero A.x, che contiene altre tre opere Pearl, Cleanness e Patience (Perla, Purezza e Pazienza). Si sospetta che l'autore sia sempre lo stesso anonimo chiamato, per tanto, "Pearl Poet" o "Gawain Poet". Tutti e quattro i poemi sono scritti in un dialetto del Medio inglese parlato nel nord-ovest delle Midlands. La storia nasce quindi dal folklore gallese e inglese, con prestiti evidenti dai più antichi racconti sul "gioco della decapitazione" e vengono messi in risalto l'importanza che la cavalleria e l'onore hanno nelle situazioni di pericolo. Oltre alla trama complessa e all'uso di un ricco linguaggio, il poema interessa molto i critici letterari per il suo sofisticato uso del simbolismo medievale. Il Cavaliere Verde, il gioco della decapitazione o la cintura magica di Galvano per protezione sono simboli importanti che affondano le loro radici nelle antiche culture celtiche, germaniche e nel folklore popolare. Per esempio il Cavaliere Verde viene visto da qualcuno come la rappresentazione dell'Uomo Verde delle leggende celtiche, mentre altri ci vedono un'allusione a Cristo. "Sir Galvano e il Cavaliere Verde" è un importante poema appartenente alla letteratura cavalleresca, dove troviamo un eroe impegnato in un'avventura per dimostrare il suo valore. Tuttavia l'ambiguità che circonda la fine della storia lo rende molto più complesso di altre opere. La popolarità moderna dell'opera è da imputarsi a testi di critica letteraria scritti da J.R.R. Tolkien, da Simon Armitage e da diversi film e adattamenti recenti.
C'è un nesso che, nel mito del Graal, unifica la cultura celtica, il pensiero dei Templari e la cultura Occitana, e nel DNA occitano si è inserita la cultura celtica: ancora oggi, nelle danze occitane, il circolo circasso ha gli stessi ritmi e movenze del circolo canadese celtico.

- Per quanto riguarda invece la caratteristica principale della cultura occitana, la pratica dell'"amor cortese", essa si sviluppa nella vita di corte di quattro regioni: Aquitania, Provenza, Champagne e Borgogna, pressappoco al tempo della prima crociata (1.099). Dall'Aquitania, Eleonora duchessa d'Aquitania e Guascogna, contessa di Poitiers, Regina consorte di Francia e poi d'Inghilterra, portò gli ideali dell'amor cortese prima alla corte di Francia, poi in Inghilterra, dove fu regina di due re. Sua figlia Maria, contessa di Champagne portò il comportamento cortese alla corte del conte di Champagne. L'amor cortese trova la sua espressione nelle poesie liriche scritte dai trovatori, come Guglielmo IX, duca d'Aquitania (1.071 - 1.126), uno dei primi poeti trovatori. I poeti adottarono così la terminologia del feudalesimo, dichiarandosi vassalli della donna e rivolgendosi a lei con l'appellativo lusinghiero di midons, una specie di nome in codice in modo che il poeta non ne rivelasse il nome. Il modello trobadorico della donna ideale era la moglie del suo "datore di lavoro" o signore, una donna di un rango più elevato, di solito la ricca e potente padrona del castello. Quando il marito era lontano per la crociata o altri affari, lei gestiva gli affari amministrativi e culturali; talvolta questo succedeva anche quando il marito era a casa. La donna era ricca e potente e il poeta dava così voce alle aspirazioni della classe cortigianesca, in quanto solo coloro che erano nobili potevano cimentarsi nell'amor cortese. Questo nuovo tipo di amore vedeva la nobiltà non in base alla ricchezza e alla storia della famiglia, ma nel carattere e nelle azioni, e quindi faceva appello ai cavalieri più poveri che vedevano così una strada aperta per progredire. Poiché a quel tempo il matrimonio aveva poco a che fare con l'amore, l'amor cortese era anche un modo per i nobili di esprimere l'amore non trovato nel loro matrimonio. Gli "amanti" nel contesto dell'amor cortese non facevano riferimento al sesso, ma piuttosto all'agire emotivo. Questi "amanti" avevano brevi appuntamenti in segreto, che si intensificavano mentalmente, ma mai fisicamente. Le regole dell'amor cortese vennero codificate in quell'opera altamente influente del tardo secolo XII che è il “De amore di” Andrea Cappellano, dove si legge per es. che...
- "il matrimonio non è una vera scusa per non amare",
- "colui che non è geloso non può amare",
- "nessuno può essere legato a un doppio amore" e
- "quando si rende pubblico un amore raramente dura".
Molte delle convenzioni in merito all'amor cortese possono essere rintracciate in Ovidio, attraverso Andrea Cappellano, ma non è plausibile che possano tutte essere riconducibili a questa origine. Nel periodo moderno, considerazioni riguardanti l'amor cortese spesso fanno capo all'ipotesi araba, posta in qualche modo quasi dall'inizio del termine "amor cortese". Una fonte proposta per il confronto è rappresentata dai poeti arabi e dalla poesia della Sicilia e della Spagna musulmane e dal contatto più esteso dell'Europa con il mondo islamico. Dato che pratiche simili all'amor cortese erano già in auge in al-Andalus e altrove nel mondo islamico, è molto verosimile che queste influenzassero gli europei cristiani. Guglielmo d'Aquitania, per esempio, era stato coinvolto nella crociata del 1.101 e nella Reconquista in corso in Spagna е avrebbe avuto un contatto decisamente esteso con la cultura islamica. Secondo G. E. von Grunebaum, ci sono diversi elementi che si sviluppano nella letteratura araba. Le nozioni dell'"amore finalizzato all'amore" e dell'"esaltazione della donna amata" vengono fatti risalire alla letteratura araba del IX e X secolo. La nozione dell'amore come "potenza che nobilita" viene sviluppata nell'XI secolo dal filosofo persiano Avicenna, nel suo trattato Risala fi'l-Ishq (Trattato sull'amore). L'elemento finale dell'amor cortese, il concetto di "amore come desiderio che non può mai essere appagato", era a volte implicito nella poesia araba, ma viene per la prima volta sviluppato in forma dottrinale nella letteratura europea, in cui tutti e quattro gli elementi dell'amor cortese venivano ad essere presenti. Secondo un argomento delineato da Maria Rosa Menocal nel suo saggio “Il ruolo arabo nella storia della letteratura medievale”, nella Spagna dell'XI secolo sarebbero apparsi un gruppo di poeti girovaghi i quali andavano di corte in corte, talvolta giungendo nelle corti cristiane della Francia meridionale, una situazione strettamente rispecchiante ciò che sarebbe successo nella Francia meridionale quasi un secolo più tardi. I contatti tra questi poeti spagnoli e i trovatori francesi erano frequenti. Le forme metriche usate dai poeti spagnoli erano simili a quelle usate successivamente dai trovatori. Per "Occitani: storia e cultura" clicca QUI

Nel 1.122 - Concordato di Worms che pone fine alla lotta per le investiture (lotta per chi detenesse il diritto di nominare vescovi e papi) fra imperatori e papi, nata dopo l'abolizione del "Privilegio Ottoniano" del 1.059. Già nel 1.049 il papa tedesco Leone IX  iniziò, da un incontro con l'alto clero a Reims, una riforma della Chiesa e cominciò ad avversare il "Privilegium Ottonianum" quando Enrico III era imperatore e di cui non si fidava. Il "Privilegio Ottoniano" fu abolito da Niccolò II nel Concilio lateranense del 1.059: il papa emanò un decreto con il quale veniva stabilito che, da allora in poi, l'elezione del pontefice sarebbe stata una prerogativa esclusiva di un collegio di cardinali, riuniti in Conclave. L'abolizione del Privilegio scatenò la lotta per le investiture, che contrappose la chiesa e l'impero dal 1.076 al 1.122. 
Il Concordato di Worms, anche noto come "Pactum Calixtinum", fu un patto stipulato a Worms (in Germania) il 23 settembre del 1.122 fra l'imperatore Enrico V di Franconia (quarto imperatore della dinastia salica del Sacro Romano impero) e il Papa Callisto II (Guido dei Conti di Borgogna). Facendo seguito agli sforzi del cardinal Lamberto Scannabecchi (futuro Papa Onorio II) ed in base a quanto stabilito alla Dieta di Würzburg (1.121), il concordato sancì delle precise regole in materia di investiture ecclesiastiche, ponendo quindi fine alla cosiddetta "lotta per le investiture" iniziata oltre trent'anni prima tra Papa Gregorio VII e l'imperatore Enrico IV. In base ai termini dell'accordo, l'imperatore rinunciava al diritto di investire i vescovi dell'anello e del bastone pastorale, simboli del loro potere spirituale, riconoscendo solo al Pontefice tale funzione, e concedeva che in tutto l'impero l'elezione dei vescovi fosse celebrata secondo i canoni e che la loro consacrazione fosse libera. Il Papa, a sua volta, riconosceva all'imperatore il diritto, in Germania, di essere presente alle elezioni episcopali, purché compiute senza simonia né violenza (e anzi come garante del diritto e sostenitore del vescovo metropolitano), e di investire i prescelti dei loro diritti laici (cioè i diritti feudali). Inoltre, sempre e soltanto in Germania, l'investitura feudale precedeva quella episcopale, con un divario massimo di sei mesi. In Italia e in Borgogna, invece, la consacrazione episcopale precedeva quella feudale. Questa difformità di regole ebbe come conseguenza che mentre in Germania gli eventuali contrasti insorti tra l'episcopato e l'imperatore venivano risolti attraverso la mediazione dei vescovi metropoliti e dei loro suffraganei, nei "regni" d'Italia e di Borgogna, mancando queste figure intermedie, il rapporto tra l'episcopato e la Santa Sede era diretto, per cui i Pontefici potevano intervenire in prima persona in tutti i casi di elezioni contrastate. Ciò significava che dove c'era un regime di "governo" imperiale si votava per prima l'imperatore e viceversa nei luoghi dove vigeva il governo ecclesiastico. Logica conseguenza del concordato di Worms fu la convocazione di un concilio ecumenico. L'ultimo concilio si era svolto tre secoli prima a Costantinopoli; il nuovo si tenne a Roma in Laterano e fu il primo concilio celebrato in Occidente (il nono della storia).
Il Concordato di Worms del 1.122, concluso tra Papa Callisto II ed Enrico V, rappresentò un modello per gli sviluppi successivi delle relazioni tra la Chiesa e l'Impero. Secondo il concordato, la Chiesa aveva il diritto di nominare i vescovi, quindi l'investitura con anello e pastorale doveva essere ecclesiastica. Le nomine, tuttavia, dovevano avvenire alla presenza dell'imperatore, o di un suo rappresentante, che attribuiva incarichi di ordine temporale ai nuovi vescovi mediante l'investitura con lo scettro, un simbolo privo di connotazione spirituale.
Nonostante il concordato di Worms, la Chiesa nel Medioevo non ottenne mai un controllo completo nella nomina dei vescovi, ma le basi per la progressiva divisione dei poteri erano state gettate. Dopo tale Concordato, in Italia i vescovi sarebbero divenuti proprietari terrieri solo dopo essere stati nominati dal Papa; in Germania, invece, l'Imperatore nominava feudatario di un terreno qualsiasi persona, che in seguito sarebbe stata nominata con il titolo ecclesiastico di vescovo dal Papa.

Stemma della Repubblica
marinara di Venezia.
Nel 1.124 - Si sottoscrive un trattato di alleanza tra il regno di Gerusalemme e la Repubblica di Venezia, che si era affrancata dalla dipendenza di Costantinopoli nel IX secolo, prima dell'inizio dell'assedio di Tiro nel febbraio 1.124 (la città capitolò ai crociati più tardi quello stesso anno). Il trattato fu negoziato dal Patriarca Guermondo e quindi è conosciuto come "Pactum Warmundi" dalla forma latina del suo nome, Warmundus. Precedenti trattati erano stati negoziati tra Gerusalemme e Venezia ed altre città-stato italiane, ed agli stessi veneziani erano stati concessi privilegi nel 1.100 e nel 1.110 in cambio di aiuto militare, ma questo trattato fu molto più ampio. Il Pactum concesse ai veneziani di avere proprie chiese, strade, piazze, bagni, mercati, unità di misura, mulini e forni in ogni città controllata dal re di Gerusalemme, ad eccezione di Gerusalemme stessa, dove la loro autonomia era più limitata. Nelle altre città, furono autorizzati ad utilizzare le unità di misura veneziane per fare affari e commerciare con altri veneziani, per il resto dovevano usare le unità di misura ed i prezzi stabiliti dal re. In Acri, fu loro concesso un quartiere della città, dove ogni veneziano "possa essere libero come nella stessa Venezia." In Tiro ed Ascalona (sebbene non ancora conquistate), fu loro concesso un terzo della città ed un terzo della campagna circostante che probabilmente, nel caso di Tiro, comprendeva ventuno villaggi. Questi privilegi erano totalmente esenti da tassazione, mentre le navi veneziane sarebbero state assoggettate ad imposizione se avessero trasportato pellegrini e in questo caso il re aveva personalmente diritto ad un terzo della tassa. Per il loro aiuto nell'assedio di Tiro ai veneziani furono assegnati 300 "bisanti saraceni" per anno dalle entrate di quella città. Essi furono autorizzati ad utilizzare le proprie leggi nelle cause civili tra veneziani o nel caso in cui era un veneziano ad essere convenuto, mentre se l'attore era veneziano la questione sarebbe stata decisa nei tribunali del Regno Se un veneziano naufragava o moriva nel Regno, le sue proprietà sarebbero state inviate indietro a Venezia invece che essere confiscate dal re. Tutti coloro che vivevano nel quartiere veneziano di Acri o nei distretti veneziani nelle altre città erano soggetti alle leggi veneziane.
Il Pactum fu firmato dal Patriarca Guermondo; Ebremaro, arcivescovo di Cesarea; Bernardo, Arcivescovo di Nazaret; Aschetino, vescovo di Betlemme; Ruggero, vescovo di Lidda; Guildin, abate di Santa Maria di Giosafat; Gerardo, priore della Santo Sepolcro; Aicardo, priore del Templum Domini; Arnaldus, priore di Monte Sion; Guglielmo di Buris ed il cancelliere Pagano (probabilmente Hugues de Payns, Ugo de Pagano in latino, Gran Maestro dell'ordine dei cavalieri templari, la "Militia Christi templique Salomonisi"). A parte Guglielmo e Pagano, nessuna autorità secolare fu testimone al trattato, forse a indicare che i veneziani consideravano Gerusalemme un feudo papale.

Nel 1.125 - Muore Enrico V, imperatore del Sacro Romano Impero e inizia la lotta per la corona imperiale tra le casate bavaresi e sassoni dei Welfen (pronuncia velfen, da cui la parola guelfi) con quella sveva degli Hohenstaufen, signori del castello di Waiblingen, nei pressi di Stuttgart (anticamente chiamata Wibeling, da cui la parola ghibellini).

L'occitana Alienor o Eleonora,
 duchessa d'Aquitania e
Guascogna, contessa
di Poitiers, regina di
Francia e d'Inghilterra.
Nel 1.137 - Il 22 luglio, sposando Luigi VI, Eleonora d'Aquitania diventa regina di Francia. Eleonora d'Aquitania (Bordeaux, 1.122 - Fontevrault, 1º aprile 1.204), fu  duchessa  d'Aquitania  e di Guascogna,  contessa  di  Poitiers,  Regina consorte di Francia dal 1.137 al 1.152 e poi d'Inghilterra dal 1.154 al 1.189. Fu anche una mecenate dei trovatori, nella sua fastosa corte aquitana. Era la figlia primogenita del duca di Aquitania, duca di Guascogna e conte di Poitiers, Guglielmo X il Tolosano e della sua prima moglie, Aénor di Châtellerault, figlia del visconte Americo I di Châtellerault e della Maubergeon, che al momento della sua nascita era l'amante di suo nonno Guglielmo IX il Trovatore. Eleonora fu battezzata Alienor (interpretato poi in seguito come l'Aliena, l'Estranea) che in ”langue d'oc” vuol dire "l'altra Aénor" (poi francesizzato in ”langue d'oïl” in Eléanor). Fu allevata alla corte d'Aquitania, una delle più raffinate del secolo XII, che, per merito di suo nonno, alla fine del secolo precedente aveva visto nascere ”l'amor cortese” nelle diverse residenze dei duchi d'Aquitania, soprattutto Poitiers e Bordeaux. L'amor cortese è un termine creato dal critico francese Gaston Paris nel 1.883 per indicare la concezione filosofica, letteraria e sentimentale del concetto dell'amore, all'epoca del trobar dei poeti nelle corti provenzali, e si basa sul concetto che solo chi ama possiede un cuore nobile. Il concetto di amor cortese appare per la prima volta nel corso del XII secolo nella poesia dei lirici provenzali che scrivono in lingua d'oc, tuttavia avrà fortuna anche nella letteratura del nord della Francia e sopravviverà nel tempo tramite il "dolce stil novo" dantesco. L'amor cortese del trobador è un sentimento capace di nobilitare e affinare l'uomo. Nasce come un'esperienza ambivalente fondata sulla compresenza di desiderio erotico tensione spirituale. Tale "ambivalenza" è detta mezura, cioè la "misura", la giusta distanza tra sofferenza e piacere, tra angoscia ed esaltazione. Per questa ragione, anche, esso non può realizzarsi dentro il matrimonio, e l'amor cortese è quindi adultero per definizione. Esso è desiderio fisico. Si instaura fra la dama e l'amante un rapporto d'amore esclusivo, così come il poeta deve rivolgersi ad una sola dama, essa deve accettare al suo servizio non più di un amante. Nel caso in cui una delle due parti trasgredisse, allora il rapporto potrebbe cessare. Per l'amante il marito non è assolutamente un pericolo, mentre per questi un pericolo si rivela quella cerchia di uomini che si trovano nella sua stessa posizione di "amante cortese", poiché essi tenteranno in ogni modo di infangarlo. Gli elementi caratterizzanti l'amor cortese sono:
- Il culto della donna, vista dall'amante come un essere sublime, irraggiungibile, in certi casi anche divino.
- L'inferiorità dell'uomo rispetto alla donna amata: l'amante si sottomette completamente e obbedisce alle volontà della donna. Tale rapporto fra i due sessi è definito "servizio d'amore". L'amante presenta il suo omaggio alla donna e resta in umile adorazione di fronte a lei. Si tratta di un "amore-vassallaggio" in cui il rapporto tra l'uomo e la donna è simile a quello intercorrente tra il vassallo e il suo signore.
- L'amore inappagato, cioè l'amante non chiede nulla in cambio dei suoi servigi. Non si tratta però di amore spirituale, platonico, anzi si presenta con note sensuali.
- La gioia, o meglio una forma di ebbrezza ed esaltazione, di pienezza vitale, formata dall'amore impossibile, che genera però anche sofferenza e tormento.
- L'amore adultero, che si svolge al di fuori del vincolo coniugale: addirittura, si teorizza che nel matrimonio non possa esistere veramente "amor fino". Il matrimonio, infatti, spesso era un contratto stipulato per ragioni dinastiche o economiche. 
- Il carattere adultero dell'amore esige il segreto, che tuteli l'onore della donna: per questo il suo nome non viene mai pronunciato dai poeti.
- Il conflitto tra amore e religione, scaturito dal culto per la donna divinizzata con il culto per Dio; inoltre la Chiesa condanna notoriamente il peccato dell'adulterio.
Eleonora ricevette l'educazione di una giovane nobile del suo tempo: imparò a leggere e scrivere in latino, la musica, la matematica e la letteratura dell'epoca, inoltre imparò a cavalcare ed a partecipare alla caccia. Suo nonno, Guglielmo IX, morì il 10 febbraio 1.126 e suo padre Guglielmo X gli succedette. Il 3 marzo 1.130, secondo lo storico e archeologo francese, Jacques-Joseph Champollion, suo padre Guglielmo X fece una donazione alla chiesa di Sant'Ilario de La Celle (nei dintorni di Poitiers) che veniva controfirmata dal padre, dalla madre Aénor, da Eleonora e dal fratellino, Guglielmo l'Ardito (Willielmi ducis Aquitanorum, Aenordis comitissæ, Alienordis filiæ eorum, Wilelmi Aigres filii eorum). Non si conosce l'anno esatto, ma tra il 1.130 ed il 1.137, Eleonora divenne l'erede dei ducati d'Aquitania e Guascogna, fra i più importanti domini del regno di Francia (e che non erano vassalli della corona di Francia) per la morte del fratello, Guglielmo l'Ardito. Nel contempo, rimasto vedovo, dopo il 1.130, suo padre, Guglielmo X sposò, in seconde nozze, Emma di Limoges, figlia del conte di Limoges, Ademaro III . Infatti, suo zio Raimondo di Poitiers (ca. 1.115-1.149), nel 1.136, sposò la principessa Costanza (come viene ricordato dall'arcivescovo Guglielmo, della città di Tiro, nell'odierno Libano), di 10 anni, figlia ed erede di Boemondo II, Principe d'Antiochia e di Alice di Gerusalemme per cui poi divenne principe d’Antiochia. Guglielmo X, alla fine del 1.136, iniziò un pellegrinaggio per Santiago de Compostela ma morì, forse per un'intossicazione alimentare, durante il viaggio, nel 1.137, sembra di Venerdì Santo; secondo la Chronique de Guillaume de Nangis, morì la vigilia di Pasqua (il 9 aprile) e fu sepolto a Santiago de Compostela. Lasciò due figlie: Eleonora e Petronilla. Comunque, prima di morire si raccomandò che la primogenita Eleonora, che gli subentrava nei titoli di duchessa d'Aquitania e di Guascogna e di contessa di Poitiers, portando in dote l'Aquitania, fosse data in sposa a Luigi (1.120-1.180), figlio ed erede del re di Francia, Luigi VI. Luigi VI, pensando che il regno di Francia dalla Loira si sarebbe esteso sino ai Pirenei ed al Mar Mediterraneo, accettò di buon grado e così Luigi il Giovane, con un folto seguito si diresse in Aquitania. Il matrimonio tra Eleonora e Luigi di Francia fu celebrato, a Bordeaux, il 22 luglio 1.137, nella Cattedrale di Sant'Andrea. La prima notte di nozze fu nel castello di Taillebourg. Secondo l'usanza dell'epoca le feste durarono alcuni giorni e si svolsero nei dintorni di Bordeaux, al palazzo di Ombrière; le feste accompagnarono gli sposi anche durante il viaggio verso Parigi. Durante il viaggio, gli sposi furono incoronati duchi d'Aquitania nella cattedrale di Poitiers, ma il ducato non venne riunito alla corona di Francia, Eleonora rimase duchessa e Luigi duca consorte; fu altresì stabilito che il loro primo figlio sarebbe stato re di Francia e duca d'Aquitania, quindi la fusione dei due domini sarebbe avvenuta con una generazione di ritardo. Secondo Orderico Vitale, Luigi VII, fu incoronato a Poitiers, re di Francia e re consorte di Aquitania, dopo la morte del padre, Luigi VI, morto il primo di agosto del 1.137 (dopo essersi ammalato nella foresta vicino a Compiègne), quando gli sposi erano ancora in viaggio per Parigi. Nel giorno di Natale del 1.137 Eleonora venne incoronata a Bourges, mentre il marito veniva reincoronato (essendo già stato incoronato all'età di 11 anni, il 25 ottobre 1.131, a Reims). Di spirito libero e vivace, non è ben accettata alla corte di Francia, fredda e riservata; ella è criticata per la sua condotta ritenuta indecente (così come era già avvenuto per un'altra regina del sud della Francia, Costanza d'Arles, moglie di Roberto II di Francia, circa un secolo prima): i suoi lussi, dai gioielli alle tappezzerie, sorpresero i cortigiani e poi i trovatori che lei faceva venire alla corte non erano graditi: il Marcabru, addirittura, fu cacciato dal re in persona per le canzoni, un poco spinte, composte per la sua amata, che forse era la regina; il trovatore in seguito dovette recarsi presso le corti spagnole per poter continuare a vivere della sua arte. Eleonora era soprattutto criticata per l'influenza che esercitava sul re. La giovane coppia (entrambi avevano meno di vent'anni) prendeva decisioni avventate come la spedizione (che si risolse in un insuccesso) contro la contea di Tolosa su cui Eleonora vantava dei diritti, per via della nonna Filippa di Tolosa oppure il conflitto col Papa Innocenzo II per la nomina del nuovo arcivescovo di Bourges (Pietro de La Châtre) a cui il re proibì di entrare in città; oppure la pressione esercitata su Rodolfo di Vermandois (1.085-1.152) affinché ripudiasse la moglie, Eleonora di Champagne, per risposarsi con la giovane Petronilla d'Aquitania (1.125-1.153, invaghita del maturo Rodolfo), sorella della duchessa Eleonora; Rodolfo accettò, fu scomunicato dal papa assieme a Petronilla e, nel 1.142, dovette sostenere un conflitto vittorioso contro il conte di Champagne Tibaldo IV di Blois (presso il quale si era rifugiato Pietro della Châtre), fratello della moglie ripudiata, Eleonora di Blois. Durante il conflitto in cui il re appoggiò Rodolfo, ci fu la conquista della città di Vitry-en-Perthois; gli abitanti della città, sembra circa 1.300, si rifugiarono nella chiesa, a cui fu dato fuoco. Sul regno di Francia e sulla coppia reale, ancora senza figli, cadde l'Interdetto della Chiesa. Eleonora si recò a consiglio da Bernardo di Chiaravalle, che consigliò la riappacificazione dei conflitti; cosa che avvenne, la Champagne fu restituita a Tibaldo e Pietro poté ottenere l'arcivescovato di Bourges. La scomunica fu ritirata e nel 1.145 la coppia reale ebbe una figlia, Maria. Affinché l'Interdetto fosse tolto ed anche per ottenere la nascita del sospirato figlio maschio, Eleonora, influenzata sempre dalle prediche di Bernardo di Chiaravalle (che aveva ricevuto l'incarico da papa Eugenio III di predicare la crociata in Francia, cosa che Bernardo fece con ottimi risultati e poi si recò a predicarla anche nei territori dell'impero, dove ebbe un altrettanto buon risultato), spinse Luigi a partecipare alla Seconda crociata; lei lo avrebbe accompagnato in Terra Santa come pellegrina, come sostiene lo storico Steven Runciman, nel volume II del suo "A history of the Crusades". La seconda crociata francese, essendovi al seguito la regina e parecchie dame dei crociati, cariche di bagagli, si ritrovò un convoglio sovraccarico, che procedeva lentamente. Partì nel giugno del 1.147, mentre la crociata tedesca, partita a maggio, arrivò molto prima in terra Santa. Con la crociata cominciarono i dissapori tra i coniugi:
- lei si fece accompagnare dal trovatore Jaufré Rudel,
- la strage alla battaglia del monte Cadmo, nel 1.148, dove l'avanguardia (con la regina), comandata da un vassallo aquitano, Goffredo di Rancon, contravvenendo agli ordini non attese la retroguardia (con il re) ed i pellegrini, che subirono un massacro da parte dei Turchi; il re si salvò miracolosamente. La colpa ricadde su Goffredo, ma i dubbi su Eleonora rimasero.
- l'incontro con lo zio Raimondo di Poitiers, che accolse i Crociati in Antiochia, ma non fu ricambiato in alcun modo. Allora circolò la diceria che tra zio e nipote nascesse un incestuoso adulterio, nei mesi che Luigi ed i francesi furono a Gerusalemme, mentre la regina e gli aquitani rimanevano in Antiochia.
- anche l'esito negativo della crociata (la mancata conquista di Damasco) e la colossale menzogna Bizantina che nascose ai francesi il disastro a cui erano andati incontro i tedeschi, portò dissapori tra i coniugi.
Nel 1.149 Luigi VII ed Eleonora ritornarono dalla crociata e arrivarono in Italia, via mare, separatamente. Incontrarono il Papa Eugenio III nell'Abbazia di Montecassino, che riuscì a farli riconciliare. Rientrarono in Francia e nel 1.150, nacque una seconda figlia, Alice. Nel 1.151 il rapporto tra i coniugi era ancora buono, come ci conferma il documento n° XXIX del Cartulaire de l'abbaye royale de Notre-Dame de Saintes, in cui Eleonora con l'approvazione del marito, re di Francia e duca d'Aquitania (Ludovici regis Francorum et ducis Aquitanorum collateralis nostri), conferma i privilegi all'abbazia di Notre-Dame de Saintes. Ma i dissapori continuarono. L'11 marzo 1.152 si riunirono nel sinodo di Beaugency gli arcivescovi di Bordeaux, Rouen, Reims ed il primate di Francia, che il 21 marzo, dinnanzi a Luigi ed Eleonora, sancirono, con la benedizione papale, che il loro matrimonio era stato nullo per consanguineità di quarto grado, ambedue discendevano da Roberto II di Francia (dal primogenito Enrico I di Francia attraverso Filippo I di Francia e Luigi VI di Francia discendeva Luigi; mentre dal secondogenito, duca di Borgogna Roberto di Francia attraverso Hildegarda di Borgogna (che aveva sposato Guglielmo VIII di Aquitania), Guglielmo IX di Aquitania e Guglielmo X di Aquitania, da cui discendeva Eleonora). Le due figlie venivano dichiarate legittime e sarebbero rimaste presso la corte francese e tutti i possedimenti di Aquitania e Guascogna venivano restituiti ad Eleonora.

Nel 1.145 - Papa Eugenio III, con la bolla Quantum praedecessores (scritta a Vetralla), bandisce la Seconda Crociata. La seconda crociata fu la diretta conseguenza della caduta della contea di Edessa nel dicembre del 1.144, ad opera dell'atabeg Zengī (arabo ‘Imād al-Dīn Zengi) di Aleppo e Mossul - che, con la città anatolico-mesopotamica di Harrān, costituiva la regione che gli Arabi chiamavano Jazira (letteralmente "l'isola"), solo nominalmente dipendente dai Selgiuchidi e ancor più simbolicamente, dal Califfo Abbaside. Con gli sforzi di papa Callisto II, mirante ad una spedizione su larga scala, si accorparono nella crociata anche la spedizione in Spagna e contro gli Slavi Vendi dell'est Europa.
I domini cristiani in Terrasanta nel 1140: la contea di
Edessa, il principato di Antiochia, la contea di
Tripoli e il regno di Gerusalemme.
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La caduta di Edessa fece impressione, ma probabilmente molto meno di quanto si possa pensare, perché l'indizione di una nuova crociata contro i musulmani stentò a partire: furono necessari tutti gli sforzi del papa Eugenio III e di Bernardo di Chiaravalle, futuro santo, per darle lo slancio iniziale. Il teologo san Bernardo di Chiaravalle (Bernard de Clairvaux) teorizzò, in risposta alla difficoltà per un cristiano di conciliare la guerra non difensiva con la parola di Dio, la teoria del malicidio: chi uccide un uomo intrinsecamente cattivo, quale è chi si oppone a Cristo, non uccide in realtà un uomo, ma il male che è in lui; dunque egli non è un omicida bensì un malicida. Questa episodica giustificazione, in risposta a un espresso quesito dei cavalieri templari, non assunse tuttavia il carattere di giustificazione generalizzata di quella che fu, in effetti, una campagna per la ripresa di Edessa. In risposta all'appassionata azione predicatoria messa in atto da Bernardo di Chiaravalle, il 1º dicembre 1.145 papa Eugenio III, con la bolla Quantum praedecessores (scritta a Vetralla), bandì quindi una nuova Crociata per recuperare la perduta contea che, per essere la più settentrionale era anche quella più difficile da difendere. Con la bolla il papa estese l'indulgenza collegata alla crociata a tutti quelli che sarebbero andati in soccorso della Chiesa Orientale. Il 1º marzo 1.146 il papa modificò la bolla e, rifacendosi all'appello del suo predecessore Urbano II, dichiarò che la perdita di Edessa era da imputare solo ai peccati dei cristiani e perciò esortava tutti a combattere contro i nemici di Cristo, in qualsiasi luogo essi si trovino. Ribadì, inoltre, che i privilegi dei crociati erano l'indulgenza dei peccati, sospensione da eventuali processi in corso, moratoria sugli interessi dei debiti, protezione della persona del crociato e dei suoi beni da parte della Chiesa. Alla nuova Crociata risposero questa volta due importanti sovrani, e non più semplici nobili di maggiore o minor caratura: l'Imperatore germanico Corrado III (che in realtà non fu però mai incoronato come tale) e il sovrano francese capetingio Luigi VII, col loro seguito di mogli e cortigiani. Nonostante che Ruggero II, re normanno di Sicilia, si fosse offerto di trasportare tutti gli uomini via mare direttamente in Terrasanta, i due sovrani decisero di seguire l'itinerario via terra, sia perché suggerito dall'imperatore bizantino Manuele I quando questi era stato interpellato nell'estate del 1.146, sia perché entrambi i sovrani, come pure lo stesso papa, erano molto diffidenti nei confronti del normanno. La Seconda Crociata ebbe un primo grave rovescio ancor prima di affacciarsi in Terra Santa perché l'esercito franco-germanico, in cui i francesi erano all'avanguardia e i tedeschi in retroguardia, invase i domini dei turchi danishmendidi. I soldati di Corrado incapparono in un'imboscata nell'ottobre del 1.147 (Battaglia di Dorylaeum) e nel 1º gennaio del 1.148 in Pisidia, davanti ad Antiochia l'esercito di Corrado venne massacrato. Le difficoltà di approvvigionamento - dovute alle violente razzie con cui i Crociati provvedevano a risolvere i propri problemi logistici ma che inducevano le popolazioni cristiane locali a nascondere i propri beni e se stesse - segnarono negativamente i guerrieri, al cui interno le rivalità avevano assunto le tinte assai più gravi d'una semplice cameratesca rivalità etnica. In realtà a rendere vana l'impresa era l'inadeguata capacità di questi nuovi Crociati di leggere in modo appropriato la delicata situazione strategica che reggeva Outremer. L'indecisione del sovrano francese - inutilmente spronato dalla moglie Eleonora d'Aquitania (dalla quale sarà costretto poco più tardi a divorziare) - a concepire in modo più ampio e organico la sua venuta e a non limitarsi a un puro e semplice assolvimento del votum crucis da esaurire a Gerusalemme, costituì la vera debolezza della Seconda Crociata che decise di conquistare Damasco ritenendola punto nodale di un'azione di affermazione cristiana in Terra Santa. La decisione fu quanto mai deleteria perché in quel modo ci si inimicava l'unica importante entità politica islamica che intendeva seguitare a mantenere rapporti cordiali e pacifici con i Crociati. La locale dinastia dei Buridi temeva infatti di cadere sotto il controllo dei potenti Zengidi di Norandino, degli ancor più potenti Selgiuchidi o dei Fatimidi che non avevano mai abbandonato l'idea d'inglobare la città e i suoi domini al loro Imamato. L'importanza strategica di Damasco per Outremer era tutta nella sua collocazione lungo la sua frontiera orientale e nella sua capacità di impedire che si saldasse il cerchio anti-crociato da parte delle forze musulmane ostili, senza dimenticare la valida sponda che a Outremer i Buridi garantivano anche sul piano economico e commerciale. Ciò nonostante i due sovrani decisero l'assedio di Damasco, malgrado le loro truppe fossero decimate, demoralizzate e cariche di reciproco astio. Il 24 luglio 1.148 l'assedio cominciò ma la resistenza incontrata fu inaspettatamente assai forte mentre - cosa che i Crociati avrebbero a tutti i costi dovuto evitare - l'emiro buride Onor chiedeva aiuto a Norandino. L'assedio terminò con un nulla di fatto il 28 luglio 1.148, dopo soli quattro giorni di offensive e controffensive di limitata entità, con un avvilente ritiro degli assedianti e con il loro definitivo abbandono della scena siriana. Alla Crociata prese parte anche Cacciaguida, antenato di Dante Alighieri, come il poeta ricorda nel suo Paradiso.

Nel 1.150 - Gli Arabi introducono in Spagna la tecnica di fabbricazione della carta.

Nel 1.154 - Scende in Italia l'imperatore Fede­rico I Barbarossa. Il processo di autonomia dei Comuni, fu rafforzato dalla crisi in cui precipitò la Germania, che fu lacerata da un’aspra contesa fra due opposte fazioni a sostegno di due casate rivali. Si chiamavano Ghibellini i fautori della Casa di Svevia, che si proclamavano difensori dell’onore dell’Impero perché affermavano la superiorità dell’imperatore sul Papa, sostenuta dal "Privilegio Ottoniano". Si chiamavano Guelfi i sostenitori della Casa di Baviera, fautori della libertà della Chiesa romana, e quindi favorevoli al "Concordato di Worms". Successivamente, dato che la casata sveva acquisì la corona imperiale e, con Federico I Hohenstaufen, cercò di consolidare il proprio potere nel Regno d’Italia, nel nuovo ambito politico la lotta passò a designare chi appoggiava l’impero (Ghibellini) e chi lo contrastava in appoggio al papato (Guelfi).
Cartina dell'Europa nell'anno 1154, quandoFederico I Barbarossa
 scende in Italia per tentare di sottomettere i Comuni.
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L’elezione di Federico I di Svevia (1.152), passato alla storia con il nome di Barbarossa, fu resa possibile dal fatto che era imparentato con entrambe le casate di Svevia e di Baviera. Ristabilita la pace in Germania, Federico decise di ripristinare l'autorità imperiale in Italia, infatti le difficoltà dell'impero avevano consentito ai comuni italiani di sottrarsi di fatto al controllo politico dell'imperatore. Nel 1.154 scese in Italia per farsi incoronare imperatore e convocò la Dieta di Roncaglia per condannare la rivendicazione di sovranità dei comuni. Nel 1.158 scese una seconda volta e distrusse Crema e Milano che si erano ribellate. I comuni si coalizzarono nel 1.167 nella Lega Lombarda,  insieme di 36 città che nella battaglia di Legnano del 1.176 sconfissero il Barbarossa.

Nel 1.154 - Inizia la costruzione della catte­drale di Chartres in Francia.

Nel 1.158 - Tra l'XI e il XII secolo si sviluppa la lotta per le investiture. E' un periodo fondamentale per lo sviluppo della politica europea, per definire i rapporti tra lo Stato e la Chiesa. In questa lotta le discussioni di diritto sono fondamentali e fondamentale è lo studio del diritto giustinianeo, fondamento della identità dell'lmpero. Nel 1158 quattro esperti di diritto, quattro doctores ritenuti allievi di Irnerio, cioè Bulgaro, Martino, Jacopo e Ugo di Porta Ravegnana vengono invitati da Federico I Barbarossa alla Dieta di Roncaglia per esprimere un parere sui diritti dell'Impero nei riguardi di altre entità politiche. Tranne Martino, gli altri tre si pronunciarono a favore dell'Impero. Essi dimostrano con glosse molto sottili che l'unica Legge è quella romana, affidata all'Impero. Come conseguenza Federico I Barbarossa nel 1158 promulga una Constitutio Habita con la quale si stabilisce che ogni scuola si costituisce come una societas di socii (allievi) presieduta da un maestro (dominus) che viene compensato con le quote pagategli dagli studenti. L'Impero si impegna a proteggere dalle intrusioni di ogni autorità politica tutti gli scholares che viaggiano per ragioni di studio. Si tratta di un evento fondamentale per la storia dell'università europea. L'università diventa per legge il luogo in cui la ricerca si sviluppa liberamente, indipendentemente da ogni altro potere.
Da http://www.unibo.it/it/ateneo/chi-siamo/la-nostra-storia/luniversita-dal-xii-al-xx-secolo

Nel 1.160 - Redazione del "Tristano e Isotta" e dell'epopea dei Nibelunghi. Nella saga dei Nibelunghi (da nebel, nebbia), Brunilde è la regina d'Islanda di cui Gunther, re dei Burgundi, fratello di Grimilde, Gernot e Giselher, si innamora. Per poter ottenere la sua mano il re decide di chiedere aiuto al compagno d'armi Sigfrido, figlio di Siegmund e di Sieglinde, eroe vincitore dei Nibelunghi. Questi, in cambio della mano di Grimilde, decide di aiutarlo. Ma la regina islandese, vergine guerriera dalla forza immensa, impone una duplice prova ai suoi pretendenti: la sposerà solo chi riuscirà a raggiungere d'un balzo un masso scagliato lontano da lei, per poi vincerla in duello. La situazione è grave per il burgundo Gunther, tanto più che numerosi e valorosi guerrieri sono morti prima di lui in quella stessa impresa: ma è Sigfrido a combattere al suo fianco, facendosi forte del suo cappuccio dell'invisibilità che gli da le sembianze di Gunther stesso. Gunther, considerato infine vincitore, porta la sua bella promessa sposa a Worms, città sul Reno, centro del regno burgundo. Si svolgono quindi parallelamente le nozze di Sigfrido-Grimilde e di Gunther-Brunilde. Quando Gunther cerca di consumare il matrimonio, la moglie lo lega e lo appende a una parete con un grosso uncino. Umiliato, il re chiede di nuovo aiuto a Sigfrido che, assumendo nuovamente le sembianze del re, riesce a sopraffare la donna e farla unire con Gunther. Ma Sigfrido, prima di allontanarsi dai due nuovi amanti, sottrae a Brunilde un anello d'oro e una cintura preziosa. Quando, nella 14a avventura del manoscritto C dei Nibelunghi, Brunilde vede indossato da Grimilde quello che un tempo apparteneva a lei, capisce di essere stata ingannata per ben due volte da Sigfrido e  adirata, dopo un terribile litigio con Grimilde, affida ad Hagen il compito di uccidere Sigfrido. Brunilde non viene più menzionata dalla 15ª alla 39ª (ed ultima) avventura; secondo alcune versioni della leggenda, però, alla morte di Sigfrido venne colta da un'enorme senso di colpa che la spinse a suicidarsi gettandosi nella pira costruita per l'eroe defunto. In "L'anello del Nibelungo" di Richard Wagner è la protagonista al fianco di Sigfrido delle tre giornate (la prima opera, "L'oro del Reno", è considerata un prologo). Compare per la prima volta nella prima giornata, "La Valchiria", della quale è l'eponima, ove è presentata come figlia di Wotan (Odino) e di Erda, nonché una delle nove Valchirie. Viene bandita dalla razza divina perché ha tentato di contrastare la volontà del padre aiutando Siegmund e Sieglinde. È inoltre lei a dare il nome al nascituro Sigfrido ("Colui che gioisce nella vittoria"). Nella seconda giornata, viene svegliata dal lungo sonno in cui Wotan l'aveva sprofondata da Sigfrido, mentre nella terza, "Il crepuscolo degli dei", a causa di un intrico di complotti di palazzo manovrati da Hagen, va in sposa a Gunther, re dei Burgundi. Sigfrido sposa la sorella del re, Gutrune e Brunilde chiede ad Hagen di vendicarla. Questi uccide Sigfrido, che in punto di morte recupera la memoria che Hagen aveva cancellato con un filtro, e muore col nome dell'amata Valchiria sulle labbra. Quando il corpo di Sigfrido è posto sulla pira funebre, Brunilde, montando in sella al suo cavallo Grane si getta tra le fiamme, indossando l'Anello maledetto (che Sigfrido le aveva precedentemente donato). Così l'Anello torna al Reno mentre con un brano orchestrale intitolato non a caso "Glorificazione di Brunilde" si conclude l'opera. L'interpretazione grafica più comune della "Glorificazione" è il rogo del Walhalla (con al suo interno tutti gli dèi) e l'inizio di una nuova età per il genere umano, libero dall'eredità di morte ed oppressione costituita dal vecchio credo germanico: l'amore tra Brunilde e Sigfrido ha sconfitto la maledizione dell'Anello e tutto ciò che era stato costruito su di esso (tra cui il Walhalla e, per estensione, tutto ciò che è il pantheon norreno).

Nel 1.163 - Inizia la costruzione della catte­drale di Notre-Dame a Parigi. 

Nel 1.173 - Valdo di Lione inizia la sua predicazione. Mentre i Catari, (catari, cioè “puri”, dal greco katharoi) che predicavano il Vangelo di Giovanni ed intendevano vivere in povertà la propria dottrina rigorosa, divennero una forte minoranza, diffusi in tutta l’Occitania occidentale; in quella orientale, l’eresia più diffusa era invece quella valdese. Il valdismo, i cui fedeli sono chiamati valdesi, è stato un movimento pauperistico medievale nato nell'ultimo quarto del XII secolo, scomunicato nel 1.184, e dal 1.532 è una confessione protestante di matrice calvinista. La corrente valdese del cristianesimo nasce nel Medioevo, precisamente nel XII secolo, come movimento religioso, costituito da contadini e in genere da poveri, che precede di poco quello promosso da Francesco d'Assisi. Tradizionalmente si fa risalire la fondazione del movimento a Valdo di Lione (o Pietro Valdo o Valdesio, dalla latinizzazione Valdesius). In realtà, l'origine dei Valdesi si confonde con il grande fermento di movimenti pauperistici di riforma del Cristianesimo sviluppatisi nel corso del XII secolo. Oggi, esiste una via a Lione che porta il suo nome, nel 5ème arrondissement (rue Pierre-Valdo). Valdo, si dice in seguito all'ascolto da un menestrello sulla vita di sant'Alessio, decise di approfondire lo studio della Bibbia: egli però non conosceva il latino, così si fece tradurre i Vangeli e altri scritti biblici in francese. Fu colpito in particolar modo dalle parole rivolte da Gesù al giovane ricco: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi" (Matteo XIX, 21). Decise allora, nel 1.173, di abbandonare la moglie, far accogliere le figlie nel monastero di Fontevrault e offrire tutta la sua ricchezza ai poveri. In seguito si circondò di un gruppo di seguaci con i quali, fatto voto di castità e vestiti solo di stracci, andava in giro a predicare il messaggio evangelico; ben presto il gruppo fu identificato con l'espressione Poveri di Lione. La loro predicazione si svolse all'interno dell' "ortodossia" romana, rivolgendosi principalmente contro il dualismo cataro. La fedeltà al papa di Roma da parte del movimento valdese in questi anni è testimoniata dalla ricerca di approvazione ecclesiastica nel 1.179, in occasione del terzo concilio Laterano: essi si recarono a Roma incontrandosi anche con il pontefice Alessandro III, il quale dimostrò apprezzamento per il loro proposito di vivere in maniera povera e conforme al dettato evangelico, ma non fu disposto a riconoscere la loro richiesta di essere predicatori della Parola.
Valdo di Lione, monumento
ubicato a Worms, in
Germania.
In quel periodo l'annuncio del Vangelo infatti era riservato solo ai chierici e agli ecclesiastici, ai laici non era permesso predicare ed era persino sconsigliata la lettura diretta e personale della Bibbia. Valdo (detto anche Valdesio, dalla latinizzazione del suo nome) tuttavia, insieme ai suoi seguaci, continuò a diffondere l'insegnamento cristiano nonostante il divieto papale, in piena disobbedienza; quindi, nel 1.180, fu convocato dal cardinale Enrico di Marcy, vescovo di Albano, in un sinodo a Lione, nel quale Valdo e i suoi seguaci dichiararono la loro completa "ortodossia" e al contempo esposero quelli che consideravano gli "errori" dei catari. Nonostante ciò, la predicazione da parte dei laici e delle donne e la lettura individuale della Bibbia erano aspetti considerati inaccettabili dalla Chiesa romana, consapevole del fatto che ammettere tale innovazione avrebbe significato dare il via ad un processo di trasformazione dagli esiti imprevedibili qualora la lettura e interpretazione dei testi sacri fosse permessa anche a fedeli non appartenenti al clero. Tutto questo era stato ben compreso da Walter Map, rappresentante di re Enrico II Plantageneto al concilio lateranense del 1.179, che a proposito dei valdesi aveva scritto: « Costoro mai hanno dimore stabili, se ne vanno due a due a piedi nudi, vestiti di lana, nulla possedendo, ma mettendo tutto in comune come gli apostoli, seguendo nudi il Cristo nudo. Iniziano ora in modo umilissimo, perché stentano a muovere il piede; ma qualora li ammettessimo, ne saremmo cacciati » (Walter Map, De Nugis Curialium)
Nel 1.184 a Verona, con la bolla Ad abolendam, papa Lucio III scomunicò una serie di movimenti ritenuti ereticali anche molto diversi tra loro, tra cui i poveri di Lione, i valdesi. La motivazione per tale scomunica rimase la "presunzione" dei valdesi a voler predicare in pubblico. Nonostante la condanna papale, comunque, il movimento valdese continuò la sua espansione verso il Mezzogiorno di Francia e l'Italia (Piemonte, Lombardia, Puglia e Calabria), giungendo anche in alcune regioni della Germania, in Svizzera, e persino in Austria, Spagna, Ungheria, Polonia e Boemia. Le comunità valdesi erano organizzate su due livelli: vi erano i "perfetti" o "barba" (che significa "zio", in contrapposizione al "padre" cattolico) che seguivano i tre voti monastici di povertà, castità, e obbedienza ed erano predicatori itineranti, e i semplici fedeli, che erano detti "amici" o "noti". La comunità aveva tre gradi gerarchici: diaconi, presbiteri e vescovi e preparava i futuri predicatori in apposite scuole, gli "ospizi". Osservavano la liturgia delle Ore e i digiuni, celebravano la Cena del Signore (nella Linguadoca con pane, vino e pesce) e la sera del Giovedì Santo praticavano la lavanda dei piedi. Studiavano a memoria interi Vangeli e altre parti della Bibbia che Valdo aveva fatto tradurre nelle varie lingue popolari. Dopo la scomunica, però, il movimento valdese perse la sua compattezza originaria e iniziò a sfaldarsi in gruppi locali differenziati tra di loro. La prima grande spaccatura avvenne nel 1.205 circa, quando una parte consistente di valdesi di Lombardia dette vita ad un gruppo autonomo detto appunto Poveri Lombardi (pauperes Lombardi). Entrando in Lombardia i predicatori e le predicatrici valdesi poveri (fratres et sorores) miravano, come altrove, a costituire gruppi di amici o credentes che vivessero nel mondo, lavorassero e li sostenessero con le loro elemosine. Vennero però qui a trovarsi in una situazione politica e sociale radicalmente diversa da quella d'oltralpe. Trovarono infatti una miriade di Comuni in lotta perenne per la loro piena indipendenza dall'Impero e dal papato e lacerati all'interno dalle lotte tra partito guelfo e partito ghibellino. I valdesi non ebbero problemi a inserirsi nelle strutture comunali, riuscendo anche a farsi eleggere alle cariche più importanti, ma la maggior parte di loro preferì restare ai margini della vita politica a causa del severo divieto del giuramento, dell'insistenza sulla povertà assoluta e per una certa sfiducia verso le autorità umane. Il partito ghibellino sembrava spesso appoggiare questi movimenti ereticali, non però per un reale interesse per le questioni religiose, ma per sfruttare ai suoi fini l'anticlericalismo della loro predicazione. E così, ad alcuni podestà che li difendevano e li appoggiavano, ne seguirono spesso altri che li condannavano e li bruciavano sul rogo. Ma in Lombardia i valdesi vennero ben presto a contatto e furono influenzati da altri movimenti popolari di carattere sociale e religioso, da tempo presenti in loco o di nuova istituzione, come i Patarini, gli Arnaldisti e gli Umiliati. I valdesi lombardi ne furono influenzati al punto da adottare dei provvedimenti che provocarono la reazione di Valdo fino alla scissione che ebbe luogo nel 1.205, essenzialmente a causa di tre motivi:
- I predicatori in Lombardia entrarono a far parte di comunità di lavoratori e ne crearono delle proprie. Secondo Valdo i predicatori non dovevano lavorare ma vivere in povertà delle offerte degli amici per non essere corrotti dalla brama di ricchezze.
- I lombardi si scelsero un capo a vita nella persona del piacentino Giovanni da Ronco detto il Buono. Valdo obiettava che l'unico preposto del loro movimento doveva rimanere Gesù Cristo.
- I lombardi elessero dei ministri ai quali affidarono compiti sacerdotali, come la consacrazione dell'eucaristia.
Valdo temeva che questo fosse il primo passo per costituirsi come contro-chiesa: egli infatti aveva voluto creare una fraternità religiosa di predicatori che si impegnavano a supplire alle carenze del clero nella predicazione e nella cura d'anime, ma non dovevano sostituirsi ad esso. Valdo voleva rimanere nella Chiesa romana e lavorarvi, anche se scomunicato. Da questa prima divisione nacque una crisi del movimento che ebbe importanti evoluzioni nel giro di pochi anni. Tra il 1.205 e il 1.207 Valdo morì senza essere riuscito a ricomporre lo scisma interno al suo movimento e la frattura con Roma. Da allora molti gruppi iniziarono ad allontanarsi dall'ortodossia cattolica, rifiutando le gerarchie ecclesiastiche, giudicate peccatrici e malvagie. Quando il Concilio Lateranense IV nel 1.215 definisce formalmente la dottrina della transustanziazione (cioè l'idea della presenza reale e sostanziale di Cristo nell'Eucarestia), questa non trova consensi tra i valdesi. A causa di queste tendenze il principale interprete del valdismo originario, Durando d'Osca, insieme ad un gruppo di discepoli, tentò di mettere fine al dissidio con le gerarchie ecclesiastiche facendo riconoscere dalla Chiesa romana i punti essenziali della primitiva ispirazione di Valdo. La speranza però si rivelò illusoria: il papa, nel 1.208, approvò il loro proposito di vita religiosa ma non colse i motivi centrali della loro ispirazione e il nuovo ordine, con il nome di Poveri Cattolici (pauperes catholici), fu orientato in funzione antiereticale. Una sorte leggermente migliore toccò a Bernardo Primo e ai suoi seguaci, riconosciuti nel 1.210 dalla Chiesa con il nome di Poveri Riconciliati, che riuscirono a inserire nel loro proposito il supremo magistero di Cristo e il mandato apostolico di predicare per la salvezza del popolo di Dio. Entrambi i gruppi, comunque, non riuscirono nel loro intento di rifondare dall'interno la Chiesa né a sottrarre dalla presunta "eresia" gli altri movimenti valdesi. Inoltre le gerarchie ecclesiastiche li guardavano con sospetto e furono spesso accusati di aver accettato l'"ortodossia" romana solo formalmente; nel giro di pochi anni, perciò, i Poveri Cattolici e i Poveri Riconciliati si esaurirono o furono costretti a fondersi con altri ordini religiosi. I restanti membri del movimento valdese si erano organizzati in due gruppi, quello ultramontano e quello italico. Nel 1.218 la Società dei Fratelli Ultramontani (societas fratrum Ultramontanorum) e la Società dei Fratelli Italici (societas fratrum Italicorum) si incontrarono a Bergamo con l'intento di trovare una nuova unità, ma non riuscirono a ricomporre le loro fratture.

Nel 1.175 - Chrétien de Troyes, ispirato dagli ideali cavallereschi occitani e probabilmente informato su eventi storici sconosciuti ai più, comporrà fra il 1.175 e il 1.190, "Le Roman de Perceval ou le conte du Graal", romanzo incompiuto in versi che aprirà il filone narrativo del Sangraal, re Artù, il primo re, nella saga bretone, cristiano, e che narrerà di Perceval (Parsifal).

"La battaglia di Legnano" di Amos Cassoli (1860-70)
Firenze, Galleria d'arte moderna di palazzo Pitti.
- Si diffondono in Stiria i primi altiforni che rendono possibile la produzione della ghisa. La Stiria (Steiermark in tedesco, Štajerska in sloveno) è un Lander del sud-est dell'Austria.

Nel 1.176 - A Legnano la Lega Lombarda sconfigge Federico Barbarossa. Nel ricordo della battaglia, è affiorata la memoria di Alberto da Giussano, un personaggio storico del XII secolo; condottiero italiano citato in alcune opere letterarie scritte in secoli successivi, di cui non ne è univocamente determinata la effettiva esistenza storica. Con l'esclusione della possibile provenienza, Giussano, una città a 25 km a nord di Milano, non si hanno notizie storiche e biografiche certe.
Legnano - Monumento
ad Alberto da Giussano.
Appare per la prima volta nella cronaca storica della città di Milano scritta dal frate domenicano Galvano Fiamma nella prima metà del XIV secolo. La cronaca fu scritta per compiacere Galeazzo Visconti signore di Milano, ricostruendo la storia del medioevo del comune in toni eroici. Alberto venne descritto come il cavaliere che si distinse insieme ai due fratelli nella battaglia di Legnano del 29 maggio 1.176, per aver guidato la Compagnia della Morte. Secondo Galvano Fiamma, egli fondò, organizzò ed equipaggiò la Compagnia della Morte, descritta come un'associazione militare di 900 giovani cavalieri scelti con il compito di difendere fino alla morte il carroccio, simbolo della Lega Lombarda, contro l'esercito imperiale di Federico I Barbarossa, imperatore del Sacro Romano Impero. Alcuni storici ritengono tuttavia la sua figura poco attendibile in quanto "troppo romanzata ed idealizzante". Nell'immaginario collettivo egli rimane comunque un simbolo della libertà dei popoli oppressi dal potere centrale. Dopo la battaglia di Legnano, si giunse ad un nuovo tentativo di pacificazione che si svolse a Venezia nel luglio 1.177, a cui parteciparono il papa, l'imperatore, Guglielmo II il Buono (Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono: Palermo 1.153 - 1.189, discendente della famiglia degli Altavilla, figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra, fu Re di Sicilia dal 1166 e viene ricordato come uno dei monarchi normanni che ebbe la maggiore benevolenza popolare) e delegati dei Comuni: si confermarono sostanzialmente gli accordi di Anagni ma non si arrivò ad una pace definitiva, bensì ad una lunga tregua col re di Sicilia e ad una triennale coi Comuni. Federico tornò a quel punto in Germania per risolvere definitivamente i contrasti con i suoi feudatari, in modo particolare con Enrico il Leone, reo di non aver sostenuto l'imperatore nel modo adeguato dal punto di vista militare. L'ostinata resistenza di Enrico fu infine vinta (nel 1.180) e anche in Italia la situazione andava migliorando, poiché la Lega si stava sfaldando a causa di contrasti e rivalità interne fra i Comuni. Si giunse così alla "pace definitiva" di Costanza, il 25 giugno 1.183: l'imperatore riconosceva la Lega e faceva alle città che la componevano concessioni riguardanti tutti gli ambiti, amministrativo, politico e giudiziario, regalie comprese; rinunciava inoltre alla nomina dei podestà, riconoscendo i consoli nominati dai cittadini. I Comuni si impegnavano in cambio:
- a pagare un indennizzo una tantum di 15.000 lire e un tributo annuo di 2.000,
- a corrispondere all'imperatore il fodro (ossia il foraggio per i cavalli, o un'imposta sostitutiva) quando questi fosse sceso in Italia,
- a concedere all'imperatore la prerogativa di dirimere in prima persona le questioni fra un Comune e l'altro. Si trattava di un compromesso che segnava la rinuncia all'ormai anacronistico concetto di "impero universale" e dunque, al piano di dominio assoluto di Federico, mentre i Comuni avrebbero mantenuto la loro larga autonomia. Prima di morire, tuttavia, Federico riuscì ad estendere la propria autorità sul regno normanno, dando in matrimonio il figlio Enrico a Costanza d'Altavilla, ultima erede della dinastia normanna. Dopo la pace stipulata con il Papa Alessandro III, Federico si imbarcò per la Terza Crociata (nel 1.189) con Filippo Augusto di Francia e Riccardo I d'Inghilterra (noto come Riccardo Cuor di Leone), ma affogò traversando il fiume Saleph in Cilicia, nel Sud-Est dell'Anatolia. A Federico successe sul trono reale e imperiale il figlio Enrico VI.

Cartina del nord Italia nel 1176, quando Federico I Barbarossa
 è sconfitto a Legnano dai Comuni uniti nella Lega Lombarda.
Con rombi rossi sono segnalati alcuni dei Comuni aderenti alla Lega
Lombarda e, con rombi neri, quelli schierati con l'imperatore.
 E' indicata una parte della Via Francigena, la via che dalla Francia
portava a Roma. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
- La via Francigena era la strada (sarebbe però più corretto dire l'insieme di strade) che nel Medioevo collegava il regno di Borgogna con l'Italia e che rappresentava il più importante canale di comunicazione con il Nord Europa. Il nome "Francigena" deriva dal fatto che i primi segmenti di questa strada attraversavano le Alpi dalla Francia al Piemonte, passando per i valichi dei Moncenisio, dei Monginevro e del Gran San Bernardo; tale nome sarebbe poi rimasto a comprendere anche altri itinerari aperti al transito verso il centro e il nord Europa, fino al Mar Baltico da un lato ed al canale della Manica dall'altro. La via Francigena non è nata, al contrario della rete delle comunicazioni imperiali, da un progetto strategico unitario, ma dalla necessità dei pellegrini di andare verso i luoghi consacrati per guadagnare la benevolenza di Dio. La meta privilegiata dalla maggior parte dei pellegrini era Roma perciò, prima dell'anno Mille, la via Francigena veniva denominata Via Sancti Petri o Romea

Nel 1.183 - Con il Trattato di Costanza i Comuni videro riconosciuta la loro sovranità, ed è il primo esempio di patteggiamento sul potere, fra monarchia assoluta e parti sociali.
Le lotte in Germania non si placarono e furono una delle principali cause del fallimento della politica imperiale.

Nel 1.187 - Gerusalemme, cristiana dal 1.099, viene riconquistata dal sultano curdo Saladino, della dinastia degli Ayyubidi.

Nel 1.189 - Inizia la Terza Crociata (1.189-1.192), detta anche la "crociata dei Re", un tentativo, da parte di vari sovrani europei, di strappare Gerusalemme e quanto perduto della Terrasanta al Saladino.
Salah ad Din Jusuf ibn Ajub, il Saladino.
Saladino, in arabo Ṣalāḥ al-Dīn al-Ayyūbi e in turco Selahaddin Eyyubi (Tikrit, 1.137 / 1.138 - Damasco, 3 / 4 marzo 1.193), è stato un Sultano d'Egitto e Siria e Hijaz, dal 1.174 alla sua morte, col laqab di al-Malik al-Nāṣir ("il sovrano vittorioso"). Ha fondato la dinastia degli Ayyubidi ed è annoverato tra i più grandi strateghi di tutti i tempi. Musulmano sunnita di origine curda, Saladino ha rappresentato l'opposizione musulmana alle crociate europee nel Levante. Al culmine del suo potere, il suo sultanato incluse Egitto, Siria, Mesopotamia, Hijaz, Yemen e altre parti del Nordafrica. Gli antefatti dalla fine della seconda crociata: Norandino si era assicurato il controllo di Damasco e aveva unificato la Siria. Nur ed-Din, Nur ad-Din o Nureddin ma certo ancor più noto nelle cronache latine col nome di Norandino (Nūr al-Dīn Zangī in arabo; 11 febbraio 1.118 - Damasco, 15 maggio 1.174), è stato un condottiero turco appartenne alla dinastia zengide che governò la Siria dal 1.146 al 1.174. Desideroso di espandere i propri territori, Norandino aveva esteso le sue mire all'Egitto, dominato dalla dinastia dei Fatimidi. Nel 1.163 il curdo Shirkuh, uno dei generali più fedeli a Norandino, diede inizio ad una campagna militare lungo il Nilo. Al seguito del generale vi era anche il giovane nipote, Saladino. Minacciato dalle truppe di Shīrkūh, accampate alle porte del Cairo, il visir fatimide Shawar chiamò il re di Gerusalemme Amalrico I in suo soccorso. Amalrico inviò dunque un esercito in Egitto e sfidò Shīrkūh a Bilbeys nel 1.164.
Stemma del regno cristiano
di Gerusalemme.
Nel tentativo di distogliere l'attenzione dei crociati dall'Egitto, Norandino attaccò il Principato di Antiochia, massacrando molti soldati cristiani e catturando numerosi condottieri crociati, fra cui il principe di Antiochia Rinaldo di Chatillon. Norandino mandò poi gli scalpi dei cristiani uccisi a Shirkuh in Egitto affinché li mostrasse ai soldati di Amalrico. Tali eventi spinsero sia Amalrico che Shirkuh a condurre i loro eserciti fuori dall'Egitto. Nel 1.167, Norandino mandò nuovamente Shirkuh a conquistare l'Egitto. Ancora una volta, Shawar chiamò Amalrico in suo soccorso. Le forze cristiane ed egiziane riuscirono a fermare Shīrkūh, costringendolo a ritirarsi verso Alessandria. Amalrico decise in seguito di rompere l'alleanza con Shawar e di scagliarsi a sua volta contro l'Egitto, ponendo Bilbeys sotto assedio. Fu così che Shawar si rivolse al suo vecchio nemico Norandino per difendersi dal tradimento di Amalrico. Non disponendo di forze sufficienti per tenere a lungo Il Cairo sotto assedio, Amalrico decise infine di ritirarsi. Nel frattempo, la nuova alleanza aveva permesso a Norandino di estendere il proprio controllo a tutto il Nord della cosiddetta Mezzaluna Fertile e a porre una pesante ipoteca sull'Egitto.
Shawar venne condannato a morte per la sua alleanza con i cristiani, mentre Shīrkūh gli succedette in qualità di visir dell'Egitto. Nel 1.169 Shīrkūh morì dopo solo alcune settimane di governo e a succedergli fu il nipote Saladino. Norandino morì nel 1.174, lasciando il suo impero al figlio undicenne al-Salih Isma'il e dopo alterne vicende l'unico uomo che si dimostrò in grado di condurre il jihad contro i Crociati fu Saladino, che controllava l'Egitto e gran parte della Siria, dando inizio alla dinastia degli Ayyubidi (dal nome del padre, Ayyub). Anche Amalrico morì nel 1.174, lasciando il trono di Gerusalemme al figlio tredicenne Baldovino IV, il quale concluse un accordo con Saladino per consentire il libero scambio commerciale tra i territori dei musulmani e quelli dei cristiani. Baldovino IV di Gerusalemme, detto il re lebbroso (Gerusalemme, 1.161 - Gerusalemme, 16 marzo 1.185), è stato re di Gerusalemme dal 1.174 alla morte. Figlio di Amalrico I di Gerusalemme e Agnese di Courtenay, Baldovino trascorse la giovinezza alla corte del padre, a Gerusalemme, ed ebbe pochi contatti con la madre, titolare della Contea di Giaffa e Ascalona e più tardi Signora di Sidone. La coppia era stata costretta ad annullare il matrimonio nel 1.164 a causa di un vizio di consanguineità sollevato dalla Chiesa e avallato dai nobili ostili ad Agnese. Amalrico ottenne comunque il riconoscimento della legittimità dei figli nati da quell'unione (Baldovino e la sorella maggiore Sibilla) che furono dichiarati suoi eredi diretti. L'educazione di Baldovino IV fu affidata a Guglielmo di Tiro, che poi divenne anche Arcivescovo di Tiro e cancelliere del Regno. Fu proprio Guglielmo a notare per primo, durante l'infanzia di Baldovino, che il giovane principe non sentiva dolore quando gli si pizzicava il braccio destro. In un primo tempo pensò ad un'accentuata capacità di resistenza al dolore, poi condusse alcuni esami e scoprì che il braccio e la mano destra erano in parte paralizzati. Solo nell'età della pubertà fu possibile effettuare la diagnosi di lebbra, e in quegli anni il decorso della malattia subì un'impressionante accelerazione, degenerando nella forma lepromatosa, la più devastante. Nel 1.176, il principe di Antiochia Rinaldo di Châtillon, liberato dalla sua prigionia, cominciò ad assaltare le carovane che transitavano nella regione della Buqā'ya e, in particolare, una di pellegrini che si recavano a Mecca per il hajj. Rinaldo estese la sua attività corsara fino al Mar Morto, con le sue galee che rendevano estremamente rischiosa la navigazione ai musulmani che si recavano alla Città Santa dell'Islam. Le violenze perpetrate contro gli inermi pellegrini suscitò un vivo odio in tutto il mondo musulmano nei confronti di Rinaldo. Baldovino IV morì nel 1.185 e il trono passò a Baldovino V che al tempo aveva solo cinque anni: la reggenza fu dunque tenuta da Raimondo III di Tripoli, il bisnipote di Raimondo IV di Tolosa (Raimondo di Saint-Gilles della prima crociata) che succedette a suo padre Raimondo II di Tripoli dopo che costui era stato ucciso dalla setta dei al-Hašīšiyyūn nel 1.152, quando Raimondo aveva solo dodici anni. Sua madre, la principessa Hodierna di Tripoli, figlia del re di Gerusalemme Baldovino II, governò come reggente fino a quando Raimondo non compì quindici anni. In seguito venne anche conosciuto con il nome di Raimondo il Giovane per distinguerlo da suo padre. Nel 1.186 Baldovino V morì e la Principessa Sibilla di Gerusalemme (sorella di Baldovino IV e madre di Baldovino V) incoronò sé stessa regina e nominò re il suo nuovo marito Guido di Lusignano. Fu proprio in questo periodo che Rinaldo diede l'assalto ad un'altra ricca carovana, facendo prigionieri i suoi componenti. Saladino intimò quindi che i prigionieri venissero liberati e che il carico fosse restituito. Il nuovo re Guido chiese a Rinaldo di rilasciare i prigionieri, ma la richiesta del sovrano rimase inascoltata. Fu proprio il rifiuto di Rinaldo di Châtillon a dare al Saladino la possibilità di attaccare la città di Tiberiade nel 1.187. Il re Guido decise quindi di marciare con il suo esercito fino ai Corni di Hattīn, nei pressi della città di Tiberiade. L'esercito crociato, vinto dalla sete e demoralizzato, venne massacrato nella battaglia tenutasi nei pressi della città. Guido e Rinaldo, fatti prigionieri, vennero condotti nella tenda del Saladino, dove a Guido venne offerto un calice contenente acqua o, secondo altre fonti, un sorbetto fatto con le nevi del monte Hermon. Ciò stava a significare che Guido era sotto la protezione del Saladino ma Rinaldo, sfinito dalla sete, afferrò impulsivamente il calice di Guido e bevve. Saladino reagì istantaneamente mozzando con la sua stessa spada la testa di Rinaldo, affermando subito dopo di aver in tal modo assolto a un solenne voto da lui fatto subito dopo l'assalto operato dal principe, in un periodo tra l'altro di tregua concordata, ai danni di una carovana di pii musulmani diretti ai riti del pellegrinaggio ( hajj ) a Mecca. Guido, invece, fu inviato a Damasco e fu poi riscattato dal suo popolo. Fu così che, entro la fine dell'anno, Saladino prese San Giovanni d'Acri e Gerusalemme. Secondo la tradizione, papa Urbano III morì il 20 ottobre 1.187 alla notizia di questi avvenimenti, dopo però aver scritto l'enciclica Audita tremendi. Il nuovo papa, Gregorio VIII, disse che la caduta di Gerusalemme era da considerare come il castigo di Dio per i peccati dei cristiani in Europa. Si decise dunque di preparare una nuova crociata. A Gisors il 22 gennaio 1.188 il re di Francia Filippo Augusto e il re Enrico II di Inghilterra con Filippo di Fiandra decidono di partire per la crociata; per tale motivo impongono nei loro territori una nuova tassa, detta la decima del Saladino per finanziarla. Anche l'ormai vecchio imperatore Federico Barbarossa decise di rispondere immediatamente all'appello del papa. Egli ricevette la croce nella cattedrale di Magonza il 27 marzo 1.188 e fu il primo a partire nel maggio 1.189 alla volta della Terrasanta, accompagnato da Federico duca di Svevia, suo figlio secondogenito, e da molti vassalli. Federico era riuscito a radunare un esercito così numeroso (valutato in 15.000 uomini, di cui 3.000 cavalieri) che non gli fu possibile trasportarlo via mare, vedendosi perciò costretto ad attraversare l'Asia Minore, passando per l'Ungheria e i Balcani. L'esercito tedesco attraversò il territorio ungherese senza particolari problemi ed il 23 giugno 1.189 entrò nel territorio bizantino, dopo aver superato il Danubio nei pressi di Belgrado. La regione era solo nominalmente sotto il controllo bizantino, ma nella realtà bande di banditi serbi e bulgari dettavano la loro legge. Quando alcune bande attaccarono alcune pattuglie tedesche, che si erano staccate per cercare rifornimenti, i capi tedeschi se la presero direttamente con i bizantini per la mancata protezione. L'imperatore bizantino Isacco II Angelo stipulò un'alleanza segreta col Saladino, in base alla quale egli avrebbe dovuto impedire il passaggio del Barbarossa, ottenendo in cambio la sicurezza del suo impero. A quel punto Federico pensò addirittura di attaccare direttamente Costantinopoli e chiese aiuto alle repubbliche marinare italiane, ma alla fine l'imperatore Isacco cedette e permise la traversata dei Dardanelli. Il 1º marzo 1.190 i crociati lasciarono Adrianopoli, dopo essersi fermati per ben quattordici settimane, e raggiunsero Gallipoli il 22 dello stesso mese, questa volta senza particolari incidenti. Federico pretese ed ottenne che l'esercito fosse fatto passare con due sole traversate, temendo brutte sorprese da parte bizantina se in Asia si fossero trovati piccoli gruppi isolati. Inoltratosi in Anatolia, il Barbarossa proseguì per Filadelfia (l'attuale città turca di Alaşehir), al tempo la principale città dell'Asia sotto controllo bizantino. Il governatore consigliò i tedeschi di accamparsi lontano dalle mura, visto l'ostilità degli abitanti nei loro confronti: gli abitanti, visti i precedenti, si rifiutarono di commerciare con i crociati ed addirittura catturarono alcune pattuglie isolate, che erano in cerca di rifornimenti. Il giorno seguente Federico inviò in città un ambasciatore per chiedere conto del comportamento; il governatore incolpò pochi sconsiderati e chiese misericordia per una città che si trovava sul confine tra cristianità ed Islam, rendendo liberi i prigionieri. Senza dubbio i bizantini erano timorosi della reazione dell'imperatore germanico, anche perché in contemporanea alcuni reparti tedeschi stavano già assaltando le mura cittadine. Questa volta Federico fu comprensivo ed accettò le scuse, anche perché desideroso di entrare quanto prima in territorio nemico. Il 18 maggio 1.190 l'esercito tedesco sbaragliò i turchi presso Konya (Battaglia di Iconium). Tuttavia, il 10 giugno 1.190 Federico morì annegato, cadendo da cavallo mentre attraversava il fiume Saleph. Suo figlio Federico VI di Svevia condusse l'esercito verso il Principato di Antiochia, dove il corpo del Barbarossa fu sepolto nella chiesa di San Pietro. Fu proprio ad Antiochia che gran parte di quel che rimaneva dell'esercito tedesco si disperse. Molti rinunciarono e tornarono in patria, altri furono colpiti da varie malattie, altri ancora, sotto il comando di Federico di Slavonia, arrivarono ad Acri e si unirono alle avanguardie francesi di Enrico di Champagne e normanne di Guglielmo di Sicilia. Tutte queste forze si unirono poi a quelle di Guido di Lusignano, che già da alcuni mesi stava assediando la città di Acri.
Riccardo I Cuor di
Leone.
Il re Enrico II di Inghilterra morì il 6 luglio 1.189, da poco sconfitto in battaglia da suo figlio Riccardo I e da Filippo III. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. Riccardo I d'Inghilterra, noto anche con il nome di Riccardo Cuor di Leone (Richard Cœur de Lion in francese e Richard the Lionheart in inglese, Oxford, 8 settembre 1.157 - Châlus, 6 aprile 1.199), fu re d'Inghilterra, duca di Normandia, conte del Maine, d'Angiò e di Turenna, duca d'Aquitania e Guascogna e conte di Poitiers dal 1.189 fino alla sua morte. Era il terzo dei cinque figli maschi del re d'Inghilterra, duca di Normandia, conte del Maine, d'Angiò e di Turenna, Enrico II d'Inghilterra, e della duchessa d'Aquitania e Guascogna e contessa di Poitiers, Eleonora d'Aquitania. Venne considerato un eroe ai suoi tempi e come tale fu descritto successivamente in molte opere letterarie. Riccardo era, per parte di madre, il fratellastro minore di Maria di Champagne e di Alice di Francia. Era anche il fratello minore di Guglielmo, Conte di Poitiers, di Enrico e di Matilda d'Inghilterra, e il fratello maggiore di Goffredo II, Duca di Bretagna, di Leonora d'Aquitania, di Giovanna d'Inghilterra e di Giovanni d'Inghilterra. Era il figlio favorito della madre Eleonora, Duchessa d'Aquitania, e nonostante fosse nato nel palazzo reale di Beaumont ad Oxford, considerava la Francia come sua patria ed egli in fondo si sentì sempre un francese. Quando i suoi genitori si separarono, rimase con la madre e venne investito del ducato di Aquitania nel 1.168 e della contea di Poitiers nel 1.172. In realtà era un premio di consolazione per il fatto che suo fratello più anziano, il secondogenito, Enrico il Giovane, era stato designato dal padre come successore alla corona. Nel luglio del 1.190 riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. A governare in Sicilia era Tancredi, che era succeduto al defunto Guglielmo II l'anno precedente. Tancredi fece prigioniera Giovanna d'Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1.190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II di Sicilia, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull'isola di Cipro. L'isola nominalmente apparteneva all'impero bizantino, ma da cinque anni si era insediato Isacco Ducas Comneno come usurpatore; si era staccato da Costantinopoli e si atteggiava da sovrano indipendente. Isacco fece arrestare tutti i naufraghi, confiscò tutte le merci e rifiutò le richieste della regina Giovanna, che aveva richiesto di poter far sbarcare qualche uomo per approvvigionamento. Isacco, al contrario, intimò alle due nobildonne di sbarcare e di consegnarsi. Si scoprì poi che l'anti-imperatore Isacco Comneno di Cipro era riuscito ad impadronirsi del tesoro: Riccardo entrò nella città cipriota di Limassol il 6 maggio 1.191. Isacco abbandonò la città e si rifugiò nella fortezza di Famagosta, da lì si dimostrò pronto a trattare con Riccardo e promise di restituire a Riccardo le sue ricchezze e di inviare 500 dei suoi soldati in Terrasanta. Una volta tornato nella sua fortezza di Famagosta, Isacco ruppe il patto e intimò a Riccardo di lasciar l'isola. Il tradimento di Isacco scatenò la reazione di Riccardo, che nel frattempo era stato raggiunto da altri navi crociate e che in pochi giorni conquistò l'intera isola; l'operazione fu compiuta senza grandi problemi entro la fine dello stesso mese di maggio. Isacco fu catturato con la moglie e la figlia e venne portato in catene dinanzi a Riccardo Cuor di Leone, che lo portò con sé come prigioniero quando il 5 giugno salpò per la Terrasanta. Intanto, liberato dal Saladino, Guido di Lusignano tentò di assumere il controllo delle forze cristiane presso Tiro, dove però Corrado del Monferrato riuscì a conservare il suo dominio, anche grazie alla sua abilità mostrata nel difendere la città dagli assalti musulmani. Guido decise dunque di rivolgere la sua attenzione al fiorente porto di Acri, ora nelle mani del Saladino e pose dunque sotto assedio la città, ricevendo anche l'aiuto di Filippo, appena giunto dalla Francia. Le forze dei due, tuttavia, non bastavano a sconfiggere il Saladino. Riccardo raggiunse Acri l'8 giugno 1.191 e dedicò subito molta cura alla costruzione delle armi d'assedio. La città fu poi presa il 12 luglio. Tuttavia, la spartizione del bottino provocò contrasti tra Riccardo, Filippo e Leopoldo V d'Austria (quest'ultimo comandava quel che restava dell'esercito del Barbarossa). Mentre Leopoldo sosteneva che il contributo dato dai tedeschi all'assedio fosse di pari importanza a quello di inglesi e francesi, Riccardo tendeva invece a ridimensionare l'apporto fornito dai tedeschi e per giunta, Riccardo e Filippo si trovarono in disaccordo anche su chi dovesse essere l'erede al trono di Gerusalemme. Mentre Riccardo appoggiava Guido, Filippo sosteneva la causa di Corrado. Si decise infine che Guido avrebbe continuato a regnare ma che, dopo la sua morte, la corona sarebbe passata a Corrado. A causa dei contrasti con Riccardo, Filippo e Leopoldo lasciarono la Terrasanta in agosto. Il 20 agosto, quando però fu chiaro che il Saladino non avrebbe rispettato i termini del Trattato di Acri, Riccardo fece sterminare più di 3.000 prigionieri musulmani fuori dalle mura di Acri, in modo che il macabro spettacolo fosse visibile anche dall'accampamento del Saladino. Dopo la presa di Acri, re Riccardo decise di marciare verso la città di Giaffa, dalla quale avrebbe poi puntato verso Gerusalemme. Il 7 settembre 1.191 presso la località di Arsuf (30 miglia a nord di Giaffa), il Saladino attaccò Riccardo. Il Saladino tentò di attirare le forze di Riccardo per poi annientarle facilmente: tuttavia, Riccardo mantenne intatto il suo schieramento fino a quando gli Ospitalieri e i Templari piombarono rispettivamente sul fianco destro e su quello sinistro dell'esercito del Saladino: Riccardo vinse così la battaglia e distrusse il mito dell'invincibilità del condottiero musulmano. Grazie alla vittoria nella battaglia di Arsuf, Riccardo conquistò Giaffa e vi stabilì il suo quartier generale. Si offrì poi di negoziare col Saladino, il quale inviò il fratello Safedino. Le trattative, tuttavia, fallirono e Riccardo marciò su Ascalona e chiamò Corrado in suo aiuto: tuttavia Corrado, ancora adirato per l'alleanza del re inglese con Guido, rifiutò il suo aiuto. Corrado fu poi assassinato a Tiro, probabilmente per volere dello stesso Riccardo. Re Guido divenne sovrano di Cipro, mentre Enrico II di Champagne divenne il nuovo re di Gerusalemme. Nel luglio del 1.192, il Saladino, alla testa di migliaia di uomini, prese Giaffa. La città venne poi riconquistata il 31 luglio da Riccardo, il quale inflisse una nuova sconfitta al Saladino il 5 agosto. Le notizie dal suo regno, dove suo fratello Giovanni si era alleato con il re di Francia per spodestarlo, lo consigliarono ad intavolare trattative con Saladino per porre fine alla guerra. Riccardo pensò addirittura di dare in sposa sua sorella Giovanna al fratello del Saladino, ma Giovanna si oppose ferocemente. Il 21 settembre 1.192, Riccardo e il Saladino siglarono una tregua di 3 anni, 3 mesi e 3 giorni con la quale si riconosceva il dominio dei franchi sulla zona costiera tra Tiro e Giaffa. Gerusalemme sarebbe rimasta sotto il controllo musulmano, permettendo però ai pellegrini cristiani disarmati di visitare la città. Molti crociati colsero l'occasione per visitare subito i luoghi sacri, ma non Riccardo, a testimonianza del suo parziale fallimento. Fu così che Riccardo lasciò la Terrasanta il 9 ottobre, anche se la sua intenzione era quella di organizzare una nuova crociata quanto prima. Sulla strada di ritorno verso l'Inghilterra Riccardo venne catturato dal Duca Leopoldo d'Austria, il cui orgoglio era stato ferito quando Riccardo aveva strappato il suo vessillo dalle mura di San Giovanni d'Acri. Fu ceduto all'imperatore Enrico VI e venne poi rilasciato, dopo 15 mesi, dietro un riscatto di 150.000 marchi. Il re inglese raggiunse la patria nel 1194 dove ricondusse all'obbedienza suo fratello Giovanni d'Inghilterra. Cinque anni più tardi, nel 1.199, si recò in Francia per difendere i suoi territori in Aquitania e nel Poitiers dalla minaccia di Filippo Augusto. Durante l'assedio del castello di Châlus trovò la morte colpito dalla freccia di una balestra (6 aprile 1.199). Saladino morì poco dopo aver firmato il trattato di pace con Riccardo, stroncato da un attacco di febbre a Damasco, mentre si stava recando in pellegrinaggio a La Mecca. Il sostanziale fallimento della Terza Crociata spinse a indire una Quarta Crociata sei anni più tardi.

Nel 1.190 -  Muore Federico I Hohenstaufen detto "Barbarossa" (1.122 - Saleph, 10 giugno 1.190).
Federico I Hohenstaufen
detto "Barbarossa".
Sovrano tedesco e imperatore del Sacro Romano Impero, salì al trono di Germania il 4 marzo 1.152 succedendo allo zio Corrado III, e fu incoronato Imperatore il 18 giugno 1.155. Non sono noti con certezza né il luogo né la data di nascita di Federico III di Hohenstaufen, è tuttavia quasi certo che sia nato nel castello di Waiblingen, nella prima metà degli anni '20 del XII secolo, le ipotesi spaziano tra il 1.118 e il 1.125. Il padre, che portava il suo stesso nome, era Federico II di Svevia duca di Svevia e apparteneva al partito detto poi in Italia dei ghibellini, proprio dal nome del castello di Freya o Staufer-Waiblingen. La madre era Giuditta di Baviera, appartenente alla dinastia rivale dei Welfen, dal cui nome derivò quello del partito antagonista: quello dei guelfi. Federico rappresentava agli occhi dei principali elettori dell'Impero una scelta accettabile per la corona, poiché appunto per linea materna aveva legami anche con la casata dei Welfen; inoltre dopo la crisi di potere seguita alla morte di Enrico V, incapace di assicurare in modo definitivo alla propria dinastia la successione al trono di Germania, per la prima volta, alla morte di Corrado III si ebbe una minore conflittualità per il regno. La contesa che si creò inevitabilmente, come sempre era avvenuto per l'elezione del re di Germania, fra le due principali casate del regno si risolse il 4 marzo 1.152 a Francoforte grazie ad un compromesso: Enrico il Leone, dei Welfen, uno dei principali pretendenti al trono, rinunciò ad esso in cambio della sovranità sulla Sassonia, oltre che sulla Baviera, e re di Germania fu eletto Federico III di Svevia che prese il nome di re Federico I. Fu incoronato ad Aquisgrana il 9 marzo 1.152 all'età di circa trentanni. Da subito Federico I mostrò di voler rafforzare l'autorità imperiale, per cui indisse una dieta a Costanza a cui parteciparono anche gli ambasciatori di papa Anastasio IV (1.153-54); ad essi Federico espresse la convinzione che potere politico e spirituale potessero collaborare su un piano di parità, per cui ribadì i suoi diritti in materia di elezione dei vescovi tedeschi ma allo stesso tempo assicurò di voler rispettare prestigio e potenza della Chiesa, in cambio della promessa di essere incoronato imperatore. Ma a Costanza c'erano anche ambasciatori di Lodi, Pavia e Como, venuti ad implorare aiuto contro la prepotenza di Milano, che dopo aver distrutto Lodi ne impediva la riedificazione, mentre delle altre limitava fortemente lo sviluppo. 
Le pretese sull'Italia - Federico ne approfittò per intervenire nella politica italiana: egli seguiva un ideale di impero universale, e il controllo sia sui Comuni a nord sia sul Regno di Sicilia a sud era essenziale a questo scopo. L'Italia era per l'imperatore tedesco il contesto ideale per ottenere alcune prerogative essenziali per realizzare la costruzione dell'impero universale: la supremazia nella contesa col papato per la potestà civile universale, il legame con la tradizione dell'impero romano, cui Federico si ispirava, e la sovranità su Comuni e feudatari. A tal scopo dispose un saldo controllo su tutti i territori della Corona, utilizzando funzionari di umili origini e provata fedeltà, i ministeriales, e si pose l'obiettivo di recuperare gli iura regalia, le regalie, ossia gli inalienabili diritti del potere regio (amministrazione della giustizia, difesa del territorio, riscossione delle imposte), poiché il potere comunale in Italia si stava arrogando poteri propri del sovrano sia all'interno sia all'esterno del territorio urbano, come dimostrava l'esempio di Milano, che aveva apertamente aggredito altri sudditi dell'imperatore. Dopo la dieta di Costanza le condizioni per scendere in Italia c'erano tutte: lo chiedevano le famiglie feudali per limitare il potere comunale, lo chiedevano i piccoli Comuni alleatisi contro Milano, lo chiedeva il papa stesso, Adriano IV (salito al soglio papale dopo il breve pontificato di Anastasio IV), che auspicava l'intervento di Federico contro il Comune di Roma, in cui a partire dal 1.143 si era formato un regime capeggiato da Arnaldo da Brescia, un riformatore patarino contestatore del potere temporale dei papi che aveva costretto papa Adriano a ritirarsi ad Orvieto. 
Le guerre in Italia - Nell'ottobre 1.154 Federico scese in Italia alla testa di un piccolo esercito e fu incoronato re a Pavia, dopodiché convocò una dieta a Roncaglia, Piacenza, in cui revocò tutte le regalie usurpate dai Comuni sin dal tempo di Enrico IV. Fatto ciò passò all'azione di forza: distrusse alcune località minori come Galliate e alcuni Comuni maggiori come Asti e Chieri (consegnate poi al marchese di Monferrato, suo fedele vassallo) e, nell'aprile del 1.155, Tortona, alleata di Milano (quest'ultima venne messa al bando e privata di tutti i suoi privilegi). Quindi si mise in marcia verso Roma per cingere la corona di imperatore, incontrò papa Adriano a Viterbo e si accordò con lui per far catturare e giustiziare Arnaldo da Brescia, abbattendo il regime comunale romano. Successivamente rifiutò la corona imperiale offertagli dai cittadini romani per ricevere quella consegnatagli dal papa (giugno 1.155), ma quest'ultimo sgarbo, oltre alla sottomissione che la città aveva dovuto subire, scatenò una serie di violenti tumulti contro l'esercito tedesco, per cui Federico tornò indietro verso l'Italia settentrionale e per ritorsione saccheggiò Spoleto. Papa Adriano, nel frattempo, per garantirsi comunque una protezione, venne a patti con i Normanni, la cui potenza un tempo era stata in realtà giudicata pericolosa dal pontefice, concedendo al re di Sicilia Guglielmo I il Malo l'investitura di tutto il regno, comprese Capua e Napoli. Questo accordo però veniva meno ai patti tra papa e imperatore, e d'altra parte non mancavano altri motivi di contrasto tra i due, a causa dell'eccessiva ingerenza di Federico nell'elezione dei vescovi in Germania. Un conflitto vero e proprio scoppiò nella dieta di Besançon (1.157), in occasione della quale si scontrarono le due opposte concezioni del cesaropapismo imperiale e della teocrazia papale: la prima concezione vede il potere temporale dell'imperatore dotato di un'autorità e una libertà decisionale assolutamente superiori in ogni campo a qualsiasi altra autorità, anche quella sacra, mentre la seconda è la concezione del potere riassunta nel Dictatus Papae di Gregorio VII che vede l'indiscussa supremazia del potere spirituale del papa su quello dell'imperatore, anche in materia di concessione di autorità politiche, per cui il papa può perfino svincolare i sudditi dalla sovranità imperiale. L'anno dopo (giugno 1.158), alla luce di questi contrasti di natura ideologica col pontefice e dato che Milano aveva ripreso ad agire con una certa autonomia, provvedendo, per esempio, alla ricostruzione di Tortona, Federico decise per una seconda discesa in Italia, stavolta alla testa di truppe più ingenti. Fatta ricostruire Lodi, assediò Milano, obbligandola a sottoporre all'approvazione imperiale la nomina dei suoi consoli. A novembre dello stesso anno venne convocata la seconda, e più importante, dieta di Roncaglia, cui parteciparono importanti esperti di diritto dell'Università di Bologna che fornirono a Federico, su sua esplicita richiesta, l'elenco dei diritti regi, poi inserito nella Constitutio de regalibus: elezione di duchi, conti e marchesi, nomina dei consoli comunali e dei magistrati cittadini, riscossione delle tasse, conio delle monete, imposizione di lavori di carattere pubblico. Tutti questi diritti Federico era anche disposto a lasciarli ai Comuni, in cambio però di un tributo annuo e del riconoscimento che l'impero fosse la fonte di ogni potere. In base a quest'ultimo principio Federico emanò anche la Constitutio de pacis con cui proibì le leghe fra città e le guerre private. Per quanto riguarda infine i beni fondiari, rivendicò per quelli pubblici (contee, ducati, ecc.) la dipendenza regia e per quelli allodiali il diritto dell'imperatore di dare o meno il proprio consenso a che un proprietario potesse esercitare diritti signorili: gli allodi diventarono quasi dei feudi a tutti gli effetti. Inviò ovunque propri funzionari che ricevessero l'omaggio vassallatico dai signori e controllassero in modo diretto, in qualità di podestà, i Comuni più riottosi. Intanto moriva Adriano IV e al suo posto la maggioranza dei cardinali eleggeva papa Alessandro III, che si accostava subito dalla parte dei Comuni, mentre la minoranza votava un cardinale parente di Federico, col nome di Vittore IV. Federico pretese di decidere quale dei due fosse il legittimo pontefice e convocò un concilio a Pavia, ma Alessandro rifiutò di riconoscere la competenza di Federico in materia e, poiché il concilio riconobbe papa Vittore IV, scomunicò l'imperatore, dopodiché si rifugiò in Francia. Milano intanto rifiutava ancora di arrendersi, attaccando e sconfiggendo a più riprese le truppe imperiali. Stavolta però la reazione di Federico fu definitiva: il 10 marzo 1.162 Milano fu costretta alla resa e subito dopo iniziò la sua distruzione. Federico sembrava all'apogeo della sua potenza e tornò in Germania, per ridiscendere tuttavia solo l'anno dopo, nel 1.163, perché già incalzava la riscossa italiana; intanto moriva l'antipapa Vittore IV, cui ne sarebbero seguiti altri due, Pasquale III e Callisto III, mentre papa Alessandro III, ricevuto il riconoscimento della sua autorità dagli altri sovrani d'Europa, poteva tornare a Roma nel 1.165. 
La Lega Lombarda - La terza discesa in Italia di Federico si concluse tuttavia con un nulla di fatto: organizzata una campagna militare contro i Normanni, per la quale doveva avere l'appoggio di Pisa e Genova, Federico dovette desistere a causa di una malattia, e tra l'altro anche Pisa e Genova, impegnate in un'aspra contesa per il controllo della Sardegna, avevano alla fine rinunciato, per cui l'imperatore tornò in patria. Nel frattempo le città della marca veronese (Verona, Treviso, Vicenza e Padova), con l'appoggio di Venezia (che mirava però, più che al riconoscimento del regime comunale, all'ampliamento ulteriore della propria autonomia) fondavano nel 1.164 la Lega veronese, venendo meno alla Constitutio de pacis, mentre anche in Lombardia la città di Cremona, da sempre fedele all'imperatore, gli si rivoltava contro, creando con Crema, Brescia, Bergamo, Mantova e Milano (o meglio i Milanesi, dato che non avevano più una città) la Lega cremonese, grazie al giuramento di Pontida del 7 aprile 1.167. Il primo dicembre dello stesso anno dalla fusione delle due leghe nasceva la Societas Lombardiae, la Lega Lombarda. Ad essa si unirono subito Parma, Piacenza e Lodi, e anche papa Alessandro diede il proprio appoggio, mentre non lo fece il Regno di Sicilia, a causa di un momento di riassestamento dinastico (dopo la morte di Guglielmo il Malo, il successore, Guglielmo II il Buono, non aveva l'età per governare e finì sotto la tutela della madre). 
La battaglia di Legnano e il tramonto del sogno imperiale - Federico reagì prontamente: sceso per la quarta volta in Italia nel 1.166, si impadronì subito di Roma, dove si fece incoronare imperatore per la seconda volta dall'antipapa Pasquale (1 agosto 1.167), mentre Alessandro si rifugiava a Benevento. Poi si volse contro i Normanni, ma una grave epidemia scoppiata nell'esercito lo costrinse a riparare a Pavia, insieme a Como l'unica città rimastagli fedele, dopodiché dovette tornare in Germania, dandosi quasi alla fuga e riuscendovi solo con l'appoggio del marchese di Monferrato. Federico rimase in patria 6 anni, durante i quali rafforzò la propria posizione, ma anche la Lega lombarda nel frattempo diventava sempre più potente, le città e perfino i signori feudali che vi aderivano erano sempre più numerosi e ora il Regno di Sicilia e perfino l'impero bizantino vi partecipavano, mentre Milano risorgeva rapidamente e per neutralizzare la possibilità di intervento da parte di Pavia e del marchese del Monferrato si fondava sul Tanaro una nuova città, chiamata Alessandria in onore del papa (1.168). Nel 1.174 Federico scese per la quinta volta in Italia: subito prese Asti e mosse contro Alessandria un assedio di ben 7 mesi, interrotto solo dal sopraggiungere dell'imponente esercito della Lega. A quel punto Federico fu costretto per la seconda volta a rifugiarsi a Pavia, né ebbero alcun risultato positivo per lui i successivi accordi armistiziali di Montebello dell'aprile di quello stesso anno, che valsero solo a guadagnare tempo in attesa dei rinforzi militari in arrivo dalla Germania, che non furono però numerosi come sperato perché in patria i signori feudali si stavano stancando delle onerose spedizioni militari italiane, che tra l'altro andavano incontro ad alterne vicende, mentre della Germania Federico non sembrava occuparsi troppo. E proprio mentre, aggregatesi le truppe di rinforzo, Federico aveva appena ripreso la marcia verso sud, l'imperatore venne travolto a Legnano, il 29 maggio 1.176, dall'esercito della Lega, incappando in una disastrosa sconfitta, della quale massimi artefici furono, non a caso, i milanesi, che, suddivisi in due compagnie, quella del Carroccio e quella della Morte, impedirono che si convertisse in fuga precipitosa il primo ripiegamento cui la cavalleria tedesca aveva costretto parte dell'esercito lombardo, dopodiché spinsero quest'ultimo al decisivo contrassalto. L'esercito tedesco trovò rifugio, ancora una volta, a Pavia, dopodiché Federico si affrettò a cercare di risolvere la questione con la diplomazia, avviando le trattative di pace direttamente col pontefice, con il quale si giunse ad un accordo: Federico disconobbe l'antipapa e restituì al Comune di Roma le sue regalie e i suoi territori, mentre Alessandro III garantì la propria mediazione con i Comuni (accordi preliminari di Anagni, novembre 1.176), che però la rifiutarono, non gradendo il cambiamento di atteggiamento del pontefice. 
La pace di Costanza - Si giunse così al nuovo tentativo di pacificazione che si svolse a Venezia nel luglio 1.177, cui parteciparono papa, imperatore, Guglielmo II il Buono e delegati dei Comuni: si confermarono sostanzialmente gli accordi di Anagni ma non si arrivò ad una pace definitiva, bensì ad una tregua lunga col re di Sicilia e ad una triennale coi Comuni. Federico tornò a quel punto in Germania per risolvere definitivamente i contrasti con i suoi feudatari, in modo particolare con Enrico il Leone, reo di non aver sostenuto l'imperatore nel modo adeguato dal punto di vista militare. L'ostinata resistenza di Enrico fu infine vinta (1.180) e nel frattempo anche in Italia la situazione andava migliorando, poiché la Lega si stava sfaldando a causa di contrasti e rivalità interne fra i Comuni. Si giunse così alla "pace definitiva" di Costanza, il 25 giugno 1.183: l'imperatore riconosceva la Lega e faceva alle città che la componevano concessioni riguardanti tutti gli ambiti, amministrativo, politico e giudiziario, regalie comprese; rinunciava inoltre alla nomina dei podestà, riconoscendo i consoli nominati dai cittadini. I Comuni si impegnavano in cambio a pagare un indennizzo una tantum di 15.000 lire e un tributo annuo di 2.000, a corrispondere all'imperatore il fodro (ossia il foraggio per i cavalli, o un'imposta sostitutiva) quando questi fosse sceso in Italia, a concedere all'imperatore la prerogativa di dirimere in prima persona le questioni fra un Comune e l'altro. Si trattava di un compromesso che segnava la rinuncia all'ormai anacronistico concetto di "impero universale" e, dunque, al piano di dominio assoluto di Federico, mentre i Comuni avrebbero mantenuto la loro larga autonomia. Prima di morire, tuttavia, Federico riuscì ad estendere la propria autorità sul regno normanno, dando in matrimonio il figlio Enrico a Costanza d'Altavilla, ultima erede della dinastia normanna. Dopo la pace stipulata con il Papa Alessandro III Federico si imbarcò per la Terza Crociata (1.189) con Filippo Augusto di Francia e Riccardo I d'Inghilterra (noto anche come Riccardo Cuor di Leone), ma affogò traversando il fiume Saleph in Cilicia nel Sud-Est dell'Anatolia. A Federico successe sul trono reale e imperiale il figlio Enrico VI. 
La morte a Saleph o Ex Alphi - Le esatte circostanze della morte di Federico sono sconosciute. È ipotizzabile che l'anziano imperatore sia stato disarcionato da cavallo e lo shock dovuto all'acqua fredda gli abbia causato un arresto cardiaco oppure, forse appesantito dalla sua stessa armatura e fiaccato dall'intensa calura del giugno siriano, Federico I affogò nelle acque che a mala pena arrivavano ai fianchi, secondo quanto riferisce il cronista arabo Ibn al-Athīr nel suo "al-Kāmil fī taʾrīkh" (La perfezione nella storia). Il peso dell'armatura di quel giorno, progettata per essere la più leggera possibile, fu tale comunque da trascinare con sé un uomo in salute in acque poco profonde. La morte di Federico gettò il suo esercito nel caos. Senza comandante, in preda al panico e attaccati da tutti i lati dai turchi, molti tedeschi furono uccisi o disertarono. Solo 5.000 soldati, una piccola frazione delle forze iniziali, arrivarono ad Acri. Il figlio del Barbarossa, Federico V di Svevia, proseguì con i soldati rimasti, con l'obiettivo di dar sepoltura all'imperatore a Gerusalemme, ma gli sforzi per conservare il cadavere, utilizzando l'aceto, fallirono.
Quindi le spoglie di Federico furono seppellite nella chiesa di San Pietro in Antiochia di Siria, le ossa nella cattedrale di Tiro e il cuore e gli organi interni a Tarso. L'improvvisa morte di Federico lasciò l'esercito crociato sotto il comando dei rivali Filippo II di Francia e Riccardo I d'Inghilterra che, giunti in Palestina separatamente via mare, lo portarono infine a dissoluzione.
Riccardo Cuor di Leone continuò verso Est dove affrontò il Saladino con alterni esiti, ma senza raggiungere il suo obiettivo finale, la conquista di Gerusalemme.

- Da http://www.unibo.it/it/ateneo/chi-siamo/la-nostra-storia/luniversita-dal-xii-al-xx-secolo: Dopo la morte del Barbarossa, durante la terza crociata, l'Università bolognese sopravvive al crollo del suo protettore. Il comune cerca di controllare le societates ma per resistergli gli studenti si organizzano secondo la loro origine. A Bologna abbiamo i Citramontani (al di qua delle montagne, italiani ma non bolognesi, lombardi, toscani e romani) e gli Ultramontani (non italiani, viventi al di là delle Alpi, francesi, spagnoli, provenzali, inglesi, piccardi, borgognoni, normanni, catalani, ungheresi, polacchi, tedeschi, eccetera). Il XIII secolo è un'epoca piena di contrasti. L'università, tra mille difficoltà e inserendosi nelle dispute politiche dell'epoca, combatte per la propria autonomia, mentre il potere politico cerca di usarla come strumento di prestigio. In questi anni si trovano a Bologna più di duemila studenti.
Papa Innocenzo III.

Nel 1.194 - Il 26 dicembre, nella piazza di Jesi (nell'attuale provincia di Ancona), dentro un baldacchino, in modo che si potesse testimoniare che l'evento fosse realmente avvenuto, la quarantenne normanna regina di Sicilia, Costanza d'Altavilla, partorisce Federico II di Svevia, figlio dell'imperatore del Sacro Romano Impero, Enrico VI del casato degli Hohenstaufen.

Nel 1.198 - Innocenzo III è eletto papa. Forse a proposito di nessun altro papa si è parlato tanto di teocrazia quanto nei riguardi di Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni, 1.198-1.216), ed a lui più che ad altri è stata fatta risalire la responsabilità di atteggiamenti troppo superbi o di condanne ingiustificate delle autorità temporali. 

"La presa di Costantinopoli da parte dei crociati" di Palma
il Giovane (1544-1620) - Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 1.204 - Nell'ambito della Quarta Crociata, voluta da Innocenzo III, i crociati saccheggiano Costantinopoli e commettono innumerevoli stragi di cristiani. La quarta crociata fu indetta da papa Innocenzo III all'indomani della propria elezione al soglio pontificio nel 1.198; doveva essere diretta contro i musulmani in Terra santa, ma in realtà si risolse nel saccheggio di Costantinopoli da parte dell'esercito crociato, portando alla spartizione dell'Impero bizantino e alla costituzione da parte dei crociati dell'Impero Latino. L'impero latino di Costantinopoli (1.204-1.261), detto anche Impero latino d'Oriente, fu il risultato della quarta crociata, che i veneziani dirottarono verso il saccheggio e la presa di Costantinopoli. Per la città e per l'impero romano d'Oriente fu un periodo di grande decadenza, terminato solo con la riscossa dell'imperatore bizantino Michele VIII Paleologo che riconquistò la capitale. L'impero Latino veniva percepito dagli occidentali come un Stato cattolico successore dell'impero romano d'Oriente. Baldovino IX, conte delle Fiandre, venne incoronato come primo Imperatore il 16 maggio 1.204; al rivale Bonifacio del Monferrato venne affidato il regno di Tessalonica. Nella prima enciclica di Innocenzo III dell'agosto 1.198, la liberazione di Gerusalemme era vista come necessaria, ma questo obiettivo non fu raggiunto e solo una piccola parte di crociati raggiunse la Terrasanta. La crociata inoltre stentò a partire a causa della morte di Riccardo Cuor di Leone e dell'interdetto lanciato dal pontefice sulla Francia, perché il re aveva ripudiato sua moglie Ingeburge di Danimarca. I nobili francesi scelsero come loro capo il conte Teobaldo di Champagne, che però morì nel marzo 1.201; fu Bonifacio I del Monferrato a prendere il suo posto. L'obiettivo era di prendere d'assalto l'Egitto, seguendo il progetto che Riccardo Cuor di Leone aveva prospettato al termine della sua spedizione in Terrasanta, durante la Terza Crociata. I crociati, memori di quanto successo nelle crociate precedenti, decisero di prendere la via del mare per raggiungere la loro meta. Scartate Marsiglia e Genova, non rimaneva che Venezia quale potenza marittima che potesse provvedere tempestivamente ai necessari navigli. Vennero iniziate le trattative con la Serenissima e ai primi di febbraio del 1.201 la delegazione crociata raggiunse Venezia e venne accolta dal doge Enrico Dandolo. Il doge ascoltò la richiesta dei crociati e rispose di dover consultare innanzitutto le diverse assemblee politiche della repubblica. Finalmente, nell'aprile, venne stipulato il contratto di trasporto e rifornimento. I Veneziani, da buoni mercanti, per i loro servizi fecero accettare ai crociati il pagamento dell'esorbitante cifra di 85.000 marche imperiali d'argento. Per quella somma i veneziani avrebbero approntato per la fine di giugno del 1.202 navigli bastanti per il trasporto di 4.500 cavalieri con i loro cavalli, 9.000 scudieri e 20.000 fanti. Il contratto prevedeva anche il rifornimento di viveri e foraggio bastanti per il viaggio; oltre a ciò Venezia s'impegnò ad armare 50 galere che avrebbero accompagnato la crociata in cambio del 50% di quanto conquistato. I crociati si riunirono a Venezia nel 1.202, la Serenissima aveva rispettato il contratto, le navi erano pronte ed i rifornimenti erano disponibili. Rispetto alle previsioni, il numero dei crociati che avevano risposto all'appello del Papa era molto ridotto e il denaro raccolto non bastava a coprire le spese: mancavano ancora 34.000 marche d'argento e Venezia si rifiutò di prendere il mare. Intanto i crociati portavano scompiglio nella città, molestavano le donne, rubacchiavano e compivano altri spiacevoli misfatti. A causa di ciò furono banditi “come appestati” al Lido dove s'erano accampati in attesa di quanto si doveva decidere. Ma anche per i veneziani la situazione era molto sfavorevole: avevano investito capitali che temevano di perdere, per soddisfare il contratto e dovevano continuamente rifornire viveri ai crociati accampati in attesa di partire. Mentre una parte dei pellegrini abbandonava l'impresa, oppure decideva di tentare la via di terra, il capo dei crociati, Bonifacio I del Monferrato negoziò un compromesso con il doge, Enrico Dandolo: i veneziani avrebbero partecipato all'impresa e il doge stesso avrebbe assunto il comando della spedizione. Lo storico e scrittore veneziano Alvise Zorzi afferma che la riconquista di Zara non fu pattuita già dall'inizio ma che era, per così dire, solo latente. Il proposito di riconquistare Zara prese concreta forma durante il viaggio. Il giorno 1º ottobre (secondo Zorzi) ovvero 8 novembre 1.202 (secondo lo storico Steven Runciman) la grande flotta si mise in rotta. Goffredo di Villehardouin tramanda che mai fu vista una flotta più bella partire da un porto di mare. Si fermò prima a Trieste e poi a Muggia dove i veneziani chiesero un atto di sottomissione.
Carta con il percorso di Bonifacio di Monferrato nella IV
Crociata in verde e di Giovanni di Brienne nella
V Crociata in fucsia, fino alla città di Damietta.
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Arrivati a Zara (ormai sotto l'egida del Regno d'Ungheria) i crociati non vennero però accolti a braccia aperte, anzi la popolazione ostile fece resistenza. Dopo un assedio di cinque giorni avvenne l'assalto alla città che venne presa e saccheggiata. Ormai l'inverno era alle soglie e perciò venne deciso di svernare a Zara. Quando venne a conoscenza della presa di Zara e del sanguinoso saccheggio il papa inorridì: contro il suo ordine i crociati avevano osato aggredire una città cristiana. Per tale ragione decise di scomunicare la crociata. I diversi baroni dichiararono però di essere stati ricattati e costretti da Venezia alla sciagurata azione; il papa allora tolse loro la scomunica che andò completamente a carico dei veneziani. Il doge Dandolo non si curò molto della scomunica ma prese contatto con Filippo di Svevia (anche lui scomunicato) che doveva convincere il papa a far continuare l'impresa, anche a favore del proprio cognato, il principe bizantino Alessio IV Angelo, cosa che avrebbe portato notevoli vantaggi alla chiesa cattolica. Nel frattempo i crociati avevano ricevuto, a Zara, un'ambasciata proprio del principe bizantino Alessio IV Angelo, figlio dell'imperatore Isacco II Angelo, detronizzato, accecato e tenuto in prigione da suo fratello Alessio III. Alessio IV era riuscito a fuggire dalla prigionia nel 1202 e si era rifugiato presso sua sorella, la moglie di Filippo di Svevia, in Germania. In precedenza Alessio IV aveva già contattato Venezia da Verona. La proposta del principe bizantino era quella di ottenere la collaborazione dei crociati per riappropriarsi del trono in cambio di aiuti militari (10.000 soldati) oltre denaro e generi di consumo ai crociati, riunione delle due Chiese e favorevoli accordi mercantili con Venezia. A Venezia promise anche di pagare la somma che i crociati non avevano pagato e promise inoltre di voler sostenere le spese di 500 cavalieri che dovevano rimanere in Terra Santa. Il papa, allettato dalla prospettiva della riunione con la chiesa ortodossa si fece convincere, tolse la scomunica e dette il suo permesso per la continuazione dell'impresa e della detronizzazione dell'usurpatore Alessio III. Il doge Dandolo fu felicissimo di accontentare il papa e di assicurare a Venezia enormi vantaggi. Ad alcuni crociati però non piaceva la prospettiva di assalire un'altra città cristiana in luogo di combattere i musulmani, si separarono dal resto dei crociati e fecero vela in direzione della Siria. Il 25 aprile 1.203 Alessio IV arrivò a Zara ed alcuni giorni dopo la flotta spiegò le vele in direzione di Costantinopoli. Venne fatta una sosta a Durazzo, dove Alessio fu riconosciuto quale imperatore, ed un'ulteriore sosta venne fatta a Corfù. Finalmente il 24 giugno Costantinopoli venne avvistata. Dopo aver invano tentato di occupare Calcedonia e Crisopoli, i crociati sbarcarono a Galata, riuscirono a far saltare la catena in mare che difendeva il Corno d'Oro ed entrarono nel porto di Costantinopoli. Alessio IV aveva fatto capire ai crociati e ai veneziani che sarebbero stati accolti con gioia dalla popolazione, invece trovarono le porte sbarrate e le mura folte di difensori. Il 17 luglio, dopo alcuni giorni di aspra battaglia, i veneziani riuscirono ad aprire una breccia nelle mura ed entrare nella città. Alessio III, messo alle strette, aveva arraffato quanto poteva del tesoro imperiale e si era dato alla fuga in Grecia, portando con sé la figlia. Isacco II Angelo venne liberato dal carcere e si dichiarò pronto a confermare le promesse fatte ai crociati dal figlio che nominò correggente il 1º agosto 1.203, con appropriata cerimonia nella chiesa di Santa Sofia ed alla presenza di tutti i baroni della crociata: Alessio IV Angelo salì così al trono dei basileis (imperatori) insieme al padre Isacco II Angelo, grazie all'aiuto militare dei crociati. Ma rispettare gli impegni presi non era facile: le casse del regno erano vuote e l'unione delle due chiese era fortemente osteggiata sia dal clero sia dal popolo. I crociati rimanevano accampati fuori delle mura ed attendevano una decisione; Alessio IV cercava di tergiversare e di tacitare i comandanti dei crociati con dispendiosi regali, cosa che ne accentuò la cupidigia. In città le ivi residenti colonie dei mercanti genovesi e pisani venivano assalite dal popolo esacerbato. Alessio peggiorò le cose imponendo nuove e gravose tasse per racimolare fondi per acquietare i crociati che cominciavano a fare la voce forte. Si fece nemico anche il clero confiscando i candelabri d'argento delle chiese che fece fondere. La scontentezza degli abitanti cresceva nel vedere quei superbi cavalieri che scorrazzavano in città. La soldataglia latina aveva bisogno di viveri e faceva per conto suo scorribande. Cominciarono atti di aperta ostilità contro i crociati che venivano anche aggrediti per le strade. Alcuni di essi, che avevano saccheggiato una moschea, vennero aggrediti dai “greci” e per difendersi appiccarono il fuoco ad alcune case. L'incendio si propagò e per giorni una parte di Costantinopoli fu preda delle fiamme; venne fatto anche un tentativo di incendiare le navi veneziane che però non ebbe successo alcuno. Nella capitale bizantina iniziò così a tirare aria di cospirazione e di questa situazione approfittò il protovestiario Alessio V Ducas, un potente nobile bizantino proveniente dalla famiglia imperiale dei Ducas e cugino di Alessio IV Angelo. Alessio V Ducas, detto "Murzuflo", si adoperò per ottenere l'appoggio della nobiltà bizantina nella salita al trono, poi l'8 febbraio 1.204 irruppe nel palazzo imperiale avvisando Alessio IV del divampare di una rivolta. Questi si fece convincere ad uscire dal palazzo dove i sicari lo aspettavano per assassinarlo. Anche Isacco II, il co-imperatore, morì durante la notte per cause misteriose, probabilmente assassinato, ma non si esclude che sia morto, per ironia della sorte, di morte naturale. Alessio Murzuflo raggiunse quindi la Basilica di Santa Sofia e si fece incoronare, dal patriarca Giovanni X Camatero, imperatore bizantino col nome di Alessio V Ducas. Alessio V sparse la voce che il predecessore fosse morto soffocato nella notte, lo fece seppellire con tutti gli onori destinati a un basileus, fingendo addirittura di piangerlo. Il lutto del nuovo regnante non convinse però i principali sostenitori dei precedenti imperatori, ovvero le armate della quarta crociata e la flotta della Repubblica di Venezia, che si trovavano a Costantinopoli su richiesta dei due Angelo, dopo aver permesso ad Alessio IV di conquistare il potere scacciando suo zio Alessio III. La popolazione di Costantinopoli non appoggiò subito il nuovo sovrano, infatti venne acclamato imperatore Nicola Canabo, a minaccia della sua stessa vita, se si fosse rifiutato di accettare la carica; ma per togliere di mezzo l'usurpatore, Alessio V non esitò a inviare le sue guardie variaghe (russo-vichinghe) e a gettarlo in prigione. I latini, dal canto loro, sospettando a ragione che Alessio V fosse il responsabile della morte di Alessio IV, lo accusavano di avere usurpato il trono. In risposta, Alessio V chiuse i negoziati con i crociati e con Venezia, rifiutandosi di rispettare le promesse di aiuti e finanziamenti alla spedizione che il suo predecessore aveva fatto ai capi della crociata per ottenerne l'appoggio e conquistare il trono. Anzi, il nuovo sovrano fece rinforzare le mura e alzare la guardia sulle mura Teodosiane. Queste misure, insieme alle posizioni assunte nei confronti dei latini da Alessio V, che era inoltre contrario alla riunificazione tra la chiesa ortodossa e quella cattolica promessa nei precedenti accordi e considerava i crociati nemici dell'Impero, gli fecero in breve guadagnare credito tra i suoi sudditi. Dopo questi avvenimenti, i capi latini, tra cui si distinse per determinazione soprattutto l'anziano doge di Venezia, Enrico Dandolo, pianificarono la conquista della città e la spartizione dell'impero. Scoppiò la guerra: lo scontro più importante fu quello tra Enrico di Fiandra e Alessio V. Enrico aveva armato un esercito per razziare Filea, sul Mar Nero; mentre i crociati tornavano all'accampamento, lungo la strada furono attaccati in un'imboscata da Alessio V: la retroguardia comandata direttamente da Enrico fu presa di sorpresa. Fu una battaglia aspra il cui esito fu tuttavia una sconfitta per i bizantini, che oltre a essere battuti persero anche il vessillo imperiale ed un'icona d'oro della Vergine portata sempre in battaglia come protezione; l'icona, che era arricchita da pietre preziose incastonate, fu portata a Citeaux. Al ritorno, Alessio annunciò ai suoi sudditi la vittoria, e a coloro i quali gli domandavano dove fosse l'icona e il vessillo, rispose che erano stati messi al sicuro. Quando queste voci giunsero al campo dei crociati, questi caricarono il vessillo e l'icona su una nave veneziana, issandoli in modo che gli abitanti di Costantinopoli potessero vederli e sapere della menzogna del loro imperatore. Il primo attacco dei crociati venne sferrato il 9 aprile 1.204 ma fu respinto e procurò solo forti perdite. Il 12 aprile venne compiuto un nuovo tentativo e questa volta i veneziani ricorsero ad uno stratagemma. Avevano costruito piattaforme sulle cime degli alberi delle navi, poi avevano inclinato le imbarcazioni fino a che le piattaforme andarono a toccare le mura. Il veneziano Piero Alberti fu il primo a saltare sulle mura di una torre nemica, ma fu subito ucciso. Fu seguito da un francese, André Dureboise, che riuscì a resistere all'attacco dei difensori permettendo ad altri veneziani e crociati di occupare le mura. Poco tempo dopo le porte della città vennero aperte dagli attaccanti penetrati all'interno e per Costantinopoli non ci fu più scampo. Alessio V s'era rifugiato con alcune truppe nel suo palazzo imperiale. Nella notte, forse perché temevano un attacco di sorpresa, alcuni crociati tedeschi appiccarono il fuoco a delle case e nuovamente l'incendio divampò in città. Vista l'impossibile situazione, Alessio V si dette alla fuga. Durante quella notte dove regnava il caos a Costantinopoli, visto che l'imperatore era scappato, fu eletto imperatore Costantino XI Lascaris, che ordinò una sortita, guidata suo fratello, il generale bizantino Teodoro Lascaris (futuro imperatore di Nicea) contro i crociati, che non ottenne alcun successo. Il giorno dopo ebbe inizio il grande saccheggio che, come tramandano i cronisti, non ne aveva avuto uno simile in tutta la storia dell'umanità. Mentre Bonifacio di Monsarrat occupava il palazzo imperiale che, secondo Roberto di Chiari, aveva ben 500 stanze tutte riccamente addobbate e ben trenta cappelle, gli scatenati crociati entravano nelle case ed asportavano qualsiasi cosa di valore trovassero. Tutte le chiese vennero spogliate dei vasi sacri, delle immagini, dei candelabri e quanto non si poteva asportare veniva semplicemente distrutto. Anche la basilica di S. Sofia venne completamente saccheggiata, l'altare venne spezzato, gli arazzi fatti a pezzi. Un cronista dell'epoca, testimone oculare, tramanda che una prostituta, seduta sul trono del patriarca, cantava strofe oscene in lingua francese. Mentre i veneziani si concentravano sulle cose che avevano un grande valore, i francesi arraffavano tutto quello che luccicava e si fermavano solo per ammazzare e violentare. Le cantine vennero depredate e la città era piena di soldataglia avvinazzata che trucidava chiunque trovasse lungo il cammino. Cittadini venivano torturati perché rivelassero dove avevano nascosto i loro valori. I conventi vennero presi d'assalto, le monache stuprate. Vecchi, donne e bambini giacevano in pozze di sangue per le strade, già morti o morenti. L'inferno durò per quattordici giorni. Infine i comandanti degli assalitori intervennero, dettero ordine di cessare il saccheggio (tanto ben poco era rimasto da depredare) ed ordinarono che qualsiasi bottino doveva essere portato in tre chiese e sorvegliato da fidati crociati e veneziani. Questo perché il contratto prevedeva la spartizione dei beni saccheggiati: tre ottavi ai veneziani, tre ottavi ai crociati; il restante quarto era destinato al futuro imperatore. Fra l'altro i veneziani portarono a casa i quattro cavalli di bronzo che ornano (attualmente in copia) la Basilica di San Marco, l'icona della Madonna Nicopeia e molte preziose reliquie che ancora sono serbate nel tesoro di San Marco. Così ebbe fine la quarta crociata che, istituita con l'intenzione di combattere i saraceni, aggredì e saccheggiò unicamente paesi cristiani. Terminata la strage ed il saccheggio si venne alla spartizione del bottino che alcuni storici calcolano di circa 900.000 marche imperiali d'argento, oggi equivalente a molte centinaia di milioni di Euro. Il calcolo è però difficile perché molti degli oggetti artistici depredati hanno un valore incalcolabile. Poi si passò all'elezione dell'imperatore latino. Bonifacio del Monferrato sperava sempre di essere eletto ma trovò la forte opposizione dei veneziani. Infine crociati e veneziani furono d'accordo nell'eleggere il conte Baldovino IX di Fiandra che prese possesso del trono di Costantinopoli. Parte del regno però andò a Venezia, secondo quanto previsto dal contratto. Per ampliare la propria potenza marittima Venezia reclamò ed ottenne la costa occidentale della Grecia, tutto il Peloponneso (Morea), Nasso, Andros, Negroponte (oggi Eubea), Gallipoli (in Turchia), Adrianopoli e i porti della Tracia sul Mar di Marmara. Da allora il Doge assunse il titolo di “Dominus quartae partis et dimidiae totius Imperii Romaniae”, cioè "Signore di un quarto e mezzo dell'Impero Romano d'Oriente". I veneziani pretesero anche tre ottavi della città di Costantinopoli ed occuparono il quartiere dove è oggi ubicata l'Agia Sofia, ex Cattedrale di Santa Sofia. A ricoprire la carica di patriarca venne nominato il nobile veneziano Tommaso Morosini. Baldovino fu incoronato in pompa magna il 16 maggio 1.204 nella Cattedrale di Santa Sofia. Alla notizia degli orrori compiuti e della barbarie dimostrata dai crociati Innocenzo III rimase esterrefatto. Inorridito scrisse lettere a Costantinopoli deplorando e condannando che, senza il suo sapere, stato e chiesa erano stati divisi; ma ciò non cambiò la situazione. Il suo dispiacere crebbe ancora quando venne a sapere che il suo legato, Pietro di San Marcello, aveva svincolato i crociati dalla promessa di liberare Gerusalemme. La crociata da lui predicata ed indetta si era tramutata in guerra contro stati cristiani. Le atrocità commesse dai crociati durante il saccheggio di Costantinopoli non contribuirono certamente a migliorare i rapporti fra la chiesa ortodossa e quella cattolica di Roma. Le due chiese rimasero separate dal 1.054 fino al giorno d'oggi, sebbene recentemente il papa abbia condannato quanto commesso durante la quarta crociata.

Nel 1.205 - Con la bolla "Etsi Iudaeos", Innocenzo III elaborò giuridicamente la teoria della "perpetua servitù" degli Ebrei (riaffermata da papa Gregorio IX nel 1.234) con queste parole: «Furono condannati dal Signore, alla morte del quale contribuirono, come servi; almeno si riconoscano servi di coloro che la morte di Cristo fece liberi, rendendo loro servi». Secondo il papa gli ebrei erano come Caino il fratricida e contro di loro gridava il sangue di Gesù Cristo; non dovevano essere uccisi ma condannati a errare sulla terra come infelici vagabondi, finché non si fossero ravveduti e avessero cercato il Salvatore. Gli ebrei furono inoltre esclusi dall’agricoltura e dalle corporazioni e non restò loro che dedicarsi al commercio e all'artigianato.



Cartina delle città Catare in Occitania (regione Languedoc).
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Nel 1.209 - Ha luogo la Crociata contro gli Albigesi o Catari. Papa Innocenzo III fu uno strenuo avversario delle idee ritenute eretiche che si stavano diffondendo in Europa: i catari (o albigesi) nel sud della Francia avevano fatto presa su gran parte della popolazione, dagli aristocratici ai ceti più umili, a causa della corruzione del clero locale, come ammise lo stesso pontefice. Organizzò quindi una crociata contro di loro. La crociata durò più a lungo del previsto, dal 1.209 al 1.244 (con la caduta dell'ultima piazzaforte sui Pirenei, il castello di Montségur), ma ebbe un risultato di annientamento quasi totale dei catari, se si eccettuano alcuni focolai clandestini superstiti in Lombardia e in Toscana. Il prezzo pagato era però l'essersi assunti, da parte della Chiesa, la responsabilità di massacri di ferocia inaudita, fra cui spicca il massacro di Béziers del 22 luglio 1.209, allorquando i crociati massacrarono non meno di 20.000 abitanti fra uomini, donne e bambini. Le uccisioni e le devastazioni crearono il risentimento di intere popolazioni: Innocenzo, già deluso dall'esito della quarta crociata, ebbe una nuova preoccupazione. Solo gli esiti positivi della Riconquista in Spagna sembravano non aver tradito la parola "crociata". Il contrasto stridente era però visibile a tutti: l'eroe spagnolo contro i musulmani, il trionfatore della Battaglia di Las Navas de Tolosa del 1.212, Pietro II d'Aragona, fu ucciso infatti nella battaglia di Muret, mentre cercava di difendere la città di Montpellier dalla furia dei crociati. I Catari, che divennero presto una forte minoranza, si erano diffusi in tutta l’Occitania occidentale (in quella orientale, l’eresia più diffusa era invece quella valdese). La loro fede era, nella sua versione più radicale, rigidamente manichea: il Bene e il Male erano principi eterni, coesistenti e antagonisti. Il regno del Male era il mondo, la materia, la carne (il non essere), creati da un Dio “straniero”, il Rex Mundi. Il regno del Bene (del Dio “legittimo”) era invece lo spirito (l’essere). L’anima dell’uomo era il campo di lotta tra il Bene e il Male. Soltanto sublimando i propri rapporti col mondo l’uomo poteva salvare la propria anima liberandola dalla catena delle reincarnazioni che la teneva legata al mondo. Naturalmente, i Catari avevano un programma massimo e uno minimo. All’interno della loro chiesa erano sicuri di salvarsi soltanto i “perfetti”, i quali praticavano un rigido ascetismo che culminava talvolta nell’endura, il suicidio sacro ottenuto mediante il rifiuto del cibo. I Catari, chiamati anche Albigesi perché assai numerosi nel territorio di Albi, costituivano col loro fervore e la loro estrema coerenza, un esempio e un pericolo per la chiesa ufficiale, sufficientemente corrotta. Il popolo era colpito, certo favorevolmente, da questo esempio di forsennata virtù. L’alta nobiltà e la ricca borghesia cittadina erano, da un lato, conquistate dalla vertiginosa teologia catara, dall’altro alquanto desiderose di mettere le mani sul patrimonio ecclesiastico. I Catari si ritenevano, del resto, i veri cristiani della loro epoca e si denominavano, infatti, crestiani (catari, cioè “puri”, dal greco katharoi). Condizione preliminare della salvezza dell’uomo era, infatti, anche per loro, la missione di Gesù che, grazie alla Passione, e qui la loro fede li distingueva dalla chiesa ufficiale, aveva meritato di divenire figlio di Dio (del Dio “legittimo”) “per adozione”.I Catari aderivano alla loro chiesa mediante una sorta di professione di fede: il sacramento del consolamentum, un battesimo spirituale cui si sottoponevano in età adulta (astenendosi dai peccati della carne) e al quale si mantenevano, in genere, scrupolosamente fedeli.
Cartina con le regioni dell' Occitania,
assoggettata da secoli dalla Francia.
I territori Occitani hanno i nomi
in Occitano. Clicca sull'immagine
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La sempre più evidente ostilità palesata dalla popolazione occitana nei confronti dei rappresentanti del potere cattolico e la concomitante diffusione di pratiche religiose alternative (il settarismo càtaro), indispettirono ben presto sia il papato che la corona francese, entrambe preoccupati di avere a che fare con un pericoloso crogiuolo di eresie religiose, politiche e anche culturali. Infatti, a gettare un ombra demoniaca sull’esistenza e sulle tradizioni occitane contribuì senz’altro lo strenuo orgoglio dei trovatori locali che, in quanto cantori di un amore libero, profondamente impregnato di umana e quasi pagana passione, respinsero con fermezza qualsiasi indottrinamento culturale, allontanandosi sempre più dai modelli narrativi e lirici di matrice cattolica. Stereotipi, questi ultimi, di un cantico d’amore squisitamente spirituale e casto: retaggio della tradizione cattolica alto-medioevale. E fu proprio in questo clima che andò caratterizzandosi l’autonoma e originale esistenza dei feudi meridionali francesi che aderirono all’eresia càtara (movimento religioso di origine bulgara, libertario e rigoroso al tempo stesso, naturalista, quasi pagano nella sua strana ritualità; ostile alla tradizione cattolica romana).
Sigillo di Raimondo VI
Conte di Tolosa (1156-1222).
Sullo scudo appare la croce
d'Oc e, sulla destra, la stella.
Il fenomeno càtaro intersecandosi con il principio di autonomia culturale sostenuto dall’intellighenzia occitana innescò un violento ed inevitabile scontro con la Chiesa che, dopo avere tentato di riportare alla ragione i prìncipi e gli esponenti dell’eresia del Midi, decise di passare alla forza, appoggiandosi alla nobiltà francese fedele al credo romano. Tra il 1.208 e il 1.242, le armate al comando dei prìncipi francesi fedeli al papato organizzarono una vera e propria Crociata contro i Càtari (o Albigesi) per  estirpare al più presto quello che venne definito il “cuore ribelle di Francia”. Per tutto l’anno 1.208, gli emissari del Papa predicarono in Francia la crociata contro gli “eretici” (cioè l’invasione dell’Occitania).
I francesi, guidati da Simone di Montfort, si trovarono così di fronte solo le scarse forze di Raimondo Trencavel, visconte di Albi, Béziers e Carcassona, e di Raimondo Ruggero, conte di Foix, che aderivano alla chiesa catara. Nel 1.209, all'inizio della nuova crociata, i “crociati” (di stirpe franca) prendono Béziers. Gli abitanti, riuniti nella cattedrale, vengono bruciati vivi, senza distinzione di fede, di sesso o di età. Il genocidio spirituale del popolo d’oc comincia così con un imponente genocidio fisico. Raimondo VI di Tolosa, che era nominalmente il signore di Trencavel, entra allora in guerra contro il Montfort che però consolida e amplia la propria conquista rinnovando i massacri.
L'Occitania nel 1209 con in verde i possedimenti della contea
di Tolosa e in verde chiaro i territori suoi vassalli, oltre ai
domini della corona d'Aragona con i territori dei propri
vassalli. I casati di Tolosa e d'Aragona avevano comunque
forti parentele. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Il legato pontificio, sempre al suo fianco, lo sprona a non andare troppo per il sottile, a non distinguere tra Cattolici e Catari: “Uccideteli tutti, poi Dio sceglierà i suoi…”. Montfort non si fa pregare e scaglia di persona contro le rocce un buon numero di neonati, rei soltanto di essere occitani. Nel 1.213 si compie intanto la breve unificazione occitanica. Il conte di Tolosa e i suoi feudatari, in segreto, giurano obbedienza al potente conte-re catalano Pietro II d’Aragona. Pietro entra subito in guerra contro i francesi.
I catalano-occitani si battono, il 12 settembre 1.213, a Muret, contro i crociati. La battaglia sarà, inopinatamente, vinta dai crociati e lo stesso Pietro II cadrà sul campo. L’unità occitana è fatta e disfatta nel giro di pochi mesi.
Carta con i domini della corona
d'Aragona in Occitania nel
1112-1213.
I catalani tornano in patria. Le due nazioni saranno divise per sempre. Nel 1.216 gli occitani si sollevano in tutto il territorio. Raimondo VII varca il Rodano e riconquista Tolosa. Gli occitani si battono contro i francesi al grido di “Tolosa e Provença!”. Il vecchio conte Raimondo VI è richiamato dall’esilio aragonese. Simone di Montfort riorganizza le sue forze e attacca Tolosa, sotto le cui mura viene però sconfitto e ucciso nel 1.219. “Lo lop es mòrt, visca Tolosa ciutat radiosa!” (Il lupo è morto, viva Tolosa città radiosa!) grida il popolo esultante. Luigi VIII invade con un nuovo, poderoso esercito l’Occitania, conquistando Avignone, rifugio di catari e valdesi. Nel 1.242, Raimondo VII rialza però la testa. Fa giustiziare gli inquisitori reali di Avignone e riprende, a Narbona, il proprio titolo. Si allea col re d’Inghilterra (sovrano dell’Aquitania), con l’imperatore germanico (sovrano formale della Provenza) e col re di Aragona.
La bandiera Occitana.
Dopo una prima sconfitta nel Poitou, la lega si sfalda però come neve al sole. I francesi continuano la caccia agli eretici sul territorio conquistato. Nel 1.244 cade, sembra con l’aiuto di montanari baschi, il castello di Montsegur, dove si erano ritirati 200 “perfetti” col seguito. Verranno tutti arsi vivi in una radura vicina, chiamata ancora “lo prat dels cremants” (il prato dei bruciati). La caduta di Montsegur segna, per gli storici, la fine della Crociata degli Albigesi. Si sa tuttavia che l’ultimo ridotto cataro a cadere fu Queribus, nel maggio 1.255. Si calcola che gli occitani morti in conseguenza della crociata siano stati almeno 400.000 (quasi un sesto della popolazione). Per "Occitani: storia e cultura" clicca QUI

Dal 1.210 - "Parzival" è uno dei maggiori poemi epici medievali attribuito al poeta tedesco Wolfram von Eschenbach, che lo compose intorno al 1.210 e scrisse inoltre un'opera su Guglielmo di Gellone, o San Guglielmo d'Aquitania: "Willehalm". "Parzifal" è il primo Bildungsroman (romanzo di formazione), che narra le avventure di Parzival alla ricerca di una umanità interiore migliore, superiore in qualità agli ideali di vita cortese che i cavalieri dell'epoca seguivano. Nel suo romanzo epico, Wolfram cita i Templari come i cavalieri che custodiscono il Santo Graal, il castello del Graal e la famiglia del Graal. La fonte primaria del poema è l'incompiuto "Le Roman de Perceval ou le conte du Graal" di Chrétien de Troyes, di 12.000 versi, suddiviso in 16 canti; il "Parzival" è composto da 16 libri, a loro volta suddivisi in una trentina di stanze di distici in rima. Nella narrazione Parzival, un giovane pieno di ardore e assetato di avventure, giunge alla corte di Re Artù, e dopo alcune esperienze con i cavalieri, saranno gli insegnamenti di Trevrizent, suo zio eremita, ad indicargli la via della saggezza nell'andare in soccorso al re Amfortas che gli consegna il regno del Graal. Altro personaggio centrale del romanzo è Gawain, (Galvano, in italiano: la spada nella roccia esiste ed è in Italia, in Toscana, nell'Abbazia di San Galgano, edificata nell'ordine cistercense e situata tra i paesi di Monticiano e Chiusdino, 30 Km. a ovest di Siena) cavaliere di re Artù anch'egli, con tutta una serie di amori e avventure che si intrecciano.

Nel 1.212 - Nell'ambito della Reconquista, sconfitta araba in Spagna a Las Navas de Tolosa.
- In quello stesso anno avviene la Crociata dei Fanciulli o dei Bambini, nome dato ad una serie di eventi, reali o leggendari, avvenuti nel 1.212 dei quali esistono diversi resoconti spesso contraddittori e che sono tuttora materia di dibattito fra gli storici. La versione tradizionale afferma che nel maggio del 1.212 un pastorello dodicenne di nome Stefano proveniente dalla cittadina di Cloyes-sur-le-Loir, nei pressi del villaggio di Châteaudun nell'Orléans, si presentò alla corte di Re Filippo II di Francia affermando che Cristo in persona gli era apparso mentre conduceva le pecore al pascolo e gli aveva ordinato di raccogliere fedeli per la crociata, consegnandogli anche una lettera. Filippo II ordinò al fanciullo di tornare a casa, ma questi non si lasciò scoraggiare e iniziò a predicare in pubblico sulla porta dell'abbazia di Saint-Denis. Prometteva a quelli che si sarebbero uniti a lui che i mari si sarebbero aperti davanti a loro, come aveva fatto il Mar Rosso con Mosè e che sarebbero così arrivati a piedi fino alla Terra Santa. Il ragazzo iniziò a viaggiare per la Francia raccogliendo proseliti e facendosi aiutare nella predicazione dai suoi convertiti. Alla fine la Crociata partì verso Marsiglia. I piccoli crociati si precipitarono al porto per vedere il mare aprirsi ma, poiché il miracolo non avveniva, alcuni si rivoltarono contro Stefano accusandolo di averli ingannati, e presero la via del ritorno. Molti rimasero in riva al mare, ad aspettare il miracolo ancora per alcuni giorni, finché due mercanti marsigliesi (secondo la tradizione si chiamavano Ugo il Ferro e Guglielmo il Porco) offrirono ai fanciulli un "passaggio gratis". Stefano accettò di buon grado e così partirono sette navi con a bordo l'intero contingente di bambini. Due delle sette navi affondarono per una tempesta a largo dell'isola dei Ratti, vicino all'Isola di San Pietro (in Sardegna) e tutti i loro occupanti morirono affogati. I fanciulli superstiti furono consegnati dai mercanti di Marsiglia ad alcuni musulmani che li vendettero come schiavi. Secondo ricerche più recenti, nel 1.212 vi furono in realtà due movimenti di persone, uno in Francia e uno in Germania. La similitudine fra i due movimenti fece sì che nelle cronache successive le due storie si fondessero nella versione sopra descritta. Secondo alcuni l'espressione "crociata dei fanciulli" deriverebbe dal fatto che nei documenti si usa il termine latino puer (fanciullo) intendendo in realtà povero (pauper); il fatto che poi si sia parlato di "fanciulli" deriverebbe da un'interpretazione errata. A quanto pare i documenti dell'epoca insistono sulla miseria dei pellegrini e non sulla loro età. Il primo movimento fu avviato da un pastore tedesco di nome Nikolaus che guidò un gruppo di persone attraverso le Alpi nella primavera del 1.212. Circa 7.000 arrivarono a Genova verso la fine di agosto. Molti di loro tornarono in Germania, altri procedettero verso Roma, altri ancora si recarono a Marsiglia, dove probabilmente furono catturati dai mercanti di schiavi. Nessuno di loro raggiunse la Terra Santa. Il secondo movimento fu guidato da un pastore francese di nome Stefano di Cloyes che affermava di aver ricevuto da Cristo una lettera per il re di Francia. Attrasse una folla di circa 30.000 persone e si recò a Saint-Denis dove la leggenda racconta che fu visto compiere alcuni miracoli. Filippo II ordinò alla folla di tornare a casa e la maggior parte di loro seguì l'ordine. Non vi è menzione che questi volessero recarsi in Terra Santa. Le cronache successive "abbellirono" e fusero queste due vicende.

Nel 1.215 - Giovanni Senza Terra, re d'Inghil­terra, concede la "Magna Charta". Dopo il Trattato di Costanza fra i Comuni italiani uniti nella Lega Lombarda e l'imperatore Federico Barbarossa, il secondo ordinamento giuridico-politico che limita i poteri del sovrano.
Una copia della "Magna Charta".
La Magna Carta (Magna Charta Libertatum) è un documento, scritto in latino, che il re d'Inghilterra Giovanni Senzaterra fu costretto a concedere ai baroni del Regno, propri feudatari diretti, presso Runnymede, il 15 giugno 1.215. Venne chiamata magna per tenerla distinta da un provvedimento minore, una charta rilasciata proprio in quegli anni per regolamentare i diritti di caccia. Quando Enrico II d'Inghilterra morì il 7 luglio 1.189, gli succedette il quarto dei suoi figli, Riccardo Cuor di Leone. Durante l'assenza di re Riccardo a causa della III crociata salì al trono il fratello minore Giovanni Senzaterra (John Lackland), chiamato così perché perse i suoi possedimenti in Francia, o forse perché essendo il quintogenito maschio, il padre Enrico non gli lasciò in eredità alcun possedimento territoriale. Giovanni, per difendere e poi riconquistare i possedimenti dei Plantageneti in Francia, dovette ingaggiare una guerra con il regno di Francia, finanziata tramite una forte tassazione dei suoi baroni, che ne denunciarono pubblicamente l'arbitrarietà, segnalando in particolare gravi abusi nell'applicazione dello scutagium. A causa dell'esito negativo della spedizione francese (le truppe inglesi, alleate a quelle dell'imperatore tedesco Ottone IV, vennero sconfitte a Bouvines nel 1.214) e della successiva rivolta dei baroni, che il 5 maggio 1.215 rifiutarono la fedeltà al re, Giovanni Senzaterra, durante l'incontro con i ribelli avvenuto il 15 giugno nella brughiera di Runnymede, si vide costretto, in cambio della rinnovata obbedienza, a una serie di concessioni che costituiscono il contenuto principale della Magna Charta. La Magna Charta Libertatum è stata interpretata a posteriori come il primo documento fondamentale per il riconoscimento universale dei diritti dei cittadini, sebbene essa vada inscritta nel quadro di una giurisprudenza feudale in cui, durante il XII e XIII secolo, la concessione di privilegi (libertates) da parte di sovrani a comunità o sudditi, offre altri esempi di natura analoga (Federico Barbarossa alla Lega Lombarda nel 1.183, il re Andrea II d'Ungheria ai loro vassalli nel 1.222). In sostanza la Magna Charta conferma i privilegi del clero e dei feudatari, eliminando o diminuendo l'influenza del re.
Tra i suoi articoli ricordiamo:
- il divieto per il sovrano di imporre nuove tasse ai suoi vassalli diretti senza il previo consenso del "commune consilium regni" (consiglio comune del regno, formato da arcivescovi, abati, conti e i maggiori tra i baroni, da convocarsi con un preavviso di almeno quaranta giorni e deliberante a maggioranza dei presenti (articoli 12 e 14)
- la garanzia, valida per tutti gli uomini di condizione libera, di non poter essere imprigionati senza prima aver sostenuto un regolare processo, da parte di una corte di pari, se la norma era incerta o il tribunale non competente, o secondo la "legge del regno" (articolo 39, in cui si ribadisce il principio del " habeas corpus integrum")
- la proporzionalità della pena rispetto al reato (articolo 20)
- l'istituzione di una commissione di venticinque baroni, che, nel caso in cui il re avesse infranto i suoi solenni impegni, doveva fargli guerra, chiedendo la partecipazione di tutti i sudditi (articolo 61, in cui si manifesta il futuro principio della legittima resistenza all'oppressione di un governo ingiusto)
- l'integrità e libertà della Chiesa inglese (articolo 1), precedentemente messa in discussione sia dalla disputa tra Enrico II, padre di Giovanni, e l'arcivescovo di Canterbury Tommaso Becket sulla giurisdizione regia nelle cause criminali contro gli ecclesiastici, sia dall'iniziale mancato riconoscimento (compiuto solo dopo la scomunica da parte del papa Innocenzo III) dell'arcivescovo Stephen Langton (tra i maggiori ispiratori della Charta) da parte del re Giovanni. La Magna Charta regolamentava inoltre l'importante legge consuetudinaria detta "della foresta", abolendo i demani regi (in latino foreste) creati sotto il regno di Giovanni e le relative multe comminate ai trasgressori (articoli 47 e 48). In materia economica, la Charta faceva salve le "antiquas libertates" della città di Londra, dei borghi, delle ville e dei porti (articolo 13) e concedeva a tutti i mercanti, esclusi quelli provenienti da paesi in guerra con il re, il diritto gratuito di ingresso e di uscita dal paese (articolo 41); infine per agevolare il commercio, imponeva che in tutto il regno fossero adottate identiche misure per vino, birra e grano ed inoltre che le stoffe fossero confezionate in misure standardizzate (articolo 35). Benché la Magna Charta nel corso dei secoli sia stata ripetutamente modificata da leggi ordinarie emanate dal parlamento, conserva tuttora lo status di Carta fondamentale della monarchia britannica. Una copia ben conservata si trova nella cattedrale di Salisbury. Il documento, nella sua forma definitiva, fu redatto, dopo la morte di Giovanni, dal legato pontificio, Guala Bicchieri, dal Gran Giustiziere, Uberto di Burgh, e dal reggente di Enrico III d'Inghilterra, Guglielmo il Maresciallo.
- Nel novembre del 1.215, papa Innocenzo III convocò il IV concilio lateranense (il dodicesimo concilio ecumenico), che emanò settanta decreti di riforma. Tra questi venne definitivamente dichiarata la superiorità della Chiesa rispetto a qualunque altro potere secolare, quale unica depositaria della Grazia e esclusiva mediatrice tra Dio e gli uomini. Se da un lato si istituiva il tribunale dell'Inquisizione contro le eresie, dall'altro si incoraggiava la predicazione popolare legittimando gli Ordini mendicanti. In tal modo la Chiesa da un lato è l'unica e vera sposa di Cristo, e in quanto tale è suprema e santa, dall'altro lato ricordando il riconoscimento degli ordini mendicanti (si veda l'attività apostolica del patrono d'Italia, san Francesco). Si decise inoltre una crociata generale in Terra Santa (la quinta crociata): Gerusalemme era infatti sempre nelle mani dei musulmani.

Nel 1.217 - Inizia la Quinta Crociata. Durante il papato di Innocenzo III, il Concilio Lateranense IV aveva deciso l'indizione di una nuova crociata. Federico II, in occasione della sua incoronazione a Rex romanorum, nel 1.215, giurò solennemente di prendervi parte, ma poi rimandò più volte, il che provocò tensioni con il papa. Papa Onorio III stabilì infine che la crociata dovesse aver inizio il 1º giugno 1.217. Oliviero da Courson iniziò a predicare la crociata in Francia, ma con scarso successo; al contrario Oliviero da Paderborn destò l'entusiasmo popolare nelle regioni al di là del Reno, che fino a quel momento avevano fornito pochi soldati, in primo luogo l'Austria e l'Ungheria, i cui sovrani Andrea II d'Ungheria e il duca Leopoldo VI d'Asburgo furono riconosciuti capi della crociata. Gli eserciti ungherese ed austriaco proprio il 1º giugno 1.217 salparono per Acri. I crociati, in gran parte, vennero trasportati via mare dai veneziani. I primi crociati giunti in Terrasanta iniziarono ad attaccare i musulmani, ma senza ottenere alcun risultato positivo, perché il nemico rimase asserragliato nelle sue fortezze, evitando scontri diretti. Molti crociati decisero di tornare in patria, seguendo l'esempio del re d'Ungheria; quelli rimasti decisero di attendere rinforzi per attaccare in seguito e nel frattempo fortificarono la città di Cesarea ed iniziarono la costruzione della fortezza di Castelpellegrino. Dopo l'arrivo di nuove milizie provenienti da tutto l'Occidente, Giovanni di Brienne convinse i crociati che sconfiggendo il sultanato degli Ayyubidi in Egitto si sarebbe aperta la strada per la riconquista di Gerusalemme. I crociati, infatti, avevano stretto un'alleanza con il sultano dei Selgiuchidi, che all'epoca dominavano l'Anatolia: mentre i crociati si sarebbero diretti a sud, in Egitto, i Selgiuchidi avrebbero mosso le loro truppe verso la Siria, attaccando su due fronti il sultanato degli Ayyubidi. Il 29 maggio 1.218 la flotta crociata raggiunse la città di Damietta, porto egiziano sul Mediterraneo, e la cinse d'assedio. Fin dall'inizio delle operazioni militari nacque il dissidio tra Giovanni di Brienne e Pelagio, il legato pontificio, aggregatosi da poco alla crociata. Quest'ultimo volle essere il comandante supremo ed inoltre si oppose all'annessione al regno di Gerusalemme delle terre egiziane eventualmente conquistate. Nel 1.219 San Francesco d'Assisi si porta in Oriente sorretto da una precisa concezione missionaria che si scontrava con la diversificata strategia crociata condotta nelle terre del Medio Oriente. Dopo aver chiesto il permesso al legato pontificio di avventurarsi nei territori musulmani, si recò dal Sultano ayyubide al-Malik al-Kāmil per dare testimonianza della fede cristiana. Ricevuto con grande cortesia dal Sultano ebbero un lungo colloquio, al termine del quale dovette tornare nel campo crociato.
Carta con il percorso di Bonifacio di Monferrato nella IV
Crociata in verde e di Giovanni di Brienne nella
V Crociata in fucsia, fino alla città di Damietta.
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Il 5 novembre 1.219 la città di Damietta fu conquistata dai crociati e nell'anno successivo si provvide a rafforzarne le difese. Il 27 agosto 1.221 però, i crociati che si accingevano a penetrare nel delta del Nilo vennero sconfitti ad al-Mansūra da truppe fresche provenienti dalla Siria e dalla sagace strategia del sultano e di suo fratello al-Ashraf di Damasco, che minacciarono di rompere le dighe impantanando di fatto il pesante esercito cristiano. Visti i crescenti problemi logistici, Damietta fu sgomberata in settembre, e i crociati si ritirarono senza aver raggiunto alcun risultatoFederico II, per via della sua mancata partecipazionesi vide addossare la responsabilità del fallimento dell'impresa. Con il trattato di San Germano del 1.225, si impegnò ad intraprendere una crociata, al più tardi entro il 1.227, la cosiddetta sesta crociata.

Nel 1.220 - Federico II Hohenstaufen è incoronato imperatore del Sacro Romano Impero.

Nel 1.223 - Grande invasione della Russia da parte dalle armate mongole comandate da Subotai e Jebe, esperti ufficiali di Gengis Khan. Fu essenzialmente un raid esplorativo che sfociò nella battaglia del fiume Kalka, nell'attuale Ucraina Sud-orientale, fra le truppe di Gengis Khan e l'alleanza fra i principi russi con i loro alleati Polovzi Qipchaq. Con lo sterminio della nobiltà russa e dei loro migliori guerrieri, la vittoria dei mongoli fu quasi totale. Inoltre, prima della battaglia, lungo le sponde del mar d'Azov, i mongoli conobbero alcuni mercanti veneziani che lì gestivano un avamposto mercantile e si resero conto che da loro avrebbero potuto ottenere tutte le informazioni che avessero desiderato su territori e popolazioni europee. Da parte loro i veneziani si assicurarono l'esclusiva dei commerci con l'estremo oriente e chiesero di escludere categoricamente, da questi commerci, i loro rivali genovesi.

Dal 1.228 - La Sesta Crociata ebbe luogo tra il 1.228 e il 1.229 ed ebbe come assoluto protagonista Federico II di Svevia, re di Sicilia e di Germania, imperatore del Sacro Romano Impero. Fu l'unica crociata pacifica, risolta per vie diplomatiche, evitando lo scontro militare. A dispetto di ciò, fu anche quella che ottenne le maggiori conquiste territoriali per lo schieramento crociato. Dopo il fallimento della quinta crociata, l'imperatore Federico II fu
Federico II di Svevia.
esortato da Onorio III a guidare una crociata in Terrasanta (come promesso al pontefice dopo la sua incoronazione nel 1.220) ma per motivi politici ne aveva più volte ritardato l'inizio. Nel 1.223 Federico rinnova il voto fatto, ma rimanda la partenza per problemi sorti nei suoi territori siciliani. Il papa è sempre convinto che per poter vincere gli islamici e riconquistare Gerusalemme è fondamentale che a capo della spedizione vi sia l'imperatore. Per convincere ed esortare Federico all'impresa, il papa nel novembre del 1.225 riesce a combinare il matrimonio dell'imperatore con Isabella, figlia di Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme. Ma quando nel 1.227, a causa di una malattia, fu costretto a rimandare la crociata ancora una volta, venne scomunicato da papa Gregorio IX. Ciononostante, l'anno successivo, Federico si recò a Gerusalemme, mentre il Papa lo definiva “Anticristo”. La crociata fu preceduta da un'accorta fase preparatoria, su un terreno squisitamente diplomatico: nell'estate 1.227, Federico II aveva inviato Berardo di Castagna, arcivescovo di Palermo a lui fedelissimo, in missione diplomatica in Egitto, insieme a Tommaso I d'Aquino, conte di Acerra recando con loro ricchissimi doni, tra cui pietre preziose e un cavallo sellato d'oro. Berardo aveva il delicato compito di saggiare le interessanti prospettive di intesa appena apertesi con il sultano ayyubide, il curdo al-Malik al-Kāmil. Federico era cresciuto nella Palermo normanna di Ruggero II, in un ambiente “multiculturale” impregnato di influssi arabi. Parlava fluentemente l'arabo, e a stento il tedesco. Giunse in Terrasanta accompagnato dalle sue guardie del corpo musulmane, in uno sfarzo di tipo orientale, distinguendosi così da tutti i crociati che lo avevano preceduto. L'imperatore si era messo in viaggio con un esercito relativamente ridotto, ed era giunto ad Acri nel settembre 1.228. L'11 febbraio 1.229 concluse un accordo con al-Malik al-Kāmil, nipote di Saladino e Sultano ayyubide, che con Federico aveva dei buoni rapporti di amicizia diplomatica (vista anche la vicinanza tra Sicilia e costa africana): i cristiani avrebbero riavuto Betlemme, Nazaret, Lidda, Sidone e Toron (oggi Tibnin), oltre a Gerusalemme, ad eccezione della spianata del Tempio e della moschea al-Aqsà. Ai musulmani era però permesso di accedervi (pace di Giaffa) in quanto considerato luogo santo anche da essi. Gerusalemme inoltre veniva ceduta smantellata e indifendibile. Il 18 marzo 1.229 Federico II ricevette la corona di re di Gerusalemme grazie al precedente matrimonio con Isabella II di Brienne (che ormai era già defunta), nonostante l'opposizione del clero locale e di quasi tutti i grandi feudatari; lo stesso patriarca non riconobbe l'incoronazione e lanciò l'interdetto su Gerusalemme. Sul piano formale non si trattava di un'autentica incoronazione, in quanto Federico era colpito da una scomunica che non gli permetteva di partecipare a cerimonie religiose né di ricevere benedizioni. Il trattato di pace fu una dimostrazione dell'apertura e della tolleranza di Federico II verso gli Arabi e l'Islam. Il sultano al-Malik al-Kāmil aveva anche motivi politici per intavolare trattative con i cristiani, perché stava preparando una campagna contro suo fratello al-Mu'azzam di Damasco e non voleva essere disturbato da eventuali iniziative dei crociati. Il trattato è di rilevanza mondiale e unico ancor oggi per il compromesso tra gli interessi dell'Oriente e quelli dell'Occidente. Tra le sue conseguenze vi fu un aumento enorme degli scambi culturali e commerciali tra Levante e Europa. Esso, però, poté reggere solamente fintanto al-Malik al-Kāmil rimase in vita e Federico II riuscì ad esercitare la propria influenza sul regno di Gerusalemme. I loro discendenti non fecero nulla affinché il contrasto tra mondo cristiano e mondo islamico non si acuisse nuovamente. Federico rimase per alcuni mesi in Terra Santa, cercando senza successo di mettere ordine nella devastata situazione del regno. Probabilmente all'inizio c'era la volontà di governare il suo impero dalla nuova sede di Gerusalemme ma dopo alcuni mesi, visto che il suo clamoroso successo gli aveva attirato solo critiche, visto che continuava ad essere scomunicato e che le rivolte continuavano in tutto l'impero, decise di lasciare la Terrasanta il 1º maggio 1.229. Il rapporto con il papato, però non migliorò granché: il papa era deluso dalla vittoria effimera e dall'essere in balìa dei musulmani di una Gerusalemme smilitarizzata, senza mura e indifendibile. Inoltre il papa non vedeva di buon occhio la soluzione diplomatica, che non era nei suoi piani; anche l'incoronazione di Federico da scomunicato non gli fu gradita. Ma la ragione forse più importante era il risentimento del papa per il nuovo successo di quell'imperatore ormai molto scomodo che originariamente doveva, nelle intenzioni papali, mettersi in difficoltà con la crociata, magari sparire dalla scena come era accaduto al nonno di Federico, il Barbarossa. Il risultato fu la paradossale crociata proprio contro Federico II. Solo nel 1.230, con il Trattato di San Germano, fu revocata la scomunica a Federico II. Questa crociata viene talvolta contata come quinta: in questi computi non si considera infatti la fallita crociata del 1.217-1.221.

Nel 1.236 - Comincia in Russia la seconda invasione mongola, che raggiungerà la Polonia, la Boemia e i Balcani.

Nel 1.239 - Per la prima volta appare la menzione "Guelfo" e nel 1.242 quella di "Ghibellino".
Guelfi e Ghibellini erano le due fazioni opposte, nella politica italiana, dal XII secolo fino alla nascita delle Signorie, nel XIV secolo. Le origini dei nomi risalgono alla lotta per la corona imperiale dopo la morte dell'imperatore Enrico V (nel 1.125) tra le casate bavaresi e sassoni dei Welfen (pronuncia velfen, da cui la parola guelfo) con quella sveva degli Hohenstaufen, signori del castello di Waiblingen (anticamente Wibeling, da cui la parola ghibellino). Successivamente, dato che la casata sveva acquistò la corona imperiale e, con Federico I (il Barbarossa) Hohenstaufen, cercò di consolidare il proprio potere nel Regno d’Italia, le due definizioni designarono chi appoggiava l'impero (i Ghibellini) e chi lo contrastava in appoggio al papato (i Guelfi). I termini "guelfo" e "ghibellino" vennero coniati in relazione alle opposte fazioni fiorentine e toscane e furono un'invenzione linguistica di Firenze, che ottennero una straordinaria diffusione in Italia prima e in tutta l'Europa poi. Così come gli Hohenstaufen erano diventati gli Stuffo e gli Svevi, i Soavi, nella stessa maniera il nome di Welf divenne Guelfo, e quello di Weibling, Ghibellino. Le prime menzioni dei due termini appaiono negli "Annales Florentini". Nel 1239 compare per la prima volta la parola "guelfi" e nel 1242 la parola "ghibellini". Negli anni successivi, le attestazioni si fanno più consistenti e gli schieramenti dei guelfi e dei ghibellini si propagarono all'interno dei vari comuni e repubbliche marinare del suolo italico. Nell'epoca di Federico II , all'interno di quasi tutte le città italiane ci si schierava fra le due fazioni nella contesa tra papato e Impero. Gli antefatti risalgono a quando l'imperatore fu incoronato, nel 1220, mentre il comune di Firenze era impegnato in una disputa con il proprio vescovo, attestata sin dal 1218. Allora Firenze era alleata con Lucca, anch'essa in vertenza con il vescovo e con il papa ed era in guerra per motivi di confine con Pisa (che aveva cercato e ottenuto l'appoggio di Federico II) alleata a sua volta di Siena e Poggibonsi. Così, quando l'imperatore elargì concessioni ai suoi fedeli, Firenze fu gravemente penalizzata, a differenza di altre città toscane. Ciononostante, nel 1222, l'alleanza fiorentino-lucchese aveva riportato un'importante vittoria a Casteldelbosco contro le città avversarie. La stipulazione di una nuova alleanza, nel 1228, tra Pisa, Siena, Poggibonsi e Pistoia in funzione antifiorentina fece proseguire il conflitto tra Firenze e le altre città toscane, concentrandolo sulla Val di Chiana e Montepulciano. Sia il papato sia l'Impero tentarono la pacificazione con vari mezzi nel corso dei primi anni Trenta. Il legato imperiale Geboardo di Arnstein fallì una mediazione e poi bandì Montepulciano, che era governata da un podestà fiorentino, Ranieri Zingani dei Buondelmonti. Gregorio IX, approfittando della morte del vescovo fiorentino, insediò un suo fedele, Ardingo, a cui fece emanare costituzioni contro gli eretici. Nel 1232 Firenze, che continuava a rifiutarsi di venire a patti con Siena, fu interdetta e subì il bando imperiale. Fu chiamato in città un podestà milanese, Rubaconte da Mandello, mandato dal Papa in funzione antimperiale. Il nuovo magistrato però si fece promotore di una politica di difesa dei diritti del comune, anche in contrasto con il vescovo (che lo accusò di eresia) e trovò quindi il consenso del "popolo". Quando Federico II, forte della vittoria di Cortenuova, chiese l'invio di truppe per combattere nel Nord, nella milizia scoppiarono disordini tra Giandonati e Fifanti che si estesero all'intera città, portando alla cacciata di Rubaconte. L'ingresso del nuovo podestà, il romano filoimperiale Angelo Malabranca, riaprì i disordini che erano stati temporaneamente sedati. 
Nella seconda metà del Duecento i termini guelfi e ghibellini, grazie anche all'egemonia regionale e sovraregionale di Firenze, divennero le parti favorevoli al Papato e all'Impero in tutte le realtà urbane italiane, ribaltando il significato originario dei due schieramenti e i Guelfi non si sarebbero più schierati dalla parte di un Imperatore, ma da quella del Papa.
In Italia tradizionalmente guelfi furono i comuni di Milano, Mantova, Bologna, Firenze, Lucca, Padova; famiglie guelfe furono i bolognesi Geremei, i genovesi Fieschi, i milanesi Della Torre, i riminesi Malatesta, i ravennati Dal Sale e le dinastie di origine obertenga come i ferraresi Este e alcuni rami dei Malaspina.
Tradizionalmente ghibellini, cioè filoimperiali e filosvevi, furono i comuni di Pavia, Asti, Como, Cremona, Pisa, Siena, Arezzo, Parma, Modena. In Italia famiglie ghibelline furono i bolognesi Lambertazzi e Carrari, i comaschi Frigerio e Quadrio, i milanesi Visconti, gli astigiani Guttuari, i toscani conti Guidi e gli Ubaldini di Arezzo, i ferraresi Torelli-Salinguerra, i forlivesi Ordelaffi, i i fiorentini degli Uberti e Lamberti, i pisani Della Gherardesca, i trevigiani Da Romano, i senesi Salimbeni e Buonconti, i marchesi Aleramici del Monferrato, e le dinastie di origine obertenga come i Pallavicino e alcuni rami dei Malaspina.
Molto frequenti furono comunque i cambi di bandiera, per cui città e famiglie tradizionalmente di una parte non esitarono, per opportunità politica, a passare alla fazione opposta.
Castello di Battifolle
 con merlatura guelfa. 
In architettura, l'appartenenza ad una o l'altra fazione, era riconoscibile dalla merlatura. Per merlo, elemento tipico dell'architettura militare medievale, si intende ciascuno dei rialzi in muratura, eretti a intervalli regolari, che coronano le mura perimetrali di castelli, torri difensive, palazzi, ecc. e l'insieme dei merli viene detto merlatura. La sua funzione principale era di "difesa passiva", proteggere cioè gli assediati dal lancio delle frecce e per contrattaccare garantendosi un certo riparo, ma i merli fungevano anche da "difesa attiva", infatti potevano all'occorrenza essere scalzati precipitando sugli assedianti che tentavano la scalata alle mura o che si assiepavano dinnanzi alle porte.
Castello Visconti-Castelbarco con
merlatura ghibellina
Nell'edilizia medievale si distinguono tradizionalmente i cosiddetti merli guelfi o ghibellini. I merli guelfi hanno la sommità squadrata e i merli ghibellini hanno la sommità "a coda di rondine".
L'uso della merlatura nell'epoca delle armi da fuoco divenne puramente decorativo, ed ebbe un revival nell'Ottocento nel periodo romantico-neogotico.

- In seguito Firenze, ormai stabilmente guelfa, si divise fra Bianchi, riuniti intorno alla famiglia dei Cerchi, fautori di una moderata politica filo papale, che riuscirono a governare dal 1300 al 1301 e i Neri, il gruppo dell'aristocrazia finanziaria e commerciale più strettamente legato agli interessi della chiesa, capeggiato dai Donati, che salirono al potere con l'aiuto di Carlo di Valois, inviato dal papa Bonifacio VIII. « Queste due parti, Neri e Bianchi, nacquono d'una famiglia che si chiamava Cancellieri, che si divise: per che alcuni congiunti si chiamarono Bianchi, gli altri Neri; e così fu divisa tutta la città » (Dino Compagni, "Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi", Libro I, 25). Le fazioni presero il nome dai due partiti in cui si divideva la città di Pistoia. Dino Compagni e Giovanni Villani raccontano come nella seconda metà del Duecento, all'interno della famiglia fosse nata una lite tra cugini a causa dell'alcol. Non senza sottolineare la proverbiale litigiosità dei Pistoiesi, i due storici fiorentini raccontano come da questione privata si arrivò a una scissione familiare in due rami e due partiti, ai quali si aggregarono gradualmente (tramite il sistema delle consorterie) altre famiglie fino ad avere la città schierata in due partiti che si facevano una strenue lotta: i Bianchi e i Neri. L'etimologia dei nomi è incerta e si pensa che prenda origine da una certa fanciulla chiamata Bianca. Quando le cariche di governo venivano ormai elette a metà tra un partito e l'altro, fu sancita la definitiva esistenza degli schieramenti. La situazione pistoiese era ben nota ai fiorentini, che vi inviavano da tempo un potestà a guidare la città, e che spesso cercavano di avvantaggiarsi da questa situazione di debolezza, intascando denari tramite magistrati poco scrupolosi, che con leggerezza assegnavano multe per le frequenti discordie, sulle cui ammende pecuniarie per legge avevano diritto ad una percentuale. A capo della fazione dei Neri c'era Simone da Pantano, amico di Corso Donati, mentre a capo dei Bianchi c'era Schiatta Amati, imparentato con i Cerchi di Firenze. Entrambi erano esponenti della famiglia Cancellieri. I contendenti o i litigiosi della famiglia che avevano creato disordini in città tra il 1294 e il 1296 vennero esiliati nella vicina città di Firenze dove gli uni, i bianchi, troveranno l'appoggio della famiglia dei Cerchi e gli altri, i neri, della famiglia dei Donati. Successivamente questa divisione si combinò con i dissapori già esistenti tra le due famiglie fiorentine e diede il nome anche alle analoghe fazioni di Firenze. Politicamente la scissione verteva su chi, pur difendendo il Pontefice, non precludeva il ritorno o la necessità dell'imperatore (cioè i guelfi Bianchi) e chi invece trovava indispensabile che il governo dovesse essere affidato al Papa poiché "misso domenici" (mandato dal signore). Nella pratica poi erano gli interessi commerciali e gli odi personali a dettare i veri andamenti di quella che divenne una vera e propria guerra civile. Anche il Machiavelli citò l'episodio nelle sue "Istorie fiorentine".

Nel 1.242 - I Russi, guidati da Aleksandr Nevskij, sconfiggono i Cavalieri Portaspada Teutonici sul lago Peipus. 

Nel 1.243 - Sinibaldo Fieschi dei Conti di Lavagna (1195 circa - 1254) è eletto papa (il 180°) con il nome di Innocenzo IV.
Il 180° papa: Innocenzo IV
Se a proposito di Innocenzo III si pensa alla teocrazia, Innocenzo IV fu il primo vero papa teocratico, e la sua preoccupazione eminente fu quella religiosa; soltanto in funzione di questa si spiegano i suoi gesti in campo politico. Solo dopo questa precisazione si può inquadrare nei suoi giusti termini la concezione innocenziana del potere spirituale e la sua teologia del primato papale; non s'incontreranno novità dottrinali nel vero senso della parola, ma un'inusitata energia nell'affermazione dei diritti della sede romana ed una più consapevole dimostrazione delle basi che li giustificano. Egli ribadì anzitutto l'idea che la preminenza del papa nella Chiesa è fondata sul passo evangelico di Matteo, dato che esso consacrava il posto del primo pontefice e giustificava tutte le prerogative che vennero poi formulate a favore dei successori: «Il primato della sede apostolica, che Iddio ha stabilito, è provato dalle testimonianze dei Vangeli e degli Apostoli; da esse derivano le costituzioni canoniche che asseriscono concordemente che la Chiesa romana è sopra le altre come maestra e madre»; «come uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini, così Gesù Cristo volle che nella sua Chiesa uno solo fosse il capo di tutti»; «Cristo mise a capo di tutti uno solo che ordinò suo vicario in terra perché, come a lui si piega ogni ginocchio, così a quello tutti ubbidiscano affinché vi sia un solo ovile ed un solo pastore».
Cartina dell'Europa nel 1250, con: Borgogna (Burgundia),
Impero Germanico, Boemia, Slesia, Regno d'Italia con i
Comuni in giallo, Stato della Chiesa, territori di Venezia
resasi autonoma da Costantinopoli; Impero e Regno di
Sicilia sotto il controllo degli Hohenstaufen.
Da qui in poi il papa è il vicario (colui che fa le veci di un suo superiore) di Cristo stesso.

Nel 1.246 - Avviene l’"Anschluss" (collegamento, nel senso di annessione) della Provenza. Beatrice, ereditiera della contea, viene fatta sposare a Carlo d’Angiò, parente del re di Francia. Le città provenzali si rifiutano di riconoscere il nuovo sovrano per timore di perdere le proprie libertà municipali. Carlo “pacifica” ad una ad una, naturalmente con le armi, Arles, Aix, Marsiglia… La resistenza Provenzale dura, comunque, dieci anni.

Nel 1.248 - In febbraio Federico II  Hohenstaufen subisce una grave sconfitta nella battaglia di Parma ad opera di Gregorio da Montelongo. Federico II Hohenstaufen (Jesi, 26 dicembre 1.194 - Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1.250) fu Re di Sicilia (come Federico I di Sicilia, dal 1.198 al 1.250), Duca di Svevia (come Federico VII di Svevia, dal 1.212 al 1.216), Re di Germania (dal 1.212 al 1.220) e Imperatore dei Romani (come Federico II del Sacro Romano Impero, eletto nel 1.211, incoronato ad Aquisgrana nel 1.215, incoronato a Roma dal papa nel 1.220), infine Re di Gerusalemme (dal 1.225 per matrimonio, autoincoronatosi a Gerusalemme nel 1.228).
Federico II Hohenstaufen
Napoli - Palazzo Reale.
Apparteneva alla nobile famiglia sveva degli Hohenstaufen e discendeva per parte di madre dalla dinastia normanna degli Altavilla, regnanti di Sicilia. Conosciuto con gli appellativi "stupor mundi" (meraviglia o stupore del mondo) o puer Apuliae (fanciullo di Puglia), per la particolare predilezione che ebbe per questa regione (Apulia da intendersi come la Puglia e la Basilicata attuali o piuttosto l'intera Italia Meridionale, quindi il Regno di Sicilia); ma il nomignolo "Puer Apuliae" era nato con un intento spregiativo. Gli fu attribuito dagli intellettuali tedeschi durante la lotta per il titolo imperiale con Ottone di Brunswick e potrebbe essere tradotto come "ragazzino dell'Italia meridionale", contrapposto al maturo cavaliere dei guelfi. Federico II era dotato di una personalità poliedrica e affascinante che, fin dalla sua epoca, ha polarizzato l'attenzione degli storici e del popolo, producendo anche una lunga serie di miti e leggende popolari, nel bene e nel male. Il suo regno fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, volte ad unificare le terre e i popoli, fortemente contrastata dalla Chiesa. Egli stesso fu un apprezzabile letterato, convinto protettore di artisti e studiosi. La sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica. Federico nacque il 26 dicembre 1.194 da Enrico VI (a sua volta figlio di Federico Barbarossa I di Svevia), e da Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II il Normanno, a Jesi, nella Marca anconitana, mentre l'imperatrice stava raggiungendo a Palermo il marito, incoronato appena il giorno prima, il giorno di Natale, re di Sicilia. Data l'età avanzata, nella popolazione vi era un diffuso scetticismo circa la gravidanza di Costanza, perciò fu allestito un baldacchino al centro della piazza di Jesi, dove l'imperatrice partorì pubblicamente, al fine di fugare ogni dubbio sulla nascita dell'erede al trono. Costanza, che prima del battesimo del figlio lo chiamò inizialmente col nome matronimico di Costantino, portò il neonato a Foligno, città dove Federico visse i suoi primissimi anni, affidato alla duchessa di Urslingen, moglie del duca di Spoleto Corrado, uomo di fiducia dell'imperatore. Poi partì immediatamente alla volta della Sicilia per riprendere possesso del regno di famiglia, poco prima riconquistato dal marito. Qualche tempo più tardi, nella cerimonia battesimale, svoltasi nella Cattedrale di San Rufino in Assisi, in presenza del padre Enrico, il nome del futuro sovrano venne definito in quello, "in auspicium cumulande probitatis", di Federico Ruggero; "Federico" per indicarlo a futura guida dei principi germanici quale nipote di Federico Barbarossa, "Ruggero" per sottolineare la legittima pretesa alla corona del Regno di Sicilia quale discendente di Ruggero II. Quella fu la seconda ed ultima occasione in cui Enrico VI vide il figlio. Federico nasceva già pretendente di molte corone. Quella imperiale non era ereditaria, ma Federico era un valido candidato a re di Germania, che comprendeva anche le corone d'Italia e di Borgogna. Questi titoli assicuravano diritti e prestigio, ma non davano un potere effettivo, mancando in quegli stati una solida compagine istituzionale controllata dal sovrano. Tali corone davano potere solo se si era forti, altrimenti sarebbe stato impossibile far valere i diritti regi sui feudatari e sui Comuni italiani. Inoltre per via materna aveva ereditato la corona di Sicilia, dove invece esisteva un apparato amministrativo ben strutturato a garantire che la volontà del sovrano venisse applicata, secondo la tradizione di governo centralistico. L'unione del regno di Germania e di Sicilia non veniva vista di buon occhio né dai normanni né dal papa, che con i territori che a vario titolo componevano lo Stato della Chiesa possedeva una striscia che avrebbe interrotto l'unità territoriale del grande regno, facendolo sentire di conseguenza accerchiato.
Infanzia ed educazione - Il 28 settembre 1.197 Enrico VI moriva e Costanza affidò il figlio a Pietro di Celano conte della Marsica (fratello di Silvestro della Marsica che era stato Grande Ammiraglio di Guglielmo I il Malo, re di Sicilia) e Berardo di Laureto appartenente alla famiglia degli Altavilla conti di Conversano. Il 17 maggio del 1.198 Costanza fece incoronare il figlio re di Sicilia a soli quattro anni. Costanza morì il 27 novembre dello stesso anno, dopo averlo posto sotto la tutela del nuovo papa, Innocenzo III, ed aver costituito a favore del papa un appannaggio di 30.000 talenti d'oro per l'educazione di Federico. Gualtiero di Palearia, vescovo di Troia, era a Palermo il vero tutore di Federico. Federico risiedeva nella reggia di Palermo, nel Castello della Favara, il Castello a Mare, seguendo Gentile di Manopello fratello di Gualtiero. Suo primo maestro fu frate Guglielmo Francesco, che ne rispondeva al vescovo Rinaldo di Capua, il quale informava costantemente il papa dei progressi scolastici, della crescita e della salute di Federico. Nell'ottobre 1.199, Marcovaldo di Annweiler, per volere di Filippo di Svevia zio di Federico, s'impadronì della Sicilia per averne la reggenza e prese su di sé anche la custodia del giovane, sottraendolo a quella di Gualtiero di Palearia e, quindi, al tutoraggio di Innocenzo III, in aperto contrasto col Papa e col suo paladino in Sicilia, Gualtieri III di Brienne; ciononostante, Marcovaldo non privò Federico della tutela dei suoi maestri. Il Papa accusò Gualtiero di Palearia di tradimento quando suo fratello Gentile di Manopello consegnò Federico, assieme alla città di Palermo, a Marcovaldo. Nel 1.202 Gualtiero di Palearia guidò una spedizione, unitamente a Diopoldo conte di Acerra, contro il pretendente al trono Gualtieri di Brienne, il quale, dopo la morte di Marcovaldo, consegnò Federico al conte Guglielmo di Capparone, successore alla reggenza di Marcovaldo. Diopoldo liberò Federico da Capparone nel 1.206 e lo riconsegnò alla custodia di Gualtiero di Palearia. Guglielmo Francesco, Gentile di Manopello ed un imam musulmano, rimasto sconosciuto alla storia, furono istruttori di Federico sino al 1.201, quando Guglielmo Francesco fu costretto ad abbandonare la Sicilia; tornò ad essere il maestro di Federico dal 1.206 al 1.209, anno dell'emancipazione del giovane. Dal 1.201 al 1.206 Federico, sotto la tutela di Marcovaldo e poi di Guglielmo di Capparone, venne cresciuto dal popolo palermitano più povero, autodidatta per ogni forma di cultura.
Stemma degli Hohenstaufen,
attuale stemma dello stato federale
tedesco del Baden-Württemberg
che occupa gran parte dell'antica
Svevia, in tedesco Schwaben.
La corona imperiale - Il 26 dicembre 1.208 Federico compì il quattordicesimo anno di età e uscì dalla tutela papale assumendo il potere nelle sue mani. Su consiglio del pontefice, nell'agosto del 1.209 sposò la venticinquenne Costanza d'Aragona, vedova del re ungherese Emerico: Federico non aveva ancora compiuto quindici anni. In Germania, nel frattempo, dopo la morte di Enrico VI nessuno era più riuscito a farsi incoronare imperatore. Due erano i rivali che puntavano al titolo imperiale vacante: il primo era appunto Filippo di Svevia, fratello minore di Enrico VI, che fu eletto re dai principi tedeschi nel 1.198 e incoronato a Magonza; il secondo era Ottone di Brunswick, figlio minore del duca di Baviera e Sassonia Enrico il Leone, che fu eletto anch’egli re da alcuni principi tedeschi che si opponevano all’elezione dello Staufer e incoronato ad Aquisgrana. Ottone poteva contare sull’appoggio del re d’Inghilterra Giovanni I, che era suo zio, e di Innocenzo III, che voleva evitare di vedere uno svevo imperatore per scongiurare una rivendicazione di quest’ultimo del regno di Sicilia; Filippo, a sua volta, poteva contare sull’appoggio del re di Francia Filippo II Augusto. La situazione si risolse solo nel 1.208 quando Filippo di Svevia fu assassinato per motivi personali e Ottone ebbe campo libero. Egli fece numerose concessioni al papato, in particolare la corona doveva rinunciare all’ingerenza nelle elezioni dei prelati e accettare senza limiti il diritto d’appello del pontefice nelle cose ecclesiastiche; inoltre si sarebbe posto fine ad abusi quali l’appropriazione delle rendite delle diocesi vacanti. Il 4 ottobre del 1.209, a Roma, Innocenzo III incoronò imperatore Ottone IV. Nonostante le numerose promesse di Ottone IV, l'imperatore, richiamandosi all’antiquum ius imperii, rivendicava il dominio sull’Italia intera; così egli sostò per circa un anno nell’Italia centrale, cosa che preoccupò non poco Innocenzo III che proprio in quei territori stava cercando di estendere lo Stato della Chiesa. Riccardo di San Germano ci dice che: "Il detto imperatore Ottone, attratto da Diopoldo e da Pietro conte di Celano, […] gettatosi dietro le spalle il giuramento che aveva fatto alla chiesa di Roma, entra nel regno dalla parte di Rieti e sotto la guida di coloro che vi avevano prestato il giuramento di fedeltà, vi giunge attraverso la Marsia e quindi attraverso il Comino; […] Il papa Innocenzo lo scomunicò e pose l’interdetto alla chiesa di Capua, perché aveva osato celebrare alla sua presenza e nell’ottava di S. Martino scomunica anche tutti i suoi fautori." Salimbene de Adam aggiunge: "Nell’anno del Signore 1.209 l’imperatore Ottone fu ospitato sul Reno (è un torrente nel vescovado di Reggio) e fu pure ospitato a Salvaterra. E fu incoronato da papa Innocenzo III il giorno 11 di ottobre. […] Ma il suddetto Ottone, una volta incoronato, muove con molti sforzi contro il padre che lo aveva incoronato e la madre chiesa che lo aveva generato, e si armò rapidamente contro il piccolo re di Sicilia che non aveva altro aiuto eccetto la chiesa. Perciò l’anno seguente, cioè l’anno del Signore 1.210, il venerabile padre Innocenzo potente in opere e in parole scomunicò il già detto imperatore Ottone. Ciò nonostante, costui mandò in Puglia un esercito cui era a capo il marchese Azzo d’Este. E poi passando per la Toscana, raccolto un grande esercito, prese alcune località con la forza, altre per resa; resistendogli soltanto Viterbo, Orvieto e poche altre. Infine avanzò e svernò a Capua." Dopo la scomunica papale e a causa dell’ostilità di Filippo II Augusto, che incoraggiò la resistenza in Germania, la nobiltà, che aveva appoggiato Filippo di Svevia e ora vedeva Ottone IV combattere contro un Hohenstaufen, si ribellò all’imperatore, che fu costretto a tornare in Germania. I feudatari ribelli cercarono l’aiuto di Federico proponendolo come candidato da opporre a Ottone IV. Nel frattempo, in Sicilia, dove lo svevo era appena divenuto padre del suo primogenito Enrico, che neonato venne incoronato re di Sicilia (coreggente), si organizzò subito una rapida spedizione verso Oltralpe: partito a marzo del 1.212 da Palermo, Federico giunse a Roma la domenica di Pasqua e prestò giuramento vassallatico al papa; a settembre entrò trionfalmente a Costanza, a ottobre indisse la sua prima dieta da re di Germania e a novembre stipulò gli accordi col futuro re di Francia Luigi VIII per combattere il rivale Ottone IV. Finalmente il 9 dicembre 1.212 Federico veniva incoronato nel duomo di Magonza dal vescovo Sigfrido III di Eppstein, ma la sua effettiva sovranità doveva ancora essere sancita. Il 12 luglio 1.213, con la cosiddetta "Bolla d'Oro" (o "promessa di Eger"), Federico promise di mantenere la separazione fra Impero e Regno di Sicilia (vassallo del Pontefice) e di rinunciare ai diritti germanici in Italia (promessa già di Ottone IV, mai mantenuta). Promise inoltre di intraprendere presto una crociata in Terrasanta, nonostante non ci fosse stata un'esplicita richiesta da parte del papa. Federico II poté essere riconosciuto unico pretendente alla corona imperiale solo dopo il 27 luglio 1.214 quando, nella battaglia di Bouvines, Filippo Augusto re di Francia, alleato di Federico, sbaragliò Ottone IV alleato degli inglesi. In Germania resistevano al dominio di Federico soltanto Colonia, la città più ricca e popolosa della Germania del tempo, i cui mercanti vantavano particolari diritti commerciali e di traffico con l'Inghilterra di Enrico II Plantageneto sin dal 1.157, e Aquisgrana, dove erano conservate le spoglie di Carlo Magno. Aquisgrana cadde nel 1.215 e Federico vi ricevette una seconda e splendida incoronazione (25 luglio 1.215) che completò quella di Magonza. L'11 novembre 1.215 venne aperto da Innocenzo III il IV Concilio Lateranense (XII universale) cui anche Federico partecipò. Finché fu in vita il suo protettore Innocenzo III, Federico evitò di condurre una politica personale troppo pronunziata. Morto Innocenzo III e salito al soglio Onorio III (18 luglio 1.216), papa di carattere meno deciso del predecessore, Federico fu incalzato dal nuovo papa a dare corso alla promessa di indire la crociata. Federico tergiversò a lungo e nel 1.220 fece nominare dalla Dieta di Francoforte il figlio Enrico "re di Germania". Il Pontefice ritenne che l'unico modo di impegnare Federico era quello di nominarlo imperatore, ed il 22 novembre 1.220 Federico fu incoronato imperatore in San Pietro a Roma da Papa Onorio III. Federico non diede segno di voler abdicare al Regno di Sicilia, ma mantenne la ferma intenzione di tenere separate le due corone. La Germania la lasciava al figlio, ma in quanto imperatore manteneva la suprema autorità su di essa. Essendo stato allevato in Sicilia è probabile che si sentisse più siciliano che tedesco, ma soprattutto conosceva bene il potenziale del suo regno, con una fiorente agricoltura, città grandi e buoni porti, oltre alla straordinaria posizione strategica al centro del Mediterraneo.
Il trattato con i principi della chiesa, o “Confoederatio cum principibus ecclesiasticis”, del 26 aprile 1.220 fu emanato da Federico II come concessione ad alcuni vescovi tedeschi per avere la loro collaborazione all'elezione del figlio Enrico come re di Germania. La Carta rappresenta una delle più importanti fonti legislative del Sacro Romano Impero nel territorio tedesco. Con questo atto Federico II rinunciava ad un certo numero di privilegi reali in favore dei principi-vescovi. Fu un vero stravolgimento nell'equilibrio del potere, un nuovo disegno che doveva portare a maggiori vantaggi nel controllo di un territorio vasto e lontano. Fra i tanti diritti acquisiti, i vescovi assunsero quello di battere moneta, decretare tasse e costruire fortificazioni. Inoltre questi ottennero anche la possibilità di istituire tribunali nelle loro signorie e di ricevere l'assistenza del re o dell'imperatore per far rispettare i giudizi emanati nei territori in questione. La condanna da una corte ecclesiale significava automaticamente una condanna e una punizione da parte del Tribunale Reale o Imperiale. In più, l'emanazione di una scomunica si traduceva automaticamente in una sentenza come    fuorilegge da parte del tribunale del re o dell'imperatore. Il legame, quindi, fra il tribunale di Stato e quello locale del Principe Vescovo si saldò indissolubilmente. L'emanazione di questa legge si ricollegava direttamente al più tardo Statutum in favorem principum che sanciva simili diritti per i principi laici. Il potere dei signori si accresceva, ma aumentava anche la capacità di controllo sul territorio dell'impero e sulle città. In questo modo, Federico II sacrificò la centralità del potere per assicurarsi una maggiore tranquillità nella parte continentale dell'Impero stesso, in modo da poter rivolgere la sua attenzione al fronte meridionale e mediterraneo.
Augustale di Federico II (1231).
L'attività nel Regno di Sicilia - Federico poté dedicarsi a consolidare le istituzioni nel Regno di Sicilia, indicendo due grandi assise a Capua e a Messina (1.220-1.221). In quelle occasioni rivendicò che ogni diritto regio confiscato in passato a vario titolo dai feudatari venisse immediatamente reintegrato al sovrano. Introdusse inoltre il diritto romano, nell'accezione giustinianea rielaborata dall'Università di Bologna su impulso di suo nonno il Barbarossa. A Napoli fondò l'Università nel 1.224, dalla quale sarebbe uscito il ceto di funzionari in grado di servirlo, senza che i suoi fedeli dovessero recarsi fino a Bologna per studiare. Favorì anche l'antica e gloriosa scuola medica salernitana. Il tentativo di Federico di accentrare l'amministrazione del Regno e ridurre il potere dei feudatari locali (soprattutto ordinando la distruzione delle fortificazioni che potessero rappresentare un potenziale pericolo per il potere centrale) incontrò molte resistenze, tra queste principalmente quella del conte di Bojano, Tommaso da Celano, la cui contea, unita con i possedimenti originali in Marsica, rappresentava il feudo di maggiore estensione del regno. Il conte Tommaso si rifiutò di smantellare i castelli come ordinato dallo svevo e organizzò la resistenza presso le fortificazioni di Ovindoli e Celano in Marsica, Civita di Bojano e Roccamandolfi in Molise, dove affrontò a partire dal 1.220 la forza d'urto dell'esercito imperiale. Le prime tre città caddero nel giro del primo anno di guerra, mentre Roccamandolfi, dove il da Celano aveva lasciato alla guida della resistenza la moglie Giuditta, si arrese all'assedio nel 1.223 dopo essere stato danneggiato ma non preso. Il castello del capoluogo della contea, Bojano, venne demanializzato e ricostruito; Ovindoli e Celano furono distrutte, Roccamandolfi dovette essere ricostruita più a valle lasciando il castello alla rovina; Tommaso da Celano, non avendo in seguito rispettato i termini della resa, fu espropriato della contea che cessò di essere la spina nel fianco nei possedimenti normanni di Federico. Giunto a Melfi, l'imperatore, accolto calorosamente dalla popolazione locale, pernottò nel castello costruito dai suoi ascendenti normanni, apportandone in seguito alcune restaurazioni. Nella località melfitana (ma anche a Lagopesole, Palazzo San Gervasio e Monticchio), Federico II trascorre il suo tempo libero, dedicandosi alla caccia con il falcone, poiché le zone boschive del Vulture erano particolarmente ideali per il suo passatempo preferito. Nel castello Federico II, con l'ausilio del suo fidato notaio Pier delle Vigne, emanò nel 1.231 le Constitutiones Augustales (note anche come Costituzioni di Melfi o Liber Augustalis), codice legislativo del Regno di Sicilia, fondato sul diritto romano e normanno, tra le più grandi opere della storia del diritto per la sua importanza storica di recupero delle antiche leggi normanne di cui si sono conservati pochissimi documenti. Le costituzioni miravano a limitare i poteri e i privilegi delle locali famiglie nobiliari e dei prelati, facendo tornare il potere nelle mani dell'imperatore e a rendere partecipi anche le donne per quanto riguardava la successione dei feudi. Ne doveva nascere uno Stato centralizzato, burocratico e tendenzialmente livellatore, con caratteristiche che gli storici hanno reputato "moderne".
La crociata e la scomunica da parte di Gregorio IX - Negli anni seguenti Federico si dedicò a riordinare il Regno di Sicilia, eludendo le continue richieste del papa Onorio III di intraprendere la crociata. Per dilazionare ulteriormente il suo impegno, Federico stipulò col papa un trattato (Dieta di San Germano, nel luglio 1.225), con il quale si impegnava a organizzare la crociata entro l'estate del 1.227, pena la scomunica. In realtà il vero obiettivo di Federico era l'unione fra Regno di Sicilia e Impero, nonché l'estensione del potere imperiale all'Italia. In questo disegno rientrò il suo tentativo di recuperare all'impero la marca di Ancona e il ducato di Spoleto, rientranti nella sovranità papale. Inoltre in Sicilia procedette all'occupazione di cinque vescovadi con sede vacante, alla confisca dei beni ecclesiali e alla cacciata dei legati pontifici che si erano colà recati per la nomina dei vescovi, pretendendo di provvedere direttamente alle nomine. Il papa era molto adirato con Federico sia perché non aveva adempito ai patti di tenere separati Impero e Regno di Sicilia, sia perché non rispettava la libertà del clero nei suoi territori intromettendosi sistematicamente nell'elezione dei vescovi e perché non partiva per la crociata: durante la fallimentare crociata del 1.217-1.221 (la quinta) Federico si era ben guardato da aiutare i crociati, avendo più a cuore la pace con il sultano d'Egitto i cui territori erano così vicini alla Sicilia e con il quale era in rapporti di amicizia diplomatica. Nel frattempo, a causa delle mire di controllo sull'Italia da parte di Federico, era risorta nel nord Italia la Lega Lombarda: nell'aprile 1.226 Federico convocò la Dieta di Cremona con il pretesto di preparare la crociata ed estirpare le dilaganti eresie, ma questa non poté avere luogo per l'opposizione della Lega Lombarda, che impedì l'acceso ai delegati mentre Federico non aveva al nord forze sufficienti per contrastare i Comuni ribelli. Il 9 settembre 1.227, pressato dal successore di Onorio, papa Gregorio IX, e sotto la minaccia di scomunica, Federico tentò di onorare la promessa fatta al predecessore partendo per la sesta Crociata, ma una pestilenza scoppiata durante il viaggio in mare che falcidiò i crociati lo costrinse a rientrare a Otranto: lui stesso si ammalò e dovette ritirarsi a Pozzuoli per rimettersi in sesto. Gregorio IX interpretò questo comportamento come un pretesto e, conformemente al trattato di San Germano del 1.225, lo scomunicò il 29 dello stesso mese a Bitonto. A nulla valse una lettera di giustificazioni inviata al papa da Federico nel novembre e la scomunica fu confermata il 23 marzo 1.228. Nella primavera 1.228, Federico decise di partire per la Terrasanta, pur sapendo che durante la sua assenza il Papa avrebbe cercato di riunire tutti i suoi oppositori in Germania e in Sicilia, minacciando la Lombardia e il suo Regno Meridionale. Come riferito dal cronista Riccardo di San Germano, Federico celebrò a Barletta la Pasqua 1.228 "in omni gaudio et exultatione" e ai primi di maggio del 1.228, convocata sempre a Barletta un'assemblea pubblica, comunicò di persona le sue decisoni: nominò Rainaldo di Urslingen, già Duca di Spoleto, suo sostituto in Italia durante l'assenza; in caso di sua morte, nominò erede suo figlio Enrico re dei Romani e in seconda istanza il piccolo Corrado, nato pochi giorni prima ad Andria il 25 aprile da Jolanda di Brienne, che nel frattempo era morta in seguito al parto. Quindi seppur scomunicato, partì da Brindisi il 28 giugno 1.228 per la sesta Crociata. Federico ottenne il successo grazie a un accordo con il sultano ayyubide al-Malik al-Kamil, nipote di Saladino: Gerusalemme venne ceduta ma smantellata e indifendibile e con l'esclusione dell'area della moschea di Umar (ritenuta dai cristiani il Tempio di Salomone) che era un luogo santo musulmano. Questa soluzione aveva evitato la battaglia e aveva sollevato Federico dall'incombenza della crociata, ma consegnava alla cristianità una vittoria effimera e in balia dei musulmani. Il 18 marzo 1.229 nella basilica del Santo Sepolcro Federico si incoronò re di Gerusalemme (in quanto erede del trono per aver sposato nel 1.225 Jolanda di Brienne, regina di Gerusalemme, nonostante l'opposizione del clero locale e di quasi tutti i feudatari). Durante l'assenza di Federico, Rinaldo tentò di recuperare con le armi il ducato di Spoleto, mentre truppe germaniche scesero in difesa della Sicilia. Il Papa assoldò altre truppe per contrastarle, bandendo la paradossale crociata contro Federico II, e i territori di Federico subirono l'invasione delle medesime. Quando Federico ritornò in Italia dopo la crociata, trovò molte città che appoggiavano il Papa: riuscì ad avere ragione delle forze papali ma ritenne opportuno, per quel momento, riconciliarsi col pontefice e con la Pace di San Germano del 23 luglio 1.230, promise di rinunciare alle violazioni che avevano determinato la scomunica, di restituire i beni sottratti ai monasteri e alle chiese e di riconoscere il vassallaggio della Sicilia al papa. D'altro canto il papa non poteva non tener conto dell'obiettivo ottenuto da Federico in Terra santa e il 28 agosto successivo ritirò scomunica: il 1º settembre papa e imperatore si incontrarono ad Anagni. Nella diatriba fra papa e imperatore intanto si erano inserite le città della Lega Lombarda ed era ripresa la secolare divisione fra guelfi e ghibellini. Nel 1.231 Federico convocò una Dieta a Ravenna nella quale fece riaffermare l'autorità imperiale sui Comuni, ma ciò ebbe poca influenza sugli eventi successivi.
In lotta col papato - Nel successivo periodo di pace e distensione Federico approfittò per sistemare alcune questioni giuridiche nei suoi regni, con particolare riguardo a quello siculo. Il rinnovato accordo fra il papa e Federico venne utile a quest'ultimo allorché nel 1.234 suo figlio Enrico si ribellò al padre: rivoltosi al papa, Federico ottenne la scomunica contro il figlio, lo fece arrestare e lo tenne prigioniero fino alla morte, avvenuta nel 1.242. Alla corona tedesca venne allora associato l'altro figlio Corrado IV (che non riuscì neppure lui a governare in pace per l'opposizione dei nobili che gli misero davanti una serie di antiré). Nel maggio dello stesso anno alcuni violenti tumulti, organizzati da famiglie ostili a Gregorio IX, costrinsero quest'ultimo a fuggire in Umbria. Federico, cui faceva molto comodo politicamente apparire come il difensore della Chiesa, accorse in armi, sconfisse i ribelli a Viterbo (ottobre 1.237) e ristabilì Gregorio sul trono romano (1.238). Tuttavia egli non era venuto meno ai suoi propositi di sottomettere l'Italia all'impero germanico, favorendo l'instaurarsi di signorie ghibelline a lui amiche (la più potente fu quella dei Da Romano che governava su Padova, Vicenza, Verona e Treviso). Nel novembre 1.237 Federico colse una notevole vittoria sulla Lega Lombarda a Cortenuova, conquistando il Carroccio che inviò in omaggio al papa. L'anno successivo il figlio Enzo (o Enzio) sposò Adelasia di Torres, vedova di Ubaldo Visconti, giudice di Torres e Gallura e Federico lo nominò Re di Sardegna. Ciò non poteva essere accettato dal papa, visto che la Sardegna era stata promessa in successione al papa dalla stessa Adelasia. Alle rimostranze del pontefice, Federico rispose nel marzo 1.239 tentando di sollevargli contro la curia e il papa lo scomunicò, indicendo anche un concilio a Roma per la Pasqua del 1.241. Federico, per impedire lo svolgimento del Concilio che avrebbe confermato solennemente la sua scomunica, bloccò le vie di terra per Roma e fece catturare i cardinali stranieri in viaggio per mare dalla flotta comandata dal figlio Enzo con una battaglia navale avvenuta presso l'isola del Giglio. Le truppe imperiali giunsero alle porte di Roma, ma il 22 agosto 1.241 l'anziano papa Gregorio IX morì e Federico, dichiarando diplomaticamente che lui combatteva il papa ma non la Chiesa (egli era sempre sotto scomunica), si ritirò in Sicilia. Dopo la morte di Gregorio IX, venne eletto papa Goffredo Castiglioni, che prese il nome di Celestino IV, ma che morì subito dopo. La prigionia di due cardinali catturati da Federico e l'incombente minaccia delle sue truppe alle porte di Roma provocarono una vacanza al soglio pontificio di un anno e mezzo, periodo durante il quale si svolsero frenetiche trattative. Infine il conclave si tenne ad Anagni e fu eletto il genovese Sinibaldo Fieschi che prese il nome di Innocenzo IV. Il 31 marzo 1.244 fu stilata in Laterano una bozza di accordo fra Federico ed Innocenzo IV che prevedeva, in cambio del ritiro della scomunica, la restituzione di tutte le terre pontificie occupate dall'imperatore, ma nulla diceva sulle pretese imperiali in Lombardia. L'accordo non fu mai ratificato. Tra il 1.243 e il 1.246 Federico II trascorse le stagioni invernali a Grosseto, approfittando del clima mite e delle aree umide attorno alla città per praticare la caccia, suo passatempo preferito. In quegli stessi decenni, circolarono in Italia diverse opere di impronta apocalittica, che attribuivano a Federico un ruolo di protagonista nella riforma della Chiesa. In particolare, il commento al profeta Geremia Super Hieremiam (attribuito pseudoepigraficamente a Gioacchino da Fiore ma prodotto forse entro ambienti cistercensi o florensi e rielaborato e aggiornato entro ambienti francescani rigoristi) riconosceva a Federico II un ruolo paradossalmente provvidenziale, proprio in quanto atteso persecutore della Chiesa corrotta e in special modo dei cardinali.
Il declino e la fine - Papa Innocenzo IV decise che l'assoggettamento della Lombardia all'impero non poteva essere accettato: avrebbe significato l'accerchiamento dei domini pontifici da parte dell'imperatore. Perciò decise di indire un Concilio per confermare la scomunica a Federico e far nominare un altro imperatore, rivolgendosi ai suoi nemici che in Germania erano numerosi. Giunto a Lione svolse un'intensa attività diplomatica presso i nobili tedeschi ed indisse un Concilio che si aprì il 28 giugno 1.245. Lione, sebbene formalmente in Borgogna, quindi di proprietà dell'imperatore, era fuori dal tiro di Federico ed era sotto protezione del re di Francia. Il concilio confermò la scomunica a Federico, lo depose, sciogliendo sudditi e vassalli dall'obbligo di fedeltà, ed invitò i nobili elettori tedeschi a proclamare un altro imperatore, bandendo contro Federico una nuova crociata. Non tutta la Cristianità però accettò quanto deliberato nel concilio, che si era tenuto in condizioni non troppo chiare. Il papa aveva finto fino all'ultimo di voler patteggiare con Federico e molti si domandarono se fosse giusto un provvedimento così grave contro l'imperatore in un momento in cui nuove minacce si affacciavano all'orizzonte (l'offensiva mongola). L'imperatore subì il gravissimo colpo che ne appannò il prestigio e dal 1.245 gli eventi iniziarono a precipitare. Gli Elettori tedeschi trovarono il nuovo imperatore (in realtà "re di Roma", titolo che preludeva alla nomina di imperatore) in Enrico Raspe, margravio di Turingia, che il 5 agosto 1.246 sconfisse nella battaglia di Nidda il figlio di Federico Corrado (tuttavia, l'anno successivo, il Raspe morì). Nel febbraio del 1.248 Federico subì una grave sconfitta nella battaglia di Parma ad opera di Gregorio da Montelongo. Dopo un assedio durato oltre sei mesi i parmigiani, approfittando dell'assenza dell'imperatore che era andato a caccia nella valle del Taro, uscirono dalla città e attaccarono le truppe imperiali, distruggendo la città-accampamento di Vittoria. L'imperatore riuscì a stento a rifugiarsi a San Donnino, da dove raggiunse poi la fedele alleata Cremona. L'anno seguente il figlio Enzo, battuto nella battaglia di Fossalta, fu catturato dai bolognesi che lo tennero prigioniero fino alla morte (1.272). Poco dopo Federico subì il tradimento (o credette di subirlo) di uno dei suoi più fidati consiglieri, Pier delle Vigne (celebre in un passo dell'Inferno di Dante). La vittoria militare del figlio Corrado sul successore di Raspe, Guglielmo II d'Olanda avvenuta nel 1.250, non portò alcun vantaggio per Federico, il quale nel dicembre dello stesso anno morì a causa di un attacco di dissenteria. Nel suo testamento nominava suo successore il figlio Corrado, ma il papa non solo non riconobbe il testamento ma scomunicò pure Corrado (che morì quattro anni dopo di malaria, nel vano tentativo di ricuperare a sé il regno di Sicilia).
La morte a Fiorentino di Puglia - Federico cadde probabilmente vittima di un'infezione intestinale dovuta a malattie trascurate, durante un soggiorno in Puglia; secondo Guido Bonatti, invece, fu avvelenato. Egli, difatti, qualche tempo prima aveva scoperto un complotto, in cui fu coinvolto lo stesso medico di corte. Le sue condizioni apparvero immediatamente gravi, tanto che si rinunciò a portarlo nel più fornito Palatium di Lucera e la corte dovette riparare nella domus di Fiorentino, un borgo fortificato nell'agro dell'odierna Torremaggiore, non lontano dalla sede imperiale di Foggia. Leggenda vuole che a Federico fosse stata predetta dall'astrologo di corte, Michele Scoto, la morte “sub flore”, ragione per la quale pare egli abbia sempre evitato di recarsi a Firenze. Allorché fu informato del nome del borgo in cui infermo era stato condotto per le cure necessarie, Castel Fiorentino per l'appunto, Federico, comprese e accettò la prossimità della fine. Stando al racconto del cronista inglese Matthew Paris, l'imperatore, sentendosi in punto di morte, volle indossare l'abito cistercense e dettare così le sue ultime volontà nelle poche ore di lucidità. Il testamento, dettato alla presenza dei massimi rappresentanti dell'Impero, reca la data del 17 dicembre 1.250. La sua fine fu rapida e sorprese i contemporanei, tanto che alcuni cronisti anti-imperiali diedero adito alla voce, storicamente infondata, secondo cui l'imperatore era stato ucciso da Manfredi, il figlio illegittimo che in effetti gli successe in Sicilia. Una nota miniatura raffigura persino il principe mentre soffoca col cuscino il padre morente. La salma di Federico fu sommariamente imbalsamata, i funerali si svolsero nella sede imperiale di Foggia, per sua espressa volontà il cuore venne deposto in un'urna collocata nel Duomo, la sua salma omaggiata dalla presenza di moltitudini di sudditi venne esposta per qualche giorno e trasportata poi a Palermo, per essere tumulata nel Duomo, entro il sepolcro di porfido rosso antico, come voleva la tradizione normanno-sveva, accanto alla madre Costanza d'Altavilla, al padre Enrico VI e al nonno Ruggero II. Recentemente il sepolcro è stato riaperto. Federico giace sul fondo sotto altre due spoglie (Pietro III di Aragona e una donna sconosciuta). La tomba era stata già ispezionata nel tardo XVIII secolo: il corpo, nel Settecento, era mummificato e in buone condizioni di conservazione; ne risulta che l'imperatore sia stato inumato con il globo dorato, la spada, calzari di seta, una dalmatica ricamata con iscrizioni cufiche e una corona a cuffia. La tomba imperiale custodita nella Cattedrale era destinata in origine al nonno Ruggero II che l'aveva voluta come suo sarcofago per il Duomo di Cefalù. Il sepolcro inoltre reca i simboli dei quattro evangelisti e la corona regia.
L'eredità culturale - Federico fu chiamato ai suoi tempi "Stupor Mundi" (Stupore del Mondo), appellativo che deriva dalla sua inestinguibile curiosità intellettuale, un eclettismo che lo portò ad approfondire la filosofia, l'astrologia (consigliere molto ascoltato fu l'astrologo Guido Bonatti), la matematica (ebbe corrispondenza e fu in amicizia con il matematico pisano Leonardo Fibonacci, che gli dedicò il suo Liber quadratorum), l'algebra, la medicina e le scienze naturali (impiantò a Palermo persino uno zoo, famoso ai suoi tempi, per il numero di animali esotici che conteneva); scrisse anche un libro, un manuale sull'arte della falconeria, il De arte venandi cum avibus che fu uno dei primi manoscritti con disegni in tema naturalistico. Si dice che Federico conoscesse ben nove lingue e che fosse un governante molto moderno per i suoi tempi, visto che favorì la scienza e professò punti di vista piuttosto avanzati in economia. Alla sua corte soggiornarono uomini di gran cultura di quei tempi quali Michele Scoto, che tradusse alcune opere di Aristotele, Teodoro da Antiochia, un arabo cristiano, e Juda ben Salomon Cohen, grande enciclopedista ebreo.
L'attività legislativa - Federico condusse un'intensa attività legislativa: a Capua e a Catania nel 1.220, a Messina nel 1.221, a Melfi nel 1.224, a Siracusa nel 1.227 e a San Germano nel 1.229, ma soltanto ad agosto del 1.231, nel corso di una fastosa cerimonia tenutasi a Melfi, ne promulgò la raccolta organica ed armonizzata secondo le sue direttive, avvalendosi di un gruppo di giuristi quali Roffredo di Benevento, Pier delle Vigne, l'arcivescovo Giacomo di Capua ed Andrea Bonello da Barletta. Questo corpo organico, preso lungamente a modello come base per la fondazione di uno stato moderno, è passato alla storia col nome di Costituzioni di Melfi o Melfitane anche se il titolo originale Constitutiones Regni Utriusque Siciliae rende più esplicita la volontà di Federico di riorganizzare il suo stato, il Regno di Sicilia: quest'ultimo, infatti, fu ripartito in undici distretti territoriali detti giustizierati, poiché erano governati da funzionari di propria nomina, i giustizieri, che rispondevano del loro operato in campo amministrativo, penale e religioso ad un loro superiore, il maestro giustiziere, referente diretto dell'imperatore che stava al vertice di questa struttura gerarchica di tipo piramidale. Abolì i dazi interni ed i freni alle importazioni all'interno del suo impero.
L'Università - Il 5 giugno 1.224, all'età di trent'anni, Federico istituì con editto formale, a Napoli, la prima universitas studiorum statale e laica della storia d'Occidente, in contrapposizione all'ateneo di Bologna, nato come aggregazione privata di studenti e docenti e poi finito sotto il controllo papale. L'università, polarizzata intorno allo studium di diritto e retorica, contribuì all'affermazione di Napoli quale capitale della scienza giuridica. Napoli non era ancora la capitale del Regno, ma Federico la scelse per la sua posizione strategica ed il suo già forte ruolo di polo culturale ed intellettuale di quei tempi.
Scrisse il trattato "De arte venandi cum avibus" (L'arte di cacciare con gli uccelli), di cui molte copie illustrate nel XIII e XIV secolo ancora sopravvivono. Il De arte venandi è un trattato nato innanzitutto dall'osservazione, che non ha nulla delle enciclopedie zoologiche fino ad allora redatte (i bestiari intrisi di mitologia, teologia e superstizione). In esso i problemi di ornitologia, di allevamento, di addestramento e di caccia sono trattati con attenzione al principio dell'osservazione diretta e dell'esperienza, con assoluto spirito di indipendenza rispetto alla trattatistica precedente, per questo rappresenta un fondamentale passo verso la scienza "moderna". Federico era un cacciatore appassionato. Le battute di caccia erano un modo per socializzare con persone dello stesso rango, per esercitarsi nell'uso delle armi e per rappresentare il potere. Il suo hobby preferito era la caccia con il falco addestrato, attività molto costosa e quindi elitaria: un falco addestrato veniva a costare infatti quasi quanto un intero podere. La caccia con i falchi per Federico non era un passatempo vero e proprio ma una scienza. Egli si procurò trattati di ornitologia e arte venatoria, e su ordini dell'imperatore questi testi furono raccolti in un codice miscellaneo, concepito come un libro sulla falconeria. Le fonti non sono certe se Federico abbia scritto il libro ma sicuramente ha partecipato alla sua redazione esponendo i propri punti di vista: il De arte venandi cum avibus, che segue una trattazione sui metodi di cattura e addestramento dei falchi.
La poesia siciliana - Contribuì a far nascere la letteratura italiana ed in questo senso ebbe importanza fondamentale la Scuola siciliana che ingentilì il volgare siculo con il provenzale, ed i cui moduli espressivi e tematiche dominanti furono successivamente ripresi dalla lirica della Scuola toscana. Gli sono inoltre attribuite quattro canzoni. Appassionato della cultura araba, fece tradurre molte opere da quella lingua e fu quasi sempre in ottimi rapporti con gli esponenti di quella cultura al punto da guadagnarsi il soprannome (fra i tanti) di "sultano battezzato". Nella corte era presente un gruppo di poeti, per lo più funzionari, che scrivevano in volgare meridionale. Nella corte di Federico si costituì una scuola poetica siciliana al quale si deve l'invenzione di una nuova metrica, il sonetto.
Le arti figurative - Federico II, essendo un generoso mecenate, ospitò alla sua corte numerosi artisti che ebbero probabilmente modo di spostarsi con lui nei suoi soggiorni in Germania (a più riprese tra il 1.212 e il 1.226): ci fu infatti un contatto con le novità del gotico tedesco, che proprio in quegli anni produceva opere di rinnovato naturalismo come il Cavaliere di Bamberga del Duomo di Bamberga (ante 1.237, alto 267 cm), dove era raffigurato un ritratto dell'Imperatore stesso riprendendo l'iconografia delle statue equestri antiche. Inoltre Federico II invitò nel sud-Italia i cistercensi già nel 1.224, i quali diffusero il loro sobrio stile gotico nell'architettura (abbazie laziali di Fossanova e Casamari che probabilmente costituiscono i primi esempi di applicazione italiana dello stile gotico). Oltre alla ricezione delle novità gotiche, Federico promosse anche attivamente il recupero di modelli classici, sia riusando opere antiche, sia facendone fare di nuove secondo i canoni romani: per esempio le monete auree da lui fatte coniare (gli augustali) presentano il suo ritratto idealizzato di profilo, e numerosi sono i rilievi che ricordano la ritrattistica imperiale romana (al già citato Duomo di Bamberga, alla distrutta Porta di Capua, eccetera). In queste opere si nota una robustezza che ricorda l'arte romana provinciale, una fluente plasticità, come nei realistici panneggi, e gli intenti ritrattistici. Tra i rilievi superstiti della Porta di Capua esiste anche un Busto di imperatore: se si trattasse delle vere fattezze del sovrano saremmo di fronte al primo ritratto pervenutoci dell'arte post-classica, un primato altrimenti stabilito dal Ritratto di Carlo d'Angiò di Arnolfo di Cambio. La seconda corrente predominante all'epoca di Federico, dopo quella classicista, fu quella naturalistica. Lo stesso Federico II nel "De arte venandi cum avibus" scriveva come si dovesse rappresentare le cose che esistono così come sono (ea quae sunt sicut sunt), un suggerimento che si può per esempio riscontrare nell'originalissimo capitello attribuito a Bartolomeo da Foggia e conservato al Metropolitan Museum di New York (1.229 circa). In questa opera quattro testine spuntano dagli angoli, ma la loro raffigurazione è così realistica (nelle scavature degli zigomi, nelle rughe, nelle imperfezioni fisiche) da sembrare un calco da maschera mortuaria. I frequenti movimenti di Federico, seguito dalla corte e dagli artisti, permisero la diffusione di uno stile sovraregionale, con opere di sorprendente similarità stilistica anche in aree molto distanti, come testimoniano, per esempio, gli ingressi di alcuni castelli fredericiani: i leoni scolpiti nel settentrionale castello dell'Imperatore di Prato sono identici a quelli di Castel del Monte in Puglia. Nicola Pisano, citato nei documenti più antichi come Nicola de Apulia, probabilmente arrivò in Toscana proprio con Federico II, alla cui corte potrebbe aver trovato la sintesi tra gli stimoli classici e transalpini che caratterizzarono la sua rivoluzione figurativa.
Castel del Monte.
Le architetture - Nei pressi di Andria è presente la costruzione più affascinante voluta dall'imperatore, Castel del Monte, dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Dal punto di vista architettonico il castello è una sintesi tra le tendenze europee e quelle arabo-musulmane (presentando soluzioni innovative, quali torri sporgenti, feritoie ed elementi anticipatori del gotico). A Foggia, aveva fatto costruire un magnifico Palatium, edificato da Bartolomeo da Foggia, su cui vi era un'iscrizione (oggi conservata nel Portale di Federico) che recitava: "Hoc fieri iussit Federicus Cesar ut urbs sit Fogia regalis sede inclita imp(er)ialis" (Ciò comandò Federico Cesare che fosse fatto affinché la città di Foggia divenisse reale e inclita sede imperiale). Federico II considerava la Capitanata un luogo ideale anche per la caccia e perciò fece costruire altre due importantissime dimore a Foggia. La prima, la Domus/Palacium Solatiorum San Laurencii o Pantani, in località Pantano, tra gli attuali quartieri Salice Nuovo, San Lorenzo ed Ordona Sud, dove il Guiscardo aveva fatto edificare la chiesa di San Lorenzo in Carmignano, testimonianza visiva, insieme alla Regia Masseria Pantano, della vasta area che occupava la struttura federiciana; essa includeva una residenza signorile, con giardini, vivarium con animali acquatici ed esotici, padiglioni per il solacium. Il luogo è attualmente un rilevante sito archeologico, oltre che medioevale, anche romano e neolitico, a pochi chilometri dal centro di Foggia. L'altra dimora del grande imperatore svevo era il Palacium dell'Incoronata, nei pressi dell'omonimo Bosco/Santuario; in questo caso, testimonianza importante della struttura federiciana è la Regia Masseria Giardino, nelle immediate vicinanze della linea ferroviaria Foggia - Potenza; anche questo complesso viene descritto dalle cronache di quel tempo, come tra le dimore più belle e sontuose dello "Stupor Mundi". Federico aveva però sparso castelli e palazzi imperiali in tutta la regione, amata anche per le possibilità di esercitarvi l'arte venatoria, alla quale era appassionato: tra questi, il Castello di Lucera, che affidò ai Saraceni deportati dalla Sicilia. Altre fortificazioni importanti, sono sorte con l'edificazione del castello svevo di Trani, caratteristico per la sua cortina sul mare e recentemente restaurato, e il Castello di Barletta, risultato architettonico di una serie di successioni al potere. Altre strutture fortificate sveve sono conservate a Bari, Bisceglie, Manfredonia, Lucera, Gravina di Puglia, Brindisi, Mesagne, Oria, ecc. Infine va menzionata la Porta di Capua, che doveva esprimere visivamente la maestà imperiale e Castello Ursino a Catania. 
Fra mito e leggenda - L'intensa attività politica e militare, l'innovazione portata nella sua legislazione del Regno di Sicilia, l'interesse per scienze e letteratura fecero di Federico un personaggio mitico, talvolta attirando una serie di leggende che in parte resistettero alla sua scomparsa. L'amicizia praticata nei confronti degli arabi (ebbe a lungo una Guardia personale costituita da guerrieri arabi, e lui stesso parlava correntemente tale lingua) unitamente alla lotta contro il papa Gregorio IX, che arrivò perfino a definirlo anticipatore dell'Anticristo, fecero crescere attorno a lui un alone di mistero e di leggende. I ghibellini vedevano in lui il Reparator Orbis, il sovrano illuminato che avrebbe punito i preti indegni e restaurato la purezza della Chiesa. La propaganda guelfa invece lo definì come un ateo, autore del libro De tribus impostoribus o un eretico epicureo (Dante stesso lo citò nel girone degli eretici vicino a Farinata degli Uberti), o addirittura come un convertito all'Islam. Fu forse il suo essere stato definito l'Anticristo (o il suo anticipatore, secondo la tradizione profetica derivata da Gioacchino da Fiore) a dare origine, dopo la sua morte, alla leggenda di una profezia secondo la quale egli sarebbe ritornato dopo mille anni. Federico fu definito l'Anticristo anche in virtù di una leggenda medievale che sosteneva che questo sarebbe nato dall'unione fra una vecchia monaca ed un frate: si diceva infatti che il padre Enrico VI in gioventù aveva pensato di intraprendere la vita monastica, mentre Costanza d'Altavilla aveva 40 anni quando partorì Federico e, prima del matrimonio, contratto all'età di 32 anni, sarebbe vissuta in un convento. Tale leggenda si collega anche al personaggio di Fra Pacifico, al secolo Guglielmo Divini, il quale, prima di divenire uno dei più intimi compagni di Francesco d'Assisi, fu cavalier servente di Costanza, alla quale, secondo alcune testi, fu legato da un amore segreto il cui frutto potrebbe essere stato proprio Federico. Naturalmente la sua morte non poteva non dar origine a leggende. Si narra che una volta fu fatta all'Imperatore Federico II una profezia riguardante la sua morte: egli sarebbe deceduto in un paese contenente la parola "fiore". Per questo Federico II evitò di frequentare Florentia (Firenze), ma non sapeva che nell'agro dell'odierna Torremaggiore, si ergeva un borgo di origine bizantina, chiamato appunto Castel Fiorentino; le sue rovine, affioranti da una collina detta dello Sterparone (m. 205), ancora testimoniano la presenza di alcuni locali, di una torre di avvistamento e della Domus (palazzo nobiliare) all'interno della quale morì Federico il 13 dicembre 1.250. La stessa leggenda racconta pure che, secondo la profezia, egli non solo sarebbe morto appunto sub flore, ma anche nei pressi di una porta di ferro. Secondo la tradizione Federico, riavutosi leggermente dal torpore, chiese alle guardie che lo vegliavano dove si trovasse e dove portasse una porta chiusa che stava vedendo dal proprio letto. Quando la guardia gli rispose che si trovava a Castel Fiorentino e che quella porta, murata dall'altra parte, non era che un vecchio portone di ferro, l'imperatore sospirò: «Ecco che è giunta dunque la mia ora», ed entrò in agonia.

Nel 1.249 - Inizia la Settima Crociata. La situazione nel vicino oriente negli anni precedenti era stata caratterizzata dalla sempre più massiccia avanzata dei Mongoli di Gengis Khan, che nella loro catastrofica progressione verso occidente avevano investito con tutta la loro forza il pur potente regno del Khwārezm (l'antica Corasmia, attuale regione uzbeka) distruggendo nel 1.219 quanto era stato creato dalla dinastia dei Khwārezmshāh. Jalal al-Din Mankubirni (o Mangburni), figlio dell'ultimo sovrano dell'Impero corasmio ʿAlāʾ al-Dīn Muhammad, nel tentativo di ridar vita al regno paterno, si mise alla testa di nutrite bande di Corasmi, percorrendo con loro in armi le regioni medio e vicino-orientali per depredarle o per offrirsi in qualità di mercenari ai vari signorotti. Il sultano della dinastia ayyubide, fondata da Saladino, era al-Malik al-Kāmil, ben noto per il suo accordo con Federico II di Svevia (che va sotto il nome di Sesta crociata) e per il suo romanzato incontro con San Francesco d'Assisi che valse comunque all'Ordine dei Francescani da lui creato la Custodia di Terrasanta. Quando era ancora principe, al-Sālih Ayyūb, figlio di al-Malik al-Kāmil, aveva cominciato a comperare schiavi per farne soldati (Mamelucchi, dall'arabo mamlūk, "schiavo") e ad arruolare sbandati Corasmi per potersene servire per i suoi ambiziosi ma inconfessati fini, guadagnandosi il logico sospetto del padre che lo relegò precauzionalmente nei periferici soggiorni sorvegliati siriani di Hisn Hayfa. Quando il padre, morendo, indicò per succedergli l'altro suo figlio al-ʿĀdil II Abū Bakr, al-Sālih Ayyūb riuscì a sovvertire la designazione paterna e con i suoi Corasmi e Mamelucchi, a diventare infine nel 1.240, dopo un iniziale rovescio e un'ulteriore segregazione di sei mesi in Siria (ad al-Karak), nuovo Sultano di Egitto e Siria. Nel 1.244 la soldataglia Corasmia fu lanciata da al-Sālih Ayyūb contro i suoi parenti ayyubidi siriani, conseguendo appieno il fine prefissato ma, a dispetto della realizzata conquista del potere da parte del Sultano ayyubide, le bande Corasmie rimasero nelle aree mesopotamiche e siriane settentrionali, pronte a far valere, grazie alla loro supremazia militare, la loro prepotente ingordigia ed a impadronirsi di quanto a loro faceva gola. Non mancarono ovviamente assoldamenti di costoro da parte dei più deboli principotti ayyubidi che rimanevano (sia pure in posizione di sostanziale subordinazione militare) a governare i loro possedimenti siriani. Tuttavia queste bande Corasmie furono capaci (che ciò sia dipeso da inattuate promesse di questo o quell'Ayyubide, o dalla loro incontenibile pulsione predatoria), di occupare e depredare la città di Gerusalemme nel 1.245, non senza dar luogo a efferatezze (come nel caso delle macabre riesumazioni delle spoglie degli antichi re crociati nella Basilica del Santo Sepolcro) e al massacro di 30.000 cristiani.
La notizia di tutto ciò sconvolse la Cristianità e durante il concilio di Lione vennero esaminati tutti questi fatti: la perdita di Gerusalemme, l'invasione mongola che aveva già abbattuti diversi regni islamici ed anche il conflitto tra impero e papato per la Sicilia. Federico II venne scomunicato per la seconda volta e quindi, quando si decise di organizzare una nuova spedizione crociata in Terrasanta, l'organizzazione ed il comando furono affidati a Luigi IXre di Francia. Luigi IX di Francia, destinato dopo la morte alla beatificazione, aveva già fatto voto di prendere la croce durante una grave malattia, prima ancora della caduta di Gerusalemme. Dopo il 1.245 iniziò a reclutare soldati ed invitò i suoi fratelli e altri principi con i loro vassalli a farsi crociati e a partire per l'Outremer. Cercò inoltre di convincere anche gli altri sovrani occidentali, ma con scarsi risultati: solo Enrico III di Inghilterra permise che la crociata fosse predicata nel suo regno e solo nel 1.249 permise che 200 cavalieri vi partecipassero. Luigi cercò anche di rappacificare papa ed imperatore, ma nessuno dei due fu disposto a mettere a disposizione delle truppe, per cui questa crociata rimase totalmente francese. La preparazione della crociata fu completa sotto ogni aspetto. Il re si assicurò che tutto fosse moralmente corretto, fece condurre un'indagine per appurare se avesse fatto dei torti a chichessìa e nel caso si impegnò a riparare. Vietò ogni guerra privata e si impegnò per una moratoria di tre anni sugli interessi dei debiti. Affidò la conduzione del regno alla madre Bianca di Castiglia e sul piano materiale si impegnò a sostenere economicamente circa la metà dei crociati ed organizzò in maniera ottimale il trasporto ed il vettovagliamento delle truppe con la firma di contratti puntuali con armatori di Marsiglia e di Genova. Il re salpò il 25 agosto 1.248 dal porto francese di Aigues-Mortes alla volta dell'Egitto e con lui vi furono i fratelli Roberto I d'Artois, Alfonso III di Poitiers e Carlo d'Angiò, i duchi di Bretagna e di Borgogna e molti altri nobili con un esercito di 15.000 uomini circa. La sua scelta della meta era sensata, perché in Europa era ben chiaro che la forza dei musulmani risiedeva non tanto nelle depredate regioni siriane quanto al Cairo, dove aveva appunto eretto la propria capitale la dinastia fondata da Saladino. A metà del 1.249 la flotta crociata sbarcò dunque a Damietta, sul delta del fiume Nilo. Nei pressi si ergeva la città di al-Mansūra, allora capitanata da un promettente ufficiale mamelucco, Baybars.
Settima Crociata: re Luigi IX
nell'attacco a Damietta.
Superate le deboli difese di Damietta, i Crociati si bloccarono davanti ad al-Mansūra, rifiutando sdegnosamente un'accomodante proposta del sultano ayyubide di scambiare l'importante porto di Damietta con Gerusalemme (che per i musulmani, all'epoca, non rivestiva soverchia importanza e che, comunque gli Ayyubidi pensavano, o speravano, di poter riconquistare in un futuro non troppo lontano). L'ambizioso sovrano francese urtò però contro le imprendibili mura di al-Mansūra e le inusuali capacità di resistenza di Baybars, che sperava, come infatti avvenne, di ricevere rinforzi determinanti dall'Emiro ayyubide Fakhr al-Dīn ibn al-Shaykh. Questi, impegnato in Siria contro gli Ospedalieri ad ʿAsqalān (Ascalona), dopo avere sconfitto i suoi esigui avversari giunse nel delta del Nilo e, accerchiate a sua volta le forze crociate, ne impose la resa. Inutile fu un tentativo di resistenza di Luigi IX, mentre la dissenteria prendeva a mietere vittime non minori dello scorbuto e del tifo, il sovrano francese, ammalatosi e curato da un valente medico arabo, fu addirittura catturato, e venne liberato dalla moglie solo dopo il difficile pagamento di un riscatto di 800.000 bisanti d'oro, che i Templari furono letteralmente obbligati ad anticipargli. Luigi IX trascorse altri quattro anni in Terra Santa, nell'inutile tentativo di rianimare Outremer, al termine dei quali dovette però tornare nel suo regno, senza aver ottenuto altro risultato se non quello, abbastanza insignificante, di un avvicinamento fra il Principato di Antiochia e la monarchia armena della Cilicia.

Bologna - Palazzo Re Enzo, dove venne tenuto prigioniero
il re svevo, adiacente a Piazza Maggiore.
- Il 26 maggio 1.249, in località Fossalta, fra Modena e Bologna, le truppe di re Enzo di Hohenstaufen furono sorprese ai fianchi dalla cavalleria bolognese e costrette a ritirarsi precipitosamente; alle porte di Modena, Enzo fu disarcionato dai nemici e catturato insieme a milleduecento fanti e quattrocento cavalieri. Rinchiuso prima nei castelli di Castelfranco e Anzola dell'Emilia, fu poi condotto il 24 agosto a Bologna e imprigionato nel nuovo palazzo del comune adiacente a Piazza Maggiore, che poi fu detto per questo Palazzo Re Enzo. 
Enzo di Hohenstaufen, anche conosciuto come re Enzo di Sardegna (Cremona, 1.220 - Bologna, 14 marzo 1.272), fu re del Regno di Torres dal 1.241 al 1.272 e vicario imperiale nell'Italia centro-settentrionale per conto del padre, l'imperatore Federico II. La casata bolognese dei Bentivoglio vantava discendenze da Enzo di Sardegna.Enzo era il figlio naturale di Federico II di Svevia e di Adelaide di Urslinghen. I suoi genitori si sarebbero conosciuti nel castello di Hagenau, una delle residenze preferite dall'imperatore del Sacro Romano Impero, ma si ritiene che possa essere nato nella ghibellina Cremona dove la madre potrebbe aver preso residenza. Il suo vero nome, Heinrich, venne abbreviato in Heinz (lat. Encius, italianizzato in Enzio o, in maniera scorretta, in Enzo), per distinguerlo dal fratellastro Enrico, primogenito legittimo e figlio di Costanza d'Aragona. Molto bello e intelligente, fu - col fratellastro Manfredi - prediletto dal padre, che di lui ebbe a dire: ”nella figura e nel sembiante il nostro ritratto”. Soprannominato il Falconetto per la grazia e il valore, amava, come il padre, la falconeria e aveva numerosi interessi culturali. Dopo essere stato investito cavaliere a Cremona (1.238), nell'ottobre di quell'anno sposò per interessi dinastici Adelasia, vedova del giudice di Torres e Gallura, divenendo nominalmente rex Turrium et Gallurae e in realtà solo signore del Logudoro, benché il padre imperatore lo ritenesse re di Sardegna. Il papa Gregorio IX, che aveva la giurisdizione dell'Isola, scomunicò per questa nomina Federico II e iniziò così una lunga serie di battaglie che Enzo fronteggiò da protagonista e per cui venne anch'egli scomunicato. Enzo, che si era stabilito a Sassari in un palazzo che più tardi sarà conosciuto come la domus domini regis Henthii, in Sardegna restò soltanto pochi mesi. Fu richiamato dall'isola dal padre, che il 25 luglio 1.239 lo nominò vicario imperiale (Sacri Imperii totius Italiae legatus generalis): il giovane re diveniva così figura di riferimento dei ghibellini italiani e protagonista dello scontro che infuriava nell'Italia centrosettentrionale tra l'Impero, i Comuni e il Papato. Strappò alla Chiesa le città della Marca d'Ancona (Iesi, Macerata, Osimo) che i papi avevano incamerato durante la minore età di Federico II; si rivolse poi ai comuni guelfi di e Romagna e nel 1.240 partecipò all'assedio di Ravenna e a quello di Faenza. Il 3 maggio 1.241, col supporto delle flotte pisana e siciliana, catturò nei pressi dell'isola del Giglio i cardinali francesi e inglesi che erano stati convocati a Roma da papa Gregorio IX per il Concilio che avrebbe dovuto deporre l'imperatore. Nel 1.242 fu impegnato in una serie di scorrerie nel Milanese e nel Piacentino; ferito ad una coscia, si ritirò a Cremona e da qui proseguì le sue campagne in Lombardia: nel 1.243 si recò a Vercelli, poi in soccorso di Savona assediata dai genovesi, quindi avanzò minaccioso verso Milano e infine, col fratellastro Manfredi, verso Piacenza. Nel frattempo a Lione papa Innocenzo IV deponeva Federico II e scomunicava ancora una volta il re Enzo (7 luglio 1.245). L'imperatore decise allora di attaccare Milano: durante uno scontro vittorioso a Gorgonzola Enzo fu catturato e rinchiuso, ma venne presto liberato dalle truppe imperiali. L'anno dopo compì ancora scorrerie nel Piacentino e nel Piemonte. Nel 1.247, mentre Federico assediava Parma, Enzo ebbe il compito di controllare i movimenti dei guelfi nella pianura padana e assediò, assieme alle truppe di Ezzelino da Romano, il castello di Quinzano, presso Verolanuova, per poi abbandonarlo. Ma nel febbraio 1.248, alla notizia della sconfitta di Vittoria ritornò a Cremona e assunse la podesteria della città: in quel tempo sposò una nipote di Ezzelino da Romano, di cui si ignora il nome. Nel febbraio 1.249 assediò ed espugnò il castello di Rolo. Poi, in primavera, avendo i guelfi di Bologna attaccato Modena, si mosse in soccorso della città, dirigendosi verso il fiume Panaro. Il 26 maggio 1.249 in località Fossalta le sue truppe furono sorprese ai fianchi dalla cavalleria bolognese e costrette a ritirarsi precipitosamente; alle porte di Modena, Enzo fu disarcionato dai nemici e catturato insieme a milleduecento fanti e quattrocento cavalieri. Rinchiuso prima nei castelli di Castelfranco e Anzola dell'Emilia, fu poi condotto il 24 agosto a Bologna e imprigionato nel nuovo palazzo del comune adiacente a Piazza Maggiore, che poi fu detto per questo Palazzo Re Enzo. Mentre buona parte dei prigionieri ottenneva la libertà dietro il pagamento di un riscatto, per Enzo la prigionia si trasformò in reclusione a vita: i bolognesi infatti rifiutarono irritualmente qualsiasi proposta di riscatto da parte dell'imperatore. Malgrado fosse costretto alla prigionia, gli fu concessa una vita abbastanza agiata, allietata dalla poesia e dalla compagnia delle dame. In questo periodo, secondo una recente ipotesi, Enzo avrebbe curato personalmente la redazione in sei libri del De arte venandi cum avibus di Federico trasmessa dal testimone più antico, lo splendido manoscritto conservato a Bologna nella Biblioteca Universitaria e databile alla seconda metà del XIII secolo. Dopo ventitré anni di prigionia morì a Bologna il 14 marzo 1.272 e fu sepolto presso la basilica di San Domenico. Il sepolcro ebbe varie peripezie finché fu demolito e disperso: oggi si conserva solo un cenotafio settecentesco. Dalle sue unioni ebbe un figlio, Enrico, e dall'unione con una certa Frascha ebbe Elena, che andò in sposa al conte Ugolino della Gherardesca. A Bologna ebbe altre due figlie naturali, Maddalena e Costanza. Si attribuiscono comunemente a Enzo quattro componimenti (due canzoni, un sonetto e un frammento probabilmente di canzone), riconducibili alla tradizione poetica della scuola siciliana, ascritti dai manoscritti che li tramandano a Rex Hentius, Rex Enso, lo re Enzo:
Alegru cori, plenu
di tutta beninanza,
suvvegnavi s'eu penu
per vostra inamuranza;
ch'il nu vi sia in placiri
di lassarmi muriri talimenti,
ch'iu v'amo di buon cori e lialmenti.
Alla Puglia, terra forse agognata dalla lontana prigionia, dedicò alcuni versi:
Và, canzonetta mia...
Salutami Toscana
quella ched è sovrana
in cüi regna tutta cortesia:
e vanne in Puglia piana,
la magna Capitana,
là dov'è lo mio core nott'e dia.

Nel 1.250 - Muore Federico II Hohenstaufen.

Nel 1.251 - Crociata dei Pastori è il nome di due insurrezioni popolari che fecero parte delle crociate popolari
Miniatura raffigurante la
Crociata dei Pastori.
iniziate senza l'appoggio dei governanti e spesso rivolte proprio contro di loro. Queste crociate sono datate 1.251 e 1.320. Durante la Settima Crociata, Luigi IX di Francia (San Luigi) prese Al-Mansura, ma le sue armate, vittime di un'epidemia di peste o secondo le ultime ricerche di dissenteria, di tifo e di scorbuto, si trovò intrappolato. Re Luigi fu fatto prigioniero con due suoi fratelli nel 1.250. Quando questa notizia giunse in Occidente provocò incredulità e rivolte, poiché il re sembrava non godere più dell'appoggio divino. La risposa al crescente malcontento venne da predicatori popolari, in particolare un certo Job o Jacob o Jacques, carismatico monaco ungherese dell'ordine cistercense soprannominato Maestro d'Ungheria, che diceva di aver ricevuto dalla Vergine Maria una lettera in cui affermava che i governanti, ricchi e orgogliosi, non potevano riprendere Gerusalemme, ma che solo avrebbero avuto successo i poveri, gli umili e i pastori, i pastoureaux (pastorelli). L'orgoglio della cavalleria, diceva la lettera, era dispiaciuto a Dio. Da ciò il nome di "Crociata dei Pastori". L'appello solenne ebbe luogo a Pasqua 1.251, quando migliaia di pastori e contadini presero la croce, marciando verso Parigi, armati d'asce, coltelli e bastoni. Furono 30.000 ad Amiens, forse 50.000 a Parigi, dove Bianca di Castiglia, madre del re Luigi IX, li ricevette ed in un primo momento li sostenne. Il movimento era però troppo pericoloso sul piano sociale e religioso per essere accettato dai governanti: esso accusava abati e prelati di cupidigia ed orgoglioprendendosela anche con la Cavalleria, accusata di disprezzare i poveri e di trarre profitto dalle crociate. Vi furono diversi conflitti con il clero in diverse città (Rouen, Orléans, Tours). Molti aderenti al movimento erano criminali e quando le città ed i villaggi non vollero più sostentarli, iniziarono a saccheggiare e distruggere persino chiese e luoghi sacri. Così Papa Innocenzo IV li scomunicò e convinse la regina Bianca a mandare le truppe reali contro i crociati. In un primo momento riuscirono a scappare, arroccandosi a Bourges, dove continuarono le violenze, indirizzatesi ora verso gli ebrei, ma nei pressi di Villeneuve-sur-Cher vennero uccisi o fatti prigionieri, insieme al Maestro d'Ungheria stesso che perse la vita negli scontri. Altri sconti si ebbero in tutta la Francia, per esempio a Bordeaux, dove Simone V di Montfort represse la crociata. Il movimento si estese in Renania e nel nord Italia. Le repressioni furono delle più feroci e solo alcuni riuscirono a scappare sino a Marsiglia, dove si imbarcarono per Acri in cui si unirono poi ai Crociati.

Nel 1.260 - Presso gli arabi di Spagna vengono usati rudimentali cannoni. 

Nel 1.261 - Costantinopoli ridiventa capitale dell'impero bizantino.

Dante Alighieri.
Nel 1.265 - A Firenze nasce Dante Alighieri.
Il giorno della nascita del "Sommo Poeta", autore della "Divina Commedia", è incerto, ma si ipotizza che Dante Alighieri o Alighiero, battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri, noto anche con il solo nome di Dante, possa essere nato fra il 22 maggio e il 13 giugno. A seguito del suo schieramento con i Guelfi Bianchi fu condannato all'esilio, al rogo se fosse rientrato a Firenze e alla distruzione di tutto ciò che possedeva (in Firenze). La condanna fu emanata in contumacia, mentre Dante era a Roma e perciò non tornò mai più Firenze. In seguito fu ospitato in varie famiglie e corti romagnole finché trovò asilo a Ravenna, alla corte di Guido Novello da Polenta, signore della città. Qui morì il 13 settembre 1321, a 56 anni, dopo essere rientrato a Ravenna da un'ambasceria a Venezia e aver contratto la malaria passando dalle paludose Valli di Comacchio.

Nel 1.270 - Inizia l'Ottava Crociata, diretta contro i domini musulmani
Ottava Crociata: i francesi
davanti alle mura di Tunisi.
in Africa settentrionale. Guidata da re Luigi IX, sotto pressione di papa Clemente IV, lo scopo dichiarato della spedizione sarebbe stata la conversione forzata dei regnanti di Tunisi per far sì che essi si alleassero con i Franchi nella guerra contro i Mamelucchi di Baybars, attaccandone i loro confini occidentali, confinanti coi domini hafsidi di Muhammad I al-Mustansir. La crociata partì da Aigues Mortes nel luglio del 1.270. Il re sbarcò a Tunisi assieme al fratello Carlo d'Angiò; ma l'assedio si prolungò molto e la peste e la dissenteria decimarono l'esercito, e uccisero lo stesso re. Carlo d'Angiò prima di tornare in Sicilia con i resti della sua spedizione, concluse un trattato con il Califfo musulmano di Tunisi, grazie al quale otteneva il possesso di Malta e di Pantelleria.

Nel 1.271 - Si verifica la Nona Crociata, solitamente considerata l'ultima Crociata medievale ad essere stata condotta contro i musulmani in Terra Santa. Per molti storici non si tratta di una crociata a sé stante, ma la continuazione della precedente, in cui Edoardo I d'Inghilterra giunse a Tunisi troppo tardi e non riuscì dunque a soccorrere Luigi IX di Francia. Così Edoardo, insieme al fratello di Luigi IX, Carlo d'Angiò re di Sicilia, proseguì verso Acri, capitale di quel che restava del Regno di Gerusalemme. I due giunsero a destinazione nel 1.271, proprio mentre il sultano mamelucco Baybars stava ponendo sotto assedio Tripoli del Libano, l'ultimo territorio rimasto della Contea di Tripoli. Tre anni prima, nel 1.268, Baybars aveva conquistato Antiochia, ultimo possedimento del Principato d'Antiochia e, dopo aver costruito la prima flotta mamelucca, proprio nel 1.271 era sbarcato a Cipro, mettendo sotto assedio Ugo III di Cipro (formalmente re di Gerusalemme).
Carta della Nona Crociata con in
giallo i movimenti delle truppe
mamelucche di Baybar che
affrontarono sia i Franchi, in
verde, che i Mongoli, in rosso.
La sua flotta venne tuttavia distrutta. Edoardo, in realtà, fece ben poco: si limitò infatti a negoziare una tregua di undici anni tra Ugo (appoggiato dai cavalieri della famiglia Ibelin di Cipro) e Baybars, sebbene questi avesse inizialmente tentato di assassinarlo inviandogli alcuni suoi uomini con la scusa di voler ricevere il battesimo cristiano. Viene, inoltre, negoziato il libero accesso dei pellegrini a Gerusalemme. Edoardo tornò in Inghilterra nell'anno seguente, il 1.272, per essere incoronato re dopo la morte del padre Enrico III. Durante la crociata, Edoardo fu accompagnato da Teobaldo Visconti, destinato a diventare papa nel 1.271 con il nome di Gregorio X. Lo stesso Gregorio proclamò una nuova crociata (sarebbe stata la decima) durante il Concilio di Lione nel 1.274, ma il suo appello rimase inascoltato. Carlo, tuttavia, tentò di approfittare della disputa tra Ugo III, i Cavalieri templari e i Veneziani nel tentativo di prendere il controllo di Acri. Dopo aver acquistato i diritti di Maria d'Antiochia al trono di Gerusalemme, attaccò Ugo III, nominalmente ancora re di Gerusalemme. Fu così che nel 1.277 Ugo da San Severino prese Acri per conto di Carlo. Successivamente, Venezia invocò una nuova crociata contro Costantinopoli (dopo quella del 1.203 - 1.204), dove Michele VIII Paleologo aveva da poco ristabilito l'autorità dell'impero bizantino.
Nel 1.281 il papa Martino IV diede la sua approvazione a tale impresa: i francesi di Carlo sbarcarono a Durazzo e da lì proseguirono per terra, mentre i Veneziani scelsero la strada del mare. Tuttavia, dopo i Vespri Siciliani del 31 marzo 1.282 istigati da Michele VIII, Carlo si vide costretto a rientrare. Questa, comunque, fu l'ultima spedizione intrapresa contro Bizantini o musulmani in Oriente. Nel 1.291, quando alcuni cristiani attaccarono una carovana siriana provocando la morte di 19 mercanti musulmani, il sultano mamelucco Khalīl (al-Malik al-Ashraf) richiese un risarcimento per questo incidente. Visto che le sue richieste rimasero inascoltate, il Sultano decise di porre sotto assedio Acri, ultimo avamposto crociato in Terra Santa, lo stesso anno. La città cadde dopo 43 giorni di resistenza. Dopo il massacro di 60.000 prigionieri, Khalīl continuò nella sua conquista della Palestina, cancellando qualsiasi traccia del dominio crociato.

Nel 1.273 - Gli Asburgo ottengono la dignità imperiale. La Casa d'Asburgo (o Absburgo, italianizzazione dal tedesco Habsburg o Hapsburg), è una delle più importanti ed antiche case regnanti in Europa.
Il nome deriva da Habichtsburg (il "Castello dell'Astore") in Argovia, (Svizzera) che fu sede della famiglia nel XII e XIII secolo. I suoi membri sono stati reggenti in Austria come duchi (1.282-1.453), arciduchi (1.453-1.804) e imperatori (1.804-1.919); re di Spagna (1.516-1.700); re di Portogallo (1.580-1.640); e per molti secoli imperatori del Sacro Romano Impero (dal 1.273 al 1.291 e dal 1.298 al 1.308 e infine, quasi ininterrottamente, dal 1.438 fino al 1.806). Il motto della dinastia è A.E.I.O.U., in genere interpretato come Austriae est imperare orbi universo ("spetta all'Austria regnare sul mondo").
Aquila bicipite, a due teste, dell'impero
romano d'oriente. "Byzantine eagle"
di Colossus - Colossus. Con licenza
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_eagle.JPG -
L'aquila bicipite è, in araldica, l'aquila con due teste separate fin dal collo e rivolte una verso destra ed una verso sinistra. Generalmente la si pone nel capo d'oro, detto capo dell'Impero. Infatti l'aquila bicipite identifica l'unione di due imperi. L'aquila bicipite fu adottata come stemma imperiale per la prima volta dall'imperatore romano Costantino I, detto il Grande, e rimase poi come stemma nell'Impero romano d'oriente fino all'ultima dinastia di imperatori bizantini: quella dei Paleologi. Oggi, la Chiesa ortodossa greca usa l'aquila bicipite come eredità dei bizantini. Lo stesso stemma fu poi usato dagli Arsacidi, re d'Armenia, e più avanti dagli Asburgo, imperatori d'Austria, e dai Romanov, zar di tutte le Russie. Anche i re di Serbia, i principi di Montenegro, e l'eroe albanese della resistenza contro i turchi ottomani, Giorgio Castriota Scanderbeg, adottò l'aquila bicipite come emblema. L'aquila bicipite fu adottata anche in Oriente, per il regno di Mysore nell'India. Secondo alcuni autori una testa rappresenta l'Occidente e l'altra l'Oriente, in particolare le due metà dell'Impero bizantino, una in Europa e una in Asia. La questione delle origini della dinastia degli Asburgo è assai controversa poiché, data la sua antichità, si perde nella notte dei tempi e una sua sicura ricostruzione è difficoltosa. Purtuttavia, ponendo come ormai certo capostipite il Conte di Alsazia Guntram il Ricco, i suoi più sicuri antenati sono considerati gli Eticonidi, discendente da Eticone d'Alsazia. Con Werner II conte di Alsazia, figlio di Radbod e nipote di Guntram, apparve per la prima volta la denominazione della Casa d'Asburgo, da un castello fatto costruire in Argovia da Werner, chiamato Habichtsburg, da cui Hapsburg o Habsburg. Werner I acquisì il titolo di conte di Asburgo, dopo il 1.082. Nel 1.273, con Rodolfo I, gli Asburgo guadagnarono la dignità imperiale, ottenendo l'Austria, la Stiria e la Carniola; la nomina però non fu riconosciuta da Ottocaro II di Boemia che contestò la cessione delle regioni reclamate dall'Imperatore. Allora lo scontro fu inevitabile, ed ebbe la meglio Rodolfo I, che riuscì a strappare al rivale il possesso della Marca Orientalis. Dal sud-ovest della Germania, la famiglia estese poi la sua influenza ed i suoi possedimenti nei territori del Sacro Romano Impero verso est, nell'odierna Austria (1.278-1.382). In poche generazioni, la famiglia riuscì ad impossessarsi del trono imperiale, che tenne in distinti periodi (1.273-1.291 e 1.298-1.308, 1.438-1.740 e 1.745-1.806).
Il figlio di Rodolfo I, Alberto I, divenuto nel 1.298 re dei romani, consolidò i propri domini; così in poche generazioni la famiglia riuscì ad impossessarsi del trono imperiale, che fino al 1740 tenne quasi ininterrottamente e che, dopo il breve interregno di Carlo VII di Wittelsbach, passò alla neonata dinastia degli Asburgo-Lorena. Al figlio di Alberto I, succedettero Alberto III dalla Treccia e Leopoldo III il Prode, con i quali la famiglia si divise in due linee ereditarie. La linea albertina si estinse con Ladislao il Postumo nel 1.457; mentre quella leopoldina perdurò negli anni. Federico I di Stiria, nipote di Leopoldo III e imperatore col nome di Federico III (1.452-1.493), riunì i vari possedimenti asburgici sotto un'unica bandiera ed elevò l'Austria ad Arciducato, grazie ai documenti passati alla storia con il nome di Privilegium maius. Il figlio Massimiliano I (imperatore dal 1.493 al 1.519) diede inizio alla serie di matrimoni che fecero degli Asburgo la più potente dinastia d'Europa (Tu, felix Austria, nube, frase attribuita a Mattia Corvino, re d'Ungheria); le nozze con Maria di Borgogna, erede dei possedimenti borgognoni, e quelle del figlio Filippo d'Asburgo detto il Bello con Giovanna la Pazza, erede di Castiglia e Aragona, permisero al primogenito, futuro Carlo V, di ereditare il più vasto impero della terra, un impero dove "non tramonta mai il sole". Il fratello di Carlo V, Ferdinando I, sposò nel 1.521 Anna Jagellona, erede di Boemia e Ungheria.

"Vespri siciliani" di Francesco Hayez,
1821. Da "Francesco Hayez 022" di
Francesco Hayez - The Yorck Project:
10.000. Meinsterwerke der Malerei.
DVD-ROM, 2002. ISNB3936122202.
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pubblico dominio tramite Wikimedia
Commons - http://commons.
wikimedia.org/wiki/File:Francesco
_Hayez_022.jpg#mediaviewer/
File:Francesco_Hayez_022.jpga
Nel 1.282 - I Vespri siciliani sono un evento storico avvenuto a Palermo nel 1.282. Questo diede avvio a una serie di guerre, chiamate "guerre del Vespro" per la conquista della Sicilia, conclusesi con il trattato di Avignone del 1.372. Dopo la morte di Corrado, la sconfitta di Manfredi a Benevento e la decapitazione a Napoli il 29 ottobre 1.268 dell'ultimo e pericoloso pretendente svevo, Corradino, il Regno di Sicilia era stato definitivamente assoggettato al sovrano francese Carlo I d'Angiò. Papa Clemente IV, che il 6 gennaio 1.266 aveva già incoronato Carlo re di Sicilia e sperava così di poter estendere la propria influenza all'Italia meridionale, senza dover subire i veti precedentemente imposti dagli svevi, dovette rendersi conto che gli angioini avrebbero perseguito una politica aggressivamente espansionistica: conquistato il meridione d'Italia, le mire di Carlo volgevano infatti già ad Oriente ed a quel che restava dell'impero bizantino. In Sicilia la situazione si era fatta particolarmente critica per una generalizzata riduzione delle libertà baronali e, soprattutto, per una opprimente politica fiscale. L'isola, da sempre fedelissima roccaforte sveva, che dopo la morte di Corradino aveva resistito ancora per alcuni anni, era ora il bersaglio della rappresaglia angioina. Gli Angiò si mostrarono insensibili a qualunque richiesta di ammorbidimento ed applicarono un esoso fiscalismo, praticando usurpazioni, soprusi e violenze. Va segnalato a tal proposito che Dante, che nel 1.282 aveva solo 17 anni, nell'VIII canto del Paradiso, indicherà come Mala Segnoria il regno angioino di Sicilia. I nobili siciliani e in particolare il diplomatico Giovanni da Procida riponevano le proprie speranze in Michele VIII Palaeologo, imperatore bizantino già in contrasto con Carlo I d'Angiò; in Papa Niccolò III, che si era dimostrato disponibile ad una mediazione, ed in Pietro III d'Aragona. Il re d'Aragona, in particolare, era guardato con favore perché sua moglie Costanza, in quanto figlia di Manfredi e nipote di Federico II, risultava l'unica pretendente legittima della casa di Svevia; tuttavia il sovrano aragonese era impegnato nella riconquista di quella parte della penisola iberica ancora in mano agli arabi. Alla fine del 1.280, in concomitanza con la morte di papa Niccolò III e con la guerra che impegnava il Paleologo contro una coalizione di cui facevano parte veneziani ed angioini, i baroni siciliani ruppero gli indugi organizzando una sollevazione popolare che desse un segno tangibile della loro determinazione, convincendo l'unico interlocutore rimasto, Pietro d'Aragona, ad accorrere finalmente in loro aiuto. In quel mentre avveniva l'elezione del papa di origini francesi Martino IV che, eletto proprio grazie al determinante sostegno degli Angiò, si mostrò fin dall'inizio insensibile alla causa dei siciliani. Nell'instabile panorama politico della fine del XIII secolo, la rivolta siciliana, intrecciando l'opposizione al potere temporale dei papi al contenimento dell'inarrestabile ascesa dei loro vassalli angioini, innescherà nel Mediterraneo un vero e proprio conflitto internazionale: da una parte Carlo I d'Angiò, sostenuto da Filippo III di Francia e dai guelfi fiorentini, oltreché dal papato; dall'altra Pietro III d'Aragona, appoggiato da Rodolfo d'Asburgo, da Edoardo I d'Inghilterra, dalla fazione ghibellina genovese, dal Conte Guido da Montefeltro e da Pietro I di Castiglia, oltreché, più tiepidamente, dalle Repubbliche marinare di Venezia e di Pisa. Tutto ebbe inizio in concomitanza con la funzione serale dei Vespri del 30 marzo 1.282, lunedì dell'Angelo, sul sagrato della Chiesa del Santo Spirito, a Palermo. A generare l'episodio fu - secondo la ricostruzione storica - la reazione al gesto di un soldato dell'esercito francese, tale Drouet, che si era rivolto in maniera irriguardosa a una giovane nobildonna accompagnata dal consorte, mettendole le mani addosso con il pretesto di doverla perquisire. A difesa di sua moglie, lo sposo riuscì a sottrarre la spada al soldato francese e a ucciderlo. Tale gesto costituì la scintilla che dette inizio alla rivolta. Nel corso della serata e della notte che ne seguì i palermitani - al grido di "Mora, mora!" - si abbandonarono a una vera e propria "caccia ai francesi" che dilagò in breve tempo in tutta l'isola, trasformandosi in una carneficina. I pochi francesi che sopravvissero al massacro vi riuscirono rifugiandosi nelle loro navi, attraccate lungo la costa. Si racconta che i siciliani, per individuare i francesi che si camuffavano fra i popolani, facessero ricorso a uno shibboleth, mostrando loro dei ceci («cìciri», nella lingua siciliana) e chiedendo di pronunziarne il nome; quelli che venivano traditi dalla loro pronuncia francese (sciscirì), venivano immediatamente uccisi. Dopo Palermo fu la volta di Corleone, Taormina, Messina, Siracusa, Augusta, Catania, Caltagirone e, via via, tutte le altre città. Successivamente, gli insorti richiesero il sostegno del Papa Martino IV, affinché appoggiasse l'indipendenza dell'isola e la patrocinasse; tuttavia, il pontefice era stato eletto al soglio papale grazie all'appoggio dei suoi connazionali francesi e pertanto non accolse le richieste degli isolani, bensì appoggiò l'azione repressiva degli angioini.
Carlo I d'Angiò tentò invano di sedare la rivolta con la promessa di numerose riforme; alla fine decise di intervenire militarmente. Si susseguirono una serie di guerre. Infatti Carlo I nel maggio successivo inviò in Sicilia una flotta con 24.000 cavalieri e 90.000 fanti per sedare la rivolta dei siciliani. I nobili siciliani allora offrirono la corona di Sicilia a Pietro III d'Aragona, marito di Costanza, ultima degli Svevi, figlia del defunto Re Manfredi. Carlo fu sconfitto nel settembre 1.282 e, fece ritorno a Napoli, lasciando la Sicilia nelle mani di Pietro III. Ebbe inizio così un ventennale periodo di guerre tra gli angioini e gli aragonesi per il possesso dell'isola.

Nel 1.286 - L'inglese Ruggero Bacone costruisce i primi occhiali.

Nel 1.291 - Nasce la Confederazione Elvetica. 

- Nel 1.291 il sultano turco mamelucco d'Egitto al-Ashraf Khalil, conquista San Giovanni d'Acri, ultima roccaforte cristiana in Oriente.

Dal 1.296 - A Firenze, i guelfi si suddividono fra bianchi e neri. Firenze, ormai stabilmente guelfa, si divise fra Bianchi, riuniti intorno alla famiglia dei Cerchi, fautori di una moderata politica filo papale, che riuscirono a governare dal 1300 al 1301 e i Neri, il gruppo dell'aristocrazia finanziaria e commerciale più strettamente legato agli interessi della chiesa, capeggiato dai Donati, che salirono al potere con l'aiuto di Carlo di Valois, inviato dal papa Bonifacio VIII. « Queste due parti, Neri e Bianchi, nacquono d'una famiglia che si chiamava Cancellieri, che si divise: per che alcuni congiunti si chiamarono Bianchi, gli altri Neri; e così fu divisa tutta la città » (Dino Compagni, "Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi", Libro I, 25). Le fazioni presero il nome dai due partiti in cui si divideva la città di Pistoia. Dino Compagni e Giovanni Villani raccontano come nella seconda metà del Duecento, all'interno della famiglia fosse nata una lite tra cugini a causa dell'alcol. Non senza sottolineare la proverbiale litigiosità dei Pistoiesi, i due storici fiorentini raccontano come da questione privata si arrivò a una scissione familiare in due rami e due partiti, ai quali si aggregarono gradualmente (tramite il sistema delle consorterie) altre famiglie fino ad avere la città schierata in due partiti che si facevano una strenue lotta: i Bianchi e i Neri. L'etimologia dei nomi è incerta e si pensa che prenda origine da una certa fanciulla chiamata Bianca. Quando le cariche di governo venivano ormai elette a metà tra un partito e l'altro, fu sancita la definitiva esistenza degli schieramenti. La situazione pistoiese era ben nota ai fiorentini, che vi inviavano da tempo un potestà a guidare la città, e che spesso cercavano di avvantaggiarsi da questa situazione di debolezza, intascando denari tramite magistrati poco scrupolosi, che con leggerezza assegnavano multe per le frequenti discordie, sulle cui ammende pecuniarie per legge avevano diritto ad una percentuale. A capo della fazione dei Neri c'era Simone da Pantano, amico di Corso Donati, mentre a capo dei Bianchi c'era Schiatta Amati, imparentato con i Cerchi di Firenze. Entrambi erano esponenti della famiglia Cancellieri. I contendenti o i litigiosi della famiglia che avevano creato disordini in città tra il 1294 e il 1296 vennero esiliati nella vicina città di Firenze dove gli uni, i bianchi, troveranno l'appoggio della famiglia dei Cerchi e gli altri, i neri, della famiglia dei Donati. Successivamente questa divisione si combinò con i dissapori già esistenti tra le due famiglie fiorentine e diede il nome anche alle analoghe fazioni di Firenze. Politicamente la scissione verteva su chi, pur difendendo il Pontefice, non precludeva il ritorno o la necessità dell'imperatore (cioè i guelfi Bianchi) e chi invece trovava indispensabile che il governo dovesse essere affidato al Papa poiché "misso domenici" (mandato dal signore). Nella pratica poi erano gli interessi commerciali e gli odi personali a dettare i veri andamenti di quella che divenne una vera e propria guerra civile. Anche il Machiavelli citò l'episodio nelle sue "Istorie fiorentine". Le principali famiglie di Firenze si schierarono tutte con l'una o l'altra fazione finché giunse il cardinale Matteo d'Acquasparta, legato pontificio, per risolvere la crisi; ma poiché i Bianchi rifiutarono di dimettersi dai loro incarichi, il cardinale legato lasciò la città lanciando l'interdizione su Firenze. Si crearono quindi dei disordini alla fine dei quali il Comune esiliò i principali esponenti delle due fazioni: i Neri, con messer Corso Donati, furono confinati a Castel della Pieve e i Bianchi, fra cui Dante Alighieri, a Sarzana.

Cartina dell'Europa con le aree demografiche nel 1300, le vie commerciali
Veneziane, Anseatiche e Genovesi, e in nero le città Anseatiche.
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Nel 1.297 - Per risolvere la crisi politica e diplomatica sorta tra la Corona d'Aragona e il ducato d'Angiò a seguito della Guerra del Vespro per il controllo della Sicilia, fu creato il Regno di Sardegna. L'atto di infeudazione, datato 5 aprile 1.297 affermava che il regno apparteneva alla Chiesa e veniva dato in perpetuo ai re della Corona di Aragona in cambio di un giuramento di vassallaggio e del pagamento di un censo annuo. Il Regno di Sardegna, in latino Regnum Sardiniae, Regnum Sardiniae et Corsicae fino al 1.460, fu istituito nel 1.297 (secondo altre fonti nel 1.299) da papa Bonifacio VIII in ottemperanza al Trattato di Anagni del 24 giugno 1.295. Fu conquistato territorialmente a partire dal 1.324 con la guerra mossa dai sovrani Aragonesi contro i Pisani, in alleanza col Regno giudicale di Arborea. Ebbe termine il 17 marzo 1861 con la Proclamazione del Regno d'Italia. La lunga durata della sua storia istituzionale e le varie fasi storiche attraversate fanno sì che comunemente in storiografia si distinguano tre diversi periodi in funzione dell'entità politica dominante: un periodo catalano-aragonese (1.324-1.479), uno spagnolo-imperiale (1.479-1.713) e uno sabaudo (1.720-1.861).

I domini della Corona d'Aragona nel 1385.
Nel 1.302 - La pace di Caltabellotta fu il primo accordo ufficiale di pace firmato il 31 agosto 1.302 nel castello della cittadina siciliana fra Carlo di Valois, come capitano generale di Carlo II d'Angiò, e Federico III d'Aragona; tale trattato concluse quella che viene indicata come la prima fase dei Vespri. I Vespri rappresentano una fondamentale tappa della storia siciliana: il lungo legame tra Sicilia e Aragona, che poi diverrà inclusione dell'isola nel regno unificato di fine XV secolo, nasce in questo contesto. Tale legame realizzò l'inserimento della Sicilia nel teatro mediterraneo, in cui la Corona d'Aragona rappresentava l'avversario degli Angioini e del Papa. L'isola divenne inoltre fulcro di interessi commerciali, contesi tra le potenze marittime di quel tempo (Barcellona, Genova, Firenze, Pisa, Venezia). Infine, moltissime famiglie nobili si trasferirono in Sicilia dalla penisola iberica, integrandosi con la nobiltà siciliana e finendo per costituire una componente importante della nobiltà isolana nei secoli successivi. Un altro elemento degno di considerazione è la natura particolare del regno così nato. I ceti siciliani dominanti, attraverso il governo provvisorio, avendo richiesto a Pietro di assumere la corona, si rapportarono agli Aragonesi sempre come interlocutori piuttosto che come sudditi, nel segno di una monarchia "pattista", che avrebbe dovuto tutelare e conservare le tradizioni del Regno e quindi anche la sua origine. Sotto questo aspetto, la monarchia sorta nel 1.282 differisce profondamente da quelle costituite precedentemente sull'isola dai Normanni e dagli Svevi.

Dante e il suo poema - 1465, Domenico
Michelino. Firenze, S. Maria del fiore
Dal 1.304 - Dante compone la "Divina Commedia", secondo gli studiosi, fra il 1.304 e il 1.321. Una prima edizione completa di quella che Dante intitolò, probabilmente, "Comedìa", potrebbe essere stata allestita da Iacopo, uno dei suoi figli, nel 1.322, dopo la morte del "Sommo Poeta". 

Nel 1.307 - Il re di Francia, Filippo il bello, ordina l'arresto di tutti i Cavalieri Templari e la confisca dei loro beni. Dopo la caduta di San Giovanni d'Acri nel 1.291, trecento baroni crociati, francesi e germanici, alla guida di Giovanni di Montfort (Maestro dei Templari) sbarcarono a Cipro e qui vissero come monaci eremiti (distribuiti in vari eremi), onorati e tenuti per santi dalla popolazione locale. L'Ordine, comunque, dopo la definitiva perdita degli Stati Latini in Terra Santa, si avviò al tramonto: la ragione fondamentale per la quale era nato, due secoli prima, era ormai venuta meno. Il suo scioglimento, tuttavia, non fu mosso per via ordinaria dalla Santa Chiesa, ma attraverso una serie di accuse infamanti esposte dal re di Francia Filippo IV il Bello, desideroso di azzerare i propri debiti e impossessarsi del patrimonio templare, riducendo nel contempo il potere della Chiesa. Il 14 settembre 1.307 il re inviò messaggi sigillati a tutti i balivi, siniscalchi e soldati del Regno ordinando l'arresto dei templari e la confisca dei loro beni, che vennero eseguite il venerdì 13 ottobre 13.07. La mossa riuscì in quanto fu astutamente avviata in contemporanea contro tutte le sedi templari di Francia; i cavalieri, convocati con la scusa di accertamenti fiscali, vennero tutti arrestati. Le accuse che investirono il Tempio erano infamanti: sodomia, eresia, idolatria. Vennero in particolare accusati di adorare una misteriosa divinità pagana, il Bafometto (o Banfometto, forse la storpiatura in lingua occitana di Maometto). Nelle carceri del re gli arrestati furono torturati finché non iniziarono ad ammettere l'eresia. Il 22 novembre 1.307 il papa Clemente V, di fronte alle confessioni, con la bolla Pastoralis præminentiæ ordinò a sua volta l'arresto dei templari in tutta la cristianità.
- Inizia la stesura della "Divina Commedia di Dante"; sarà completata nel 1.314.

Nel 1.308 - Il 12 agosto 1.308 con la bolla Faciens misericordam furono definite le accuse portate contro il Tempio. Il re fece avviare dal 1.308 sino al 1.312, grazie anche alla debolezza di papa Clemente V, diversi processi tesi a dimostrare le colpe dei cavalieri rosso-crociati di Parigi, Brindisi, Penne, Chieti e Cipro. Nel generale clima di condanna ci fu l'eccezione rappresentata da Rinaldo da Concorezzo, arcivescovo di Ravenna e responsabile del processo per l'Italia settentrionale: egli assolse i cavalieri e condannò l'uso della tortura per estorcere confessioni (concilio provinciale di Ravenna, 1.311).

Nel 1.309 - II papato viene trasferito ad Avignone sotto il «controllo» dei re di Francia. Dal 309 al 377 si verificherà la "cattività avignonese" dei papi, l'autoesilio ad Avignone. In precedenza papa Bonifacio VIII (1.294-1.303) aveva perseguito una decisa riaffermazione dei privilegi e del potere pontificio, sia all'interno degli Stati della Chiesa sia in ambito europeo. Tale politica lo aveva messo in contrasto da un lato con le potenti famiglie feudatarie romane (in particolare i Colonna), dall’altro con i monarchi europei e principalmente con il re di Francia Filippo il Bello. Lo scontro fu durissimo su entrambi i fronti.
Avignone, il palazzo dei papi.
In ambito interno si vide il temporaneo successo del Papa, culminato con la distruzione di Palestrina, feudo dei Colonna, a cui Sciarra Colonna reagì fermamente sino al punto di oltraggiare il Pontefice con l'episodio noto come schiaffo di Anagni. Trentaquattro giorni dopo tale episodio (11 ottobre 1.303), Bonifacio VIII morì, per calcolosi renale. Il suo successore Benedetto XI (1.303-1.304) si trovò in una situazione difficile: Filippo il Bello era infatti in aperta ribellione all’autorità pontificia e minacciava sia di convocare un concilio del clero francese in cui proclamare l’autonomia della chiesa francese da Roma sia di istituire un processo post-mortem in cui far dichiarare pubblicamente Bonifacio VIII eretico, simoniaco, occultista e servitore del diavolo. I nobili romani intanto avevano iniziato di nuovo a dilaniarsi in guerre intestine che rendevano malsicura la Città eterna nonché l'incolumità del Pontefice. Benedetto XI non ebbe modo di intervenire, morendo improvvisamente a Perugia dopo solo otto mesi di pontificato. L'insicurezza di Roma suggerì al Sacro Collegio di tenere il conclave a Perugia: durò ben undici mesi. Questa lunghezza fu dovuta all'incertezza dei cardinali sulla linea che la Chiesa avrebbe dovuto seguire, e di conseguenza quale candidato eleggere: alcuni cardinali propendevano per un ritorno alla politica di forza di Bonifacio VIII, altri per una via più conciliante che, rassicurando il re di Francia, scongiurasse lo scisma gallicano ma soprattutto il processo a Bonifacio VIII; lasciare che una parte del clero (quello francese) giudicasse un Papa e lo dichiarasse eretico avrebbe costituito un pericoloso precedente. Alla fine prevalse la linea accomodante e fu eletto il francese Bertrand de Got, che prese il nome di Clemente V (1.305-1.314). Egli non era presente al conclave: si trovava infatti a Bordeaux di cui era arcivescovo. Il nuovo Papa chiese ai cardinali di raggiungerlo a Lione per l'incoronazione: non era una novità, già Callisto II era stato incoronato nella vicina Vienne. 
Filippo IV il bello.
Essi acconsentirono e, dopo la cerimonia, Clemente V fece ritorno a Bordeaux. Come previsto dai cardinali, Filippo il Bello si mostrò accomodante col Pontefice, e nel 1.307 gli propose di barattare il processo a Bonifacio VIII con la distruzione dell'Ordine templare, i cui beni suscitavano l'interesse del monarca. Clemente accettò, ma si rese conto che in un simile frangente era necessario sia riaffermare l'indipendenza della Santa Sede sia tenere strettissimi contatti col sovrano francese: nel 1.309 dunque si spostò da Bordeaux (che era sotto il dominio del re di Inghilterra) ad Avignone che era proprietà dei d'Angiò, sovrani di Napoli (da cui ottenne il permesso ad insediarsi, dopo aver pagato loro la somma di 80.000 fiorini) e che si trovava assai vicino al Contado Venassino, feudo pontificio. Il Papa qui poteva sentirsi a casa propria ed allo stesso tempo era vicino ai luoghi ed ai personaggi intorno a cui si giocavano i destini della Chiesa. Oltre a queste considerazioni, le relazioni provenienti da Roma circa l'ordine pubblico sconsigliavano il ritorno del Pontefice nella sua sede storica. Se da un lato non è possibile conoscere le intenzioni di Clemente V circa il ritorno a Roma, dall'altro i molti interventi sulla Città eterna e l'Italia in generale lasciano pensare che i Pontefici considerassero transitoria la sede di Avignone.

Nel 1.312 - L'Ordine dei Cavalieri Templari fu ufficialmente soppresso con la bolla Vox in excelso del 3 aprile 1.312 ed i suoi beni trasferiti ai Cavalieri Ospitalieri il 2 maggio seguente (bolla Ad providam). Jacques de Molay, l'ultimo gran maestro dell'Ordine, il quale in un primo momento aveva confermato le accuse, le ritrattò spinto da un'ultima fiammata di orgoglio e dignità, venendo arso sul rogo assieme a Geoffrey de Charnay il 18 marzo 1.314 davanti alla cattedrale di Parigi, sull'isola della Senna detta dei giudei.

Nel 1.314 - L'ultimo Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Jacques de Molay muore sul rogo, a Parigi, per ordine del re Filippo IV (Filippo il Bello) di Francia. 
Rappresentazione dell'esecuzione di Jacques de Molay.
Da http://cedocsv.blogspot.it/2010/04/la-maledizione-dei-templari.html di Guido Araldo: "La leggenda affascinante dei templari narra anche di una terribile maledizione lanciata dall'ultimo Gran Maestro, Jacques de Molay, mentre bruciava sul rogo, la maledizione dei Templari: Dopo il tremendo colpo sferrato a sorpresa nel 1.307 dal re di Francia, lenta fu l’agonia della “Militia Templi” che nel 1.311 era praticamente finita. In Inghilterra era convinzione comune che i Templari fossero stati così denigrati e coperti d’infamia da non potersi più riscattare. A quei tempi non spettava all’accusa dimostrare la colpevolezza, ma la difesa produrre le prove dell’innocenza. A questo punto lo scioglimento dell’Ordine era inevitabile! Il 18 marzo 1.314, Jacques Molay e Goffredo di Charney, precettore di Normandia e custode della Sacra Sindone, salirono sul rogo approntato su un'isoletta della Senna a Parigi, dove ora sorge Notre Dame, con altri due alti funzionari del Tempio. Abbandonarono per sempre i loro bianchi mantelli, frettolosamente arrotolati, e furono legati a un palo, come gli eretici peggiori. Secondo una leggenda che non tramonterà mai, sul rogo il sovrano maestro dei Templari lanciò una maledizione: avrebbe chiamato Clemente V e Filippo il Bello dinanzi al Tribunale di Dio: il papa entro 40 giorni, il re entro 40 settimane. E così accadde. Clemente V morì il 20 aprile, meno di un mese dopo, il 12 aprile, a Roquemare. Una morte senza gloria: per un’infezione intestinale. Quel giorno, a piangerlo, furono soltanto i suoi parenti che aveva coperto d’oro, impunemente. Il suo pontificato fu indubbiamente il trionfo della simonia e del commercio delle cariche ecclesiastiche. Filippo “il Bello” lo avrebbe seguito il 29 novembre, otto mesi dopo: un’agonia straziante dopo una caduta da cavallo a Fontainebleau. Da quel momento cominciò a prendere piede la leggenda della maledizione templare. Si diffuse la voce che la notte successiva al rogo del De Molay un piccolo gruppo di sette “liberi muratori”, guidati da un templare, avesse raggiunto il luogo del supplizio. Un convegno misterioso. Pare che quel manipolo di audaci scagliò pugni di polvere in direzione del palazzo del re, pronunciando la terribile maledizione del Machenach: la stessa mormorata dalle labbra dei carpentieri quando fu ucciso Chiram Abiff, architetto del re Hiram di Tiro, il maestro costruttore che progettò il tempio di Salomone. Un legame misterioso legava i Cavalieri dai bianchi mantelli ai liberi muratori, che avevano per maestro il biblico architetto conoscitore dei segreti delle piramidi: un legame che aveva reso possibile, in Europa, il trionfo delle cattedrali gotiche. Un segreto custodito ermeticamente all’ombra di un’acacia sempreverde. Ad ogni modo sembrò davvero che una maledizione perseguitasse i discendenti di Filippo il Bello. Ai suoi tre figli il destino riservò una sorte infausta: morirono giovani, uno dopo l’altro. Più nessuno di loro regnava in Francia pochi anni dopo, nel 1.328. Dapprima toccò a Luigi X “l’Attaccabrighe”; poi a Filippo V “il Lungo” e infine a Carlo IV, che raggiunse suo padre nella tomba all’età di 34 anni, dopo cinque anni di regno. Con la morte di Carlo IV il trono di Francia si trovò senza eredi maschi, sebbene i tre figli di Filippo il Bello avessero giaciuto con sei mogli. A corte, a succedere ai genitori, c’erano soltanto bambine. In questo modo si estinse la secolare casata dei Capetingi. Il trono, a questo punto, spettava a Giovanna: figlia maggiore di Luigi X “l’Attaccabrighe”, ma fu prontamente esautorata dallo zio Filippo di Valois, fratello di Filippo IV “il Bello”, che si fece incoronare re con il nome di Filippo V, come se il figlio di suo fratello, “il Lungo”, che aveva preso quel nome regale prima di lui, non fosse mai esistito. Subito dopo la cerimonia dell’incoronazione il nuovo re si preoccupò di convocare un'assemblea di notabili e professori dell'Università di Parigi, i quali sancirono il suo diritto al trono in base a una legge istituita per l'occasione: la “legge salica”. Secondo questa legge una donna non poteva regnare in Francia. Un ostacolo insormontabile, per le generazioni future, alla successione femminile sul trono di Francia e, in seguito, anche su quello d'Italia. Tutto sembrava a posto, invece il sedicenne Edoardo III d'Inghilterra, figlio d’Isabella e nipote di Filippo “il Bello”, non accettò quella che definì “l’usurpazione dello zio” e fece udire la sua voce rivendicando per sé l’ambito trono di Francia. Affascinante la prospettiva! Un regno esteso dai Pirinei e dal Mediterraneo al Vallo Caledonico e all’Irlanda. Un regno potentissimo che, se attuato, avrebbe sconvolto l’Europa. E con questa rivendicazione cominciò la “Guerra dei Cent’anni”: il più lungo conflitto che la storia ricordi. Devastò la dolce Francia per un secolo, in compagnia del flagello della peste. Restò nel vento l’esoterismo dei templari. A volte basta una frase misteriosa a destare un’intensa curiosità. Ad esempio, che c'entra con i Templari “Sator arepo tenet opera rotas”? Una frase che si può leggere in tutti i sensi: da destra e da sinistra, anche a ritroso, con le parole disposte a formare un quadrato magico.
Una composizione molto antica, probabilmente magica. La più remota rappresentazione nota risale al 260 a.C., nel mosaico di una villa a Duoro-Europos, in Asia, sull’Eufrate, nell’estremo confine orientale dell’Impero Romano. Un altro suo ritrovamento importante è a Pompei, in una palestra; ma è documentata anche su una parete del duomo di Siena e, soprattutto, in molti castelli templari, come quello di Gisors. Fin dove spinse l’esoterismo templare molte volte raffigurato con immagini dualistiche, come due cavalieri su un unico cavallo? Veramente i cavalieri dai bianchi mantelli teorizzarono l’esistenza di due Messia: Gesù e Giuda? Come pure troviamo ricorrenti i due Giovanni: il Battista, quello dell’equinozio d’estate, e l’Evangelista, quello dell’equinozio d’inverno. E vero che rinnegavano san Pietro e san Paolo, definiti eresiarchi della peggiore specie? E poi, per quale motivo la croce era vilipesa nei loro riti? Quali verità i Templari avevano scoperto a Gerusalemme? Avevano davvero elaborato una nuova teologia dualistica, neoplatonica, addirittura pagana? Domande destinate a restare senza risposte! Di certo papa Clemente V cambiò improvvisamente opinione sul loro conto: se prima esternava la sua convinzione che i cavalieri dai bianchi mantelli fossero innocenti dalle accuse ascritte, improvvisamente volle cancellare quell’ordine cavalleresco, e addirittura autorizzò le peggiori torture durante gli interrogatari, come la bruciatura dei piedi finché le ossa fossero state scoperte! Cos’era emerso di tanto pericoloso? Al di là di molte e suggestive ipotesi pare legittima l’ipotesi di una comunanza gnostica tra Albigesi, Templari e Assassini. Di certo furono sicuramente in contatto tra loro. La setta degli Ismaeliti, l’albero portante degli Assassini, conosceva sette gradi di perfezione ed era caratterizzata da una palese opposizione all’autorità dogmatica dell’Islam. Pare che anche i Templari avessero sette gradi al loro interno e avessero sviluppato un’indubbia sofferenza verso i dogmi ecclesiastici. Presso gli “onesti Companions” ai tre gradi di Apprendista, Compagno d’Arte e Maestri andavano aggiunti i quattro gradi di “purificazione”: della terra, dell’acqua, dell’aria e del fuoco. I sodalizi Templari, impregnati dalla gnosi della “Gaia Scienza d’Amore”, adottarono la segretezza dei misteri antichi e svilupparono per primi, in Occidente, le tecniche iniziatiche obliate con l’avvento del Cristianesimo, un tempo remoto in uso in Egitto, presso l’Antica Grecia e nelle scuole pitagoriche. Ad ogni modo, accantonando esoterismo e comunanza gnostica, la cancellazione dell’Ordine del Tempio avvantaggiò incommensurabilmente i banchieri toscani. Era giunto il loro turno per gestire la riscossione di tasse e decime pontificie in tutta l’Europa e, anche, di amministrare le tesoriere di molti re, soprattutto a Parigi e Londra: il loro agente in Francia, Noffo Dei, aveva svolto un ottimo “lavoro”!"
Squin de Florian e Noffo Dei, poi gran maestro degli Ospitalieri, oggi cavalieri di Malta, furono additati come i Templari traditori che tramarono per affossare l'ordine del Tempio.

Nel 1.320 - Crociata dei Pastori è il nome di due insurrezioni popolari che fecero parte delle crociate popolari iniziate senza l'appoggio dei governanti e spesso rivolte proprio contro di loro. Queste crociate sono datate 1.251 e 1.320. Dopo un pellegrinaggio a Mont-Saint-Michel, gruppi di giovani contadini di Normandia furono aizzati dalle prediche infiammate di un benedettino apostata e di un prete cattolico interdetto per la sua condotta, che li convinsero della necessità di un "Viaggio Santo" per andare a combattere gli infedeli. A bande, questi pastoureaux conversero verso Parigi, dove entrarono il 3 maggio 1.320. Cinque giorni più tardi, avvertito di questo movimento incontrollato e sovversivo, Papa Giovanni XXII lanciò la scomunica contro tutti quelli che si erano investiti della croce senza autorizzazione papale. Dopo qualche pogrom (eccidi di ebrei), si fecero convincere a lasciare Parigi, reclutando al loro passaggio nuovi adepti. All'inizio di Giugno i pastoureaux attraversarono la regione di Saintonge e il Périgord, che devastarono e saccheggiarono. Sempre più numerosi entrarono in Guienna ed arrivati in Agenais si divisero in due gruppiIl primo attraversò i Pirenei seguendo il Cammino di Santiago di Compostela per continuare i loro massacri in Spagna, mentre il secondo risalì la valle della Garonna, massacrando cagots ed ebrei.
Rappresentazione
di un Cagot.
Cagots costituivano, nei territori a cavallo del confine franco-spagnolo, una parte della popolazione segregata per motivi ancor oggi abbastanza misteriosi. Nel corso dei secoli sono stati vittime di una sorta di razzismo popolare, fortemente radicato a livello locale, in genere condannato sia da parte del clero, perché i cagots erano cristiani, sia da parte dell'aristocrazia che aveva un suo buon motivo per condannare gli eccessi dei paesani su cui gravavano corvè e imposte da cui i cagots erano esentati, essendo dei paria messi al bando della società. La loro sorte infatti può essere paragonata solo con quella degli intoccabili dell'India. Il fenomeno dei Cagots riguarda soprattutto il sud-ovest della Francia (Guascogna, Paesi Baschi, valli pirenaiche) e il nord della Spagna (Navarra, Aragona). A seconda dei luoghi e dell'epoca i Cagots furono chiamati anche Chrestians o Crestias (prima del XVI secolo), Gézitans (a partire dal XVI secolo), Gahets (Bordeaux, Agenais, Landes de Gascogne), Agots (Paesi Baschi), Capots (Armagnac). «Crestias», «Chrestia» o «Christianus» è sinonimo, in bearnese, di «lebbroso», che compare nei testi verso l'anno 1.300. Nel Medioevo la lebbra indica svariate malattie: la lebbra rossa, quasi sempre mortale; la lebbra bianca o lebbra tubercolare che presenta sintomi simili ma può essere stabilizzata. Tutte queste malattie ispirano la paura del contagio e sono tenute isolate fuori dei villaggi. Il termine “Chrestians” indicava i cristiani ariani, di religione ariana, religione adottata dai Longobardi, dai Visigoti e dagli Ostrogoti. Nei testi antichi, christianus è indissociabile da lebbroso e spesso utilizzato al suo posto. Il nome presenta anche una analogia con la parola greca « cacos » che significa « cattivo », simile alla parola bretone « caqueux » dello stesso significato, ma verosimilmente e più semplicemente dal tardo latino « cagare ». L'etimologia resta dunque molto incerta. Le cronache li indicano spesso anche con le denominazioni di Caqueux, Cacous, Capos, Gaffos, termini dispregiativi che significavano lebbrosi e li si definiva anche Canard (Oche), perché dovevano portare sui loro abiti il segno di una zampa d'oca per farsi riconoscere. Si deve notare che in alcuni testi del XVI secolo, il termine cagot e i suoi equivalenti sono utilizzati come sinonimi di lebbroso. Fino alla metà del XX secolo, cagot, impiegato come un insulto, significava anche idiota del villaggio, bigotto o gozzuto. Tornando alla Crociata dei Pastori, messo al corrente della carneficina di cagots ed ebrei, Pierre Raymond de Comminge, che Papa Giovanni XXII aveva nominato arcivescovo di Tolosa, scrisse al Papa per chiedere aiuto e consiglio. Il Papa accusò il re di Francia Filippo V d'irresponsabilità e si stupì col suo legato Gaucelme de Jean «che la lungimiranza reale abbia trascurato di reprimere gli eccessi e il pernicioso esempio dei Pastoureaux, che dovremmo piuttosto chiamare lupi, rapaci e omicidi, la cui condotta offende gravemente la maestà divina, disonora il potere reale e rappresentano, per tutto il reame dei pericoli inesprimibili se non vengono fermati». Ciò non impedisce ai pastoureaux di prendere degli ebrei di Albi e di Tolosa. Quattro giorni dopo sono alle porte di Carcassonne, dove l'armata reale li attende sotto il comando di Aimeric de Cros, siniscalco di Linguadoca, con il supporto delle truppe del giovane Gastone II di Foix-Béarn, allora dodicenne. 
Domini della corona d'Aragona nel 1385.
I pastoureaux furono schiacciati. I superstiti fuggirono nella regione di Narbonne. I consolati cittadini, avvertiti dal siniscalco, misero le loro città in stato difensivo. Il papa scrisse all'arcivescovo Bernard de Fargues perché facesse lo stesso. Le strade e i passaggi si chiusero e si catturarono sistematicamente vagabondi, fuggitivi e tutto ciò che sembrasse anche lontanamente un pastoureau. A breve non ne restò più uno solo in Linguadoca nell'autunno del 1.320.

L'Angiò.
Nel 1.324 - Per risolvere la crisi politica e diplomatica sorta tra la Corona d'Aragona e il ducato d'Angiò a seguito della Guerra del Vespro per il controllo della Sicilia, fu creato il Regno di Sardegna.
I giudicati sardi nel 1300.
L'atto di infeudazione, datato 5 aprile 1.297 affermava che il regno apparteneva alla Chiesa e veniva dato in perpetuo ai re della Corona di Aragona in cambio di un giuramento di vassallaggio e del pagamento di un censo annuo. Fu conquistato territorialmente a partire dal 1.324 con la guerra mossa dai sovrani Aragonesi  contro i Pisani, in alleanza col Regno giudicale di Arborea. La conquista fu a lungo contrastata dalla resistenza sull'isola dello stesso Giudicato di Arborea e poté considerarsi parzialmente conclusa solo nel 1.420, con l'acquisto dei rimanenti territori dall'ultimo Giudice per 100.000 fiorini d'oro, nel 1.448 con la conquista della città di Castelsardo (allora Castel Doria). Il Regno di Sardegna fece parte della Corona di Aragona fino al 1.713, anche dopo il matrimonio di Ferdinando II con Isabella di Castiglia, allorquando l'Aragona si legò sotto il profilo dinastico (ma non politico-amministrativo) prima alla Castiglia, poi - in epoca già asburgica (a partire dal 1.516) - anche alle altre entità statuali governate da tale Casa (Contea di Fiandra, Ducato di Milano, ecc.).

Nel 1.325 - Comincia con Ivan I l'ascesa di Mosca.

Nel 1.338 - Inizia tra Francia e Inghilterra la guerra dei Cent’anni. La guerra dei Cent’anni (1.338-1.453) non è stata soltanto una guerra tra la Francia e l’Inghilterra, ma anche una lunga lotta di resistenza degli Occitani occidentali contro l’annessionismo Francese. E’ un esercito Guascone, e non Inglese, quello che, dopo tante vittorie, viene disfatto dai Francesi a Castillon, nel 1.453. 

Nel 1.339 -  Costruzione del Cremlino a Mosca. 

Nel 1.348 - Comincia a diffondersi in tutta Europa la peste nera.

Cartina delle Signorie in Nord e
Centro Italia nel 1350. Clicca 
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Nel 1.356 - «Bolla d'Oro» dell'imperatore Carlo IV che regola la procedura dell'e­lezione imperiale.

Nel 1.376 - Da Avignone, la sede del papato torna ad essere Roma.
- “Sir Gawain e il Cavaliere Verde o "Sir Galvano e il Cavaliere Verde" è un romanzo allitterativo scritto in medio inglese e risalente al tardo XIV secolo, narrante un'avventura di Galvano, un cavaliere appartenente alla Tavola Rotonda. In questo racconto Galvano accetta la sfida lanciata da un misterioso cavaliere completamente verde nei capelli, vestiti e pelle. Il Cavaliere Verde dichiara che permetterà a chiunque di infliggergli un colpo di ascia senza che esso si difenda se egli stesso potrà restituire il colpo esattamente dopo un anno e un giorno. Gawain accetta la sfida e con un sol colpo decapita lo sfidante, questi non muore ma raccoglie la sua testa, balza a cavallo e rimembra a Galvano che gli deve soddisfazione alla data concordata. La storia di Sir Galvano, impegnato nell'avventuroso viaggio per raggiungere il luogo prescelto ove riceverà il colpo, dimostra il suo spirito di cavalleria e lealtà. Il poema ci è giunto in un singolo manoscritto, codificato come Cotton Nero A.x, che contiene altre tre opere Pearl, Cleanness e Patience (Perla, Purezza e Pazienza). Si sospetta che l'autore sia sempre lo stesso anonimo chiamato, per tanto, "Pearl Poet" o "Gawain Poet". Tutti e quattro i poemi sono scritti in un dialetto del Medio inglese parlato nel nord-ovest delle Midlands. La storia nasce quindi dal folklore gallese e inglese, con prestiti evidenti dai più antichi racconti sul "gioco della decapitazione" e vengono messi in risalto l'importanza che la cavalleria e l'onore hanno nelle situazioni di pericolo. Oltre alla trama complessa e all'uso di un ricco linguaggio, il poema interessa molto i critici letterari per il suo sofisticato uso del simbolismo medievale. Il Cavaliere Verde, il gioco della decapitazione o la cintura magica di Galvano per protezione sono simboli importanti che affondano le loro radici nelle antiche culture celtiche, germaniche e nel folklore popolare. Per esempio il Cavaliere Verde viene visto da qualcuno come la rappresentazione dell'Uomo Verde delle leggende celtiche, mentre altri ci vedono un'allusione a Cristo. "Sir Galvano e il Cavaliere Verde" è un importante poema appartenente alla letteratura cavalleresca, dove troviamo un eroe impegnato in un'avventura per dimostrare il suo valore. Tuttavia l'ambiguità che circonda la fine della storia lo rende molto più complesso di altre opere. La popolarità moderna dell'opera è da imputarsi a testi di critica letteraria scritti da J.R.R. Tolkien, da Simon Armitage e da diversi film e adattamenti recenti. C'è un nesso che, nel mito del Graal, unifica la cultura celtica, il pensiero dei Templari e la cultura Occitana, e nel DNA occitano si è inserita la cultura celtica: ancora oggi, nelle danze occitane, il circolo circasso ha gli stessi ritmi e movenze del circolo canadese celtico.

Nel 1.378 -  Inizia il Grande Scisma d'occi­dente e durerà fino al 1.417. Con Scisma d'Occidente o Grande Scisma si intende la crisi dell'autorità papale che per quasi quarant'anni, dal 1.378 al 1.417, lacerò la Chiesa occidentale sulla scia dello scontro fra papi e antipapi per il controllo del soglio pontificio. L'origine dello scisma è da ricercare nel trasferimento della sede apostolica da Avignone a Roma, voluta da papa Gregorio XI (Pierre Roger de Beaufort) nel 1.377 dopo circa settant'anni di permanenza nella cittadina provenzale. Morto Gregorio l'anno successivo, il collegio cardinalizio, dominato da prelati francesi, si apprestò ad eleggere un nuovo papa transalpino. I romani si sollevarono con l'obiettivo di scongiurare tale evento, poiché temevano che un nuovo papa francese avrebbe potuto disporre il ritorno ad Avignone. Il popolo reclamò a gran voce la scelta di un papa gradito, gridando nelle piazze Romano lo volemo, o almanco italiano, "Romano lo vogliamo o, almeno, italiano". L'8 aprile 1.378, i cardinali si riunirono in conclave ed elessero al Soglio di Pietro il napoletano Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, che assunse il nome di Urbano VI; il nuovo papa era già stato valente e rispettato amministratore della Cancelleria Apostolica ad Avignone. Urbano, da papa, si dimostrò severo ed esigente e alcuni cardinali si riunirono ad Anagni per congiurare contro di lui (qualcuno di essi propose anche la cattura e la sostituzione del nuovo pontefice). I cardinali della nuova congiura, in particolare quelli francesi, abbandonarono Roma e si riunirono in una città situata oltre il confine dello Stato, Fondi, sotto la protezione del conte Onorato Caetani. Il 20 settembre di quello stesso anno, dopo appena cinque mesi, i cardinali "scismatici" elessero papa il cardinale Roberto di Ginevra, che prese il nome di Clemente VII. La decisione di eleggere un nuovo papa era motivata dal fatto che taluni cardinali avrebbero preferito un altro pontefice più vicino alle loro idee politiche. Tentarono quindi di far passare come invalida l'elezione di Urbano VI, sostenendo la dipendenza del conclave da pressioni esterne. Dopo qualche tempo, l'antipapa Clemente VII ristabilì la propria corte ad Avignone, in opposizione alla sede romana di Urbano VI. Con due pontefici in carica, la Chiesa occidentale fu spezzata in due corpi autocefali e la stessa comunità dei fedeli risultò divisa fra "obbedienza romana" e "obbedienza avignonese". La rottura del 1.378 presentava aspetti molto più gravi e preoccupanti di quelli che si erano verificati nel passato. Non si trattava di papi e antipapi nominati da fazioni rivali, ma di pontefici eletti in apparente legittimità da coloro che soli ne avevano il potere: i cardinali.

Nel 1.389 - Con la vittoria di Kossovo i Turchi si impadroniscono dei Balcani.

Nel 1.397 - Unione di Kalmar tra gli Stati Scandinavi.

Nel 1.408 - In Olanda si perfeziona la vite di Archimede per sollevare l'acqua dai polder. 

Nel 1.410 - polacchi sconfiggono i Cavalieri Teutonici a Tannenberg.

Nel 1.412 - A Domrémy, in Lorena, in una famiglia di poveri contadini, nasce Giovanna D'Arco.
Giovanna D'Arco.
Già da circa cinquant'anni, la Francia era in subbuglio. All'età di tredici anni, Giovanna dichiarò di sentire delle voci che le riferivano di andare a salvare il delfino, Carlo, figlio di Carlo VI, e che l'avrebbero consigliata e guidata su cosa fare. Nel 1.429, forte della sua fede, convinta di essere stata scelta da Dio per salvare la Francia piegata dalla massacrante guerra dei Cento anni, si presentò al cospetto di Carlo VII e chiese al re di poter cavalcare, senza nessun comando, alla testa dell'esercito che andava a soccorrere Orléans dall'assedio degli inglesi, e riportare la città di Parigi all'obbedienza del re. Giovanna riuscì a convingere il Delfino. Tra maggio e luglio, Giovanna e il suo esercito incalzarono gli inglesi, che avevano interpretato la fanciulla come una strega contro di loro mandata dall'inferno. Ruppero l'assedio di Orléans, liberarono la città e sconfissero i nemici. Il 7 luglio del 1.429, Carlo VII fu consacrato re. Il re volle condurre da solo la propria politica e stipula, all'insaputa di Giovanna, un accordo con il duca di Borgogna. Per oltre due settimane le truppe francesi sono condannate all'ozio, mentre agli inglesi giungono i rinforzi. Alcuni mesi dopo, l'8 settembre, Giovanna venne ferita alle porte di Parigi, il re ordina di sciogliere l'armata, obbligando Giovanna a operazioni militari di scarsa importanza. Iniziano le sconfitte e, il 23 maggio 1.430 a Margny, Giovanna venne presa prigioniera.Gli inglesi la trasferirono a Rouen dove la fecero giudicare da un tribunale ecclesiastico sotto l'accusa di stregoneria. Dopo un anno di prigionia e oltre quattro mesi di processo, trascorsi senza il minimo intervento di re Carlo, Giovanna venne condannata come eretica. Il 30 maggio 1.431, fu bruciata viva nella piazza del mercato di Rouen."Siamo tutti perduti-gridarono i carnefici- abbiamo bruciato una santa". Nel 1.920, la Chiesa riconobbe solennemente la santità di Giovanna D'Arco e la nominò patrona di Francia. Per via delle consuete politiche matrimoniali del medioevo, si era creata una situazione in cui in Re d’Inghilterra era vassallo del Re di Francia, ma possedeva molte più terre di lui, oltre ovviamente al proprio regno. La guerra fu inevitabile e lunghissima (la Guerra dei Cento Anni) e la Francia fu ridotta a mal partito: se aggiungiamo che la salute mentale di Carlo VI (re ai tempi dell’infanzia di Giovanna) era instabile, il quadro non appariva dei più rosei per una riscossa francese, ma fu proprio quello che accadde quando questa contadinella ignorante cominciò a udire le voci dei santi che le chiedevano di cacciare gli Inglesi. L’erede non ancora incoronato, Carlo VII, alla fine le diede udienza e ascoltò la sua richiesta di essere equipaggiata come un cavaliere e messa alla testa di un esercito; la decisione è stata razionalizzata (da uomini) come l’ultimo tentativo disperato in una lotta che si riteneva persa. Di fatto Giovanna d’Arco aveva già ottenuto il suo più importante risultato, trasformare una guerra dinastica (che la gente di Francia subiva passivamente) in una guerra di popolo. Le sue vittorie sugli Inglesi sono state forse dovute al fatto che non si aspettavano la riscossa nemica; tuttavia le battaglie vennero combattute accanitamente; Giovanna d’Arco nella sua breve vita militare venne colpita da frecce, colpi di balestra e mitraglia di cannone; si espose al pericolo con armi e in armatura e combatté con coraggio, e la sua cattura fu dovuta proprio al troppo rischiare. Il processo per stregoneria cui venne sottoposta dagli Inglesi ci rivela anche un altro aspetto di questa eroina: la sua intelligenza, l’arguzia nelle risposte, convinsero i suoi carcerieri, che avevano voluto screditarla con udienze pubbliche, a trasferire il procedimento dietro quattro mura. Non faticarono a trovare membri del clero compiacenti e a condannarla al rogo, anche se la falsa accusa venne più tardi ribaltata: Giovanna d’Arco, che secondo le testimonianze era morta vergine, nonostante le molestie che sembra avesse subito sia nella vita militare che in prigionia, fu più tardi santificata. La sua morte non diede la vittoria agli Inglesi: ispirati dall’esempio di Giovanna i Francesi avevano deciso di cacciarli dalla loro patria, e riuscirono a farlo. Non sappiamo cosa sapesse fare nella mischia l’eroina francese (non disdegnava però di scalare le mura negli assedi), e non ne abbiamo nemmeno un ritratto decente, tuttavia pochi sono morti a 19 anni dopo aver condotto un esercito (per quanto nel medioevo l’arte militare non fosse a un livello altissimo), ed avendo ricoperto il ruolo di guida spirituale per una nazione. Retrospettivamente, il fatto che Carlo VII non l’abbia riscattata dai Borgognoni che l’avevano prigioniera, prima che questi la cedessero agli Inglesi, sembra un’assurdità. Un’ultima notazione: Giovanna d’Arco non era molto socievole con le donne e certamente non una femminista ante-litteram: non volle altre donne nell’esercito e scacciò il seguito dell’armata, quel codazzo di mercanti, vivandiere, lavandaie, sarte e prostitute che abitualmente seguiva le armate medievali nei loro spostamenti.

Nel 1.415 - Battaglia di Azincourt, nel corso della guerra dei Cent'anni. La battaglia di Azincourt (o di Agincourt) si svolse presso Azincourt, località nel dipartimento del Passo di Calais nella regione del Nord-Passo di Calais il 25 ottobre 1.415 nell'ambito della Guerra dei cent'anni, e vide scontrarsi le forze del Regno di Francia di Carlo I contro quelle del Regno d'Inghilterra di Enrico V. In virtù della decisiva vittoria riportata dagli inglesi è considerata uno dei momenti più cupi della storia della Francia e al contrario uno dei più fulgidi della storia dell'Inghilterra.
- Jan Hus, riformatore boemo, viene messo al rogo come eretico.

Nel 1.416 - Nasce il Ducato di Savoia, antico Stato derivato dalla Contea di Savoia, culla della dinastia dei Savoia. Il Ducato nasce in seguito all'assegnazione del titolo ducale da parte di Sigismondo di Lussemburgo al conte Amedeo VIII di Savoia. Il territorio del Ducato si estendeva allora alla Savoia, alla Moriana, alla Valle d'Aosta, mentre il Piemonte, soggetto a varie signorie, tra cui i marchesati di Monferrato e di Saluzzo, era dominio dei Savoia nell'area occidentale, che comprendeva la Valle di Susa, il Canavese e città come Pinerolo (capoluogo dei Savoia-Acaia, un ramo cadetto vassallo dei duchi), Savigliano, Fossano, Cuneo e Torino. Lo sbocco sul mare, conquistato dal 1388, consisteva in pochi chilometri di costa intorno a Nizza, capoluogo dell'omonima contea. In quanto terra di frontiera, rimase conteso tra varie potenze per gran parte della sua storia, riuscendo, infine, con Emanuele Filiberto I di Savoia, ad imporsi con fermezza nella scena politica italiana, pur appoggiandosi prima alla corona di Spagna, poi al Regno di Francia ed infine all'Impero Austriaco.
Dai Doria, Oneglia fu ceduta nel 1.576 ad Emanuele Filiberto di Savoia e divenne "Civitas Fidelissima" della casata piemontese. Con Nizza fu per alcuni secoli il principale sbocco sul mare del Piemonte, pur circondata dalla Repubblica di Genova, anche se, per lavori continuamente rinviati, non riuscì a diventare il più importante porto del Regno. Oneglia, insieme a Porto Maurizio, è uno dei due abitati principali della città di Imperia. Sino al 1.923 è stata un comune autonomo. Al termine della Guerra di successione spagnola, grazie al Trattato di Utrecht ed essendo tra i vincitori, i Savoia ottennero la corona del Regno di Sicilia e il conseguente titolo regio nel 1.713. I Savoia mantennero la sovranità sulla Sicilia fino al 1.720 quando, a causa delle pressioni internazionali, dovettero accettare lo scambio col Regno di Sardegna (che, nel ., sarebbe diventato il Regno d'Italia).

Dal 1.443 - Resistenza albanese all'invasione Ottomana. Alla conclusione del quattordicesimo secolo le terre albanesi furono conquistate dagli Ottomani: i signori albanesi non potevano resistere a lungo al loro potere militare. Dal 1.443 al 1.468 Gjergj Kastrioti Skanderbeg, eroe nazionale degli albanesi, ha condotto una strenua resistenza contro gli Ottomani, ottenendo molte vittorie. Ha combattuto 25 grandi battaglie contro di loro, vincendone 22. La resistenza condotta dagli albanesi di Skanderbeg fu determinante nel fermare l'invasione turca dell'Italia che miravano a Roma. Dopo la morte di Skanderbeg, la resistenza è continuata fino al 1.478, anche se con successo minore. 

Nel 1.445 - Johannes Gutenberg inventa la stampa a caratteri mobili. Il primo libro stampato è la Bibbia. 

Nel 1.453 - Si conclude la guerra dei Cen­t'anni: gli inglesi perdono ogni dominio in Francia. 
Cartina della Francia nel 1477.  Clicca sull'immagine
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- In quello stesso anno (1.453) i Turchi ottomani al comando di Maometto II il Conquistatore prendono Costantinopoli. Cade così l'Impero romano d'Oriente  (chiamato  bizantino in occidente). Da allora gli abitanti della penisola ellenica, malgrado la dominazione turca, trovarono rifugio nella fedeltà alla lingua, alla cultura greca e alla religione cristiana ortodossa, valori ai quali fecero ricorso per conquistare l'indipendenza nel secolo XIX.

Nel 1.454 - Si firma la Pace di Lodi fra Milano e Venezia e inizia il Rinascimento italiano. La Pace di Lodi, firmata nella città lombarda il 9 aprile 1.454, mise fine allo scontro fra Venezia e Milano che durava dall'inizio del Quattrocento. La rilevanza storica del trattato risiede nell'aver garantito all'Italia quarant'anni di pace stabile, contribuendo di conseguenza a favorire la rifioritura artistica e letteraria del Rinascimento. Dopo la morte del Duca di Milano Filippo Maria Visconti, a Milano venne proclamata la Repubblica Ambrosiana. I governanti decisero di affidare la difesa del neonato stato a Francesco Sforza. Questi, dopo tre soli anni, si proclamò Duca di Milano. Difatti da tempo Venezia non aveva abbandonato le sue velleità di espandersi in Lombardia e strinse così un'alleanza con Alfonso d'Aragona, Re di Napoli, e l'imperatore Federico III d'Asburgo – che non aveva riconosciuto Francesco Sforza come Duca – contro quest'ultimo e i suoi alleati. Ma dopo soli tre anni giunse notizia della presa di Costantinopoli. Tale evento mise in pericolo l'assetto dei possedimenti veneziani nell'Egeo, così la Serenissima decise di porre una temporanea tregua alle guerre in Italia settentrionale stipulando assieme ad altre potenze italiane la Pace di Lodi. Venezia e Milano conclusero la pace definitiva il 9 aprile 1.454 presso la residenza di Francesco Sforza a Lodi; il trattato fu ratificato dai principali Stati regionali (prima fra tutti Firenze, passata da tempo dalla parte di Milano). 
"La Nascita di Venere" -  Sandro Botticelli (1483-85).
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Il Nord Italia risultava in pratica spartito fra i due Stati nemici, nonostante persistessero alcune altre potenze (i Savoia, la Repubblica di Genova, i Gonzaga e gli Estensi). In particolare, stabilì la successione di Francesco Sforza al Ducato di Milano, lo spostamento della frontiera tra i suddetti stati sul fiume Adda, l'apposizione di segnali confinari lungo l'intera demarcazione (alcune croci scolpite su roccia sono tuttora esistenti) e l'inizio di un'alleanza che culminò nell'adesione – in tempi diversi – alla Lega Italica. L'importanza della Pace di Lodi consiste nell'aver dato alla penisola un nuovo assetto politico-istituzionale che - limitando le ambizioni particolari dei vari Stati - assicurò per quarant'anni un sostanziale equilibrio territoriale e favorì di conseguenza lo sviluppo del Rinascimento italiano. A farsi garante di tale equilibrio politico sarà poi - nella seconda parte del Quattrocento - Lorenzo il Magnifico, attuando la sua famosa politica dell'equilibrio.

Nel 1.472 - Viene stampata la "Divina Commedia", il primo libro in lingua italiana ad essere stampato. A Foligno, nell'attuale provincia di Perugia, il 5 e 6 di aprile, il tedesco di Magonza (Mainz in tedesco) Johannes Numeister e il folignate Evangelista Mei, stampano quella che Dante intitolò "Comedìa", come si evince dal colophon o colofone, la sigla finale nelle stampe dei libri antichi, contenente il nome dello stampatore e altre indicazioni relative alla stampa.

Carta della Russia dal XIII al XVI secolo,
con l'espansione dal 1300 al 1586.
Nel 1.478 - Ivan III sottomette Novgorod e si libera del giogo mongolo (1.480).

Nel 1.480 - I Turchi entrano nel sud-est dell'Italia e prendono il castello di Otranto, da dove progettarono di dirigersi verso Roma, ma la resistenza cristiana e i duri 35 anni passati in Albania, scoraggiano gli invasori. In effetti molti aristocratici degli stati italiani, soprattutto in Toscana, si sarebbero alleati agli Ottomani per sconfiggere i loro nemici. Le lealtà e le alleanze generate e consolidate dall'eroe albanese Skanderbeg vennero meno e gli Ottomani conquistarono il territorio dell'Albania subito dopo la caduta del castello di Kruja: l'Albania diventa parte dell'impero Ottomano. A seguito di questo, molti albanesi fuggirono in Italia, principalmente in Calabria ed in Sicilia. La maggior parte della popolazione albanese rimasta, è stata costretta a convertirsi all'Islam, ma è riuscita a mantenere la relativa identità etnica. Rimarranno parte dell'impero Ottomano fino al 1.912.

Nel 1.492 - Caduta del regno di Granada, ultima presenza Araba in Spagna
Cristoforo Colombo compie il primo viaggio a occidente per raggiungere le Indie, e non si rende conto di scoprire un nuovo continente che da Amerigo Vespucci, che invece l'ha capito e mappato in parte, prenderà il nome di America.
Carta con il primo viaggio di Cristoforo Colombo in America nel 1.492.
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Nel 1.493 - Trattato di Tordesillas: Spagna e Portogallo si dividono il Nuovo Mondo.

Cartina geografica delle Americhe, centrale
e meridionale durante le prime colonizzazioni: in rosso
gli Spagnoli e in viola i Portoghesi, con la ripartizione
del trattato di Tordesillas. Le rotte, le strade, audencias
e arcivescovadi. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Cartina geografica del mondo nel 1.522 con segnalati i viaggi di:
Marco Polo nel 1271-95, primo viaggio di Cristoforo Colombo nel 1.492,
Vasco De Gama nel 1.497-98, Magellano nel 1.519-22, Amerigo
Vespucci nel 1.501-02. In verde le colonie dei Portoghesi, in arancio le
colonie degli  Spagnoli, in rosa degli Inglesi, in blu dei Francesi. Sono
 segnalate inoltre le aree di insediamento degli Aztechi e degli Incas.
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Cartina geografica delle tribù e gruppi etnici dei
Nativi Nord e Centro Americani, denominati Indigeni,
Pellerossa, Indiani d'America o Indios, prima della
colonizzazione degli europei.
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Per il post "Culture e aree culturali dei Nativi Nord Americani: gli Indiani d'America", clicca QUI
Per il post "Elenco tribù, personaggi eventi e cultura dei Nativi Nord Americani: 
gli Indiani d'America", clicca QUI

Cartina geografica delle tribù e gruppi etnici dei
Nativi Sud Americani, denominati Indigeni
 o Indios, prima della colonizzazione degli europei.
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Cartina geografica degli inizi della colonizzazione degli europei, dal 1.492,
del Nord e Centro America. In arancio le colonie degli  Spagnoli, in verde
scuro quelle dei Portoghesi, in rosa quelle degli Inglesi, in viola quelle dei
 Francesi, in marrone quelle Olandesi, in viola scuro la Svedese, in verde
chiaro quella dei Russi. Sono segnalate inoltre le aree di insediamento
degli  Incas e degli Aztechi. Accanto alle città, l'anno di fondazione.
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Cartina geografica degli inizi della colonizzazione
degli europei nel Nord-Est Americano, con le
colonie Olandesi del 1.614-64 in marrone, (Nieuw
Amsterdam diventerà poi New York), Svedesi nel
1638-56 in viola, Inglesi dal 1601in rosa. In bianco
i territori Irochesi. Clicca sull'immagine
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Cartina geografica degli inizi della colonizzazione, dal 1.492, da parte degli europei, del Nord,
Centro e Sud America. In arancio le colonie degli  Spagnoli, in verde scuro quelle dei
Portoghesi, in rosa quelle degli Inglesi, in viola quelle dei Francesi, in marrone
quelle Olandesi, in viola scuro la Svedese, in verde chiaro quella dei Russi.
Sono segnalate inoltre le aree di insediamento degli Incas e degli Aztechi.
 Accanto alle città, l'anno di fondazione. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

"Paracelsus", con licenza
Pubblico dominio tramite
Wikimedia Commons -
https://commons.wikimedia.
org/wiki/File:Paracelsus.jpg#
/media/File:Paracelsus.jpg
- Nasce Paracelso. Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelsus o Paracelso (Einsiedeln, 14 novembre 1.493 - Salisburgo, 24 settembre 1.541) è stato un medico, alchimista e astrologo svizzero, noto per aver battezzato lo zinco, chiamandolo zincum, considerato come il primo botanico sistematico, si laureò all'Università di Ferrara, più o meno negli stessi anni in cui si laureò Niccolò Copernico. Fino al 1.500 la composizione e i mutamenti della materia erano spiegati sulla base della dottrina dei quattro elementi di Aristotele: acqua, aria, terra e fuoco. Paracelso, per la prima volta, aggiunse ad essa una teoria che contemplava tre nuovi principi della materia (sale, zolfo e mercurio), contrassegnata dalla presenza di spiriti della natura responsabili delle sue trasformazioni e cambiamenti. Egli inoltre rifiutò l'insegnamento tradizionale della medicina, dando vita a una nuova disciplina, la iatrochimica, basata sulla cura delle malattie attraverso l'uso di sostanze minerali.

Nel 1.498 - Girolamo Savonarola è bruciato sul rogo a Firenze.

Cartina geografica dell'Europa nel 1.500.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Monalisa, "La Gioconda"
Leonardo da Vinci (1.503).
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Nel 1.503 - Leonardo da Vinci dipinge "La Gio­conda". 

Nel 1.507 - All'America viene assegnato il nome che ha ancora oggi per ricordare Amerigo Vespucci. Amerigo Vespucci, (1.454 - 1.512) fu un navigatore italiano, Segretario e diplomatico al servizio dei Medici, lasciò Firenze per missioni in Francia e in Spagna, dove si stabilì a Siviglia. Dopo un primo viaggio che avrebbe effettuato nel 1.497 verso i Caraibi, fu con Juan de la Cosa e Alonso de Hojeda, nel 1.499, in una spedizione organizzata per volere di re Ferdinando allo scopo di verificare le scoperte di Colombo, e toccò le foci del Rio delle Amazzoni e le coste del Brasile. In un successivo viaggio per conto del Portogallo esplorò la baia di Rio de Janiero e si spinse a sud fino in Patagonia. Convinto dalle relazioni di Vespucci che le terre appena esplorate fossero un nuovo continente e non l'Asia, il cosmografo tedesco Martin Waldeseemùller diede in suo onore il nome di America al "nuovo mondo" (1.507). 

Nel 1.508 - Erasmo da Rotterdam afferma la necessità di un'imposta diretta sui red­diti dei ricchi.

Antica carta del ducato del
Valentinois, il Valentinato.
Nel 1.509 - Nasce Giovanni Calvino, che istituirà, nell'ambito della Riforma, il Calvinismo.
Peter Henle, di Norimberga, costruisce l'orologio.

Nel 1.516 - Nicolò Machiavelli scrive "Il Principe". Egli identifica in Cesare Borgia, figlio di Rodrigo Borgia, il papa Alessandro VI, il principe ideale, che ritiene adatto a poter dominare sullo scacchiere della penisola italiana. Benché in precedenza cardinale, attraverso un matrimonio, Cesare Borgia acquisisce il titolo di duca del Valentinois, un territorio francese. Da ciò sarà conosciuto come il Valentino.
Stemma della Marina Militare
Italiana con le 4 bandiere
 delle antiche Repubbliche
Marinare di Venezia, Genova,
 Amalfi e Pisa.
 Altre erano Ancona, Gaeta
e la Ragusa al di là
del Mare Adriatico.
L'Italia è stata quindi un laboratorio politico-economico-culturale che ha prodotto:
- I primi grandi capitali monetari che hanno determinato la nascita degli istituti bancari,
- Nuovi equilibri politici con nuovi soggetti politici, come ad esempio i Comuni, trasformatisi poi in Signorie e le Repubbliche Marinare.
Un'intreccio fra crescita economica e avanzamento del ceto medio non aristocratico che su scala più vasta verrà imitato dall'Europa.
- Sul versante culturale, la riscoperta dei classici degli antichi stimola l'uso della ragione, la ricerca e la sperimentazione. 

"La Scuola di Atene" - Raffaello Sanzio. In quest'opera Raffaello rappresenta
 i grandi filosofi del passato: Platone e Aristotele al centro, Diogene di Sinope
 sui gradini ai loro piedi. Nel gruppo alla destra di Platone, Socrate che parla con
alcuni giovani, di cui quello con l'elmo è Alessandro Magno. Epicuro, in basso
a sinistra consulta un testo retto da un putto. Alla sua destra, Averroè con il
turbante che osserva Pitagora, inginocchiato mentre legge e dietro di lui l'unica
donna, Ipazia di Alessandria. Dalla parte opposta, di spalle con veste gialla,
Claudio Tolomeo che regge il globo terracqueo e alla sua destra,
Raffaello stesso.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.























"Creazione di Adamo" (cappella Sistina)
 Michelangelo Buonarroti.
"Creazione di Eva" (cappella Sistina)
 Michelangelo Buonarroti.











- Nel Rinascimento gli artisti riscoprirono le "divine proporzioni" della geometria sacra con cui costruivano gli antichi: la proporzione aurea.
La sezione aurea in un triangolo isoscele.
La piramide di Cheope, a Giza,
costruita secondo i sacri
rapporti.
Per costruire la sezione aurea del segmento AB, si traccia un triangolo rettangolo ABF, in modo che il cateto BF sia metà di AB. Per ottenere questa metà si tracciano due coppie di archetti a piacere nei punti C e D e poi si uniscono: il punto E di AB è la metà ricercata. Poi con un arco di cerchio con centro in B si interseca la verticale a B in F. Fa seguito il congiungimento del punto A con F sul quale si punta il compasso e si esegue l'arco che congiunge B con G del segmento AF. AG è la sezione aurea che si cerca: di qui con il compasso, centrato in A e di raggio AG, si disegna l'arco che interseca il segmento AB e, lateralmente nei punti I ed L di confluenza con un arco di centro E.
Ed ora l'ultima cosa da fare è tracciare due rette che collegano, B con I fino ad intersecare il prolungamento ortogonale al segmento AB in M, e poi, dalla parte opposta, B con L per arrivare alla semiretta ortogonale ad AB in N. Il triangolo MNB è il triangolo della piramide di Cheope eseguito secondo il canone della sezione aurea. II rapporto AB:AH, che è uguale al rapporto AH:HB, è un numero irrazionale a cui viene attribuito il valore approssimativo 1,618... Numericamente questo rapporto è espresso da:

Il numero Aureo.

Si tratta anche di un numero che deriva dai rapporti fra due termini successivi della serie di Fibonacci al loro limite.

Proporzioni nella
"Gioconda"
o Monalisa. Clicca
sull'immagine
per ingrandirla.
Le proporzioni auree
nel Partenone di Atene.
 Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Studi geometrici sulla forma
del Partenone di Atene. Clicca
sull'immagine per ingrandirla.





Geometria sacra scoperta da Leonardo da Vinci
nell'"Uomo Vitruviano".  Clicca sull'immagine
 per ingrandirla.
Sovrapposizione di "La Gioconda"
 e "l'uomo Vitruviano".  Clicca
sull'immagine  per ingrandirla.















"Flagellazione" - Piero della Francesca.
Si noti che  il quadrato della costruzione in cui avviene
la flagellazione è in  rapporto aureo con il rettangolo
dell'opera intera. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

"Sposalizio della Vergine"
di Raffaello Sanzio
Studi geometrici su:
 "Sposalizio della Vergine"
di Raffaello Sanzio. Clicca
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Nel 1.517 - Martin Lutero pubblica le "Tesi di Wittenberg". Inizia così la Riforma, la chiesa cattolica romana subisce una scissione che definirà "protestantesimo". La conseguenza politico-economica più visibile nell'adesione alla cristianità riformata da parte di un Principe, era la secolarizzazione dei beni della chiesa cattolica di Roma nei suoi domini. Così ad esempio, l'ordine dei Cavalieri Teutonici venne sciolto, il suo gran maestro divenne principe dei territori dell'ex-ordine, che presero prima il nome di Bradenburgo, poi Prussia.

Cartina dell'Europa nel XV - XVI secolo, con le aree delle religioni:
cattolica, luterana, calvinista, anglicana, ortodossa, musulmana.
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Nel 1.518 - Dalla Cina viene introdotta in Europa la porcellana. 

Nel 1.519 - Inizia il regno di Carlo VDa questi anni in poi, l'Europa non è più solo un piccolo continente, ma un sistema di Stati interdipendenti.

Nel 1.526 - Con la vittoria di Mohacs i Turchi si impadroniscono dell'Ungheria.

Nel 1.529 - I Turchi assediano Vienna. 

Nel 1.530 - Francesco I fonda il College de France.

Nel 1.533 - Nasce Elisabetta I d’Inghilterra 
Elisabetta I
Elisabetta fu l'unica figlia sopravvissuta di Enrico VIII e della sua seconda moglie, Anna Bolena, fatta decapitare dal sovrano, che egli aveva segretamente sposato tra la fine del 1.532 e l'inizio del 1.533. Nacque nel palazzo di Placentia a Greenwich, il 7 settembre 1.533 e venne battezzata tre giorni dopo con il nome delle nonne Elisabetta di York ed Elisabetta Howard. Enrico avrebbe desiderato un maschio per assicurare la successione, ma dato che Maria, l'unica figlia superstite di Caterina d'Aragona, era stata dichiarata illegittima con l'annullamento del matrimonio dei genitori, Elisabetta era, all'epoca, l'erede presunta. Nel gennaio 1.536 Anna Bolena partorì un figlio che morì nel travaglio; il re, per potersi risposare, la accusò di tradimento con il fratello, e di stregoneria: il 2 maggio venne rinchiusa nella torre di Londra ed il 19 maggio fu decapitata; il giorno successivo Enrico si fidanzò con Jane Seymour.Elisabetta, che allora aveva tre anni, fu dichiarata illegittima, perse il titolo di principessa e fu cresciuta in esilio nel palazzo di Hatfield con la sorellastra, Maria, fino a che Jane Seymour non diede alla luce un figlio maschio, Edoardo. Elisabetta e Maria non erano comunque viste di buon occhio perché illegittime. In seguito, la sesta moglie di Enrico, Caterina Parr, riconciliò il re con la figlia che, assieme alla sorellastra Maria, fu reinserita nella linea di successione dopo il principe Edoardo, con l'Atto di Successione del 1.544. Grazie a Caterina Parr, Elisabetta riceve un'educazione in un ambiente rigidamente protestante, sotto la guida dell'insigne umanista Roger Ascham, studiando latino, greco, francese, italiano (di fatto, uno dei primi documenti autografi di Elisabetta, una lettera, è scritta in italiano) e spagnolo. Enrico VIII morì nel 1.547 e gli successe Edoardo VI. Caterina Parr sposò Thomas Seymour, zio di Edoardo, e tenne Elisabetta con sé. Finché Edoardo VI visse, la situazione di Elisabetta rimase sicura. Nel 1.553 Edoardo, quindicenne, morì, lasciando un testamento che annullava le volontà del genitore e dichiarava sua erede Lady Jane Grey. Lady Jane ascese al trono, ma fu deposta meno di due settimane dopo. Resa forte dal sostegno popolare, Maria entrò trionfalmente in Londra con la sorellastra al fianco. Quando Maria I sposò Filippo di Spagna, un matrimonio molto sgradito ai suoi sudditi protestanti, temendo di poter essere deposta e sostituita dalla sorella, a seguito della fallita ribellione di Wyatt, fece imprigionare Elisabetta nella Torre di Londra. Gli spagnoli chiesero l'esecuzione di Elisabetta, ma pochi inglesi desideravano mettere a morte un membro della popolare dinastia Tudor ed anche i tentativi di rimuoverla dalla successione fallirono a causa dell'opposizione del Parlamento. Inoltre Maria I non firmò mai il documento dell'esecuzione. Dopo due mesi nella Torre, ad Elisabetta furono concessi gli arresti domiciliari al castello di Woodstock (il Blenheim Palace, a Woodstock nello Oxfordshire), sotto la custodia di Sir Henry Bedingfield; alla fine dell'anno, quando si diffuse la falsa voce, che Maria era in attesa di un figlio, Elisabetta poté tornare a corte con l'assenso di Filippo, che, preoccupato che la moglie potesse morire di parto, preferiva che la corona inglese passasse a lei piuttosto che a Maria Stuart, regina di Scozia. Tale preferenza, da parte del cattolicissimo Filippo, nasceva da motivi strettamente politici: sebbene cattolica, la giovane Stuart era stata cresciuta alla corte francese, era promessa al delfino, il futuro Francesco II ed una sua ascesa al trono d'Inghilterra avrebbe portato le isole britanniche interamente nella sfera di influenza della Francia, con la quale la Spagna era in guerra dall'inizio del secolo (la pace di Cateau-Cambrésis sarebbe stata firmata solo nel 1.559). Per tutta la durata del suo regno Maria continuò a perseguitare i protestanti, guadagnandosi il soprannome di "Maria la Sanguinaria", e tentò di convertire Elisabetta, che si finse cattolica, ma mantenne il suo credo protestante.La regina trovò una pericolosa rivale nella cugina, la cattolica Maria Stuart, regina di Scozia e moglie del re di Francia Francesco II, la quale aveva un carattere impulsivo in antitesi con la prudenza tipica della cugina Elisabetta. Nel 1.559 Maria si era proclamata regina d'Inghilterra avvalendosi della controversa legittimità di Elisabetta (che era illegittima per le norme cattoliche, in quanto il matrimonio di Enrico VIII con Caterina d'Aragona non aveva mai ottenuto l'annullamento papale, ma non lo era per le leggi della Chiesa d'Inghilterra, che invece lo aveva annullato), con il supporto dei francesi, previsto dagli accordi nuziali tra Maria e Francesco II.
Maria Stuart.
 In Scozia la madre di Maria, Maria di Guisa, che aveva governato la Scozia come reggente, tentò di aumentare l'influenza francese in Gran Bretagna concedendo all'esercito francese fortificazioni in Scozia. Un gruppo di lord scozzesi (protestanti) alleati di Elisabetta deposero Maria di Guisa e, posti sotto pressione dagli Inglesi, i rappresentanti di Maria firmarono il Trattato di Edimburgo, in base a cui le truppe francesi dovevano essere ritirate dalla Scozia. Sebbene Maria rifiutasse di ratificare il trattato, esso ottenne l'effetto desiderato e la minaccia francese fu allontanata dall'Inghilterra. Dopo la morte del marito Francesco II, Maria Stuart ritornò in Scozia, mentre per la Francia iniziava il periodo delle Guerre di Religione: temendo ulteriori possibili minacce da parte francese, Elisabetta diede segretamente aiuto agli Ugonotti. Fece pace con la Francia nel 1.564, rinunciando all'ultimo possedimento inglese in territorio francese, Calais, ma non abbandonò la rivendicazione formale al trono di Francia che i monarchi inglesi mantenevano dal regno di Edoardo III, durante la Guerra dei Cent'Anni, e che fu abbandonata solo da Giorgio III, nel XVIII secolo. Nel suo testamento Maria lasciò in eredità a Filippo la sua rivendicazione del trono inglese e Filippo iniziò a progettare un'invasione. Nell'aprile 1.587 Francis Drake bruciò la flotta spagnola alla fonda nel porto di Cadice, ritardando i piani del re, ma nel 1.588 l'Invincibile Armata, una grande flotta di 130 navi e 30.000 uomini salpò nella speranza di aiutare l'esercito spagnolo, allora in Olanda sotto il comando di Alessandro Farnese, ad attraversare la Manica ed invadere l'Inghilterra. Elisabetta, nel grande pericolo del momento, tenne un famoso discorso alle truppe inglesi radunate a Tilbury, noto come Il discorso alle truppe a Tilbury. La flotta spagnola fu sconfitta da quella inglese, comandata da Charles Howard, I conte di Nottingham e da Francis Drake, aiutati dal maltempo. L'Armada fu costretta a ritornare in Spagna e la vittoria aumentò molto la popolarità di Elisabetta. La battaglia non fu però decisiva e la guerra con la Spagna continuò. La guerra continuava anche in Olanda, che combatteva per l'indipendenza, ed in Francia, dove un protestante Enrico di Borbone, aveva rivendicato il trono. Elisabetta appoggiò con 20.000 uomini e 300.000 sterline Enrico, e con 8.000 uomini e aiuti per oltre un milione di sterline gli olandesi. I corsari inglesi continuarono ad attaccare la flotta spagnola che ritornava carica d'argento dalle Americhe, con alterni esiti (nel 1.595 morì Francis Drake); nel 1.595 si verificò anche una modesta incursione della flotta spagnola in Cornovaglia. Nel 1.596, l'Inghilterra si ritirò dalla Francia lasciando Enrico IV saldamente al potere e la Lega Cattolica, sua nemica, distrutta; altre battaglie seguirono fino al 1.598, quando Francia e Spagna fecero pace. La morte di Filippo II l'anno successivo portò il conflitto tra Spagna ed Inghilterra ad un punto di stallo, che avrebbe trovato soluzione con il trattato di pace negoziato sotto Giacomo I, noto come Trattato di Londra (1.604). Elisabetta amava le imprudenze e soprattutto fare ciò che i medici le vietavano. Ma nel 1.603 fu colpita da una brutta depressione. Non sopportava più i discorsi di governo, sentiva la morte vicina e si lasciava andare. Morì il 24 marzo nel Palazzo di Richmond pronunciando la famosa frase "Chiamatemi un prete: ho intenzione di morire". All'età di settanta anni, era la più anziana sovrana sino ad allora vissuta e non fu superata fino a che Giorgio II morì a settantasette anni nel 1.760. Elisabetta fu seppellita nell'abbazia di Westminster, di fianco alla sorella Maria I. L'iscrizione sulla loro tomba recita: "Compagne nel trono e nella tomba, qui noi due sorelle, Elisabetta e Maria, riposiamo, nella speranza di un'unica resurrezione". Il testamento di Enrico VIII dichiarava che ad Elisabetta dovevano succedere i discendenti della sua sorella minore, Maria Tudor, piuttosto che i discendenti scozzesi di Margherita Tudor, e all'epoca della morte della regina c'erano alcuni possibili pretendenti in vita, oltre a Giacomo Stuart. Alcune opere storiche riferiscono che Elisabetta dichiarò Giacomo suo erede nel suo letto di morte, altre invece sostengono che essa mantenne fino alla fine il silenzio su questo argomento. In ogni caso nessun pretendente era abbastanza forte da poter seriamente contrastare la rivendicazione al trono di Giacomo Stuart, che poco dopo la sua morte fu proclamato re Giacomo I d'Inghilterra. Tale proclamazione ruppe la consuetudine perché non fu fatta dal nuovo sovrano stesso, ma dal Consiglio di Accessione, come sarebbe poi divenuto consuetudine nella pratica moderna.

Nel 1.534 - Rottura fra il re Enrico VIII d'In­ghilterra e il papato.
- Rabelais pubblica "Gargantua e Pantagruel".

Dal 1.535 - Ugonòtto è il termine, dal francese huguenot, che deriva dal tedesco Eidgenosse (nome di un partito di Ginevra nel 16° sec.), che significa confederato, incrociato con il nome del capo del partito antisavoiardo Hugues Besançon, e si riferisce al movimento religioso, civile e politico-militare dei protestanti calvinisti che, dal 1.535 al 1.628 (e in particolare dal 1.560 al 1.598), si batté in Francia, in lunghe guerre, per la restaurazione delle libertà feudali contro l’assolutismo regio.

Cartina del mondo con esplorazioni e colonie degli europei nei sec. XV-XVI:
 in rosso esplorazioni (di Colombo e Magellano) e colonie spagnole, in
verde esplorazioni (di Diaz, De Gama e Vespucci) e colonie portoghesi,
in blu esplorazioni (di Cartier) e colonie francesi, in fucsia esplorazioni
 (dei Caboto) e colonie inglesi, in giallo esplorazioni (di Barents)
e colonie olandesi. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 1.539 - Mercatore pubblica il suo atlante cartografico del mondo.
- Fondazione della Compagnia di Gesù da parte di Ignazio di Loyola.
- Il re di Francia Francesco I bandisce la lingua occitana dagli atti amministrativi; ciò nonostante la lingua d'oc conserva fino al XVII secolo uno status ufficiale nel Regno di Navarra. 

Nel 1.541 - Calvino fonda a Ginevra la sua chiesa riformata.
Gli scismi nella cristianità dai concili di Efeso
e Calcedonia alla Riforma protestante. 
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- Ugonòtto è il termine, dal francese huguenot, che deriva dal tedesco Eidgenosse «confederato» (nome di un partito di Ginevra nel 16° sec.), incrociato con il nome del capo del partito antisavoiardo Hugues Besançon, e si riferisce al movimento religioso, civile e politico-militare dei protestanti calvinisti che, dal 1.535 al 1.628 (e in particolare dal 1.560 al 1.598), si batté in Francia, in lunghe guerre, per la restaurazione delle libertà feudali contro l’assolutismo regio. Quello che oggi è indicato sotto il nome di calvinismo è una dottrina cristiana sorta nel XVI secolo nell'ambito della Riforma protestante a seguito dell'opera e della predicazione di Giovanni Calvino. Le chiese che seguono la dottrina calvinista sono spesso chiamate Chiese riformate, sebbene il termine sia talvolta utilizzato per indicare l'insieme più vasto delle chiese protestanti. Le chiese calviniste condividono le principali dottrine del cristianesimo e delle altre chiese, in particolare per quanto riguarda l'unità e trinità di Dio e la natura divina di Gesù Cristo, così come formulate nei primi concili ecumenici e fissate nel credo niceno-costantinopolitano. Il calvinismo si differenzia dalla Chiesa cattolica ma anche dal luteranesimo per le sue particolari visioni dottrinali, come ad esempio la presenza reale ma solo spirituale di Cristo nell'Eucaristia, il principio regolatore del culto e la proibizione di adorare immagini religiose.
Croce ugonotta, uno
dei simboli valdesi.
I valdesi furono duramente perseguitati nei secoli precedenti e, a differenza dei catari, l'Inquisizione non riuscirà mai a spegnere il focolaio valdese, nonostante la durissima repressione. Vivendo nella clandestinità, e spesso riuscendo a nascondersi in zone eccentriche, il movimento valdese riuscirà ad arrivare al XVI secolo e ad aderire alla Riforma protestante calvinista nel 1.532 col sinodo di Chanforan, segnando una svolta decisiva per il futuro della comunità. Il termine "calvinismo" venne coniato ed utilizzato dai luterani per indicare quelli che seguono la dottrina di Calvino; molte denominazioni all'interno della Riforma preferiscono comunque utilizzare il termine "riformate" per differenziarsi dai calvinisti veri e propri. A partire dalla controversia arminiana, i riformati (cioè i cristiani protestanti che si distinguono dai luterani) si sono divisi in calvinisti e arminiani; ad ogni modo, dal momento che gli arminiani e i calvinisti rappresentano due scuole di pensiero diverse, oggi il termine "riformato" (con il quale gli arminiani non si sono mai identificati) è diventato sinonimo di "calvinista". Le aree europee dove il calvinismo ha avuto la maggiore diffusione sono la Svizzera (con Ginevra e Zurigo come centri più importanti), la Francia (dove però non riuscì a prevalere), l'Olanda, la Scozia, l'Ungheria e alcuni principati della Germania, sebbene nei territori dell'Impero sia diventata religione ammessa, al pari del luteranesimo, solo dopo la guerra dei trent'anni. In Italia ha aderito al protestantesimo riformato la Chiesa Valdese.
Giovanni Calvino
1509-1564
Il fine ultimo o principio ultimo del calvinismo è la gloria di Dio. Creazione e redenzione non hanno per fine ultimo nostra soddisfazione e piacere. L'evangelizzazione, il servizio sociale e altre attività simili non dovrebbero essere intese per il beneficio ultimo della creatura umana, ma per dare gloria al Dio trino. A servizio di Dio su questa terra, il cristiano si prefigge di manifestare la maestà, la potenza e la grazia di Dio, glorificare Dio in ogni cosa. Il cristiano non guarda alle cose che fa semplicemente come qualcosa che gli sia richiesto, come semplici attività terrene, ma come qualcosa che deve tornare a credito della lode di Dio per tutta l'eternità. Sebbene questo sistema di pensiero sia stato reso esplicito da Calvino nei suoi scritti, esso è stato ulteriormente elaborato (spesso nel contesto di controversie) nell'ultima parte del XVI secolo e in parte riassunto nei Canoni del Concilio di Dordrecht (1.618) in ciò che comunemente sono stati chiamati i "cinque punti del calvinismo":
- Depravazione totale della creatura umana (la creatura umana è totalmente contaminata dal peccato tanto che tutto ciò che fa ne è inficiato e condizionato).
- Elezione incondizionata (Dio ha predestinato dall'eternità chi sarebbe stato oggetto della grazia salvifica indipendentemente da qualsiasi loro merito, per solo Suo insindacabile e giusto beneplacito).
- Redenzione limitata o particolare (Cristo è morto ed ha guadagnato la salvezza soltanto per coloro che Dio ad essa ha designato);
- Grazia irresistibile (gli eletti sono attirati a Cristo e Lo abbracciano con fede in modo irresistibile);
Perseveranza dei santi (gli eletti giungeranno alla salvezza in modo certo e non possono scadere dalla grazia).
- La principale distinzione tra Calvinismo e Luteranesimo sussiste in materia di dottrina della Santa Cena. Se, infatti, per Lutero e i suoi seguaci l'ascolto della Parola e la Santa Cena avrebbero eguale importanza nella vita del cristiano e della comunità, nell'interpretazione calvinista la Parola assume maggior rilievo della Santa Cena, la cui rilevanza non è, tuttavia, disconosciuta.
Le confessioni di fede riformate pubblicate dopo il 1.618 pure esprimono queste dottrine, sebbene le pongano nel contesto più ampio dell'universale sovranità di Dio. Ciononostante, molti noti teologi come James Ussher (1.581-1.656), John Davenant (1.576-1.641), John Cameron (1.579-1.625) ed altri, insegnavano la redenzione generale. Il calvinismo, negli ultimi 400 anni, ha esercitato una vasta influenza su ogni aspetto della vita del mondo occidentale, anche se spesso il suo reale impatto è stato misconosciuto.
Teologia - Il contributo del calvinismo è stato più ovvio nel campo della teologia e della vita ed azione cristiana. Si potrebbe stilare una lunga lista di teologi, predicatori e riformatori dei passati 400 anni. Ricordiamo, per esempio, John Owen, Thomas Boston, George Whitefield, William Wilbeforce, Anthony Ashley-Cooper (settimo conte di Shaftesbury), Abraham Kuyper, Charles Hodge, Benjamin B. Warfield, John Gresham Machen, Karl Barth e molti altri dalla forte posizione calvinista. Nessuno di loro mai ha sostenuto l'idea che la religione fosse qualcosa da tenersi separata dalla loro vita nel mondo. Essi vedevano il Calvinismo come qualcosa che abbraccia il tutto della vita, che influenza ogni sfera del pensiero e dell'azione.
Scienze naturali - Il calvinismo, sin dall'inizio, pure ha avuto un'influenza considerevole sullo sviluppo delle scienze naturali. Pierre de la Ramée, Ambroise Paré (Pareto), Bernard Pallissy, Francis Bacon (Bacone), John Napier di Merchistoun, ed altri nei primi giorni della rivoluzione scientifica, pure erano calvinisti, e molti scienziati dal XVII secolo hanno sostenuto questa posizione teologica, credendo che Dio, con la Sua provvidenza sostiene tutta la natura secondo le Sue leggi e le Sue strutture. È per questo che l'essere umano può comprenderle ed usarle in questo mondo.
Politica - Dal tempo di John Knox in Scozia e dell'ammiraglio Gaspard de Coligny in Francia, per tutta la rivoluzione puritana in Inghilterra nel XVII secolo, fino ad Abraham Kuyper e Herman Dooyeweerd in Olanda, come pure Émile Doumergue in Francia nel XIX e XX secolo, i calvinisti hanno pure avuto un ruolo importante nel cercare di sviluppare ed applicare una concezione cristiana della politica e dello stato. Credendo che Cristo è "Signore dei signori e Re dei re", hanno cercato di portare sia governanti che governati a riconoscerlo come Colui verso il quale sono responsabili. Al tempo stesso essi hanno insistito, come lo stesso Calvino che il dispotismo o l'oligarchia, a causa della natura peccaminosa dell'essere umano, conduce solo all'oppressione, ma che la democrazia regolata dalle leggi fornisce la sola vera organizzazione politica che può garantire la giustizia e la libertà. Proprio per questo punto di vista, è stato il calvinismo a fornire la base del moderno costituzionalismo.
Arte - Anche nell'Arte il calvinismo ha avuto un considerevole effetto. Non solo Calvino, con l'uso che faceva della lingua francese ha fatto molto per stabilirla su solide fondamenta, ma anche l'uso che ne ha fatto Clement Marot, Beza, ed altri per preparare il Salterio cantato in lingua volgare per il culto, ha stimolato l'interesse del Protestantesimo nella poesia. Sotto la sua influenza sono comparsi Salmi in musica e in metrica in molte lingue, fra cui l'inglese, l'olandese, l'italiano e l'ungherese. Le prime opere di John Milton riflettono questo stimolo, come pure fanno William Cowper, Willem Bilderdijk e molti altri. Nelle arti figurative i cosiddetti "piccoli maestri calvinisti" nell'Olanda del XVII secolo e molti altri che li seguono in Francia, Inghilterra ed America, sono stati influenzati dal punto di vista calvinista. Da un punto di vista certamente più negativo, l'iconoclastia calvinista comportò notevoli perdite in opere d'arte (in particolare statue e vetrate) che furono distrutte tra il 1.520 e il 1.530.
È diventato comune l'associare il calvinismo alla nascita del capitalismo, a causa della sua dottrina sulla vocazione, sulla sua insistenza sulla necessità di lavorare in modo duro e diligente, come pure la moderazione in ogni cosa ed il risparmio. Max Weber, sociologo tedesco, seguito da Richard Henry Tawney, Ernst Troeltsch e molti altri, hanno proposto questa particolare interpretazione. C'è senza dubbio una certa misura di verità in questo (lavorare diligentemente, vivere in modo moderato e risparmiare, il tutto per la gloria di Dio, è indubbiamente una prospettiva biblica sul lavoro). L'insistenza però sul fatto che il calvinismo ponga troppo l'accento sulla proprietà privata, la pratica dell'interesse bancario e l'approccio razionale all'attività economica che conduce allo sfruttamento del lavoratore, mettendo così le basi per un capitalismo senz'anima, manca del tutto di evidenze storiche ed è ancora da comprovare. Alcuni hanno giustamente osservato come, di fatto, sono stati gli avversari del calvinismo a favorire e sviluppare il capitalismo. Negli ultimi 400 anni il calvinismo ha conosciuto un'evoluzione della maggior parte delle chiese riformate storiche, nel pieno spirito dell'idea di riforma, sulla base delle concezioni liberalidemocratiche, di tolleranza e di laicità dello stato, del secolo dei lumi e della Rivoluzione Francese. In questo quadro sono state aperte nuove prospettive dello studio e dell'interpretazione del testo biblico, in senso storico. L'evoluzione in tal senso implica anche un rapporto non conflittuale verso i progressi tecnici e scientifici. L’editto di Nantes elesse l’Occitania a rifugio legale per gli Ugonotti, di fede cristiana "protestante" aderente al calvinismo. L'editto di Nantes fu un decreto emanato dal re Enrico IV il 13 aprile 1.598 che pose termine alla serie di guerre di religione che avevano devastato la Francia dal 1.562 al 1.598, regolando la posizione degli ugonotti (calvinisti). Esso fu revocato nel 1.685 da Luigi XIV (editto di Fontainebleau). L'editto riconosceva la libertà di coscienza, cioè la libertà di avere convinzioni interiori e di comportarsi di conseguenza, in tutto il territorio francese, la libertà di culto nei territori dove i protestanti si erano già installati prima del 1.597, tranne che a Parigi, Rouen, Lione, Digione e Tolosa e l'inverso (cioè il divieto di praticare il culto cattolico) a Saumur, La Rochelle e Montpellier; la possibilità di accedere a cariche pubbliche e scuole; concedeva inoltre ai protestanti un centinaio di piazzeforti. Nelle città di Bordeaux, Grenoble e Castres i protestanti ebbero il diritto di venire giudicati da tribunali costituiti per metà da loro correligionari. Nell'editto tuttavia la parola "tolleranza" non compare mai: in quel tempo infatti essa era associata ad un concetto negativo per entrambe le fedi. Ciascun credente si riteneva il detentore della verità assoluta e colui che praticava un altro credo pregiudicava così la propria vita eterna e quindi era un dovere impedire che l’altropermanesse nell'errore. Ciascuna fede pretendeva pertanto il diritto di salvare, anche con la costrizione fisica, gli appartenenti alla fede avversa. Pertanto i cattolici considerarono l'editto un mezzo per contenere l'espansione protestante, in attesa della futura estinzione del nuovo credo, mentre i protestanti lo considerarono nient'altro che una pausa nell’impegno doveroso di conversione dei cattolici. L'editto pose fine alle cosiddette guerre di religione francesi. Nel "Trattato sulla tolleranza", Voltaire, passato alla storia come pensatore anticristiano per antonomasia, tanto da arrivare a sostenere che «ogni uomo sensato, ogni uomo dabbene, deve avere orrore per la setta cristiana», descrive una persecuzione di cui i valdesi furono vittime nell'aprile del 1.545: « Poco tempo prima della morte di Francesco I alcuni membri del Parlamento di Provenza, sobillati da alcuni ecclesiastici contro gli abitanti di Mérindol e di Cabrières, chiesero al re dei soldati per appoggiare l'esecuzione di diciannove persone di questi paesi, da loro condannate: invece ne fecero sgozzare 6.000, senza risparmiare né donne, né vecchi, né bambini; ridussero in cenere trenta villaggi. Queste popolazioni, fino allora sconosciute, avevano il torto, senza dubbio, di essere valdesi: era questa la loro unica malvagità. Da trecento anni vivevano in deserti e montagne che avevano reso fertili con un lavoro incredibile. La loro vita pastorale e tranquilla ricordava l'innocenza attribuita alle prime età del mondo.
Cartina geografica dell'Europa nel XVI secolo con in giallo i possedimenti
Spagnoli, in fucsia quelli del Sacro Romano Impero, Repubblica di Venezia
in grigio, Regno di Francia in arancio, Regno d'Inghilterra in verde oliva,
 Regno di Danimarca in verde brillante e Svezia in viola.
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Le città vicine non erano conosciute da loro che per i prodotti che vi andavano a vendere; ignoravano i processi e la guerra. Non si difesero: furono sgozzati come degli animali in fuga, che si spingono in un recinto e si uccidono». Nel 1.561 venne firmata la Pace di Cavour, primo esempio di libertà religiosa nell'Europa moderna. In realtà il valdismo poteva essere confessato solo nelle zone di montagna, al di sopra dei 700 m. Persecuzioni vengono scatenate in Puglia e soprattutto in Calabria, dove dalla fine di maggio al giugno 1.561 un migliaio di Valdesi sono massacrati dalle truppe del Regno di Napoli con l'appoggio dell'Inquisizione di Roma. Oltre a una certa immigrazione, si verificò così anche una lunga serie di conversioni alla fede calvinista. Il regno di Navarra assunse addirittura questa fede quale religione di Stato. Vasti territori d’oc divennero protestanti (ugonotti).

Nel 1.543 - Niccolò Copernico pubblica "Delle rivolu­zioni dei corpi celesti", rivoluzionando le teorie astronomiche. Mikołaj Kopernik (in italiano Niccolò Copernico; Toruń, 1.473 - Frombork, 1.543) fu un astronomo, un ecclesiastico, un giurista, un governatore, un astrologo e un medico. Copernico è in genere considerato un polacco discendente da una famiglia di origini tedesche.
Niccolò Copernico.
La sua teoria, che propone il Sole al centro del sistema di orbite dei pianeti componenti il sistema solare, riprende quella greca di Aristarco di Samo dell'eliocentrismo, la teoria opposta al geocentrismo, che voleva invece la Terra al centro del sistema. Quindi non è merito suo l'idea, già espressa dai greci, ma la sua rigorosa dimostrazione tramite procedimenti di carattere matematico. Nel 1.542 Retico aveva pubblicato con il nome di Copernico un trattato di trigonometria (poi incluso nel secondo libro del "De revolutionibus") e di lì a poco Copernico finalmente acconsentì a pubblicare la sua opera sull'eliocentrismo, anche per effetto delle reazioni, talune favorevoli, altre negative, ma in genere tutte di grande interesse verso i suoi studi. Copernico, che era un ecclesiastico, aveva sempre temuto che la chiesa romana lo avrebbe punito per sue eventuali opere, così come successe poi a Galileo. Affidò così in tarda età il testo del "De revolutionibus orbium caelestium" al suo fraterno amico Tiedemann Giese, vescovo di Chelmno, perché lo consegnasse a Retico, che lo avrebbe fatto stampare a Norimberga. Vuole la leggenda che Copernico ne abbia ricevuta la prima copia sul letto di morte e taluno scrisse che, avendogliela alcuni amici messa fra le mani, lui incosciente, si sia risvegliato dal coma, abbia guardato il libro e, sorridendo, si sia spento.

Nel 1.545 - Inizia il concilio di Trento; durerà fino al 1.563 senza riuscire a ricomporre l'unità dei cristiani.
- Pubblicazione del "Trattato di Chirurgia" di Ambroise Pare. 
Fissazione di un tasso di interesse legale in Francia.

Nel 1.546 - Fracastoro ipotizza l'esistenza dei microbi.

Nel 1.547 - I lavori della basilica di San Pietro, a Roma passano sotto la direzione di Michelangelo.

Dal 1.555 - Nelle edizioni veneziane, stampate a cura di Ludovico Dolce, la "Commedia" di Dante assume l'aggettivo "Divina", attribuitogli precedentemente dal Boccaccio.

Nel 1.556 - Si conclude il regno di Carlo Vi domini degli Absburgo (o Asburgo) sono divisi tra la corona di Spagna e quella Austriaca. Il grande rammarico di Carlo V fu di non essere riuscito a restituire al cattolicesimo il dominio della cristianità. 
- Pubblicazione a Basilea del testo di Georg Bauer "De Re metallica" con fondamentali nozioni di chimica e metallurgia.

Cartina geografica dell'Europa nel 1.559 con in verde i possedimenti
  che aveva Carlo V in Europa, in verde chiaro quelli ereditati da
Filippo II, più scuri quelli ereditati da Ferdinando I.
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Nel 1.559 - Stipula del trattato di Cateau-Cambresis con cui ini­zia la dominazione spagnola in Italia.

Nel 1.561 - Nasce Bacone. Sir Francis Bacon, dapprima latinizzato in Franciscus Baco(nus) e poi italianizzato in Francesco Bacone (Londra, 1.561 - Londra, 1.626), è stato un filosofo, politico, giurista e saggista inglese vissuto alla corte inglese, sotto il regno di Elisabetta I Tudor e di Giacomo I Stuart. Formatosi con studi in legge e giurisprudenza, divenne un sostenitore e strenuo difensore della rivoluzione scientifica sostenendo il metodo induttivo fondato sull'esperienza. Nei suoi scritti filosofici si dipana una complessa metodologia scientifica, spesso indicata con il suo nome (metodo baconiano). Sir Francis Bacon è il filosofo empirista della rivoluzione scientifica che ha incentrato la sua ricerca su un metodo di conoscenza della natura, che possiamo definire scientifico, nel senso che deve essere ripetibile, e quindi esatto.
Bacone
Per Bacone si parte dall'osservazione della natura per scoprirne le leggi (le scienze) e quindi dominarla, così come l'assimilazione della scienza può far produrre applicazioni utili per il genere umano, come sarà infatti nell'età industriale, riprendendo le idee dei pensatori del '400 italiani (fra i quali Leonardo da Vinci). Secondo Bacone, quando vogliamo studiare la natura di un certo fenomeno fisico dobbiamo far uso di tre tavole: la tavola della presenza (tabula praesentiae), la tavola dell'assenza (tabula absentiae in proximitate) e la tavola dei gradi (tabula graduum).
- Nella tavola della presenza sono raccolti tutti i casi positivi, cioè tutti i casi in cui il fenomeno si verifica (per esempio, tutti i casi in cui appare il calore, comunque prodotto, dal sole, dal fuoco, dai fulmini, per strofinamento, ecc.).
- Nella tavola dell'assenza sono raccolti tutti i casi in cui il fenomeno non ha luogo, mentre si sarebbe creduto di trovarlo (per esempio, nel caso dei raggi della luna, della luce delle stelle, dei fuochi fatui, dei fuochi di Sant’Elmo, ecc.).
- Nella tavola dei gradi, infine, sono presenti i gradi in cui il fenomeno aumenta e diminuisce (ad esempio, si dovrà porre attenzione al variare del calore nello stesso corpo in ambienti diversi o in particolari condizioni).

Nel 1.564 - Nascono William Shakespeare e Galileo Galilei. 

Nel 1.571 - A Lepanto la flotta cristiana scon­figge quella turca.

Nel 1.576 - Dai Doria, Oneglia fu ceduta nel 1.576 ad Emanuele Filiberto di Savoia e divenne "Civitas Fidelissima" della casata piemontese. Con Nizza fu per alcuni secoli il principale sbocco sul mare del Piemonte, pur circondata dalla Repubblica di Genova, anche se, per lavori continuamente rinviati, non riuscì a diventare il più importante porto del Regno. Oneglia, insieme a Porto Maurizio, è uno dei due abitati principali della città di Imperia. Sino al 1.923 è stata un comune autonomo. Al termine della Guerra di successione spagnola, grazie al Trattato di Utrecht ed essendo tra i vincitori, i Savoia ottennero la corona del Regno di Sicilia e il conseguente titolo regio nel 1.713. I Savoia mantennero la sovranità sulla Sicilia fino al 1.720 quando, a causa delle pressioni internazionali, dovettero accettare lo scambio col Regno di Sardegna (che, nel 1.861, sarebbe  diventato il Regno d'Italia).

Nel 1.581 - Le Province Unite (Olanda) si pro­clamano indipendenti dal dominio spa­gnolo.

Nel 1.582 - Riforma del calendario grego­riano.

Nel 1.588 - L'Invincibile Armada di Filippo II di Spagna sconfitta al largo della costa inglese dalle navi di Elisabetta I.

Cartina del mondo nel XVI secolo con i conflitti marittimi dei Corsari ai danni
delle navi Spagnole per il controllo marittimo e commerciale delle Compagnie
Inglesi e Olandesi. In verde le vie commerciali marittime percorse dagli
Spagnoli, in rosso gli attacchi Inglesi e Olandesi, in giallo le direttrici delle
 compagnie commerciali Inglesi.  Sono indicate le aree più calde dei conflitti.
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Dal 1.594 - Rivolta dei Cròcants. Un elemento di opposizione costante alla politica francese, rappresentata dai governatori, è costituito dal popolo occitano, il quale scatena tutta una serie di rivolte contro il malgoverno e la miseria, la più importante delle quali è quella dei “cròcants” (da “cròc”, uncino, la loro arma preferita) del 1.594-95, diffusa in tutta l’Occitania nord-occidentale e non priva di una vena ideologica ugonotta. Ugonòtto è il termine, dal francese huguenot, che deriva dal tedesco Eidgenosse «confederato» (nome di un partito di Ginevra nel 16° sec.), incrociato con il nome del capo del partito antisavoiardo Hugues Besançon, e si riferisce al movimento religioso, civile e politico-militare dei protestanti calvinisti che, dal 1.535 al 1.628 (e in particolare dal 1.560 al 1.598), si batté in Francia, in lunghe guerre, per la restaurazione delle libertà feudali contro l’assolutismo regio.

Nel 1.598 - L'editto di Nantes pone fine alle guerre di religione in Francia. 

Nel 1.600 - Giordano Bruno è arso sul rogo, a Roma, dall'inquisizione della chiesa cattolica.
Giordano Bruno - Roma,
piazza di Campo de' Fiori.
Giordano Bruno fu probabilmente torturato alla fine di marzo 1.597, secondo la decisione della Congregazione presa il 24 marzo, ma non rinnegò i fondamenti della sua filosofia: ribadì l'infinità dell'universo, la molteplicità dei mondi, la non generazione delle sostanze - «queste non possono essere altro che quel che sono state, né saranno altro che quel che sono, né alla loro grandezza o sostanza s'aggionge mai, o mancarà ponto alcuno, e solamente accade separatione, e congiuntione, o compositione, o divisione, o translatione da questo luogo a quell'altro» - e il moto della Terra. A questo proposito spiega che «il modo e la causa del moto della terra e della immobilità del firmamento sono da me prodotte con le sue raggioni et autorità e non pregiudicano all'autorità della divina scrittura». All'obiezione dell'inquisitore, che gli contesta che nella Bibbia è scritto che la «Terra stat in aeternum» e il sole nasce e tramonta, risponde che vediamo il sole «nascere e tramontare perché la terra se gira circa il proprio centro»; alla contestazione che la sua posizione contrasta con «l'autorità dei Santi Padri», risponde che quelli «sono meno de' filosofi prattichi e meno attenti alle cose della natura». Sostiene che la terra è dotata di un'anima, che le stelle hanno natura angelica, che l'anima non è forma del corpo; come unica concessione, è disposto ad ammettere l'immortalità dell'anima umana. Il 12 gennaio 1.599 è invitato ad abiurare otto proposizioni eretiche, nelle quali si comprendevano la sua negazione della creazione divina, dell'immortalità dell'anima, la sua concezione dell'infinità dell'universo e del movimento della Terra, dotata anche di anima, e di concepire gli astri come angeli. La sua disponibilità ad abiurare, a condizione che le proposizioni siano riconosciute eretiche non da sempre, ma solo ex nunc, è respinta dalla Congregazione dei cardinali inquisitori, tra i quali il Bellarmino. Una successiva applicazione della tortura, proposta dai consultori della Congregazione il 9 settembre 1.599, fu invece respinta da papa Clemente VIII. Nell'interrogatorio del 10 settembre Bruno si dice ancora pronto all'abiura, ma il 16 cambia idea e infine, dopo che il Tribunale ha ricevuto una denuncia anonima che accusa Bruno di aver avuto fama di ateo in Inghilterra e di aver scritto il suo Spaccio della bestia trionfante direttamente contro il papa, il 21 dicembre rifiuta recisamente ogni abiura, non avendo, dichiara, nulla di cui doversi pentire. L'8 febbraio 1.600 è costretto ad ascoltare inginocchiato la sentenza di condanna a morte per rogo; si alza e ai giudici indirizza la storica frase: «Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam» («Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla»). Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, il 17 febbraio, con la lingua in giova - serrata da una morsa perché non possa parlare - viene condotto in piazza Campo de' Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Le sue ceneri saranno gettate nel Tevere. 

- Fino all'avvento del cristianesimo, la mentalità dei Romani antichi era piuttosto pragmatica e libera da eventuali condizionamenti filosofico-religiosi. La locuzione latina Faber est suae quisque fortunae, tradotta letteralmente, significa "Ciascuno è artefice della propria sorte". L'espressione è caratteristica della teoria dell'homo faber, secondo cui l'unico artefice del proprio destino è l'uomo stesso; viene talvolta vista come un iniziale contrapporsi dell'uomo romano all'idea del fato (dominante nel mondo classico), per essere responsabile protagonista delle sue azioni o nella lotta contro il bisogno e la miseria.
Questa teoria verrà in seguito sviluppata soprattutto durante l'Umanesimo e il Rinascimento, specialmente alla luce della riconsiderazione del rapporto tra virtù e fortuna intesa come destino dell'uomo in genere. Se, infatti, nel Medioevo l'uomo è considerato succube del destino, nell'Umanesimo e nel Rinascimento esso è visto come intelligente, astuto ed energico, e perciò capace di utilizzare al meglio ciò che la natura gli offre ed essere dunque artefice del proprio destino. Forte sostenitore di questa visione dell'uomo è stato il filosofo Giordano Bruno.

Nel 1.605 - Cervantes inizia la stesura del "Don Chisciotte della Mancia".

Nel 1.607 - Monteverdi compone "La Favola d'Orfeo", il primo esempio di opera lirica.

Nel 1.608 - Nell'autunno del 1608, come certificato da documenti, in Olanda viene costruito il primo cannocchiale.
L'obiettivo del cannocchiale di
Galileo Galilei.
L’esatta paternità del cannocchiale risulta ancora incerta e abbondano le ipotesi sul suo inventore. Il luterano Simon Mayr (Marius) nel suo "Mundus Jovialis", scritto nel ., scrive che un certo olandese (quidam belga) era presente alla Fiera di Francoforte tenutasi nel settembre del 1.608, offrendo a caro prezzo (300 fiorini) un esemplare di cannocchiale che aveva però una lente rotta. Nel 1.618, Girolamo Sirtori pubblica a Francoforte il "Telescopium sive ars perficiendi", in cui, oltre a descrivere la tecnica di costruzione.dello strumento, dà anche notizie sulla sua prima diffusione . Il Sirtori indica Johannes Lippershey quale primo costruttore noto del cannocchiale ma aggiunge che questo occhialaio aveva appreso i segreti dello strumento da un viaggiatore che era arrivato al suo negozio. Hans Lippershey era nato a Wesel in Westfalia e faceva l’occhialaio nella città di Middelburg, nell’isola di Walcheren (Zeeland). Un documento del 2 ottobre 1.608 cita la sua richiesta di brevetto in cambio del mantenimento del segreto dell’invenzione. Esiste anche una lettera del 25 settembre 1.608 inviata al principe Maurizio di Nassau da parte del Consiglio Municipale di Middelburg, nella quale il Lippershey afferma di essere in possesso di uno strumento che permette di vedere cose lontane come se fossero vicine. Il principe Maurizio di Nassau (figlio di Guglielmo di Orange) era lo Stadhouder (ossia luogo tenente governatore) della Repubblica delle Sette Province Unite protestanti (all’incirca l’attuale Olanda) in ribellione contro i cattolici degli Asburgo di Spagna delle Fiandre spagnole (all’incirca l’attuale Belgio). Jacob Adriaenszoon, chiamato anche Metius, nativo di Alkmaar (cittadina a nord di Amsterdam), in una lettera inviata verso la metà di ottobre del 1.608 alle maestranze delle Province Unite, diceva di poter fornire un telescopio di qualità superiore a quello di Lippershey. Il fratello di Jacob era Adriaen Adriaenszoon, uno degli allievi di Tycho Brahe e successivamente professore di Astronomia e Matematica a Franeker, nella Frisia. (Brahe offrìrà in seguito un posto come suo assistente a Keplero, che diverrà così matematico e astronomo imperiale a Praga). Il padre di Jacob e Adriaen Adriaenszoon era Adriaen Anthonisz, ingegnere militare e matematico di cui è nota una approssimazione per pi-greco (il rapporto 355/113) nota come “proporzione di Metius”. Cartesio, nella sua "Dioptrique" del 1637, considera il Metius (Jacob Adriaenszoon) quale il vero inventore del cannocchiale, ma forse è influenzato dalla sua amicizia con il fratello Adriaen. Sacharias Jansen, (1.588-1.632) anche lui di Middelburg e vicino di casa di Lippershey; secondo la testimonianza del figlio Johannes Sachariassen, nato nel 1.611, citata da Borel nel suo "De vero telescopii inventore", avrebbe costruito un telescopio già nel 1.590.

Nel 1.609 - Keplero pubblica il suo capolavoro, “Astronomia nova”, in cui formula le sue due prime leggi.
Keplero nel 1.610, di anonimo,
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Giovanni Keplero (in originale Johannes von Kepler; Weil der Stadt, 27 dicembre 1.571 - Ratisbona (Regensburg), 15 novembre 1.630) fu un astronomo, astrologo, matematico, musicista e un teologo evangelico tedesco. Scoprì empiricamente le leggi che regolano il movimento dei pianeti e che sono chiamate, appunto, leggi di Keplero. I genitori di Keplero decisero che egli sarebbe diventato un ecclesiastico e infatti nel 1.584 entrò nel seminario di Adelberg, trasferendosi poi nel seminario superiore a Maulbronn. Nel 1.588 cominciò i suoi studi presso l'Università di Tubinga, seguendo due anni di istruzione generale, con lezioni di etica, dialettica, retorica, greco, ebraico, astronomia e fisica. Nel 1.592 intraprese lo studio della teologia a Tubinga, università protestante, dove insegnavano alcuni seguaci del copernicanesimo; tra questi vi era Michael Maestlin, che convinse Keplero della validità delle teorie di Niccolò Copernico. Nel 1.594 Keplero dovette interrompere gli studi teologici, perché gli venne affidato l'insegnamento di matematica presso la Scuola Evangelica di Graz (in Austria) e successivamente divenne matematico territoriale degli Stati di Stiria, in Austria. Tra i suoi compiti, oltre all'obbligo di insegnare matematica presso l'Università di Graz, vi era quello di redigere carte astrali e fare previsioni astrologiche; gli capitò così di prevedere un inverno molto rigido, le rivolte contadine e la guerra con i Turchi. Anche negli anni a seguire non si sottrasse alla stesura di oroscopi, che si configurano come ritratti dal forte tratto psicologico. Nell'aprile 1.597 sposò Barbara Mühleck, che morì prematuramente nel 1.611, ma dopo avergli dato due figli. Sempre nel 1.597 pubblicò l'opera “Mysterium Cosmographicum”, nella quale tentò una prima descrizione dell'ordine dell'Universo. Nel 1.599 Brahe gli offrì un posto come suo assistente, che Keplero accettò l'anno dopo, sfuggendo così anche agli editti contro i luterani che venivano emanati in Austria da ferventi controriformatori quali Ferdinando II d'Austria e Massimiliano III d'Austria. Nel 1.601, dopo la morte di Brahe, ne divenne il successore nell'incarico di matematico e astronomo imperiale a Praga. Nel 1.604 osservò una supernova che ancora oggi è nota col nome di Stella di Keplero. Le basi per le sue scoperte astronomiche furono gettate nel 1.609, quando pubblicò il suo capolavoro “Astronomia nova”, in cui formulò le sue prime due leggi. Alla morte dell'imperatore Rodolfo II (1.612), il nuovo imperatore Mattia (fratello di Rodolfo II) acconsentì a Keplero di ricoprire la carica di "matematico territoriale (Landschaftsmathematiker) a Linz (in Austria), pur mantenendo la nomina di "matematico imperiale" e quindi l'obbligo di portare avanti l'elaborazione delle “Tabulae Rudolphine”. Il 15 maggio 1.618 scoprì la terza legge che prende il suo nome, che rese nota l'anno dopo nell'opera “Harmonices mundi”. Nell'agosto del 1.620, la madre di Keplero venne accusata di stregoneria dalla Chiesa protestante e rilasciata solo nell'ottobre 1.621; il processo durò sei anni e Keplero assunse la sua difesa. Lo scienziato, in disgrazia e in povertà, morì nel 1.630 a 58 anni a Ratisbona e venne qui sepolto presso il Cimitero di San Pietro. La sua tomba si perse nel 1.632 quando le truppe di Gustavo Adolfo (impegnate nell'invasione della Baviera durante la guerra dei trent'anni) distrussero il cimitero; rimane però la lapide dove ancora oggi si può leggere l'epitaffio da lui stesso composto: "Mensus eram coelos, nunc terrae metior umbras. Mens coelestis erat, corporis umbra iacet" (Misuravo i cieli, ora fisso le ombre della terra. La mente era nella volta celeste, ora il corpo giace nell'oscurità). Nel 1.634 uscì postumo il “Somnium” a cura del figlio Ludovico, un racconto fantascientifico scritto in gioventù da Keplero che aveva arricchito di note negli ultimi vent'anni della sua vita.

Nel 1.610 - Servendosi del cannocchiale, Ga­lileo scopre le lune di Giove e le fasi di Venere.

Nel 1.612 - Viene pubblicato "L'arte di fare il vetro" di Antonio Neri.

Nel 1.618 - Inizia la guerra dei Trent'anni. La guerra dei trent'anni fu una serie di conflitti armati che dilaniarono l'Europa dal 1.618 al 1648. I combattimenti si svolsero inizialmente e soprattutto nei territori dell'Europa centrale appartenenti al Sacro Romano Impero Germanico, ma coinvolsero successivamente la maggior parte delle potenze europee, con le eccezioni di Inghilterra e Russia. Nella seconda parte del periodo di guerra, i combattimenti si estesero anche alla Francia, ai Paesi Bassi, all'Italia settentrionale e alla Catalogna. Durante questi trent'anni, la guerra cambiò gradualmente natura e oggetto: iniziata come conflitto religioso fra cattolici e protestanti, si concluse in lotta politica per l'egemonia tra la Francia e gli Asburgo. La guerra, caratterizzata da gravissime e ripetute devastazioni di centri abitati e campagne, da uccisioni in massa, da continue operazioni militari condotte con spietata ferocia da eserciti mercenari che senza controllo saccheggiavano e depredavano, da micidiali epidemie e carestia, fu una catastrofe epocale in particolare per i territori dell'Europa centrale. Secondo l'accademico Nicolao Merker, la guerra dei trent'anni, che avrebbe provocato 12 milioni di morti, fu in assoluto la maggiore catastrofe mai abbattutasi sulla Germania. 

Nel 1.620 - Ad Amsterdam viene stampato il primo giornale a cadenza settimanale. 

Nel 1.628 - Fondamentali scoperte sulla cir­colazione sanguigna di W. Harvey.

Nel 1.630 - Gustavo Adolfo di Svezia inter­viene nella guerra dei Trent'anni.

Nel 1.631 - Rembrandt si trasferisce ad Amsterdam e dipinge i suoi maggiori capolavori.

Galileo Galilei.
Nel 1.632 - Galileo Galilei scrive i "Dialoghi sopra i due massimi sistemi" del mondo, ed è con­dannato dall'Inquisizione. Per una istituzione quale era la Chiesa cattolica del 1600, sarebbe stato molto difficile non condannare Galileo, dal momento che moltissimi scienziati del tempo presero posizione contro di lui e quei pochissimi che avrebbero potuto sostenerlo pubblicamente rimasero silenziosi. Durante la fase del processo nessun membro della comunità scientifica fece sentire la sua voce a favore di Galileo (l'unico che si levò a difenderlo fu un uomo di Chiesa, Tommaso Campanella, che nell'anno del primo processo di Galileo, dalla prigione di Castel dell'Ovo in cui era rinchiuso, gli inviò la famosa "Apologia pro Galileo".
Nei dibattiti sulla validità dell'astrologia può saltar fuori l'argomentazione secondo la quale Keplero, Tycho Brahe, Copernico, Galileo facevano gli oroscopi. Nel caso di Galileo, poi, l'argomentazione sarebbepesante, perché lo scienziato pisano non solo ha dato un nuovo impulso all'astronomia puntando per la prima volta un cannocchiale verso il cielo, ma è anche stato il padre del metodo scientifico-sperimentale che è alla base della scienza moderna. Mentre per Tycho Brahe e Keplero abbiamo testimonianze che ci permettono di ricostruire chiaramente il loro punto di vista sull'astrologia, per quanto riguarda Galileo queste sono relativamente scarse e disperse tra i molti documenti che ci sono pervenuti, fornendo un quadro ambiguo e difficile da interpretare. Andrea Albini, nel suo ricco e documentato saggio “Oroscopi e cannocchiali”, sviscera il rapporto fra Galilei e l'astrologia. Negli anni dell'insegnamento, a Pisa e poi Padova, Galileo ha un rapporto ambivalente con l'astrologia: se, come richiesto all'epoca, insegna ai suoi studenti i rudimenti dell'astrologia medica e fa qualche oroscopo per i suoi amici o per le figlie, è tuttavia evidente il suo scetticismo. Si vede per esempio nella sua reazione ai tentativi di interpretazione in chiave astrologica della supernova del 1604, o nel fatto che spesso "passava" ad amici astrologi le richieste di oroscopo che gli arrivavano, come se fossero per lui una perdita di tempo. Perdita di tempo forse necessaria a Galileo, sempre alle prese con difficoltà economiche: come fa notare Margherita Hack nella prefazione, «il lavoro di astrologo, allora, come paradossalmente anche adesso, era molto più redditizio, dal punto di vista economico, di quello di matematico e astronomo». Una "chicca" che Albini regala ai lettori è un fatto noto agli esperti solo da pochi anni (i documenti sono stati ritrovati e pubblicati solo nel 1991): già nel 1604 Galileo rischiò fortemente di andare sotto processo non per le sue idee copernicane, ma proprio per la pratica dell'astrologia giudiziaria, ossia previsionale, proibita dalla Chiesa perché contrastante con la dottrina cristiana del libero arbitrio. Grazie all'intervento della Repubblica di Venezia, sempre attiva nel tutelare la patavina libertas, il processo non cominciò neppure e le accuse furono lasciate cadere. Arrivato infine a Firenze nel 1610, con la maggiore sicurezza economica Galileo si sente più libero di esprimere il suo parere sull'astrologia. Le posizioni sono sempre sfumate, probabilmente per non urtare la sensibilità dei suoi protettori, ma il disinteresse e lo scetticismo sono chiari nel Dialogo sopra i due massimi sistemi e nella corrispondenza con Tommaso Campanella o Federico Cesi, uno dei fondatori dell'Accademia dei Lincei. Con l'avvento della "nuova scienza" sperimentale, conclude Albini, «a partire dal 1615 l'astrologia sembrò a Galileo una cosa del passato». Al di là della vicenda personale di Galileo, il libro riesce a dare un'idea dell'ambiguo e tormentato rapporto tra la scienza rinascimentale e l'astrologia, con la Chiesa che da un lato condanna la visione copernicana e dall'altro proibisce la pratica della divinazione astrologica e i filosofi che con difficoltà accettano un po' alla volta il primato dell'osservazione sperimentale sulla speculazione filosofica, lasciando spazio a una nuova figura: quella dello scienziato.
Biblioteca di Firenze, copia
dell'oroscopo che Galileo
fece per se stesso.
D’altra parte però, alla fine del Rinascimento, la figura del “matematico” si confondeva spesso con quella dell’astrologo, che a sua volta era legata alla scienza dell’osservazione delle stelle. Quest’ultima si sarebbe evoluta in astronomia proprio grazie al contributo decisivo dato dallo scienziato pisano attraverso le sue scoperte al telescopio. Va tuttavia considerato che Galileo ebbe per quasi tutta la vita grossi problemi finanziari e non ci si deve stupire se nel periodo padovano abbia ricevuto da alcuni suoi allievi compensi in denaro per oroscopi fatti su commissione. Alla Biblioteca Nazionale di Firenze si conservano delle “carte natali”, calcoli astronomici ed oroscopi fatti per puro gioco che Galileo decise di conservare e riguardanti sé stesso, le figlie e l’amico Giovanfrancesco Sagredo (uno degli attori del "Dialogo sopra i Massimi Sistemi"). Ma soprattutto Galileo utilizzò l’astrologia a scopo politico quando i potenti lo gradivano o lo volevano: calcolò, ad esempio, l’oroscopo del granduca di Toscana Ferdinando I su richiesta della moglie. Sembra che fosse molto favorevole. Peccato che il nobile signore morì due settimane dopo! La stessa dedica del "Sidereus Nuncius" al granduca Cosimo II contiene alcuni riferimenti astrologici. In fin dei conti, ai tempi di Galileo la figura dello scienziato professionista non esisteva ancora ed egli aveva bisogno di un “mecenate” per portare avanti i suoi studi scientifici, adattandosi perciò agli usi e costumi del tempo. Questi gli unici fatti. Né d’altra parte Galileo si espresse apertamente e pubblicamente riguardo all’astrologia per le ovvie ragioni pratiche menzionate precedentemente. Sappiamo però che nel 1630 scrisse a Tommaso Campanella dicendo di non crederci. Tre anni dopo, in una lettera ad Elia Diodati, Galileo mostrò un analogo scetticismo riguardo alle credenze astrologiche del celebre matematico e astrologo francese Morin de Villefranche. Molto più vero è il fatto che le osservazioni astronomiche strumentali di Galileo misero in crisi non solo la filosofia aristotelica ma anche l’astrologia: la nuova scienza astronomica cancellò infatti la distinzione tra un cielo sacro inaccessibile ed incorruttibile ed una Terra, centro dell’Universo, ma anche ricettacolo di tutti i mali. Non dimentichiamo poi che dire che la Terra era un corpo celeste come tutti gli altri, significava anche smentire la possibilità che gli astri fossero la causa remota e primaria di tutti i processi terrestri di alterazione e corruzione.

Nel 1.636 - (Negli USA) Fondazione dell'Harvard College, la prima università dell'America setten­trionale.

Cartesio di Frans Hals, 1.649
Nel 1.637 - Pubblicazione del "Discorso sul metodo" di Cartesio. René Descartes, latinizzato in Renatus Cartesius e italianizzato in Renato Cartesio (La Haye en Touraine, oggi Descartes, 1.596 - Stoccolma, 1.650) è stato un filosofo e matematico francese. È ritenuto il fondatore della matematica e della filosofia moderne. Cartesio estese la concezione razionalistica di una conoscenza ispirata alla precisione e certezza delle scienze matematiche, così come era stata propugnata da Francesco Bacone, ma formulata e applicata effettivamente solo da Galileo Galilei, a ogni aspetto del sapere, dando vita a quello che oggi è conosciuto con il nome di razionalismo continentale, una posizione filosofica dominante in Europa tra il XVII e il XVIII secolo.

Nel 1.642 - In Inghilterra ha inizio la Rivoluzione Inglese. La rivoluzione inglese, è stata una guerra civile che si è svolta tra il 1.642 e il 1.660. Il motivo è da ricercarsi quando Giacomo I, già re di Scozia, ottenne la corona di Inghilterra dopo la morte di Elisabetta (rimasta senza eredi), causando l’unione dei due regni per la prima volta nella storia. Sorsero due problemi principali:
- Dal punto di vista politico, la cultura del re scozzese era portata, per tradizione, a considerare il potere monarchico donato da Dio, per cui non era disposto ascendere a compromessi con un Parlamento con grossi poteri come era quello inglese. Tali problemi si palesarono quando, nel 1.625, succedette a Giacomo I  il figlio, Carlo I. Il re convocò il Parlamento nel 1.628, chiedendo di poter emanare delle tasse per iniziare una campagna militare contro gli Ugonotti. Questo, anzi che prendere in considerazione la proposta del re, gli chiese conto di tutte le ingiustizie commesse durante il suo breve regno. Per via di questo il Parlamento chiese che il re firmasse la "Petition of Rights" (petizione dei diritti), che avrebbe diminuito ulteriormente le opportunità regie di poter imporre il proprio potere indiscriminatamente. In seguito alla richiesta del Parlamento, il re rispose sciogliendolo, dando vita ad un governo personale.
- Dal punto di vista religioso, al re conveniva appoggiare la chiesa anglicana, poiché nella chiesa anglicana vi erano vescovi e, in generale, un numero grandissimo di autorità che permettevano al re di governare capillarmente il territorio e di arricchirsi. Questo contribuì a rompere l’unità statale, infatti fra i sudditi, i riformatori erano un numero sempre maggiore, e questo portò ad una spaccatura.
Tutti questi elementi portarono, alla fine, a una rivolta in Scozia, causando una riconvocazione del Parlamento, dove venne proposta un’ordinanza per eliminare il re. Questa non riuscì ad essere approvata e causò la vera e propria guerra civile, che inizia nel 1.642. L'influenza di Cromwell come comandante militare durante la guerra civile inglese è stata di importanza cruciale per la storia successiva delle Isole Britanniche. Cromwell entrò nell'esercito dei parlamentari all'età di 43 anni e reclutò un reparto di cavalleria al cui comando riportò una serie di vittorie in Anglia Orientale, guadagnando esperienza ed una grande reputazione. Era noto per scegliere i propri ufficiali in base al merito piuttosto che al titolo nobiliare, come si era soliti fare a quei tempi. Ecco, in proposito, una sua celebre affermazione: « Preferisco un capitano vestito da rozzo contadino, che ama le cose per cui sta combattendo, piuttosto che un cosiddetto gentiluomo che altro non è, appunto, che un gentiluomo. »
Statua di Cromwell
all'ingresso del
Palazzo di
Westminster,
a  Londra
Questa nuova mentalità fece diventare il New Model Army il punto di riferimento per molti movimenti sia radicali e politici, come i "Livellatori" ("Levellers"), che religiosi, come i "Fifth Monarchist". È da notare come Cromwell pur non avendo alcun tipo di addestramento in fatto di tattica militare, dimostrò fin dall'inizio un innato talento per il comando. Riuscì in molte occasioni a dimostrarsi più abile del Principe Rupert, veterano di molte campagne in Europa. I soldati di Cromwell impararono presto ad apprezzare ed ammirare il suo coraggio e la sua costante preoccupazione di farli operare nelle migliori condizioni possibili. Promosso comandante generale della cavalleria, addestrò i suoi uomini a compiere rapide sortite, per poi raggrupparsi velocemente dopo ogni attacco, tattica adottata con grande successo nella Battaglia di Naseby. In combattimento i suoi reparti dimostravano sempre un alto grado di disciplina e di motivazione. Le vittorie ottenute sul campo fecero aumentare progressivamente la sua influenza politica, fino a farlo diventare il personaggio più potente ed autorevole del tempo. Nel 1.646, alla fine della guerra civile, il re Carlo era di fatto prigioniero del parlamento e ormai delegittimato, mentre Cromwell, nella sua posizione di comandante in capo dell'esercito vittorioso, era il vero arbitro del futuro dell'Inghilterra. Se durante la guerra civile Cromwell dette ottima prova di sé come coraggioso comandante di reparti di cavalleria, negli anni successivi guiderà intere armate con eccezionale capacità e competenza. Le brillanti campagne che si conclusero con la conquista dell'Irlanda e della Scozia dimostrarono una grande abilità, oltre che sul campo di battaglia, anche, e soprattutto, nell'organizzazione delle linee di rifornimento e delle operazioni logistiche in quei territori ostili. I parlamentari, compreso Cromwell, speravano di addivenire ad un compromesso col re Carlo I, il quale, tuttavia, non era disposto ad accettare una qualsiasi soluzione in contrasto con la propria concezione della monarchia fondata sul diritto divino. La cosiddetta Seconda Guerra civile inglese, scoppiata nel 1.648 dopo che Carlo I riuscì ad evadere dalla prigione, fece chiaramente capire a Cromwell che non sarebbe mai stato possibile venire a patti col re. Il re fu nuovamente imprigionato e processato per alto tradimento, e Cromwell fu subito messo sotto pressione dai suoi seguaci perché "Il sanguinario Carlo Stuart" fosse giustiziato. 

Nel 1644 - Blaise Pascal inventa la macchina cal­colatrice. Blaise Pascal (Clermont-Ferrand, 1.623 - Parigi, 1.662) è stato un matematico, fisico, filosofo e teologo francese.
Pascal.
Bambino precoce, fu istruito dal padre; i suoi primi lavori sono relativi alle scienze naturali e alle scienze applicate. Contribuì in modo significativo alla costruzione di calcolatori meccanici e allo studio dei fluidi, oltre ad aver chiarito i concetti di pressione e di vuoto ampliando così il lavoro di Torricelli. Pascal scrisse importanti testi sul metodo scientifico: a sedici anni scrisse un trattato di geometria proiettiva, dal 1.639 al 1.647 fu a Rouen, dove suo padre aveva avuto un incarico da parte del cardinale Richelieu e qui, nel 1.640, compose la sua prima opera scientifica "Sulle sezioni coniche" (Essai pour les coniques), basata sul lavoro di Desargues. Nel 1.644 costruì la sua prima macchina calcolatrice, la Pascalina. Nel 1.646 suo padre si ferì in una caduta e fu curato da due gentiluomini della setta di Giansenio, che in breve convinsero sia lui che i figli ad abbracciare le idee religiose e morali gianseniste. Dal 1.654 lavorò con Pierre de Fermat sulla teoria delle probabilità che influenzò fortemente le moderne teorie economiche e le scienze sociali. Dopo un'esperienza mistica seguita ad un incidente in cui aveva rischiato la vita, nel 1654, abbandonò matematica e fisica per dedicarsi alle riflessioni religiose e filosofiche. Morì due mesi dopo il suo 39º compleanno, nel 1.662, dopo una lunga malattia che lo affliggeva dalla fanciullezza.
Cartina geografica dell'Europa Centrale nel 1.648, dopo la pace di Westfalia,
  con la definizione dei domini di Brandeburgo (la futura Prussia), Asburgo
di Austria e Spagna, stati minori e confini del Sacro Romano Impero.
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Nel 1.648 - I trattati di Westfalia (o Vestfalia) pongono fine alla guerra dei Trent'anni.
Cartina dei Paesi Bassi nel XVII secolo, con le Province
Unite indipendenti, (l'Olanda) dopo il trattato di Westfalia
del 1.648. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
I princìpi sanciti dalla pace furono i seguenti:
- Riguardo alla questione religiosa fu confermata la pace di Augusta (1.555), fu estesa la tolleranza anche ai calvinisti, e fu stabilito che i sovrani dovessero rispettare le minoranze religiose e che i beni ecclesiastici in possesso dei protestanti fino al 1624, non fossero restituiti alla Chiesa cattolica. I provvedimenti attinenti agli aspetti ecclesiastici includevano il divieto di persecuzione religiosa in Germania e la riaffermazione della pace di Augusta. Se però un principe si fosse convertito ad altra religione, non avrebbe più avuto alcun diritto sulle proprie terre (misura atta a controllare la diffusione della Riforma). La pace di Vestfalia determinò la fine di un lungo periodo di guerre di religione: i successivi conflitti armati in Europa furono intrapresi per motivi di ordine esclusivamente politico. Riguardo all'ordinamento interno del Sacro Romano Impero, fu riconosciuta ai prìncipi la piena sovranità territoriale e il diritto di stringere alleanze, purché non fossero contro l'Imperatore e l'Impero. Riguardo ai mutamenti territoriali:
- La Francia ebbe la Lorena, Metz, Toul e Verdun e i territori asburgici dell'Alsazia, ma non i territori della città di Strasburgo.
- La Svezia ricevette un risarcimento in denaro, la Pomerania Anteriore e i vescovati di Brema e Verden, che assicuravano il controllo delle foci dei fiumi Oder, Elba e Weser, ottenendo in tal modo l'egemonia sul Mar Baltico; gli fu inoltre concesso di inviare tre rappresentanti al Consiglio dei prìncipi dell'Impero, che rappresentava uno dei collegi del Reichstag.
- Il Palatinato fu diviso tra il figlio di Federico V, cui fu restituita la dignità elettorale, e il duca Massimiliano di Baviera, che ottenne l'Alto Palatinato.
- Il Duca di Baviera conservò il titolo di elettore garantitogli nel 1.628 (il numero degli elettori dell'imperatore venne quindi portato a otto): cinque cattolici, due protestanti e uno calvinista.
- Il Brandeburgo (futura Prussia) ricevette la Pomerania Orientale e i vescovadi di Magdeburgo, Halberstadt, Kammin e Minden, nonché i territori di Cleves, Mark e Ravensberg in seguito alla risoluzione della disputa per i territori del defunto Duca di Jülich-Cleves-Berg.
- I Paesi Bassi, la Svizzera e il Portogallo furono riconosciuti sovrani e indipendenti dall'Impero.
- La Spagna, che non aveva aderito alla pace di Vestfalia, riuscì a occupare il porto di Dunkerque, nelle Fiandre, ma il cardinale Mazzarino si alleò con l'Inghilterra, promettendole, in caso di vittoria, Dunkerque e la Giamaica; l'esercito francese, al comando del maresciallo di Francia Henri de La Tour d'Auvergne, visconte di Turenne, riuscì a sconfiggere nella battaglia delle Dune, presso Dunkerque (il 14 giugno 1.658), gli spagnoli guidati dal Gran Condé. Filippo IV fu costretto così a firmare la pace dei Pirenei (nel 1.659), che segnò il declino degli Asburgo di Spagna.
Il paragrafo 52 dell'articolo V del trattato di pace, denominato “Itio in partes”, consiste nell'eliminazione della religione come elemento centrale dei conflitti politici, separando dunque il campo religioso da quello statale: « Nelle faccende religiose e in tutti gli altri affari, dove non si può considerare lo stato come un unico corpo, come anche negli stati di confessione cattolica e augustea che si dividono in due parti, un solo accordo divida la lite, senza badare alla pluralità di voti. Ciò che invece si basa sulla pluralità di voti, nelle faccende che riguardano tutti quanti, poiché non è stato possibile decidere questa cosa nel presente incontro, è rimandato ai prossimi incontri. ».

Nel 1.649 - Gli Inglesi mandano al patibolo re Carlo I e proclamano la Repubblica. Nel gennaio 1.649, quando i membri superstiti del parlamento, si riunirono a Whitehall per decidere se procedere o meno alla condanna del re, le truppe di Cromwell fecero irruzione nell'aula, e permisero di votare solo a coloro che erano favorevoli al regicidio. La condanna a morte fu controfirmata da 59 membri del parlamento, e Carlo fu giustiziato il 30 gennaio. Sul momento Cromwell non ebbe tempo di occuparsi del nuovo assetto istituzionale da dare al paese, poiché dovette immediatamente lasciare l'Inghilterra per attaccare le residue roccaforti reali in Irlanda e Scozia. Sull'onda emotiva della cattura del re, dopo il suo tentativo di fuga, la monarchia fu abolita e, fra il 1.649 ed il 1.653 il paese divenne nominalmente una repubblica, una vera rarità nell'Europa del tempo. La repubblica venne denominata il Commonwealth d'Inghilterra, anche se tutti i resoconti concordano nell'indicare che Cromwell, durante quegli anni, governò a tutti gli effetti come un dittatore militare. Molti atti politici di Cromwell dopo la presa del potere vennero descritti dai commentatori dell'epoca come "eccessivamente rigorosi, avventati e tirannici". Egli fu spesso spietato nel reprimere gli ammutinamenti che si verificarono nelle file dei suoi eserciti verso la fine della guerra (che furono a volte causati dal rifiuto del parlamento di pagare il salario alle truppe). Cromwell dimostrò poca simpatia per i Livellatori (Levellers), un movimento egualitarista che aveva dato un grande contributo all'affermazione della causa parlamentare. Il programma politico dei Levellers era stato discusso vigorosamente in occasione dei cosiddetti Putney debates (Dibattimenti di Putney), tenutisi fra le varie fazioni appena prima della fuga del re. Cromwell non era pronto a gestire una vera e propria democrazia radicale, ma d'altra parte, come dimostrarono gli eventi successivi, non era nemmeno in grado di istituire una repubblica parlamentare stabile, basata su una oligarchia di fatto.  Con la scomparsa del re e dei suoi sostenitori venne a mancare il motivo principale del consenso coagulatosi intorno a Cromwell, e le varie fazioni presenti in parlamento avevano presto cominciato a contrapporsi l'una all'altra. Seguendo, ironicamente, la stessa procedura adottata dal re detronizzato (che aveva causato lo scoppio della guerra civile), Cromwell sciolse il parlamento repubblicano nel 1.653, ed assunse in prima persona il controllo diretto del paese con i poteri di un vero e proprio dittatore, forte della popolarità e dell'appoggio incondizionato da parte di quell'esercito che lui stesso aveva creato durante la guerra civile. La politica estera di Cromwell portò allo scoppio della Prima guerra anglo-olandese (1.652 - 1.654), contro la Repubblica delle Sette Province Unite dei Paesi Bassi, poi vinta dall'ammiraglio Robert Blake nel 1654. In coerenza con il proprio impegno a garantire la più assoluta libertà religiosa a tutte le confessioni, eccetto quella cattolica, incoraggiò gli Ebrei a ritornare in Inghilterra a 350 anni di distanza dalla loro cacciata ad opera di Edoardo I. Nel 1.655 egli volse la sua attenzione ai nemici tradizionali dell'Inghilterra, Francia e Spagna, cercando di approfittare del conflitto fra i due, impegnati nella guerra franco-spagnola (1.635-1.659). Sebbene egli fosse convinto che la volontà di Dio era l'affermazione del protestantesimo come religione prevalente in Europa, egli perseguì una politica estera pragmatica e realistica, alleandosi con la Francia cattolica contro la Spagna, anch'essa cattolica. In sostanza, dichiarando guerra alla Spagna, egli contava sul ritorno alla politica di opportunismo mercantile già perseguita ai tempi della regina Elisabetta e successivamente abbandonata dagli Stuart. Alleatosi dunque con la Francia del cardinale Mazarino, diede corso alla guerra inglese contro la Spagna (1.655-1.660) ottenendo, grazie al risultato positivo di questa, il porto di Dunkerque sulla Manica (secondo gli accordi con il Mazarino) e l'isola di Giamaica nei Caraibi, strappata agli spagnoli grazie all'azione della flotta inglese condotta da sir William Penn. 

Nel 1.656 - I Veneziani scacciano i Turchi dai Dardanelli. 

Nel 1.660 - In Inghilterra Carlo II restaura la monarchia. Nel 1.657 il parlamento, appositamente ricostituito, offrì a Cromwell di assumere la corona di re, mettendolo di fronte ad un dilemma, dal momento che proprio lui era stato l'artefice del rovesciamento della monarchia. Dopo sei settimane di riflessione, alla fine respinse l'offerta, accettando, in compenso, di essere solennemente insignito nell'Abbazia di Westminster, assiso sul trono del precedente monarca, con il titolo di Lord Protettore. Si trattò, in buona sostanza, di una vera e propria incoronazione, che fece di lui un monarca "a tutti gli effetti, eccetto che nel nome". Inoltre fu stabilito che la carica non avrebbe potuto essere tramandata ereditariamente. Fu promulgata una nuova Costituzione scritta, che gli conferiva persino il potere di attribuire titoli nobiliari, prerogativa che egli utilizzò subito, esattamente alla stessa maniera dei precedenti sovrani. Cromwell soffriva di malaria e di "calcoli", un termine spesso usato a quell'epoca per definire generiche infezioni dell'apparato renale-urinario. Ciononostante il suo stato di salute era complessivamente buono. Improvvisamente colpito da un riacutizzarsi della malaria, subito seguito da sintomi di colica renale, rimase ottimista, insieme agli uomini del suo entourage, su un decorso favorevole della malattia. Un diplomatico veneziano, medico, che si trovava ospite a corte, lo visitò ed espresse l'opinione che i suoi medici personali non lo stessero curando in modo appropriato, causando un rapido peggioramento delle sue condizioni. A due anni di distanza dalla morte di Cromwell, ufficialmente attribuita a malaria, il 3 settembre 1.658, il parlamento restaurò la monarchia incoronando Carlo II, poiché Richard Cromwell, figlio di Oliver, si era dimostrato un "successore non all'altezza". Il 30 gennaio 1.661, nell'anniversario dell'esecuzione di Carlo I, la salma di Cromwell venne riesumata dall'Abbazia di Westminster e, insieme alle salme di Robert Blake, John Bradshaw ed Henry Ireton, sottoposta al macabro rituale dell'esecuzione postuma (hanged, drawn and quartered). Al termine il corpo fu gettato in una fossa comune, tranne la testa, infilata su un palo ed esposta davanti all'Abbazia di Westminster fino al 1.685. In seguito questo macabro cimelio passò di mano molte volte, per essere finalmente sepolto nel cimitero del Sidney Sussex College nel 1.960. Nonostante il discredito gettato sulla sua memoria per tutto il periodo della Restaurazione monarchica, e la pessima reputazione che di lui si ha in Irlanda, ancora viva nel presente, va detto che la figura di Cromwell ha guadagnato nel tempo la stima di significativi settori dell'opinione pubblica inglese. Considerato "uno dei più ragguardevoli parlamentari inglesi", la sua statua fa bella mostra di sé di fronte al Palazzo di Westminster, nonostante il fatto che alcuni suoi atti siano tuttora considerati come "degni di un traditore". La figura di Cromwell gode inoltre di una particolare considerazione da parte dei gruppi protestanti e nella regione del Cambridgeshire, dove è ricordato come Il signore dei Fens. Oliver Cromwell, esponente della gentry inglese, era divenuto il leader dello schieramento degli Indipendenti, puritani fautori in ambito religioso della piena libertà di culto e di organizzazione per tutte le comunità protestanti (ma non per i cattolici). Inoltre, dopo due anni di conflitto tra realisti e parlamentari, lo stesso Cromwell fece pendere la bilancia dalla parte dei parlamentari per l'iniziativa assunta in campo militare: creò infatti la New Model Army, ovvero "esercito di nuova concezione" composto dai cosiddetti Ironsides, letteralmente "fianchi di ferro". Tale esercito si basava su due principi fortemente innovativi, ovvero l'elezione degli ufficiali da parte delle truppe - che consentiva una scelta sulla base della capacità e non dell'estrazione sociale - e la formazione politica dei soldati - con l'obiettivo di renderli consapevoli delle finalità per cui erano chiamati a combattere.

Nel 1.661 - Iniziano a Versailles i lavori del palazzo di Luigi XIV.

Nel 1.662 - Fondazione a Londra della Royal Society.

Nel 1.666 - A Parigi viene fondata l'Académie Française.

Nel 1.667 - Serie di guerre provocate da Luigi XIV di Francia per imporre la sua ege­monia in Europa.

Nel 1.668 - Isaac Newton inventa il telescopio a riflessione.

Nel 1.670 - Pubblicati postumi a Parigi i “Pen­sieri" di Blaise Pascal.

Nel 1.673 - Molière scrive “Il Malato immagina­rio”, sua ultima commedia.

Nel 1.675 - Costruzione dell'osservatorio di Greenwich 
Olaus Romer calcola la velocità della luce.

Nel 1.683 - Turchi assediano Vienna.

Nel 1.685 - Nascono due grandi compositori, Handel e Bach.

Nel 1.687 - Vengono pubblicati i Principiati” di Isaac Newton.

Nel 1.689 - Guglielmo d'Orange, nuovo re d'Inghilterra dopo la "Rivoluzione Glo­riosa" del 1.688, accetta la «Dichiara­zione dei Diritti».

Nel 1.690 - Locke pubblica il “Saggio sull'intel­letto umano”.

Nel 1.699 - Pace di Carlowitz, con la quale gli Absburgo d'Austria tolgono ai Turchi l'Ungheria.

Cartina geografica dell'Europa nel 1.700.
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Nel 1.703 - Pietro il Grande di Russia fonda Pietroburgo.

Nel 1.704 - In Inghilterra Daniel Defoe pub­blica “The Review”, uno dei primi gior­nali.

Nel 1.707 - D. Papin, esule in Germania, costruisce un battello sperimentale a vapore.

Nel 1.709 - Pietro il Grande sconfigge gli Svedesi a Pollava.  
- A. Darby  perfeziona la tecnica di fusione della ghisa. 

Nel 1.713 - Finisce la guerra di successione spagnola e si firma la pace di Utrecht tra la Francia, da una parte, e l'Inghilterra, il Portogallo, la Prussia, l'Olanda e la Savoia, dall'altra (per la pace fra Francia e Austria si dovrà attendere la pace di Rastadt del 1.714). Gli impegni assunti a Utrecht saranno i seguenti:
Filippo d'Angiò veniva riconosciuto legittimo re di Spagna con il nome di Filippo V, ma la sua corona veniva separata da quella di Francia.
- La Spagna cedeva all'Austria i Paesi Bassi spagnoli, il regno di Napoli e quello di Sardegna, nonché il Ducato di Milano e lo Stato dei Presidii in Toscana.
- La Spagna cedeva all'Inghilterra la rocca di Gibilterra e l'isola di Minorca nelle Baleari.
- La Francia cedeva all'Inghilterra i territori nordamericani di Terranova, l'Acadia e la Baia di Hudson. Inoltre si impegnava a non appoggiare più le rivendicazioni dei cattolici Stuart al trono inglese espellendo Giacomo Francesco Edoardo Stuart dalla Lorena e riconoscendo quale legittimo re d'Inghilterra Guglielmo d'Orange, marito di Maria, figlia primogenita del defunto Giacomo II.
- Agli olandesi veniva concesso il diritto di costruire fortificazioni militari lungo il confine tra i Paesi Bassi ex spagnoli, ora austriaci, e la Francia.
- Al duca Vittorio Amedeo II di Savoia venne assegnata la Sicilia con il relativo titolo regio, nonché Casale e tutto il Monferrato, parte della Lomellina e la Valsesia. I Savoia mantennero la sovranità sulla Sicilia fino al 1.720 quando, a causa delle pressioni internazionali, dovettero accettare lo scambio col Regno di Sardegna (che, nel 1.861, sarebbe diventato il Regno d'Italia).
- Il Ducato di Mantova (gli ex domini gonzagheschi) rimaneva all'Austria.
- La regione della Gheldria veniva ceduta alla Prussia.
- La Spagna cedeva all'Inghilterra l'asiento de negros, ovvero il monopolio del commercio degli schiavi africani verso l'America, nonché il cosiddetto vascello di permissione, ovvero l'autorizzazione ad un vascello inglese di attraccare una volta l'anno in uno dei porti dell'America meridionale per poter commerciare liberamente le proprie merci. 
Per poter mettere definitivamente la parola fine alla guerra di successione spagnola, era necessario, però, che anche l'Austria sottoscrivesse il trattato di pace con la Francia: ciò avvenne il 6 marzo 1.714 nella città di Rastatt. Inoltre la Pace di Utrecht lasciò i Corsari disoccupati e,dato che erano senza lavoro,cominciarono ad assalire le navi mercantili Spagnole e Inglesi, nelle Indie Occidentali diventando pirati.Ciò comportò un grave danno all'economia dei due imperi.
Pittura con nave corsara.
- Il corsaro era una persona al servizio di un governo, cui cedeva parte degli utili, ottenendo in cambio lo status di combattente (lettera di corsa) e la bandiera (il che lo autorizzava a rapinare solo navi mercantili nemiche, e ad uccidere persone ma solo in combattimento). Una nave privata, armata e dotata di capitano ed equipaggio, che operasse con una lettera di corsa (talvolta intestata all'armatore, che restava a terra), era chiamata una nave corsara. Una lettera di corsa, detta anche lettera di marca o patente di corsa, era una garanzia (o commissione) emessa da un governo nazionale che autorizzava l'agente designato a cercare, catturare o distruggere, beni o personale appartenenti ad una parte che aveva commesso una qualche offesa alle leggi od ai beni od ai cittadini della nazione che rilasciava la patente. Questa veniva di norma usata per autorizzare dei gruppi di privati ad assalire e catturare bastimenti mercantili di una nazione nemica.

L'Europa dopo la pace di Utrecht del 1.713 e quella di Rastadt del 1.714.
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Nel 1.714 - Finita la guerra di successione spagnola e dopo la pace di Utrecht del 1.713 (tra la Francia, da una parte, e l'Inghilterra, il Portogallo, la Prussia, l'Olanda e la Savoia, dall'altra) si firma la pace di Rastadt fra Francia e Austria. Gli impegni assunti a Rastadt furono i seguenti: La Francia riconosceva tutti i nuovi possedimenti asburgici in Italia: il milanese, il napoletano e la Sardegna e riconosceva, altresì, l'assegnazione definitiva all'Impero dei Paesi Bassi spagnoli. I principi elettori di Baviera e di Colonia venivano reintegrati nei loro possedimenti. I trattati di Utrecht e Rastadt, dopo aver smembrato l'impero spagnolo, sancirono molti cambiamenti nel rapporto di forze tra le maggiori potenze europee e mondiali. Sinteticamente potremmo così riassumerli:
- Il tramonto definitivo della Spagna come grande potenza, nonostante le colonie d'oltremare fossero rimaste legate alla madrepatria.
- Il fallimento delle mire espansionistiche ed egemoniche della Francia di Luigi XIV.
- La rinuncia parziale da parte della Francia e a favore dell'Inghilterra di parte dei suoi possedimenti continentali nell'America del Nord, riservandosi soltanto poche presenze nell'area caraibica.
- L'affermazione dell'Inghilterra come potenza marittima egemone nel mondo e suo monopolio, unitamente agli olandesi, del controllo sulle rotte commerciali verso l'America e verso l'oriente.
- L'affermazione dell'Austria asburgica come prima e più grande potenza presente sul continente europeo.
- La nascita del nuovo Regno di Prussia nell'Europa orientale.
- L'acquisizione del titolo regio da parte dei Savoia, del quale Vittorio Amedeo II fu il primo a fregiarsi.
- L'avvicendamento della dinastia Borbone sul trono di Spagna, dopo due secoli di dinastia asburgica.
- L'attracco di un vascello inglese, una volta l'anno, in uno dei porti spagnoli dell'America meridionale, notoriamente chiusi a tutti i Paesi non appartenenti alla Spagna, per poter liberamente commerciare significava l'inizio dello scardinamento delle misure protezionistiche adottate dalla Spagna per favorire le proprie navi nel trasporto delle merci da e verso l'Europa. Inoltre, in seguito ai trattati di Utrecht e Rastadt, Filippo V salvò il trono ma allo stesso tempo dovette rinunciare a tutti i possedimenti in Europa, cosa che però gli permise di concentrarsi maggiormente sulla politica interna per migliorarne la situazione. Successivamente la Spagna si ritrovò nuovamente a fronteggiare l'Austria a causa degli interessi in Italia di entrambe le potenze, così la Spagna firmò con la Francia i cosiddetti Pactos de familia.
Si chiudeva, così, dopo oltre un decennio di sanguinosi conflitti, combattuti per terra, per mare e oltre Atlantico, la cosiddetta “guerra di successione spagnola”, forse la vera prima guerra mondiale della storia, la prima in cui il binomio fucile-baionetta soppianta la picca e la cavalleria. In realtà la Pace di Utrecht lasciò insoluti alcuni problemi, il più importante dei quali era il predominio, o anche solo l'equilibrio delle forze, nel mare Mediterraneo: questo si risolverà con un'altra guerra, la Guerra della Quadruplice alleanza che inizierà di fatto nel 1.717, con iniziativa spagnola (invasione di Sicilia e Sardegna) e terminerà con la sconfitta di quest'ultima, ed il trattato dell'Aia, all'inizio del 1.720.
- Viene pubblicata la “Monadologia" di Leibniz
G. Farenheit inventa il termometro a mercurio.

Nel 1.718 - T. Lombe brevetta una macchina per la tessitura della seta.

Nel 1.725 - Inizia la pubblicazione della “Scienza Nuova” di Gian Battista Vico.

Nel 1.730 - John Wesley fonda il Metodismo.

Nel 1.733 - Inizia la guerra di successione polacca, che si concluderà cinque anni dopo con la pace di Vienna.  
- J. May inventa la spoletta volante che consentirà la realizzazione dei telai meccanici.

Nel 1.738 - Vengono pubblicati i “Discorsi sul­l'uomo” di Voltaire.

Cartina geografica dell'Europa nel 1.740 con i domini Borbonici, quelli
degli Hohenzollern e degli Absburgo, con i confini del   Sacro
  Romano Impero. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 1.740 - Inizia la guerra di successione austriaca. La guerra di successione austriaca era motivata da una complessa situazione successoria: l'imperatore Carlo VI, privo di figli maschi, con la Prammatica Sanzione del 1.713 regolava la successione imperiale a vantaggio della figlia Maria Teresa. Nonostante la precedente approvazione delle potenze europee, alla morte di Carlo VI (19 ottobre 1.740), nacque un conflitto europeo scatenato dai disegni annessionistici di Federico II di Prussia, della Spagna, del regno di Sardegna e dalle aspirazioni alla corona imperiale dell'elettore di Baviera Carlo Alberto e di Augusto III di Sassonia; il conflitto coinvolse anche la Francia e le colonie spagnole, aggredite dalla Gran Bretagna. Si concluderà nel 1.748 con la pace di Aquisgrana.

Nel 1.742 - A. Celsius fissa la scala delle tem­perature.

Nel 1.746 - J. Roebruck inventa un sistema per produrre acido solforico.

Cartina geografica dell'Europa nel 1.748 che con la Pace di Aquisgrana
vedeva concludersi la guerra di successione austriaca.
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Nel 1.748 - Con la pace di Aquisgrana si conclude la guerra di successione austriaca.
Schema delle guerre di successione  in Europa dal 1700
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In base al trattato di Aquisgrana, venne confermata la Prammatica Sanzione del 1.713 e riconosciuta la coppia imperiale formata da Maria Teresa e Francesco Stefano di Lorena. La Francia restituì i Paesi Bassi (cioè, nel linguaggio dell'epoca, il Belgio) all'Austria e accettò il ristabilimento dello status quo nei territori d'Oltremare (scambio di Madras con la Fortezza di Louisbourg; proroga per quattro anni dell'asiento in favore della Gran Bretagna). Lo Stato che ottenne il maggior vantaggio fu la Prussia che annetté definitivamente la Slesia, strappata all'Austria. Il trattato attribuì inoltre:
- il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla a Filippo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese
- il marchesato di Finale alla Repubblica di Genova
- le contee di Angera, Vigevano, Voghera e Bobbio al re Carlo Emanuele III di Sardegna

Cartina geografica dell'Italia nel 1748 dopo la Pace
di Aquisgrana. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 1.751 - Viene pubblicato il primo volume dell'”Encyclopedie” di Diderot e D'Alembert; sarà completata nel 1.772.

Nel 1.754 - Inizia a Pietroburgo la costruzione del Palazzo d'Inverno. 

Nel 1.756 - Inizia la guerra dei Sette anni che vede la Prussia di Federico II e l'Inghil­terra schierate contro Austria, Francia e Russia.

Nel 1.758 - J. Bird mette a punto il sestante.

Nel 1.759 - Voltaire pubblica “Candido”.

Nel 1.762 - Jean Jacques Rousseau scrive il “Contratto sociale”.
- L'inglese John Harrison costruisce il primo cronometro. 

Nel 1.768 - Il 15 maggio è stipulato il trattato di Versailles tra la Repubblica di Genova e la Francia, firmato dal plenipotenziario genovese, Agostino Paolo Domenico Sorba e dal ministro francese, il duca Étienne François de Choiseul, in base al quale la Repubblica di Genova offre la Corsica come garanzia per i debiti contratti (pari a circa due milioni di lire genovesi) verso il re di Francia Luigi XV, che aveva inviato proprie truppe sull'isola a sostegno di Genova contro i Còrsi in rivolta.
Trattato di Versailles
del 1768.
Genova, già in bancarotta, non fu mai in grado di onorare i suoi debiti e così la Francia assunse quasi immediatamente l'iniziativa militare di occupare stabilmente l'intera isola, che fu conglobata da allora e fino alla Rivoluzione francese, nel "patrimonio personale" del re di Francia.
Il trattato fu firmato da Agostino Paolo Domenico Sorba e Sebastiano Francesco Batini, con la mediazione del duca Étienne François de Choiseul tra il doge Marcello Durazzo e il re di Francia Luigi XV.
La Corsica si trovava nell'orbita della Repubblica di Genova e poi sotto la sua diretta dominazione sin dal 1284. Durante il XVIII secolo Genova, ormai in piena decadenza, si trovava ad affrontare una lunga rivolta dei Còrsi, che mirava ad ottenere l'indipendenza della grande isola mediterranea. Ridotta a controllare solo alcune piazzeforti e porti, la Repubblica dovette assistere persino all'autoproclamazione di un avventuriero tedesco, Teodoro di Neuhoff, a re di Corsica; proclamazione realizzata con l'appoggio della corona britannica che nel mar Mediterraneo, già controllava Minorca e Gibilterra.
In Francia, dopo il disastro della battaglia di Rossbach e le numerose disfatte nelle colonie, Étienne François de Choiseul, successivamente alla testa della diplomazia e dei ministeri della guerra e della marina, cercava di finire rapidamente la guerra e frenare la caduta del potere francese su scala globale ed europea. Il trattato di Parigi (1763) confermò la sconfitta francese, con la perdita della Nuova Francia in Nord America e dei domini francesi in India a favore dei britannici, tranne Pondicherry, Karaikal, Yanam e Mahe.
Agendo come segretario di Stato agli affari esteri di Francia, Choiseul mirava ad occupare posizioni strategiche nel Mediterraneo per opporsi, in tal modo, alla crescente potenza britannica ed evitare quindi un accerchiamento anche a sud, dove la Corsica occupa una posizione strategicamente importante. Nello stesso tempo la situazione politica dell'isola era la più fragile nello scacchiere mediterraneo: essa era già oggetto delle mire inglesi e, conseguentemente, divenne un obbiettivo fondamentale e prezioso anche per il ministro francese.
Incapace di opporsi da sola alla rivolta còrsa, Genova, dopo aver ricevuto un sostegno non decisivo da parte delle truppe imperiali, si vide costretta ad appellarsi al re di Francia per ottenere truppe d'occupazione da inviare per reprimere la ribellione.
Carta della Corsica del 1768.
Choiseul astutamente vide in questo appello l'occasione che aspettava per occupare l'isola senza rischiare di scatenare un nuovo conflitto europeo che la Francia in quel momento non avrebbe potuto sostenere. Migliaia di soldati francesi, per conto del governo genovese ed a sue spese, furono così inviati a presidiare le principali fortezze dell'isola contro i Còrsi che le assediano.
Choiseul cercò di tenere le truppe rinchiuse a guardia dei porti e delle fortezze còrse piuttosto che impiegarle per attaccare e spazzare via la rivolta, atteggiandosi quasi a mediatore tra i Còrsi e Genova. Nel giro di pochi anni, in una situazione di stallo e senza aver nulla ottenuto, l'antica Repubblica si trovò indebitata verso il re di Francia al di là delle sue possibilità economiche.

Così Choiseul costrinse Genova a cedere i propri diritti sull'isola, in cambio della rinuncia da parte del re di Francia ai crediti che vantava presso Genova, e che si erano accumulati per una cifra di due milioni di lire d'argento. Questo però non portò all'immediato controllo dell'isola da parte della Francia, poiché sarà necessaria una nuova e più corposa spedizione militare contro i Còrsi, nel maggio 1769.

Nel 1.769 - Lo Scozzese James Watt brevetta la macchina a vapore.
- L'inglese Richard Arkwright inventa il filatoio a energia idraulica.

Nel 1.771 - Studi di Galvani sull'elettricità.

Nel 1.772 - Prima spartizione della Polonia. 

Nel 1.774 - Con il Trattato di Kuçiuk Kainarge, inizia il declino dell'impero Ottomano.
- L'inglese Joseph Priestley scopre l'ossigeno. 

Nel 1.776 - Pubblicazione di "La ricchezza delle nazioni" dell'Inglese Adam Smith.
Adam Smith.
 Il 9 marzo del 1.776 veniva pubblicata “La ricchezza delle nazioni”, bibbia dei moderni studi economici e testo fondamentale del pensiero liberale. Un suo studio attento aiuta a capire che lo Stato e le regole, per Smith, erano molto importanti. E lo erano, perfino, le norme a tutela degli operai. E' accezione comune individuare nella “Ricchezza delle Nazioni” la nascita dell’economia classica e quindi, in parte, del pensiero liberale. Infatti per molti autori neoclassici, il concetto della “mano invisibile” è stato il precursore per lo sviluppo della “teoria dell’equilibrio generale” introdotta da Léon Walras nel 1.874. Nato in concomitanza con la Prima rivoluzione industriale, Adam Smith (1.723-1.790), può essere considerato il filosofo che pose le basi per lo sviluppo della moderna teoria economica. Definire Adam Smith un puro economista può risultare erroneo per due motivi: da un lato, nei suoi libri non sono presenti formule; dall’altro di formazione Smith era filosofo morale. Docente di logica all’Università di Glasgow, nel 1.759 venne pubblicata la “Teoria dei Sentimenti morali” in cui è descritta la morale della simpatia. Secondo questa teoria, l’uomo è mosso nelle sue azioni dal desiderio di ottenere l'approvazione e quindi la simpatia dei sui simili, o meglio l’approvazione di quello “spettatore imparziale” che rappresenta, appunto, la collettività. Dopo un viaggio in Francia tra il 1.764 e il 1.766, dove andò in visita ai suoi amici Hume (sotto vi propongo un interessante scambio epistolare tra i due) e F. Quesnay, dopo quasi 17 anni dalla prima opera, pubblicò l’opera pilastro delle scienze economico-sociali: La Ricchezza delle Nazioni. Quest’opera si articola in cinque volumi nei quali viene analizzata l’economia nel suo complesso, grazie all’unione delle varie componenti del puzzle economico. La ricchezza di una nazione deriva da due fattori: il numero dei lavoratori produttivi sul totale della popolazione (individuati nella borghesia e distinti dai lavoratori improduttivi caratteristici del sistema feudale) e la produttività di ogni lavoratore. Nel primo volume “Delle cause del progresso nelle capacità produttive del lavoro, e dell’ordine secondo cui il prodotto viene naturalmente a distribuirsi tra i diversi ceti della popolazione” vengono indagate le cause sia del miglioramento e dello sviluppo economico (dovute alla divisione del lavoro) sia della distribuzione naturale del reddito. Per esprimere l’utilità marginale derivante dalla divisione del lavoro, raggiunta grazie alle prime forme di meccanizzazione del lavoro stesso, Smith studia la famosa fabbrica di spilli, notando come:  «Si può dunque considerare che ogni persona, facendo la decima parte di quarantottomila, fabbricasse quattromilaottocento spilli al giorno. Se invece avessero lavorato tutti in modo separato e indipendente e senza che alcuno di loro fosse stato previamente addestrato a questo compito particolare, non avrebbero certamente potuto fabbricare neanche venti spilli per ciascuno». Viene esaltata così la divisione del lavoro la quale segnerà, per sempre, la superiorità dell’industria manifatturiera sui sistemi agricoli che, un tempo (ora non più), non consentivano altrettanta divisione del lavoro. Fin dal primo volume, e proprio sulla questione della divisione del lavoro, emerge l’importanza dello Stato nell’economia, che può essere sottolineata ricorrendo alle parole di Noam Chomsky: “Tutti leggnoo solo il primo paragrafo delle ricchezza della nazioni dove viene esaltata l’importanza e la magnificenza della divisione del lavoro. Ma poche persone sono arrivate cento pagine più avanti, dove Smith precisa che la divisione del lavoro distruggerà l’anima umana rendendo le persone creature stupide ed ignoranti. Per questo in ogni società civilizzata lo Stato deve necessariamente prendere delle misure in modo tale da prevenire che la divisione del lavoro raggiunga i suoi limiti”. Ed è in questo primo libro che Smith attacca, fortemente, le “Caste”. Vengono ripetutamente criticati quei politici o individui che grazie alla loro influenza (politica ed economica) riescono a manipolare il funzionamento del governo per poterne trarre un proprio vantaggio a scapito dell’interesse della comunità. Viene precisato come l’interesse della comunità deve necessariamente essere garantito dallo Stato e come associazioni quali oligopoli, banchieri internazionali, trade unions possano ostacolare l’interesse comune. Queste “istituzioni” che operano in un mercato comune, secondo Smith, nei loro incontri pianificano delle cospirazione contro la collettività, e questo il più delle volte attraverso l’aumento del prezzo dei beni che producono. Quello che viene proposto contro queste lobby, sono delle dure leggi per riportare all’interno del mercato giustizia e libertà. È evidente l’utilità di questa riflessione per capire ciò che succede oggi giorno nel mercatoprovando a sottolineare l’importanza che aveva per Smith, sia il ruolo dello Stato sia quello della collettività, questioni che comunemente vengono escluse o dimenticate. Considerando la maestosità dell’opera verranno approfonditi solo pochi passaggi. Non so sei sia accurato individuare la nascita del capitalismo in concomitanza con la pubblicazione del secondo volum delle materie prime, in assoluto nel mercato del grano, regolato da grandi lobby o più esattamente oligopoli. È importante ricordare che nel caso della Compagnia inglese delle Indie orientali, cioè di una società privata che aveva conseguito un dominio monopolistico sul proprio mercato, Smith si dichiarò a favore del controllo pubblico. Nel secondo volume, “Della natura, dell’accumulazione e dell'impiego dei fondi”, viene illustrato il ruolo della moneta e la teoria dell’accumulazione del capitale che regola la proporzione dei lavoratori utili al sistema economico. In questo libro viene analizzato il ruolo della moneta o meglio della “nuova” cartamoneta che, nel 1.717, fu ufficialmente ancorata al valore dell’oro ad opera di Sir Isaac Newton. Ne viene esaltata la facilità di scambio e l’ampliamento degli scambi che ne conseguiva. Tutto questo, ovviamente, perché il valore ultimo era rappresentato dall’oro. Anche le banche vengono promosse come mezzo di sviluppo economico, precisando però che lo stato deve intervenire con delle regolazioni: «Le uniche restrizioni bancarie necessarie sono la proibizione di banconote di piccolo taglio e la prescrizione che tutte le banconote siano pagabili su richiesta». È importante notare come il sistema capitalistico-liberale (entrambi discepoli della filosofia di Adam Smith) abbiano abolito la seconda restrizione proposta dall’autore. Dal 1.971 la nostra moneta è un moneta senza un sottostante, senza un valore materiale reale una volta rappresentato dall’oro, la così detta Fiat Money. La caratteristica di tutte le nostre monete è quella di poter essere prodotta in quantità infinita. Mentre nel 1.700 la moneta emessa da una banca rappresentava un debito (per la banca stessa) perché doveva essere necessariamente convertibile in oro, ora la moneta (che rappresenta sempre un debito) è convertibile solo in altra moneta, che però rappresenta sempre un debito pagabile con altra moneta, che comunque rimane debito e potrà essere ripagata solo con altro moneta-debito, e cosi via infinitamente, come il debito appunto. La Storia e La Storia del pensiero economico, sono i protagonisti del terzo e del quarto volume. Nel terzo libro intitolato “Del diverso progresso della prosperità nelle diverse nazioni “ viene proposta una analisi storica delle teorie economiche precedenti, dall'Iimpero romano in poi, chiarendo che il «corso naturale delle cose porta prima all’agricoltura, poi alle industrie e poi al commercio estero». Dopo una precisa analisi storica, nel quarto libro “Dei sistemi di economia politica” si sviluppa la critica alla Storia. Questo volume, può essere ritenuto un piccolo trattato di storia del pensiero economico con una critica aspra al sistema mercantilistico grazie anche all’appoggio di una mano invisibile. Il sistema mercantilistico sviluppatosi tra il XVI e la prima metà del XVII, era un sistema economico relazionato a politiche economiche di carattere nazionalistico e protezionistico. Le politiche dei mercantilisti erano orientate verso forti esportazioni e poche importazioni, questo per garantire un saldo attivo nelle casse dello Stato. Smith critica apertamente queste politiche economiche poiché favorendo solo le esportazioni, quello che si va a creare è una restrizione del mercato generale. È in questo volume, più precisamente all’interno del secondo capitolo che compare, per la seconda volta, il concetto della mano invisibile (la prima volta venne citato nella Teoria dei sentimenti morali). Si può ritenere che la mano invisibile (o la mano della Provvidenza) discenda direttamente dall’individualismo-illuministico settecentesco: «Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio – dice Smith – che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro personale interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo (self-love), e parliamo dei loro vantaggi, e mai delle loro necessità».  E ancora: ciascun individuo impiegando il proprio capitale in modo da dare il massimo valore al suo prodotto «mira soltanto al proprio guadagno» ed «è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni». Secondo Amartya Sen, premio nobel per l’Economia nel 1.998, questo è stato uno dei passi più abusati della teoria smitthiana. Il Premio Nobel e docente di Harvard, fa notare come nel pensiero di Smith lo scambio, è si un beneficio per il funzionamento del mercato, ma anche come la ricerca del solo interesse personale non sia utile per il beneficio della società. Infatti, analizzando la Teoria dei Sentimenti Morali in una sua pubblicazione, Sen fa notare, come Smith nel libro precisi che la prudenza sia la virtù più utile all'individuo ma anche che “l’umanità, la giustizia, la generosità e lo spirito pubblico (public spirit) sono le qualità più utili per gli altri”. Secondo la rivisitazione di Sen del pensiero di Adam Smith: «Un’economia di mercato per essere di successo richiede diversi valori che includono la fiducia reciproca e la fiducia nell’altro». Nel quinto libro Del reddito del sovrano e della repubblica” (Of the Revenue of the Sovereign or Commonwealth), Smith analizza appunto il ruolo dello Stato e delle finanze statali nello sviluppo economico. I punti cruciali e critici di questo libro sono 3:
1) Il mantenimento da parte dello Stato della giustizia, attuabile prima di tutto garantendo la proprietà privata, quest’ultima necessaria per evitare possibili rivolte del popolo. Smith, in questo libro fa riferimento ai poveri e ai bisogni in più passaggi;
2) Il ruolo dello Stato nel garantire una istruzione per tutto il Paese, a tutti gli individui. Secondo Smith il governo deve insistere affinché il Paese raggiunga un’alfabetizzazione generale della popolazione cosi da creare individui pronti per il mercato;
3) Il debito pubblico, sopratutto quello causato durante le guerre. Sembra strano, ma è facile notare come gli Stati Uniti non seguano affatto le indicazioni di Smith: fanno guerre e accumulano debito (che compra la Cina) mentre la Cina non fa guerra e punta su una forte produttività di ogni singolo lavoratore (sia in Cina che a Milano, comprandosi inoltre il debito Americano). 
Smith riconosce, inoltre, due obiettivi fondamentali che l’economia politica deve perseguire:
Provvedere ad abbondanti redditi (revenue) per il sostentamento delle singole persone;
Offrire allo Stato o al commonwealth (bene comune) sufficienti redditi per garantire il servizio pubblico.
Le prime critiche al sistema smitthiano vengono dal filosofo-giurista Jeremy Bentham. Il primo dei teorici dell’utilitarismo (teoria degli incentivi) critica Smith per l’eccessivo ruolo che attribuisce allo Stato. Può sembrare strano, ma come è ben sottolineato in quest’ultimo libro per Smith lo Stato ha un ruolo importante sopratutto nella redistribuzione delle risorse. Diversamente da Malthus e Bentham, Smith riconosceva l’importanza delle Poor Laws (sistemi di assistenzialismo sociale) proponendo anche riflessioni per il miglioramento di queste ultime. Secondo Amartya Sen: «Smith sottolinea la necessità di varie istituzioni che garantiscano il raggiungimento di alcuni obiettivi che il mercato (da solo) non sarà mai in grado di raggiungere. Lui era profondamente preoccupato dall’incidenza della povertà, dell’alfabetizzazione e della relativa miseria sull’economia. Tutti problemi che possono diffondersi nonostante il buon funzionamento dell’economia di mercato. […] Smith richiede diverse istituzioni e diverse motivazioni – non un mercato monolitico e il solo dominio del profitto». Uno degli elementi più importanti e discussi del pensiero di Smith è il Lavoro. Il valore di un bene è proprio la quantità di lavoro impiegata, lo stesso lavoro che rappresenta proprio il valore aggiunto alla materia prima, un valore che in ultima istanza è determinato dalla produttività del lavoratore. Anche in Italia il tema del lavoro è un tema caldo. Entro marzo il governo Monti ha annunciato il via o la conclusione della riforma del mercato del lavoro e del tanto discusso articolo 18.
Vorrei provare a far entrare in questo dibattito, tutto italiano, anche Adam Smith attraverso le sue stesse parole, dove parlando di norme viene dato risalto – anche in quest’ultimo caso – al ruolo dello Stato:
«When the regulation, therefore, is in favour of the workmen, it is always just and equitable, but it is sometimes otherwise when in favour of the masters». «Quando la regolamentazione (l’insieme delle norme), inoltre, è in favore dell’operaio, essa è giusta ed equa, ma ciò spesso non avviene, quando questa (la legge o norma) è in favore dei padroni». 

Nel 1.781 - Viene pubblicata la “Critica della Ragion Pura” di Immanuel Kant.

Nel 1.782 - Lo Scozzese James Watt costruisce una macchina a vapore con cilindro a duplice propul­sione.

Nel 1.783 - Dopo la Rivoluzione Americana, o guerra d'Indipendenza delle colonie inglesi in nord America, l'Inghilterra, col Trattato di Parigi, riconosce l'indipendenza degli Stati Uniti d'America 
La Russia annette la Crimea.
- Volo dei fratelli Montgolfier.

Nel 1.788 - A. Meikle brevetta la trebbiatrice.

Cartina geografica della Francia dal 1.789, all'inizio della Rivoluzione
 Francese, le aree interessate dai sucessivi conflitti, fino alle
annessioni francesi del 1.793. Sono segnalati i luoghi delle
 battaglie. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 1.789 - Con la presa della Bastiglia, fortezza-carcere parigina della monarchia di Luigi XVI, inizia la Rivoluzione Francese. Nell'ambito della rivoluzione, viene emanata la "Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino".
"La Libertà guida il Popolo" - Eugene Delacroix (1830).
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La Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1.789 (Déclaration des Droits de l'Homme et du Citoyen) è un testo giuridico elaborato nel corso della Rivoluzione francese, contenente una solenne elencazione di diritti fondamentali dell'individuo e del cittadino. È stata emanata il 26 agosto del 1.789, basandosi sulla Dichiarazione d'indipendenza americana. Tale documento ha ispirato numerose carte costituzionali e il suo contenuto ha rappresentato uno dei più alti riconoscimenti della libertà e dignità umana. Dopo il successo della Rivoluzione francese, l'Assemblea Nazionale Costituente decise di assegnare ad una speciale Commissione di cinque membri eletta il 14 luglio 1.789 il compito di stilare una Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino da inserire nella futura costituzione, nell'ottica del passaggio dalla monarchia assoluta dell'Ancien Régime ad una monarchia costituzionale. Basato sul testo proposto dal marchese di La Fayette, il progetto della Dichiarazione venne discusso in Assemblea dal 20 al 26 agosto e, nella redazione definitiva, fu accettato dal re Luigi XVI il 5 ottobre per essere inserito come preambolo nella Carta costituzionale del 1.791. L'impatto di questa elencazione di principi fu innovatore e rivoluzionario allo stesso tempo. Sei mesi dopo la presa della Bastiglia e sole tre settimane dopo l'abolizione del feudalesimo, la Dichiarazione attuò uno sconvolgimento radicale della società come mai era avvenuto nei secoli precedenti. La Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino d'altro canto non fu un episodio casuale e gran parte del contenuto della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino è confluito a sua volta nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo adottata dalle Nazioni Unite nel 1.948. 
La stampa originale della "Dichiarazione
dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino".
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Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino Preambolo: I Rappresentanti del Popolo Francese, costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri; affinché maggior rispetto ritraggano gli atti del potere legislativo e quelli del potere esecutivo dal poter essere in ogni istanza paragonati con il fine di ogni istituzione politica; affinché i reclami dei cittadini, fondati da ora innanzi su dei principi semplici ed incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti. In conseguenza, l’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino.
Art. 1. Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.
Art. 2. Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza
all’oppressione.
Art. 3. Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani direttamente da essa.
Art. 4. La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri; così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della
società il godimento di questi stessi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla legge.
Art. 5. La legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che non è vietato dalla legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che
essa non ordina.
Art. 6. La legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere
uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo le loro
capacità, e senza altra distinzione che quella della loro virtù e dei loro talenti.
Art. 7. Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che procurano, spediscono,
eseguono o fanno eseguire degli ordini arbitrari, devono essere puniti; ma ogni cittadino citato o tratto in arresto, in virtù della legge, deve obbedire immediatamente; opponendo
resistenza si rende colpevole.
Art. 8. La legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una legge stabilita e promulgata anteriormente al
delitto, e legalmente applicata.
Art. 9. Presumendosi innocente ogni uomo sino a quando non sia stato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona
deve essere severamente represso dalla legge.
Art.10. Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla legge.
Art.11. La libera comunicativa dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere
dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge.
Art.12. La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica; questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai
quali essa è affidata.
Art.13. Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese di amministrazione, è indispensabile un contributo comune: esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini, in
ragione delle loro sostanze.
Art.14. Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne l’impiego
e di determinarne la quantità, la ripartizione e la durata.
Art.15. La società ha il diritto di chieder conto ad ogni agente pubblico della sua amministrazione.
Art.16. Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione.
Art.17. La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente,
Vittorio Alfieri
e previa una giusta indennità.

Nel 1.790 - "Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo." (Vittorio Alfieri, 1.790)

Nel 1.791 - Olympe de Gouges pubblica "La Dichiarazione dei diritti della Donna e della Cittadina". La Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (titolo in francese Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne) è un testo giuridico francese, che esige la piena assimilazione legale, politica e sociale delle donne, pubblicato nel settembre 1.791 dalla scrittrice Olympe de Gouges sul modello della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1.789 proclamata il 26 agosto dello stesso anno. Primo documento a invocare l'uguaglianza giuridica e legale delle donne in rapporto agli uomini, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina è stata pubblicata allo scopo di essere presentata all'Assemblée nationale per esservi adottata. La Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina costituisce un'imitazione critica della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, che elenca i diritti validi solo per gli uomini, allorché le donne non dispongono del diritto di voto, dell'accesso alle istituzioni pubbliche, alle libertà professionali, ai diritti di possedimento, ecc. L'autrice vi difende, non senza ironia sulle considerazioni dei pregiudizi maschili, la causa delle donne, scrivendo che « La donna nasce libera e ha uguali diritti all'uomo ». Volendo, si può dire che Olympe de Gouges criticò la Rivoluzione francese di aver dimenticato le donne nel suo progetto di libertà e di uguaglianza.
Olympe de Gouges, colei che
pubblicò la  "Dichiarazione
dei diritti della Donna e della
 Cittadina".
Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina:
Uomo, sei capace d'essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l'esempio di questo tirannico potere. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata; e rendi a te l'evidenza quando te ne offro i mezzi; cerca, indaga e distingui, se puoi, i sessi nell'amministrazione della natura. Dappertutto tu li troverai confusi, dappertutto essi cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro immortale. Solo l'uomo s'è affastellato un principio di questa eccezione. Bizzarro, cieco, gonfio di scienza e degenerato, in questo secolo illuminato e di sagacia, nell'ignoranza più stupida, vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione, e reclama i suoi diritti all'uguaglianza, per non dire niente di più.
Donne, Cittadine del mondo.
Preambolo
Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale. Considerando che l'ignoranza, l'oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi loro senza sosta i loro diritti e i loro doveri, affinché gli atti del potere delle donne e quelli del potere degli uomini, potendo essere paragonati ad ogni istante con gli scopi di ogni istituzione politica, siano più rispettati, affinché le proteste dei cittadini, fondate ormai su principi semplici e incontestabili, si rivolgano sempre al mantenimento della Costituzione, dei buoni costumi, e alla felicità di tutti. In conseguenza, il sesso superiore sia in bellezza che in coraggio, nelle sofferenze della maternità, riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell'essere supremo, i seguenti Diritti della Donna e della Cittadina:
Articolo I. La Donna nasce libera ed ha gli stessi diritti dell'uomo. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull'utilità comune.
Articolo II. Lo scopo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell'Uomo: questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e soprattutto la resistenza all'oppressione.
Articolo III. Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione, che è la riunione della donna e dell'uomo: nessun corpo, nessun individuo può esercitarne l'autorità che non ne sia espressamente derivata.
Articolo IV. La libertà e la giustizia consistono nel restituire tutto quello che appartiene agli altri; così l'esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l'uomo le oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.
Articolo V. Le leggi della natura e della ragione impediscono ogni azione nociva alla società: tutto ciò che non è proibito da queste leggi, sagge e divine, non può essere impedito, e nessuno può essere obbligato a fare quello che esse non ordinano di fare.
Articolo VI. La legge deve essere l'espressione della volontà generale; tutte le Cittadine e i Cittadini devono concorrere personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, alla sua formazione; esse deve essere la stessa per tutti: Tutte le cittadine e tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammissibili ad ogni dignità, posto e impiego pubblici secondo le loro capacità, e senza altre distinzioni che quelle delle loro virtù e dei loro talenti.
Articolo VII. Nessuna donna è esclusa; essa è accusata, arrestata e detenuta nei casi determinati dalla Legge. Le donne obbediscono come gli uomini a questa legge rigorosa.
Articolo VIII. La Legge non deve stabilire che pene restrittive ed evidentemente necessarie, e nessuno può essere punito se non grazie a una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente applicata alle donne.
Articolo IX. Tutto il rigore è esercitato dalla legge per ogni donna dichiarata colpevole.
Articolo X. Nessuno deve essere perseguitato per le sue opinioni, anche fondamentali; la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna; a condizione che le sue manifestazioni non turbino l'ordine pubblico stabilito dalla legge.
Articolo XI. La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi della donna, poiché questa libertà assicura la legittimità dei padri verso i figli. Ogni Cittadina può dunque dire liberamente, io sono la madre di un figlio che vi appartiene, senza che un pregiudizio barbaro la obblighi a dissimulare la verità; salvo rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.
Articolo XII. La garanzia dei diritti della donna e della cittadina ha bisogno di un particolare sostegno; questa garanzia deve essere istituita a vantaggio di tutti, e non per l'utilità particolare di quelle alle quali è affidata.
Articolo XIII. Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese dell'amministrazione, i contributi della donna e dell'uomo sono uguali; essa partecipa a tutte le incombenze, a tutti i lavori faticosi; deve dunque avere la sua parte nella distribuzione dei posti, degli impieghi, delle cariche delle dignità e dell'industria.
Articolo XIV. Le Cittadine e i Cittadini hanno il diritto di costatare personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, la necessità dell'imposta pubblica. Le Cittadine non possono aderirvi che a condizione di essere ammesse ad un'uguale divisione, non solo dei beni di fortuna, ma anche nell'amministrazione pubblica, e di determinare la quota, la base imponibile, la riscossione e la durata dell'imposta.
Articolo XV. La massa delle donne, coalizzata nel pagamento delle imposte con quella degli uomini, ha il diritto di chiedere conto, ad ogni pubblico ufficiale, della sua amministrazione.
Articolo XVI. Ogni società nella quale la garanzia dei diritti non sia assicurata, né la separazione dei poteri sia determinata, non ha alcuna costituzione; la costituzione è nulla, se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione, non ha cooperato alla sua redazione.
Articolo XVII. Le proprietà appartengono ai due sessi riuniti o separati; esse sono per ciascuno un diritto inviolabile e sacro; nessuno ne può essere privato come vero patrimonio della natura, se non quando la necessità pubblica, legalmente constatata, l'esiga in modo evidente, a condizione di una giusta e preliminare indennità. 
Con il termine suffragette si indicavano le appartenenti a un movimento di emancipazione femminile nato per ottenere il diritto di voto per le donne (dalla parola "suffragio" che significa "dichiarazione della propria volontà in procedimenti elettivi o deliberativi; voto"). In seguito la parola "suffragetta" ha finito per indicare, in senso lato, la donna che lotta o si adopera per ottenere il riconoscimento della piena dignità delle donne, coincidendo in parte quindi col termine femminista. Il movimento presentò all'Assemblea Rivoluzionaria, all'inizio della rivoluzione francese, nel 1789, il "Cahier de Doléances des femmes", una prima richiesta formale di riconoscimento dei diritti delle donne. Negli stessi anni, sempre in Francia, Olympe de Gouges pubblicò "Le prince philosophe", romanzo che rivendicava i diritti delle donne, ed iniziò ad organizzare gruppi di donne. La sua azione tuttavia fu interrotta quando iniziò a criticare lo stesso Robespierre, e, nel 1793, venne ghigliottinata.
- Muore, a 36 anni e in miseria, Wolfgang Amadeus Mozart 

Nel 1.792 - Proclamazione della Repubblica Francese.

Nel 1.793 - Seconda spartizione della Polo­nia. Le spartizioni della Polonia del XVIII secolo, posero fine all'esistenza della Confederazione Polacco-Lituana. Le spartizioni coinvolsero la Prussia, l'Impero Russo e l'Impero Austriaco, che si divisero le terre della confederazione. Le tre spartizioni avvennero: il 5 agosto 1772, il 23 gennaio 1793 e il 24 ottobre 1795.
- David dipinge la "Morte di Marat".
- Inevitabilmente, gli avvenimenti francesi del 1789 scatenarono l’entusiasmo degli Occitani. Il vecchio ideale di libertà e di progresso, sempre perseguito con le motivazioni ideologiche più diverse e mai raggiunto, sembrava a un passo dalla sua realizzazione. Il colpo di Stato del marzo del 1793, che porta Robespierre al potere (e dietro di lui l’alleanza della piccola borghesia e del “popolo”) provoca un’immediata risposta in Occitania: la sollevazione girondina. L’ideologia Girondina, moderatamente federalista, era, del resto, condivisa in altre regioni “francesi”: in Normandia e a Lione, per esempio. Essa era tuttavia forte soprattutto in Occitania: e una motivazione nazionale occitanica, magari inconscia, certamente esisteva sul fondo. Infatti, la borghesia d’oc aderì subito all’appello di Vernhaud (Vergniaud), un politico limosino che riteneva giunto il momento di studiare “le misure da prendersi per formare, con i 24 dipartimenti del “Midi”, una repubblica federativa che vada da Bordeaux a Lione”. I Giacobini mandano subito un corpo di spedizione in Occitania. Tolone viene conquistata, Parigi ha vinto ancora una volta. L’Occitania appoggerà sempre i movimenti “rivoluzionari” che tenteranno di conferirle una propria autonomia nazionale ma verrà più volte tradita dalla mancanza dell’appoggio popolare. I suoi abitanti, infatti, sono sempre stati più portati allo scambio fraterno e culturale non riuscendo a darsi un'organizzazione unitaria politica. Solo ultimamente, con la caduta delle frontiere europee, l’Occitania sta prendendo una coscienza di Stato unitario ed indipendente. A differenza dei “fratelli” baschi, non sono le bombe a far parlare della voglia di autonomia, ma la musica, le danze, la poesia

Nel 1.795 - Si adotta in Francia, e poi in tutto il mondo, il sistema metrico decimale.

Nel 1.796 - E. Jenner scopre la vaccinazione antivaiolosa.

Cartina politica dell'Italia del Nord  nei primi mesi del 1796, prima
dell'abbattimento dei regimi aristocratico-monarchici da parte di
 Napoleone. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 1.797 - Nell'ambito delle guerre Napoleoniche ai vecchi regimi, in Italia vengono fondate la Repubblica Cisalpina, con capitale Milano e la Repubblica Cispadana comprendente i territori di Massa e Carrara, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Ferrara e Romagna, con capitale Bologna.

Cartina politica dell'Italia del Nord  alla fine del 1796. Il 9 gennaio 1797
viene fondata la Repubblica Cispadana. In verde sono
  segnalati i confini della Repubblica Cispadana, comprendente i
 territori di Massa e Carrara, Reggio Emilia, Modena, Bologna,
Ferrara e Romagna. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

- Nella Repubblica Cispadana si indicono elezioni aperte a tutti i maschi maggiorenni per eleggere un parlamento. Viene inoltre promulgata una Costituzione.

Costituzione della Repubblica Cispadana: i primi
articoli. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Costituzione della Repubblica Cispadana: i capoluoghi dei territori
e il concetto di cittadinanza. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Costituzione della Repubblica Cispadana: i comizi primari per le
libere elezioni.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

- Nella Repubblica Cispadana viene adottato il tricolore come bandiera della libera Repubblica.

Bandiera della Repubblica Cispadana,
  con stemma di faretra a 4 frecce.
RC sta per Repubblica Cispadana
  con lo stemma di faretra a 4 frecce.












Il Tricolore, la Bandiera nazionale Italiana
- I colori della bandiera Nazionale Italiana furono stabiliti dal Senato di Bologna, con un documento datato 28 ottobre  1.796, in cui si legge: "Bandiera coi colori Nazionali - Richiesto quali siano  i colori Nazionali per formarne una bandiera, si è risposto il Verde il Bianco ed il Rosso." A Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 fu fatta mozione che si renda Universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori, Verde, Bianco e Rosso e che questi tre colori  si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti. Viene decretato. Il congresso della Repubblica Cispadana convocato a Modena il 21 gennaio del 1797 confermando le deliberazioni di precedenti adunanze decretò vessillo di stato il tricolore per virtù d'uomini e di tempi fatto simbolo dell'unità indissolubile della nazione.

Nel 1.798 - T. Malthus pubblica il "Saggio sul principio della popolazione".

Nel 1.799 - In Francia, Napoleone Bonaparte diventa Primo Con­sole.
- II ritrovamento dei Francesi dello stele di Rosetta, in Egitto, permette a Champollion di decifrare i geroglifici egiziani.
Cartina geografica dell'Europa dal 1796 con le conquiste di Napoleone
Bonaparte e dell'esercito della Repubblica Francese.
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Nel 1.800 - Nel XIX secolo il diffondersi della rivoluzione industriale impresse una svolta fondamentale nella storia materiale dell’Europa. Iniziata in Inghilterra negli ultimi decenni del Settecento, si diffuse nel resto del continente durante la prima metà del nuovo secolo. La produzione, grazie all’affermazione di nuove tecnologie, si moltiplicò in ogni settore economico, consentendo uno sviluppo strettamente intrecciato con la crescita demografica. La parallela rivoluzione dei trasporti produsse un’integrazione economica dapprima nazionale e continentale, con la nascita e la rapida diffusione delle comunicazioni ferroviarie, poi, grazie alla navigazione a vapore, mondiale. Si consolidò così la borghesia imprenditoriale, ormai pronta a entrare da protagonista sulla scena politica. E si pose anche la “questione sociale”, connessa alla nascita della nuova classe del proletariato urbano. L’affermazione politica della borghesia richiese una lunga lotta contro i privilegi della nobiltà e del clero e contro la struttura assolutistica degli stati. La prima metà dell’Ottocento fu caratterizzata politicamente dal conflitto tra l’Europa dei sovrani, sostenitori di una concezione assolutistica e paternalistica del potere, e l’Europa delle nazioni, espressione delle istanze ideali e politiche delle borghesie. Dopo la sconfitta di Napoleone, nel congresso di Vienna (1814-15) le potenze vincitrici ridisegnarono la carta geopolitica del continente sulla base dei principi dell’equilibrio e della legittimità. Con la Santa Alleanza si affermarono i princìpi della solidarietà internazionale tra i sovrani nella repressione di ogni insurrezione. Si aprì così l’età della Restaurazione, caratterizzata dal tentativo di frenare l’affermazione delle idee di nazione, di libertà e di cittadinanza (diritti dell'uomo e della donna), largamente diffuse dalla Rivoluzione francese e dall’impero napoleonico. L’idea di nazione fu il frutto dell’evoluzione in senso storicistico della cultura romantica, che rifiutò il cosmopolitismo illuministico e rivalutò le peculiari tradizioni di ogni popolo. Sebbene gli intellettuali cercassero di dimostrare il primato morale e spirituale del proprio popolo (in particolare il tedesco Fichte, gli italiani Mazzini e Gioberti, il francese Guizot), l’idea di nazione non fu inizialmente in contrasto con l’ideale di un’Europa pacifica e unitaria. Il primato nazionale fu infatti concepito come missione di guida degli altri popoli sulla via del progresso materiale e spirituale e non come giustificazione di pretese egoistiche e prevaricatrici (come doveva poi avvenire nella seconda metà del secolo). In questo periodo maturò ulteriormente, sebbene ancora minoritario, l’ideale federalista europeo, sostenuto da intellettuali come Saint-Simon, Cattaneo, Mazzini e Proudhon. L’età della Restaurazione fu scossa da ondate di moti insurrezionali e rivoluzionari, portatori di istanze dapprima solo liberali e nazionali (moti del 1820-21 e moti del 1830-31), poi, con la crescita della partecipazione politica della piccola borghesia e della classe operaia, anche democratiche e socialiste (rivoluzioni del 1848-49).
- Alessandro Volta costruisce la pila elettrica.

"Napoleone valica il San Bernardo"
di Jacques Louis David (1801)
Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 1.804 - Napoleone incoronato impera­tore dei Francesi. 

Nel 1.805 - Napoleone Bonaparte si incorona Re d'Italia. E' l'incoronazione più famosa avvenuta con la corona Ferrea: nel rito celebrato nel Duomo di Milano, egli si impose da solo la corona sul capo, pronunciando la frase: "Dio me l'ha data e guai a chi me la toglie!". Per devozione alla corona Napoleone istituì poi l'"Ordine della Corona del Ferro".
- Napoleone è sconfitto dalla flotta Inglese comandata da Orazio Nelson nella battaglia navale di Trafalgar.

Nel 1.806 - A Londra inizia l'illuminazione stradale a gas.

Nel 1.807 - Alleatosi con Alessandro I zar di Russia, Napoleone proclama il blocco continentale (fino al 1810).
- Viene pubblicata la "Fenomenolo­gia dello spirito" di G.W.F. Hegel.

Nel 1.808 - Guerra peninsulare: la Francia invade la Spagna 
- Dalton formula la teoria atomica.

Nel 1.810 - Francisco Goya inizia a dipingere i disastri della guerra.

Nel 1.812 - Napoleone invade la Russia; l'anno successivo i resti del suo eser­cito sono battuti a Lipsia.

Nel 1.814 - Napoleone abdica ed è esiliato all'Elba.

Cartina geografica dell'Europa con la Francia nel 1789 e l'espansione con
l'impero di Napoleone Bonaparte in verde scuro, i territori da lui controllati
in verde chiaro, gli stati a lui alleati in blu. Il percorso nella campagna
d'Egitto e Palestina del 1798-99, della campagna di Russia del 1812,
e della sua fuga dall'Elba fino alla sconfitta di Waterloo nel 1815.
Percorso marittimo di Wellington nella guerra peninsulare del 1808.
 Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 1.815 - I Cento Giorni: Napoleone fugge dall'Elba e marcia su Parigi. Sconfitto a Waterloo è esiliato a S. Elena dove morirà nel 1821.
- Il Congresso di Vienna restaura l'ordine monarchico-aristocratico in Europa.

Cartina geografica dell'Europa dal 1814 con la restaurazione dei poteri
prima esautorati da Napoleone Bonaparte e dall'esercito della
Repubblica Francese. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

- L'800 si era apre quindi affermando il principio di legittimità dei sovrani artefici della Restaurazione post-Napoleonica.

Nel 1.819 - Oersted scopre l'elettromagne­tismo.

Nel 1.820 - Moti rivoluzionari in Spagna, Italia e Portogallo.

Nel 1.821 - Napoleone Bonaparte muore in esilio sulla sperduta isola africana di Sant'Elena.
- Guerra d'indipendenza greca contro la dominazione ottomana.
- M. Faraday inventa il generatore e il motore elettrico.

Nel 1.824 - Ludwig van Beethoven compone la Nona Sinfonia.

Nel 1.825 - Rivolta decembrista in Russia contro lo zar Nicola I.  
- Prima ferrovia con treni a vapore per pas­seggeri tra Stockton e Darlington, in Inghilterra; la locomotiva è il Pocket di G. Stephenson.

Nel 1.829 - La Turchia riconosce l'indipen­denza della Grecia.

Nel 1.830 - Moti rivoluzionari a Parigi, in Prussia, in Polonia, in Italia; il Belgio diventa indipendente.
- Viene pubblicato “Il rosso e il nero” di Stendhal.
- (Negli USA) Joseph Smith fonda negli Stati Uniti la setta avventista del mormoni.

Cartina dell'Italia dal 1815 al 1919, da divisa fra vari
  poteri, finalmente unita, grazie alle lotte risorgimentali
  e alle Guerre d'Indipendenza. Sono segnalate alcune
  battaglie. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 1.832 - Muore W. Goethe.

Nel 1.833 - Formazione dello Zollverein, l'u­nione doganale tra gli Stati tedeschi.
- Abolizione della schiavitù in tutto l'im­pero britannico 
- Darwin inizia il suo viaggio a bordo della Beagle.

Nel 1.834 - Guerre carliste in Spagna (fino al 1839).

Suffragette Inglesi.
Nel 1.835 - Con la legge comunale Corporations Act, del 1835, alle donne venne concesso il diritto di votoanche se era limitato alle elezioni locali, mentre per quelle nazionali non era possibile. Le donne iniziarono anche in Inghilterra la lotta per il cambiamento all'interno della società, sin dall'inizio sostenute dal lavoro di personalità fautrici dei diritti delle donne, come John Stuart Mill. Mill propose l'idea del suffragio femminile in un programma presentato agli elettori britannici nel 1865,e successivamente venne affiancato da numerosi uomini e donne, pronti a lottare per la stessa causa. Contemporaneamente a quanto avveniva in Francia, quindi, pure in Inghilterra si pubblicarono libri a sostegno della tesi dei diritti per le donne. Mary Wollstonecraft pubblicò, nel 1792, A "Vindication of the Right of Women", mentre iniziavano a formarsi i primi circoli femminili. Tuttavia le richieste delle donne non ottennero risposte adeguate, sino a quando con la riforma del 1832 e con la legge comunale Corporations Act, del 1835, alle donne venne concesso il diritto di votoanche se era limitato alle elezioni locali, mentre per quelle nazionali non era possibile. Il movimento delle suffragette, come movimento nazionale volto a chiedere il suffragio femminile, vide la luce nel Regno Unito solo nel 1872
Carta dell'Inghilterra, protagonista della Rivoluzione
 Industriale, e della Scozia, nel XIX secolo, con i dati
demografici del 1801e le materie prime.
Clicca sull'immagine per ingrandirla.
E' da questa data quindi che fu possibile parlare, a tutti gli effetti, di suffragette, perché solo allora ebbe vita un movimento nazionale per rivendicare il diritto di voto, ancora non riconosciuto, che portò, nel 1897, alla formazione della Società Nazionale per il suffragio femminile (National Union of Women's Suffrage). La fondatrice, Millicent Fawcett, cercò di convincere anche gli uomini ad aderire al movimento, perché erano i soli, in quel momento storico, che legalmente potessero concedere il diritto di voto, ma ebbe scarso successo. I progressi sul piano del riconoscimento sociale, in quel primo periodo, furono quindi molto limitati, e tale situazione si protrasse sino a circa il 1903. Sul piano economico e sociale il notevole e crescente benessere dovuto all'industrializzazione intanto aveva cambiato radicalmente la vita delle donne. I movimenti femminili ripresero nuovo vigore quando Emmeline Pankhurst fondò, nel 1903, l'Unione sociale e politica delle donne (Women's Social and Political Union - WSPU), con il preciso intento di far ottenere alle donne il diritto di voto politico, concesso solo agli uomini tranne che per le elezioni ai consigli municipali e per le elezioni di contea. Le suffragette attuarono azioni dimostrative, incatenandosi a ringhiere, incendiando le cassette postali, rompendo finestre e così via. Una suffragetta, Emily Davison, morì durante i disordini al Derby di Epsom del 1913, e le venne dedicata una edizione speciale del quotidiano The Suffragette. Molte vennero incarcerate e iniziarono lo sciopero della fame emulando Marion Dunlop, la prima suffragetta ad attuare tale forma di protesta.

Nel 1.837 - Inizio del regno della regina Vitto­ria in Gran Bretagna.  
C. Wheatstone brevetta il tele­grafo elettrico.

Nel 1.839 - Theodor Schwann formula la teo­ria cellulare.

Nel 1.840 - Inizia la pubblicazione dell'edi­zione definitiva dei "Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni
- Primo servizio postale con franco­bolli in Inghilterra.

Nel 1.842 - C. Long introduce in chirurgia l'anestesia con l'etere.

Nel 1.844 - Morse trasmette il primo messaggio telegrafico.

Nel 1.845 - Una grande carestia in Irlanda causa una massiccia emigrazione verso gli Stati Uniti.
- Prima traversata atlantica del Great Britain, nave a elica costruita in ferro.

Nel 1.848 - Rivoluzione in Francia dove si instaura la Repubblica 
- Prima guerra d'indipendenza in Italia.
- Moti rivoluzionari in Austria, Ungheria, Germania.
Karl Marx e Fredrich Engels.
- A Londra esce il "Manifesto del Partito Comunista" di Karl Marx e Fredrich Engels, un librettino di sole 23 pagine destinato ad avere un successo editoriale di portata colossale.
Il manifesto compendia i principi fondamentali del marxismo:
1°) il principio della lotta di classe, che la storia delle società civili (schiavismo, modo asiatico di produzione, feudalesimo, capitalismo) è storia di lotte di classi e che la lotta tra proletariato e borghesia culmina nella dittatura del proletariato;
2°) il principio del carattere conseguentemente rivoluzionario e universalmente liberatorio della lotta proletaria in quanto di tutte le classi che stanno di fronte alla borghesia soltanto il proletariato è una classe veramente antagonista e, a differenza di tutte le altre classi che impossessandosi del potere hanno assoggettato la società ai propri interessi, esso libera l’intera società dal dominio dell’uomo sull’uomo;
3°) il principio del raggiungimento dell’autonomia di classe attraverso l’organizzazione in partito politico;
4°) il principio che il partito comunista è l’avanguardia che guida il proletariato al rovesciamento del dominio borghese;
5°) il principio che il lavoro, che nella società borghese serve ad arricchire il capitalista, nella società comunista serve invece ad arricchire la vita sociale.
I concetti le idee la teoria esposta nel Manifesto danno alla classe sfruttata gli strumenti elementari per capire e rivoluzionare la società. Sono quindi il primo armamentario dell’arsenale del marxismo.
Il Manifesto ebbe una prima grande diffusione con le insurrezioni popolari del 18 marzo 1848 a Milano e a Berlino. Da allora, sia pure con alti e bassi, esso ha formato generazioni su generazioni.
Cartina geografica dell'Europa del 1848 con indicati con una fiammella
l'esitenza di moti rivoluzionari e con una stella moti già avvenuti con
la data di avvenimento. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
"Uno spettro ossessiona l’Europa, lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono unite in una Santa Alleanza per braccare questo spettro: il Papa lo Zar, Metternich e Guizot, i radicali di Francia e i poliziotti di Germania.
Quale forza di opposizione non è stata accusata di comunismo dai suoi avversari al potere? Quale è la forza di opposizione che, a sua volta, non ha rinfacciato ai suoi avversari di destra o di sinistra l’epiteto infamante di comunisti?
Da questi fatti si ricavano due conclusioni.
1°) Ormai il comunismo è considerato da tutte le potenze d’Europa come una potenza.
2°) È ora che i comunisti proclamino al mondo intero il loro modo di vedere, i loro scopi e tendenze; è ora che oppongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito.
A questo fine, dei comunisti di diverse nazionalità si sono riuniti a Londra ed hanno redatto il seguente manifesto, che sarà pubblicato in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese...
...PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!"  Karl Marx e Friedrich Engels.
 - Nel XIX secolo, con l'arrivo di ideali liberali e nazionali diffusi negli ambienti colti slavi, in seguito al romanticismo e alle guerre napoleoniche, nacque il panslavismo, movimento culturale che mirava alla presa di coscienza dei popoli slavi di radici comuni e si poneva come obiettivo quello di creare un unico Stato nazionale. La bandiera panslava assunta nel Primo Congresso Panslavo a Praga nel 1848, fu poi la bandiera della Jugoslavia, letteralmente Slavia del Sud. Lo scrittore Ján Kollár (1793-1852) aveva attributo agli idiomi slavi, nel saggio "Sulla reciprocità letteraria dei diversi ceppi e dialetti della nazione slava" (del 1836), il carattere di dialetti riferentisi a un'unica antica lingua, quella che i linguisti odierni definiscono proto-slavo. I principali teorici del movimento erano residenti dentro i confini dell'Impero Asburgico, ovvero Cechi, Sloveni, Slovacchi, Croati e Serbi. Il primo congresso panslavo avvenne a Praga nel 1848, presieduto dallo storico František Palacký. La più grande divisione teorica fu quella tra il "Piccolo Panslavismo", che escludeva la Russia e il "Grande Panslavismo" che la comprendeva. L'Impero Russo usò spesso l'idea della riunificazione slava e di Mosca come Terza Roma, la seconda era stata Costantinopoli, per giustificare la sua espansione nell'Europa centro-orientale e nei Balcani. Il movimento ebbe ruolo ideologico fondamentale per la creazione del Regno di Jugoslavia. I principali ostacoli alla riunione dei popoli slavi furono determinati da aspri conflitti d'origine storica e dalla mancanza di coesione territoriale, essendo slavi del nord e del sud, divisi geograficamente dalla presenza di Austriaci, Ungheresi e Romeni, popoli di cultura e lingua non slava.

Nel 1.850 - In Europa, nella seconda metà dell'800, la borghesia raggiunse l’egemonia sociale in tutte le nazioni più industrializzate. L’economia entrò nell’età della cosiddetta “seconda rivoluzione industriale”, caratterizzata da un crescente legame tra ricerca scientifica e produzione economica, dalla concentrazione monopolistica delle imprese, dalla razionalizzazione dell’organizzazione del lavoro, dal ruolo fondamentale delle banche e delle nuove forme di finanziamento industriale, dal massiccio intervento dello stato nella tutela degli interessi degli imprenditori nazionali (con misure protezionistiche contro la concorrenza straniera, commesse statali, ecc.). Il bisogno di materie prime a basso costo e di nuovi mercati provocò una nuova corsa delle potenze europee alle colonie, soprattutto in Africa e in Asia (imperialismo). Inizialmente il numero delle potenze interessate agli immensi territori da esplorare e da conquistare fu relativamente ridotto (e tra queste primeggiavano Inghilterra e Francia), per cui fu possibile concordare pacificamente e diplomaticamente la spartizione. Successivamente, la riduzione dei territori disponibili e l’aumento delle potenze imperialistiche (Russia, Belgio, Olanda, Germania e Italia) causarono un’aggressiva rivalità che inasprì le relazioni internazionali. Dopo il quarantennio di pace inaugurato dal congresso di Vienna, l’Europa conobbe nuovamente le guerre per l’egemonia. La nascita degli stati italiano (1861) e soprattutto tedesco (1871), la politica dell’imperatore francese Napoleone III e il declino della potenza austriaca fecero cadere i pilastri su cui aveva poggiato l’equilibrio costruito dal cancelliere austriaco Metternich. Verso la fine del secolo il continente, soprattutto con l’avvento al trono in Germania del nuovo imperatore Guglielmo II, entrò in una fase di inasprimento delle rivalità nazionali. L’Europa si frantumò anche economicamente, per la concorrenza tra le grandi potenze capitalistiche e per la diversa velocità di sviluppo tra gli stati e tra le regioni all’interno degli stati. Le aree più arretrate furono penalizzate dal rapido sviluppo di quelle avanzate. Ne conseguì, tra l’altro, un movimento migratorio di milioni di persone dai paesi poveri verso quelli in grado di assorbire forza lavoro. Si trattò del più imponente spostamento demografico dai tempi delle invasioni barbariche. Le classi lavoratrici crebbero numericamente e aumentarono la propria capacità organizzativa, creando ovunque sindacati e partiti socialisti e popolari e confrontando le proprie esperienze nella Prima (1864-76) e nella Seconda (1889-1914) Internazionale.
- Dal 1850, l'UK, l'impero britannico, è indubbiamente l'incontrastata potenza economica mondiale. Cuore della “rivoluzione industriale”, motore dell'economia moderna, la Gran Bretagna poneva le basi della sua decisiva affermazione già alla fine del Settecento, potendosi considerare, alla metà del secolo successivo, come l'“officina” del mondo. La presenza di risorse minerarie (specie carbonifere) assai cospicue e di una dinamica classe imprenditoriale, arricchita dai capitali accumulati nei secoli da un'abile politica mercantile, furono la straordinaria base di partenza per un'espansione economica che, avvalendosi altresì di una sapiente organizzazione del lavoro e di una tecnologia per l'epoca di assoluta avanguardia, toccò vertici forse irripetibili di prosperità. Né va dimenticato il ruolo importantissimo svolto dall'immenso impero coloniale, creato dalla Gran Bretagna in tempi relativamente brevi grazie alla sua marina, ai suoi eserciti e alla sua moneta; esso costituì per l'economia britannica un enorme serbatoio dal quale attingere materie prime a costi bassissimi e nel quale riversare ogni sorta di prodotti industriali, in un regime, quindi, di pressoché assoluta mancanza di concorrenza. In particolare, grazie ai suoi primati nella produzione di acciaio-ghisa e nell'ingegneria ferroviaria, esportava materiali per le costruzioni ferroviarie, personale tecnico e i capitali per finanziare i lavori. Con capitali forniti dall'impero britannico, vennero costruite le ferrovie nel continente europeo e negli USA, e l'impero stesso contribuì così allo sviluppo dei suoi potenziali concorrenti.
- Un cavo telegrafico sottomarino viene steso sotto la Manica.

Nel 1.851 - I. Singer perfeziona la macchina per cucire.

Nel 1.852 - Luigi Napoleone è incoronato imperatore di Francia come Napoleone III.

Nel 1.853 - Inizia la guerra di Crimea; si con­cluderà nel 1856 col congresso di Parigi.

Nel 1.856 - Con la fine della guerra di Crimea, combattuta vittoriosamente dall'Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna contro l'Impero russo, si riunì nella capitale francese il congresso di Parigi, nel quale il Presidente del consiglio del Regno di Sardegna, Camillo Benso conte di Cavour, ottenne che per la prima volta in una sede internazionale si ponesse la questione italiana. All'unità d'Italia, Napoleone III fu sentimentalmente favorevole, come lo era - senza sentimento - anche la Gran Bretagna, poiché un'Italia unita avrebbe potuto contrastare la potenza francese. In un tumultuoso precipitare degli eventi, nel 1861 nasce il Regno d'Italia e un decennio più tardi nascerà l'impero della Germania unita sotto gli Hohenzollern, mentre si avviavano alla loro affermazione nuove potenze extraeuropee, quali Stati Uniti d'America e Giappone.
- Flaubert scrive “Madame Bovary” 
- Bessemer scopre un metodo indu­striale di produzione dell'acciaio.

Nel 1.857 - Viene pubblicato “I fiori del male” di C. Baudelaire.

Nel 1.859 - Seconda guerra d'indipendenza italiana 
- Darwin pubblica “L'origine delle specie”.
Cartina geografica degli Stati Uniti d'America, gli USA,
  con i nomi di tutti gli Stati federali, comprese Alaska
e Isole Hawaii. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
- Il 6 marzo 1860 venne brevettato negli Stati Uniti il fucile a ripetizione Spencer. Questo fucile è stato sviluppato con l’unico scopo di usarlo contro i propri fratelli durante la Guerra Civile. Nelle parole di Warren Fisher, Jr. tesoriere della società Spencer Fucili a Ripetizione: “… Nelle mani di esploratori, tiratori scelti o truppe regolari – tenendo in considerazione tutti gli elementi peculiari della gamma di prodotto, rapidità di fuoco e facilità di ricarica – il Rifle Spencer è così efficace da rendere un uomo solo equivalente a mezza dozzina di uomini armati di fucili a caricamento singolo … “. Di questo fucile, insieme alle testimonianze di un gran numero di componenti dello staff dello Stato Maggiore dell’Esercito Federale, George Armstrong Custer scrisse: "Al Signor F. Cheney: Caro signore, in qualità di comandante di una brigata di cavalleria, interamente equipaggiata con carabine e fucili a ripetizione Spencer, ho il piacere di testimoniare la loro superiorità su tutte le altre armi. Sono fermamente del parere che millecinquecento uomini armati di carabina Spencer sono più efficaci di venticinquemila uomini armati di qualsiasi altra arma da fuoco. So che questo è vero perché ho potuto sperimentarlo dal vivo". La guerra di secessione americana, nota negli Stati Uniti come la guerra civile, fu combattuta dal 12 aprile 1861 al 9 aprile 1865 fra gli Stati Uniti d'America e gli Stati Confederati d'America (CSA), entità politica sorta dalla riunione confederale di Stati secessionisti dall'Unione. In risposta alla elezione di Abraham Lincoln come Presidente degli Stati Uniti d'America, 11 stati del sud dichiararono la propria secessione e formarono la Confederazione degli Stati d'America. Dopo quattro anni di guerra la Confederazione si arrese e lo schiavismo fu abolito in tutta la nazione. Le questioni che portarono alla guerra furono in parte risolte durante la cosiddetta era della ricostruzione.
- (Negli USA) Perforazione del primo pozzo petrolifero in Pennsylvania.

Contea di Nizza da https:
//commons.wikimedia.org
/wiki/File:County_of_nice.svg
Nel 1.860 - Il 24 marzo, con il trattato di Torino, si sancisce l'annessione della Contea di Nizza e della Savoia, appartenenti al Regno di Sardegna, alla Francia. In seguito agli accordi di Plombières (del luglio 1858), il primo ministro del Regno di Sardegna, Cavour, promette all'imperatore francese Napoleone III la cessione della Savoia in cambio del suo appoggio alla politica di unificazione italiana condotta dalla monarchia sabauda. La proposta viene poi ufficializzata per mezzo del trattato di alleanza sardo-francese firmato nel gennaio 1859. Con quest'ultimo patto, quale ulteriore compenso ai francesi, alla Savoia si aggiunse Nizza. Nel giro di pochi mesi, nel corso della Seconda guerra d'indipendenza, le truppe franco-piemontesi inflissero sconfitte all'esercito austriaco a Magenta e Solferino e il successivo armistizio di Villafranca obbligò l'Austria a cedere la Lombardia alla Francia, che la girò al Regno di Sardegna. In compenso, Napoleone III chiese la Savoia e Nizza, come precedentemente promesso. Il 24 marzo 1860 venne perciò siglato il Trattato di Torino, col quale il Piemonte acconsentiva alla cessione degli antichi territori sabaudi, da confermare mediante plebiscito; nel contempo le truppe piemontesi iniziarono a ritirarsi dalla Savoia e da Nizza.
La Savoia dalla sua istituzione, da:
https://it.wikipedia.org/wiki
/Contea_di_Savoia#/media
/File:Savoie_12_13e_siecles.GIF
Il trattato venne reso pubblico il 30 marzo successivo e, il 1º aprile, Vittorio Emanuele II sottoscrisse questo proclama alle popolazioni di Nizza e della Savoia:
« Un trattato concluso il 24 marzo stabilisce che la riunione della Savoia e di Nizza alla Francia avrà luogo colla adesione delle popolazioni e la sanzione del Parlamento.
Per quanto siami penoso di separarmi da province che hanno per sì lungo tempo fatto parte degli Stati de’ miei antenati, e alle quali si attaccano tante reminiscenze, io ho dovuto considerare, che i cangiamenti territoriali, originati dalla guerra in Italia, giustificherebbero la domanda, che il mio augusto alleato l’imperatore Napoleone mi ha indirizzato per ottenere questa riunione.
Io ho dovuto inoltre tener conto dei servigî immensi che la Francia ha resi all’Italia, dei sacrifizî che essa ha fatto nell’interesse della sua indipendenza, dei vincoli che le battaglie e i trattati hanno formato tra i due paesi. Io non potea disconoscere da altra parte che lo sviluppo del commercio, la rapidità e la facilità delle comunicazioni aumentano ogni giorno di più l’importanza ed il numero delle relazioni della Savoia e di Nizza colla Francia.
Io non ho potuto dimenticare infine, che le grandi affinità di razza, di linguaggio e di costumi rendono codeste relazioni ognor più intime e naturali.
Tuttavia un simile grande cangiamento nella sorte di codeste provincie non potrebbe esservi imposto; esso dev’essere il risultato del libero vostro consentimento. Questa è la mia ferma volontà, e tale è pur anche l’intenzione dell’Imperatore dei Francesi. Affinché nulla possa imbarazzare la libera manifestazione de’ vostri voti, io richiamo quelli tra i principali funzionarî dell’ordine amministrativo, che non appartengono al vostro paese, e li surrogo momentaneamente da alcuni de’ vostri concittadini, che più godono la stima e la considerazione generale.
In queste circostanze solenni voi vi mostrerete degni della riputazione che vi siete acquistata.
Se voi dovete seguire altri destini, fate in modo che i Francesi vi accolgano come fratelli, che si è da lunga mano appreso a valutare e stimare.
Fate che la vostra unione alla Francia sia un legame di più tra due nazioni, la cui missione è di operare di accordo allo sviluppo della civiltà.
Torino, 1º aprile 1860. Vittorio Emmanuele »

Nel 1.861 - Proclamazione del regno d'Italia. All'unità d'Italia, Napoleone III fu sentimentalmente favorevole, come lo era - senza sentimento - anche la Gran Bretagna, poiché un'Italia unita avrebbe potuto contrastare la potenza francese. In un tumultuoso precipitare degli eventi, nel 1861 nasce il Regno d'Italia. 
- Abolizione della servitù della gleba in Russia. Le modeste riforme dello zar Alessandro II, che aveva abolito la servitù della gleba, non avevano nemmeno contemplato la creazione di un sistema parlamentare, sia pure di tipo consultivo.  
- Pasteur perfeziona i suoi studi sui microrganismi patogeni.

Nel 1.863 - A Parigi, al Salon des Refusés, trovano consacrazione le opere dei pit­tori impressionisti, tra cui Manet, Pissarro, Cézanne.
- Costruzione della prima ferrovia sotterranea a Londra.

Simbolo della Croce Rossa Italiana.
Nel 1.864 - Il 22 agosto si ratifica la prima Convenzione di Ginevra, data che sarà il segno di riconoscimento del simbolo della Croce Rossa Italiana. Il Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa costituisce la più grande organizzazione umanitaria del mondo. L'organizzazione viene spesso indicata con i termini abbreviati Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Il movimento è costituito dal Comitato Internazionale della Croce Rossa con sede a Ginevra, dalla Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e dalle 189 società nazionali individuali. L'8 maggio viene festeggiata la giornata mondiale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, poiché l'8 maggio 1828 nacque Henry Dunant, il fondatore. Nel 1863 Jean Henry Dunant, insieme ad altri quattro cittadini svizzeri (il giurista Gustave Moynier, il generale Guillaume-Henri Dufour e i medici Louis Appia e Theodore Maunoir) crea il "Comitato ginevrino di soccorso dei militari feriti" comunemente chiamato "Comitato dei cinque", predecessore del "Comitato Internazionale della Croce Rossa". Il motivo che spinse Dunant a fondare il Comitato fu la terribile carneficina e la disorganizzazione con cui furono portati i soccorsi durante la battaglia di Solferino (il 24 giugno 1859) a cui lui, banchiere ginevrino che passava da lì durante un viaggio d'affari, assistette. Il "Comitato dei cinque" promosse le idee di Henry Dunant proposte nel suo libro "Un ricordo di Solferino" ed il 26 ottobre 1863 organizzò, a Ginevra, una Conferenza Internazionale, con l'adesione di 18 rappresentanti di 14 Paesi che firmarono, il 29 ottobre dello stesso anno, la Prima Carta Fondamentale contenente dieci risoluzioni che definirono le funzioni ed i mezzi dei Comitati di soccorso. Nacque così il "Movimento Internazionale della Croce Rossa".
Croce
Rossa.
Il simbolo della croce fu adottato poiché era quello della Svizzera, ma rossa su fondo bianco (anziché bianca su fondo rosso come nella bandiera svizzera), facilmente riproducibile in una condizione di emergenza, come uno scenario di guerra. Il febbraio del 1864, durante la guerra tra la Danimarca e la Prussia, fu la prima occasione per le "Società Nazionali di Soccorso" di intervenire in aiuto dei feriti e delle vittime da entrambi le parti, ma si resero subito conto della difficoltà di intervento e della necessità di un serio impegno da parte degli stati a non colpire il personale e le strutture dedite alla cura delle vittime e dei feriti di guerra. Così, l'8 agosto 1864, il governo elvetico convocò una conferenza diplomatica alla quale parteciparono i rappresentanti di 12 nazioni (di cui gli USA fu l'unico stato non europeo a partecipare). La conferenza si concluse il 22 agosto 1864 con la ratifica della prima convenzione di Ginevra per il miglioramento della sorte dei feriti in battaglia (il primo principio della Croce Rossa è l'Umanità).
Mezzaluna
Rossa.
L'impero Ottomano turco, di religione musulmana, contestò il simbolo della croce come evocativo della religione cristiana. Per tale motivo fu adottata per quel paese il simbolo della mezzaluna rossa. Nel 1919 un dirigente della società nazionale della Croce Rossa Americana, Henry P. Davidson, vista l'ingente quantità di persone e mezzi utilizzati nelle attività di Croce Rossa durante la prima guerra mondiale, propose per la prima volta l'impiego di queste risorse anche in tempo di pace, ponendo le basi per la costituzione della Lega delle Società della Croce Rossa il 5 maggio 1919 a Parigi che nel 1991 prese il nome di Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. L'organizzazione è stata insignita del Premio Nobel per la pace in tre diverse occasioni: nel 1917, nel 1944 e nel 1963.
Attualmente della Federazione della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa fan parte il Comitato Internazionale che si occupa delle aree in cui sono presenti conflitti armati e le varie Società nazionali.
- I princìpi. Il movimento della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa Internazionale opera sulla base di sette principi fondamentali:
Umanità: "Nato dalla preoccupazione di soccorrere senza discriminazioni i feriti dei campi di battaglia, il Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, sia a livello internazionale che nazionale, opera per prevenire e alleviare in ogni circostanza le sofferenze degli uomini. Si applica a proteggere la vita e la salute, e a far rispettare la persona umana. Opera per la reciproca comprensione, l’amicizia, la cooperazione e una pace durevole tra tutti i popoli.".
Imparzialità: "Non fa alcuna distinzione di nazionalità, razza, religione, di condizione sociale o di appartenenza politica. Si dedica esclusivamente a soccorrere gli individui a seconda della gravità e dell'urgenza delle loro sofferenze."
Neutralità: "Per conservare la fiducia di tutti, il Movimento si astiene dal prendere parte alle ostilità così come, anche in tempo di pace, alle controversie d'ordine politico, razziale, religioso e ideologico."
Indipendenza: "Il Movimento è indipendente. Le Società Nazionali di Croce Rossa e mezza luna svolgono le loro attività umanitarie come ausiliarie dei poteri pubblici e sono sottoposte alle leggi in vigore dei rispettivi paesi. Tuttavia esse devono conservare un'autonomia che permetta loro di operare sempre secondo i Principi del Movimento."
Volontarietà: "La Croce Rossa è un movimento di soccorso volontario e disinteressato."
Unità: "In un paese non può esserci che un'unica Società di Croce Rossa o di Mezzaluna Rossa. Essa dev'essere aperta a tutti e deve estendere la sua attività umanitaria all’intero territorio."
Universalità: "Il Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa è universale: in esso tutte le Società hanno uguali diritti ed il dovere di aiutarsi reciprocamente."
Questi principi furono enunciati ufficialmente per la prima volta nella XX Conferenza Internazionale della Croce Rossa svoltasi nel 1965 a Vienna, prendendo spunto da quanto scritto da Jean Pictet nel suo libro del 1962 La Dottrina della Croce Rossa. Da allora tutte le manifestazioni ufficiali del Movimento sono aperte con la loro lettura.
- Convenzione di Ginevra. La convenzione garantisce neutralità e protezione alle ambulanze, agli ospedali militari, al personale sanitario, al materiale sanitario nonché ai feriti di ogni parte ed al personale civile di ogni parte che si adopera per migliorare la sorte dei feriti. In base a tale Convenzione l'emblema dell'organizzazione, posto sui veicoli e sugli edifici umanitari e sanitari, fa sì che siano protetti dagli attacchi militari.Come previsto dalla Convenzione di Ginevra, l'emblema della Croce Rossa deve essere usato solo per evidenziare:
- strutture per la cura di feriti e malati dei membri delle forze armate;
- equipaggiamento e personale medico delle forze armate;
- personale sanitario e religioso, al seguito delle forze armate;
- gruppi della Croce Rossa quali il Comitato Internazionale della Croce Rossa, la Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, e le Società Nazionali di Croce Rossa e di Mezzaluna Rossa.
La Convenzione di Ginevra obbliga i suoi firmatari a prevenire l'uso non autorizzato del nome e dell'emblema, in tempo di guerra o di pace, allo scopo di garantire il rispetto universale del simbolo.
Nonostante ciò, l'emblema, con colori differenti, è un simbolo internazionale che indica pronto soccorso, unità paramediche e simili ma in maniera del tutto non autorizzata. Infatti l'uso dell'emblema della Croce Rossa è consentito, come protezione, solo ed esclusivamente agli ospedali civili. In tutti gli altri casi (medici, ambulanze non Croce Rossa ecc.) si tratta di abuso dell'emblema. L'uso dell'emblema della Croce Rossa distintivo è concesso solo alle sue componenti (in tutto tre in Italia, Volontari, Corpo Militare della Croce Rossa Italiana e Infermiere Volontarie).
Oggi l'organizzazione conta più di 115 milioni di volontari. In Italia è rappresentata dall'Associazione Italiana della Croce Rossa, più nota come Croce Rossa Italiana.
- Le convenzioni. Le quattro Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, unitamente ai due Protocolli Aggiuntivi del 1977 ed al Protocollo Aggiuntivo del 2005, costituiscono il corpo fondamentale del Diritto Internazionale Umanitario dei conflitti armati e forniscono una solida base per l'azione del Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa.
- I convenzione di Ginevra: Per il miglioramento delle condizioni dei militari feriti o malati in campagna
- II convenzione di Ginevra: Per il miglioramento delle condizioni dei militari feriti, malati o naufraghi in mare
- III convenzione di Ginevra: Per il miglioramento delle condizioni dei prigionieri di guerra
- IV convenzione di Ginevra: Per la protezione dei civili in tempo di guerra
I due protocolli aggiuntivi alle convenzioni di Ginevra 1977 si riferiscono alle vittime dei conflitti internazionali e non. Su Wikisource sono presenti i testi completi
- I simboli. Il simbolo della croce fu adottato poiché era quello della Svizzera, ma rossa su fondo bianco (anziché bianca su fondo rosso come nella bandiera svizzera), facilmente riproducibile in una condizione di emergenza, come uno scenario di guerra.
Leone Rosso.
Cristallo
 Rosso.
Cristallo Rosso
con stella di David.
Durante il 19° secolo, l'impero Ottomano turco, di religione musulmana, contestò il simbolo della croce come evocativo della religione cristiana. Per tale motivo fu adottata per quel paese il simbolo della mezzaluna rossa. Col tempo anche l'Iran adottò il simbolo del leone rosso. A questo punto, anche Israele voleva adottare come simbolo la stella di David rossa, e si decise quindi di adottare come simbolo internazionale il Cristallo Rosso, al cui interno si possono inserire i simboli territoriali.
- Nel 1.864 viene fondata l'Associazione internazionale dei lavoratori (A.I.L.), conosciuta anche come Prima Internazionale, un organismo avente lo scopo di creare un legame internazionale tra i diversi gruppi politici di sinistra: socialisti, anarco comunisti, repubblicani mazziniani, marxisti e tra le varie organizzazioni di lavoratori, in particolare operai. Per questo motivo viene anche conosciuta come Associazione internazionale degli operai. L'organizzazione non va confusa con la (bakuniana) Lega Internazionale dei Lavoratori la cui componente anarchica in seguito confluirà nella Prima Internazionale, con una convivenza dibattuta prima della frattura tra anarchici e marxisti in seno all'organizzazione, del 1872. Anarchici e marxisti prenderanno due strade definitivamente indipendenti durante la Seconda Internazionale, nel 1896. Fu fondata nel 1864 in seguito all'incontro avvenuto due anni prima a Londra tra delegazioni operaie francesi ed inglesi. L'esperienza rivoluzionaria del 1848-49 aveva infatti dimostrato come i problemi dei diversi paesi fossero strettamente legati tra loro. Inoltre veniva considerato necessario un organismo che coordinasse la lotta a livello internazionale così come la repressione veniva coordinata dalle alleanze tra stati. L'Internazionale si pose soprattutto degli obiettivi pratici da conseguire per migliorare la condizione dei lavoratori: tra questi si ricorda la limitazione della giornata lavorativa ad otto ore.
Michail Bakunin.
Questa prima esperienza fu caratterizzata dalla convivenza di più correnti ideologiche: in origine, l'organizzazione conteneva gruppi operai inglesi, anarchici, socialisti francesi e repubblicani italiani, e vedeva al suo interno personaggi noti del tempo come Karl Marx, Michail Bakunin e molti altri. Si accese quindi un intenso dibattito, che portò all'allontanamento dei mazziniani; subito dopo emerse la discussione tra marxisti ed anarchici (proudhoniani prima, Michail Bakunin e seguaci poi). Entrambi rifiutavano lo Stato borghese, ma mentre i primi teorizzavano la conquista della società comunista attraverso le fasi della “dittatura del proletariato”, della proprietà collettiva dei mezzi di produzione che in ultimo avrebbe portato alla società senza classi, gli anarchici puntavano ad un’azione diretta mirante alla disarticolazione e all’estinzione immediata dello Stato e di ogni tipo di istituzione, indipendentemente da chi ci fosse a reggerla. Il confronto tra Marx ed i proudhoniani (Proudhon era morto pochi anni prima) portò all'espulsione di quest'ultimi dall'organizzazione. In seguito, dispute tra Marx e Bakunin, l'esponente anarchico più rilevante nell'Internazionale, portarono ad una rottura tra gli anarchici ed i marxisti.
Nel 1866 dal 3 - 8 settembre, al I Congresso, a Ginevra (assente Marx), massiccia partecipazione di delegati francesi e svizzeri, oltre ai rappresentanti inglesi e tedeschi, e i delegati del Consiglio generale. Si confrontano e scontrano le tendenze mutualiste e collettiviste. Importante è la risoluzione a favore della lotta per la limitazione della giornata lavorativa a otto ore, che verrà posto come uno degli obiettivi dell'Associazione. Al Congresso dell'Aia (1872), dove si modificarono gli statuti dell'AIL in confermazione delle decisioni prese alla Conferenza di Londra del 1871), vennero espulsi Bakunin e lo svizzero James Guillaume, segnando la rottura definitiva tra le due ali. Gli anarchici si considerarono sempre vittime di un'ingiustizia e, con il sostegno delle federazioni della Spagna, dell'Italia, del Belgio e della Svizzera romanda, decisero di continuare l'Internazionale, ripristinando i suoi statuti e organizzando un nuovo congresso da tenersi a Saint-Imier (Svizzera). Questa internazionale antiautoritaria avrà altri 4 congressi fino al 1877.
Guerra dei Ducati: la Prussia sconfigge la Danimarca.

Nel 1.865 - (Negli USA) Viene fondato il Massachusetts Institute of Technology. 

Nel 1.866 - Terza guerra d'indipendenza in Italia, la Prussia, nel corso del conflitto, vince gli austriaci a Sadowa. Nel 1866, durante il regno di Francesco Giuseppe, l'Impero austriaco venne sconfitto dalla Prussia e dall'Italia. In questo modo perse alcuni territori (tra cui il Veneto) e con essi tutta la sua influenza sulle regioni tedesche e italiane. Per l'Italia fu la terza guerra di indipendenza, uno degli episodi del Risorgimento e il primo conflitto come Regno d'Italia, dal 20 giugno 1866 al 12 agosto 1866, nel più ampio quadro della guerra austro-prussiana, della quale rappresentò il fronte meridionale. Il conflitto ebbe origine dalla necessità dell'Italia di affiancare la Prussia nel tentativo comune di eliminare l'influenza dell'Austria sulle rispettive nazioni. Dopo l'attacco della Prussia all'Austria del 15 giugno 1866, così come previsto dal trattato di alleanza italo-prussiana dell'aprile 1866, l'Italia dichiarò guerra all'Austria. Passato il confine, una parte dell'esercito italiano comandata da Alfonso La Marmora fu però sconfitta nella battaglia di Custoza. Né tale insuccesso fu bilanciato dagli eventi successivi, poiché alle vittorie di Giuseppe Garibaldi e la sua avanzata verso Trento seguì per l'Italia un'altra sconfitta nella battaglia navale di Lissa. Nonostante ciò, grazie sia agli accordi presi in precedenza che alla vittoria della Prussia sul fronte settentrionale, nonché all'intervento diplomatico della Francia, al termine della guerra l'Austria cedette formalmente alla Francia il Veneto (oltre a Mantova e a parte del Friuli) che fu girato all'Italia. Un plebiscito confermò l'annessione. L'Italia non riuscì però ad annettersi i territori nel Tirolo meridionale conquistati. Il conseguente indebolimento austriaco si riversò anche negli affari di politica interna, rappresentati in particolar modo dal difficile rapporto con la nazione magiara.
- Nobel inventa la dinamite.

Nel 1.867 - Viene concluso un compromesso tra Austria e Ungheria e, in seguito a lunghe trattative, venne firmato l'Ausgleich ("compensazione"), il 12 giugno 1867, che avrebbe diviso lo stato asburgico in Cisleitania (Austria) e Transleitania (Ungheria e Croazia): nasceva così l'Impero austro-ungarico. Pur politicamente uniti, i due regni, riguardo a questioni di politica interna, rappresentavano due entità separate. In base all'Ausgleich, ogni dieci anni veniva deliberato un gran numero di decreti-legge in materia economica, politica e finanziaria, che dovevano regolare i rapporti tra le due parti dell'Impero ed essere approvati sia dalla camera ungherese che dal consiglio imperiale. Con questo compromesso, da una parte vennero quindi smorzate le pericolose tensioni interne tra popolazione austriaca e ungherese, ma dall'altra si creò una significativa divisione che spezzava in due la mastodontica struttura dell'Impero, eliminando la presenza di un unico parlamento centrale. Gli immensi territori gestiti dagli Asburgo riunivano in sé un'infinità di etnie, spesso in contrasto con il governo centrale, che rivendicavano la propria autonomia. Talvolta, come nel caso degli italiani e dei serbi, le spinte autonomiste erano ancora più stimolate dall'esistenza di stati nazionali al di là dei confini dell'Impero. Le varie popolazioni, pur essendo unite dallo stesso desiderio di autonomia, erano spesso in contrasto tra di loro, tanto che si sviluppò una forte convergenza tra nazionalità e stratificazione sociale: la nazionalità più numerosa, ma, soprattutto, più progredita a livello culturale, lo era anche a livello economico, occupando nelle aree urbane le posizioni di maggior rilievo politico e amministrativo; le altre, invece, prevalevano nelle campagne. Spesso le nazionalità di maggior rilievo seguivano una vera e propria politica di oppressione nei confronti delle rispettive minoranze nazionali. In Austria le due popolazioni di maggiore rilievo erano quella ceca (slava) e quella tedesca. La prima continuò a rivendicare fino alla fine dell'Impero la propria autonomia, anelando alla ricostituzione del Regno di Boemia, come ai tempi di Venceslao, mentre l'altra sottolineò sempre il carattere tedesco della monarchia asburgica, considerandosi l'unico stato nazionale legittimo dell'Impero.
- Karl Marx pubblica il primo volume di “Il Capitale”.

Nel 1.868 - Viene pubblicato “L'idiota” di F. Dostoievski.

Nel 1.870 - Guerra Franco-Prussiana. Con la sconfitta di Sedan, Napoleone non può più proteggere il papa. La battaglia di Sedan ebbe luogo fra il 31 agosto ed il 1º settembre 1870; fu lo scontro decisivo della prima fase della guerra franco-prussiana (19 luglio 1870 - 10 maggio 1871) e si concluse con il totale accerchiamento e la resa dell'armata francese "di Châlons" al comando inizialmente del Maresciallo di Francia Patrice de Mac-Mahon, e, dopo il ferimento di quest'ultimo, dei generali Ducrot e de Wimpffen. L'imperatore Napoleone III, presente sul campo di battaglia con le sue truppe, fu costretto alla capitolazione, il 2 settembre, insieme ai resti dell'armata, di fronte alla schiacciante superiorità dell'Esercito prussiano guidato dall'abile feldmaresciallo von Moltke. A causa della catastrofe, a Parigi venne rapidamente decisa (il 4 settembre) la deposizione dell'imperatore e la fine del Secondo Impero. In Francia apparve la rima: Napoléon, cedant Sedan cédet ses dents...  (Napoleone, cedendo Sedan cedette i suoi denti).
La popolazione di Parigi decide di non capitolare ai prussiani e si costituisce in "Comune", una repubblica popolare che ispirerà il "comunismo" e continua la guerra contro la Prussia.
- In Italia, con la conquista di Roma, continua l'unificazione, che si completerà nel 1918.
"La breccia di Porta Pia" di Carlo Ademollo (1880)
Il 20 settembre 1870, l'apertura della breccia di Porta Pia
permise ai soldati italiani di strappare la città di Roma
e il Lazio, al Papa e di annetterli al Regno d'Italia.
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Il XX settembre 1870, dopo varie azioni diplomatiche volte ad acquistare Roma dal Vaticano e approffittando della sconfitta di Napoleone III a Sedan, che difendeva militarmente la Roma papale, i bersaglieri prendono militarmente Roma; ne moriranno 45 contro 19 zuavi della guardia pontificia. Si indirà quindi un referendum per i romani che devono esprimersi se accettare l'inserimento di Roma nel Regno d'Italia o se rimanere sotto il regno del papa re. I voti a favore dell'appartenenza al Regno d'Italia saranno la larga maggioranza, e il papa, ritiratosi in castel Sant'Angelo lancerà un anatema contro i cristiani che collaboreranno con il Regno d'Italia e il sentimento nazionale si manterrà fieramente anticlericale. Solo nelle elezioni politiche del 1909, con la collaborazione tra UECI e moderati, il "patto Gentiloni", diversi cattolici si candideranno nelle liste liberali, in cui saranno eletti 21 "deputati cattolici" nelle liste liberali di Giolitti.
- Il predominio coloniale mondiale della triade anglo-franco-russa nel 1870 poteva dirsi concluso, ma non erano concluse le pretese delle potenze europee in Africa.

Nel 1.871 - Dopo la scon­fitta della Comune di Parigi, in Francia torna la repubblica, la Terza Repubblica mentre la Prussia si unisce ai territori della Germania meridionale formando il Reich (impero) tedesco di  Germania con Guglielmo I come Kaiser (imperatore, da "Cesare").
In Germania, dopo la guerra franco-prussiana, durata dal 19 luglio 1870 al 10 maggio 1871, tra il secondo Impero francese e il Regno di Prussia, sostenuto dalla Confederazione Tedesca del Nord e alleato con i regni tedeschi del sud di Baden, Baviera e Württemberg, che avevano nel frattempo sancito l'unità dell'impero tedesco, il cancelliere del nuovo Reich, Otto von Bismarck, costruì il suo complesso sistema di alleanze che avrebbe dovuto mettere al sicuro il neonato Impero tedesco, ponendolo alla stessa altezza delle altre grandi potenze europee. Bismarck non aveva alcuna intenzione offensiva o espansionistica ma, al contrario, mirava al consolidamento dei rapporti diplomatici con gli altri paesi europei. Egli stesso aveva definito la Germania uno stato "saturo" che, dopo la vittoriosa guerra franco-prussiana, a conseguenza di cui era sorta la Comune di Parigi e avrebbe permesso ai Savoia l'occupazione di Roma, libera dalle truppe di Napoleone III Bonaparte, aveva finalmente messo a tacere lo scomodo vicino francese che gli aveva ceduto l'Alsazia e buona parte della Lorena. A questo punto il primo obiettivo di Bismarck sarebbe consistito nel far rimanere la Francia in uno stato di permanente incapacità, scongiurando una possibile guerra di rivincita. Il cancelliere raggiunse lo scopo cercando di isolare completamente la repubblica privandola di amici e sostenitori e quindi diresse i propri interessi verso le nazioni delle est: l'Impero russo e l'Impero austro-ungarico, assicurando al contempo la fine di pericolose tensioni nei Balcani.

Friedrich Nietzsche.
Nel 1.872 - Pubblicazione di "La nascita della tragedia" di Friedrich Nietzsche. Nell'opera "La nascita della tragedia", la tragedia greca viene vista come massima espressione dello slancio vitale o "spirito dionisiaco", istintivo e irrazionale. Esso, però, si coniuga e nello stesso tempo si contrappone all'apollineorazionale e astratto. Socrate è considerato da Nietzsche come un pensatore che sottovaluta l'umanità finendo per disumanizzarla in un modello astratto, in quanto padre di una filosofia che prende in considerazione solo la conoscenza razionale e il conseguimento di una virtù ideale. Da questa posizione nasce la radicale critica di Nietzsche verso l'"intellettualismo etico" socratico, considerato negazione della vita nella sua espressione più genuina, libera, istintiva. Altrettanto forte è l'avversione di Nietzsche nei confronti di Platone, che egli considera autore di una concezione del mondo fondata sull'idealità metafisica e sul disprezzo nei confronti della realtà tangibile. Da Platone egli ritiene giustamente esser nata quella continuità ideologica che lega Parmenide, Platone e poi Plotino all'idealismo tedesco dell'Ottocento. Tutta l'opera di Nietzsche sarà incentrata sulla demolizione di ogni metafisica e la critica di ogni idealismo. Nietzsche attacca, quindi, i tradizionali valori fondamentali della società (filosofia, cristianesimo e democrazia), giungendo a mostrare la natura meramente metaforica e prospettica di qualsiasi principio trascendente e della stessa morale, così come di ogni concezione tradizionale. Il suo obiettivo era di smascherare la falsità e l'ipocrisia del sistema culturale su cui si fondava l'Europa dei suoi tempi e in particolare il mondo germanico. Egli individua così la stessa storia dell'Occidente come lungo processo di decadenza dell'uomo, come negazione della vita; l'affermazione della libertà è invece il destino dell'uomo. Destino che dovrà essere perseguito attraverso l'esercizio della volontà di potenza, e che condurrà l'uomo alla condizione di Oltreuomo (l'uomo in grado di oltrepassare se stesso). Del pensiero dell'illustre pensatore si appropriò l'ideologia nazionalsocialista, anche a causa delle manipolazioni messe in atto dalla sorella Elisabeth sul materiale inedito e postumo, in particolare sull'opera edita come "La volontà di potenza"; queste manipolazioni furono in realtà soprattutto di tipo filologico, piuttosto che schiettamente ideologizzate, ma favorirono l'uso che il nazismo fece, successivamente, di alcuni concetti nietzschiani. Nietzsche mostra come i grandi valori della cultura occidentale, quali la verità, la scienza, il progresso, la religione, vadano smascherati nella loro mancanza di fondamento e nella loro natura di mera finzione. C'è nell'uomo una sostanziale paura della creatività della vita, verso la volontà di potenza, che produce valori collettivi sotto la cui giurisdizione la vita viene disciplinata, regolata, schematizzata. Sono "valori che disprezzano la vita", che generano un processo di nullificazione della vita piena e gioiosa, della vita in quanto tale, a favore di un "sembrare" ipocrita e bacchettone. Ecco l'aforisma sulla "Volontà di Potenza" [VP 300]: "Immagino che ciascun corpo specifico aspiri a dominare lo spazio intero, ad estendere la sua forza (la sua volontà di potenza), e a respingere tutto ciò che resiste alla sua espansione. E il processo continua..."
La storia della cultura occidentale è pertanto la storia del nichilismo, e quindi la storia della decadenza. Il nichilismo è visto da Nietzsche in maniera particolare: esso è il processo per cui i concetti capitali della metafisica (essere, verità, realtà, ecc.) si rivelano infondati e come tali si nullificano nella loro totale inconsistenza filosofica. Nietzsche afferma che il nichilismo passivo (Schopenhauer) coincide con la perdita o sfiducia di fede dell'uomo europeo verso i valori della propria civiltà; coincide con la "diminuzione vitale", con la massa di malattie, con la pazzia, con tare psichiche e fisiche che colpiscono l'umanità. Nel nichilismo viene meno anche la fiducia nella scienza, che ha ispirato il positivismo. L'uomo nichilista è caduto nell'angoscia per aver scoperto che i fini assoluti e le realtà trascendenti non esistono, ma insiste nel perseguirli per omologazione e mancanza di originalità. L'uomo ha dovuto illudersi per dare un senso all'esistenza (si pensi anche a Freud), in quanto ha avuto paura della verità, non essendo stato capace di accettare l'idea che "la vita non ha alcun senso", che non c'è nessun "oltre" di essa e che va vissuta con desiderio e libero abbandono pieno di "fisicità". Se il mondo avesse un senso e se fosse costruito secondo criteri di razionalità, di giustizia e di bellezza, l'uomo non avrebbe bisogno di auto-illudersi per sopravvivere, costruendo metafisiche, religioni e morali. L'umanità occidentale, passata attraverso il cristianesimo, percepisce ora un senso di vuoto, trova che "Dio è morto", cioè che ogni costruzione metafisica vien meno davanti alla scoperta che il mondo è un caos irrazionale. Fino a che non sorgerà l'Oltreuomo, cioè un uomo in grado di sopportare l'idea secondo cui l'Universo non ha un senso, l'umanità continuerà a cercare dei valori assoluti che possano rimpiazzare il vecchio dio (inteso come qualsiasi tipo di realtà ultraterrena e non come semplice entità quale potrebbe essere il Dio cristiano); dei sostituti idolatrici quali, ad esempio, lo Stato, la scienza, il denaro, ecc. La mancanza, però, di un senso metafisico della vita e dell'universo fa rimanere l'uomo nel nichilismo passivo, o disperazione nichilista. È tuttavia possibile uscire dal nichilismo superando questa visione e riconoscendo che è l'uomo stesso la sorgente di tutti i valori e delle virtù della volontà di potenza (nichilismo attivo). L'uomo, ergendosi al di sopra del caos della vita, può generare propri significati e imporre la propria volontà. Chi riesce a compiere questa impresa è l'Oltreuomo, cioè l'uomo che ha compreso che è lui stesso a dare significato alla vita. Attraverso le tre metamorfosi dello spirito, di cui parla nel primo discorso del testo Così parlò Zarathustra, Nietzsche mostra come il motto "Tu devi" vada trasformato dapprima nell'"Io voglio", ed infine in un sacro "Dire di sì", espresso dalla figura del fanciullo giocondo.
Ovviamente il nichilismo attivo non giustifica i modelli valoriali proposti nel corso dei secoli per dare senso alla realtà, poiché questi non sono altro che il frutto dello spirito apollineo e, pertanto, non corrispondono all'effettiva essenza dell'uomo, che è dionisiaco, ossia legato inscindibilmente a quei "valori" (vitalità, potenza) intrinseci alla sua natura terrena.
"Impressione, sol levante" - Claude Monet (1872)
Il valore fondamentale del suo pensiero è che nella storia, non esistono dei fattima delle opinioni. Per crescere, l'individuo deve lasciare andare i vecchi rifugi dentro se stesso: Dio è Morto. Quindi , non essendoci più porti sicuri e spiegazioni rassicuranti, ci si avvia oltre il senso comune del vivere, evolvendosi nell'Oltre-Uomo (e Oltre-Donna). 

Nel 1.874 - II movimento impressionista, con una nuova mostra a Parigi, trova consa­crazione ufficiale.
- (Negli USA) A New York entrano in servizio i primi tram elettrici.
  
Helena Petrovna
Blavatsky.
Nel 1.875 - (Negli USA) A New York viene fondata da Helena  Blavatsky la Società Teosofica.

Nel 1.876 - In Italia, la Destra Storica cade, lasciando spazio ad un'aggressiva Sinistra che, guidata da Francesco Crispi, voleva portare il paese allo stesso livello delle grandi potenze. Le spese militari subirono un'improvvisa impennata e cominciarono a profilarsi le prime avventure colonialistiche.
- (Negli USA) A. Bell brevetta il telefono, (inven­tato nel 1854 da A. Meucci).

Nel 1.877 - (Negli USA) T. A. Edison inventa il fonografo.

Nel 1.878 - Congresso di Berlino sulle colo­nie e la "questione d'oriente". Dal 13 giugno al 13 luglio 1878, nella capitale tedesca si svolse il Congresso di Berlino, promosso dall'Austria e accettato dalle altre potenze europee, per rettificare il trattato di Pace di Santo Stefano, con il quale la Russia, dopo aver sconfitto l'impero ottomano nella Guerra del 1877-1878, aveva accresciuto il suo potere nei Balcani. Il Congresso rettificò, rispetto alla Pace di Santo Stefano, la destinazione dei territori turchi in Europa: ridimensionò e divise la nascente Bulgariasatellite della Russia, e stabilì l'amministrazione austriaca della Bosnia. Confermò invece l'indipendenza della Romania, della Serbia e del Montenegro. La Germania, che fece da mediatrice, per aver scongiurato la grave crisi fra la Russia e l'Austria aumentò il suo prestigio ma incrinò i suoi rapporti con la Russia che non fu soddisfatta dei negoziati. La Turchia, pur perdendo estesi territori, limitò i danni rispetto alla Pace di Santo Stefano. Oltre alla Russia, alla Turchia, all'Austria e alla Germania, al Congresso di Berlino parteciparono la Gran Bretagna, la Francia e l'Italia. Le decisioni prese costituirono il Trattato di Berlino.
-Londra prime strade con illuminazione elettrica, che sostituiva l'illuminazione a olio di balena. Finiva così l'epopea delle baleniere britanniche che cacciavano i cetacei negli oceani che avevano ispirato la leggenda di Moby Dick.

Nel 1.879 - Se il progetto di Bismark (isolare la Francia e aprirsi verso le nazioni delle est: l'Impero russo e l'Impero austro-ungarico) non venne ostacolato dall'Austria, con la quale la Germania stipulò un'alleanza difensiva nel 1879, l'attrito con il primo ministro russo Gorčakov e le conseguenze della vittoria russa nella guerra russo-turca del 1877, resero difficili le trattative con l'impero zarista.
- Nell'impero austo-ungarico, l'unico modo efficace per tenere a bada le spinte rivoluzionarie interne, stava in un'energica amministrazione centrale, in grado di neutralizzarle facendo leva sugli antagonismi tra le nazionalità. Questa fu la linea politica adottata dal conte Eduard Taaffe, che dal 1879 al 1893 ricoprì la carica di primo ministro. Con la politica del pugno di ferro controllò rigidamente la stampa, arrestando in tempo lo sviluppo di movimenti prima liberal-borghesi e poi social-democratici (1886). I primi segnali di cedimento di questa fragile struttura cominciarono ad apparire nel 1890, nell'occasione in cui la politica dell'Ausgleich affrontava il problematico rapporto tra le nazionalità ceca e tedesca. Taaffe trattò l'Ausgleich solo con i rappresentanti del partito conservatore dei Vecchi Cechi, molto meno radicale nelle questioni di nazionalità rispetto a quello dei Giovani Cechi, guidato da Karel Kramář. Già nell'elezioni dell'anno successivo, quest'ultimo riuscì a conquistare i tre quarti dei seggi del parlamento boemo, rendendo i rapporti con il conservatore Taaffe inesistenti e decretandone la fine. Con le dimissioni di Taaffe, gli successe Alfred III di Windisch-Grätz, che fece approvare una riforma elettorale che riuscì a sistemare la situazione, pur sempre in equilibrio precario. Se nella zona transleitanica (Ungheria e Croazia) le spinte indipendentiste preoccupavano il potere centrale, in quella cisleitanica (Austia) lo sviluppo interno era dominato dai contrasti nazionalistici tra partiti cechi e tedeschi, che non davano speranze di raggiungere un compromesso, reso impossibile dalla inconciliabilità delle proposte dell'una e dell'altra fazione. Per migliorare la situazione, Francesco Giuseppe assegnò la carica di primo ministro al conte Kazimierz Badeni. Questi, con riforme atte a diffondere in tutto il territorio moravo e boemo il bilinguismo per tutti gli uffici, ottenne esattamente l'effetto contrario, acuendo ancora l'odio tra le due nazionalità. Seguirono quindi dimostrazioni in tutti i territori da parte di tedeschi e cechi. Essendo in minoranza nel consiglio imperiale, i tedeschi assunsero una politica di ostruzionismo che rese impossibile qualsiasi lavoro parlamentare e Badeni decise di usare il pugno di ferro rendendo possibile la temporanea sospensione dei parlamentari dell'opposizione. Così però, spinse i socialdemocratici ad abbracciare la causa tedesca, costringendo il primo ministro alle dimissioni. I governi successivi (Gautsch e Thun), pur cercando di ammorbidire la situazione, non ci riuscirono e il clima sociale si manteneva pericolosamente esplosivo. Nella zona cisleitanica ormai non esisteva più un ordine costituzionale e il frazionamento della monarchia danubiana sembrava inevitabile. I cechi costituirono un partito nazional-socialista che premeva per l'indipendenza di uno stato ceco e i tedeschi, erano capeggiati dall'antisemita radicale Georg von Schönerer, che entusiasmava i seguaci con l'idea di una possibile annessione al Reich. La situazione continuò a rimanere instabile sino al governo Koerber (1899-1904). Ernest von Koerber riuscì a raggiungere una certa stabilità manovrando abilmente l'opinione pubblica, con l'introduzione di un'assicurazione contro l'invalidità e la vecchiaia e con la riduzione della giornata lavorativa dei minatori a nove ore. Limitandosi a risolvere problemi amministrativi, non avrebbe certo assicurato pace e stabilità per gli anni successivi.
- (Negli USA) T. A. Edison brevetta la lampa­dina.

Nel 1.880 - Dal 1880, Germania e USA si distinguono come società industriali emergenti. Mentre il Regno Unito detiene da sempre la leadership nei processi industriali, eccelle nel trattamento dell'acciaio e in particolar modo nell'ingegneria ferroviaria. La Francia si dedica all'ambito finanziario esportando capitali nei paesi emergenti mentre l'impero germanico finanza la propria industrializzazione industrializzando le sue aree d'influenza nell'Europa orientale.
- (Negli USA) Charles Russell fonda il movi­mento evangelico dei testimoni di Geova.

Nel 1.881 - La tensione politica sui Balcani si stabilizzò temporaneamente con la nascita dell'alleanza fra GermaniaRussia e Austria.
- Riguardo alla politica estera, sin dagli anni settanta dell'800 la Russia aveva avviato un processo espansionistico che l'aveva messa in contatto particolarmente con le nazioni dell'est. Nel 1877-1878 la vittoria nella guerra russo-turca le consentì la conquista della Bessarabia mentre già nel 1875 aveva strappato l'isola di Sachalin, nel Pacifico, alla Cina. In questo modo l'impero russo andava sviluppandosi sulle coste dell'Oceano Pacifico, entrando in contatto con nuove potenze, quali gli Stati Uniti (a cui vendette l'Alaska) e il nascente Giappone, con cui entrò in conflitto nel 1904. Tuttavia questa fase di espansione territoriale terminò nel 1905, quando ulteriori avanzamenti avrebbero scatenato conflitti di ampia portata. L'ultima conquista fu la regione dell'Amur, su cui dovette ripiegare dopo aver perso ogni speranza in Manciuria e in Corea con la guerra russo-giapponese. Nel 1881, comunque, lo zar "buono" finì vittima di un attentato e con Alessandro III ogni ulteriore tentativo riformista venne arrestato. Nel 1894 gli successe il figlio, Nicola II, che diede il via ai primi deboli tentativi di un regime parlamentare

Nel 1.882 - Triplice alleanza tra Austria, Ger­mania e Italia. L'Italiafino al 1876 era stata governata dalla destra dello schieramento parlamentare. Favorevoli alla cosiddetta "Italietta", i conservatori cercarono di favorire lo sviluppo interno del paese, tenendolo lontano da pericolose ambizioni espansionistiche e da alleanze scomode. Il ministro degli esteri Visconti Venosta, nel 1873 affermava: «Se l'Italia fosse aggredita dalla Francia sarà la Germania a correrle spontaneamente in aiuto, perché ciò è nel suo interesse. Legata da patti alla Germania, l'Italia potrebbe invece essere costretta ad una guerra d'aggressione, non in qualità di alleato, ma di sgherro». A partire dal 1862 vennero presi provvedimenti atti a ridurre al minimo le spese militari, anche su spinta dello stesso Bismarck e nel 1882 l'Italia confluì nell'alleanza tra Germania e Austria. I due imperi centrali si assicurarono così un alleato per un possibile conflitto con la Francia. Nacque in questo modo il primo ampio blocco politico europeo, la Triplice alleanza, sotto la cui protezione l'anno seguente si posero anche i regni di Romania, Serbia (tramite l'Austria) e Spagna (tramite l'Italia).
- Visto che Gran Bretagna, Francia e più timidamente anche la Germania, si erano assicurate ampie conquiste in Africa, anche l'Italia cercò il suo spazio nel corno d'Africa.
La battaglia di Adua in un celebre dipinto etiope.
Anche il poeta romagnolo e socialista Giovanni Pascoli, reclamava un posto al sole per l'Italia.
Nel 1.882 il Regno d'Italia acquistò dalla compagnia Rubattino la baia di Assab, iniziando così la penetrazione nell'area e iniziò così la campagna d'Eritrea, in un clima di ottimismo che venne stroncato durante la battaglia di Adua, dove, all'alba del 1º marzo 1896, i 15.000 soldati del generale Oreste Baratieri vennero travolti dagli oltre 100.000 guerrieri di Menelik II. La finale annessione dell'Eritrea e della Somalia non poterono compensare le enormi spese militari che ritardarono inevitabilmente il decollo industriale italiano. Il cattivo utilizzo dei capitali ebbe inevitabili ripercussioni in tutto il paese.
- La corsa alle alleanze scatenata da Otto von Bismarck, che aveva allargato l'alleanza fra la Germania e gli Asburgo all'Italia, (la triplice alleanza) nel tentativo di spegnere nei francesi ogni velleità di rivincita per la sconfitta patita nel 1871 e pensata anche in senso anti russo, sbarrando allo zar ogni possibilità di mettere piede nel Mediterraneo, per reazione, vide sancita un'alleanza tra Francia e Russia nel 1893 alla quale si aggiunse, nel 1907, la Gran Bretagna (la triplice intesa).
- (Negli USA) Prima centrale idroelettrica nel Wisconsin.

Nel 1.884 - II Trattato di Berlino definisce la spartizione dell'Africa tra le potenze Europee.
- Viene perfezionata la mitraglia­trice Maxim.

Nel 1.885 - In Germania, Daimler e Benz mettono a punto i primi motori a scoppio.

Nel 1.886 - Donata dalla Francia, viene installata a New York, la statua della Libertà.

Nel 1.887 - L'alleanza fra i tre imperi austro-ungarico, tedesco e russo mutò con il Trattato di controassicurazione, che assicurava la neutralità di Germania e Russia nel caso che uno dei due si fosse trovato in guerra con una terza potenza. Riguardo ai rapporti con la Gran Bretagna, Bismarck tendeva a semplicemente a evitare che stringesse un'alleanza con Francia e Russia. Finché durò il governo liberale di Gladstone, Bismarck continuò a mantenere le distanze dal paese, al quale si riavvicinò con il ritorno del partito conservatore di Lord Salisbury, proponendo un'alleanza formale, inizialmente accolta con soddisfazione ma poi rifiutata, temendo che tale impegno internazionale potesse legare le mani al paese.
- Con l'umiliante sconfitta di Sedan del 1871, nella guerra franco-prussiana, in Francia era crollato definitivamente il sogno di una nuova egemonia francese. Il nuovo governo che s'instaurò, la Terza Repubblica, presentò sin dal principio debolezze strutturali tali da portare il paese, anche a causa di gravi crisi e scandali, sull'orlo della rovina totale. La Francia fu guidata dal partito repubblicano, perlopiù sostenuto dall'alta borghesia che, ispirandosi all'ideale del "laissez-faire" e del "juste-milieu", operava in nome di un'economia prospera, da difendere anche a scapito dei ceti meno abbienti. A questo schieramento di centro si opponevano i radicali, sempre alla ricerca di riforme egualitarie e i conservatori, nazionalisti e nostalgici della monarchia. Dopo la breve parentesi boulangista, la situazione politica si normalizzò con la presidenza di Sadi Carnot nel 1887. Georges Ernest Jean-Marie Boulanger (Rennes, 29 aprile 1837 - Ixelles, 30 settembre 1891) è stato un generale e politico francese. Era entrato nell'esercito nel 1856 e prestò servizio in Algeria, Italia, Cocincina e nella guerra franco-prussiana, guadagnandosi una buona reputazione. Fu promosso generale di brigata nel 1880 e nel 1882 fu nominato ispettore della Fanteria al Ministero della Guerra, cosa che gli permise di farsi un nome come riformatore militare. Nel 1884 venne assegnato al comando dell'armata che occupava Tunisi, ma venne richiamato a causa delle differenze d'opinione con Pierre-Paul Cambon, funzionario politico della città. Ritornato a Parigi, iniziò a prendere parte alla vita politica sotto l'egida di Georges Clemenceau e del Partito Radicale. Nel gennaio 1886, quando Freycinet venne portato al potere grazie al sostegno del leader radicale, a Boulanger venne affidato l'incarico di Ministro della Guerra. Fu al Ministero della Guerra che Boulanger ottenne notorietà. Egli introdusse delle riforme a vantaggio dei soldati e si appellò al desiderio francese di rivincita contro l'Impero tedesco. Facendo ciò, finì per essere visto come l'uomo destinato a portare avanti tale rivincita. Con la sconfitta politica di Freycinet, nel dicembre 1886, venne confermato ministro da René Goblet, ma fu costretto ad andarsene nel 1887 e in seguito fu anche privato del suo comando nell'esercito, per via di accuse di insubordinazione. A dimostrazione del fatto che era difficile mettere a tacere una persona rispettata, Boulanger venne prontamente eletto alla Camera, con un programma che chiedeva la riforma della costituzione. Alla Camera faceva parte della minoranza e le sue azioni erano dirette al mantenimento della sua immagine pubblica. Né il suo fallimento come oratore, né la sua sconfitta in un duello con Floquet, allora un anziano civile, ridussero l'entusiasmo del suo seguito popolare. Durante il 1888 la sua personalità fu la caratteristica dominante della politica francese, e quando rassegnò il suo seggio, come protesta contro il ricevimento avuto alla Camera delle sue proposte revisioniste, gli elettori gareggiarono l'uno contro l'altro per sceglierlo come loro rappresentante. Il "movimento" Boulangista marciò quindi a pieno ritmo. I bonapartisti si erano collegati al generale, e anche il Conte di Parigi incoraggiò i suoi seguaci ad appoggiarlo. Il suo nome era il tema della canzone popolare "C'est Boulanger qu'il nous faut". Boulanger e il suo cavallo nero divennero gli idoli della popolazione parigina e il generale venne invitato a concorrere per la presidenza. Accettò, ma la sua ambizione personale gli alienò ben presto i suoi sostenitori repubblicani, che vedevano in lui un potenziale dittatore militare. Diversi monarchici comunque gli diedero sostegno finanziario, nonostante che Boulanger si vedesse più come un futuro dittatore che come un restauratore della monarchia. Nel gennaio 1889, un colpo di Stato sembrava realizzabile, dato che Boulanger era ormai divenuto una minaccia per la repubblica parlamentare. Se si fosse messo immediatamente alla testa di una rivolta, avrebbe potuto effettuare il "coup d'état" su cui avevano lavorato i cospiratori e avrebbe potuto governare la Francia, ma il momento propizio passò. Poco dopo il governo francese emise nei suoi confronti un mandato di arresto per tradimento. Tra lo stupore dei suoi amici, il 1º aprile fuggì da Parigi, prima che il mandato venisse eseguito, andando prima a Bruxelles e poi a Londra. Dopo la fuga, il sostegno di cui godeva si ridusse, e i boulangisti vennero sconfitti nelle elezioni generali del luglio 1889. Lo stesso Boulanger, essendo stato processato e condannato in contumacia per tradimento, andò a vivere in Inghilterra, nel Jersey, prima di tornare al Cimitero di Ixelles, a Bruxelles, nel settembre 1891, per suicidarsi con un colpo di pistola alla testa sulla tomba della sua amante, Madame de Bonnemains (nata Marguerite Crouzet), che era morta nel luglio precedente. Boulanger venne così sepolto nello stesso cimitero.

Nel 1.888 - A Belfast, nell'Irlanda del Nord, Dunlop inventa i pneumatici.

Nel 1.889 - Viene fondata a Parigi, dai partiti socialisti e laburisti europei, l'organizzazione Seconda Internazionale, scioltasi nel 1916, ma di fatto il 4 agosto 1914. L'Internazionale Socialista si prefiggeva di essere la centrale di coordinamento fra i partiti nazionali collegati al movimento operaio; proponeva riforme nel campo economico e della legislazione sociale, oltre a propugnare una politica antimilitarista. Erede della Prima Internazionale, al contrario dell'organismo che la precedette, fu dominata dal Partito Social Democratico tedesco, di indirizzo riformista. I primi rimanevano fedeli alle teorie marxiste (Karl Kautsky), arrivando però ad operare una distinzione tra il fine ultimo del movimento (la società senza classi) e gli obiettivi immediati della lotta (il cosiddetto programma minimo: suffragio universale, giornata lavorativa di 8 ore), tipici del riformismo; gli altri predicavano una revisione delle stesse teorie (Eduard Bernstein) sulla base degli avvenuti mutamenti nel sistema non presi in considerazione da Marx. Bernstein infatti faceva notare che il capitalismo non si era avviato alla crisi, ma era riuscito a superarla e ad evitare il crollo, molti videro in questo un errore nella teoria marxiana, dato che Marx diceva che ci sarebbe stata una crisi nel sistema capitalistico.
Eduard Bernstein.
Per Bernstein, in Marx c'erano ancora residui hegeliani, nella dialettica, che si pone a generalizzazioni eccessive, che non tengono conto della realtà e creano illusioni quali il crollo del sistema capitalista. Oltre che da questa discussione, l'internazionale va ricordata per essere fondamentalmente una federazione di partiti, cassa di risonanza delle diverse problematiche nazionali. Il Partito Socialdemocratico Tedesco fu senza dubbio il più influente ed il modello per molti altri partiti socialisti europei. Questa sua struttura federalistica sarà però anche la causa della sua dissoluzione. Negli anni immediatamente precedenti alla Prima guerra mondiale infatti, l'Internazionale iniziò a dividersi fra leader e correnti che perseguivano la politica di opposizione alla guerra, come Rosa Luxemburg, e chi invece solidarizzava, per vari motivi, con le ragioni che i propri paesi portavano avanti sul tavolo diplomatico e che furono poi all'origine dell'esplosione del conflitto nel 1914. Il dissidio principale era fra chi si opponeva alla guerra ritenendo che avrebbe portato solo lutti e sofferenze ai lavoratori, destinati a costituire il grosso degli eserciti, e chi riteneva che invece avrebbe accelerato la crisi del sistema capitalistico, avvalorando la teoria di Marx e spianando la strada alla rivoluzione. La confederazione entrò in crisi e si sciolse con il voto favorevole alla Grande Guerra dato dal partito socialdemocratico tedesco, che violava il comune rifiuto alla guerra imperialista e borghese accordato precedentemente. In seguito vi fu inoltre il tentativo di Max Adler, Karl Kautsky ed Eduard Bernstein, non pronunziatisi né a favore né contro la guerra, di mantenere in vita l'organizzazione sotto il nome di Unione dei Partiti Socialisti per l'Azione Internazionale o Unione internazionale socialista o Internazionale di Vienna (detta spregiativamente dai marxisti "Internazionale due e mezzo").
- A Parigi, in occasione dell'Esposi­zione Universale, viene costruita la Torre Eiffel.

Nel 1.890 - Dimissioni di Bismarck, forzate dal Kaiser Guglielmo II.

Nel 1.891 - Viene pubblicato Il Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde.

Nel 1.893 - La corsa alle alleanze scatenata da Otto von Bismarck, che nel 1882 aveva allargato l'alleanza fra la Germania e gli Asburgo all'Italia, (la triplice alleanza) nel tentativo di spegnere nei francesi ogni velleità di rivincita per la sconfitta patita nel 1871 e pensata anche in senso anti russo, sbarrando allo zar ogni possibilità di mettere piede nel Mediterraneo, per reazione, vide sancita un'alleanza tra Francia  e Russia  nel 1893 alla quale si aggiunse, nel 1907, la Gran Bretagna (la triplice intesa).
- (Per gli USA) Forse, Nikola Tesla inventa la radio.
Nikola Tesla.
Secondo una sentenza della corte statunitense, non riconosciuta in ambito internazionale, il primo a costruire una radio (mezzo con cui avviene la trasmissione di contenuti sonori fruiti in tempo reale da più utenti situati in una o più aree geografiche, predisposte da apposite reti di telecomunicazione) fu Nikola Tesla nel 1893 in una conferenza pubblica a St.Louis, Missouri. Secondo la corte, l’apparato che Tesla usò conteneva tutti gli elementi che erano incorporati nei sistemi radio prima della sviluppo della “valvola termoionica”. Da precisare che comunque, il presunto apparato costruita da Tesla, non è riuscito a trasmettere né a ricevere segnali e la sentenza è stata emessa dagli U.S.A. e non viene riconosciuta da nessun altro stato non U.S.A. Infatti, l'opinione mondiale conserva la certezza, dimostrabile da libri e da documentazione storica, che prova che l'inventore della radio fu Julio Cervera, che secondo recenti ricerche, ha sviluppato la radio undici anni prima di Marconi. È vero che Marconi ha inventato il telegrafo senza fili, ma per trasmettere i segnali, senza nessun suono. Julio Cervera Baviera trasmise la voce umana senza fili tra Alicante e Ibiza nel 1902. Tuttavia, va tenuto a mente che 15 anni prima di Marconi e 4 anni prima Julio Cervera, Nikola Tesla aveva già fatto diversi spettacoli e pubblicazioni sui principi della radio. Dopo la contesa sul brevetto Marconi, Nikola Tesla andò in tribunale con Marconi e vinse la causa davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti, essendo riconosciuto come il vero inventore della radio.
- Il primo paese a riconoscere il suffragio universale femminile fu la Nuova Zelanda nel 1.893Negli Stati Uniti, a partire dal 1869, si verificarono movimenti analoghi a quelli inglesi, ma le donne riuscirono a ottenere il suffragio universale solo nel 1920, dopo la fine della prima guerra mondiale. Tra le leader del movimento statunitense deve essere ricordata Alice Paul. In Germania le donne ottennero tale diritto nel 1919. In diversi altri paesi la conquista del suffragio universale fu più tortuoso. La Francia, ad esempio, che pure aveva avuto già nella rivoluzione francese una prima presa di coscienza, concesse il diritto solo nel 1945. La Svizzera riconobbe il diritto di voto alle donne solo nel 1971. In Italia il percorso fu in parte rallentato dalla unificazione avvenuta solo nel 1861. Nel 1919 le donne ottennero l'emancipazione giuridica, e pure papa Benedetto XV si pronunciò pubblicamente favorevole al diritto di voto alle donne. 
Anna Kuliscioff (1907)
Storicamente, ai primi nuclei femminili organizzati di inizio '900, aderirono inizialmente le donne della borghesia, alle quali si affiancarono successivamente cattoliche e socialiste. Tra queste ultime, da ricordare in modo particolare: Giuditta Brambilla, Carlotta Clerici e Anna Kuliscioff. Fu solo il 30 gennaio 1945, quando l'Italia era ancora in guerra, che il Consiglio dei Ministri dell’Italia Libera presieduto da Bonomi approvò il decreto legge De Gasperi-Togliatti, che prevedeva il diritto di voto esteso a tutti gli italiani che avessero 21 anni compiuti. Le donne votarono, per la prima volta, il 2 giugno 1946, per l'elezione dell’Assemblea costituente e per il Referendum per la scelta tra monarchia e repubblica. Il principio, stabilito dal decreto legge del 1945 e firmato dal Luogotenente generale del Regno Umberto di Savoia, venne ripreso in seguito dalla Carta costituzionale italiana, entrata in vigore nel 1948 dopo la conclusione della seconda guerra mondiale.
  
Nel 1.894 - Affare Dreyfus in Francia, che giustificherà la nascita del sionismo. In seguito alla presidenza di Sadi Carnot del 1887, nuovi movimenti nazionalisti presero il sopravvento e al grido di "La Francia ai Francesi" iniziò a diffondersi una preoccupante ideologia antisemita che raggiunse il suo culmine nel settembre 1894 con l'Affaire Dreyfus, che riguardò l'accusa di spionaggio militare a favore della Germania di un ufficiale francese di origine ebrea. Le accuse, basate su elementi estremamente deboli, costarono a Dreyfus cinque anni di carcere sull'isola del Diavolo, per essere riabilitato completamente solo nel 1906. Un diplomatico italiano allora in servizio a Parigi, Raniero Paolucci di Calboli, si convinse ben presto dell'innocenza di Dreyfus e cominciò così a raccogliere materiale sul caso, tanto da lasciare ai posteri un notevole archivio, oggi conservato a Forlì. L'affaire produsse grande risonanza mediatica e sancì la nascita dell'intellettuale moderno nel "J'accuse!" di Émile Zola. Nel dettaglio dell'"affaire", il colonnello Picquart riuscì ad avvertire contemporaneamente dei fatti comprovanti l'innocenza di Dreyfus, sia il vicepresidente del Senato Auguste Scheurer-Kestner che lo scrittore ebreo Bernard Lazare, amico di famiglia di Dreyfus, il quale fece partire un'intensa campagna stampa a favore del prigioniero. I «dreyfusards» presero coraggio. Molti intellettuali radicali, per esempio Octave Mirbeau, aderirono alla campagna innocentista. Il 25 novembre 1897, Émile Zola pubblica sul quotidiano «Le Figaro» un articolo che finisce con: «La verità è in marcia». Così spiegò il suo interventismo pubblico: «Dietro le mie azioni non si nascondono né ambizione politica, né passione di settario. Sono uno scrittore libero, che ha dedicato la propria vita al lavoro, che domani rientrerà nei ranghi e riprenderà la propria opera interrotta [...] E per i miei quarant'anni di lavoro, per l'autorità che la mia opera ha potuto darmi, giuro che Dreyfus è innocente...Sono uno scrittore libero, che ha un solo amore al mondo, quello per la verità...». Un «antidreyfusard» onesto, Georges Clemenceau, energico e famosissimo politico radicale francese soprannominato «Il Tigre», rivide le sue posizioni e a novembre iniziò la sua campagna per la revisione del processo ospitando sul suo giornale, «L'Aurore», il 13 gennaio 1898, la famosa lettera di Zola al Presidente della Repubblica Félix Faure, intitolata "J'accuse!". Nelle parole della storica statunitense Barbara W. Tuchman, si trattò di "una delle grandi rivoluzioni della storia". Il giorno dopo, sempre su «L'Aurore», apparve la celebre «Petizione degli intellettuali», che reca tra i firmatari metà dei professori della Sorbona e numerosi artisti, come Gallè, l'artista del vetro, il grande Manet, Jules Renard, Andrè Gide, Anatole France. Erano stati tanti giovani brillanti della Parigi di fine secolo - tra i quali Marcel Proust e il fratello Robert, con gli amici Jacques Bizet, Robert des Flers - a impegnarsi a far firmare il manifesto nel quale si dichiaravano pubblicamente dalla parte di Zola - subito inquisito e condannato per vilipendio delle forze armate sia in primo che secondo grado - e quindi di Dreyfus. Lo Stato Maggiore rispose facendo arrestare Picquart e scatenando sui giornali nazionalistici una violenta campagna di diffamazione contro ebrei, democratici e liberali.

Nel 1.895 - La Germania raggiunge, nel panorama europeo, il primato nei 4 settori industriali: siderurgico, chimico, elettrico e meccanico.
- Scoperta dei raggi X da parte del tedesco Rontgen.
- Marconi inventa il telegrafo senza fili
- Prima proiezione cinemato­grafica pubblica dei francesi fratelli Lumiére.

Nel 1.896 - Theodor Herzl, ebreo originario della Germania, pubblica “Lo Stato ebraico”, testo fondamentale del movi­mento sionista.

Nel 1.897 - L'affaire Dreyfus stimola la nascita del sionismo, l'aspirazione degli ebrei a possedere una loro nazione. Il fondatore del sionismo è Theodor Herzl, un giornalista ashkenazita (ebreo originario della Germania o di altri stati dell'Europa centrale e orientale) assimilato suddito dell'Impero austro-ungarico. Nel 1895 Herzl fu inviato come corrispondente del suo giornale a Parigi per seguire il processo dell'affare Dreyfus, esploso nel 1894, che fu accompagnato da una feroce campagna di stampa francese che riproponeva stereotipi antisemiti. In seguito a questa esperienza, Herzl si rese conto che l'assimilazione e l'integrazione degli ebrei in Europa non aveva dato frutti e che gli ebrei avevano bisogno di un proprio Stato, dove poter vivere in pace e sicurezza lontano dai pregiudizi e dalle false accuse tipici dell'antisemitismo. La sua conclusione derivava dalla sua esperienza nell'Impero austro-ungarico: in una compagine nazionale eterogenea, come si presentava a fine Ottocento l'Impero asburgico, italiani, serbi, croati, ungheresi, cechi, slovacchi, polacchi galiziani, tedeschi di Boemia e di Transilvania, tutti avevano i propri rappresentanti nel Parlamento imperiale e potevano appellarsi a una propria "nazione" e a una "terra" che loro apparteneva, una "patria" dentro o fuori i confini dell'impero, tutti tranne gli ebrei, né gli altri popoli riconoscevano gli ebrei come parte di essi. Herzl avrebbe sviluppato la sua idea e l'avrebbe tradotta in Der Judenstaat ("Lo Stato degli Ebrei"), un volume pubblicato all'inizio del 1896 senza conoscere gli scritti dei suoi predecessori e subito tradotto in varie lingue. All'immediato successo del volume e al dibattito suscitato, Herzl fece seguire il primo Congresso Sionista Mondiale, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, col fine di costituire un movimento permanente. Il Programma di Basilea affermava che: "il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina". I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo erano: 1) l'incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina; 2) l'unificazione e l'organizzazione di tutte le comunità ebraiche; 3) il rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale; 4) iniziative per assicurarsi l'appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo. Herzl si inserì in una tradizione di pensiero di lingua tedesca iniziata con Hess, e in quella tradizione riunì attorno a sé la prima generazione di leader sionisti (Max Bodenheimer, Max Nordau, Otto Warburg, David Wolffsohn), a cui sono state vicine anche personalità come Albert Einstein. Questa tradizione era quasi compattamente parte della corrente dei "Sionisti generali" (ossia non affiliati a movimenti specifici) di ispirazione liberale. Le idee di Herzl si inserirono in un movimento migratorio ebraico già in atto, causato, in Russia, dai pogrom degli anni 1881-1882 e poi degli anni 1903-1906. Secondo dati del 1930, dal 1880 al 1929 emigrano dalla Russia 2.285.000 ebrei e di questi, 45.000 affluirono in Palestina. La stragrande maggioranza preferì recarsi altrove: 1.930.000 scelsero le Americhe, 240.000 l'Europa ed i restanti l'Africa e l'Oceania. Dall'Austria, dall'Ungheria e dalla Polonia emigrano, dal 1880 al 1929, in 952.000: 697.000 nelle Americhe, 185.000 in altri Paesi europei, 40.000 in Palestina. Proporzioni analoghe si riscontrarono fra i migranti provenienti da altri Paesi. In totale, durante questi decenni migrano 3.975.000 ebrei: 2.885.000 negli Stati Uniti, 365.000 nel resto delle Americhe (principalmente Argentina e Canada), 490.000 in Europa occidentale e centrale (specie Francia e Germania), e solo 120.000 in Palestina. L'importanza dell'emigrazione dalle terre soggette all'Impero russo (oggi facenti parte di Lettonia, Lituania, Polonia, Bielorussia, Ucraina) portò naturalmente all'emergere di una leadership di tali origini nel movimento sionista, come ad esempio Leon Pinsker. Nell'Ebraismo americano, importante più dal punto di vista del sostegno finanziario che dell'emigrazione, svolse un ruolo fondamentale il rabbino Solomon Schechter.
Gustav Klimt - Il bacio.
- A Vienna, Gustav Klimt guida il movi­mento artistico della Sezession.

Dal 1.898 - In Italia, tra il 1898 e il 1899 la fame e la disoccupazione portarono a una situazione apparentemente rivoluzionaria.

Nel 1.899 - Nell'impero austro-ungarico la situazione continuò a rimanere instabile sino al governo Koerber (1899-1904). Ernest von Koerber riuscì a raggiungere una certa stabilità manovrando abilmente l'opinione pubblica, con l'introduzione di un'assicurazione contro l'invalidità e la vecchiaia e con la riduzione della giornata lavorativa dei minatori a nove ore. Limitandosi a risolvere problemi amministrativi, non avrebbe certo assicurato pace e stabilità per gli anni successivi.
- La tedesca Bayer mette in commercio l'aspirina.

- L'800, che si era aperto con il principio di legittimità dei sovrani artefici della Restaurazione post-Napoleonica, si chiude con i principi di nazionalità e autodeterminazione dei popoli. Durante quel secolo, si era passati dalla prevalenza di regimi autoritari e conservatori ad ordinamenti sempre più liberali e democratici, caratterizzati da un'impegno sociale crescente.

Nel 1.900 - Agli inizi del '900, l'Europa rappresentava uno spazio, dal punto di vista civile e culturale, fortemente solidale. Dal 1.871 al 1.914 era stata unitaria come mai prima e condivideva gli stessi valori e ideali, ma la relativa facilità con cui i gruppi dirigenti poterono scatenare una grande guerra sul suolo europeo, dimostra che le aggregazioni particolaristiche e le contrapposizioni conservavano un'influenza determinante rispetto ai motivi di omogeinità e solidarietà. E' perciò legittimo indicare la Grande Guerra, il primo conflitto mondiale, come guerra civile europea. Da un secolo non vi erano state guerre, sul suolo europeo, fra potenze europee lontane e le spedizioni militari avvenivano perlopiù per le occupazioni, nelle colonie, contro popolazioni più deboli. Ma i motivi del conflitto non vanno ricercati nella competizione coloniale fra potenze, infatti le maggiori potenze imperialistico-coloniali, Francia e Gran Bretagna, furono alleate fra di loro e con la Russia (formando la Triplice Intesa), altra potenza imperialistica rivale del Regno Unito in Oriente, contrapposte alla Triplice Alleanza, formata da potenze che si interessavano di più ai loro interessi e confini in Europa: l'impero germanico, quello austro-ungarico e l'Italia. In particolare, l'impero militaristico prussiano era stato frustrata nelle sue aspirazioni coloniali e aveva spostato le sue pressioni imperialistiche sull'Europa orientale mentre nell'impero asburgico austro-ungarico, costellato dalle popolazioni tedesche, magiare (ungheresi), ceche, slovacche, polacche, ucraine, slovene, croate, serbe, rumene e italiane, erano in corso lotte per l'autonomia e l'autodeterminazione.
- In Europa, nel mondo culturale, a un periodo di generale fiducia positivistica nei progressi della scienza e della tecnica (positivismo), subentrò, dalla fine dell'800, una fase di crisi di certezze e di abbandono nichilistico dei valori progressisti che avevano accompagnato le lotte politiche liberali, democratiche e socialiste. Si determinò un clima irrazionalistico che consentì la diffusione di massa di ideologie nazionaliste, razziste e belliciste, contribuendo ad arroventare lo scenario politico europeo. La crescente rivalità tra gli stati modificò il significato del nazionalismo che cessò di essere legato all’unità solidale del continente ma si trasformò in un'esaltazione del “sacro diritto” di ogni popolo a coltivare l’egoismo nazionale.
- Nel merito dell'evoluzione del pensiero filosofico europeo, i movimenti d'opinione che si sono scatenati fin dalla metà dell'800, in cui Marx ed Engels avevano individuato nel materialismo storico nuove vie per gestire la massificazione, con la rivendicazione alla partecipazione delle risorse, sono stati: il positivismo con la sua fede nel sistema scientifico, che pretendeva di gestire la pesante massificazione conseguita dalla rivoluzione industriale e il decadentismo come ricerca della sopravvivenza culturale dell'occidente che causò a sua volta l'espressionismo, la volontà dell'individuo di rappresentare il proprio "sentire" nella corsa generale verso il futuro. Nel '900 apparirà il futurismo ed in seguito l'esistenzialismo che separerà l'essenza umana (impersonale) dalle specificità della vita individuale... l'ansia insita nel scegliere, occasione che solo la libertà offre. E le Arti hanno materializzato, punto per punto, tutto il percorso di questo pensiero.
- Ai primi del '900, fra i paesi industriali produttori, la Germania fu seconda solo agli Stati Uniti d'America, che rappresentava il maggior mercato interno del mondo, per quanto il suo sistema bancario fosse ad uno stato embrionale ed esportava solo il 5% della sua produzione. Alcune nazioni europee, da parte loro, investivano negli USA per il 10% del suo mercato in: armamenti, nelle industrie telegrafiche, telefoniche e tranviarie oltre a gas, acqua ed elettricità... tutti asset collegati alle urbanizzazioni.
- In Italia, con l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele III, in seguito all'assassinio di Umberto I per mano dell'anarchico Gaetano Bresci (il 29 luglio 1900), ebbe inizio un periodo di rapida evoluzione.
- A Vienna Sigmund Freud pub­blica "L'interpretazione dei sogni".
- (Negli USA) M. Planck enuncia la “Teoria dei quanti”.

Nel 1.902 - Dopo anni in cui la Germania pareva dirigere le sorti d'Europa, intorno al 1902 le altre potenze, sempre più urtate dall'arroganza tedesca, cominciarono a intraprendere trattative più o meno segrete per regolare i loro rapporti a proposito delle colonie, estromettendo la Germania. Il primo patto in tal senso venne stipulato il 30 gennaio 1902 tra Gran Bretagna e Giappone, alleanza che porterà indirettamente lo stato giapponese in guerra con la Russia. Questa trattativa diplomatica fu la prima a decretare la fine dello "splendido isolamento" e l'avvicinamento alla nascita di un nuovo e solido blocco politico europeo.
- Nello stesso anno, erano cominciate le prime trattative segrete tra Francia e Italia, che avrebbero preparato quest'ultima alla guerra italo-turca combattuta tra il 1911 e il 1912. In tale modo l'Italia aveva intrapreso un doppio gioco diplomatico: se da una parte nell'autunno del 1902 rinnovava la Triplice Alleanza con Germania e Austria, dall'altra assicurava alla Francia la neutralità nel caso in cui i suoi alleati le avessero dichiarato guerra.
- Fondamentalmente ogni alleanza fra potenze europee, era valida solo per la difesa da un'eventuale attacco, infatti, alla fine della Grande Guerra nessuno avrebbe riconosciuto di avere attaccato per primo.
Julio Cervera.
- L'opinione mondiale (USA esclusi) conserva la certezza, dimostrabile da libri e da l'inventore della radio fu Julio Cervera, che secondo recenti ricerche, ha sviluppato la radio undici anni prima di Marconi, per quanto abbia lavorato con Marconi quando erano entrambi a Londra. È vero che Marconi ha inventato il telegrafo senza fili, ma per trasmettere i segnali, senza nessun suono. Julio Cervera Baviera trasmise la voce umana senza fili tra Alicante e Ibiza nel 1.902. Tuttavia, va tenuto a mente che 15 anni prima di Marconi e 4 anni prima Julio Cervera, Nikola Tesla aveva già fatto diversi spettacoli e pubblicazioni sui principi della radio. Dopo la contesa sul brevetto Marconi, Nikola Tesla andò in tribunale con Marconi e vinse la causa davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti, essendo riconosciuto come il vero inventore della radio.
documentazione storica, che prova che 

Nel 1.903 - Primo volo di un aereo a motore, quello dei fratelli Wright.

Nel 1.904 - Intesa  Franco-Britannica sulle colonie. L'“Entente cordiale”, in cui le due parti riconoscevano le loro sfere d'influenza coloniale, fu un duro colpo per il Reich germanico che, pur mantenendo una facciata di indifferenza, capiva di perdere importanza nelle questioni d'oltremare.
- Inizia il conflitto russo-giapponese.

Nel 1.905 - Nella guerra russo-giapponese del 1904-1905 per la prima volta nella storia moderna uno stato europeo fu sconfitto da una nazione di razza non bianca. L’umiliazione fu particolarmente sentita in un periodo in cui andavano diffondendosi teorie razziste sulla superiorità biologica della razza bianca, destinata a dominare e a civilizzare il mondo intero (razzismo).
- Rivoluzione in Russia; lo zar con­cede la costituzione di un parlamento.  Il primo organo russo degno di un regime parlamentare fu la Duma, frutto della cosiddetta prima rivoluzione del 1905, nata anche a causa delle delusioni nella guerra persa contro il Giappone. Alla fine della rivoluzione lo zar concesse un regime vagamente parlamentare basato su due Camere con potere legislativo (il consiglio di stato e la Duma), ma con nessuna possibilità di influenzare l'attività di governo, continuando i ministri a dipendere dai voleri dello zar.
- Nasce in Germania il gruppo di pittori espressionisti del movimento Die Brùcke;
- A Parigi Pablo Picasso, superata la fase del "periodo blu", vive il "periodo rosa" della sua pittura.  
- Einstein enuncia la teoria della relatività ristretta.

Nel 1.907 - La corsa alle alleanze scatenata da Otto von Bismarck, che nel 1882 aveva allargato l'alleanza fra la Germania e gli Asburgo all'Italia, (la triplice alleanza) nel tentativo di spegnere nei francesi ogni velleità di rivincita per la sconfitta patita nel 1871 e pensata anche in senso anti russo, sbarrando allo zar ogni possibilità di mettere piede nel Mediterraneo, per reazione, vide sancita un'alleanza tra Francia  e Russia  nel 1893 alla quale si aggiunse, nel 1907 la Gran Bretagna  (la triplice intesa).
Le varie etnie presenti nell'impero austro-ungarico nel 1910.
- Fondamentalmente ogni alleanza fra potenze europee era valida solo per la difesa da un'eventuale attacco e infatti, alla fine della Grande Guerra nessuno avrebbe riconosciuto di avere attaccato per primo.
- La crescente rivalità tra gli stati modifica il significato del nazionalismo: l’idea di nazione cessa di essere legata ad un’aspirazione all’unità del continente e si trasforma in esaltazione del “sacro diritto” di ogni popolo a coltivare l’egoismo nazionale.
- Il papa Pio condanna il modernismo, che considera i dogmi idee morali e non verità assolute.
Nell'impero ottomano, i vari gruppi che costituivano l’opposizione al governo sultaniale, capeggiati dal Comitato “Unione e Progresso” e dalla società “Patria e Libertà” guidata da Mustafa Kemal (il futuro Atatürk) si fusero nel Partito che ordinariamente venne denominato “dei Giovani Turchi”, con un programma fortemente nazionalista e modernizzatore ispirato principalmente al nazionalismo tedesco e alle tesi teistico-scientiste care agli ambienti massonici (le logge massoniche erano penetrate nel mondo musulmano già dalla fine del Settecento, sull’onda dell’entusiasmo suscitato in Egitto dal proclama che il giovane generale Bonaparte aveva pubblicato in Alessandria il 2 luglio del 1798). Le genti anatoliche, pretendevano i “Giovani Turchi”, andavano rigorosamente turchizzate espellendo dalla penisola le minoranze etniche (arabi nel Meridione, turchi e armeni nell’interno, greci sulle coste occidentali); da questo punto di vista – mentre i curdi, iranici e musulmani, venivano soggetti a una specie di turchizzazione unilaterale -, il problema più grave era costituito dagli armeni, che per giunta erano anche cristiani. L’Islam difatti, dal punto di vista non tanto propriamente religioso quanto storico-culturale, stava sempre più divenendo nella prospettiva nazional-progressista turca una parte del progetto di costruzione di una nuova “grande patria turca”. I “Giovani Turchi”, filotedeschi e ammiratori della Germania guglielmina, si andavano dal canto loro distinguendo in nazionalisti “piccolo-turchi e in “grandi turchi” panturanici: una distinzione che ripeteva esattamente quella dei nazionalisti tedeschi in “piccoli tedeschi” che guardavano alla Germania vera e propria e in “grandi tedeschi” pangermanisti che aspiravano all’unione di tutte le stirpi germaniche d’Europa, così come era stato per panslavisti. La fazione dei “Giovani Turchi” che s’ ispirava al pangermanesimo sognava un futuro impero “da Edirne a Samarcanda”, fondato sull’unione in un solo grande stato-nazione di tutte le genti turche a ovest e ad est del Caspio. Non bisogna dimenticare queste aspirazioni, perché nella società turca di oggi esse stanno risorgendo e fanno parte del complesso panorama nazional-religioso dei movimenti che appoggiano il presidente Erdoğan. (Franco Cardini da https://ytali.com/2016/06/03/a-proposito-del-genocidio-armeno-e-non-solo-2/). Inoltre i dirigenti dei "Giovani Turchi", in particolare Talat Paşa, si macchiarono delle colpe del genocidio armeno, condotto durante la prima guerra mondiale.

Nel 1.908 - L’amicizia del più potente sovrano d’Europa, il Kaiser Guglielmo II,  non bastò a proteggere il sultano ottomano dai giovani militari e intellettuali che erano, fra l'altro, a loro volta dei sinceri ammiratori della giovane e fiera Germania imperiale. La rivolta militare di Salonicco capeggiata da un gruppo di giovani ufficiali (i Giovani Turchi) tra i quali si distingueva il leader Enver Bey, nel luglio del 1908, aveva come scopo immediato il ristabilimento della costituzione del 1876 che era stata successivamente sospesa: ma rappresentava in realtà la generale sconfessione del governo di Abdül-Hamit che, nonostante avesse accettato il reintegro costituzionale, fu deposto meno di un anno dopo. Il nuovo sultano Mehmet V dovette affrontare una serie di sollevazioni, dall’Albania alla penisola arabica.
In seguito alla presa del potere dei Giovani Turchi nell'impero ottomano, l'Austria-Ungheria si annette la Bosnia-Erzegovina, che era stata controllata legalmente dall'impero asburgico fin dalla stesura del primo trattato di Berlino, nel 1878, quando in seguito al conflitto russo-turco, Romania, Serbia e Montenegro ottennero l'indipendenza. L'annessione provocherà preoccupazionerisentimento da parte della Serbia nei confronti dell'Austria-Ungheria, poiché nei territori della Bosnia-Erzegovina viveva una popolazione di soli serbo-croati.
- Nel settembre del 1908, la Grecia si annette Creta e in ottobre di quell'anno, Ferdinando I di Sassonia-Coburgo si proclama czar di Bulgaria, che si stacca così dall'orbita ottomana. Si andava preparando, con l’accordo almeno provvisorio di Austria e Russia - e la riserva di un loro futuro scontro per l’egemonia - la definitiva deturchizzazione, anche formale, dell’intera penisola balcanica.
- (Negli USA) Inizia a Detroit la produzione in massa delle automobili con il Modello T della Ford.

Nel 1.909 - Deluso dall'annessione all'Austria-Ungheria della Bosnia (dove vivevano 825.000 serbi di fede ortodossa e abitavano molti altri sostenitori della causa serba) e costretto a riconoscere tale annessione nel marzo 1909, mettendo così un freno alle agitazioni dei nazionalisti serbi, il governo serbo rivolge le sue mire espansionistiche verso sud, in quella che era la "Vecchia Serbia" (il Sangiaccato di Novi Pazar e la provincia del Kosovo). Alle mire serbe si aggiunsero quelle della Bulgaria, che dopo aver ottenuto l'appoggio della Russia nell'aprile 1909, desiderava annettere i territori ottomani in Tracia e Macedonia. Nel frattempo, il 28 agosto 1909 in Grecia, un gruppo di ufficiali (Stratiotikos Syndesmos) chiesero una riforma costituzionale, la rimozione della famiglia reale dalla guida delle forze armate e una politica estera più decisa e nazionalista con cui poter risolvere la questione cretese e ribaltare l'esito della sconfitta del 1897.
- In Italia, Filippo Tommaso Marinetti pubblica il "Manifesto del futurismo".
- Produzione della bachelite, resina sintetica.

Nel 1.910 - A seguito delle mire espansionistiche serbe verso la "Vecchia Serbia" del 1909, si verifica l'insurrezione della popolazione albanese in Kosovo (appoggiata dai Giovani Turchi) e, nell'agosto 1910, il Montenegro diventa a sua volta un regno.
- Comincia la pubblicazione dei “Principia mathematica” di B. Russell.

Nel 1.911 - Guidata dalla forte personalità di Giovanni Giolitti, l'Italia fece progressi notevoli, coronati dalla fortunata guerra italo-turca combattuta tra il settembre del 1.911 e l'ottobre del 1.912. Tra il 1910 e il 1914 si conseguì la massificazione dell'istruzione secondaria e l'ingresso della donna del mondo del lavoro qualificato (con la "rivoluzione" della macchina da scrivere). Alla vigilia della prima guerra mondiale l'Italia, passando da un'economia prevalentemente agricola a una di stampo industriale, era divenuta la settima potenza industriale del mondo e aveva inoltre dato prova di buone capacità militari nel conflitto contro la Turchia. La guerra italo-turca (nota in italiano anche come guerra di Libia e per i turchi come Guerra di Tripolitania) fu combattuta dal Regno d'Italia contro l'Impero ottomano tra il 29 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912, per conquistare le regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica. Le ambizioni coloniali spinsero l'Italia ad impadronirsi delle due province ottomane che nel 1934, assieme al Fezzan, avrebbero costituito la Libia, dapprima come colonia italiana ed in seguito come Stato indipendente. Durante il conflitto fu occupato anche il Dodecanneso, arcipelago del Mar Egeo; quest'ultimo avrebbe dovuto essere restituito ai turchi alla fine della guerra, ma rimase sotto amministrazione provvisoria da parte dell'Italia fino a quando, con la firma del trattato di Losanna nel 1923, la Turchia rinunciò a ogni rivendicazione, e riconobbe ufficialmente la sovranità italiana sui territori perduti nel conflitto. Nel corso della guerra, l'Impero ottomano si trovò notevolmente svantaggiato, poiché avrebbe potuto rifornire il suo piccolo contingente in Libia solo attraverso il Mediterraneo e la flotta turca non fu in grado di competere con la Regia Marina; gli Ottomani, così non riuscirono ad inviare rinforzi alle loro province nordafricane. Pure se minore, questo evento bellico fu un importante precursore della prima guerra mondiale, perché contribuì al risveglio del nazionalismo nei Balcani. Osservando la facilità con cui gli italiani avevano sconfitto i disorganizzati turchi ottomani, i membri della Lega Balcanica attaccarono l'Impero prima del termine del conflitto con l'Italia. Durante il conflitto italo-turco si registrarono numerosi progressi tecnologici nell'arte militare tra cui, in particolare, l'impiego dell'aeroplano (furono schierati in totale 9 apparecchi) sia come mezzo offensivo che come strumento di ricognizione. Il 23 ottobre 1911 il pilota Carlo Maria Piazza sorvolò le linee turche in missione di ricognizione, e il 1º novembre dello stesso anno l'aviatore Giulio Gavotti lanciò a mano la prima bomba aerea (grande come un'arancia, si disse) sulle truppe turche di stanza in Libia. Altrettanto significativo fu l'impiego della radio con l'allestimento del primo servizio regolare di radiotelegrafia campale militare su larga scala, organizzato dall'arma del genio sotto la guida del comandante della compagnia R.T. Luigi Sacco e con la collaborazione dello stesso Guglielmo Marconi. Infine, il conflitto libico registrò il primo utilizzo nella storia di automobili in una guerra: le truppe italiane furono dotate di autovetture Fiat Tipo 2 e motociclette SIAMT.
- Resta il fatto che la Libia è stata un'entità inventata dall'Italia e non era mai stata un'entità politica unitaria, antefatto che potrebbe motivare l'attuale crisi libica. La Libia non ha mai posseduto un tessuto sociale comune fra le varie tribù.
"Composition" di Wassily Kandinsky
- In Germania inizia la sua attività il gruppo espressionista "der Blaue Reiter", con Kandinsky e Klee.
- A Parigi S. Diaghilev mette in scena il balletto "Petruska". 
- (Negli USA) Il 25 marzo 1.911, a New York, vi fu un incendio della fabbrica Triangle dove 148 persone, di cui la maggior parte donne, persero le loro vite... C'è chi pensa che questo tragico evento sia avvenuto l'8 di marzo, da cui l'anniversario della Giornata internazionale della Donna. La "Giornata Internazionale della Donna", nei nostri tempi comunemente definita "Festa della Donna", è un giorno di celebrazione per le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne; una festività internazionale celebrata in diversi paesi del mondo occidentale l'8 marzo. L'8 marzo era originariamente una giornata di lotta, specialmente nell'ambito delle associazioni femministe: una protesta alle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli. Tuttavia nel corso degli anni il vero significato di questa ricorrenza è andato un po' sfumando, lasciando il posto ad una ricorrenza caratterizzata anche, se non soprattutto, da connotati di carattere commerciale e politico: l'usanza di regalare mimose in occasione della festa non è diffusa ovunque.
La prima giornata internazionale della Donna fu celebrata il 28 febbraio 1909 negli Stati Uniti in seguito alla sua dichiarazione da parte del Partito Socialista Americano. L'idea di istituire una giornata internazionale della donna fu per la prima volta presa in considerazione all'alba del 20° secolo quando la rapida industrializzazione e l'espansione economica portò a molteplici proteste sulle condizioni di lavoro. Nel 1.910 si tenne la prima conferenza internazionale delle donne nell'ambito della seconda internazionale socialista a Copenaghen, nell'edificio del movimento operaio al 69 di Jagtvej, la Folkets Hus (Casa del Popolo) chiamata poi "Ungdomshuset". Qui più di 100 donne rappresentanti di 17 paesi scelsero di istituire una festa per onorare la lotta femminile per l'ottenimento dell'uguaglianza sociale, chiamata "Giornata internazionale della Donna" e la tedesca Rosa Luxemburg propose di celebrarla l'8 marzo di ogni anno a venire; una giornata di lotta per promuovere l'impegno alle pari opportunità e dignità della Donna. L'anno seguente, la giornata mondiale della donna segnò oltre un milione di manifestanti in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera e fu poco dopo, il 25 marzo 1911 che vi fu l'incendio della fabbrica Triangle, che uccise 148 lavoratori, la maggior parte donne. L'insufficienza delle misure di sicurezza è stata considerata la causa dell'alto numero di morti. Questo richiamò l'attenzione sul tema della sicurezza sul lavoro, tema molto caro alle giornate internazionali della donna degli anni seguenti. Più tardi, nel 1913, prima dell'inizio della prima guerra mondiale, le donne di tutta Europa tennero delle marce di pace l'8 marzo.
Le donne russe si ritrovarono a manifestare il 23 febbraio 1917 (l'8 marzo del calendario giuliano) per la morte di circa 2 milioni di soldati russi morti in guerra. Le proteste continuarono per vari giorni fintanto che lo Zar fu costretto ad abdicare ed il governo dovette concedere il diritto al voto anche alle donne. Da quell'anno la festa viene celebrata in una data fissa, mentre precedentemente era festeggiata l'ultima domenica di febbraio. Alcuni sostengono che la data dell'8 marzo deriva da una leggenda sorta fra i circoli comunisti francesi negli anni '50, secondo la quale alcune donne di fabbriche tessili e di confezioni avrebbero condotto tali proteste l'8 marzo di tutti gli anni a partire dal 1857 nella città di New York.
Mimosa, il fiore che in Italia
celebra l'8 marzo
In Italia, nel secondo dopoguerra, la giornata internazionale della donna fu ripresa e rilanciata dall'UDI (Unione Donne Italiane) associando nel contempo alla data dell'8 marzo l'ormai tradizionale fiore della mimosa. Nell'occidente la giornata mondiale della donna fu commemorata comunque, anche se con sempre meno successo, fino alla nascita del femminismo negli anni '60. Il 1975 fu designato come "Anno Internazionale delle Donne" dalle Nazioni Unite. Le organizzazioni delle donne hanno osservato la giornata internazionale della donna in tutto il mondo l'8 marzo tenendo eventi su larga scala che onorassero gli avanzamenti della donna e ricordassero diligentemente che la continua vigilanza e l'azione sono richieste per assicurare che l'uguaglianza delle donne sia ottenuta e mantenuta in tutti gli aspetti della vita. A partire da quell'anno la Nazioni Unite hanno cominciato a celebrare la giornata internazionale della donna l'8 marzo. Due anni dopo, nel dicembre 1977, l'assemblea generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione proclamando una "giornata delle nazioni unite per i diritti della donna e la pace internazionale" da osservare in un qualsiasi giorno dell'anno dagli stati membri in accordo con le tradizioni storiche e nazionali di ogni stato. Adottando questa risoluzione, l'assemblea generale riconobbe il ruolo della donna negli sforzi di pace e riconobbe anche l'urgenza di porre fine alla discriminazione ed ad aumentare il supporto alla piena ed eguale partecipazione.
- Negli USA, già dal 1911, si erano applicate, nelle industrie automobilistiche di Henri Ford, le teorie dell'ing. Frederick Winslow Taylor, pubblicate in “L'organizzazione scientifica del lavoro”: la catena di montaggio, immortalata in “Tempi moderni” da Charlie Chaplin. Ford, inoltre, mise al centro della sua politica aziendale l'idea che solo un'elevata capacità di consumo avrebbe assorbito una massiccia produzione industriale ed iniziò quindi a retribuire lautamente i propri dipendenti (cinque dollari al giorno, una cifra considerevole all'epoca) trasformandoli così in sicuri consumatori delle proprie automobili. Decretò fra l'altro in 8 ore la giornata di lavoro, richiesta che i socialisti europei avevano vanamente avanzato in precedenza.

Nel 1.912 - Iniziano le «guerre balcaniche», che proseguiranno nel 1913. Le guerre balcaniche furono combattute nell'Europa sud-orientale dagli stati componenti la Lega Balcanica (Regno di Bulgaria, Grecia, Regno del Montenegro e Regno di Serbia) dapprima conquistando agli ottomani la Macedonia e gran parte della Tracia per poi scontrarsi tra loro per la spartizione delle terre conquistate. Le promesse disattese ed i malumori furono causati dal mancato completamento del processo di emancipazione delle terre balcaniche da quel che rimaneva dell'Impero Ottomano. I serbi, durante la guerra russo-turca del 1877-78, avevano infatti conquistato molti territori mentre la Grecia si era annessa la Tessaglia nel 1881 (anche se poi ne dovette restituire una piccola parte agli Ottomani nel 1897) e la Bulgaria (principato autonomo dal 1878) la provincia della Rumelia orientale nel 1885. Ma anche Serbia, Grecia e Montenegro, nutrivano mire espansionistiche verso i territori che, ancora sotto il dominio ottomano, erano noti con il nome di "Rumelia orientale", la Macedonia e la Tracia. Del resto, già a metà Ottocento, le tensioni fra gli stati balcanici desiderosi di sottrarre terre in Macedonia e Tracia all'Impero Ottomano, avevano spinto le grandi potenze a far sì che lo status quo fosse mantenuto e che le autorità ottomane garantissero l'incolumità delle popolazioni cristiane a loro sottomesse coinvolte nella lotta per la liberazione dal dominio dell'impero ottomano stesso. Queste questioni, tuttavia, si ripresentarono quando nel luglio 1908 i Giovani Turchi costrinsero il Sultano a ripristinare la Costituzione ottomana da lui stesso sospesa. Fu così che l'Austria-Ungheria approfittò dell'instabilità politica dell'Impero Ottomano per annettersi la provincia della Bosnia ed Erzegovina (già occupata, in realtà, nel 1878). A sua volta, la Bulgaria si proclamò un regno completamente indipendente (nell'ottobre 1908), mentre i greci procedettero con l'annessione dell'isola di Creta (le grandi potenze, tuttavia, bloccarono quest'ultima operazione).
- Nel 1912, dopo la seconda guerra Balcanica, gli Ottomani sono cacciati dall'Albania e quasi la metà delle terre Albanesi sono assorbite dalla Serbia (Kosovo, Macedonia occidentale), Montenegro, e la punta a sud dalla Grecia (Çamëria). Questa decisione non piacque gli italiani, che non desideravano che la Serbia avesse una linea costiera estesa, ed anche gli Austro-Ungarici non volevano una Serbia potente sul loro confine a sud. Fu deciso che il paese non dovesse essere diviso ma trasformato nel Principato di Albania.
- Produzione del cellophan

Nel 1.913 - All'indomani del congresso di Berlino del 1878, in cui venne ufficialmente riconosciuta come Stato sovrano, la Serbia rimaneva un piccolo paese con poco più di 50.000 km quadrati, con strutture arcaiche e una popolazione di poco inferiore ai 2 milioni di abitanti. Senza accesso al mare, priva di ferrovie, la Serbia era costituita da un'immensa società contadina di piccoli e medi proprietari, le cui attività principali consistevano nella coltivazione dei cereali, nell'arboricoltura e nell'allevamento di maiali. Le poche industrie manifatturiere erano specializzate nella trasformazione di prodotti agricoli. La sola città importante all'epoca era Belgrado, la capitale, con circa 30.000 abitanti. Serbia e Montenegro, che avevano partecipato alle guerre balcaniche (1912-1913) contro Turchia prima e Bulgaria poi, uscendone rafforzati e ampliati territorialmente erano comunque frustrati dal fatto che il progetto di una possibile unificazione dei due Regni fu bloccato dall'Austria-Ungheria. La stessa Austria-Ungheria dichiarò, poco tempo dopo, guerra al Regno di Serbia, a seguito dell'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando avvenuto a Sarajevo da parte di Gavrilo Princip, un nazionalista serbo-bosniaco, che dette il pretesto che provocò la prima guerra mondiale.
- La Triplice Alleanza, in scadenza l'8 luglio 1914, era stata rinnovata anticipatamente il 5 dicembre 1912, con l'aggiunta di un particolare protocollo riguardante i Balcani. Proprio in tale contesto, allorquando nel 1913 l'Austria-Ungheria aveva progettato una operazione militare contro la Serbia, l'opposizione dell'Italia lo aveva mandato a monte, esasperando l'avversione di Francesco Ferdinando e del generale Franz Conrad von Hötzendorf e del loro apparato militare.
- V. Tatlin da inizio al movimento artistico russo del costruttivismo.
Carta degli stati balcanici nel 1914, in cui la Bosnia
è stata annessa all'impero austro-ungarico.
- Le due guerre balcaniche rappresentarono un'importante premessa per lo scoppio della Prima guerra mondiale: fu proprio in seguito all'espansione serba nella regione che l'Austria-Ungheria cominciò ad allarmarsi. Tali timori erano condivisi dalla Germania, che vedeva nella Serbia un prezioso alleato della minacciosa Russia. Dunque, fu proprio l'accresciuta potenza serba a rappresentare una delle principali ragioni che spinsero gli Imperi centrali a decretare l'inizio della prima guerra mondiale. Boris Urlanis, nel suo lavoro "Voini I Narodo-Nacelenie Europi" (del 1960), stimò che le due guerre balcaniche causarono l'uccisione di 122.000 persone durante le operazioni belliche e la morte di altre 20.000 per le ferite riportate durante gli scontri. A questi bisogna poi aggiungere gli 82.000 morti a causa delle malattie.

Nel 1.914 - Il massimo centro finanziario mondiale è Londra, la moneta più ambita la sterlina e gli USA sono debitori con i paesi europei (fra cui la Germania, che per produzione industriale ha sorpassato l'UK) per 5 miliardi di dollari.
- Inizia, dopo l'attentato di Sarajevo, la prima guerra mondiale. Il Kaiser Guglielmo II si trovava a Kiel in occasione dell'annuale regata sull'Elba nell'ambito della "Settimana di Kiel" quando il 28 giugno 1914 lo raggiunse un telegramma che annunciava che l'arciduca Francesco Ferdinando in visita a Sarajevo era rimasto vittima di un attentato insieme con la consorte morganatica, Sofia (un matrimonio morganatico è un tipo di matrimonio contratto in tra persone di diverso rango sociale, che impedisce il passaggio alla moglie dei titoli e dei privilegi del marito). L'erede al trono degli Asburgo si recò in visita ufficiale nella città serba il 28 giugno 1914, in occasione dell'anniversario della sconfitta che i turchi avevano inflitto ai serbi nella battaglia del Kosovo del 1349. L'organizzazione terroristica serba "Mano Nera" aveva affidato a sei giovani cospiratori il compito di attentare alla vita dell'arciduca in nome dell'indipendenza serba. In mattinata uno di questi lanciò una bomba contro la macchina dell'erede, ma l'ordigno, rimbalzando sulla fiancata, esplose contro l'automezzo successivo, ferendo due ufficiali. Nonostante il tentato assassinio, il corteo continuò il suo cammino e giunto in municipio Francesco Ferdinando apostrofò le autorità in tono irato: « È così che accogliete i vostri ospiti? Con le bombe? ». L'arciduca chiese di essere condotto in automobile all'ospedale, per far visita agli ufficiali feriti e il fato volle che in una strada stretta, incrociassero Gavrilo Princip, che esplose contro il "bersaglio mancato" due colpi ferendo entrambi i passeggeri, che morirono lungo il tragitto. Al diffondersi della notizia del crimine tutte le nazioni reagirono indignate e con orrore. Solo due paesi rimasero insensibili all'accaduto: l'Austria e la Serbia. Da una parte la stampa serba fece ben poco per dissimulare il suo compiacimento, come anche l'opinione pubblica e lo stesso governo che, appena uscito malamente dalle guerre balcaniche, non desiderava altro che pace e reagì in modo stranamente apatico. L'Austria, del resto, diede inizio a una debole indagine per determinare se la Serbia avesse effettivamente avuto parte all'attentato, dalla quale non emerse alcuna prova a sostegno di questa tesi. Gli attentatori non erano a conoscenza della natura dei rapporti tra l'imperatore d'Austria e l'arciduca. Questi, infatti, era uno dei pochi uomini di potere che guardasse con una certa simpatia alla causa serba e si pensava che progettasse di sostituire il dualismo austro-ungarico con un trialismo di Austria, Ungheria e paesi slavi meridionali. Per le sue idee politiche e per lo scandaloso matrimonio con Sophie Chotek von Chotkowa, che non apparteneva a nessuna delle dinastie europee regnanti, Francesco Ferdinando si era alienato le simpatie della corte e dello stesso zio, l'imperatore Francesco Giuseppe, che sembra aver reagito alla notizia dell'attentato con queste parole: « Un potere superiore ha ristabilito l'ordine che io, purtroppo, non sono riuscito a preservare ». Nonostante un mese di continui rimandi, già all'indomani dell'attentato, il ministro degli esteri austriaco, conte Berchtold, e il capo di stato maggiore, barone Conrad von Hötzendorf, fremevano al pensiero di approfittare della situazione per ridimensionare il ruolo della SerbiaFrancesco Giuseppe, però, non si dimostrava pienamente convinto dal progetto e temeva che un attacco alla Serbia avrebbe coinvolto altre potenze, prima fra tutte la Russia. Il conte Tisza, il primo ministro ungherese, condivideva gli stessi dubbi dell'imperatore obiettando che non sarebbe stato difficile trovare un casus belli qualora ce ne fosse stato bisogno. Il capo di stato maggiore Conrad von Hötzendorf, allora, si preoccupò di coprire le spalle all'Austria e cercò di coinvolgere la Germania, inviando al Kaiser un memorandum e una lettera personale firmate dell'imperatore. D'altro canto Guglielmo II non aveva bisogno di sollecitazioni e rivelò subito i suoi più drastici intenti. In realtà, fino a poco tempo prima, il Kaiser si era sempre presentato di indole moderata riguardo a un conflitto su vasta scala e questo suo mutamento di umore risultò assai strano. Probabilmente le cause sono da ricercare nel fatto che non voleva essere tacciato di debolezza o, piuttosto, che voleva ricordare l'amicizia che lo legava al principe assassinato. Fatto sta che il 5 luglio con una lettera la Germania assicurava il suo più completo appoggio, aggiungendo che la Russia "non era assolutamente pronta per la guerra". Riguardo al terzo componente della Triplice Alleanza, l'Italia, l'Austria preferì tenere Roma all'oscuro dei propri piani, sicura che sarebbe bastato l'alleato tedesco a scongiurare il disastro.
Nelle due settimane successive all'attentato la situazione europea sembrava ancora lontana dallo scoppio di un conflitto su vasta scala, tanto che in tutti i paesi le previsioni si mostravano sempre ottimistiche. Il 30 giugno Sir Arthur Nicolson, il più alto funzionario al Foreign Office (il dicastero del Regno Unito responsabile della promozione degli interessi del Paese all'estero), scrisse all'ambasciatore britannico a San Pietroburgo: «La tragedia che si è appena consumata a Sarajevo non comporterà, credo, ulteriori complicazioni». Nel frattempo in Austria i ministri discutevano su quali misure dovessero adottare contro la Serbia e solo il conte Tisza sembra covare profetici dubbi: «[l'attacco austriaco alla Serbia] provocherà, per quanto umanamente possibile prevedere, una guerra mondiale». Le incertezze del primo ministro ungherese, però, vennero presto messe in sordina di fronte al fatto che ulteriori indugi avrebbero solo peggiorato la situazione. Se l'Austria si fosse mostrata debole, avrebbe infatti rischiato di perdere la stima e l'appoggio della Germania. Mentre  Sir Arthur Nicolson persisteva nel suo atteggiamento ottimista, scrivendo all'ambasciatore britannico a Vienna «Dubito che l'Austria prenda iniziative serie e prevedo che la tempesta si placherà ».
Intorno al 9 luglio in Austria si cominciavano a muovere i primi passi per la redazione di un ultimatum da inviare al governo serbo. L'obiettivo consisteva nell'avanzare delle richieste talmente improponibili che il netto rifiuto serbo avrebbe inevitabilmente spinto l'Austria a dichiararle guerra. Le condizioni, definite a Vienna il 19 luglio, erano rappresentate in quindici punti, alcuni dei quali violavano palesemente l'autonomia serba. Oltre alla repressione di qualsiasi forma di propaganda antiaustriaca, l'ultimatum chiedeva che il governo serbo condannasse i militari implicati nell'attentato, che promettesse la cessazione delle ingerenze in Bosnia e esigeva l'esonero di qualsiasi funzionario serbo e la nomina di funzionari austriaci nei posti di potere.
Il 21 luglio, dietro spinta dei propri ministri, Francesco Giuseppe diede l'assenso alle condizioni poste, dichiarando: «La Russia non può accettarlo... Ciò significa la guerra generale». L'ultimatum venne consegnato alla 6 di mattina del 23 luglio ponendo come termine massimo 48 ore. Il giorno successivo il governo tedesco avviò la propria politica offensiva trasmettendo ai governi di Russia, Francia e Gran Bretagna delle note diplomatiche che definivano le richieste austriache "moderate e giuste", aggiungendo, a mo' di minaccia, che "ogni interferenza" avrebbe portato a incalcolabili conseguenze. Due minuti prima della scadenza delle 48 ore, la risposta serba venne consegnata all'ambasciatore austriaco, barone Giesl, che, senza averla neanche letta, secondo gli ordini ricevuti, lasciò in treno Belgrado. Tre ore dopo cominciava la parziale mobilitazione delle forze austriache sul fronte serbo. Il 24 luglio, d'altro canto, il consiglio dei ministri russo decise di mobilitare in segreto tredici corpi d'armata pronti a iniziare l'offensiva contro l'Austria in nome del panslavismo. La Triplice Alleanza, in scadenza l'8 luglio 1914, era stata rinnovata anticipatamente il 5 dicembre 1912, con l'aggiunta di un particolare protocollo riguardante i Balcani. Proprio in tale contesto, allorquando nel 1913 l'Austria-Ungheria aveva progettato una operazione militare contro la Serbia, l'opposizione dell'Italia lo aveva mandato a monte, esasperando l'avversione di Francesco Ferdinando e del generale Franz Conrad von Hötzendorf e del loro apparato militare. Questa insofferenza portò la diplomazia austro-ungarica durante gli ultimi giorni della cosiddetta crisi di luglio, a giocare d'astuzia. Il 22 luglio 1914 l'ambasciatore Kajetan Mérey incontrò al ministero degli Esteri a Roma il marchese Antonino di San Giuliano, il quale venne rassicurato in maniera piuttosto generica sulla posizione che l'Austria-Ungheria intendeva assumere nei confronti della Serbia e del Montenegro. Il 24 luglio, Di San Giuliano assieme a Antonio Salandra e all'ambasciatore tedesco Hans von Flotow presero visione dell'ultimatum presentato dall'Austria-Ungheria alla Serbia, rimanendone sconcertati. Il governo di Vienna non aveva minimamente ragguagliato Roma durante la fase di preparazione del durissimo ultimatum che aveva presentato, onde evitare le facilmente prevedibili reazioni negative e nel tentativo di impedire qualunque forma di protesta formale, la scadenza dell'ultimatum stesso venne prefissata alle ore 17 del giorno successivo. La Serbia rifiutò il documento e il 28 luglio venne sancita la dichiarazione di guerra dell'Austria-Ungheria alla Serbia dando inizio al gioco delle alleanze europee che in breve tempo portarono in guerra le grandi potenze europee. La Triplice Alleanza, con l'azione messa in atto dall'Austria-Ungheria senza intesa preventiva con l'Italia e anzi, tenendola deliberatamente all'oscuro, era stato violata non solo nello spirito ma anche nella pratica.
La catena delle alleanze da https://commons.wikimedia.
org/w/index.php?curid=14895591
In questo fumetto satirico, chiamato "La catena delle alleanze", viene chiaramente mostrato come il precario equilibrio europeo potesse crollare a causa dei fitti rapporti che si erano instaurati tra le potenze.
In realtà la Serbia, su consiglio dell'Intesa, aveva risposto abilmente alle brusche richieste austriache accettandole tutte, a eccezione dei punti che violavano manifestamente l'indipendenza serba. Nonostante a Vienna e Berlino non si tenesse conto di questa svolta continuando a percorrere la linea politica già predisposta, l'accondiscendente risposta della Serbia mutò radicalmente la situazione. Di fronte alla nuova situazione, solo il 27 luglio il cancelliere del Reich, Bethmann Hollweg, decise di cambiare strategia politica e, seguendo i consigli del governo britannico, esortò l'Austria-Ungheria alla moderazione spingendola ad avviare trattative bilaterali con la Russia. Lo stesso Guglielmo II dopo aver letto la nota serba pare che abbia esclamato: «Ma allora viene a mancare ogni motivo di guerra!». Ormai, però, i "giochi erano fatti" e l'Europa si era avviata verso una strada senza uscita. Tutte le grandi potenze avevano cominciato a dare le prime disposizioni militari (persino in Gran Bretagna il generale Smith-Dorrien aveva ordinato di presidiare "tutti i punti vulnerabili" nel sud del paese) e alle ore 12 del 28 luglio l'Austria dichiarò ufficialmente guerra alla Serbia. La mobilitazione totale avviata il 29 luglio, diede inizio al "fatale automatismo delle mobilitazioni" che nel giro di poco tempo avrebbe spinto tutte le nazioni europee nell'inesorabile vortice di una guerra totale.
- La partecipazione dell'Italia nella prima guerra mondiale ebbe inizio il 24 maggio 1915, circa dieci mesi dopo l'avvio del conflitto, durante i quali il paese conobbe grandi mutamenti politici, con la rottura degli equilibri giolittiani e l'affermazione di un quadro politico che manifestava mire espansionistiche, legate al fervore patriottico ed agli ideali risorgimentali. Inizialmente il Regno d'Italia si mantenne neutrale, visto che la triplice alleanza presupponeva un intervento in caso di attacco subito dall'alleato e fra l'altro l'Italia era stata tenuta all'oscuro del contenuto dell'ultimatum austriaco alla Serbia, non potendo così esprimere un proprio eventuale veto. Parallelamente, alcuni esponenti del governo italiano iniziarono trattative diplomatiche con entrambe le forze in campo, che si conclusero con la sigla di un patto segreto con le potenze della Triplice intesa, così come avvenne nel 1902 con la Francia. Durante questo lungo periodo di trattative, l'opinione pubblica giocò un ruolo decisionale fondamentale, e la scelta o meno di entrare in guerra fu condizionata dalle decisioni delle masse popolari, divise tra interventisti e neutralisti. I più convinti neutralisti furono i socialisti, che ottemperavano così agli impegni presi nella seconda internazionale, anche se l'ex direttore del quotidiano socialista l'"Avanti!", Benito Mussolini, si schierò con gl'interventisti. Il contrasto si accentuò enormemente dall'ottobre del 1917, quando i bolscevichi gestirono la rivoluzione russa e molti socialisti aspiravano ad un'insurrezione internazionale, al di la dei confini fra stati. Stato d'animo questo, che segnò il biennio rosso italiano del 1919-20. A conclusione delle trattative fra stati europei, il Regno d'Italia abbandonò lo schieramento della Triplice alleanza e dichiarò guerra all'Austria-Ungheria il 23 maggio 1915, avviando le operazioni belliche a partire dal giorno seguente. L'Italia dichiarò poi guerra all'Impero ottomano il 21 agosto 1915al Regno di Bulgaria il 19 ottobre 1915 e all'Impero tedesco il 27 agosto 1916

Cartina geografica dell'Europa dal 1914 al 1918, durante la prima guerra
mondiale, con indicati gli imperi centrali con i loro alleati e la triplice intesa
con i suoi alleati. In rosso l'offensiva e il limite degli imperi centrali, in blu
l'offensiva e il limite dell'intesa. Clicca sull'immagine per ingrandirla. 


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