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domenica 14 dicembre 2014

Grande Storia dell'Europa - 3° - Dal 90 al 1.096 e.v.

L'Europa, entità cristiano-romana sorta con la
germanizzazione dell'impero romano d'Occidente,
con la corona Ferrea, la corona dell'Italia mediterranea.
Nel 90 - Nasce Claudio Tolomeo. La vita di Claudio Tolomeo si svolse indicativamente fra gli anni 90 e 170 della nostra era. Solo alcuni commentatori hanno avanzato l’ipotesi che egli fosse di stirpe egizia. Altri, prendendo spunto dal nome Claudio, eminentemente romano, hanno suggerito che egli fosse di discendenza latina, pur essendo assorbito nell'ambiente ellenistico. In genere è ritenuto di discendenza greca. Circa la località di nascita, si concorda sull’Egitto. Uno dei pochi elementi certi su di lui è che la sua attività scientifica si svolse ad Alessandria d'Egitto. La prima osservazione astronomica a lui attribuita è dell’anno 127, l’ultima dell’anno 141. In tutte le trattazioni riguardanti la figura di questo grande scienziato non viene mai tralasciato di esporre l’argomento delle violente discussioni suscitate dalla sua attività scientifica, al punto di levare contro di lui accuse veramente gravi che hanno messo in dubbio l’onorabilità del suo senso etico. Probabilmente Tolomeo aveva a cuore l'ansia che aveva assillato Platone, preoccupato di non potere spiegare, col suo modello cosmologico, gli stazionamenti, i moti retrogradi e le apparenti variazioni di velocità visibili nei moti planetari, dovute alle orbite ellittiche dei pianeti e al fatto che al centro del sistema c'è il Sole e non la Terra. L'incongruenza fra la linearità e la perfezione del sistema cosmologico platoniano e l'evidenza delle osservazioni dei moti planetari fu tenuta nascosta alla massa e rivelata solo agli addetti, agli iniziati, che Platone esortava a scoprire le leggi della meccanica celeste che avrebbero potuto salvare la "perfezione" della sua spiegazione del cosmo. Tolomeo riuscì così ad elaborare alcune ipotesi astro-matematiche atte a spiegare il sistema cosmologico in tutte le sue espressioni, e le pubblicò nell'Almagesto. Come è noto, il titolo originalmente dato da Tolomeo all’opera fu "Sintassi matematica". I primi commentatori greci modificarono il titolo in "La più grande sintassi matematica". Quando ne vennero in possesso, gli Arabi apparentemente tradussero soltanto le prime parole del titolo, per cui esso divenne per loro "al-majisti", e finalmente, con la traduzione in latino dall’arabo (nel 1175 circa, ad opera di Gherardo da Cremona) il titolo divenne Almagesto. L’opera rimase il fondamentale canone astronomico adottato in tutto il mondo fino a più di un secolo dopo la pubblicazione (1543) del "De Revolutionibus" di Copernico. Si compone di tredici libri. Con essa Tolomeo si proponeva, secondo le sue stesse parole, utilizzando sia le conoscenze che gli erano state trasmesse dai suoi grandi predecessori, che apportandovi i propri contributi, di fornire un compendio di nozioni astronomiche atte a spiegare il sistema cosmologico in tutte le sue espressioni. In definitiva, si trattava, a partire dai modelli matematici degli epicicli e degli eccentri, di produrre, quale risultato finale, una procedura matematica predittiva delle posizioni di ciascun pianeta.

"La scuola di Atene"- Raffaello Sanzio.
 In quest'opera Raffaello rappresenta
 i grandi filosofi del passato: Platone e
 Aristotele al centro, Diogene di Sinope
 sui gradini ai loro piedi. Nel gruppo alla
destra di Platone, Socrate che parla con
alcuni giovani, di cui quello con l'elmo
è Alessandro Magno. Epicuro, in basso
a sinistra consulta un testo retto da
un putto. Alla sua destra, Averroè con il
turbante che osserva Pitagora, inginoc-
chiato mentre legge e dietro di lui l'unica
donna, Ipazia di Alessandria. Dalla parte
opposta, di spalle con veste gialla,
Claudio Tolomeo che regge il globo
terracqueo e alla sua destra,
Raffaello stesso.
- A questo punto è importante fare alcune considerazioni sulla genesi del pensiero che ha portato alla nostra civiltà. L'informazione era riservata a pochiFra i filosofi dell'antica Grecia era diffusa la consuetudine di rivolgersi ad un ampio pubblico con insegnamenti essoterici, manifesti, e di riservare a gruppi ristretti, agli iniziati, gl'insegnamenti specifici: quelli esoterici, nascosti ai più. L'aristocratico Pitagora aborriva infatti l'idea di democrazia, anche solo come principio di condivisione delle conoscenze. Il problema fu che quando si scoprirono verità che scompigliarono l'ordine descritto dai grandi maestri, queste verità furono tenute nascoste. Il primo caso fu la scoperta, fra i pitagorici, dei numeri irrazionali, come ad esempio il rapporto tra la diagonale di un quadrato e uno dei suoi lati, che conduce a un valore (radice quadrata di 2) che non è espresso da un numero intero e quindi "perfetto", ma da un numero con una serie infinita di cifre dopo la virgola; quindi, chi avrebbe svelato il caso che poteva mettere in discussione la perfezione della visione pitagorica, poteva essere messo a morte. Altro caso fu il bizzarro movimento dei pianeti nella volta celeste. Probabilmente l'osservazione e lo studio degli astri è la più antica delle scienze e fu proprio Platone a proporre un modello comprensibile e caratterizzato da un moto "perfetto" del movimento degli astri, con la nozione di sfere cristalline, quindi solide e trasparenti, concentriche, una dentro l'altra, che trasportavano nella loro rotazione attorno alla Terra, immobile al centro del cosmo, in successione, la Luna, poi il Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e da ultima la sfera delle stelle fisse che ruotava però nel senso opposto, come suggerito dall'osservazione dei moti planetari e delle stelle. Riteneva inoltre, giustamente, che la luce mostrata dalla Luna fosse luce riflessa dal Sole. Infine, per Platone erano assolutamente indiscutibili gli assiomi pitagorici: 1° la circolarità dei moti di tutti gli astri (il cerchio era la figura geometrica che maggiormente racchiudeva i caratteri della perfezione) e 2° l' uniformità della loro velocità. Le concezioni astronomiche di Platone erano sostanzialmente quelle dei pitagorici. Platone era tuttavia molto preoccupato di non potere spiegare, col suo modello, gli stazionamenti, i moti retrogradi e le variazioni di velocità che venivano riscontrate nei moti planetari. Quindi, anche questa informazione fu nascosta e riservata agli addetti, agli iniziati, che erano esortati a scoprire le leggi che avrebbe dovuto salvare la sua spiegazione del cosmo. Di questa esortazione è testimone lo storico della scienza Eudemo da Rodi, secondo cui Platone propose agli astronomi " ...di trovare con quali supposizioni di movimenti regolari ed ordinati si potessero rappresentare le apparenze osservate nei moti dei pianeti...". Tolomeo lavorò molto su questo aspetto del problema e, come altri prima di lui, elaborò le sue spiegazioni sul fenomeno. E' buffo constatare che  mentre di Platone si dice: "grande fu il contributo di Platone all'astronomia perchè fu l'oggetto dell'astronomia nei secoli successivi", di Tolomeo si dica: "... la comunità scientifica positivista dei secoli XVIII e XIX ha individuato in Tolomeo il capro espiatorio contro il quale dirigere il proprio risentimento per il cammino erroneo percorso dalla scienza astronomica per più di milleduecento anni."
Ermete Trismegisto, o
 Hermes Trimegistus,
dal greco Τρισμέγιστος
«tre volte grandissimo»,
con i simboli di Hermes,
il Mercurio greco.
Si potrebbe pensare che la riservatezza degli insegnamenti propedeutici ad un'eventuale illuminazione da parte degli adepti, o iniziati,  sia da attribuire ad una visione ermetica del mondo da parte degli insegnanti.: le verità sono esoteriche, nascoste e tali devono rimanere, poiché solo gli eletti meritano di capirle. Probabilmente l'idea diffusa dei sapienti era che solo gli "eletti" dovevano essere i depositari del sapere, e indubbiamente una massa ignorante ed incolta è facilmente manovrabile. Aggiungerei anche che le convinzioni superstiziose della massa potessero essere sfruttate per ottenere atteggiamenti e comportamenti favorevoli attraverso un adeguato contenitore psicologico a sfondo religioso.
Ermete Trismegisto, o Hermes Trimegistos, secondo la tradizione identificabile con la divinità egiziana Thot, colui che portò la scrittura fra le genti, è attribuita la compilazione della Tavola Smeraldina: "È vero senza errore e menzogna, è certo e verissimo. Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere i miracoli della Cosa-Una (unica). Come tutte le cose sono sempre state e venute dall'Uno, per mediazione dell’Uno, così tutte le cose nacquero da questa Cosa Unica per adattamento. Il Sole ne è il padre, la Luna ne è la madre, il Vento l’ha portata nel suo ventre, la Terra è la sua nutrice. Il padre di tutto, il Telesma di tutto il mondo è qui. La sua potenza è illimitata se viene convertita in terra. Separerai la Terra dal Fuoco, il Sottile dal Denso, delicatamente, con grande cura. Ascende dalla terra al cielo e ridiscende in terra raccogliendo le forze delle cose superiori ed inferiori. Tu avrai così la gloria di tutto il mondo e fuggirà da te ogni oscurità. Qui consiste la Forza forte di ogni Forza, perché vincerà tutto quel che è sottile e penetrerà tutto quello che è solido. Così fu creato il mondo. Da ciò deriveranno innumerevoli adattamenti mirabili il cui segreto sta tutto qui. Pertanto io fui chiamato Ermete Trismegisto, (dal greco Τρισμέγιστος «tre volte grandissimo») possessore delle tre parti della Filosofia di tutto il mondo. Ciò che dissi sull’opera del Sole è perfetto e completo." (Ermete Trismegisto,"Tavola Smeraldina"). E' fondamentale rendersi conto che per gli antichi, ciò che era scritto era sacro, di conseguenza l'impatto che ebbero queste considerazioni, a prima (e anche a seconda) vista piuttosto arcane, fu di portata epocale.
Da http://www.riflessioni.it/enciclopedia/ermetismo.htm: "Secondo i principi dell’Ermetismo, tutte le cose derivano da una Causa Prima o Unica Virtù, che si differenzia in miriadi di forme, che rappresentano la manifestazione, nell’Universo visibile, della capacità plastica di una materia eterea, primordiale, eterna, dalla quale scaturiscono gli elementi e che gli antichi iniziati chiamarono Etere, sostanza astrale o Quintessenza. Tutto nell’Universo può essere ricondotto all’unità perché, oltre la molteplicità delle forme visibili, non vi è che un Unico Principio, in grado di differenziarsi all’infinito e di riassorbirsi, riconvertendosi in pura essenza e potenzialità. Nelle migliaia di mondi che animano lo spazio infinito, nelle forme armoniose della Natura, come nel corpo dell’uomo, si ripete costantemente la stessa legge, che è legge unitaria perché sottesa dall’esplicazione di una Forza Unica e intelligente, eternamente in azione in quanto al di là di ogni umano concetto di relativo e temporale. La strada che porta alla comprensione dell’essenza dell’uomo passa dunque attraverso l’unitarietà dei fenomeni naturali e, quindi, della sublimazione del molteplice nell’unità sintetica dell’Unica Virtù. Nei tempi antichi esisteva una comprensione delle leggi naturali molto più grande di quella odierna. Gli dei dell’antico Egitto o dell’Olimpo Greco-Romano non furono che figure simboliche, rappresentanti forze naturali colte in varie fasi del processo di creazione e dissoluzione delle forme visibili, le cui epopee o cicli epici celavano la spiegazione di fenomeni complessi, di segreti non altrimenti raffigurabili per menti semplici e poco avvezze ad elaborazioni astratte, ma straordinariamente sensibili alle suggestioni di immagini antropomorfe che riproducevano, in chiave misterica, le gesta di eroi e dei umanizzati. Il Cristianesimo distrusse gran parte dei tesori della tradizione religiosa, segnando come eresiache le antiche dottrine sacerdotali e trasformando l’uomo, re della terra, nel suddito di un Dio orientale il cui insegnamento, come torrente in piena, corrose la psicologia e la morale di una civiltà decadente, sovvertendo gli antichi valori della vita e sostituendo, all’ideale sublime dell’uomo divinizzato e dominatore della Natura, la concezione di un Dio assurdo che, in cambio di un’ipotetica felicità in una dimensione eterna, pretendeva un’esistenza di rinunce, di sofferenze e di dolore. Quando i successori di Pietro eressero la Chiesa di Cristo sulle macerie dell’Impero Romano, sembrò che anche gli antichi insegnamenti misterici andassero perduti, sepolti sotto il peso intollerabile dei dogmi, liquefatti dal fuoco corrompente dei roghi e dall’intolleranza dei Papi, profanati dall’odio e dal cieco furore di preti psicopatici e ignoranti; mentre l’Europa, fulcro dell’antica civiltà, sprofondava nelle caligini oscure dell’ignoranza e della superstizione. Tuttavia, nel tentativo di creare una liturgia della Chiesa, molti riti e simbolismi pagani, indicanti le verità eterne, vennero introdotti nel Rituale Romano, mentre l’insegnamento esoterico, trasmesso da pochi Maestri, veniva reso incomprensibile tranne per coloro che vennero giudicati degni. Nacque cosi l’Alchimia, che non si proponeva di risolvere un problema chimico bensì spirituale, anche se gli sperimentatori, avidi di ricchezze, ne fraintesero il senso dell’enunciato fondamentale, cercando di convertire il vile piombo in oro, ma obliando che il piombo di cui si parlava non era che la mente dell’uomo; mentre l’oro alchemico non era quello convertibile in moneta sonante, ma l’oro dell’Intelligenza Mercuriale privata di ogni impurità metallica, ovvero del pensiero corrotto da influenze emotive, psicologiche e sensoriali.
I postulati della Scienza Alchemica erano: 
- che nella materia tutti i metalli possono convertirsi in altri ed in particolare in oro e in argento;
- che negli uomini i tipi imperfetti possono raggiungere la perfezione;
- che nelle anime le intelligenze inferiori possono trasmutarsi in superiori.
E poiché, come ho detto, l’Universo è Uno (Materia e Spirito), deriva che la legge trasmutatoria alchemica dal meno perfetto al più perfetto deve potersi applicare sia in alto che in basso, sia nel campo spirituale che materiale, sia nella chimica dei fenomeni terrestri che nell’iperchimica delle trasmutazioni animiche. Di qui i due triangoli intrecciati del Sigillo di Salomone, che nasconde, in un simbolo apparentemente semplice, un arcano divino di valore universale. Esiste dunque nell’essere umano un’essenza sconosciuta, capace di penetrare tutte le cose, di trasformarsi plasticamente in ogni corpo, espandendosi all’infinito o contraendosi sino all’infinitesimo dell’atomo. Un nucleo originario di sostanza eterea allo stato radiante, vibrante, intelligente, eterna, fondamento dell’essere umano, che gli antichi ermetisti definirono Unica Virtù o Causa Prima (vedi: la Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto), perché da essa tutte le cose discendono e per essa tutti i prodigi si compiono. Nel Macrocosmo (o Universo) essi la identificarono col Sole, simbolo del Dio misterioso e inconoscibile, forza maschia, attiva e generante, che gli antichi egizi venerarono come Amùn e che inonda la terra coi suoi raggi benefici, animando gli esseri viventi nei tre regni della Natura. Nel corpo umano (o Microcosmo), immagine dell’Universo, la chiamarono Intelligenza Divina incarnata o Corpo Solare, che sul piano della materia tangibile si manifesta nel corpo fisico o saturniano, di cui l’aura magnetica, dai colori cangianti, riflette lo stato nelle più sottili e impercettibili emanazioni. Nel cervello l’irradiazione solare genera il Corpo Mercuriale, primo fecondo adattamento della pura intelligenza allo stato di essere incarnato, vero spirito della materia, che attraverso la pura astrazione delle percezioni sensibili costituisce l’essenza di ogni virtù. Nel sistema nervoso neuro-vegetativo dà vita al Corpo Lunare, plastico, etereo, sensibilissimo, serbatoio immenso di immagini, ricordi, sensazioni, sede inesplorabile dell’inconscio personale e della memoria storica e istintiva, che i centri vorticosi dei chakra connettono all’Anima del Mondo. Dal Corpo Solare il processo creativo procede inarrestabile dal semplice al complesso, dall’infinitamente piccolo alla materia organizzata, attraverso una serie infinita di trasformazioni, che rappresentano la manifestazione di un’unica legge evolutiva. Mentre al contrario nelle degradazioni della sostanza organica nei suoi componenti elementari, per effetto delle fermentazioni naturali o indotte, e’ riassunto il processo dissolutivo delle forme visibili, che prelude al ciclico rinnovarsi di ogni cosa in Natura. Ma sia nelle forme degradative, che nei processi di sintesi organica; nell’uomo nel pieno vigore della sua forza giovanile, come nella lenta e inesorabile trasformazione senile; in ogni processo naturale, sia nelle reazioni chimiche che nelle modificazioni biologiche, non agisce che un’unica forza, che opera in tutti i corpi modificandoli e determinandone il destino. Questa forza straordinaria e sconosciuta, che gli Iniziati della Caldea e dell’antico Egitto appresero ad utilizzare conoscendone le leggi, e’ corrente vitale, e’ forza ignea intensamente magnetica, movimento vibratorio inarrestabile, che permea la materia, la dinamizza, ne determina e accelera i processi trasformativi. Nella Natura che si risveglia in primavera, segnando di verde i brulli paesaggi invernali; in un fiore che si schiude, nelle trasformazioni minerali, nella divisione delle cellule animali dall’ovulo primitivo all’individuo adulto ed integro; persino nel cadavere, che si decompone nei suoi componenti elementari non agisce che una sola forza, che e’ corrente di vita, che scorre inarrestabile ed eterna perché anche la morte non e’ che crisi trasformativa dal vecchio al nuovo e dal peggio al meglio. Nell’uomo la corrente vitale produce la vita del corpo, la circolazione del sangue e della linfa, la respirazione ed ogni funzione metabolica essenziale. In campo psichico essa induce gli eventi maturativi propri dell’evoluzione psicologica segnando, attraverso la continua creazione e distruzione di idee, di articolazioni logiche, di stati emotivi e la modificazione progressiva dei meccanismi percettivi e di elaborazione sensoriale, la costituzione di un nucleo mercuriale, che rappresenta allo stesso tempo la sintesi dell’esperienza esistenziale e la preparazione all'ulteriore evoluzione dell’anima. Non per questo si potrebbe attribuire alla corrente vitale una qualsiasi intonazione morale, per il suo carattere di forza neutra determinante i fenomeni psichici, le cui proprietà sono in rapporto al vissuto individuale ed all'applicazione, ai contenuti dell’esperienza, delle facoltà mentali superiori (volontà, ragione, ecc.). Ne’ sarebbe corretto definirla in termini di forza cieca e irrazionale, atteso che essa agisce in Natura secondo direttrici univoche e costanti potendo, in casi particolari, essere indirizzata verso la produzione di effetti voluti e tangibili. La possibilità di orientare la corrente vitale rappresenta campo di applicazione dell’Ermetismo e della Magia, intesa come la particolare facoltà, conquistata attraverso pratiche di ascensione psichica, a realizzare fenomeni non comuni in campo oggettivo e mentale.
Ermes Trismegisto in una
rappresentazione  nel
pavimento del duomo di Siena.
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L’attitudine a compiere piccoli o grandi prodigi, vera chiave dei poteri spirituali, e’ uno stato d’essere particolare, di intensa vibrazione interiore o di coscienza alterata, che molti hanno definito intermedio tra la vita e la morte o stato di trance lucida. La capacità di riprodurre a volontà tale stato esaltativo non è innata che in pochi casi, ma si ottiene in lunghi anni di pratiche iniziatiche agenti sul Corpo Lunare o, più rapidamente, impadronendosi del segreto iniziatico dei grandi Maestri, che nasconde un Arcano realizzatore dell’anima capace di trasformare l’uomo in un semi-dio. Un Arcano che gli alchimisti hanno sempre gelosamente custodito, arretrando inorriditi dinanzi alla possibilità di svelarlo, senza mai indicare nelle loro opere elementi concreti per la sua scoperta, anzi occultandolo ulteriormente con minacce di morte e di terribili sciagure per l’incauto che, anche solo intuendone la natura, avesse osato profanarlo. Non vi sono tuttavia ragioni perché il cifrario degli antichi Maestri non debba essere reso comprensibile anche agli uomini moderni, più avvezzi al ragionamento scientifico e meno al linguaggio contorto e ricco di simbolismi astrusi dei vecchi alchimisti, così da consentire loro, se meritevoli, maggiori possibilità di successo. Scriveva Paracelso, medico e alchimista svizzero del XVI secolo: La vera Pietra Filosofale si trova senza dubbio nell'inespugnabile fortezza della verità [...]. Tale pietra sembra vile, disprezzabile ed esecrabile alla gente comune, ma per i filosofi è più preziosa di qualsiasi gioiello [...]. E il cammino della verità, che rigenera e rivitalizza ciò che non esiste più, facendolo tornare ciò che era prima della corruzione, tramuta ciò che non è in ciò che dovrebbe essere. L'oro dei filosofi che rende ricchi i Saggi non è certamente l'oro con cui si coniano le monete". L'ermetismo, con i suoi insegnamenti esoterici, giungerà fino ai nostri giorni, rilanciato nel Rinascimento da Marsilio Ficino, applicato da Paracelso, che diede vita a una nuova disciplina, la iatrochimica, da cui deriverà l'omeopatia e studiato da tanti altri: Isaac Newton stesso fu un accanito studioso, di nascosto, di alchimia: dopo la sua morte fu aperto un baule che teneva chiuso a chiave, pieno di appunti e studi alchemici.

Mitra
Negli anni contemporanei alla nascita del cristianesimo, vi erano dei culti con tratti simili al cristianesimo stesso:
- In Iran veniva adorato Mithra, il cui culto seguiva rituali segreti e sacrifici cruenti, i misteri mithraici, riservati ai soli uomini. Nati come culto della vegetazione, si fondavano su due divinità, una delle quali doveva morire per assicurare la fertilità, per poi rinascere. Questo culto fu portato in Italia dai soldati dell'esercito romano nel I secolo a.C., e da qui si propagò nei paesi dell'area germanica, in Gallia, Britannia e Spagna: in Europa trovò enorme fortuna. Il Mitraismo prevedeva nel 25 dicembre il giorno di nascita di Mitra, figlio di vergine, che nell'uccisione del toro compiva un sacrificio che veniva celebrato in cerimonie che prevedevano pasti comuni.
- L'adorazione del Sol Invictus, che incarnava nella divinità solare la visione neoplatonica della luce come espressione divina. E' di questi tempi la rappresentazione di un giovane Cristo raggiato, come il sole, alla guida del cocchio solare di Apollo con i 4 cavalli dell'iconografia tradizionale.
- Simon mago, figlio di vergine, nato il 25 dicembre, aveva grandi poteri taumaturgici che esprimeva compiendo miracoli.

Sol Invictus
- Nel cristianesimo non si individuano più, come nei vecchi culti, le forze della natura nella divinità, e soprattutto la divinità non è più l'emanazione di un sentirsi parte della collettività (nell'antichità ogni gruppo o città aveva una propria divinità), ma è una via individuale verso una divinità individualistica. Questa tensione, frutto di una presa di coscienza egoica, verso una salvezza dalla morte, ridisegna la visione dell'oltretomba degli antichi, che accettava una mancanza di certezze, che razionalmente non si possono dimostrare. Quest'ansia di salvezza in una vita beata ed eterna dopo la morte, ha scatenato il desiderio di martirio, molto evidente nel Donatismo, di cui scriveremo più avanti. E quindi la società cristiana dei primi tempi, pur essendo ordinata e compatta, è un organismo senza quell'unicità e uniformità di spiegazioni teologiche che stanno tanto a cuore a Paolo di Tarso, proteso a creare un'unico contenitore del cristianesimo con un'unica ortodossia. Paolo di Tarso permetterà ai nuovi convertiti di evitare la circoncisione, consuetudine delle religioni ebraiche, a favore del battesimo nell'acqua. Sarà poi Costantino I che, con il concilio di Nicea, poserà la prima pietra dell'edificio della chiesa cristiana.

- I cristogrammi sono combinazioni di lettere dell'alfabeto greco o latino che formano una abbreviazione del nome di Gesù. Essi vengono tradizionalmente usati come simboli cristiani nella decorazione di edifici, arredi e paramenti. Alcuni cristogrammi sono nati come semplici abbreviazioni o acronimi, anche se sono diventati successivamente dei monogrammi, cioè dei simboli grafici unitari. Altri, come il notissimo Chi Rho, sono stati pensati sin dall'inizio come monogrammi.
I principali cristogrammi sono:
- il Titulus crucis INRI, un acronimo ottenuto dalla frase latina Iesous Nazarenus Rex Iudaeorum, che significa: Gesù di Nazaret, re dei giudei. 
Moneta di Magnenzio (350-353)
con al rovescio il crismon Chi Rho.
- il Chi Rho o per antonomasia monogramma di Cristo (nome abbreviato talora in chrismon o crismon). Esso è un monogramma costituito essenzialmente dalla sovrapposizione delle prime due lettere del nome greco di Cristo, X (equivalente a “ch” nell'alfabeto latino) e P (che indica il suono “r”). Alcune altre lettere e simboli sono spesso aggiunti. 
Significato del cristogramma
ICHTHYS, che in greco
significa "pesce"
- ΙΧΘΥΣ o ICHTHYS (che letteralmente significa “pesce” in greco) è un acronimo formato con le iniziali della frase greca: “Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore”. Le lettere sono normalmente accompagnate o addirittura sostituite dal disegno (stilizzato) di un pesce.
- ICXC è un acronimo ottenuto dalla prima ed ultima lettera delle due parole Gesù e Cristo, scritte secondo l'alfabeto greco (ΙΗΣΟΥΣ ΧΡΙΣΤΟΣ -si noti che la lettera finale sigma viene scritta nella forma lunata che ricorda la lettera latina C). Compare molto spesso sulle icone ortodosse, dove il monogramma può essere diviso: "IC" nella parte sinistra dell'immagine e "XC" nella parte destra. Il tratto orizzontale solitamente sovrascritto alle lettere è un segno paleografico per indicare un'abbreviazione. 
- il trigramma di Bernardino da Siena, IHS o Nome di Gesù. È formato da tre lettere del nome greco di Gesù (ΙΗΣΟΥΣ) . Ne esiste anche la variante IHC, sorta per la somiglianza fra la lettera latina “C” e la diffusa forma lunata della lettera greca sigma. Il trigramma era inizialmente una abbreviazione greca, poi venne interpretato come un acrostico latino e spesso arricchito di altri particolari grafici (la croce e il sole) e utilizzato come monogramma. Esso è caratteristico dei cristiani occidentali.

Nel primo periodo della cristianità, a giudicare dallo studio delle catacombe, il simbolo della croce, graffiato nel tufo o tracciato con il colore, si trova abbastanza di rado e gli storici ritengono che la croce fu rappresentata solo quando questo strumento di tortura non venne più utilizzato a tal fine. Esso è certamente meno frequente degli altri simboli della Cristianità come il pesce, i pani o l'ancora. Più diffuso si ritiene esser stato l'uso della "crux dissimulata", ottenuta ad esempio, interponendo la lettera "tau" maiuscola (T) al centro del nome del defunto.

Dal 92 - Traiano continua la penetrazione romana nell'area germanica degli Agres decumates, sia come governatore della Germania superiore (attorno agli anni 92-96), sia come imperatore (tra il 98 ed il 100) con l'avanzamento oltre il fiume Reno verso est, fino al cosiddetto limes di Odenwald, tratto di frontiera che collegava il fiume Meno presso Wörth, con il medio Neckar a Bad Wimpfen. Il successore Adriano, contribuì all'avanzamento lungo il cosiddetto limes dell'Alb.

Cartina dell'Impero Romano da
Ottaviano Augusto, Tiberio, Claudio,
Vespasiano e Domiziano fino a
 Traiano, che nel 117 d.C. lo portò
alla sua massima estensione.
Nel 96 - Inizia l'impero di Traiano, che porterà l'Impero Romano alla sua massima estensione nel 117.

Risale alla fine del I secolo la prima dettagliata descrizione dei Germani, riportata nella “Germania” di Gaio Cornelio Tacito (98 d.C. circa). A quel tempo i Germani erano ormai diventati da un pezzo agricoltori sedentari. Lo storico romano, come già Cesare prima di lui, si occupa esclusivamente dei "Germani occidentali", che sono dunque i primi a essere descritti dettagliatamente dalla storiografia. Tacito testimonia che inizialmente questi Germani non erano interessati ai territori romani.
 Ogni tanto sommovimenti generati all'interno o indotti da pressioni esterne convogliavano l'aggressività endemica di queste tribù guerriere verso i confini dell'Impero romano, che suscitava in loro paura, riverenza e cupidigia. Ma l'Impero era troppo forte e le tribù troppo deboli per potere consolidare quelle incursioni in vere e proprie campagne militari. Le incursioni erano piuttosto i Romani a effettuarle nelle terre barbare, con risultati terrorizzanti. Fu solo tra il II e il IV secolo che, spinti dalle tribù di nomadi delle steppe che, superiori militarmente, ne occuparono i pascoli, essi iniziarono a premere verso sud.

La Germania Magna nel 98.
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- Gli Slavi orientali, dell'Europa orientale (stanziati nel bacino del Dnepr centrale e superiore e distinti dagli Slavi occidentali, i Venedi-Sclavini) conosceranno tardi la differenziazione di ceti e classi. Fino al I sec. d.C. tra loro si conserverà un sistema comunitario non molto diverso da quello di mille anni prima. Infatti soltanto nel I-II secolo si formano le grandi famiglie patriarcali, proprietarie di tutti gli strumenti produttivi e in grado di avvalersi del servizio di forze schiavili, per quanto ancora nel VI sec. il diritto comune proibiva l'asservimento di propri connazionali, sicché si deve pensare che tali schiavi o erano nemici catturati in battaglia o venivano comprati sui mercati esteri dalle famiglie più facoltose.
Nell'Europa centrale furono soprattutto le tribù Slave nella Germania nord-orientale che, a seguito della disgregazione progressiva della comunità primitiva, si dedicarono ampiamente ai commerci con l'impero romano, la Scandinavia e l'Europa orientale. 

- Sarmati e Romani non ebbero sempre rapporti pacifici e anzi spesso si fronteggiarono in lunghe guerre fin dai tempi di Augusto. Sul finire del I secolo-inizi del II d.C., Roxolani e Iazigi (alleati per tutto il I secolo d.C. di Roma) si schierarono contro i Romani con i Daci per difendere questi ultimi da Traiano che intendeva conquistarne i territori, e fu proprio Traiano a sconfiggerli durante la campagna.

Nel 122 - In Britannia viene eretto il Vallo di Adriano per contenere gli assalti dei Celti (Pitti). 

Nel 135 - Rivolta di Zeloti a Gerusalemme durante l'impero di Adriano (117 - 138). E' l'ultima rivolta, che vedrà, con la capitolazione di Masada, la fine delle ribellioni contro Roma e il completamento dell'espulsione del popolo Ebraico dalla Palestina.

Dal 145 - È sotto Antonino Pio (nel 145-146) che molte delle torri e dei forti in legno disposti lungo il limes germanico furono ricostruiti interamente in pietra, ma soprattutto si ebbe il definitivo avanzamento del limes di oltre 30 km ad est della precedente linea dell'Odenwald-Neckar.
Busto di Antonino Pio
conservato a Monaco
di Baviera
Cesare Tito Elio Adriano Antonino Augusto Pio, nato come Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Antonino (Lanuvio, 19 settembre 86 - Lorium, 7 marzo 161), è stato un imperatore romano dal 138 al 161. Antonino Pio visse in un momento cruciale della storia di Roma: l'apogeo dell'impero o il cosiddetto secolo d'oro. Gli imperatori che regnarono durante questo secolo, prendono il nome proprio da lui, che regnò all'incirca a metà di questo periodo (138 - 161). La successione di Antonino ad Adriano si rivelò stabilita da tempo e priva di possibili colpi di mano: Antonino continuò a sostenere i candidati di Adriano ai vari pubblici uffici, cercando di venire incontro alle richieste del Senato, rispettandone i privilegi e sospendendo le condanne a morte pendenti sugli uomini accusati negli ultimi giorni di vita da Adriano. Per il suo comportamento, rispettoso dell'ordine senatorio e delle nuove regole, Antonino fu insignito dell'appellativo "Pio".
Valli di Adriano e Antonino.
Uno dei primi atti ufficiali di governo (acta) fu la divinizzazione del suo predecessore, alla quale si oppose fieramente tutto il senato, che non aveva dimenticato che Adriano aveva diminuito l'autorità dell'assemblea e ne aveva mandato a morte alcuni membri. Alla fine si giunse ad un compromesso: il senato non si sarebbe opposto alla divinizzazione del defunto imperatore ma Antonino avrebbe abolito l'organo di governo dell'Italia formato dai quattro giudici circoscrizionali. Fu anche per aver cercato un accordo con il senato (l'imperatore se voleva poteva mettere a tacere le polemiche facendo intervenire i soldati) che Antonino ricevette l'inusuale titolo di Pio. Adeguandosi alle usanze Antonino rifiutò il titolo di padre della patria (pater patriae), ma poi finì con l'accettarlo nel 139 insieme con un secondo consolato, seguito da un terzo e da un quarto (120 il primo, 139 e 140 il secondo e il terzo, 145 il quarto). Ligio alla religione e agli antichi riti, nel 148 celebrò solennemente il novecentesimo anniversario della fondazione di Roma. « Certi teologi dicono che il divino imperatore Antonino non era virtuoso; che era uno stoico testardo, il quale, non contento di comandare agli uomini, voleva anche essere stimato da loro; che attribuiva a se stesso il bene che faceva al genere umano; che in tutta la sua vita fu giusto, laborioso, benefico per vanità, e che non fece nient'altro che ingannare gli uomini con le sue virtù; e a questo punto esclamo: «Mio Dio, mandaci spesso di queste canaglie!» » (Estratto dalla voce Virtù del Dizionario Filosofico di Voltaire)

Nel 160 - Giunge all'apice, con Galeno, la scuola medica Romana.

- E' nel II secolo d.C. che il nome Albanesi, popolazione vivente nell'attuale Albania centrale, viene menzionato: fu Strabone nel suo libro "Geographia" che per primo parlò di popolazione chiamata Oi Albanoi, con capitale Albanopoli, 20 Km a nord est dell'attuale Tirana.

Nel 161 Morte di Antonino Pio, a cui succede Marco Aurelio, il cui titolo con  nome completo fu Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto (in latino: Imperator Caesar Marcus Aurelius Antoninus Augustus, nelle iscrizioni: IMP(erator) • CAES(ar) • M(arcus) • AVREL(ius) • ANTONINVS • AVG(ustus); Roma, 26 aprile 121 - Sirmio, 17 marzo 180), che è stato un imperatore, filosofo e scrittore romano. Su indicazione dell'imperatore Adriano, fu adottato nel 138 dal futuro suocero e zio acquisito Antonino Pio che lo nominò erede al trono imperiale. Nato come Marco Annio Catilio Severo, divenne Marco Annio Vero (Marcus Annius Verus), che era il nome di suo padre, al momento del matrimonio con sua cugina Faustina, figlia di Antonino, e assunse quindi il nome di Marco Aurelio Cesare, figlio dell'Augusto (Marcus Aurelius Caesar Augusti filius) durante l'impero di Antonino stesso. Marco Aurelio fu imperatore dal 161 sino alla morte, avvenuta per malattia nel 180 a Sirmio secondo il contemporaneo Tertulliano o presso Vindobona. Fino al 169 mantenne la coreggenza dell'impero assieme a Lucio Vero, suo fratello adottivo nonché suo genero, anch'egli adottato da Antonino Pio. Lucio Ceionio Commodo Vero (Roma, 15 dicembre 130 - presso Altino, gennaio 169) più noto semplicemente come Lucio Vero, fu un imperatore romano e governò insieme al fratello d'adozione Marco Aurelio dal 161 sino alla morte. Nell'investitura di Marco Aurelio quale nuovo imperatore, Lucio Vero fu contestualmente scelto come co-imperatore, evento senza precedenti nell'Impero romano. Ufficialmente entrambi avevano lo stesso potere, ma in pratica Marco Aurelio esercitò la propria influenza sul collega. A Vero fu dato il controllo dell'esercito, a riprova della fiducia che correva fra i due. Per rafforzare tale alleanza, Marco Aurelio dette in moglie sua figlia Annia Aurelia Galeria Lucilla a Vero che da lei ebbe tre figli. Anche se non sembra mostrare affetto personale per Adriano nei Colloqui con se stesso, Marco lo rispettò molto e presumibilmente ritenne suo dovere metterne in atto i suoi piani di successione. E così, anche se il Senato voleva confermare solo lui, egli rifiutò di entrare in carica senza che Lucio ricevesse gli stessi onori. Alla fine il senato fu costretto ad accettare e nominò Augusto, Lucio Vero. Marco divenne, nella titolatura ufficiale, Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto, mentre Lucio, rinunciando al suo cognomen di Commodo, ma assumendo il nome di famiglia di Marco, Vero, divenne Imperatore Cesare Lucio Aurelio Vero Augusto. Questa era la prima volta che Roma veniva governata da due imperatori contemporaneamente.
Marco Aurelio, musei capitolini.
Fin dalla sua ascesa al principato, Marco ottenne dal Senato che Lucio Vero gli fosse associato su un piano di parità (diarchia), con gli stessi titoli, ad eccezione del pontificato massimo che non si poteva condividere. La formula era innovativa: per la prima volta alla testa dell'impero vi era una collegialità e una parità totale tra i due principes. In teoria i due fratelli, entrambi insigniti del titolo di Augustus, ebbero gli stessi poteri. In realtà Marco conservò una preminenza che Vero mai contestò. Le ragioni pratiche di questa collegialità, voluta da Adriano forse per onorare la memoria di Lucio Elio, adottandone il figlio, e allo stesso tempo lasciare l'impero a Marco Aurelio di cui aveva capito le grandi qualità, non sono completamente chiare. A dispetto della loro uguaglianza nominale, Marco ebbe maggior auctoritas (autorità) di Lucio Vero. Fu console una volta di più di Lucio, avendo condiviso l'amministrazione già con Antonino Pio, e solo Marco divenne Pontifex Maximus. E questo fu chiaro a tutti. L'imperatore più anziano deteneva un comando superiore al fratello più giovane: "Vero obbedì a Marco... come il tenente obbedisce a un proconsole o un governatore obbedisce all'imperatore".

- Dal 161 l'Impero romano, ormai in pace da lungo tempo subisce una serie di attacchi contemporanei lungo molti dei suoi fronti. I Pitti nella Scozia premevano contro il vallo di Antonino, la Spagna subiva le continue scorrerie dei pirati mauri, mentre in Germania, tra l’alto Danubio ed il Reno, i Catti e i Cauci penetravano oltre le frontiere e lungo le coste, invadendo la Gallia Belgica e gli Agri Decumates. Il nuovo sovrano partico Vologese III, divenuto re nel 148, occupava l’Armenia, ponendo sul suo trono il fratello Pacoro, per poi invadere la vicina provincia romana di Siria nel 161. Nell'Europa centro-orientale il mondo barbaro era scosso da forti agitazioni interne e da movimenti migratori tra le sue popolazioni che tendevano a modificare gli equilibri con il vicino mondo romano.

Carta del 178-179 durante le
guerre Marcomanniche.
Nel 166 - Con Marco Aurelio imperatore (che governò dal 161 al 180), si diffonde dal confine persiano, dove si combatte contro i Parti, un'epidemia di peste.

Dal 167 - Le guerre marcomanniche, o guerre marcomanne, come sono state definite nella "Historia Augusta", costituiscono un lungo periodo di conflitti militari combattuti dall'esercito romano contro le popolazioni germano-sarmatiche dell'Europa continentale (dal 167 al 189 circa). I Marcomanni (uomini della marca) erano Suebi che, valicato il Meno, avevano preso possesso del paese fra il Reno e il Danubio superiore, sgombrato dagli Elvezi, che divenne così una marca di confine sueba. Fra il 9 e il 2 a.C. essi, guidati dal re Maroboduo, passarono nella Boemia, sgombrata dai Galli Boi, e vi fondarono un potente regno, che, dopo aver dominato su molte delle circostanti tribù germaniche, si sfasciò presto in seguito alle lotte coi Cherusci. La grande invasione del 166 d. C. li rese di nuovo famosi; una parte furono stanziati dai Romani in Pannonia, gli altri passarono, pare nel sec. VI, nella Baviera (Baivarii "abitanti di Baia, la Boemia"). Loro alleati contro i Romani erano i Quadi, d'origine suebica, che avevano strappato la Moravia ai Volcae Tectosages, stirpe gallica con la quale i Germani devono essere venuti a contatto molto per tempo, poiché ne estesero il nome (Welschen) a tutti i Galli e poi a tutti i popoli romanizzati. Ad est dei Quadi stavano tribù minori dei Bastarni (Sidones, Buri) e nella guerra marcomannica comparvero varie tribù vandaliche (Victovali, Asdingi, Lacringi). Le guerre marcomanniche rappresentano un evento storico di fondamentale importanza poiché rappresentarono il preludio alle grandi invasioni barbariche del III-IV-V secolo. All'interno e ai margini della massa germanica si erano verificati movimenti e mescolanze di popoli, tanto da portare a trasformazioni di natura politica, con l'avvento di un fenomeno nuovo tra i Germani: interi popoli (come Marcomanni, Quadi e Naristi, Vandali, Cotini, Iazigi, Buri ecc.), sotto la pressione dei Germani Orientali, su tutti i Goti, furono costretti a ristrutturarsi e ad organizzarsi in sistemi sociali più robusti e permanenti, ovvero si raggrupparono in coalizioni ("confederazioni") di natura più che altro militare, con la conseguenza che il limes renano-danubiano finì per essere sottoposto a una maggiore pressione. Tale trasformazione fu anche, se non soprattutto, indotta dalla vicinanza e dal confronto con la civiltà imperiale romana, le sue ricchezze, la sua lingua, le sue armi, la sua organizzazione. Fatto sta che alle tribù germaniche guerriere con capi eletti democraticamente tipiche dei secoli precedenti subentrarono coalizioni (come quella degli Alemanni, dei Franchi, etc.) rette da aristocrazie guerriere, prefigurazione della futura nobiltà feudale. Alla fine la pressione violenta di altri popoli migranti (Goti, Vandali, Sarmati) finì per costringere queste confederazioni di popoli confinanti con l'Impero Romano, che di fronte a loro non disponevano di ampi spazi su cui trasferirsi, a decidere di dare l'assalto direttamente alle province renano-danubiane. I primi a muoversi, sul Danubio, furono i Marcomanni ed i Quadi, popolazioni di Suebi, o Svevi (Schwäbisch in lingua tedesca). La loro offensiva fu facilitata anche dal fatto che i Romani avevano dovuto sguarnire buona parte del settore di Limes danubiano per il trasferimento in Oriente (per la guerra partica del 162-166) di una parte dei contingenti militari che difendevano il confine renano-danubiano. Fu così che, appena terminata la guerra partica, cominciava lungo la frontiera europea una nuova guerra contro le popolazioni germano-sarmatiche dell'Europa continentale, nota col nome di guerre marcomanniche. La Historia Augusta scrive che «mentre si combatteva ancora la guerra partica, scoppiò la guerra con i Marcomanni…». Le guarnigioni del Danubio erano state gravemente indebolite con lo spostamento di una parte dell'esercito legionario ed ausiliario in Oriente. Gli eserciti stremati dopo 4 lunghi anni di guerre nelle aride pianure della Mesopotamia, e la peste ne avevano ridotto pesantemente gli effettivi. Nel 166-167 un gruppo di tribù della Germania settentrionale invadeva la Pannonia superiore. Si trattava di 6.000 armati tra Longobardi ed Osii, che grazie all'acquiescenza dei Quadi, avevano potuto attraversare le loro terre ed invadere i territori romani. I barbari erano, però, intercettati da alcune unità di fanteria e di cavalleria nella zona di Brigetio-Arrabona (l'attuale Gyor), battuti e ricacciati nelle loro terre. Gli invasori erano stati respinti ancor prima che potessero arrecare danni all'interno della provincia. In seguito a questi eventi ben 11 tribù (tra cui Marcomanni, Longobardi, Osii, Vandali Victuali, Quadi, Naristi, Cotini, ecc.) mandarono i loro messaggeri a Iallo Basso, governatore della Pannonia superiore, per chiedere la pace, scegliendo come loro portavoce il re dei Marcomanni, un certo Ballomar. Gli ambasciatori dei barbari riuscirono ad ottenere la pace con Roma e tornarono nelle loro terre. La situazione sembrava tornare alla calma. Anche se questa apparente pace poteva destare dei sospetti in Marco Aurelio, che regnava in quegli anni. Sempre nel corso del 167 i Sarmati Iazigi sfondavano il limes dacico (forse insieme ad alcune tribù di Vandali), e battevano l'esercito romano accorrente lungo la frontiera occidentale della provincia della Dacia superiore, causando la morte dell'allora governatore di provincia, un certo Calpurnio Proculo. Fu per questi motivi che la legio V Macedonica, appena tornata dalle campagne orientali, veniva trasferita dalla vicina Mesia inferiore (posizionata a Troesmis, attuale Iglita), in Dacia nei pressi di Potaissa (attuale Turda).
Prima spedizione germanica del 168 - La pace che era stata concordata l'anno prima con i barbari non lasciava però tranquillo Marco Aurelio che decise di recarsi di persona (insieme al fratello Lucio Vero) lungo il limes pannonico per controllare quali fossero le reali intenzioni dei barbari. I due imperatori attraversarono le Alpi e si fermarono a Carnuntum, base della Legio XIV Gemina e quartier generale del governatore della Pannonia superiore. Nel corso del 168 i Marcomanni ed i Vandali Victuali avevano provocato disordini ovunque lungo la frontiera settentrionale. La Historia Augusta racconta che la maggior parte dei re si ritirarono con i loro popoli, ed uccisero i promotori della ribellione, chiedendo perdono per aver rotto il trattato di pace. Gli stessi Quadi non avrebbero riconosciuto alcun re senza il beneplacito dei due imperatori. A Lucio Vero sembrava fosse più che sufficiente, egli non vedeva l'ora di far ritorno a Roma, del resto era stato assente dalla capitale per tanti anni, a causa delle guerre partiche appena concluse e di cui era stato il comandante in capo. Egli riuscì a convincere il fratello, Marco, ed a tornare ad Aquileia per l’inverno, ora che la situazione sembrava tornata sotto controllo. Nel corso di questi primi anni di guerra Marco potrebbe aver iniziato a scrivere i “Colloqui con se stesso”, unica opera pervenutaci dell'"imperatore filosofo". Opera che pur non raccontando in modo evidente le guerre di questi anni, comunica al lettore tutto il disagio di Marco Aurelio uomo, in relazione ad eventi tanto infausti.
Guerra contro i Sarmati Iazigi del 169 - 170 - Erano gli inizi del 169 quando Lucio Vero fu colpito da infarto, a soli due giorni di viaggio da Aquileia, lungo la strada che conduceva da Concordia Sagittaria ad Altino. I due imperatori avevano deciso di far ritorno a Roma, dietro le insistenti pressioni del fratello Lucio, che moriva tre giorni dopo. Marco Aurelio era così costretto a tornare a Roma per le esequie del fratello. Il grosso dell'esercito, anche in mancanza dei due imperatori, potrebbe essersi andato a concentrare lungo i confini della piana del Tisza. Marco voleva punire i Sarmati per aver compiuto, l'anno precedente, un'incursione nella provincia della Dacia, ora che aveva concluso trattati di pace con le popolazioni suebe (Quadi, Marcomanni e Naristi) che gravitavano lungo i confini del medio Danubio. Il conflitto sarmatico si rivelò molto difficile per i Romani, costretti a lasciare sul campo di battaglia altri due governatori delle tre Dacie: Calpurnio Agricola e Claudio Frontone, mentre solo con la fine dell'anno, Marco fu in grado di raggiungere il fronte in questione, accompagnato dal nuovo genero Claudio Pompeiano (nominato primo consigliere militare), che aveva sposato di recente la figlia Lucilla, vedova di Lucio Vero.
Grande invasione germanica del 170 - All'inizio dell'anno era annunciata la profectio dell'Imperatore, appena giunto lungo il limes pannonicus poco prima di cominciare una nuova campagna in territorio nemico. Sembra che nella primavera di quest'anno, mentre Marco Aurelio lanciava una nuova e massiccia offensiva romana al di là del Danubio in territorio dei Sarmati contro gli Iazigi (dal latino expeditio sarmatica), una grossa coalizione di tribù germaniche, capeggiata da Ballomar, re dei Marcomanni, sfondava il limes pannonico e batteva un esercito di 20.000 armati in una località che si presume sia stata lungo la cosiddetta Via dell'Ambra, forse nei pressi di Carnuntum. L'ondata barbara si riversava sia nel vicino Norico compiendo incursioni fino ad Ovilava, mentre il ramo più numeroso discendeva, appunto, la "via dell'ambra"; percorreva la Pannonia e, passando per Savaria, Poetovio ed Emona, giungeva nell'Italia settentrionale, arrivando ad assediare Aquileia e distruggendo Opitergium. L'invasione delle popolazioni suebe costrinse Marco Aurelio a far ritorno in tutta fretta in Italia, poiché gli invasori erano riusciti a penetrare nel cuore dell'Impero, mentre il grosso delle forze romane era impegnato in un altro settore del Limes. Le popolazioni germaniche erano state abili nello scegliere il momento opportuno per sferrare l'attacco. Ancora una volta Marco Aurelio scelse come suoi principali collaboratori Tiberio Claudio Pompeiano, a cui fu affidato il compito di bloccare l'invasione dell'Italia e ripulirne i territori circostanti, e Pertinace (il futuro imperatore), il migliore tra i suoi principali assistenti. Aquileia fu liberata dopo uno scontro sul suolo italico, dove i Romani ottennero una determinante vittoria sui Germani. Sempre nel corso del 170, nuove forze barbare piombavano nei Balcani, e dopo aver portato devastazione nelle province di Mesia inferiore, Tracia e Macedonia, raggiungevano l'Acaia fino al santuario di Eleusi (20 km ad ovest di Atene), dove distruggevano il tempio dei Misteri. Si trattava dei Costoboci, un popolo di origine incerta che viveva a nord-est della Dacia. Ma il raid dei Costoboci si dimostrava meno importante rispetto all'invasione dell'Italia. Si racconta che nel 170-171 alcune bande di questo popolo furono intercettate ed annientate nei pressi di Scupi dalla Cohors II Aureliae Dardanorum, di nuova costituzione. E ancora il legato della legione di Mogontiacum (Magonza), Didio Giuliano (futuro imperatore), respingeva una nuova incursione di Catti (forse alleati con gli Ermunduri), mentre i Cauci portavano devastazione lungo il litorale della Gallia Belgica. Costretto a contrastare i barbari invasori in più zone del Limes, Marco Aurelio fu costretto a creare ex novo un grande distretto militare ai confini nord-orientali dell'Italia: la cosiddetta praetentura Italiae et Alpium, al fine di prevenire nuove possibili invasioni di genti germaniche sul suolo italico. Essa comprendeva le Alpi Giulie, ampie zone delle province di Raetia, Pannonia e Noricum. Il comando del distretto fu affidato a Q. Antistius Adventus, militare di carriera di origine africana, consul suffectus nel 166-167, che ricoprì la carica di legatus Augusti ad praetenturam Italiae et Alpium expeditione Germanica. Marco sapeva che Marcomanni e Quadi ormai costituivano il principale avversario da combattere. I Sarmati Iazigi della piana ungherese potevano aspettare. Sembra che questo primo inverno lo trascorse in Pannonia, probabilmente già a Carnuntum, da dove riorganizzò l'intero limes danubiano e le alleanze con le popolazioni barbare, come racconta Cassio Dione Cocceiano in Storia romana, LXXII, 12.
Offensiva romana e sottomissione della Marcomannia (171-174) - Gli invasori germani, finalmente, furono presi in trappola mentre stavano cercando di attraversare il Danubio carichi di bottino, per far ritorno nelle loro terre. Rezia, Norico e Pannonia erano state liberate definitivamente dopo duri e ripetuti scontri nel corso di oltre un anno di guerra. La data dell'11 giugno potrebbe testimoniarne la sua conclusione, forse perché questo stesso giorno di ogni anno per molti decenni successivi, sia a Carnuntum (sede del governatore della Pannonia superiore) sia ad Aquincum (sede del governatore della Pannonia inferiore), venivano fatte offerte a Giove in segno di ringraziamento. Nel corso di questi anni di guerra i Romani, grazie anche all'imponente Classis Pannonica che permetteva il trasporto e l'approvvigionamento delle armate di terra, risalirono i fiumi della futura provincia di Marcomannia: Morava (o March), Thaya, Dyje e Jihlava, a nord della fortezza legionaria di Carnuntum; Nitra, Waag (o Vah) a nord della fortezza legionaria di Brigetio e Hron (dal latino "Granua") a nord del forte di Solva. Essi riuscirono, quindi, ad occupare buona parte dei territori a nord del Danubio, sottomettendo totalmente le popolazioni abitanti l'odierna Moravia e Bassa Austria (Naristi, Marcomanni e Cotini), confinanti con la provincia romana della Pannonia superiore. I Quadi, al contrario, che occupavano l'attuale Slovacchia si dimostrarono i più ostili da assoggettare, poiché tentarono più volte di sottrarsi al giogo romano. Alla fine anche loro furono costretti a capitolare, ed il loro re Ariogeso, fu mandato da Marco Aurelio in esilio ad Alessandria d'Egitto. Marco Aurelio riceveva per questi successi il titolo di “Germanicus” nel 172. Fu acclamato Imperator due volte: nel 171 e nel 174, mentre le monete del 172 riportavano la legenda Germania subacta ("Germania soggiogata"). Cassio Dione riferiva che «Marco Aurelio riuscì a sottomettere i Marcomanni… dopo molti e duri scontri…». È da attribuirsi a questi anni il famoso episodio della “pioggia miracolosa” rappresentato nella scena numero 16 della Colonna di Marco Aurelio. Cassio Dione ricorda che i Romani, ormai accerchiati dai Quadi, logorati dal caldo e dalla sete, erano stati salvati dalla pioggia e dalle preghiere dei soldati cristiani. E secondo la storiografia dell'epoca, la legione coinvolta in questo episodio era la Legio XII Fulminata proveniente da Melitene in Cappadocia. Attorno al 173 fu la volta della popolazione dei Naristi a chiedere di essere accolta all'interno dei confini imperiali: « Ora [fu la volta] dei Naristi, che avevano avuto difficoltà e che decisero di disertare in 3.000 e ricevettero terre nei nostri territori [imperiali]. » (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXII, 21.). Con Marcomanni, Quadi e le altre popolazioni limitrofe, come i Naristi, vennero siglati trattati di pace che imponevano loro severe restrizioni come la consegna di ostaggi, l'obbligo di lasciar libera la sponda a nord del Danubio per 10 miglia romane, il fornire truppe alleate ai Romani ed il dover subire un "controllo a distanza" dei propri territori (come ad esempio nella zona di Mušov, nell'attuale Repubblica Ceca).
Ripresa della guerra contro i Sarmati Iazigi (174-175) - Marco Aurelio voleva ora battere i Sarmati Iazigi della piana del Tibisco e vendicare l'onta dell'invasione del 168. La guerra contro le tribù germaniche degli anni precedenti ne aveva solo ritardato i piani. Dopo una serie di combattimenti favorevoli ai Romani, una parte degli Iazigi chiese la pace. La guerra continuò per un altro anno fino a quando anche il secondo re sarmata fu costretto ad implorare la resa. Le condizioni di pace sono riportate da Cassio Dione, il quale racconta che agli Iazigi fu imposto: « ... di abitare due volte più lontano dal Danubio rispetto a Quadi e Marcomanni… dovevano restituire 100.000 prigionieri di guerra ancora nelle loro mani… e dovevano fornire 8.000 cavalieri, di cui 5.500 furono subito inviati in Britannia. » (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXII, 16). Una nuova campagna contro le popolazioni della piana del Tibisco doveva essere iniziata da poco nel 175, quando a Marco giunse la triste notizia che Avidio Cassio, governatore di Siria, si era ribellato e autoproclamato imperatore in buona parte delle province orientali. Marco Aurelio fu costretto ad abbandonare la guerra contro gli Iazigi e le popolazioni della piana della Tibisco e recarsi in Oriente per affrontare Avidio Cassio e metter fine alle sue pretese al trono. La rivolta di Avidio Cassio sospendeva per la seconda volta la guerra contro le popolazioni sarmatiche e suebe. La Historia Augusta ricorda, infatti, che Marco avrebbe desiderato fare della Marcomannia e della Sarmatia due nuove province, e ci sarebbe riuscito se Avidio Cassio non si fosse ribellato. Ma forse sarebbero stati necessari più anni di guerra.
La fortuna volle che pochi mesi dopo Avidio Cassio venisse ucciso da un centurione romano, rimasto fedele a Marco Aurelio, scongiurando così una probabile nuova guerra civile.
Breve tregua e trionfo (176-177) - L'imperatore romano, Marco Aurelio, celebrò nel dicembre del 176 il trionfo per aver sottomesso Marcomanni, Quadi e Iazigi, ricevendo i cognomina ex virtute di Germanicus (nel 172) e Sarmaticus (nel 175). Marco Aurelio, che aveva battuto tutti i popoli a nord del medio corso del Danubio, ottenne per decreto del Senato romano il meritato trionfo nel dicembre del 176, sulle genti barbare a nord del medio corso del Danubio (insieme al figlio Commodo, da poco nominato Augusto); in suo onore venne eretta all'imperatore una statua equestre (oggi in Campidoglio a Roma) ed un arco trionfale. L'esistenza di un arco è ipotizzata sulla base di un ciclo di dodici rilievi (otto reimpiegati sull'arco di Costantino, tre conservati nel Palazzo dei Conservatori dei Musei Capitolini e un ultimo, scomparso, di cui resta un frammento oggi a Copenaghen). L'arco potrebbe essere sorto nei pressi della colonna di Marco Aurelio quale entrata monumentale al porticato circostante il monumento "colchide" e ad un tempio dedicato allo stesso imperatore ed alla moglie Faustina minore.
Seconda spedizione in Marcomannia (178-179) - I combattimenti ripresero già nella prima parte dell'anno 177. I Quadi, che da sempre si erano dimostrati i più restii ad accettare l'occupazione romana, potrebbero essere stati i primi a ribellarsi nuovamente, obbligando entrambi i governatori di Pannonia, superiore ed inferiore, a rimettere mano alle armi. Marco Aurelio fu costretto a recarsi di persona lungo il fronte danubiano, alla fine dell'estate del 178, per cercare di portare a termine una guerra che si protraeva ormai da troppi anni; iniziò così la secunda expeditio germanica. Marco deve aver raggiunto Carnuntum nella tarda estate del 178. Era intenzionato ad organizzare le terre a nord del tratto danubiano, da Vindobona ad Aquincum, nella nuova provincia di Marcomannia. Per prima cosa procedette a sedare le rivolte tra Marcomanni e Naristi (178), l'anno successivo operò nel territorio dei Quadi, forse risalendo il fiume Granua (l'attuale Hron), e gli altri affluenti del Danubio, vie di comunicazione naturali per l'interno dei territori dei barbari. A questa spedizione risale l'iscrizione romana tuttora presente sulla roccia dove sorge il castello dell'odierna Trenčín (Slovacchia). L'iscrizione celebra la vittoria di Marco Aurelio e degli 855 soldati della legione II Adiutrix nella località chiamata Leugaricio, che rappresenta la prova della presenza militare romana più a settentrione nell'Europa centrale. Sempre nel corso di questa secunda expeditio germanica il prefetto del pretorio, Tarutieno Paterno, impegnò il nemico per un'intera giornata (tanto era numeroso), riportando alla fine una vittoria risolutiva ai fini della guerra. Marco per questi successi veniva acclamato Imperator per la decima volta, meritandosi anche il titolo di Germanicus maximus. La nuova provincia di Marcomannia era forse al principio di un'occupazione romana e forse in fase di nuova costituzione. Ora era necessario battere ancora una volta i Sarmati della vicina piana del Tisza, costringendoli una volta per tutte a deporre le armi e chiedere la pace. Ciò avrebbe permesso al Limes del medio corso del Danubio di tornare a respirare aria di pace. Marco trasferiva, così, il proprio quartier generale lungo il fronte sarmatico per l'inverno del 179-180 (in Pannonia inferiore), ma a marzo, quando la nuova stagione di guerra stava per cominciare, Marco cadeva gravemente ammalato e moriva non lontano da Sirmio (17 marzo 180), come ci informa il contemporaneo Tertulliano nel suo Apologeticum. E poco prima di morire la Historia Augusta riferisce che chiese al figlio Commodo di «non trascurare il compimento delle ultime operazioni di guerra».
Commodo contro gli Iazigi (180-182/3) - L'offensiva da parte di Commodo in terra sarmata continuò. Neppure la morte dell'imperatore ritardò la progettata spedizione nella piana del Tisza. I Sarmati Iazigi (nuova expeditio sarmatica), i suebi Buri ("expeditio Burica"), i germani Vandali ed i Daci liberi, furono battuti più volte negli anni successivi. Commodo, che aveva deciso di abbandonare il teatro delle operazioni militari nell'ottobre del 180, contro il parere del cognato Claudio Pompeiano, lasciò che fossero i suoi generali (come Pescennio Nigro, Clodio Albino, il figlio di Tigidio Perenne e Valerio Massimiano per citarne alcuni) a portare a termine le operazioni di guerra. E così nel 180 al termine della prima campagna militare, dopo la scomparsa del padre, Marco Aurelio: « Commodo concesse la pace ai Buri, una volta che inviarono i loro emissari. In precedenza si era rifiutato di farlo, a dispetto delle loro frequenti richieste, perché erano [ancora troppo] forti, e perché non era la pace che volevano, ma la garanzia di una tregua per consentire loro di fare ulteriori preparativi [di guerra], ma ora che erano esausti, decise di fare la pace con loro, ricevendo ostaggi e la restituzione di numerosi prigionieri dagli stessi Buri e 15.000 dagli altri [popoli vicini], costringendoli poi a giurare che non avrebbero mai più abitato o utilizzato per il pascolo la striscia di territorio distante fino a cinque miglia dalla vicina Dacia. Contemporaneamente il governatore Sabiniano dissuase 12.000 Daci dal loro scopo [di attaccare la provincia] che, cacciati dai loro territori erano sul punto di aiutare gli altri [popoli], promettendo che avrebbe dato loro alcuni territori nella provincia della Dacia. » (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXIII, 3). Commodo dispose infine, prima di rientrare a Roma, di abbandonare i territori della Marcomannia, certamente per meglio fronteggiare i vicini Iazigi, poiché le economie di forze degli eserciti romani messi in campo, non permettevano nuovi arruolamenti ed ulteriori dispiegamenti di truppe. Del resto potrebbe essersi reso conto che, il mantenere territori a nord del Danubio, avrebbe certamente causato dei danni economici all'economia dell'impero, come se n'era accorto in passato lo stesso Augusto, quando decise di abbandonare definitivamente i territori della Germania Magna dopo la disfatta di Teutoburgo del 9 d.C. Commodo aveva intuito che si trattava di territori ricoperti da foreste ed acquitrini. Una ragione più che valida per abbandonare i territori di Marcomanni e Quadi. Ciò non significava che Marcomanni e Quadi fossero liberi di agire senza il consenso di Roma. In realtà queste popolazioni, insieme a Naristi e Cotini, costituivano una forma di "catena clientelare" posta a protezione dei confini danubiani. L'obbiettivo strategico finale di sottomettere al volere di Roma tutti i territori a nord del Danubio, rimase incompiuto, anche se molte di queste popolazioni mantennero fede ai patti di amicizia ed alleanza con il popolo romano per un trentennio, fino all'invasione degli Alemanni del 213. Per queste vittorie Commodo ricevette una quarta ed una quinta acclamazione imperiale oltre al titolo onorifico di Germanicus et Sarmaticus Maximus e, probabilmente, decise l'inizio dei lavori della famosa Colonna di piazza Colonna a Roma per onorare il padre appena scomparso. Ed i lavori terminarono dopo una decina d'anni, poco prima della sua morte.
Tertia expeditio germanica (189?) - La "Historia Augusta" riferisce, infine, di una terza spedizione germanica (189?) a cui però Commodo non prese parte, come sembra dimostrare la monetazione del periodo. Quadi e Marcomanni potrebbero essersi ribellati nuovamente, ma il pronto intervento dei governatori provinciali delle due Pannonie riuscì a sedare ogni possibile focolaio di rivolta. E Commodo, rimasto a Roma a godersi i giochi gladiatorii, potrebbe essersi accontentato della ottava acclamazione ad Imperator.

Dal 170 - I Vandali (Wandili), popolazione germanica, dopo una prima migrazione dalla Scandinavia nei territori dell'attuale Polonia (tra il bacino dell'Oder e della Vistola) intorno al 400 a.C., sotto la pressione di altre tribù germaniche, si spostarono più a sud, dove combatterono e sottomisero la popolazione celtica dei Boi circa nel 170. Le popolazioni vandaliche di Asdingi, Silingi e Lacringi, al tempo della guerre marcomanniche (anni 171-175) si stabilirono a sud dell'arco carpatico. Nel II secolo d.C., all'interno e ai margini della massa germanica si erano verificati movimenti e mescolanze di popoli, tanto da portare a trasformazioni di natura politica: intere popolazioni (come Marcomanni, Quadi, Naristi, Cotini, Iazigi, Buri ecc.), sotto la pressione dei Germani orientali (su tutti i Goti), furono costrette a riorganizzarsi in sistemi sociali più evoluti e permanenti, ovvero si raggrupparono in coalizioni ("confederazioni") di natura soprattutto militare, con la conseguenza che il limes renano-danubiano finì per essere sottoposto ad una costante e maggiore pressione. Tale trasformazione fu anche indotta dalla vicinanza e dal confronto con la civiltà imperiale romana, le sue ricchezze, la sua lingua, le sue armi, la sua organizzazione. Alla fine la violenta pressione di altri popoli migranti (Goti, Vandali e Sarmati) finì per costringere queste confederazioni di popoli confinanti con l'Impero Romano, che di fronte a loro non disponevano di ampi spazi su cui trasferirsi, a decidere di dare l'assalto direttamente alle province renano-danubiane. E fu così che anche gli stessi Vandali, parteciparono a questa iniziale fase di sfondamento delle frontiere romane. La popolazione vandala era, a sua volta, divisa fra tre principali etnie: Asdingi (dal nome della casata principale), Silingi e Lacringi. La prima testimonianza storica di un loro scontro con l'Impero romano avvenne, quindi, secondo quanto ci raccontano Cassio Dione Cocceiano e la Historia Augusta, durante il periodo delle cosiddette guerre marcomanniche (dal 166/167 al 188/189), al tempo degli imperatori Marco Aurelio, Lucio Vero e Commodo. Sappiamo, infatti, che il "ramo" dei Vandali Asdingi mosse verso sud-est, guidato dai loro re Raus e Raptus e che alla fine stipularono un trattato di alleanza con i Romani, stanziandosi a nord-est della Dacia, nel bacino dei Carpazi. « Gli Asdingi, guidati dai loro capi Raus e Raptus, entrarono in Dacia con le loro intere famiglie, con la speranza di assicurarsi sia denaro, sia territori, in cambio della loro alleanza [con i Romani]. Ma in mancanza di territori, lasciarono le loro mogli e i loro figli sotto la protezione di Clemente [governatore romano], fino a quando non avessero acquisito i territori dei Costoboci (posizionati a nord-est della Dacia), ma una volta sconfitta questa popolazione, cominciarono a perseguitare la vicina provincia romana dacica, non meno di quanto prima [avevano fatto i Costoboci]. I [Vandali] Lacringi, temendo che Clemente potesse attaccarli nei loro territori dove erano giunti, attaccarono [gli Asdingi] ottenendo una vittoria decisiva. Come risultato, gli Astingi smisero di commettere nuovi atti di ostilità contro i Romani, ma in risposta alle suppliche indirizzate a Marco Aurelio, ricevettero dallo stesso denaro ed il privilegio di ottenere territori nel caso in cui lo avessero aiutato a combattere contro i suoi nemici. » (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXII, 12.). La sconfitta segnò una svolta nella storia dei Vandali che dovettero così fornire armati all'Impero Romano in qualità di alleati, anche in seguito alla morte di Marco Aurelio nel 180. Con il III secolo, a partire dagli anni 213-214, si ebbero nuove incursioni in Dacia e in Pannonia inferiore, lungo il tratto danubiano attorno ad Aquincum, da parte dei Vandali. L'Imperatore Caracalla, costretto ad intervenire di persona, riuscì a chiedere aiuto agli alleati Marcomanni, opponendoli ai vicini Vandali che si stavano dimostrando da qualche tempo particolarmente ostili.

La Germania nel II - III secolo.
- I Sarmati, come altre popolazioni definite barbariche, a partire dal II-III secolo ottennero di stabilirsi nel territorio dell'Impero. In cambio dovevano fornire soldati all'esercito. Già Marco Aurelio impiegò un contingente di questi ottimi cavalieri in Britannia.

- Le tribù Slave orientali ridussero fortemente i loro rapporti commerciali con Roma, preferendo quelli con le tribù sarmatiche o altre tribù slave orientali, il che però non impedì loro di partecipare alle guerre anti-schiavistiche contro Roma, unendo parte delle loro forze a quelle dei Marcomanni nella seconda metà del II secolo.

- Vandali, Burgundi, Alemanni, Longobardi, Angli, Sassoni, Juti, Franchi e altre tribù ancora attaccano i romani già nel II sec. d.C.

Carta del III secolo con Sarmazia,
Illiria e Anatolia, con le direttrici
delle incursioni delle popolazioni
 germaniche e sarmatiche.
- Nel corso del III secolo d.C. i Sarmati, per via della conquista dei Goti dei territori a nord del Mar Nero si divisero in 2 gruppi: uno occidentale e uno orientale.

- Alla fine del II sec.d.C. le terre degli Slavi occidentali (Venedi-Sclavini) furono attraversate dalle tribù dei Goti, con cui in parte si fusero, partecipando inoltre alle guerre danubiane verso la metà del III secolo.

Nel 192 - L'imperatore Commodo è assassinato. Cesare Lucio Marco Aurelio Commodo Antonino Augusto, nato Lucio Elio Aurelio Commodo (Lanuvium, 31 agosto 161 - Roma, 31 dicembre 192), è stato un imperatore romano, membro della dinastia degli Antonini; regnò dal 180 al 192. Come Caligola e Nerone, è descritto dagli storici come stravagante e depravato.
Commodo rappresentato
con gli attributi di Ercole,
da:https://commons.wiki
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Figlio dell'imperatore filosofo Marco Aurelio, Commodo fu associato al trono nel 177, succedendo al padre nel 180. Avverso al Senato e da questi odiato, governò in maniera autoritaria, esibendosi anche come gladiatore e in prove di forza, e facendosi soprannominare l'"Ercole romano". Amato dal popolo e appoggiato dall'esercito, al quale aveva elargito consistenti somme di denaro, riuscì a mantenere il potere tra numerose congiure, fino a quando venne assassinato in un complotto ad opera di alcuni senatori, pretoriani e della sua amante Marcia, finendo strangolato dal suo maestro di lotta, l'ex gladiatore Narcisso, cospirazione che portò al potere Pertinace. Sottoposto a damnatio memoriae dal senato, venne riabilitato e divinizzato dall'imperatore Settimio Severo, che voleva ricollegarsi alla dinastia antoniniana cercando il favore dei membri superstiti della famiglia di Commodo e Marco Aurelio. Con la fine della dinastia degli Antonini, nell'Impero romano si conclude un periodo universalmente riconosciuto come prospero e ricco. Nei primi due secoli dell'Impero la contrapposizione tra autorità politica e potere militare si era mantenuta, anche se pericolosamente (al prezzo di guerre civili), all'interno di un certo equilibrio, garantito anche dalle enormi ricchezze che affluivano allo Stato e ai privati tramite le campagne di conquista. L'economia dell'impero romano nei primi due secoli si era basata sulla conquista militare di nuovi territori e sullo sfruttamento delle campagne da parte di schiavi, perlopiù prigionieri di guerra. L'acquisto di enormi quantità di prodotti di lusso provenienti dalle regioni asiatiche era stato regolato con monete, soprattutto d'argento (monete romane sono state trovate anche in regioni molto lontane), tanto che la continua fuoriuscita di metallo prezioso (non bilanciata dalla produzione delle miniere, visto che i giacimenti erano ormai in esaurimento dopo secoli di sfruttamento) finì per determinare nel Tardo Impero una rarefazione dell'oro e dell'argento all'interno dei confini imperiali. Ecco come lo storico Henry Moss descrive la situazione dei trasporti e della rete commerciale dell'Impero prima della crisi del III secolo: « Attraverso queste strade passava un traffico sempre crescente, non soltanto di truppe e funzionari, ma di commercianti, mercanzie e perfino di turisti. Lo scambio di merci fra le varie province si era sviluppato rapidamente, e presto raggiunse una scala senza precedenti nella storia, che non si ripeté fino a pochi secoli fa. I metalli estratti nelle regioni montagnose dell'Europa occidentale, pelli, panni e bestiame dai distretti pastorali della Britannia, Spagna e dai mercati del Mar Nero, vino ed olio dalla Provenza e dall'Aquitania, legname, pece e cera dalla Russia meridionale e dal nord dell'Anatolia, frutta secca dalla Siria, marmo dai litorali egei e - il più importante di tutti - grano dai distretti dell'Africa del nord, dell'Egitto e della valle del Danubio per i bisogni delle grandi città; tutti questi prodotti, sotto l'influenza di un sistema altamente organizzato di trasporto e vendita, si muovevano liberamente da un angolo all'altro dell'Impero. » (H. St. L. B. Moss, The Birth of the Middle Ages p 1.). La suddivisione della società nelle tre classi tradizionali dei senatori e cavalieri, grandi proprietari terrieri e militari, che disponevano della proprietà terriera e delle riserve di monete d'oro, e dei plebei, cambierà il proprio assetto con la crisi del III secolo, che seminerà i germi del Medioevo. Durante il secolo d'oro del Principato adottivo, il mondo romano aveva abbracciato le idee principali della filosofia greca, non seguendo una particolare corrente, ma secondo l'eclettismo, ovvero raccogliendo all'interno di essa alcune idee principali. Il disprezzo per le ricchezze e la gloria mondana reserero lo stoicismo una filosofia adottata sia da imperatori (come Marco Aurelio, autore dei Colloqui con se stesso) che da schiavi (come il liberto Epitteto). Cleante, Crisippo, Seneca, Catone, Anneo Cornuto e Persio furono importanti personalità della scuola stoica, alla quale si ispirò anche Cicerone. A partire dall'introduzione di questa dottrina a Roma da parte di Panezio di Rodi, ha inizio il periodo dello Stoicismo medio. Si differenzia dal precedente per il suo carattere eclettico, in quanto influenzato sia dal platonismo che dall'aristotelismo e dall'epicureismo. Queste concezioni eclettiche vedevano l'uomo al centro dell'universo secondo l'ideale della humanitas classica e secondo l'idea romana dell'homo faber, per cui ognuno è l'artefice del proprio destino e non ci sono dei o fato che possano intervenire. Conseguentemente ci si interrogava sul ruolo degli Dei negli affari umani e si metteva in dubbio la loro stessa esistenza.

- La crisi della religione romana, intesa come politeismo greco-romano, aveva intensificato i suoi effetti nell'età imperiale, anche se questo politeismo non pretendeva che gli abitanti dell'Impero fossero obbligati a venerare esclusivamente il pantheon degli dèi romani. Fin dai tempi di Giulio Cesare e dei suoi rapporti coi culti druidici dei Galli, al tempo della Conquista della Gallia, l'amministrazione romana era solitamente tollerante in campo religioso, per cui accoglieva culti provinciali e anche stranieri. Unica condizione era che non mettessero in pericolo l'unità imperiale. Fu così che, soprattutto da Oriente, si riversarono sull'Occidente romano e quindi sull'Italia e Roma una notevole quantità di culti misterici, quali quelli di Cibele (la "Grande Madre" dalla Frigia), Baal (da Emesa, a cui fu devoto lo stesso imperatore Eliogabalo), Iside e Osiride (dall'Egitto), Mitra (dalla Persia), quest'ultimo che raccolse numerosi seguaci negli accampamenti militari e nel quale si ravvisava l'invitto dio della luce, il Sol invictus, che ebbe tra i seguaci gli imperatori Aureliano, Diocleziano e lo stesso Costantino I.

Dal 193 - Con la scomparsa di Commodo, ucciso da una congiura, si aprì un periodo di instabilità politica che causò una guerra civile durata cinque anni, dal 193 al 197, con scontri tra legioni acquartierate in diverse regioni dell'Impero, ciascuna delle quali sosteneva il proprio generale come nuovo imperatore
Settimio Severo
Ebbe la meglio Settimio Severo, governatore della Pannonia e originario della Tripolitania, in Africa. L'ascesa di Settimio Severo costituisce uno spartiacque nella storia romana; è considerato infatti l'iniziatore della nozione di "dominato" in cui l'imperatore non è più un privato gestore dell'impero per conto del Senato, come durante il principato, ma è unico e vero dominus, che trae forza dall'investitura militare delle legioni (anche se anticipazioni di questa tendenza si erano avute durante la guerra civile seguita alla morte di Nerone e con Traiano). Egli fu inoltre iniziatore di un nuovo culto che si incentrava sulla figura dell'imperatore, ponendo le basi per una sorta di "monarchia sacra" mutuata dall'Egitto e dall'oriente ellenistico di  Alessandro Magno. Fu così che Settimio Severo adottò il titolo di Dominus ac Deus, (Signore e Dio) al posto di quello di princeps (che sottintendeva la condivisione del potere col Senato: Augusto definiva il princeps come il primo degli uguali, cioè i senatori), e regolò i meccanismi di successione assegnandosi il titolo di Augustus ed usando quello di Caesar per il suo successore designato. Sua moglie Giulia Domna, di origine siriaca, promosse attivamente l'arrivo a Roma di culti monoteistici solari, che sottolineavano l'analogia tra ordine imperiale e ordine cosmico. Settimio Severo pose le basi per il successivo sistema autocratico fondato sugli imperatori militari, creando la prima forma di autocrazia militare, togliendo potere al Senato dopo aver messo a morte numerosi membri dello stesso. Si racconta infatti che, poiché aveva preso il potere con l'aiuto dei militari, ricambiò l'ostilità senatoria subito dopo la vittoria su Clodio Albino, ordinando l'esecuzione di 29 senatori, accusati di corruzione e cospirazione contro di lui e sostituendoli con suoi favoriti, soprattutto africani e siriani. Inoltre attribuì e ampliò i poteri degli ufficiali dell'esercito investendoli anche di cariche pubbliche che erano solitamente appannaggio del senato. Appena giunto a Roma avviò l'epurazione della guardia pretoriana, che dopo due secoli di dominio dell'influenza italica (allora reclutata per lo più in Italia e in piccola parte nelle province più romanizzate), fu smantellata e riorganizzata con quadri e organici a lui fedeli, tratti dal contingente danubiano. Da allora in poi l'accesso alla Guardia Pretoriana, un tempo avente un prerequisito geografico e culturale, sarebbe stata appannaggio dei soldati più battaglieri, quelli dell'Illirico nel III secolo. Insediò una legione ad Albano Laziale, a dispetto della tradizione che voleva l'Italia libera dagli eserciti e utilizzò i proventi della vendita delle terre confiscate agli avversari politici per creare una cassa imperiale privata, il fiscus. Il fiscus era distinto dall'aerarium che era la cassa dello Stato e che doveva coprire i costi della complessa e articolata macchina burocratica e amministrativa dell'Impero. Diede impulso agli studi di diritto e nominò il più importante giurista del tempo, Papiniano, Praefectus urbi, con poteri di polizia e repressione criminale su Roma. Il nuovo ordine promosso da Settimio Severo si scontrò presto con i problemi derivati dallo scoppio di nuove guerre. Già l'imperatore Caracalla dovette guerreggiare contro i Parti, a oriente, e i Marcomanni, lungo il confine renano-danubiano, peggiorando notevolmente le finanze statali. Per risolvere le difficoltà si fecero delle scelte che alla lunga si rivelarono dannose: l'arruolamento sempre più massiccio degli stessi germani nell'esercito e, dalla fine del II secolo, la diminuzione del metallo prezioso nelle monete, che causò inflazione. Le campagne militari contro i Parti combattute dagli Imperatori erano dettate da esigenze strategiche di controllo dell'area e anche da esigenze politiche, per perpetuare l'affermazione del potere imperiale romano. Ma erano anche l'inseguimento della scia di Alessandro Magno, che quasi la totalità degli Imperatori ebbero a modello. Il sovrano macedone, proprio combattendo contro i Persiani era diventato un mito quasi al pari di Ercole e gli Imperatori Romani intendevano emularlo. Alessandro Magno aveva sempre unito le funzioni militari a quelle religiose e sacerdotali officiando personalmente i riti. Ben lontani dall'idea del sovrano macedone di una fusione di popoli, gl'imperatori romani inseguivano nell'area una politica di potenza, molto dispendiosa e infruttuosa, come manifestarono le Guerre romano-partiche. Vittorioso contro i Parti, risultò essere l'Imperatore Settimio Severo, che era diventato generale romano ma proveniva da una famiglia di re-sacerdoti che risiedevano a Emesa, città santa e capitale del culto del Dio solare "El-Gabal", che divenne poi il "Sol invictus" dei romani. Saccheggiata Ctesifonte, capitale dei Parti, Settimio Severo tornò a Roma, portando con sé la Legio II Parthica, la seconda delle tre legioni che aveva formato in Siria ovvero: Legio I Parthica, Legio II Parthica e Legio III Parthica, fedeli a lui e al dio solare El-Gabal.
Carta dell'Impero Romano e
delle sue province nel 210 e.v.
L'Italia è suddivisa
in regioni dal 6 e.v.
La dinastia dei Severi portò questo culto dall'Oriente fino a Roma e anche se si trattava dell'Imperatore che aveva vinto una guerra civile e sconfitto i Persiani emulando Alessandro Magno, dovettero esservi delle resistenze. Prevedendole, o comunque per consolidare il proprio potere, Settimio Severo portò con sé a Roma la II Legio Parthica, facendola risiedere nei Castra Albana, sui Colli Albani. Da Roma il culto del Dio adorato dall'Imperatore e dai suoi soldati ebbe modo di diffondersi, specialmente nei ranghi dell'esercito, al comando del quale venivano scelti adoratori del Dio Solare che dal nome siriaco "El-Gabal" prese ben presto quello romanizzato di "Sol Invictus", il Sole invicibile, il cui primo adoratore, vicario e sacerdote era l'Imperatore stesso. Non tutte le legioni si convertirono al nuovo culto, e la discriminazione nella scelta dei comandi volta a escludere questi ultimi dovette alienare le simpatie di tutti costoro al giovane e ultimo discendente di Settimo Severo, Severo Alessandro. Questi venne assassinato dal suo successore, Massimino il Trace nel 235 d.C. Questo è l'anno in cui viene fatta iniziare di solito l'anarchia militare. Secondo questa interpretazione storica essa non fu altro che il ribellarsi di quella parte di società romana che non voleva soggiacere al culto solare orientale dopo trenta anni di dominio di questa.

Nel 211 Caracalla (imperatore dal 211 al 217) succede a Settimio Severo come imperatore romano dal 4 febbraio 211 alla sua morte, avvenuta nel 217. Nacque a Lugdunum (Lione), in Gallia, il 4 aprile 188, suo padre era stato Settimio Severo e sua madre era Giulia Domna, augusta e detentrice di un potere mai raggiunto da una donna romana.
Caracalla
Aveva un fratello, Publio Settimo Geta. Il suo vero nome era Lucio Settimio Bassiano, ma il padre Settimio Severo l'aveva fatto cambiare in Marco Aurelio Antonino, per suggerire una parentela col vecchio imperatore Marco Aurelio. Fu in seguito soprannominato "Caracalla", poiché soleva indossare una tunica con cappuccio di origine gallica, che lui stesso fece conoscere ai Romani.

Nel 212 - Dopo circa quarant'anni, i Catti germanici tornano a sfondare il limes romano e per la prima volta sono menzionati gli Alemanni nella regione del Wetterau (in Assia), dinanzi al limes. Era dai tempi di Marco Aurelio durante le Guerre marcomanniche (166/167-188) che le tribù germanico-sarmatiche non esercitavano una pressione così forte lungo i confini settentrionali dell'Impero romano. Le invasioni barbariche del III secolo (212/213-305), secondo tradizione, ebbero inizio con la prima incursione condotta della confederazione germanica dei Suebi Alemanni (o Alamanninel 212/13 sotto l'imperatore Caracalla inaugureranno un periodo ininterrotto di scorrerie all'interno dei confini dell'impero romano, condotte per fini di saccheggio e bottino da genti armate appartenenti alle popolazioni che gravitano lungo le frontiere settentrionali: Pitti, Caledoni e Sassoni in Britannia; le tribù germaniche di Frisi, Sassoni, Franchi, Alemanni, Burgundi, Marcomanni, Quadi, Lugi, Vandali, Iutungi, Gepidi e Goti (Tervingi ad occidente e Grutungi ad oriente), le tribù daciche dei Carpi e quelle sarmatiche di Iazigi, Roxolani ed Alani, oltre a Bastarni, Sciti, Borani ed Eruli lungo i fiumi Reno-Danubio ed il Mar Nero.

Nel 212/213 - Caracalla promulga la "Constitutio Antoniniana", con la quale estende la cittadinanza romana a tutti gli individui liberi dell'impero, un atto di difficile interpretazione, anche perché non ci è giunto il suo testo originale. L'Editto, pur con tutti i suoi limiti, presentò dei caratteri altamente innovativi destinati ad avere una profonda ripercussione sui futuri assetti sociali ed economici dell'Impero. Il provvedimento ebbe infatti riflessi nell'economia erariale, perché estendeva il sistema fiscale ai nuovi cittadini e aumentava la decentralizzazione del potere: il fulcro ormai si stava spostando da Roma e dalle province di tradizionale appannaggio senatorio a quelle più decentrate, dove maggiore era la presenza degli eserciti.

Nel 217 - Macrino, prefetto del pretorio, eliminò Caracalla e si autoproclamò imperatore. Il suo regno durò solo quattordici mesi. Il prefetto del pretorio era secondo in comando all'imperatore e responsabile per le uniche forze militari presenti nella città di Roma: la guardia del corpo dell'imperatore, ovvero i pretoriani. Questa era la massima carica che un personaggio dell'ordine equestre potesse raggiungere a quei tempi: naturalmente i membri dell'ordine equestre non facevano parte dell'aristocrazia. Macrino fu spodestato da Eliogabalo, autore di una discussa riforma religiosa e assassinato da una guardia pretoriana nel 222. Gli successe il cugino Severo Alessandro, ucciso nel 235 da una rivolta dei soldati lungo il confine renano. Si assisteva quindi a una sempre più chiara tendenza di dominio dell'esercito nel processo di scelta e acclamazione dell'imperatore. I cambiamenti nelle istituzioni, nella società, nella vita economica e, di conseguenza anche nel modo di pensare e nella religione furono così profondi e fondamentali, che la "crisi del III secolo" è sempre più vista come lo spartiacque che contrassegna la differenza fra il mondo classico e quello della tarda antichità, che già porta in sé i germi del Medioevo. Durante i circa 50 anni della crisi più di una ventina di imperatori si succedettero sul trono, regnando a volte contemporaneamente su parti diverse del territorio. Si trattava in genere di comandanti militari che venivano proclamati imperatori dalle proprie legioni e riuscivano a mantenere il potere per una media di due o tre anni, prima di essere a loro volta assassinati dal loro successore. La crisi si arrestò solo con una serie di imperatori che provenivano dai ranghi militari e dalla provincia della Dalmazia, i quali grazie alla loro abilità militare riuscirono a riunificare l'Impero e a difenderne efficacemente i confini, e con la drastica riforma imposta da Diocleziano nel 284, che permise la prosecuzione dell'Impero per quasi altri due secoli come "tardo impero romano".

Nel 234 -Ultimo anno di principato di Severo Alessandro, in cui gli Alemanni attaccarono in massa le difese romane. Da questo momento la lotta non cessò più sul Reno contro Alemanni e Franchi, e lungo il Danubio, ove cominciò la pressione di nuove stirpi germaniche (Vandali, Burgundi, Longobardi, ecc.) e specialmente quella dei Goti sulle frontiere della Dacia e della Mesia.

Nel 235 - L'imperatore Alessandro Severo, ultimo imperatore della dinastia dei Severi, è assassinato dai suoi soldati e dal suo successore, Massimino il Trace, lungo il limes settentrionale, al ritorno dal fronte orientale dopo tre anni di campagne contro i Sasanidi della Persia. Al "Sol invictus", il Sole invicibile, il cui primo adoratore, vicario e sacerdote era stato l'Imperatore Settimio Severo, non tutte le legioni si erano convertite e la discriminazione nella scelta dei comandi, volta a escludere i non-convertiti, dovette alienare le simpatie di tutti costoro al giovane e ultimo discendente di Settimo Severo, Severo Alessandro. Dopo aver preso il potere, Massimino lancia l'ultima grande offensiva romana in Germania, ma con effettivi in gran parte germanici, contro gli Alemanni, che da allora rimasero tranquilli per vent'anni.

- Il 235 d.C. è l'anno in cui viene fatta iniziare di solito l'anarchia militare, che fu anche una ribellione di quella parte di società romana che non voleva soggiacere al culto solare orientale, dopo trenta anni di dominio di questa. Le legioni fedeli al successore dei Severi, Massimino il Trace, stanziate nei confini più occidentali, sul Reno e sul Danubio non seguivano a quel tempo il culto solare, mentre era già presente una forte componente barbarica in quegli eserciti, i quali preferivano dunque la politica tollerante e con termine moderno diremmo affine all'agnosticismo degli imperatori del secolo precedente, ovvero quello del Principato adottivo e non ereditario. Massimino il Trace perse la guerra e la vita contro Gordiano I e Gordiano II, i quali avevano i comandi e l'appoggio dell'Africa romana, regione di provenienza di Settimio Severo, ove il culto del Dio solare era invece già diffuso. Sotto il loro discendente Gordiano III il problema dei barbari sui confini si fece molto più pressante che in passato, esigendo dunque eserciti fedeli e coesi. Sia Filippo l'Arabo che il suo successore Decio furono generali dell'esercito di Gordiano III, fedeli al dio solare, che pur non pretendendo esclusiva devozione, e quindi non configurandosi come un monoteismo, prendeva senz'altro il primo posto nel Pantheon dell'Impero Romano. È significativo che proprio sotto Decio cominciarono le persecuzioni contro il cristianesimo. La pressione dei barbari lungo le frontiere settentrionali e quella, contemporanea, dei Sasanidi in Oriente, si erano non solo intensificate, ma avevano diffuso la sensazione che l'impero fosse totalmente accerchiato dai nemici. Si rivelavano ormai inefficaci gli strumenti della diplomazia tradizionale, usati fin dai tempi di Augusto e basati sulla minaccia dell'uso della forza e sulla fomentazione di dissidi interni alle diverse tribù ostili (la politica del “dividi e impera”) per tenerle impegnate le une contro le altre. Si rendeva necessario ricorrere immediatamente alla forza, schierando armate tatticamente superiori e capaci di intercettare il più rapidamente possibile ogni possibile via di invasione dei barbari; la strategia era però resa difficoltosa dal dover presidiare immensi tratti di frontiera con contingenti militari per lo più scarsi. La causa principale della crisi del III secolo può essere ricercata nella fine dell'idea di Impero tipica delle dinastie giulio-claudia ed antonina basata sulla collaborazione tra l'imperatore, il potere militare e le forze politico-economiche interne. Nei primi due secoli dell'Impero la contrapposizione tra autorità politica e potere militare si era mantenuta, anche se pericolosamente (al prezzo di guerre civili), all'interno di un certo equilibrio, garantito anche dalle enormi ricchezze che affluivano allo Stato e ai privati tramite le campagne di conquista. Nel III secolo d.C., però, tutte le energie dello Stato venivano spese non per ampliare, ma per difendere i confini dalle invasioni barbariche. Quindi, con l'esaurimento delle conquiste, il peso economico e l'energia politica delle legioni finirono per riversarsi all'interno dell'Impero invece che all'esterno, con il risultato che l'esercito, che era stato il fattore principale della potenza economica, finì per diventare un peso sempre più schiacciante, mentre la sua prepotenza politica diventava una fonte permanente di anarchia. La cosa più sorprendente di questa gravissima crisi è che l'Impero sia riuscito a superarla.

- Molti degli imperatori che vennero via via proclamati dalle legioni successivamente, non riuscirono neppure a metter piede a Roma, né tanto meno, durante i loro brevissimi regni, a intraprendere riforme interne, poiché permanentemente occupati a difendere il trono imperiale dagli altri pretendenti e il territorio dai nemici esterni. La crisi, generalizzata in tutto l'impero, non fu solo politica.
Crisi economica. L'economia dell'impero romano nei primi due secoli si era basata sulla conquista militare di nuovi territori e sullo sfruttamento delle campagne da parte di schiavi, perlopiù prigionieri di guerra.
Ora, in mancanza di nuove conquiste, di nuovi schiavi e di bottini di guerra, le spese dello Stato, sempre più impellenti per rispondere militarmente alle pressioni delle popolazioni esterne dell'impero, furono coperte con un progressivo aumento delle tassazioni, proprio quando la diminuzione del numero di schiavi minava le possibilità economiche dei cittadini. Gradualmente la ricchezza, l'importanza politica, sociale, istituzionale e culturale si era livellata tra il centro e le province dell'Impero romano, sebbene con disparità ancora evidenti (in genere le province orientali erano economicamente più sviluppate di quelle occidentali). Sembra che se la situazione di pace dell'epoca degli Antonini avesse prodotto, per quanto riguarda la Città eterna e molte regioni italiane, una crescita demografica di considerevoli proporzioni, nel contempo vi aveva causato un calo produttivo acuito da una sempre più agguerrita concorrenza delle province. Il reperimento di manodopera servile a basso costo, formata soprattutto da schiavi, non aveva fino ad allora rese necessarie particolari evoluzioni tecniche. La pressione fiscale divenne insostenibile per molti piccoli proprietari, costretti a indebitarsi e quindi a vendere le proprie terre, per andare a lavorare in condizioni di semischiavitù sotto i grandi proprietari (colonato). Per questo fenomeno e per il calo demografico determinato dalle perdite umane nei numerosi conflitti, molte terre furono abbandonate e cessarono di essere produttive (fenomeno degli agri deserti). Le difficoltà di comunicazione in seguito ai numerosi conflitti avevano in diversi casi reso indispensabile la riscossione diretta delle tasse da parte dello stesso esercito, causando abusi e trasformandosi a volte in un vero e proprio diritto di saccheggio.
Lo spopolamento di intere regioni fu, inoltre, causato anche da elementi climatici e sociali: i contadini, infatti, non conoscevano la rotazione delle colture e via via che la terra diventava improduttiva si dovevano spostare verso altre aree. Si diffusero così i latifondi scarsamente produttivi e il ceto dei contadini liberi si assottigliò, sostituito prima dagli schiavi e, successivamente, dai coloni affittuari. La scarsa capacità di acquisto delle classi subalterne impediva una qualsiasi crescita del mercato economico. Mancava inoltre qualsiasi politica di sussidi statali all'agricoltura e alle manifatture. Fin dalla riforma di Settimio Severo, i soldati romani vennero a costituire una casta (ereditaria) di privilegiati mentre gli altri, soprattutto gli agricoltori, si trovarono oberati da tasse. Di conseguenza in molti cercarono di abbandonare la terra per trasferirsi in città. Fin dalla fine del III secolo, e ancor più nel secolo successivo, lo Stato cercò di approntare una serie di meccanismi ed emanò alcune disposizioni legali tese a impedire l'abbandono della terra da parte dei contadini non proprietari che, a vario titolo, la coltivavano. Era nata la servitù della gleba. Mentre per questi fattori l'impero si andava gradualmente impoverendo, le situazioni ai confini si stavano facendo sempre più critiche, con richieste di tributi per sostenere la macchina militare che sempre con maggiori difficoltà venivano coperti. Le aree spopolate vennero in seguito concesse ad alcune popolazioni barbariche che per prime si stabilirono nell'Impero come foederati. Le continue scorrerie da parte dei barbari nei vent'anni successivi alla fine della dinastia dei Severi avevano messo in ginocchio l'economia ed il commercio dell'Impero romano. Numerose fattorie e raccolti erano stati distrutti, se non dai barbari, da bande di briganti e dalle armate romane alla ricerca di sostentamento, durante le campagne militari combattute sia contro i nemici esterni, sia contro quelli interni (usurpatori alla porpora imperiale). La scarsità di cibo generava, inoltre, una domanda superiore all'offerta di derrate alimentari, con evidenti conseguenze inflazionistiche sui beni di prima necessità. A tutto ciò si aggiungeva un costante reclutamento forzato di militari, a danno della manovalanza impiegata nelle campagne agricole, con conseguente abbandono di numerose fattorie e vaste aree di campi da coltivare. Questa impellente richiesta di soldati, a sua volta, aveva generato una implicita corsa al rialzo del prezzo per ottenere la porpora imperiale. Ogni nuovo imperatore o usurpatore era costretto, pertanto, ad offrire al proprio esercito crescenti donativi e paghe sempre più remunerative, con grave danno per l'aerarium imperiale, spesso costretto a coprire queste spese straordinarie con la confisca di enormi patrimoni di cittadini privati, vittime in questi anni di proscrizioni "di parte". La crisi era aggravata, inoltre, dall'iperinflazione causata da anni di svalutazione della moneta. Questa si era resa necessaria già sotto gli imperatori della dinastia dei Severi, che per far fronte alle necessità militari avevano ampliato l'esercito di un quarto e raddoppiata la paga base. Le spese militari costituivano poi il 75% circa del bilancio totale statale, in quanto poca era la spesa "sociale", mentre tutto il resto era utilizzato in progetti di prestigiose costruzioni a Roma e nelle province; a ciò si aggiungeva un sussidio in grano per coloro che risultavano disoccupati, oltre ad aiuti al proletariato di Roma (congiaria) e sussidi alle famiglie italiche (simile ai moderni assegni familiari) per incoraggiarle a generare più figli. I giacimenti di metalli preziosi erano ormai in esaurimento, dopo secoli di sfruttamentoe finì per determinarsi, nel Tardo Impero, una rarefazione dell'oro e dell'argento all'interno dei confini imperiali, accelerando così la perversa spirale di diminuzione della quantità effettiva di metallo prezioso nelle monete coniate dai vari imperatori. Inoltre, l'instabilità politica ebbe pesantissimi effetti anche sui traffici commerciali, per cui l'ampia rete commerciale attiva nei due secoli precedenti fu interrotta. L'agitazione civile e i conflitti la resero non più sufficientemente sicura per permettere ai commercianti di viaggiare come prima e la crisi monetaria rese gli scambi molto difficili. Ciò produsse profondi cambiamenti che proseguirono fino all'età medioevale. I grandi latifondisti, non più in grado di esportare con successo i loro raccolti sulle lunghe distanze, cominciarono a produrre cibi per la sussistenza e per il baratto locale. Piuttosto che importare i prodotti, cominciarono a produrre molti beni localmente, spesso sulle loro stesse proprietà di campagna, dove tendevano a rifugiarsi per sfuggire alle imposizioni dello Stato a carico dei cittadini. Nacque in tal modo una "economia domestica" autosufficiente che sarebbe diventata ordinaria nei secoli successivi, raggiungendo la sua forma finale in età medioevale.
Crisi sociale. La crisi economica aveva comportato una diversa suddivisione della società: dalle tre classi tradizionali dei senatori, dei cavalieri e dei plebei: senatori e cavalieri (grandi proprietari terrieri e militari, che disponevano della proprietà terriera e delle riserve di monete d'oro) erano confluiti nella classe privilegiata degli honestiores, mentre artigiani e piccoli commercianti, toccati dalle difficoltà economiche e dalla svalutazione della moneta d'argento, erano confluiti nella classe degli humiliores che andava man mano perdendo i propri diritti. Benché anche nei secoli precedenti fossero presenti profonde diseguaglianze economiche tra la popolazione dell'Impero, la peculiarità della crisi sociale del III secolo risiede nella legittimazione giuridica di questa situazione: pene diverse erano previste per honestiores e humiliores, e le possibilità di scalata sociale erano fortemente ridotte. Sempre più spesso gli humiliores rinunciavano volontariamente alle proprie libertà per affidarsi alla protezione dei grandi proprietari terrieri ed evitare inoltre l'arruolamento forzato nell'esercito. I piccoli artigiani e i commercianti liberi delle città, cominciarono a spostarsi verso le grandi proprietà della campagna, alla ricerca di cibo e di protezione. Molti di questi ex abitanti della città, così come molti piccoli coltivatori, furono costretti a rinunciare ai diritti basilari per ricevere la protezione dai grandi proprietari terrieri. Diventarono così una classe di cittadini semi-liberi noti come coloni , legati alla terra e, grazie alle successive riforme imperiali, la loro posizione divenne ereditaria. Ciò fornì un primo modello per la servitù della gleba, che avrebbe costituito la base della società feudale medioevale.

Nel 242 - Inizia la predicazione di Mani, fondatore del Manicheismo, che sarà crocifisso nel 276.
Dal punto di vista dottrinale il manicheismo può essere considerato una forma di gnosticismo dualistico, che contrappone su uno stesso piano il Male (le Tenebre, il Diavolo) e il Bene (la Luce, Dio): il dio venerato dalle religioni sarebbe in realtà un demonio, mentre il vero dio sarebbe un deus absconditus, un dio nascosto. In campo etico, il manicheismo prevede un ascetismo molto rigoroso sia dal punto di vista sessuale che alimentare, arrivando a proibire il matrimonio e l'uso di determinate bevande. La chiesa manichea è composta dai "perfetti" (gli asceti, che costituiscono la vera e propria Chiesa) e dagli "imperfetti" (uditori o catecumeni). Questa dottrina ha suscitato grande interesse anche fra molti intellettuali, a partire da Agostino di Ippona, che però in seguito ne divenne il più acerrimo nemico, scrivendo ben dieci opere contro tale dottrina, tra le quali "Contra Faustum Manichaeum", "Contra Secundinum Manichaeum", "De duabus animabus contra Manichaeos", "De Genesi contra Manicheos" e "De natura boni contra Manichaeos"; uniche fonti sulla religione su Mani fino a metà XIX secolo. Subito osteggiata dagli imperatori Romani e Persiani ebbe breve diffusione in Occidente, ma sopravvisse per secoli in Asia Centrale e Cina. In seguito il termine Manicheismo fu utilizzato per indicare posizioni cristiane dualiste (collegabili a quelle di Marcione) diffuse nell'alto e basso medioevo (vedi Manichei medievali) come, tra gli altri, i Bogomili ed i Catari.

Dal 248 - Durante una nuova incursione di Goti, ai quali era stato rifiutato il contributo annuale promesso da Gordiano III, si associarono anche i Vandali, portando devastazione nella provincia di Mesia inferiore:
« Sotto l'impero di quel Filippo […] i Goti malcontenti che non si pagasse più loro il tributo, si trasformarono in nemici da amici che erano. […] Ostrogota, re dei Goti, marciò contro i Romani alla testa di trentamila armati a cui si aggiunsero anche guerrieri taifali, asdingi e tremila Carpi, quest'ultimo popolo assai bellicoso e spesso funesto per i Romani. » (Giordane, De origine actibusque Getarum, XVI, 1-3.).
Carta dell'impero romano con in
verde i territori della Dacia e Agri
Decumates nel III sec. Sono indicate,
 sempre in verde, le direttrici delle
migrazioni dei Sassoni, dei Franchi,
 dei suebi Alemanni, Iutungi,
Marcomanni e Quadi, degli Iazigi di
 origine sarmatica, dei Carpi di stirpe
dacica, dei Goti  Tervingi e dei Borani,
 di stirpe incerta.
L'invasione alla fine fu quindi fermata dal generale di Filippo l'Arabo, Decio Traiano, futuro imperatore, presso la città di Marcianopoli, che era rimasta sotto assedio per lungo tempo. La resa fu anche possibile grazie all'ignoranza dei Germani in fatto di macchine d'assedio e probabilmente, come suggerisce Giordane, «dalla somma versata loro dagli abitanti».

- Dopo il primo assalto avvenuto durante l'epoca di Marco Aurelio, un'altra pesantissima e ancor più devastante epidemia di peste colpì i territori dell'Impero nel ventennio 250-270. Si è calcolato che il morbo abbia mietuto milioni di vittime e che alla fine la popolazione dell'Impero fosse ridotta del 30 per cento, da 70 a 50 milioni di abitanti. A tutto ciò si aggiunga che il prezzo da pagare per la sopravvivenza dell'Impero fu molto alto anche in termini territoriali. A partire infatti dal 260 gli Imperatori che si susseguirono dovettero abbandonare, in modo definitivo, i cosiddetti Agri decumates oltre il Reno (sotto Gallieno) e l'intera provincia delle Tre Dacie (sotto Aureliano, nel 271 circa).

Nel 251 - Muore Gaio Messio Quinto Traiano Decio (Budalia, 201 - Abrittus, 1º luglio 251), imperatore romano dal 249, avvenuta insieme al figlio Erennio Etrusco durante la battaglia di Abrittus. Decio regnò così per soli due anni. Furono avvenimenti torbidi quelli che seguirono la morte di Decio, che aveva dovuto sostenere dure lotte coi Goti giunti sino a Filippopoli; gli eserciti romani lasciarono le frontiere per marciare verso l'interno e i barbari passarono dovunque i confini. I Goti, oltre a spingersi via terra a sud del Danubio, arrivavano anche per mare in Asia Minore; Alemanni e Franchi si rovesciarono sulla Gallia, attaccata per mare dai Sassoni.  D'altra parte l'esercito imperiale è per buona parte formato di Germani, il suo aspetto e la sua organizzazione divengono sempre più barbarizzati ed esso perde quella superiorità che gli veniva dall'armamento e dalla disciplina romana. I Germani salgono ai gradi più elevati; anzi, nel sistema di caste chiuse che si viene formando nell'impero nel sec. IV, solo i barbari hanno la possibilità di salire da gregari ai più alti gradi

Nel 253 - Tutte queste difficoltà costrinsero l'imperatore Valeriano (imperatore dal 253 al 260), a spartire con il figlio Gallieno (imperatore dal 253 al 268) l'amministrazione dello Stato romano, affidando a quest'ultimo la parte occidentale e riservando per sé quella orientale, come in passato era già avvenuto con Marco Aurelio e Lucio Vero (dal 161 al 169).
Valeriano su sesterzo.
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Valeriano emanò due editti, nel 257 e nel 258, che prevedevano la confisca dei terreni religiosi e la condanna dei seguaci del Cristianesimo; a differenza dei suoi predecessori diresse il proprio attacco alla gerarchia ecclesiastica piuttosto che ai semplici fedeli. Tra le vittime di questa persecuzione vi furono infatti papa Stefano I, papa Sisto II, il vescovo di Cartagine Cipriano di Cartagine, Dionisio di Alessandria, san Lorenzo martire. A questi l'agiografia cristiana aggiunge martirii dubbi o impossibili, come quelli di papa Lucio I, Novaziano, Rufina e Seconda, Gervasio e Protasio, Colomba di Sens, Rustico, Mercurio di Cesarea. La persecuzione voluta da Valeriano ha avuto un esito negativo sulla storiografia del suo regno: tra le vittime vi fu anche Cipriano, vescovo di Cartagine, il quale fu prima esiliato e poi, al suo ritorno, messo a morte (settembre 258). Proprio la fine della sua corrispondenza fa mancare un'importante fonte storica di quel periodo. Il momento più cupo del suo principato fu raggiunto nel 260, quando Valeriano stesso fu sconfitto in battaglia e preso prigioniero dai Sasanidi, morendo in prigionia senza che fosse possibile intraprendere una spedizione militare per liberarlo.

Gallieno
- Se da un lato l'impero romano sembra abbia attraversato, sotto Gallieno, uno dei periodi più "bui" della sua storia, questo imperatore rappresentò il punto di svolta nel tragico periodo della crisi del III secolo, che era seguito alla dinastia dei Severi. Non è un caso che proprio Gallieno sia stato il primo a regnare per quindici anni (sette con il padre ed otto da solo), cosa assai rara se si considera il primo periodo dell'anarchia militare (dal 235 al 253). Era, infatti, dai tempi di Settimio Severo (193-211) che un Imperatore romano non regnava tanto a lungo. Riforma dell'esercito: resosi conto dell'impossibilità di proteggere contemporaneamente tutte le province dell'impero con una statica linea di uomini posizionati a ridosso della frontiera, Gallieno sviluppò una pratica che era iniziata verso la fine del II secolo sotto Settimio Severo (con il posizionamento di una legione, la legio II Parthica, a pochi chilometri da Roma, ovvero posizionando una riserva strategica di soldati ben addestrati pronti ad intervenire, dove serviva nel minor tempo possibile (contingenti di cavalleria a Mediolanum, Sirmio, Poetovio e Lychnidos). In accordo con queste considerazioni, Gallieno attorno agli anni 264-268, o forse poco prima, costituì questa riserva strategica centrale (che sarà alla base della futura riforma dell'esercito di Diocleziano), formata prevalentemente da unità di cavalleria pesante dotate di armatura (i cosiddetti promoti, tra cui spiccavano gli equites Dalmatae, gli equites Mauri et Osroeni), poiché queste percorrevano distanze maggiori in minor tempo della fanteria legionaria o ausiliaria. Ed ogni volta che i barbari sfondavano il limes romano e s'inoltravano nelle province interne, la "riserva strategica" poteva così intervenire con forza dirompente. La base principale scelta da Gallieno per la nuova armata fu posta a Milano, punto strategico equidistante da Roma e dalle vicine frontiere settentrionali della Rezia e del Norico. Si trattava di un'iniziativa resasi necessaria anche a causa della perdita degli Agri decumates tra il Reno ed il Danubio, che aveva portato i vicini Germani a trovarsi più vicini alla penisola italica, centro del potere imperiale. La predisposizione per la cavalleria riguardava non solo le forze ausiliarie ed i numeri, ma anche le legioni stesse, dove il numero di cavalieri passò da 120 a 726 per legione. Sembra infatti che Gallieno abbia aumentato il contingente di cavalleria interno alla legione stessa, dove la prima coorte era composta da 132 cavalieri, mentre le altre nove di 66 ciascuna. Questo incremento fu dovuto proprio alla necessità di avere un esercito sempre più "mobile". La riforma di Gallieno, inoltre, toglieva ai senatori ogni carica militare; se in passato i comandanti delle legioni (legatus legionis) provenivano dal Senato a parte quelli che comandavano le legioni egiziane, ora provenivano dalla classe equestre (praefectus legionis). Con le riforme apportate da Gallieno infatti, era mutata sia la composizione sociale dei comandanti militari e dei loro diretti subalterni, già monopolio aristocratico, che quella degli ufficiali intermedi, un tempo privilegio dell'ordine equestre: dopo il 260 il comando delle legioni e la carica di tribuno militare fu assegnata a ufficiali di carriera spesso di bassa origine sociale. Era ora possibile, anche per un semplice legionario che si distinguesse per abilità e disciplina, scalare i diversi gradi dell'esercito: centurione, protector, dux, fino a ottenere incarichi amministrivi prestigiosi, quale quello di praefectus, comandante militare. La riforma eliminò, inoltre, in modo definitivo ogni legame tra le legioni e l'Italia, poiché i nuovi comandanti, che erano spesso militari di carriera partiti dai gradi più bassi e arrivati a quelli più alti, erano interessati più al proprio tornaconto o al massimo agli interessi della provincia d'origine (in particolare a quelle Illiriche, vedi quanti Imperatori illirici), ma non a Roma. I generali che comandavano questa forza, quindi, avevano nelle loro mani un potere incredibile e non è un caso che futuri augusti come Claudio II il Gotico o Aureliano ricoprissero questo incarico prima di diventare imperatori. Il periodo in cui Gallieno regnò da solo (260-268) fu caratterizzato anche da un rifiorire delle arti e della cultura, con la creazione di un ponte tra la cultura classica dell'epoca degli Antonini e quella post-classica della Tetrarchia. Tale periodo vide un cambiamento nella visione dei rapporti tra uomo e divino e tra uomini, un movimento che consciamente tentò di far rinascere la cultura classica ed ellenica, come si può osservare dalla monetazione e dalla ritrattistica imperiale. « In verità Gallieno si segnalava, non lo si può negare, nell'oratoria, nella poesia ed in tutte le arti. Suo è il celebre epitalamio che risultò il migliore tra cento poeti. [...] si racconta che abbia recitato: "Allora andate ragazzi, datevi da fare con il profondo del cuore tra voi. Non le colombe i vostri sussurri, né l'edera i vostri abbracci, né vincano le conchiglie i vostri baci". » (Historia Augusta, Gallieni duo, 11.6-8.) . Fu questo periodo che vide fiorire il Neoplatonismo, il cui maggior rappresentante, Plotino, fu amico personale di Gallieno e Salonina. I ritratti di Gallieno si rifanno allo stile classico-ellenistico di quelli di Adriano, ma la nuova spiritualità è evidente dallo sguardo verso l'alto e dalla palese immobilità del ritratto, che danno un senso di trascendenza e immutabilità. Lo stesso imperatore rinnovò i legami con la cultura ellenica rafforzati da Adriano e Marco Aurelio, recandosi in visita ad Atene, diventando arconte eponimo e facendosi iniziato ai misteri di Demetra. Tale slancio verso il trascendente e la divinità è rimarcato dalle emissioni numismatiche di Gallieno. Lì dove l'imperatore si trovava per far sentire la propria presenza in zone dell'impero minacciate, la zecca locale coniava monete in cui gli dei (tra cui Giove in diverse incarnazioni, Marte, Giunone, Apollo, Esculapio, Salus...) venivano ritratti come protettori dell'imperatore, direttamente o tramite gli animali che li rappresentavano. Un posto particolare fu quello del Sole Invitto, che venne identificato come comes Augusti, "compagno dell'augusto": tale divinità era particolarmente venerata dai soldati, ancor di più da quelli orientali, dei quali Gallieno cercava il favore e il sostegno. Secondo una interpretazione storica che pone attenzione alla reazione psicologica delle popolazioni rispetto alla fede religiosa, col tempo le nuove religioni assunsero sempre più importanza per le loro caratteristiche escatologiche e soteriologiche in risposta alle insorgenti esigenze della religiosità dell'individuo, al quale la vecchia religione non offriva che riti vuoti di significato. Sempre secondo questa interpretazione storica la critica alla religione tradizionale veniva anche dalle correnti filosofiche dell'Ellenismo, che fornivano risposte intorno a temi propri della sfera religiosa, come la concezione dell'anima e la natura degli dèi. Nella congerie sincretistica dell'impero del III secolo, permeata da dottrine neoplatoniche (Plotino), gnostiche, orfiche e misteriche (misteri eleusini che trovò seguaci prima in Adriano e poi Gallieno), fece la sua comparsa il Cristianesimo. La religione cristiana, opponendosi al potere tetrarchico che pretendeva che tutti i sudditi riconoscessero nell'imperatore il loro "signore e dio" (dominus ed deus), subì pesanti persecuzioni al tempo di Diocleziano (dal 303), generando nuove tensioni sociali. Il rifiuto del culto pubblico e del conseguente sacrificio all'imperatore (con conseguente rifiuto del servizio militare e degli impieghi pubblici) minava così, fin dalle fondamenta, l'ordinamento politico-religioso romano. Del resto la "minoranza cristiana", secondo alcune stime di storici moderni, al tempo della giovinezza di Costantino (fine del III secolo), poteva già contare su 7-15 milioni di fedeli su una popolazione complessiva di 50 milioni. Fu il peggiore errore commesso da Diocleziano nei vent'anni del suo principato, trucidando inutilmente migliaia di innocenti. Secondo una altra interpretazione storica che non vede la religione come un compartimento stagno rispetto al resto dell'evoluzione storica, ma come un fattore importante di tutto il contesto sociale antico, i cambiamenti religiosi del terzo secolo furono fra i più importanti, se non i più importanti, quali motore di cambiamento e quindi conseguentemente di crisi del mondo romano.

Dal 256 - Nuove minacce per l'Impero romano da parte di Germani e Sarmati, causate principalmente da un cambiamento nella struttura tribale della loro società rispetto ai precedenti secoli: la popolazione, sottoposta all'urto di altri popoli barbarici provenienti dalla Scandinavia e dalle pianure dell'Europa orientale, necessitava di una struttura organizzativa più forte, pena l'estinzione delle tribù più deboli. Da qui la necessità di aggregarsi in federazioni etniche di grandi dimensioni, come quelle di Alemanni, Franchi e Goti, per difendersi da altre bellicose popolazioni barbariche o per meglio aggredire il vicino Impero romano, la cui ricchezza faceva gola. Per altri studiosi, invece, oltre alla pressione delle popolazioni esterne, fu anche il contatto ed il confronto con la civlità imperiale romana (le sue ricchezze, la sua lingua, le sue armi, la sua organizzazione) a suggerire ai popoli germanici di ristrutturarsi ed organizzarsi in sistemi sociali più robusti e permanenti, in grado di minacciare seriamente l'Impero. Roma, dal canto suo, ormai dal I secolo d.C. provava ad impedire la penetrazione dei barbari trincerandosi dietro una linea continua di fortificazioni estesa tra il Reno e il Danubio e costruita proprio per contenere la pressione dei popoli germanici. Nel III secolo, quindi, Roma dovette affrontare numerose scorrerie all'interno dei confini dell'Impero. Tali invasioni erano condotte principalmente per fini di saccheggio e di bottino più che di occupazione vera e propria del territorio. A muoversi, infatti, erano più o meno numerose orde di guerrieri che per lo più lasciavano alle loro spalle, nei territori dove si erano stabiliti immediatamente al di là del Limes, le famiglie e gli accampamenti delle tribù; dopo una o due stagioni di razzie, facevano rientro alle basi, non curandosi di creare colonie stabili nel territorio romano. Non si trattava, quindi, ancora di spostamenti di massa di intere popolazioni come quelli che si sarebbero verificati nei secoli successivi, quando l'irruzione degli Unni nello scacchiere europeo avrebbe indotto molte tribù germaniche a cercare nuove sedi d'insediamento all'interno dell'Impero romano. Lo sfondamento del limes renano-danubiano fu favorito anche dalla grave crisi interna che travagliava l'Impero romano. Roma, infatti, attraversava un periodo di grande instabilità interna, causata dal continuo alternarsi di imperatori ed usurpatori (la cosiddetta anarchia militare). Le guerre interne non solo consumavano inutilmente importanti risorse negli scontri tra i vari contendenti, ma - cosa ben più grave - finivano proprio per sguarnire le frontiere, facilitando lo sfondamento da parte delle popolazioni barbariche che si trovavano lungo il limes.

L'Europa centrale nel 258-260
 con i percorsi delle migrazioni
delle confederazioni di Franchi,
 Alemanni, Marcomanni, dei
Quadi di origine sueba (sveva)
 e degli Iazigi di origine
sarmatica. 
Nel 257 - La popolazione germanica dei Goti  strappa la Dacia (parte dell'attuale Romania) all'impero Romano.

- Nei secoli III e IV d. C., i Germani occidentali presentano nuovi aggruppamenti etnici, che, sotto l'influsso della civiltà romana, costituiscono più salde formazioni politiche. Dai Suebi ebbero specialmente origine gli Alemanni (cioè: uomini di molte stirpi), che comparvero fra il Meno e il Danubio e, forzato dopo lunghe lotte il limes, varcarono il Reno occupando l'Alsazia e il Palatinato. Sul Reno inferiore appare nel sec. III la potente confederazione dei Franchi (gli audaci), che continuavano gli antichi Chauci; essi erano distinti in Franchi Ripuarii a sud e Franchi Salii a nord. I Sassoni dall'Elba inferiore si estesero sino al centro della Germania e poi verso ovest e sud, incorporando molte tribù in uno stato potente.

- Fra le popolazioni Slave occidentali (Venedi-Sclavini) delle regioni danubiane, carpatiche, lungo la costa settentrionale del mar Nero, del Dnepr e del Volga si verificavano gli stessi mutamenti socio-economici già presenti presso i Germani, e anche qui l'accentuarsi delle stratificazioni sociali indurrà Daci, Alani, Carpi e soprattutto Goti ad attaccare Roma verso la metà del III secolo. Viceversa le tribù Slave orientali (dell'Europa orientale), ridussero fortemente i loro rapporti commerciali con Roma, preferendo quelli con le tribù sarmatiche o altre tribù slave orientali. Il che però non impedì loro di partecipare alle guerre anti-schiavistiche contro Roma, unendo parte delle loro forse a quelle dei Marcomanni nella seconda metà del II secolo e a quelle gotiche nel III e IV secolo. Alla fine del II sec.d.C. le terre dei Venedi (Slavi occidentali) furono attraversate dalle tribù dei Goti, con cui in parte si fusero, partecipando inoltre alle guerre danubiane verso la metà del III secolo. Uno degli imperatori romani di quel periodo porta il titolo di "venedico". Le basi geopolitiche fondamentali per le offensive dei cosiddetti "barbari" contro l'impero romano, nel III secolo, furono le regioni fra il Danubio, il Reno, l'Elba e la costa settentrionale del mar Nero. Indispensabile, per la riuscita di queste campagne militari, fu l'alleanza tra ceti nobiliari germanici e slavi e le grandi masse popolari, schiavili e semischiavili, che consideravano i "barbari" come loro liberatori.

Cartina dell'Impero Romano quando
erano imperatori Vespasiano e suo
figlio Gallieno, nel 260. Il Regno
di Palmira e l'Impero delle Gallie
effettuarono una secessione che fu
poi risolta da Vespasiano nel periodo
 270-275.
Dal 260 - In questo periodo l'imperatore Gallieno fu costretto al definitivo abbandono di tutti i territori ad est del Reno ed a nord del Danubio, gli Agri Decumates, a causa delle continue invasioni delle tribù germaniche limitrofe degli Alemanni, ed alla contemporanea secessione della parte occidentale dell'impero, guidata dal governatore di Germania superiore ed inferiore, Postumo. Gli Alemanni, che avevano sfondato il limes retico e attraversato il Passo del Brennero, si erano spinti in Italia, dove furono intercettati e battuti dalle armate di Gallieno nei pressi di Milano. L'imperatore sembra non avesse potuto intervenire prima lungo il fronte germanico-retico a causa della contemporanea crisi orientale, che vide coinvolto il proprio padre, Valeriano, catturato dai Sasanidi di Sapore I nella tarda estate. A partire dal 260 e fino al 274 circa, l'Impero romano subì la secessione di due vaste aree territoriali, che però ne permisero la sopravvivenza. Scrive Eutropio: « Avendo così Gallieno abbandonato lo Stato, l'Impero romano fu salvato in Occidente da Postumo ed in Oriente da Odenato. » (Eutropio, Breviarium ab urbe condita, 9, 11.). Quindi, nel 260, due porzioni dell'impero si staccarono:
- in Oriente Settimio Odenato respinse i Sasanidi, ma si ritagliò a tutti gli effetti un dominio personale, noto come Regno di Palmira”, con capitale Palmira (l'attuale Tadmor in Siria),
- in Occidente il comandante delle truppe renane, Postumo, si rivoltò uccidendo Salonino, il figlio di Gallieno di cui era tutore, proclamandosi augusto e creando l'”Impero delle Gallie”, un vero e proprio stato con senato, consoli e magistrature simili a quelle dell'impero "centrale". Postumo era riuscito a costituire un impero incentrato sulle provincie della Germania inferiore e della Gallia Belgica, alle quali si unirono poco dopo tutte le altre province galliche, della Germania superiore, della Britannia e della Spagna e, per un breve periodo, anche quella di Rezia.

- Il “Regno di Palmira”- La città di Palmira, oasi lungo la via carovaniera che metteva in contatto l'oriente dei Parti con i porti del Mediterraneo controllati da Roma, aveva sviluppato la propria fortuna commerciale sulla sua neutralità tra i due imperi, spesso in lotta tra loro. L'oasi di Palmira era abitata da ricchi commercianti già nel I secolo d.C., tanto da spingere Marco Antonio a farvi un'incursione con la cavalleria, che si concluse con un nulla di fatto. Durante il regno di Valeriano il principe di Palmira, Settimio Odenato, appartenente ad una famiglia che aveva ottenuto la cittadinanza romana sotto Settimio Severo e dopo un fallito tentativo di alleanza col sovrano del regno dei Sasanidi, Sapore I figlio di Ardashir I, si era avvicinato al proprio imperatore, Valeriano, che, nel 258 l'aveva riconosciuto vir consularis. Nel 260, nella battaglia di Edessa, l'imperatore Valeriano era stato sconfitto, catturato e fatto prigioniero da Sapore I. Odenato intervenne e inseguì sino a Ctesifonte l'esercito sasanide che, sconfitto dal generale Callisto, si stava ritirando. Durante tale azione, Odenato riuscì a procurare notevoli perdite al nemico e l'impresa fu apprezzata dall'imperatore Gallieno che, dopo che Odenato, durante la ribellione dei Macriani, aveva sconfitto ed ucciso, nel 261, il generale Callisto, che aveva sostenuto la ribellione, gli conferì diversi titoli onorifici oltre a quello più importante di dux romanorum, che in pratica riconosceva un'autorità regale del principe di Palmira su tutta l'area della provincia di Siria. Odenato ordinò un forte reclutamento di militari di leva in Siria per ripristinare gli organici dell'esercito romano e, appena completata la leva, nel 262, riprese la guerra contro i Parti, riconquistando alcune fortezze in Mesopotamia, oltre a Carre e Nisibis in Cappadocia, poi sconfisse l'esercito sasanide e assediò Sapore I nella sua capitale, Ctesifonte e mentre Gallieno fu riconosciuto persicus maximus, Odenato ricevette il titolo di corrector totius Orientis, con giurisdizione sulle province romane orientali. Fu anche per merito delle vittorie di Odenato che i Parti, negli anni successivi, non effettuarono altre incursioni. In seguito, a Odenato fu riconosciuto il titolo di re dei re, che lo contrapponeva al Gran re di Persia, Sapore I. I confini del regno di Odenato, in quegli anni, erano a nord i monti del Tauro e a sud il golfo Arabico e comprendeva la Cilicia, la Siria, la Mesopotamia e l'Arabia. Nel 267, in una campagna alla quale partecipò anche il suo figlio maggiore, Hairan, Odenato marciò contro la Persia, arrivando a Ctesifonte, ma qui dovette arrestarsi per dirigersi in Cappadocia, che era stata invasa dai Goti. Odenato arrivò fino ad Eraclea pontica, sul Mar Nero, ma troppo tardi. Tornato a Palmira, pochi mesi dopo, in quello stesso anno o forse all'inizio del 268 Odenato fu assassinato, ad Emesa, assieme al figlio Hairan (o Erode o Erodiano) e ad un suo fedele collaboratore, il governatore militare di Palmira, Settimio Vorode. Furono assassinati da Maconio, cugino o nipote (a seconda delle fonti) di Odenato. Poco dopo la morte del re dei re, sua moglie Zenobia prese il potere, in nome del figlio minorenne, Vaballato, col sogno e l'ambizione non solo di mantenersi autonoma da Roma, ma di creare un impero d'Oriente da affiancare all'impero di Roma.
Zenobia di Palmira
Gallieno avrebbe voluto regolare i conti con Zenobia, ma fu impedito a recarsi in Oriente sia dall'invasione dei Goti iniziata nel 267 che dalla grande invasione degli Eruli del 268. La "Vita Gallieni" riporta che l'imperatore inviò contro Palmira un suo generale, Aurelio Eracliano, nominato dux della spedizione volta a riprendere il controllo della frontiera con la Persia dopo la morte di Odenato nel 267, ma costui fu sconfitto dai Palmireni della regina Zenobia e di suo figlio Vaballato. Secondo alcune interpretazioni alternative, questa spedizione non avvenne sotto Gallieno ma sotto il suo successore Claudio il Gotico, o potrebbe non essere avvenuta affatto. Comunque, alla luce di questi avvenimenti si rafforzò la convinzione che il regno di Palmira avesse la missione di governare l'Oriente e Zenobia, reggente al posto del figlio Vaballato, solo dopo la morte dell'imperatore Claudio, avvenuta nel 270, guidò la ribellione contro l'autorità imperiale. Per i primi anni Zenobia si limitò a conservare e rafforzare il regno lasciatole da suo marito (la Cilicia, la Siria, la Mesopotamia e l'Arabia), mantenendo buoni rapporti con Roma. Attuando una politica espansionistica a partire dalla fine del 269, politica che divenne molto aggressiva nel 270, dopo la morte per peste dell'imperatore Claudio il Gotico, Zenobia riuscì ad estendere il potere del suo regno conquistando la Bitinia e l'Egitto. Nel 270 divenne imperatore Aureliano che inizialmente riconobbe a Vaballato i titoli di vir clarissimus rex e imperator dux Romanorum, tanto che nel regno di Palmira si batterono monete con da un lato l'effigie di Vaballato, imperator dux Romanorum e dall'altro dell'imperatore, Aureliano. Ma nel 271, risolti i problemi che aveva in Italia, Aureliano decise di tamponare tutte le falle del sistema difensivo romano, restaurando l'integrità dello stato sui vecchi confini, cominciando dal regno di Palmira. Le province, Bitinia ed Egitto, conquistate pochi mesi prima da Zenobia, furono riconquistate, quasi senza colpo ferire, e l'avanzata di Aureliano continuò senza incontrare resistenza. Le truppe di Palmira, al comando del generale Zabdas, che erano composte dai resti di almeno due legioni romane, gli arcieri palmireni e la cavalleria pesante (i clibanarii simili al catafratto persiano), erano state radunate ad Antiochia; allora si mossero incontro all'imperatore, che fu intercettato sulle rive dell'Oronte, dove avvenne la Battaglia di Immae, in cui Aureliano, che in passato era stato comandante di cavalleria, al primo attacco dei climbanarii ordinò alla sua cavalleria leggera di arretrare e farsi inseguire sino a quando i cavalli del nemico, appesantiti dalla propria corazza e da quella del cavaliere, furono esausti; allora la cavalleria di Aureliano si arrestò e mise in fuga i clibanarii, mentre la sua fanteria, attraversato l'Oronte, attaccò sul fianco le truppe di Zabdas che così subirono una sconfitta completa. Zabdas si ritirò ad Antiochia, dove, mentendo, si vantò di aver fatto prigioniero Aureliano. Poi Zenobia e Zabdas, dopo aver lasciato una piccola guarnigione nel presidio fortificato di Dafne, di notte, si ritirarono da Antiochia dirigendosi a Emesa, per poter raccogliere un secondo esercito per fermare Aureliano. Aureliano, ben accolto dagli abitanti di Antiochia, attaccò e conquistò Dafne, per poi proseguire celermente verso Emesa, dove nella piana antistante la città avvenne lo scontro decisivo, (Battaglia di Emesa) nella quale, con una tattica simile a quella della battaglia di Immae, Aureliano, che aveva ricevuto i rinforzi di truppe mesopotamiche, siriane, fenicie e palestinesi, riportò una grande vittoria contro un esercito valutato intorno alle 70.000 unità. Zenobia, aiutata nella fuga dai nomadi del deserto che attaccarono Aureliano, si ritirò a Palmira, preparandosi a sostenere un assedio, sperando nell'arrivo degli aiuti persiani. Aureliano, dopo essere stato ferito, ebbe un momento di esitazione e propose a Zenobia un resa molto moderata, che la regina poco saggiamente rifiutò e respinse con linguaggio poco diplomatico, costringendo l'imperatore a impegnarsi con risolutezza cosicché le tribù del deserto vennero sottomesse o con le armi o col denaro (alcune tribù ebbero il lucroso compito di approvvigionare l'esercito imperiale). Allora Zenobia ed il figlio, Vaballato, cercando la protezione dei sasanidi, fuggirono a dorso di dromedario, ma furono catturati dalla cavalleria leggera romana, mentre tentavano di attraversare l'Eufrate. Il regno di Palmira, nel 272, fu sottomesso e l'anno dopo Aureliano riconquistò anche il cosiddetto Impero delle Gallie. L'oasi e la città di Palmira, dopo la resa ad Aureliano, non subirono alcuna violenza, ma l'anno dopo (273), a seguito di una ribellione, Palmira fu saccheggiata, i suoi tesori furono portati via e le mura furono abbattute; la città, abbandonata, tornò a essere un piccolo villaggio e divenne una base militare per le legioni romane.

- L'Impero delle Gallie, retto dagli usurpatori come Postumo (260-268), Leliano (268), Marco Aurelio Mario (268-269), Vittorino (269-271), Domiziano II (271) e Tetrico (271-274), non solo formò un proprio Senato presso il suo maggiore centro, Augusta Treverorum, ma attribuironoì i classici titoli di console, Pontefice massimo o tribuno della plebe ai suoi magistrati nel nome di Roma aeterna, ed assunsero anche la normale titolatura imperiale, coniando monete presso la zecca di Lugdunum (Lione), aspirando all'unità con Roma e, cosa ben più importante, non pensando mai di marciare contro gli imperatori cosiddetti "legittimi" (come Gallieno, Claudio il Gotico, Quintillo o Aureliano), che regnavano su Roma (vale a dire coloro che governavano l'Italia, le province africane occidentali fino alla Tripolitania, le province danubiane e dell'area balcaniche). Essi, al contrario, sentivano di dover difendere i confini renani ed il litorale gallico dagli attacchi delle popolazioni germaniche di Franchi, Sassoni ed Alemanni. L’Imperium Galliarum risultò, pertanto, una delle tre aree territoriali che permise di conservare a Roma la sua parte occidentale. La rivolta di Postumo è collegabile alle incursioni dei barbari oltre la frontiera renana. Postumo sconfisse gli incursori e distribuì il bottino tra i propri uomini, ma il prefetto del pretorio Silvano gli ordinò di consegnare quanto aveva recuperato al cesare Salonino. Postumo guidò le proprie truppe, che si erano ribellate e lo avevano acclamato imperatore, su Colonia, dove si trovavano Salonino e Silvano, ponendola sotto assedio; i soldati del cesare passarono dalla parte dell'usurpatore, consegnando Salonino e Silvano ai loro carnefici (!).
Postumo non tentò di contendere a Gallieno il potere sul resto dell'Impero, ma si accontentò del controllo di Gallia, Spagna e Britannia, rafforzando al contempo le frontiere occidentali (qualcosa di simile faceva contemporaneamente Odenato in Oriente). Nel 265 Gallieno si sentì sufficientemente rafforzato da poter tentare la conquista delle province occidentali, ma dopo alcuni successi iniziali furono seguiti da fallimenti, durante uno dei quali Gallieno stesso fu ferito; decise allora di lasciare a Postumo il controllo dell'Occidente.
Nel 268 Aureolo, comandante di Gallieno incaricato della difesa dell'Italia, si rivoltò contro l'imperatore e fu assediato a Mediolanum: riconobbe Postumo imperatore, forse per sollecitarne il soccorso, ma anche questa volta Postumo non intervenne contro Gallieno, permettendogli di sopprimere la rivolta. Postumo regnò per quasi un decennio; egli promise alle popolazioni delle sue province la protezione dalle invasioni e dai saccheggi dei barbari, che garantì con la propria abilità militare; la sua amministrazione fu saggia, a giudicare dalla qualità della sua monetazione, e fu in grado di respingere i tentativi di riconquista di Gallieno senza imbarcarsi a propria volta in tentativi di espansione. Il suo destino, però, si giocò sul consenso dell'esercito. Nel 268 circa[5] gli si rivoltò contro Leliano, che guidava le legioni XXII Primigenia e VIII Augusta; Postumo riuscì ad assediarlo a Moguntiacum ma, dopo la morte del rivale, proibì ai propri soldati di saccheggiare la città conquistata e questi gli si rivoltarono contro, uccidendolo. A Postumo succedette, col controllo dell'impero Vittorino, nel 268 o nel 271. Poco dopo, nel 269 o nel 271/272, l'imperatore Claudio il Gotico inviò nella Gallia meridionale Giulio Placidiano, che riuscì a riconquistare parte dell'Impero delle Gallie; fu probabilmente in questa occasione che la città di Augustodunum si rivoltò, forse confidando nel sostegno delle truppe di Claudio, ma Vittorino la assediò e, riconquistatala, ne punì la popolazione. Vittorino fu ucciso per ragioni private e sua madre Vittoria convinse le truppe, promettendo loro una forte donazione, a sostenere Tetrico, governatore d'Aquitania; mentre Gallia (ad eccezione della Narborense riconquistata da Placidiano) e Britannia lo riconobbero, le province spagnole e la città di Argentoratum decisero di ritornare all'impero centrale. Tetrico spostò la capitale da Colonia a Treviri e ottenne alcune vittorie sui Germani, attestate dalle monete recanti la legenda VICTORIA GERMANICA. La realtà era però differente: Tetrico non fu in grado di opporsi efficacemente alle incursioni barbariche lungo le coste e il Reno, tanto che una incursione raggiunse persino la Loira, ma anzi dovette arretrare la linea difensiva abbandonando diversi forti frontalieri. L'Impero delle Gallie fu alla fine riconquistato dall'imperatore Aureliano (270-275), che con una serie di campagne militari riuscì nuovamente a ribadire il potere imperiale sia in occidente che in oriente (regno di Palmira). Alla fine del 273 o all'inizio del 274 marciò sulla Gallia e sconfisse Tetrico nella battaglia di Chalons. Nel marzo del 274 la zecca di Lione smise di coniare monete per l'ultimo imperatore delle Gallie e iniziò la coniazione a nome di Aureliano, Restitutor Orbis. L'ultimo colpo di coda fu rappresentato dalla rivolta di Faustino a Treviri, rapidamente soppressa.

- Fu grazie alla divisione interna e provvisoria dello Stato romano in tre parti (ad occidente l'impero delle Gallie, al centro Italia, Illirico e province africane, ad oriente il Regno di Palmira) che l'Impero riuscì a salvarsi da un definitivo tracollo e smembramento. Solo dopo la morte di Gallieno (268), un gruppo di imperatori-soldati di origine illirica (Claudio il Gotico, Aureliano e Marco Aurelio Probo) riuscì infine a riunificare l'Impero in un unico blocco, anche se le guerre civili che si erano susseguite per circa un cinquantennio e le invasioni barbariche avevano costretto i Romani a rinunciare sia alla regione degli Agri decumates (lasciata agli Alemanni nel 260 circa), sia alla provincia della Dacia (256-271), sottoposta alle incursioni dei Carpi, dei Goti Tervingi e dei Sarmati Iazigi.

Nel 261 - Gallieno sconfigge gli Alamanni sotto Milano mentre torme di Franchi raggiungono la Spagna. La marea degli invasori per il momento è contenuta. In questa lotta perpetua l'unità stessa dell'impero si rallentava: ogni provincia si affidava a chi poteva difenderla. 

Carta del 268-270 con le incursioni
dei Goti in Grecia e Asia minore.
Nel 267 e 268 - I Goti saccheggiano Atene, Argo, Corinto e Sparta. Invasione della parte occidentale dell'impero romano degli anni 268-271, da parte di Alemanni, Marcomanni, Iutungi, Iazigi e Vandali Asdingi.

Nel 268 - Mentre i Goti impegnavano lo stesso imperatore Gallieno in Tracia ed Illirico, una nuova orda di Alemanni riusciva a penetrare nell'Italia settentrionale attraverso il passo del Brennero, approfittando dell'assenza dell'esercito imperiale, impegnato a fronteggiare sia la devastante invasione dei Goti in Mesia, Acaia, Macedonia, Ponto ed Asia, sia l'usurpatore Aureolo, che si era fortificato a Milano. Tornato a Milano, dopo aver affidato il comando della guerra contro i Goti a Marciano, Gallieno si apprestò ad assediare Aureolo, ma Aureolo, che aveva ormai perduto ogni speranza, fece spargere voci nel campo dell'imperatore che inneggiavano contro Gallieno. Alcuni comandanti, stanchi dell'imperatore, ordirono una congiura e dissero al principe che Aureolo aveva tentato una sortita, facendolo così uscire dalla sua tenda. Gallieno fu ucciso a tradimento dal comandante della cavalleria dalmata Ceronio o Cecropio insieme al fratello Publio Licinio Valeriano. Alla congiura pare non fosse estraneo il suo successore Claudio II il Gotico (Marco Aurelio Claudio), anche se alcuni storici (anche coevi) affermarono che Gallieno morì in conseguenza di una brutta ferita riportata durante lo svolgersi dell'assedio. Tra gli organizzatori c'era il suo prefetto del pretorio Aurelio Eracliano. « [Cecropio] avvicinatosi a Gallieno mentre stava pranzando, disse che uno degli esploratori aveva appena annunciato l'arrivo di Aureolo con tutte le sue forze. A queste parole, l'imperatore sgomento, chiese le armi e saltò sul cavallo, dando ordine ai soldati di seguirlo, e senza neppure attendere la sua guardia del corpo, si lanciò. Il comandante della cavalleria dalmata, appena lo vide senza armatura, lo uccise. » (Zosimo, I.40.3.). Aurelio Vittore sostiene che Gallieno, sul letto di morte, designò quale suo successore, Claudio. Alla notizia della sua morte, i suoi familiari furono assassinati. Gallieno morì così a cinquant'anni, dopo quindici di regno e fu divinizzato dal Senato per volere del suo successore Claudio II.
La vittoria di Claudio II il Gotico, il nuovo imperatore, contro i Goti nella battaglia di Naisso del 268, meritandosi il titolo di Gothicus Maximus, fu una significativa svolta nell'ambito della crisi dell'anarchia militare. Claudio II è stato un imperatore romano dal settembre/ottobre del 268 per un periodo di un solo anno e nove mesi. Di stirpe illirica, cercò di risolvere i gravi problemi dell'impero. Gli ottimi rapporti che ebbe con il senato di Roma, che trovarono il fondamento principale nella gratitudine della Curia romana per l'eliminazione di Gallieno, si manifestarono anche dopo la morte di Claudio con l'elezione ad Augusto del fratello Quintillo. La "Historia Augusta" racconta che quando era ancora un giovane soldato: « [Claudio] si mise in mostra in una gara tra i più forti lottatori, durante uno spettacolo che si teneva nell'accampamento in onore di Marte. Egli adiratosi con chi lo aveva afferrato non per la cintura, ma per i genitali, gli fece cadere con un sol pugno tutti i denti. Questo gesto gli fu perdonato, poiché si era vendicato per l'offesa ricevuta al proprio pudore. » (Historia Augusta, Divus Claudius, 13.6-7.). Si racconta che durante questo episodio fosse presente lo stesso imperatore Decio (che regnò dal 249 al 251), il quale lo lodò pubblicamente per il valore ed il pudore, tanto da donargli armillae (bracciali) e torques (collari), ma lo invitò anche a ritirarsi dalle competizioni militari, temendo che potesse compiere altri atti troppo violenti per le regole della lotta.
Aureliano o forse Claudio
il gotico, da: https://com
mons.wikimedia.org/
wiki/File:5305-Brescia-
SGiulia-Ritratto_di_Claudio
_II_Gotico_o_Aureliano-
scontornata_png.png

Nel 270 - L'imperatore Aureliano succede a Claudio il Gotico. Con Claudio il Gotico e il suo successore Aureliano (imperatore nel periodo 270-276) furono ripresi l'impero delle Gallie e il regno di Palmira, che si erano staccati dall'Impero durante il Principato di Gallieno: l'impero romano era nuovamente riunito e le truppe di frontiera di nuovo al loro posto.

- Sotto Aureliano gli Alamanni giunsero sino a Fano, nel cuore dell'Italia, e la Dacia dovette essere abbandonata.

- In conclusione, la crisi politico-militare fu caratterizzata almeno da tre conflitti: quello esterno, innescato dalle invasioni barbariche; quello interno, tra l'aristocrazia senatoria ed i comandanti militari; e quello nelle file dell'esercito tra generali, imperatori ed usurpatori.
L'anarchia militare durata 50 anni dimostrò la maggiore importanza dell'elemento militare che doveva difendere l'Impero rispetto al Senato che aveva ormai perso non solo autorità, ma anche autorevolezza. Gli imperatori ormai non provenivano più dai ranghi del Senato, ma erano i generali che avevano fatto carriera nell'esercito ed erano stati proclamati dai soldati, ottenendo il potere dopo aver combattuto contro altri comandanti. Con la riforma dell'esercito operata da Gallieno (260-268) il Senato di Roma finì per essere escluso non solo sostanzialmente, ma anche ufficialmente dal comando militare, in quanto l'imperatore decretò che le legioni potessero essere guidate anche da praefecti di rango equestre (in precedenza il comando delle legioni era monopolio di legati di classe senatoria). L'insicurezza del territorio comportò anche un cambiamento nel carattere delle città: queste si erano ovunque sviluppate nei primi due secoli dell'impero e non avevano particolari esigenze difensive, mentre a partire dal III secolo iniziò il cambiamento graduale e discontinuo che avrebbe portato dalle grandi città aperte dell'antichità, alle più piccole città cinte da mura, comuni nel medioevo. Particolarmente significativa fu la nuova cinta muraria che l'imperatore Aureliano fece costruire intorno alla stessa Roma, che dopo molti secoli era nuovamente minacciata dalle incursioni dei barbari. La costruzione delle mura iniziò probabilmente nel 271 e si concluse dopo soli due anni, anche se la definitiva rifinitura avvenne verso il 280, sotto l’imperatore Probo. Il progetto era improntato sulla massima velocità di realizzazione e semplicità strutturale, oltre, ovviamente, ad una garanzia di protezione e sicurezza. Queste caratteristiche fanno pensare che un ruolo non secondario, almeno nella progettazione, sia stato rivestito da esperti militari. E d’altra parte, poiché all’epoca gli unici nemici che potevano rappresentare qualche pericolo non erano in grado di compiere molto più che qualche razzia, un muro con robuste porte ed un camminamento di ronda poteva ritenersi sufficiente. Comunque, nessun nemico assediò le mura prima dell'anno 408. La stessa diminuzione del commercio indirizzava inoltre le città verso un sempre crescente isolamento. I grandi centri videro diminuire la propria popolazione: molti grandi proprietari si erano spostati nei loro possedimenti in campagna, diventati in larga misura autosufficienti e che tendevano a sfuggire al controllo dell'autorità centrale; la crisi aveva attratto verso questi nuovi centri economici anche coloro che precedentemente trovavano la propria sussistenza nell'economia cittadina. La pressione fiscale aveva inoltre quasi del tutto cancellato quel ceto di funzionari cittadini, i decurioni, che ne garantivano l'amministrazione ed il legame con Roma.

- Dopo la morte di Gallieno (268), un gruppo di imperatori-soldati di origine illirica (Claudio il Gotico, Aureliano e Marco Aurelio Probo) riuscì infine a riunificare l'Impero in un unico blocco, anche se le guerre civili che si erano susseguite per circa un cinquantennio e le invasioni barbariche avevano costretto i Romani a rinunciare sia alla regione degli Agri decumates (lasciata agli Alemanni nel 260 circa), sia alla provincia della Dacia (256-271), sottoposta alle incursioni dei Carpi, dei Goti Tervingi e dei Sarmati Iazigi

Carta delle invasioni nell'Impero
 Romano nel periodo 268-271
da parte delle confederazioni
 suebiche degli Alemanni,
Iutungi e Marcomanni, dei
 vandalici Asdingi e dai
sarmatici Iazigi.
Dal 270 - I Vandali (Wandili), una popolazione germanica, dopo una prima migrazione dalla Scandinavia nei territori dell'attuale Polonia (tra il bacino dell'Oder e della Vistola) intorno al 400 a.C., sotto la pressione di altre tribù germaniche, si spostarono più a sud, dove combatterono e sottomisero la popolazione celtica dei Boi circa nel 170. Si stanziarono quindi nei territori dell'attuale Slesia nel periodo 270 - 330. Nel 270, mentre l'imperatore Aureliano si trovava a Roma, per ricevere dal Senato in modo ufficiale i pieni poteri imperiali, una nuova invasione generò il panico, questa volta nelle province di Pannonia superiore ed inferiore, che evidentemente Aureliano aveva sguarnito per recarsi in Italia a respingere l'invasione degli Iutungi. Si trattava dei Vandali Asdingi, insieme ad alcune bande di Sarmati Iazigi. Ma il pronto intervento dell'imperatore in persona costrinse queste popolazioni germano-sarmatiche a capitolare ed a chiedere la pace. Aureliano costrinse i barbari a fornire in ostaggio molti dei loro figli, oltre ad un contingente di cavalleria ausiliaria di duemila uomini, in cambio del ritorno alle loro terre a nord del Danubio. Per questi successi ottenne l'appellativo di Sarmaticus maximus.

Dal 276
 - Marco Aurelio Probo (Sirmio, l'attuale Sremska Mitrovica in Serbia, 9 agosto 232 - Sirmio, 282) è nominato imperatore e si verifica un'altra grave crisi di anarchia militare. Intanto oltre che per l'esercito, l'impero aveva bisogno dei Germani anche per reggere la sua crollante economia: si fanno razzie nella Germania per trarne braccia da lavoro. Inoltre i Germani, sia come prigionieri di guerra (dediticii) o in seguito a patti come foederati, laeti, inquilini, gentiles, comunque riuniti in gruppi omogenei, vennero collocati nelle provincie spopolate, specialmente da Marco Aurelio, da Gallieno, da Claudio Gotico, da Aureliano, da Probo, da Massimianoe da Diocleziano. Essi dovevano coltivare le terre e fornire soldati e ricevevano sovente sussidi in denaro.

- I Vandali tornarono ad invadere i territori imperiali, assieme Lugi e Burgundi, lungo il tratto dell'alto-medio corso del Danubio. Due anni più tardi, nel 278, l'Imperatore Probo affrontò Burgundi e Vandali, che erano venuti in soccorso delle altre tribù germaniche, e li sconfisse in Rezia nei pressi del fiume Lech (chiamato da Zosimo "Licca"). Al termine degli scontri furono accordate le stesse condizioni concesse ai Lugi (con la restituzione dei prigionieri romani e del bottino razziato nelle province romane), ma quando i barbari vennero meno alle intese, trattenendo una parte dei prigionieri, l'imperatore li affrontò nuovamente. La coalizione germanica fu duramente sconfitta e i Romani catturarono anche il loro capo, Igillo, tanto che Probo per queste vittorie assunse l'appellativo di "Germanicus maximus". E sembra che quello stesso anno Probo sconfisse un altro "ramo", più orientale, delle tribù vandaliche lungo il medio corso del Danubio, alleate con gli Iazigi. Ancora pochi anni più tardi, nel 281, ancora Probo, sulla strada del ritorno dall'Oriente, dopo una nuova campagna oltre il Danubio, trasferì in territorio romano molte persone delle popolazioni di Bastarni, Gepidi, Grutungi e anche Vandali che, poco dopo ruppero nuovamente l'alleanza e, mentre Probo era impegnato a combattere alcuni usurpatori, tornarono a compiere le solite incursioni, depredando i territori imperiali.

Nel 278 - Gl'imperatori illirici si opposero con grande energia alle invasioni barbariche: Claudio il Gotico diede rudi colpi ad Alamanni e Goti (278-69).

Nel 280 Diocle sarebbe stato dux Moesiae, ossia comandante dell'esercito stanziato in Mesia, regione corrispondente all'odierna Serbia, vigilando le frontiere del basso Danubio. Nato in una famiglia di umili origini della provincia romana della Dalmazia, Diocle scalò i ranghi dell'esercito romano fino a divenire comandante di cavalleria sotto l'imperatore Marco Aurelio Caro (282-283). Con le riforme apportate da Gallieno infatti, era mutata sia la composizione sociale dei comandanti militari e dei loro diretti subalterni, già monopolio aristocratico, che quella degli ufficiali intermedi, un tempo privilegio dell'ordine equestre: dopo il 260 il comando delle legioni e la carica di tribuno militare fu assegnata a ufficiali di carriera spesso di bassa origine sociale. Era ora possibile, anche per un semplice legionario che si distinguesse per abilità e disciplina, scalare i diversi gradi dell'esercito: centurione, protector, dux, fino a ottenere incarichi amministrivi prestigiosi, quale quello di praefectus, comandante militare. Prima del 270, Diocle era entrato nell'esercito romano, secondo una tradizione che vedeva nell'Illirico, gli odierni Balcani, una regione privilegiata di reclutamento dei militari e degli ufficiali di grado inferiore delle legioni romane: d'altra parte, a partire dal III secolo essere un legionario significava, per un appartenente al rango degli humiliores, entrare a far parte della superiore categoria degli honestiores.

Nel 282 - L'imperatore Probo fu rovesciato e ucciso e il prefetto del pretorio, Marco Aurelio Caro è proclamato imperatore. Diocle è nominato domesticos regens, ossia comandante dei protectores domestici, la guardia a cavallo dell'imperatore, e l'anno seguente sarà nominato console suffetto (entrava in carica in sostituzione del console ordinario in caso di morte di questi).

Nel 283 - Diocle prese parte alla spedizione dell'imperatore Caro contro i Sasanidi. I Romani ottennero una facile vittoria sul nemico, in quanto il sovrano sasanide Bahram II era impegnato a sedare una rivolta capeggiata dal fratello Ormisda e da alcuni nobili persiani insorti contro di lui, ma l'imperatore Caro morì improvvisamente (luglio/agosto 283) senza poter consolidare il successo ottenuto a seguito della conquista della capitale persiana Ctesifonte.

Nel 284 - Suo figlio e successore Numeriano, consigliato dal suocero, il prefetto del pretorio Arrio Apro, preferì ricondurre l'esercito romano sulla via del ritorno, 1.200 miglia lungo il fiume Eufrate che percorse con ordine e lentamente: nel marzo 284 si trovavano ad Emesa, in Siria, a novembre ancora in Asia Minore.
Quando l'esercito fece tappa ad Emesa, Numeriano sembra fosse ancora vivo e in buona salute (qui, infatti, promulgò l'unico suo rescritto conservatosi), ma quando lasciò la città, i suoi collaboratori dissero che era affetto da un'infiammazione agli occhi e Numeriano continuò il viaggio in una carrozza chiusa. In prossimità di Nicomedia, Giunti in Bitinia, alcuni soldati sentirono un cattivo odore provenire dalla carrozza; l'aprirono, e vi trovarono il cadavere di Numeriano, che era morto da diversi giorni. I generali e i tribuni romani si riunirono per deliberare sulla successione, e scelsero Diocle come imperatore. Il 20 novembre 284 Diocle fu proclamato imperatore dai suoi colleghi generali su di una collina a 5 km da Nicomedia. Poi, di fronte all'esercito che lo acclamava augusto, il nuovo imperatore giurò di non aver avuto alcuna parte nella morte di Numeriano, e che Apro aveva ucciso l'imperatore e poi tentato di nasconderne la morte; detto questo, Diocle estrasse allora la spada e uccise Apro. È possibile che Diocle sia stato a capo di una congiura dei generali che si liberarono sia di Numeriano, giovane più votato alla poesia che alle armi, che del suocero Apro. Inoltre, storicamente Diocle non intese presentarsi come vendicatore di Numeriano, tanto che fece cancellare il suo nome da molte epigrafi ufficiali, e dal panegirista Claudio Mamertino Diocleziano fu descritto come liberatore «da una crudelissima dominazione».
Diocleziano
Poco dopo la morte di Apro, Diocle mutò il proprio nome nel più latinizzante «Diocleziano». Gaio Aurelio Valerio Diocleziano, nato Diocle (Salona, 22 dicembre 244 - Spalato, 3 dicembre 311), governò dal 20 novembre 284 al 1º maggio 305 col nome imperiale di Cesare Gaio Aurelio Valerio Diocleziano Augusto Iovio. Rimaneva da risolvere la divisione del potere con il fratello maggiore di Numeriano, Carino, che dopo la morte del padre si era rapidamente diretto a Roma e aveva assunto il consolato per la terza volta. Carino, fatto divinizzare Numeriano, dichiarò Diocleziano usurpatore e con il suo esercito si mosse verso Oriente; lungo il percorso, nei pressi di Verona, sconfisse in battaglia e poi uccise il governatore Marco Aurelio Sabino Giuliano, che si era proclamato imperatore. La rivolta di Giuliano (e la sua tragica conclusione) fornirono a Diocleziano il pretesto per presentare Carino come un tiranno crudele e oppressivo. Diocleziano assunse a sua volta il consolato, e scelse Cesonio Basso come collega. Basso proveniva dalla famiglia senatoria campana dei Caesonii, ed era stato già console e proconsole d'Africa per tre volte, una distinzione voluta dall'imperatore Probo. Si trattava dunque di un politico dotato di quell'esperienza degli affari di governo di cui Diocleziano, presumibilmente, difettava. Con la scelta di assumere il consolato (con un collega proveniente dai ranghi del Senato) intendeva rimarcare la sua opposizione al regime di Carino rispetto al quale rifiutava qualsiasi forma di subordinazione, dimostrando altresì la volontà di continuare la collaborazione con l'aristocrazia senatoriale e militare, del cui sostegno necessitava per concretizzare il proprio successo sia al presente (mentre marciava su Roma) che in futuro per consolidarsi al potere.
Nel corso dell'inverno 284/285 Diocleziano attraversò i Balcani diretto a Occidente, intenzionato ad affrontare Carino.

Nel 285 - L'occasione dello scontro risolutivo non tardò ad arrivare: nella primavera del 285, poco prima della fine di maggio, nei pressi del fiume Margus (la Grande Morava) in Moesia. Gli studiosi moderni ritengono di aver individuato il luogo della battaglia del fiume Margus tra il Mons Aureus (Seona, a occidente di Smederevo) e Viminacium, nei pressi della moderna Belgrado, in Serbia. Malgrado Carino disponesse dell'esercito più consistente (avendo quindi, almeno numericamente, maggiori probabilità di vittoria), dispose le proprie legioni in una posizione più sfavorevole rispetto al dispiegamento adottato da Diocleziano che ne approfittò per prevalere sull'avversario. Secondo gli storici antichi, Carino fu ucciso da uno dei suoi ufficiali, di cui aveva sedotto la moglie. Gli storici moderni, invece, ritengono che sia morto a seguito del tradimento perpetrato dal suo prefetto del pretorio e collega nel consolato, Aristobulo, che l'assassinò all'inizio della battaglia, dopo essere passato dalla parte di Diocleziano, ottenendone in compenso la riconferma nelle cariche al momento ricoperte. Al termine della battaglia, Diocleziano, ricevuto un giuramento di fedeltà tanto dalle legioni vincitrici quanto da quelle appena sconfitte, che lo acclamarono Augusto, partì per l'Italia. Insediatosi al potere, Diocleziano, convinto che l'attuale sistema di governo dell'Impero fosse ormai manifestamente inadeguato ad amministrare un territorio largamente esteso e le cui frontiere erano sottoposte alla minacciosa e crescente pressione di popoli ostili (come gli eventi anche recenti avevano ampiamente dimostrato), si risolse a crearne uno nuovo. Con l'avvento di Diocleziano al potere ebbe fine il periodo noto come crisi del terzo secolo, caratterizzato dal punto di vista politico da una fase di torbidi interni (Anarchia militare), protrattasi per quasi un cinquantennio, che vide succedersi un elevato numero di imperatori la cui ascesa e permanenza al potere dipese esclusivamente dalla volontà dell'esercito. Per porre fine a questa instabilità divenuta ormai pericolosa per la sopravvivenza dell'Impero, Diocleziano mise in atto una serie di profonde riforme politiche e amministrative, tra cui risalta, sotto quest'ultimo aspetto, la condivisione dell'Impero tra più colleghi.

Nel 286 - L'Impero Romano, per la prima volta, è diviso fra impero d'Oriente e impero d'Occidente. Ottenuto il potere, nel novembre del 285, Diocleziano nominò suo vice (col titolo di Cesare) un valente ufficiale, Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculio, che pochi mesi più tardi elevò al rango di Augusto (suo pari) il 1º aprile 286: formò così una diarchia, nella quale i due imperatori si dividevano su base geografica il governo dell'Impero e la responsabilità della difesa delle frontiere e della lotta contro gli usurpatori.
Massimiano
Introducendo il nuovo sistema di governo, Diocleziano si attribuì il titolo di Augusto d'Oriente, stabilendo la propria capitale a Nicomedia, e nominò Augusto d'Occidente Massimiano, che scelse come capitale Mediolanum (Milano), più vicina al confine con i territori "caldi" di Roma. Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculio, noto più semplicemente come Massimiano, (Sirmio 250 circa - Massilia luglio 310) fu co-imperatore di Diocleziano, le cui arti politiche erano complementari alle capacità militari di Massimiano. Nel corso del III secolo già altri imperatori, in più di un'occasione, avevano preferito a Roma (resa dalla posizione geografica troppo distante dalle turbolenti frontiere renana e danubiana), quelle città (come Milano) che gli consentissero di raggiungere rapidamente le zone di volta in volta minacciate. Con Diocleziano questo dato di fatto fu in qualche modo istituzionalizzato. Roma restò comunque il riferimento ideale dell'Impero, rimanendo la sede di quelle istituzioni (come il Senato) ridottesi a rivestire un ruolo puramente simbolico a seguito di un secolare processo di erosione delle proprie originarie prerogative. Il potere effettivo era oramai circoscritto all'imperatore e alla cerchia dei suoi più stretti collaboratori (consilium e poi consistorium), nei nuovi centri ammnistrativi dell'Impero (Milano, nella pars Occidentis; Nicomedia e poi Costantinopoli, nella pars Orientis).

Nel 288 - Massimiano fece dei Franchi un regno vassallo, al quale venne affidata la difesa della frontiera contro gli altri Germani; i Germani, così, oltre ad essere arruolati individualmente o a gruppi nei corpi regolari ed ausiliari dell'esercito, cominciano ad entrare al servizio di Roma come federati conservando la loro organizzazione, i loro capi nazionali, la loro lingua e i loro costumi, ciò che li renderà tanto meno assimilabili e tanto più pericolosi alla compagine dell'impero.

Nel 293 - L'Impero Romano si suddivide ulteriormente. Data la crescente difficoltà a contenere le numerose rivolte interne e lungo i confini, nel 293 si procedette a un'ulteriore divisione territoriale, al fine di facilitare le operazioni militari: istituì, quindi, la tetrarchia, un struttura di governo di tipo "quadricefalo" al cui vertice erano collocati due imperatori (col titolo di Augusto) ciascuno a capo dei due territori in cui l'Impero veniva ad essere diviso: Occidente ed Oriente. I due Augusti erano coadiuvati da due Cesari di loro scelta, che esercitavano un controllo quasi diretto sulla metà del territorio governato dal rispettivo Augusto al quale erano destinati a succedere, scegliendo a loro volta un nuovo Cesare.
Carta dell'Impero Romano dal
 293 al 305, ripartito in 4 aree
dall'imperatore Diocleziano
con la tetrarchia: 4 governanti
distinti in 2 Augusti e due
Cesari, loro vice e successori.
Le diocesi sono i raggruppamenti
di province individuate come
aree fiscali per la tassazione.
 La tetrarchia tentò di introdurre un sistema di successione al trono imperiale che evitasse le lotte per la successione. Il sistema tetrarchico ebbe formalmente termine nel 324, quando Costantino I, dopo aver sconfitto Licinio, ponendo fine ad una lunga guerra civile protrattasi dal 306, riunificò nelle proprie mani l'Occidente e l'Oriente romani. Il sistema si rivelò efficace per la stabilità dell'impero e rese possibile agli augusti di celebrare i vicennalia, ossia i vent'anni di regno, come non era più successo dai tempi di Antonino Pio. Tutto il territorio venne ridisegnato dal punto di vista amministrativo, abolendo le regioni augustee con la relativa divisione in "imperiali" e "senatoriali". Vennero create dodici circoscrizioni amministrative (le "diocesi", tre per ognuno dei tetrarchi), rette da vicarii e a loro volta suddivise in 101 province, aumentate di numero. Le varie diocesi furono a loro volta raggruppate in quattro regioni più ampie, denominate prefetture, ciascuna governata da un personaggio di dignità imperiale (prefetto del pretorio). In tal modo, venne a cadere qualsiasi residuo di privilegio dell'Italia, che si trovò completamente equiparata alle altre parti dell'Impero.

- I provvedimenti adottati in campo economico presero atto delle trasformazioni avvenute e permisero di arrestare la crisi: il sistema fiscale fu razionalizzato eliminando antiche esenzioni e privilegi, l'amministrazione civile, a cui venne affidata la riscossione delle imposte, venne riorganizzata, con nuove suddivisioni amministrative, e nettamente separata da quella militare. Le riforme volute da Diocleziano e i successi militari ottenuti, consentirono di ridare pace e sicurezza all'impero, che continuò in Occidente per altri due secoli e ancora per un millennio in Oriente.
Galerio
Diocleziano, augusto d'oriente, nominò Galerio come suo cesare per l'oriente. Proveniente da una modesta famiglia illirica, Galerio salì rapidamente la gerarchia nell'esercito romano fino ad essere notato dall'imperatore Diocleziano, di cui sposò la figlia Valeria e di cui divenne cesare il 1º marzo 293, ricevendo il controllo delle province orientali dell'Impero romano, detenuto in oriente dallo stesso Diocleziano. Nella veste di cesare d'Oriente condusse delle campagne, lungo il limes danubiano, contro Sarmati, Carpi e Bastarni nel 294-296, per poi conseguire una grande e prestigiosa vittoria contro i Sasanidi sul limes orientale, a seguito della quale i Romani ottennero condizioni di pace estremamente favorevoli nel 298. Pagano ed estremamente critico della religione cristiana, approvò, se non addirittura ispirò, la persecuzione dei cristiani decretata nel 303 dal suo superiore Diocleziano. Massimiano fu designato come augusto per l'occidente. Massimiano nominò cesare dell'occidente Flavio Valerio Costanzo, (Illyricum 250 circa - Eboracum 306) passato alla storia come Costanzo Cloro da "chlorus", che significa "pallido", un epiteto datogli dagli storici bizantini.
Costanzo Cloro
Entrato nell'esercito romano, Costanzo Cloro aveva fatto carriera, ricoprendo le cariche di protector sotto gli imperatori Aureliano e Probo, tribunus, e praeses Dalmatiarum (governatore della Dalmazia) sotto l'imperatore Caro.
Aveva avuto un legame con Elena di Bitinia, che gli aveva dato un figlio maschio, Costantino, nato all'inizio degli anni 270. Nel 288 Costanzo era stato prefetto del pretorio, il comandante militare, dell'imperatore Massimiano. All'inizio di quell'anno Massimiano incaricò Costanzo di condurre una campagna contro gli alleati franchi di Carausio, un usurpatore che deteneva il potere sulla Britannia romana, i quali controllavano gli estuari del Reno, impedendo attacchi via mare a Carausio. Costanzo si mosse verso nord attraverso il loro territorio, portando distruzione e diffondendo panico, e raggiunse il Mare del Nord. I Franchi chiesero la pace e con l'accordo conseguente Massimiano rimise al potere il deposto re franco Gennobaude.
Carta dell'impero romano nel
 293, quando Diocleziano
decide di suddividere il potere
 fra 2 Augusti e 2 Cesari, loro
vice e successori: la tetrarchìa.
Essendosi distinto per la sua abilità militare, il 1º marzo 293, a Mediolanum, Massimiano nominò Costanzo proprio cesare, una sorta di vice-imperatore per la parte occidentale dell'impero; lo stesso giorno, o un mese dopo, Diocleziano fece lo stesso con Galerio: era nata la tetrarchia, il "governo a quattro".
A Costanzo, che aveva sposato la figlia di Massimiano, Teodora, vennero assegnate la Gallia e la Britannia e fu fatto capire che avrebbe dovuto avere successo lì dove Massimiano aveva fallito: sconfiggere Carausio, ed entro il 293 espulse le forze di Carausio dalla Gallia settentrionale. Nella prima tetrarchia l'impero fu così diviso in quattro macro-aree:
- a Diocleziano, augusto d'oriente, spettavano le province orientali dell'Egitto con capitale Nicomedia,
- a Galerio, cesare d'oriente, le province balcaniche con capitale Sirmio,
- Massimiano, augusto d'occidente, governava su Italia e Africa settentrionale con capitale Milano (Mediolanum),
- Costanzo Cloro, cesare d'occidente, ebbe in affidamento la Spagna, la Gallia e la Britannia con capitale Treviri (Augusta Treverorum).

Sculture raffiguranti i 4
 tetrarchi
trafugate dai veneziani
 a Costantinopoli
nel 1201 durante
 la IV crociata.
I canoni dell'arte
 classica stanno
mutando in quella
 che sarà
l'arte medievale.
- L'estensione dell'impero e la lunghezza dei confini rendeva inefficace un controllo centrale da Roma; inoltre scarseggiavano le milizie per garantire la sicurezza del "limes", il confine, e si passò quindi ad utilizzare sempre più mercenari proprio da quelle popolazioni, perlopiù Germaniche, che periodicamente effettuavano incursioni nell'impero. Col tempo si assisterà a lotte fra i tetrarchi e fa i loro successori per dominare su tutto l'impero, fino alla supremazia di Costantino, poi detto il Grande. Diocleziano scatena persecuzioni contro i cristiani. Le persecuzioni contro i Cristiani non avevano un fondamento giuridico specifico, l'unico appiglio legale che l'autorità imperiale poteva impugnare era la lesa maestà dei "mores", i costumi dei cristiani che non riconoscevano l'autorità divina all'imperatore, rifiutandosi di offrire incenso all'immagine della sua persona, e per questo accusati poi di ateismo. Nella cultura antica, così come lo scritto era sacro, così l'immagine evocava la presenza fisica del rappresentato. Nei tribunali le immagini  dell'imperatore garantivano la sua presenza e per tali motivi nell'ebraismo erano proibite le raffigurazioni di immagini e idoli: l'Islam stesso adotterà tali provvedimenti e nei secoli sucessivi si scatenerà nell'impero bizantino l'iconoclaustia che provocherà la distruzione delle immagini sacre.

- Molti imperatori romani furono di origine illirica, oltre agli imperatori-soldati (Claudio il Gotico, Aureliano e Marco Aurelio Probo) vi furono Gaio Decio, Diocleziano, Galerio e Costantino il Grande. Diocleziano, quando lasciò il potere, si ritirò nel palatium, il palazzo che fece costruire a Spalato, in Illiria, che da "palatium" prese il nome.

- Nel III secolo inizia anche l'espansione di alcune tribù slave nella Boemia (nome che significa: territorio dei Boi), a danno dei Celti.

Nel 303 - Eusebio di Cesarea scrive la sua "Storia Ecclesiastica" dotata di tavole cronologiche. Vedi anche https://storianet.blogspot.it/2015/03/storia-degli-storici-delloccidente.html. Nello stesso anno inizia (terminando nel 311)  la persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, ultima e una delle più cruente che  Roma abbia subito e che fra l'altro renderà impossibile l'elezione del nuovo vescovo per 4 anni.

Nel 305 - Viene messa alla prova il meccanismo della successione dei tetrarchi: il 1º maggio del 305 Diocleziano e Massimiano abdicarono, ritirandosi il primo a Spalato (da palatium, il palazzo che si era fatto costruire) ed il secondo in Lucania. La seconda tetrarchia prevedeva che i loro rispettivi due cesari diventassero augusti: Galerio per l'Oriente e Costanzo Cloro per l'Occidente, provvedendo questi ultimi a nominare a loro volta i propri successori designati, i nuovi cesari. Fu in questo frangente che Costantino raggiunse il padre in Britannia (alcune fonti vogliono che quella di Costantino sia stata una vera e propria fuga da Nicomedia, dove Galerio avrebbe voluto trattenerlo per garantirsi la fedeltà di Costanzo Cloro) e condusse con lui alcune campagne militari nell'isola.
Massimino Daia da: https://
commons.wikimedia.org/
wiki/File:Daza01_pushkin.jpg
Galerio scelse come cesare dell'oriente Massimino Daia. Gaio Galerio Valerio Massimino Daia (270 circa - 313), nato probabilmente in Dacia intorno al 275, era figlio di una sorella di Galerio. Nel 305, in seguito all'abdicazione degli augusti Diocleziano e Massimiano in favore di Galerio e Costanzo Cloro, fu nominato cesare e suo successore al titolo di augusto da Galerio, insieme all'altro cesare Flavio Severo scelto da Costanzo Cloro. Gli fu assegnato il governo delle province balcaniche. Nel 308 costrinse suo zio Galerio a conferirgli la nomina ad augusto insieme a Costantino. Sappiamo che condusse una campagna militare vittoriosa in Armenia, contro un popolo che in passato si era dimostrato alleato dei Romani, ma che ora abbracciava la religione cristiana, nemica dell'imperatore poiché "estremamente rispettosa della pietà verso Dio". In seguito alla sconfitta di Massenzio da parte di Costantino I, si scontrò nel 313 con Licinio, ma, sconfitto da quest'ultimo nella battaglia di Tzirallum, si ritirò a Tarso dandosi la morte strangolandosi con le sue stesse mani. Uomo ambizioso e ostile ai cristiani, è descritto da Lattanzio come un creatore di scandali e autore di condanne ingiuste. Anche Eusebio di Cesarea ne traccia una pessima descrizione, ma gli studi più recenti tendono a considerare queste opinioni come propaganda diretta a colpire un nemico di Costantino e a ritenere che Massimino non sia stato un sovrano incapace.
Costanzo Cloro scelse come cesare d'occidente Flavio Valerio Severo, più raramente noto come Severo II. Valerio Severo nacque nelle province illiriche da una famiglia di umili origini. Era stato comandante dell'esercito, con un contingente ai suoi ordini ed era amico di Galerio; per sua intercessione fu coinvolto nella seconda tetrarchia. 
Moneta del 305-307 con Flavio
Valerio Severo, da https://
commons.wikimedia.org/wiki/
File:Follis-Flavius_Valerius_
Severus-trier_RIC_650a.jpg#
mediaviewer/File:Follis-Flavius_
Valerius_Severus-trier_RIC_650a.jpg
Nella seconda tetrarchia l'impero fu così diviso fra:
- Galerio, augusto d'oriente,
- Massimino Daia, cesare d'oriente,
- Costanzo Cloro, augusto d'occidente,
- Flavio Valerio Severo, cesare d'occidente.
Poco tempo dopo, lo stesso Costanzo Cloro rinunciò a parte dei suoi territori (Italia e Africa) a vantaggio dello stesso Galerio, il quale si trovò a dover gestire due cesari: Massimino Daia a cui aveva affidato l'Oriente e Flavio Valerio Severo, a cui rimase l'Italia e forse l'Africa, mentre tenne per se stesso l'Illirico. 

Dal 306 - La Guerra civile romana degli anni 306-324 vide lo scatenarsi di un lungo conflitto durato quasi un ventennio tra numerose fazioni di pretendenti al trono imperiale (tra augusti, cesari ed usurpatori) in diverse parti dell'Impero, al termine del quale prevalse su tutti Costantino I, che riuscì a riunire il potere imperiale nelle mani di un solo monarca dopo il periodo della Tetrarchia. Flavio Valerio Aurelio Costantino, conosciuto anche come Costantino il Grande e Costantino I (Naissus, l'odierna Niš, in Serbia, 27 febbraio 274 - Nicomedia, 22 maggio 337), fu imperatore romano dal 306. Era figlio di Costanzo Cloro (imperatore romano nel 305-306) e della sua compagna Elena, moglie o forse concubina, che i cattolici venerano come sant'Elena Imperatrice, forse nata a Drepanum, in Bitinia, nel golfo di Nicomedia (nell'attuale Turchia); suo figlio Costantino rinominò infatti la città in Helenopolis, "città di Elena", in suo onore. Non è noto quando Elena incontrò il suo futuro compagno, Costanzo Cloro. Lo storico Timothy Barnes ha suggerito che l'incontro ebbe luogo quando Costanzo, all'epoca al servizio dell'imperatore Aureliano, era stazionato in Asia minore per la campagna contro il Regno di Palmira.
La testa della colossale
statua di Costantino, nei
musei Capitolini di Roma.
L'arte sta mutando da
classica a medievale.
Costantino aveva una statura imponente, in grado di terrorizzare i suoi coetanei, ed era detto “Trachala” per il suo largo collo. Nel 288 suo padre Costanzo era stato nominato Prefetto del pretorio (cioè comandante militare) delle Gallie da Massimiano, ed ebbe notevoli successi in questo ruolo, tanto da riuscire a sconfiggere Carausio, un usurpatore di origine franca che aveva conquistato il controllo della regione del Reno. Grazie a questi successi nel 293, in base al sistema della Tetrarchia voluta da Diocleziano, Costanzo Cloro viene nominato cesare dall'augusto di Occidente, Massimiano, di cui sposò la figliastra Teodora. Costantino, che aveva 19 anni, venne affidato all'Augusto d'Oriente, il quarantanovenne Diocleziano, che si assicurava così la fedeltà di Costanzo. Costantino fu formato a Nicomedia, presso la corte dell'imperatore, sotto il quale iniziò la carriera militare: prima fu tribuno, viaggiò in Palestina e partecipò alla guerra romano/danubiana contro i Sarmati. Fu ancora con Diocleziano in Egitto nel 296 e quindi combatté sotto Galerio, il cesare d'Oriente, contro i Persiani e i Sarmati. Quando nel 305 Costanzo Cloro divenne augusto dell'occidente, Costantino raggiunse il padre in Britannia (alcune fonti vogliono che quella di Costantino sia stata una vera e propria fuga da Nicomedia, dove Galerio avrebbe voluto trattenerlo per garantirsi la fedeltà di Costanzo Cloro) e condusse con lui alcune campagne militari nell'isola. Il 25 luglio 306, Costanzo Cloro moriva a Eboracum, nei pressi dell'attuale York; le fonti sulle cause della morte di Costanzo sono piuttosto discordi, dall'uccisione in battaglia, morte in seguito alle ferite a misteriosa malattia. L'esercito, guidato dal generale germanico Croco (di origine alamanna), proclamava il figlio illegittimo di Costanzo Cloro, Costantino, nuovo augusto di Gallia e Britannia. Fu un atto d'usurpazione nei confronti di Severo, cesare d'Occidente destinato a diventare augusto, che metteva a repentaglio il meccanismo della tetrarchia ideato da Diocleziano proprio per porre termine all'uso ormai consolidato degli eserciti di proclamare di propria iniziativa gli imperatori. Nel frattempo, a Roma, Massenzio fu proclamato augusto al posto del successore designato, Severo, nei territori precedentemente governati dal padre Massimiano, ossia l'Italia e l'Africa. Galerio intervenne, offrendo a Costantino di riconoscerlo non come augusto ma come cesare e Costantino accettò, fece ritorno a Augusta Treverorum nell'autunno di quello stesso anno, da dove le frontiere della Gallia, che erano tornate ad essere minacciate dalle popolazioni germaniche dei Franchi, sarebbero state meglio controllate. Qui rimase a difendere questo importante tratto di limes per i sei anni successivi, trasferendovi la propria corte imperiale e trasformandola nella propria capitale (di 80.000 abitanti), come risulta anche dall'imponente costruzione dell'Aula palatina, fatta erigere dal padre e completata da Costantino nel 310. Per cui lo schema della terza tetrarchia sarebbe stata: Galerio augusto e Massimino Daia cesare in Oriente, Flavio Valerio Severo augusto e Costantino cesare in Occidente. Severo divenne augusto d'occidente nell'estate del 306 ma il suo potere era limitato dall'usurpazione di Massenzio, figlio di Massimiano, che governava Roma e nominalmente l'Italia e l'Africa. Poi, ritenendo insicuro regnare da solo, poiché era un usurpatore, inviò al padre Massimiano delle vesti imperiali e lo salutò come "Augusto per la seconda volta", offrendogli un governo teoricamente alla pari ma in realtà un ruolo con meno poteri e di rango inferiore.

Nel 307 - Galerio, rifiutandosi di riconoscere Massenzio come augusto, inviò a Roma Severo (che si trovava a Mediolanum, capitale dell'augusto d'occidente) con un esercito, allo scopo di deporlo. Poiché, però, gran parte dei soldati di Severo avevano servito sotto Massimiano, dopo aver accettato denaro da Massenzio, disertarono in massa. Severo fuggì a Ravenna, dove fu assediato da Massimiano (che era corso in soccorso del figlio, Massenzio). La città era molto ben fortificata, cosicché Massimiano offrì delle condizioni per la resa che Severo accettò: fu preso da Massimiano e ucciso. Secondo Zosimo invece, Severo fu catturato in un'imboscata da Massenzio in località tre taverne (tra Spoleto e Terni) e fu impiccato.
Massenzio
Nell'autunno di quell'anno Galerio guidò un secondo esercito contro Massenzio, ma anche questa volta non riuscì a conquistare Roma, e tornò a nord con il proprio esercito praticamente intatto, anche perché si era accorto che i soldati non gli erano fedeli. E mentre Massenzio era occupato a rafforzare le difese di Roma, Massimiano si recò in Gallia per negoziare con Costantino: i due giunsero ad un accordo in base al quale Costantino avrebbe sposato la figlia minore di Massimiano, Fausta, e sarebbe stato elevato al rango di augusto nel dominio secessionista di Massenzio; in cambio Costantino avrebbe confermato l'antica alleanza famigliare tra Massimiano e Costanzo, oltre a sostenere la causa di Massenzio in Italia, ma tenne come punto fermo la sua neutralità nella guerra contro Galerio. L'accordo fu stretto con una doppia cerimonia, tenutasi a Augusta Treverorum nell'estate avanzata del 307, durante la quale Costantino sposò Fausta e fu proclamato augusto (del dominio secessionista di Massenzio) da Massimiano. Massimiano tornò a Roma nell'inverno 307-308, poiché non era riuscito a persuadere Costantino ad inseguire Galerio che si ritirava dall'Italia, pur avendo creato i presupposti per mettere malessere tra il nuovo genero (Costantino) ed il figlio Massenzio, con cui poco dopo entrò egli stesso in contrasto. Massenzio continuò a tenere l'Italia e l'Africa sotto il suo dominio, facendo leva sul malcontento del popolo di Roma e della Guardia pretoriana, che vedevano declinare la propria importanza a vantaggio delle capitali delle province (Treviri capitale della Gallia Belgica, Milano, Nicomedia, Antiochia, terza città dell'impero dopo Roma e Alessandria), anche grazie al possesso della provincia africana che gli consentì inizialmente di assicurare a Roma il vettovagliamento di grano e olio. Per qualche tempo Massenzio cercò di destreggiarsi tra le minacce rappresentate dagli eredi di Diocleziano, richiamando al potere suo padre Massimiano, cercando l'alleanza con Costantino (il cui potere al momento era ancora precario quanto il suo) anche attraverso il matrimonio con la propria sorella Fausta nel 307.

Nel 308 - In primavera, Massimiano sfidò l'autorità del figlio, sforzandosi di alienare a Massenzio le simpatie dei soldati per impadronirsi egli stesso del potere. Davanti ad una assemblea di soldati romani, Massimiano parlò del debole governo, di cui accusò Massenzio, e strappò le vesti imperiali del figlio. Si attendeva che i soldati lo acclamassero, ma questi si schierarono con Massenzio, e Massimiano fu obbligato a lasciare l'Italia. Il 21 aprile 308, nonostante la contrarietà di Galerio, Massenzio si proclamò Augusto legittimo. Sempre nel corso di quell'anno ebbe luogo una secessione africana guidata da Lucio Domizio Alessandro, l'allora viceprefetto del pretorio, che un paio d'anni dopo si alleerà esplicitamente con Costantino). Il peggioramento dei rapporti con Massimiano (che passerà anch'egli dalla parte di Costantino) e la morte del figlio Valerio Romolo nel 309 che privava il suo disegno imperiale di ogni possibilità di continuità dinastica, rappresentano nella vicenda di Massenzio l'inizio della fine. Il ripristino della grandezza di Roma e dei suoi dèi fu al centro del progetto imperiale di Massenzio. Ciò è evidente anche nel programma iconografico della sua monetazione, coniata nelle officine di Roma e di Ostia, ispirato alle grandi leggende di fondazione della Città: la lupa che allatta Romolo e Remo, Marte rappresentato sia come dio guerriero che come padre dei gemelli fondatori. Nella stessa direzione andava il vasto programma edilizio dell'imperatore, che per la brevità del suo regno fu realizzato solo in parte, del quale può essere considerata emblema la grandiosa basilica. Oltre all'avvio della basilica, Massenzio volle la ricostruzione del vicino Tempio di Venere e Roma dell'epoca adrianea, l'ampliamento del Clivus Sacrae Viae, dove innalzò da una parte l'heroon di suo figlio Romolo e la Basilica Nova, e dall'altra la Porticus margaritaria, il restauro e l'innalzamento delle mura di Aureliano, che dotò anche di un fossato. Provvide inoltre a restaurare la via Appia fino a Brindisi e diversi acquedotti. Nella sua tenuta sulla Via Appia edificò una grande villa suburbana, dotata anche di un circo e di un mausoleo. Accanto alla villa fu costruito il mausoleo del figlio defunto. Altra maestosa testimonianza del suo prestigio è nella celebre Villa di Piazza Armerina (Enna), a lui ascritta. Visto che l'anno precedente era morto Severo, l'augusto d'occidente, l'11 novembre 308 si tenne a Carnuntum, sull'alto Danubio, un incontro a cui parteciparono Galerio, che lo organizzò, Massimiano e Diocleziano, richiamato da Galerio.
Sul posto è stata rinvenuta un'iscrizione relativa all'evento:
Moneta del 309 con Costantino
e il Sol invictus
« Al dio Sole invitto Mitra, sostenitore del loro impero, gli Augusti ed i Cesari, Iovii ed Herculii, devotissimi, restaurarono il suo santuario »
In questa occasione venne riorganizzata una quarta tetrarchia di cui Galerio rimaneva l'augusto d'Oriente, Massimiano fu obbligato ad abdicare da tutte le sue cariche, mentre Costantino fu nuovamente degradato a cesare d'Occidente, pur ottenendo il titolo di filius Augustorum, insieme a Massimino Daia, cesare d'Oriente, mentre Licinio, un leale commilitone di Galerio, fu nominato augusto d'Occidente.
Testa della colossale statua
di Licinio, musei Capitolini.
Da: https://commons
.wikimedia.org/wiki/File:Lici
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Licinius-Constantine
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Valerio Liciniano Licinio, talvolta detto Giovio Licinio (265 circa - Tessalonica, 325), è stato imperatore romano dal 308 al 324. Nel 307 era stato inviato come ambasciatore di Galerio, assieme a Pompeo Probo, presso Massenzio, per deporlo, ma l'ambasciata non sortì effetti. Oltre al titolo, Licinio ricevette anche il comando delle province dell'Illirico, Tracia e Pannonia. Al di fuori del quadro della quarta tetrarchia si trovavano Massenzio, che deteneva effettivamente il potere su parte dell'Occidente, e suo padre Massimiano, che sperava di riottenere il potere che aveva perduto.

Nel 309 - Agli inizi di quell'anno, Massimiano tornò alla corte di Costantino in Gallia, l'unica dove fosse ancora ben accetto, ottenendo incarichi militari. Contemporaneamente la morte del figlio di Massenzio, Valerio Romolo, privava Massenzio stesso del suo disegno imperiale e di ogni possibilità di continuità dinastica.

Nel 310 - Massimiano, durante operazioni militari in Gallia, si ribella all'autorità di Costantino, mentre quest'ultimo era impegnato in una campagna contro i Franchi. Massimiano era stato inviato verso sud, ad Arelate (l'attuale Arles in Francia), con parte dell'esercito e il compito di difendere la Gallia meridionale dagli attacchi di Massenzio. Giunto in città, Massimiano annunciò la morte di Costantino e assunse la porpora imperiale ma gran parte dell'esercito rimase leale a Costantino e Massimiano fu obbligato a fuggire. Costantino, che all'annuncio del tradimento (piano rivelato dalla moglie Fausta, figlia dello stesso Massimiano) aveva abbandonato la sua campagna contro i Franchi e si era rapidamente recato in Gallia meridionale, raggiunse il fuggitivo a Massilia (Marsiglia, Francia), città adatta a sostenere un lungo assedio. La sorte volle che alcuni cittadini aprirono le porte della città a Costantino, permettendogli di catturare Massimiano e costringendolo al suicidio. 
Solidus aureo di Costantino
  battuto a gr. 4,54. 
Nella parte occidentale dell'impero, quella di sua competenza, Costantino riforma radicalmente l'economia introducendo il solidus in oro (da cui l'italiano soldo), dopo anni di grande inflazione e svalutazione della moneta, che ormai era coniata con metalli non nobili.

Nel 311 - Galerio cade vittima di una lunga e dolorosa malattia; il suo ultimo atto politico fu l'editto di tolleranza del 30 aprile 311, col quale mise fine alla persecuzione dei cristiani, iniziata con Diocleziano imperatore. Estremo difensore della tetrarchia, la sua morte nel maggio del 311 ne segnò la fine. Alla morte di Galerio, Massimino Daia si impadronì dell'Oriente, lasciando a Licinio l'Illirico. Ora l'impero romano era diviso in quattro parti (Massimino Daia e Licinio in Oriente, Costantino e Massenzio in Occidente) formando la quinta tetrarchia solo di fatto, senza intese comuni. In realtà poco dopo Massimino, Costantino e Licinio si coalizzarono per eliminare il primo dei quattro augusti: Massenzio. Contemporaneamente Massenzio inviava una spedizione militare in Africa, guidata dal prefetto del pretorio, Rufio Volusiano, con lo scopo di porre fine al potere di Lucio Domizio Alessandro. Quest'ultimo dopo essere stato sconfitto ad un primo assalto, fu catturato e strangolato. Massenzio era riuscito così ad ampliare le sue conquiste, che celebrò con un trionfo. Possedeva ora Italia ed Africa.

- Nello stesso anno inizia lo scisma  Donatista, destinato a durare più di un secolo (Milziade scomunicherà Donato due anni dopo), che darà motivo all'Imperatore Costantino di indire  il primo Concilio di ampio respiro in Occidente (quello di Arles).

Nel 312 - Costantino, riunito un grande esercito formato anche da barbari catturati in guerra, oltre a Germani e a popolazioni celtiche e provenienti dalla Britannia, mosse alla volta dell'Italia attraverso le Alpi, forte di 90.000 fanti e 8.000 cavalieri (25.000 complessivi invece per E.Horst), determinato a spodestare Massenzio, che si era proclamato augusto. Lungo la strada, Costantino, lasciò intatte tutte le città che gli aprirono le porte (come Mediolanum) e al contrario assediò tutte quelle che non si arresero in un primo momento, ma evitò ove possibile di distruggerle per raccoglierne il loro consenso una volta vinte, come avvenne a Susa e a Torino. Al contrario Massenzio assediò e distrusse le città che si opposero alla sua avanzata. Dopo aver sconfitto due volte consecutive le armate di Massenzio, prima presso Torino e poi presso Brescia, Costantino pose sotto assedio Verona, dove riuscì a sottomettere la città ed a battere le forze di Massenzio, comandate dal prefetto del Pretorio, Ruricio Pompeiano, che nello scontro perse la vita. Occupata l'intera Italia settentrionale (compresa l'importante città di Aquileia) e non trovando altra resistenza lungo le via Flaminia che portava a Roma, si scontrò con l'esercito di Massenzio poco a nord della Città eterna, prima presso i Saxa Rubra, poi nella decisiva battaglia di Ponte Milvio, il 28 ottobre del 312. Qui Massenzio, pur potendo contare secondo Zosimo su 170.000 fanti e 18.000 cavalieri (tra i quali vi erano 80.000 tra Romani, Italici, Tirreni e 40.000 Africani, oltre ai Siculi, invece di ripararsi dietro le mura che aveva ricostruito, uscì in battaglia incontro al suo avversario, e ne fu sconfitto ed ucciso, gettato nel Tevere dopo essere stato decapitato. Con la morte di Massenzio, tutta l'Italia passò così sotto il controllo di Costantino, mentre la guardia pretoriana ed i castra praetoria di Roma furono soppressi. Durante questa campagna sarebbe avvenuta la celebre e leggendaria apparizione della croce sovrastata dalla scritta “In hoc signo vinces” che avrebbe avvicinato Costantino al cristianesimo. Secondo Eusebio di Cesarea questa apparizione avrebbe avuto luogo nei pressi di Torino.
Raffigurazione di Chi-Rho
In hoc signo vinces” è una frase latina dal significato letterale: "con questo segno vincerai", traduzione del greco Ἐν Τούτῳ Νίκα (letteralmente: "con questo vinci"). La comparsa in cielo di questa scritta accanto a una croce sarebbe uno dei segni prodigiosi che avrebbero preceduto, secondo alcuni, la battaglia di Ponte Milvio. A partire dal Rinascimento, l'episodio compare ampiamente nell'iconografia cristiana. L'episodio, avvenuto nei pressi di Torino, è raccontato soltanto nella “Vita di Costantino” in un'opera del vescovo Eusebio di Cesarea, stretto collaboratore di Costantino dal 325. Egli stesso mostra un certo scetticismo, dichiarando di credervi solo perché l'imperatore stesso glielo aveva riferito sotto giuramento. Secondo il racconto di Eusebio, scritto subito dopo la morte dell'imperatore, Costantino I si orientò verso il monoteismo (senza distinguere se si trattasse del culto del Sol invictus o del cristianesimo) quando ancora si accingeva a venire a Roma per combattere contro Massenzio. Rivoltosi in preghiera alla divinità, poco dopo mezzogiorno fu testimone, lui e il suo esercito, di un evento celeste prodigioso, l'apparizione appunto di un incrocio di luci sopra il sole e della scritta “Εν Τουτῳ Νικα”. Nella notte successiva, gli sarebbe apparso Cristo, ordinandogli di adottare come proprio vessillo il segno che aveva visto in cielo. Nei giorni successivi Costantino avrebbe chiamato dei sacerdoti cristiani per essere istruito sulla loro religione, il cui contenuto non gli era ancora noto. Costantino inoltre avrebbe fatto precedere le proprie truppe dal labaro imperiale con il simbolo cristiano del Chi-rho, detto anche monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP (che sono le prime due lettere greche della parola “ΧΡΙΣΤΟΣ” cioè "Christos") sovrapposte, e sotto queste insegne i soldati sconfissero l'avversario. Poiché Eusebio non specifica il luogo in cui sarebbe avvenuto il fenomeno miracoloso, sono sorte varie leggende che lo hanno collocato in diverse parti d'Italia, da dove Costantino sarebbe passato. Una di queste, che affermava che la croce sarebbe apparsa a Costantino alla vigilia della battaglia di Torino, stagliandosi al disopra del Monte Musinè, ha fatto sì che nel 1901, sulla cima del monte stesso venisse eretta una gigantesca croce sulla quale vi è una piastra con la seguente scritta: IN HOC SIGNO VINCES - A PERPETUO RICORDO DELLA VITTORIA DEL CRISTIANESIMO CONTRO IL PAGANESIMO RIPORTATA IN VIRTÙ DELLA CROCE NELLA VALLE SOTTOSTANTE IN PRINCIPIO DEL SECOLO IV SUA MAESTÀ IL RE VITTORIO EMANUELE III MARCH. MEDICI SEN. DEL REGNO CONT. CARLO E CONT. GIULIA CAYS DI CASELETTE. La vittoria di Costantino su Massenzio era già stata raccontata da Eusebio in un'altra sua opera, la “Storia Ecclesiastica”. La narrazione fu scritta poco dopo i fatti (anche se l'opera fu completata con un altro libro nel decennio successivo), quando Eusebio non aveva ancora conosciuto Costantino. In questa opera manca qualunque evento prodigioso. Eusebio paragona la brutta fine di Massenzio, annegato nel crollo del ponte Milvio, da lui stesso costruito, alla fine del faraone affogato durante l'Esodo del popolo ebraico dall'Egitto e attribuisce la vittoria di Costantino alla protezione divina. La vicenda è trattata anche dallo scrittore cristiano Lattanzio, precettore dei figli di Costantino, nel “De mortibus persecutorum”, opera anch'essa scritta poco dopo i fatti. Egli non menziona alcuna visione prodigiosa, ma riferisce che la notte prima della battaglia, Costantino avrebbe ricevuto in sogno l'ordine di mettere sullo scudo dei propri soldati un segnale celeste divino (coeleste signum dei), senza specificare chi avesse dato quell'ordine né quale simbolo gli fosse stato ordinato di utilizzare. Il segno concretamente utilizzato da Costantino è descritto da Lattanzio in modo poco chiaro: potrebbe trattarsi non di un Chi-rho, ma di uno staurogramma, un simbolo comunque anch'esso interpretabile come cristiano. Lo staurogramma è un monogramma ottenuto sovrapponendo due lettere greche maiuscole, tau (T) e rho (P). Dato che il rho è scritto con un carattere più alto del tau, il simbolo risultante è una croce latina, in cui il braccio verticale superiore è dotato anche dell'occhiello del rho. I primi staurogrammi compaiono in manoscritti dell'anno 200 come abbreviazioni delle quattro lettere "taur" inserite nella parola greca stauros, che indica la croce a cui fu appeso Gesù, o in voci del corrispondente verbo stauroo (crocifiggere). Vi è anche un'interpretazione pagana degli eventi. Costantino avrebbe avuto un sogno o una visione mentre visitava il tempio di Apollo-Grannus a Grand, una località sulla via da Treviri a Lione. Costantino avrebbe visto tre "X" o tre corone d'alloro, promessa di un trentennio di vittorie: “Vidisti enim, credo, Constantine, Apollinem tuum comitante Victoria coronas tibi laureas afferentem quae tricenum singulae ferunt omen annorum”. Si osservi che Apollo era proprio il dio, a cui Ottaviano aveva attribuito il merito della vittoria di Azio. Il panegirico sarebbe stato letto a Treviri nel 310 e descriverebbe una visione che, però, sarebbe da collocarsi verso il 309 o prima, in modo che l'emissione di monete costantiniane dedicate al sole invitto, iniziata appunto in quell'anno, possa esserne interpretata come una conferma. La precisione temporale della previsione (il regno di Costantino, mai sconfitto in battaglia, durò esattamente poco più di trent'anni) induce a sospettare che si tratti di una profezia ex post; da collocarsi quindi in contemporaneità alla Vita di Costantino. La presenza di eventi prodigiosi e la discordanza fra le diverse versioni degli eventi ha portato a conclusioni contrapposte. Alcuni hanno cercato di conciliare Eusebio e Lattanzio, dando origine alla versione tradizionale, più rappresentata nell'iconografia, che colloca la visione celeste nel giorno precedente la battaglia. Altri hanno ipotizzato che la Vita di Costantino non sia opera di Eusebio o comunque sia stata interpolata dalla tradizione ecclesiastica. Altri ancora hanno polemizzato se la profezia cristiana sia stata ricalcata su quella pagana o viceversa. Nel 1948, Fritz Heiland, dello Zeiss Planetarium di Jena, pubblicò una interpretazione della visione di Costantino, come conseguenza di una congiunzione planetaria. Nell'autunno del 312 tre pianeti luminosi, Marte, Saturno e Giove erano allineati fra il Capricorno e il Sagittario. La congiunzione astrale poteva essere interpretata dalle truppe come un presagio sinistro; Costantino si sarebbe inventato la leggenda cristiana per trasformare questo pericolo in un segno celeste di vittoria.
Grande triangolo estivo formato da
Deneb della costellazioni del Cigno,
Altair dell'Aquila e Vega della Lyra.
Lo spettacolo celeste, a cui avrebbe assistito Costantino col suo esercito, può essere ricostruito col computer. All'ora del tramonto (alba e tramonto erano i momenti più significativi secondo gli astrologi romani, così come per i Celti) sarebbe comparsa maestosa allo zenit la Croce del Cigno (una croce capovolta). Proprio sotto di essa si trovava la costellazione dell'Aquila (simbolo di Roma e del suo esercito). Ancora più sotto, in corrispondenza della costellazione del Capricorno, la zona più a sud del cielo boreale, si trovavano allineati i principali pianeti: Venere, Giove, Saturno e Marte, le principali divinità pagane. Poco dopo il tramonto del Sole ( il Sole invictus era un'altra divinità pagana), anche i pianeti tramontarono. Uno scenario, quindi, unico e molto simbolico, che forse potrebbe essere stato interpretato associando in qualche modo ai pianeti una lettera (i pianeti sono quattro, proprio come le parole in hoc signo vinces o come le lettere della parola greca nikà, “vinci”). Va comunque precisato che la traduzione letterale del brano di Eusebio di Cesarea, dal greco al latino, è “in hoc vinces”.  

Nel 313 - In febbraio Licinio si recò a Mediolanum, per incontrare Costantino, divenuto l'unico imperatore della parte occidentale dopo aver sconfitto Massenzio: i due strinsero un'alleanza, rafforzata dal matrimonio di Licinio con la sorella di Costantino, Flavia Giulia Costanza (da cui ebbe nel 315 il figlio Valerio Liciniano Licinio), e promulgarono insieme l'Editto di Milano, che garantisce ampia libertà di culto alle diverse religioni dell'Impero. L'Editto viene difatti a rappresentare nella Chiesa un confine epocale tra l'era della semplicità e della spiritualità evangelica del periodo delle catacombe e quella della graduale acquisizione, almeno da parte della gerarchia, di interessi terreni, materiali e politici, a scapito della  funzione spirituale. Costantino è Imperatore e Pontifex Maximus (titolo a cui non rinunciò mai e di cui in seguito si approprieranno i Papi). Lo Stato  pone termine alle persecuzioni ma  nello stesso tempo tenta di controllare (e spesso vi riesce) la gerarchia sia della Chiesa che delle religioni pagane. Dal 313 il vescovo di Alessandria usa per sé stesso il termine "Papa". Tale titolo, che i vescovi di Roma cominceranno ad usare intorno al 400, sarà per lungo tempo adottato da diversi vescovi e anche da semplici presbiteri. Dopo l'editto di Milano del 313 la diffusione del simbolo della croce si espande ed assume l'aspetto della "crux commissa" (T), o della "croce latina" (†) detta anche "crux immissa", o della croce greca a bracci uguali (+). L'alleanza tra Licinio e Costantino escludeva chiaramente il terzo imperatore, Massimino Daia, che si fece proclamare unico imperatore dalle truppe e mosse dalla Siria verso occidente con un esercito di 70.000 armati, conquistando Bisanzio dopo soli 11 giorni: Licinio lo affrontò e lo sconfisse nella battaglia di Tzirallum il 30 aprile di quell'anno. Massimino Daia, dopo aver provocato una nuova rivolta contro Licinio presso Tarso, qui morì, prevenendo la propria rovina. Restavano ora solo due augustiCostantino per l'Occidente Licinio per l'Oriente. Divenuto unico signore della parte orientale dell'impero, Licinio si rese colpevole della purga che colpì le famiglie dei tetrarchi: per suo ordine vennero uccisi Candidiano, figlio di Galerio, Severiano, figlio di Flavio Severo, e il figlio e la figlia di Massimino, di otto e sette anni. Dichiaratosi cristiano per mossa politica sin dal periodo della sua rivalità con Massimino Daia, cominciò progressivamente ad inimicarsi i seguaci di quella religione, adottando politiche insensatamente ostili a questi, ritenendo, probabilmente non in maniera del tutto infondata, che costoro appoggiassero il suo rivale Costantino. Avviò pertanto una serie di attività persecutorie nei confronti dei cristiani, che lo abbandonarono nella fase decisiva del suo conflitto con Costantino.

Nel 316 - Licinio si scontra con Costantino I: il casus belli fu la nomina a collega di Aurelio Valerio Valente da parte di Licinio, che di fatto mostrava come Licinio non considerasse più Costantino il legittimo signore d'occidente. Costantino vinse però Licinio nella battaglia di Mardia e, con la pace firmata il 1º marzo 317 lo costrinse a cedergli l'Illiria e a condannare a morte Valente. La pace del 317 durò sette anni.

Moneta del 327 con l'imperatore
Costantino e il monogramma di Cristo.
Da: https://it.wikipedia.org/wiki/
Labaro#/media/File:As-Const
antine-XR_RIC_vII_019.jpg
Nel 321 - L'imperatore Costantino, in qualità di Pontefice Massimo, introduce la settimana di sette giorni e decreta come giorno di riposo il dies Solis (il "giorno del Sole", che corrisponde alla nostra domenica). Con l'affermarsi del cristianesimo, gli antichi culti magici e delle religioni tradizionali verranno sempre più officiati di nascosto, al di fuori delle città, nei boschi e nei "pagus", o arroccamenti naturali rupestri. Da qui i termini pagani e paganesimo. Costantino perseguiva probabilmente il proposito di riavvicinare i culti presenti nell'impero, nel quadro di un non troppo definito monoteismo imperiale. Le festività religiose più importanti del cristianesimo e della religione solare furono fatte coincidere. Il giorno natale del Sole e del dio Mitra, il 25 dicembre, divenne anche quello della nascita di Gesù. Le statue del dio Sole erano spesso adornate del simbolo della Croce, ma a Costantinopoli furono eretti anche dei templi pagani. Il ruolo determinante giocato da Costantino nell'ambito della chiesa cristiana (ad esempio tramite la convocazione di concili e il presiederne i lavori) non deve oscurare il fatto che Costantino svolse funzioni analoghe nell'ambito di altri culti. Egli infatti mantenne la carica di pontefice massimo della religione pagana e di tutte le altre religioni; carica che era stata di tutti gli imperatori romani a partire da Augusto. Lo stesso fecero i suoi successori cristiani fino al 375. Nel III secolo la religione pagana si era fortemente trasformata: sulla spinta della insicurezza dei tempi e dell'influsso dei culti di origine orientale, le sue caratteristiche pubbliche e ritualistiche avevano sempre più perso di significato di fronte ad una più intensa e personale spiritualità. Si era andato diffondendo un sincretismo venato di monoteismo e si tendeva a vedere nelle immagini degli dei tradizionali l'espressione di un unico essere divino. Una forma politica a questa aspirazione sincretistica fu data dall'imperatore Aureliano (275), con l'istituzione del culto ufficiale del Sol Invictus ("Sole Invitto"), con elementi del mitraismo e di altri culti solari di origine orientale. Il culto era diffuso nell'esercito, soprattutto nell'occidente, e ad esso non furono estranei né Costanzo Cloro, il padre di Costantino, né Costantino stesso. Costantino fu certamente il primo a comprendere l'importanza della nuova religione cristiana per rafforzare la coesione culturale e politica dell'impero romano. Le monete coniate da Costantino forniscono indirettamente notizie sull'atteggiamento pubblico di Costantino verso i culti religiosi. Quando ancora ricopriva il ruolo di Cesare, alcune emissioni si inserirono nel classico filone della Tetrarchia, con dediche «al Genio del Popolo Romano» ("Gen Pop Romani"), provenienti specialmente dalla zecca di Londinium (Londra). Ancora per alcuni anni dopo la battaglia di Ponte Milvio le zecche orientali (Alessandria, Antiochia, Cyzicus, Nicomedia, ecc.) continuarono a produrre monete dedicate «a Giove salvatore» (Iovi conservatori); nello stesso periodo le monete delle zecche occidentali (Arles, Londra, Lione, Augusta Treverorum, Pavia, ecc) continuarono a coniare monete dedicate «al Sole invitto compagno» e, nel caso della zecca di Pavia, anche «a Marte salvatore» (Marti Conservatori) e «a Marte Protettore della Patria» (Marti Patri Conservatori). L'attributo «compagno» riferito al Sole, che manca in monete analoghe di precedenti imperatori, è singolare e occorre chiedersene il significato. Normalmente viene interpretato come «al compagno (di Costantino), il Sole Invitto»; indicherebbe quindi una indiretta deificazione dell'imperatore stesso. Il vero significato, però, potrebbe anche essere completamente diverso. Nell'età imperiale, infatti, la parola latina comes, oltre che «compagno» indicava un funzionario imperiale e perciò da essa è derivato il titolo nobiliare «conte». Alle orecchie dei cristiani, quindi, questa strana legenda poteva ricordare che il sole non era un dio, ma una potenza subordinata alla divinità suprema. A sua volta l'imperatore si presentava come l'autorità suprema in terra allo stesso modo come il sole lo era in cielo; autorità, però, entrambe subordinate. Questa interpretazione è confermata dall'emissione del 316 (durante la prima guerra civile contro il pagano Licinio), la cui legenda recita: SOLI INVIC COM DN (soli invicto comiti domini), che potrebbe essere tradotto come «al sole invitto compagno del signore», ma che sembra più logico tradurre «al sole invitto, ministro del Signore». Verso il 319 la maggior parte delle zecche sia in oriente che in occidente passarono ad emissioni laiche benaugurali, fra cui per prima quella con la legenda «Liete vittorie al principe perpetuo» (Victoriae laetae prin. perp.). Le monete con simboli cristiani o supposti tali sono rare e costituiscono solo circa l'1% delle tipologie conosciute. La zecca di Pavia (che si chiamava Ticinum) coniò nel 315 un medaglione d'argento in cui il monogramma di Cristo era riprodotto sopra l'elmo piumato dell'imperatore. Solo dopo la vittoria su Licinio compare la tipologia con il labaro imperiale e il monogramma di Cristo, che trafiggono un serpente, simbolo appunto di Licinio, e simultaneamente scompaiono del tutto dalle monete sia le immagini del sole invitto sia la corona radiata, altro simbolo apollineo e solare. Nel 326 appare il diadema, simbolo monarchico di derivazione ellenistica, e poco dopo il sovrano viene raffigurato con lo sguardo rivolto in alto, come nei ritratti ellenistici, a simboleggiare il contatto privilegiato tra l'imperatore e la divinità. La volontà imperiale di presentarsi come un prediletto dal cielo, senza però mettere in chiaro quale fosse la divinità, è definita ambiguità costantiniana e può essere rilevata in molti altri aspetti dell'impero di Costantino. Anche la battaglia di Ponte Milvio, con cui nel 312 Costantino sconfisse Massenzio, diede origine a leggende discordanti che, però, potrebbero risalire tutte a Costantino, sempre attento a presentarsi come prescelto dalla divinità, qualunque essa fosse.

Nel 324 Scontratosi una prima volta in Mesia, ad Adrianopoli, con CostantinoLicinio non riuscì ad approfittare della sua netta superiorità numerica, venendo di lì a poco sconfitto in una battaglia navale nell'Ellesponto da Crispofiglio di Costantino e di Minervina. Minervina (fine III secolo - prima del 307) sposò Costantino quando questi era molto giovane, ed ebbe da lui un figlio, Crispo. Quando Costantino ebbe bisogno di rafforzare i suoi legami con i tetrarchi, sposò Fausta, figlia dell'imperatore Massimiano nel 307, ed è possibile che Minervina fosse in tale occasione ripudiata, ma è più probabile che fosse già morta. Tornando a Licinio, nella battaglia contro Crispo perse le sue migliori unità di soldati, per cui reclutò schiavi e contadini delle terre bitiniche per ingaggiare un'ultima, disperata battaglia contro le truppe veterane di Costantino (la cosiddetta battaglia di Crisopoli, svoltasi presso l'odierna Üsküdar), venendo disastrosamente sconfitto. Tratto prigioniero dinanzi a Costantino venne graziato da questi e inviato a vivere come privato cittadino a Tessalonica; l'anno seguente, però, fu giustiziato per avere complottato una rivolta (nel 325). Costantino rimase così l'unico augusto al potere.

Nel 325 - Con la definitiva sconfitta di Licinio, Costantino è imperatore dell'Impero Romano di nuovo unificato.

Suddivisione in chiese e patriarcati
 nell'impero romano.
Nel 325 - L'imperatore Costantino indice il Concilio di Nicea, dove il cristianesimo adotterà come propria, la tradizione della "Torah" ebraica, conosciuta nella "Bibbia" col nome greco di "Pentateuco", Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio e alcuni Vangeli come liturgia. Il passaggio interessante è che si stabilisce quali sono i "Libri ispirati da Dio". In questo concilio fu fissata la data della Pasqua e furono stabilite regole che definivano l'autorità dei vescovi e spianavano quindi la strada a una concentrazione del potere nelle mani degli ecclesiastici. I vescovi, capi delle comunità cristiane, non pagano tasse all'impero pur incassando le decime, il 10% dei redditi delle loro curie (termine che i Latini usavano per indicare i loro raggruppamenti, le assemblee cittadine). Inoltre i vescovi ebbero la facoltà di esercitare il magistero di giudici nei processi di diritto ordinario. Insediò inoltre il vescovo di Roma nel palazzo del Laterano. Dal 384 il vescovo di Roma, che aveva assunto il titolo di «papa», come d'altra parte il patriarca di Alessandria, rivendicherà il primato del suo patriarcato come continuità del primato dell'apostolo Pietro, sancito da Gesù in Matteo 16:18, che era stato il primo vescovo di Roma.

- Nel Concilio di Nicea prende forma e posizione la nuova Chiesa, che non è più il nome della comunità cristiana, ma un vertice che da una parte gestisce potere psicologicopoliticoeconomico e giudiziario e dall'altra si pone come tramite tra il fedele e la divinità, coronando così gli sforzi di Paolo di Tarso, che aveva minacciato perfino l'apostolo Pietro ad adeguarsi ad una strategia di controllo sulla comunità dei cristiani. L'ebreo Saul di Tarso (S. Paolo), diventerà così, insieme a Pietro, chiamato Simone dei Vangeli, fondante per la Chiesa Cristiana "Cattolica", e cioè "Universale". Il Concilio di Nicea dovrà inoltre costringere i vari rivoli del cristianesimo sotto il controllo del clero, marchiando come eresie quei rivoli che non si sarebbero potuti padroneggiare, come l'Arianesimo di Ario, il Manicheismo di Mani, lo Gnosticismo,  il Nestorianesimo del "monofisismo" poi, ecc. ecc., e tutte le forme di cristianesimo non conformi alla dottrina ufficiale. A Costantino stava a cuore l'unità nell'impero e non la fede religiosa. Come Dio, Gesù poteva venire opportunamente associato al Sole Invitto, come profeta mortale, sarebbe stato più difficile dargli una collocazione. Insomma, l'ortodossia cristiana si prestava a una fusione politicamente auspicabile con la religione ufficiale di Stato e per questo Costantino le diede il suo appoggio. Fu così che, un anno dopo il Concilio di Nicea, sanzionò la confisca e la distruzione di tutte le opere che contestavano i dettami cristiani emersi nel concilio: le opere degli autori pagani che parlavano di Gesù e quelle dei cristiani « eretici »Il capolavoro di Costantino I il Grande, poi fatto Santo, era dunque compiuto: l'Imperatore Romano aveva fondato una Chiesa Romana, in cui si sarebbero trasferiti i poteri Romani. Le dottrine cristologiche dei primi secoli sono insegnamenti teologici e movimenti dei primi secoli dell'era cristiana. Una volta raggiunto un certo grado di consolidamento e istituzionalizzazione, alcune di queste dottrine vennero giudicate eterodosse e considerati eresie dalla maggior parte delle Chiese cristiane e negli scritti dei Padri della Chiesa. Tali discordie erano assai radicate nella comunità cristiana e il Concilio di Nicea del 325 rappresentò un momento importante di questo confronto, essendo stato il primo concilio della cristianità, nato dalla constatazione che il tema cristologico aveva ormai assunto un rilievo politico. Queste dottrine riguardano la definizione della natura di Gesù Cristo, la sua divinità, i suoi rapporti con la tradizione giudaica e con il monoteismo precristiano, tutti punti di un complesso di dottrine che più tardi verranno definite cristologia. I movimenti che sostenevano queste dottrine diedero spesso luogo a organizzazioni ecclesiastiche che, non coincidendo con quelle della maggioranza istituzionalizzata, sono state definite come "chiese scismatiche".

Ecco alcune linee di pensiero che sono state avversate:
L'Arianesimo, il movimento teologico più rilevante del IV secolo. Secondo Ario, sacerdote di Alessandria d'Egitto (256-336), la figura del Padre deve collocarsi in posizione preminente all'interno della Trinità, subordinando così il Figlio al Padre e riducendo la figura di Gesù alla dimensione umana, soltanto in rapporto di somiglianza con quella divina. Ario considera veramente trascendente e "increato" soltanto il Padre, che sarebbe l'unico e vero Dio: quindi Gesù non può essere considerato realmente Dio, anche se - in quanto suo figlio - partecipa alla grazia divina; secondo Ario anche il Verbo (o "Logos") non è vero Dio. Agostino d'Ippona combatté aspramente questa dottrina, condannandola e confutandola in alcune sue opere, tra le quali il "Contra sermonem Arianorum" ed il "Contra Maximinum haereticum episcopum Arianorum". Tra tutte, fu quella di Ario che finì per costituire il pericolo più grave per la dottrina cristiana ortodossa durante il primo millennio della sua storia. Ario era un presbyter (prete) di Alessandria intorno al 318, e morì nel 335. Il suo dissidio con l'ortodossia era semplicissimo, e si basava su un'unica premessa: Gesù era interamente mortale, non era divino in nessun senso, e non era altro che un maestro ispirato. Postulando un unico Dio supremo e onnipotente, un Dio che non si incarnava e non subiva l'umiliazione e la morte a opera delle sue creature, Ario inseriva il cristianesimo in una cornice sostanzialmente giudaica. Può darsi che, risiedendo ad Alessandria, fosse stato influenzato da insegnamenti giudaici diffusi nella città, ad esempio gli insegnamenti degli ebioniti. Nel contempo, il Dio supremo dell'arianesimo esercitava un richiamo immenso sull'Occidente. Via via che il cristianesimo acquisiva un crescente potere secolare, questo Dio diveniva più convincente. I re e i potentati riuscivano a identificarsi con lui più facilmente di quanto fossero disposti a identificarsi con una divinità mite e passiva che aveva subito il martirio senza opporre resistenza e aveva evitato i contatti con il mondo. Benché l'arianesimo venisse condannato al Concilio di Nicea nel 325, Costantino l'aveva sempre avuto in simpatia, e questa simpatia si accentuò verso la fine della sua vita. Quando morì, Costanzo, suo figlio e successore, divenne apertamente ariano; e sotto i suoi auspici si tennero concili che costrinsero all'esilio i capi della Chiesa ortodossa. Nel 360 l'arianesimo aveva soppiantato quasi del tutto il cristianesimo ortodosso. E sebbene venisse di nuovo condannato ufficialmente nel 381, continuò a prosperare e ad acquisire seguaci

Il Donatismo prende il nome da Donato di Case Nere (nel 315 vescovo di Cartagine). Questo movimento nasce e si sviluppa in Africa nel IV secolo e prende le mosse dalla critica nei confronti di quei vescovi che non avevano resistito alle persecuzioni di Diocleziano ed avevano consegnato ai magistrati romani i libri sacri. Secondo i donatisti i sacramenti amministrati da questi sacerdoti non sarebbero validi. Ciò porterebbe a considerare i Sacramenti non efficaci di per sé, ma dipendenti dalla dignità di chi li amministra. Questa dottrina, combattuta aspramente dai Papi e da Sant'Agostino, assunse anche una dimensione rivoluzionaria con rivendicazioni sociali, come la cancellazione dei debiti, il terrorismo nei confronti dei padroni terrieri, ecc. Nacque anche una Chiesa scismatica africana composta per lo più da fanatici che come i primi cristiani desideravano e cercavano il martirio. Addirittura, nell'ansia spasmodica del martirio, i Donatisti arrivarono ad organizzare dei grandi suicidi in massa: buttandosi dai burroni o facendosi bruciare vivi sui roghi. Nel 411, l'imperatore Onorio li dichiarò fuorilegge. Poi, le invasioni dell'Africa cristiana da parte dei Vandali (nel 429) prima e degli Arabi musulmani poi dopo sommersero questa Chiesa. Le opere agostiniane di condanna e di confutazione del Donatismo sono numerose: "Contra Cresconium grammaticum Donatistam", "Contra Gaudentium Donatistarum episcopum", "De baptismo contra Donatistas", "Epistola ad Catholicos contra Donatistas", "Psalmus contra partem Donati", "Post collationem ad Donatistas".

Lo Gnosticismo è un movimento filosofico-religioso, molto articolato, la cui massima diffusione si ebbe tra il II e il IV secolo dell'era cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis (γνῶσις), «conoscenza». Una definizione piuttosto parziale del movimento basata sull'etimologia della parola può essere: "dottrina della salvezza tramite la conoscenza". Mentre il giudaismo sostiene che l'anima raggiunge la salvezza attraverso l'osservanza delle 613 mitzvòt e il cristianesimo sostiene che l'anima raggiunge la salvezza dalla dannazione eterna per Grazia mediante la Fede (Efesini 2,8), per lo gnosticismo invece la salvezza dell'anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata (gnosi) dell'uomo, del mondo e dell'universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità. Gli gnostici erano "persone che sapevano", e la loro conoscenza li costituiva in una classe di esseri superiori, il cui status presente e futuro era sostanzialmente diverso da quello di coloro che, per qualsiasi ragione, non sapevano. Una definizione più completa di gnosticismo potrebbe essere: "nome collettivo indicante un gran numero di sette panteistico - idealistiche fortemente diverse tra loro che sorsero da poco prima dell'Era cristiana al V secolo e che, prendendo in prestito la fraseologia ed alcuni dei dogmi delle principali religioni contemporanee, specialmente del cristianesimo, sostenevano che la materia fosse un deterioramento dello spirito e l'intero universo una depravazione della Divinità, ed insegnavano che il fine ultimo di ogni essere era il superamento della bassezza della materia ed il ritorno allo spirito Genitore; tale ritorno, sostenevano, era stato facilitato dall'apparizione di alcuni Salvatori inviati da Dio." Per quanto insoddisfacente possa sembrare questa definizione, l'oscurità, la molteplicità, e la confusione dei sistemi gnostici permette difficilmente di formularne un'altra. Tratto comune per molte correnti gnostiche è la distinzione che essi operavano tra il vero dio inconoscibile (Primo Eone) e il malvagio Dio minore Yahweh (anche noto come Yaldabaoth, Samael e Demiurgo), di cui gli gnostici disprezzavano pertanto le leggi e l'universo materiale da lui creato per imprigionare le anime degli uomini. Le origini dello gnosticismo sono state per lungo tempo oggetto di controversia e sono tuttora un interessante soggetto di ricerca. Più queste origini vengono studiate, più sembra che le sue radici affondino in epoca precristiana. Mentre in precedenza lo gnosticismo veniva considerato soprattutto una delle eresie del Cristianesimo, ora sembra, in modo inequivocabile, che le prime tracce di sistemi gnostici possono essere trovate già alcuni secoli prima dell'era cristiana. Al quinto Congresso degli Orientalisti (Berlino 1882), Kessler fece notare il collegamento tra gnosis e religione babilonese, non la religione originale della Babilonia, ma la religione sincretistica che si sviluppò dopo la conquista della regione da parte di Ciro il Grande. Sette anni più tardi F.W. Brandt pubblicò il suo "Mandäische Religion" in cui descriveva la religione mandea. In tale opera l'autore dimostrò che questa religione è una forma così chiara di gnosticismo da essere prova che lo gnosticismo è esistito indipendentemente, ed anteriormente al Cristianesimo. Molti studiosi, invece, hanno ricercato la fonte delle teorie gnostiche nel mondo ellenistico e, specialmente, nella città di Alessandria d'Egitto. Nel 1880 Joel cercò di provare che l'origine di tutte le teorie gnostiche risiedeva in Platone. Anche se la tesi su Platone può essere considerata come una forzatura, l'influenza greca sulla nascita e sullo sviluppo dello gnosticismo non può essere negata. In ogni caso, che il pensiero alessandrino abbia avuto qualche influenza almeno nello sviluppo dello gnosticismo cristiano è dimostrato dal fatto che la maggior parte della letteratura gnostica di cui siamo in possesso arriva da fonti egiziane (copte). Anche se le origini dello gnosticismo sono ancora avvolte nell'oscurità, molta luce è stata fatta sulla questione grazie al lavoro combinato di molti studiosi. Lo gnosticismo, a prima vista, può apparire un mero sincretismo di tutti i sistemi religiosi dell'antichità (religioni misteriche, astrologia magica persiana, zoroastrismo, ermetismo, Kabbalah ebraica, filosofie ellenistiche, giudaismo alessandrino, cristianesimo dei primi secoli), ma, in realtà, ha una radice profonda, che ha assimilato in ogni substrato culturale ciò di cui aveva bisogno per la sua vita e per la sua crescita: il motivo portante di questa corrente di pensiero è il pessimismo filosofico e religioso. Gli gnostici, ad onor del vero, presero in prestito quasi completamente la loro terminologia dalle religioni esistenti, ma la usarono solamente per illustrare la loro grande idea del male insito nell'esistenza ed il dovere di fuggirlo con l'aiuto di incantesimi e di un Salvatore sovrumano. Qualunque cosa abbiano preso in prestito dalle altre religioni, sicuramente non fu il pessimismo. Questo pessimismo assoluto, questo piangere l'esistenza dell'intero universo come una corruzione ed una calamità, con una delirante insistente preghiera di essere liberati dal corpo tramite la morte e la speranza che potremmo, attraverso  delle parole magiche, se solo le conoscessimo, sopprimere gli effetti del corso di questa "maledetta" esistenza, sono il fondamento di ogni pensiero gnostico. Quando Ciro il Grande entrò a Babilonia nel 539 a.C., si incontrarono due grandi scuole di pensiero e iniziò il sincretismo religioso. Il pensiero persiano cominciò a mescolarsi con l'antica civiltà babilonese. L'idea della lotta titanica tra bene e male, che pervade l'universo in eterno, è l'idea da cui deriva il Mazdeismo, o dualismo persiano. Questo, e l'immaginata esistenza di innumerevoli spiriti intermedi, angeli e demoni, fu la spinta che fece superare le idee del Semitismo. D'altra parte la fiducia incrollabile nell'astrologia e la convinzione che il sistema planetario aveva un'influenza totale sugli affari di questo mondo si sviluppò  proprio tra i Caldei. La grandezza dei Sette (la Luna, Mercurio, Venere, Marte, il Sole, Giove, e Saturno), il sacro Hebdomad, (Settenato, potere dei Sette pianeti, da cui "settimana") simboleggiato per millenni dalle torri di Babilonia, non fu sminuito. In verità, essi cessarono di essere adorati come divinità, ma rimasero come arconti e dynameis, regole e poteri, la cui forza quasi irresistibile contrastava l'uomo. Furono trasformati da dei a devas, spiriti cattivi. La religione degli invasori e quella degli invasi si fusero in un compromesso: ogni anima, nella sua ascesa verso il buon Dio e la luce infinita dell'Ogdoad, doveva combattere contro l'avversa influenza del dio o degli dei dell'Hebdomad. Questa ascesa dell'anima attraverso le sfere planetarie fino al paradiso cominciò ad essere concepita come una lotta con poteri avversi, e divenne la prima e predominante linea dello gnosticismo. La seconda grande linea del pensiero gnostico fu la magia, il potere ex opere operato di nomi, suoni, gesti ed azioni. Queste formule magiche, che provocavano risate e disgusto ai non iniziati, non sono corruzioni più tarde della filosofia gnostica, ma una parte essenziale dello gnosticismo e furono osservate in tutte le forme di gnosticismo cristiano. Nessuna gnosis era completa senza la conoscenza delle formule che, una volta pronunciate, permettevano l'annullamento dei poteri ostili. Lo gnosticismo entrò in contatto col giudaismo abbastanza presto. Considerando le forti, ben organizzate ed estremamente colte colonie ebree nella valle dell'Eufrate, questo primo contatto col giudaismo è perfettamente naturale. Forse l'idea gnostica di un Redentore deriva proprio dalle speranze Messianiche ebree. Ma, fin dall'inizio, la concezione gnostica del Salvatore è più sovrumana di quella del giudaismo; il loro Manda d'Haye, o Soter, è una manifestazione immediata della Divinità, un Re della Luce, un Æon (Eone). Quando lo gnosticismo entrò in contatto con il Cristianesimo, il che dovrebbe essere accaduto quasi immediatamente, esso si gettò con una strana rapidità sulle forme di pensiero cristiane, prese in prestito la sua terminologia, riconobbe Gesù come Salvatore del mondo, simulò i suoi sacramenti, pretese di essere una rivelazione esoterica di Cristo e dei Suoi Apostoli, sommerse il mondo con Vangeli apocrifi, Atti ed Apocalissi, per provare le sue tesi. Man mano che il Cristianesimo si sviluppava, lo gnosticismo cercava di spacciarsi per l'unica vera forma di Cristianesimo, non idoneo per la volgare folla, ma sviluppato per i dotati e gli eletti. Per tale motivo i primi Padri dedicarono tutte le loro energie a combatterlo. Sebbene lo spirito dello gnosticismo è del tutto alieno rispetto a quello del Cristianesimo, sembrava a coloro che lo guardavano superficialmente solo una modifica o addirittura un raffinamento di quello cristiano. La gnosi ebbe come centri di maggiore fioritura soprattutto Alessandria d'Egitto e Roma. Un particolare impulso ebbe, negli ultimi secoli, in Siria ed in Egitto, grazie alla sua diffusione in ambienti monastici, attraverso le numerose correnti ascetiche. Lo gnosticismo, comunque, ebbe i suoi rappresentanti più noti nei primi secoli dopo Cristo, con prominenti insegnanti come Marcione, Valentino e Basilide. Altri gnostici noti furono Cerinto, Carpocrate e Simon Mago con tutta la sua scuola. Anche quando la corrente principale e centralizzata della Chiesa Cattolica Romana divenne il corpo cristiano dominante e iniziò a sopprimere le idee cristiane alternative e il paganesimo, lo gnosticismo non svanì senza lasciar traccia, anche se Sant'Ireneo di Lione, Tertulliano e San Giustino Martire rimasero le uniche fonti di conoscenza fino al 1945, anno in cui furono scoperte nei pressi del villaggio di al-Qasr 44 opere gnostiche. Una delle conclusioni che si ricavano da Sant'Ireneo di Lione, dove per la prima volta appare il termine «gnostico», è che esistono tanti tipi di gnosticismo quante le persone che lo proclamano con una certa autorità. Le idee gnostiche continuarono a riaffiorare a intervalli regolari, come dimostra l'apparizione di movimenti quali i Catari, i Bogomili e i Pauliciani. Non si rilevano continuità tra lo gnosticismo e l'eresia catara medievale, sebbene ci siano notevoli affinità. Allo stesso modo i gruppi neo-gnostici del XIX secolo non possono vantare alcuna continuità con lo gnosticismo delle origini, tanto che spesso modificano, più o meno consapevolmente, le dottrine originarie. Ma esiste anche una setta di gnostici, che, isolandosi geograficamente, è giunta fino a noi in forma molto pura: i Mandei dell'Iraq meridionale. Infine da segnalare come lo gnosticismo, seppure permeato apparentemente di ideologie di numerose religioni, assomigli come concezioni di base ai Veda dell'antica India. Il parallelo più evidente sta nel nome, infatti la parola "Veda" sta per "Conoscenza", proprio come la parola "gnosi". Le cosiddette "parole magiche", all'interno della cultura vedica, descritta dai profani come "induismo", sono rappresentati da mantra espressi in lingua sanscrita, una lingua particolarmente profonda e dal forte potere vibrazionale. La cultura vedica ha origine migliaia di anni fa e la sua prima comparsa nella storia avviene quando i popoli Arii occuparono parte dell'India, trasmettendogli queste culture indoeuropee. Tale cultura considera anch'essa il corpo come una prigione di cui liberarsi per spezzare il ciclo del Samsara (ciclo nascite e morti) e raggiungere il Moksha (ascensione al piano trascendentale) attraverso la realizzazione spirituale. Tale raggiungimento è possibile tramite regole di buon comportamento, chiamate principi regolatori, descritti molto bene dall'Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna, e l'utilizzo di numerose pratiche tra cui anche particolari mantra, capaci, sempre secondo la cultura vedica, di ripulire il corpo grossolano (corpo fisico) e quello sottile (mente e intelligenza) attraverso la recitazione e l'ascolto di vibrazioni vocali particolari. Tutte queste pratiche devozionali sono volte a pregare l'Unico Dio affinché li liberi dalla miserevole condizione di esseri incarnati nella materia. Tramite questa analisi è interessante vedere come nella storia si siano susseguite, a intervalli, numerose tradizioni che avevano questo tipo di concezione di cui l'esempio più eclatante è forse quello dei Catari, anche loro influenzati pesantemente dallo gnosticismo. Nel 1208 contro di loro, definiti dai cattolici come "buoni cristiani" ma definiti dalla Chiesa cattolica come eretici, fu indetta da Innocenzo III la crociata contro gli albigesi, scontro che assunse i contorni dell'olocausto che terminò solo nel 1244, con la caduta della roccaforte catara di Montsegur. Benché la rilevanza del pensiero gnostico cominci a declinare a partire dal IV secolo, esistono tuttavia tracce della persistenza di tali concezioni nella storia del pensiero religioso e filosofico occidentale fino ai giorni nostri. Già nel Medioevo, comunità come quelle dei manichei, degli albigesi, e dei bogomili, abbracciarono le concezioni dualistiche sviluppate dallo gnosticismo, così come nel caso dei Mandei, una comunità religiosa tuttora attiva in Iraq e Iran, i caratteri gnostici sono molto evidenti. Più tardi ripresero il modello gnostico l'alchimia e l'astrologia rinascimentale, scienze esoteriche che si nutrivano delle pubblicazioni di letterati come Marsilio Ficino (1433 - 1499), che nel 1463 tradusse il Corpus Hermeticum, una raccolta di scritti sapienziali di epoca ellenistica, attribuiti a Ermes Trismegisto. In epoca contemporanea, a fianco di movimenti elitari che si richiamano alle correnti gnostiche del passato, non mancano tentativi di identificare caratteri gnostici in correnti di pensiero moderne: così nel nichilismo ed esistenzialismo con la mancanza di significato dell'esistenza terrena. Occorre precisare che lo gnosticismo, come filone di pensiero, attraversa tutta la storia della filosofia e che riemerge periodicamente con movimenti di pensiero, ortodossi ed eterodossi (secondo la Chiesa ufficiale). L'Ottocento, in particolare, vede la nascita di diversi movimenti di tipo religioso o parareligioso che si richiamano dichiaratamente allo gnosticismo antico. Fra essi, a puro titolo di esempio, la teosofia. La scoperta, nel 1945 dei Codici di Nag Hammadi ha dato nuova forza a molti di questi movimenti, con diversi filoni di pensiero. Carl Gustav Jung studiò a lungo il pensiero gnostico, affiancando ad esso le sue conoscenze di psicologia. È possibile riscontrare tracce delle dottrine gnostiche in opere letterarie contemporanee.

Il Manicheismo è la religione fondata in Persia da Mani (215-277), predicatore e teologo nato nel regno dei Parti e vissuto nell'Impero sasanide, nel tentativo di fondare una religione universale che fondesse caratteristiche dello Zoroastrismo con il Cristianesimo (probabilmente con influenze di seguaci di Marcione e Bardesane) e del Buddismo che egli aveva conosciuto durante un viaggio in India. Il Manicheismo è una religione radicalmente dualista: due princìpi, la Luce e le Tenebre, coevi, indipendenti e contrapposti che influiscono in ogni aspetto dell'esistenza e della condotta umana. Altre caratteristiche rilevanti sono:
- originale e coerente universalismo,
- pacifismo e vita povera e missionaria dei suoi adepti,
- scrittura e arte del libro fondamentali per il patrimonio delle Sacre Scritture redatte da Mani stesso,
- sigillo dei Profeti: la rivelazione di Mani vista come conclusione delle profezie redentrici (non legislative come Mosè) da Adamo a Noè e soprattutto Zoroastro, Buddha e Gesù,
- doppia morale: rigida e inflessibile quella dei religiosi, più tollerante quella dei laici. Il Manicheismo fonde in modo originale elementi cristiani di derivazione giudaico-cristiana (Elcasaiti) e gnostica in particolare di Bardesane e di Marcione assieme ad una riformulazione del dualismo zoroastriano ed elementi della morale e dell'organizzazione buddisti. Essa si diffuse molto rapidamente nell'Impero sasanide e, grazie allo spirito missionario dei suoi seguaci, si diffuse sia in occidente nell'Impero Romano a cominciare dalla Siria e l'Egitto per diffondersi a Roma, nel Nord Africa e poi in tutto l'Impero che ad Oriente nelle regioni dell'Asia centrale popolate da tribù turche, fino all'India, alla Cina e la Siberia. Trovò raramente supporto e tolleranza dai governi e fu frequentemente e duramente perseguitato in ogni dove dai governi e dalle altre religioni. In Occidente scomparve verso il V secolo, nel Medio oriente verso il X secolo, mentre sopravvisse più a lungo in Estremo Oriente (XIV secolo) anche per la capacità di adattarsi e di mascherarsi alle credenze locali. In occidente le leggi contro i Manichei furono utilizzate per secoli per combattere eresie cristiane basate su un dualismo di origine gnostica (Manichei medievali). Dal punto di vista dottrinale il manicheismo può essere considerato una forma di gnosticismo dualistico, che contrappone su uno stesso piano il Male (le Tenebre, il Diavolo) e il Bene (la Luce, Dio): il dio venerato dalle religioni sarebbe in realtà un demonio, mentre il vero dio sarebbe un deus absconditus, un dio nascosto. In campo etico il manicheismo prevede un ascetismo molto rigoroso sia dal punto di vista sessuale che alimentare, arrivando a proibire il matrimonio e l'uso di determinate bevande. La chiesa manichea è composta dai "perfetti" (gli asceti, che costituiscono la vera e propria Chiesa) e dagli "imperfetti" (uditori o catecumeni). Questa dottrina ha suscitato grande interesse anche fra molti intellettuali, a partire da Agostino di Ippona, che però in seguito ne divenne il più acerrimo nemico, scrivendo ben dieci opere contro tale dottrina, tra le quali Contra Faustum Manichaeum, Contra Secundinum Manichaeum, De duabus animabus contra Manichaeos, De Genesi contra Manicheos e De natura boni contra Manichaeos; uniche fonti sulla religione di Mani fino a metà XIX secolo. Subito osteggiata dagli Imperatori Romani e Persiani ebbe breve diffusione in Occidente, ma sopravvisse per secoli in Asia Centrale e Cina. In seguito il termine Manicheismo fu utilizzato per indicare posizioni cristiane dualiste (collegabili a quelle di Marcione) diffuse nell'alto e basso medioevo (vedi Manichei medievali) come, tra gli altri, i Bogomili ed i Catari.

Il Marcionismo. Fu Marcione (85-160), vescovo nato a Sinope sul Mar Nero, il fondatore di questa dottrina; alcuni Padri della Chiesa (Epifanio di Salamina ad esempio) indicano in Cerinto un suo maestro.
La Chiesa marcionita era probabilmente ben organizzata con un clero ("i perfetti") accuratamente preparati e che conducevano una vita contemporaneamente attiva e duramente ascetica, tanto che sopravvisse per secoli e probabilmente continuò in vari movimenti tardi, come Bogomili e Catari (vedi Manichei medievali). La sua dottrina si basava sulla contrapposizione, di cui parla anche l'apostolo Paolo nei suoi insegnamenti, fra Antico Testamento e Nuovo Testamento: al "dio giusto" della Bibbia ed in particolare della Genesi (o Torà) si contrappone il "dio buono" (il "dio sconosciuto") che ha inviato suo figlio Gesù per la salvezza di tutti. Marcione da alla sua Chiesa una impostazione evangelica (valgono solo i testi sacri e non la tradizione) e lontana dalla tradizione giudaica. 

Nel 326 - Iniziano i lavori per la costruzione della nuova capitale Nova Roma (Nuova Roma) sul sito dell'antica città di Bisanzio, fornendola di un senato e di uffici pubblici simili a quelli di Roma. Il luogo venne scelto come capitale nel 324 per le sue qualità difensive e per la vicinanza ai minacciati confini orientali e danubiani. Inoltre, particolare non secondario, consentiva a Costantino di sottrarsi all'influenza invadente, arrogante ed irritante, degli aristocratici presenti nel senato romano. La città venne inaugurata nel 330 e prese presto il nome di Costantinopoli. Rispetto alla vecchia città, la nuova era quattro volte più vasta: dove c'era un'antica porta Costantino pose un foro circolare, inoltre spostò le sue mura più ad occidente di 15 stadi. La città (oggi Istanbul, nome che appare ufficialmente dal 1930 e che deriva dal greco “isten polis”, cioè "quella è la città") resterà poi fino al 1453 la capitale dell'Impero romano d'Oriente, chiamato dai latini impero bizantino.
Aquila bicipite o a due teste, antico
emblema dell'impero romano con
Costantino imperatore, da https:/
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/teorici-del-complotto/LHy3MaErUaY
L'aquila bicipite è, in araldica, l'aquila con due teste separate fin dal collo e rivolte una verso destra ed una verso sinistra. Generalmente la si pone nel capo d'oro, detto capo dell'Impero. Infatti l'aquila bicipite identifica l'unione di due imperi. L'aquila bicipite fu adottata come stemma imperiale per la prima volta dall'imperatore romano Costantino I, detto il Grande, e rimase poi come stemma nell'Impero romano d'oriente fino all'ultima dinastia di imperatori bizantini: quella dei Paleologi. Oggi, la Chiesa ortodossa greca usa l'aquila bicipite come eredità dei bizantini. Lo stesso stemma fu poi usato dagli Arsacidi, re d'Armenia, e più avanti dagli Asburgo, imperatori d'Austria, e dai Romanov, zar di tutte le Russie. Anche i re di Serbia, i principi di Montenegro, e l'eroe albanese della resistenza contro i turchi ottomani, Giorgio Castriota Scanderbeg, adottò l'aquila bicipite come emblema. L'aquila bicipite fu adottata anche in Oriente, per il regno di Mysore nell'India. Secondo alcuni autori una testa rappresenta l'Occidente e l'altra l'Oriente, in particolare le due metà dell'Impero bizantino, una in Europa e una in Asia.

- Nel 326, nonostante le promesse fatte a sua sorella che ne era la moglie, Costantino fa uccidere Licinio.

Nel 327 - Periodo caratterizzato da una serie di uccisioni. Dopo quella del suo antico alleato e rivale Licinio nel 326, l'anno seguente Costantino fece uccidere a Pola il suo figlio primogenito, Crispo, la cui madre era stata Minervina, la prima moglie di Costantino. La leggenda vuole che Crispo sia stato eliminato in seguito all'accusa di Fausta, sorella di Massenzio e moglie di Costantino, di averla insidiata. Poi anche l'imperatrice venne uccisa (venne affogata nel bagno) quando Costantino riconobbe l'innocenza del figlio: probabilmente Fausta voleva assicurarsi l'eliminazione dei rivali dei propri figli come successori di Costantino. Venne ucciso inoltre Liciniano, figlio della sorella di Costantino, Costanza, e di Licinio.

Nel 330 - "Nuova Roma", chiamata poi, col tempo, Costantinopoli (che significa città di Costantino), è la capitale dell'Impero Romano, e il suo vescovo inizia a pretendere prerogative primaziali. Costantino, adoratore del "Sole Invincibile", pare che si sia convertito al cristianesimo solo sul letto di morte, per potere perpetrare tutti quelli che dai cristiani sono visti come "peccati mortali", fra cui l'omicidio del co-imperatore Licinio, i Fausta, la sua seconda moglie, del suo figlio primogenito Crespo ecc., anche se Costantino è considerato santo e "simile agli apostoli" dalla Chiesa ortodossa, da alcune Chiese orientali antiche e in alcune località oggi romano-cattoliche di rito latino, come Sedilo in Sardegna.
Pianta dell'antica Costantinopoli.
La sua grande opera sarà quella di trasferire nella religione cristiana la continuità dell'impero romano: i vescovi, capi delle comunità cristiane, inizialmente non pagano tasse all'impero, per poi incassare le decime, il 10% sui redditi delle loro curie (termine che i Latini usavano per indicare i loro raggruppamenti). Inoltre i vescovi ebbero la facoltà di giudicare nei processi  di diritto ordinario. In alternativa all'opinione tradizionale, secondo cui Costantino si sarebbe convertito al cristianesimo poco prima della battaglia di Ponte Milvio, è stata, invece, asserita una sua costante adesione al culto solare, mettendo in dubbio perfino il battesimo in punto di morte. Secondo altri, poi, la religione sarebbe stata per Costantino un puro e semplice strumento per regnare. Lo storico svizzero Jacob Burckhardt, per esempio, afferma: «Nel caso di un uomo geniale, al quale l'ambizione e la sete di dominio non concedono un'ora di tregua, non si può parlare di cristianesimo o paganesimo, di religiosità o irreligiosità consapevoli: un uomo simile è essenzialmente areligioso, e lo sarebbe anche se egli immaginasse di far parte integrante di una comunità religiosa». Secondo altri ancora poi, occorre distinguere fra convinzioni private e comportamento pubblico, vincolato dalla necessità di conservare il consenso delle proprie truppe (se non dei propri sudditi), qualunque ne fosse l'orientamento religioso. Da questo punto di vista è utile distinguere fra il comportamento di Costantino antecedente e quello successivo alla battaglia di Crisopoli, grazie alla quale conseguì il dominio assoluto sull'impero. Che Costantino si sia progressivamente avvicinato al cristianesimo sono comunque d'accordo molti conoscitori di quell'epoca. Tra costoro il grande archeologo e storico Paul Veyne, di estrazione marxista, sostiene con sicurezza l'autenticità della conversione di Costantino, ricordando, con J.B. Bury, che la sua «rivoluzione [...] fu forse l'atto più audace mai compiuto da un autocrate in ispregio alla grande maggioranza dei suoi sudditi». E ciò in considerazione del fatto che la popolazione cristiana era circa il 10% del totale nel futuro Impero Romano d'Occidente. È comunque assolutamente fuori di dubbio la sincerità costantiniana nella ricerca dell'unità e concordia della Chiesa, la cui necessità derivava da un preciso disegno politico che considerava l'unità del mondo cristiano condizione indispensabile alla stabilità della potenza imperiale. Costantino infatti interpretava in senso cristiano l'antico tema, caro alla Roma imperale pagana, della pax deorum, nel senso che la forza dell'impero non derivava semplicemente dalle azioni di un principe illuminato, da una saggia amministrazione e dall'efficienza di un ben strutturato e disciplinato esercito, ma direttamente dalla benevolenza di Dio. Mentre però, nella religione romana, vi era un diretto rapporto tra il potere imperiale e le divinità, l'imperatore cristiano non poteva ignorare la Chiesa, un'istituzione che, tramite i suoi vescovi, era l'unica mediatrice della fonte divina del potere, e Costantino non poteva fare a meno di essere coinvolto nelle lotte teologiche della Chiesa. Su una tale base ideologica, questa ricerca dell'unità e della concordia dei cristiani comportava quindi anche interventi molto duri nei confronti di coloro che lo stesso imperatore considerava eretici, che erano trattati come, se non più duramente, dei pagani. I conflitti teologici si trovarono dunque ad avere una ricaduta politica, mentre d'altra parte le sorti interne dell'Impero erano sempre più dipendenti dai risultati delle lotte teologiche; gli stessi vescovi, infatti, sollecitavano continuamente l'intervento dell'imperatore per la corretta applicazione delle decisioni dei concili, per la convocazione dei sinodi e anche per la definizione di controversie teologiche: ogni successo di una fazione comportava la deposizione e l'esilio dei capi della fazione opposta, con i metodi tipici della lotta politica.

Nel 331 - Eusebio di Cesarea, nel libro “Sulla vita di Costantino”, afferma che nell’anno 331 d.C. Costantino gli chiese personalmente 50 copie della Bibbia cristiana per le chiese che stava facendo costruire a Costantinopoli, come dimostrano i manoscritti biblici risalenti proprio a quel periodo: il codice Sinaitico e il codice Vaticano. Questo fu uno dei fattori decisivi nell'intera storia del cristianesimo, e offrì un'occasione senza precedenti per l'affermazione dell'ortodossia cristiana, poiché nel 303, un quarto di secolo prima, l'imperatore pagano Diocleziano aveva ordinato di distruggere tutti gli scritti cristiani che era possibile trovare. Quindi i documenti cristiani, soprattutto a Roma, erano quasi spariti. Quando Costantino commissionò nuove versioni di questi documenti, permise ai custodi dell'ortodossia di revisionare, modificare e riscrivere il materiale come ritenevano più opportuno, secondo i loro obiettivi, più legati alla gestione del potere che ad una gestione dell'aldilà. Fu a questo punto che vennero apportate probabilmente quasi tutte le alterazioni decisive al Nuovo Testamento, e Gesù assunse la posizione eccezionale che ha avuto da allora. Non si deve sottovalutare l'importanza della commissione costantiniana: delle cinquemila versioni manoscritte più antiche del Nuovo Testamento, nessuna è anteriore al IV secolo. Il Nuovo Testamento nella sua forma attuale, è sostanzialmente il prodotto dei revisori e degli scrittori del IV secolo: custodi dell'ortodossia, con precisi interessi da difendere. C'è la possibilità, tuttavia, che ne vengano scoperti altri. Nel 1976 un cospicuo numero di antichi manoscritti fu scoperto nel monastero di Santa Caterina sul monte Sinai. Il ritrovamento venne tenuto segreto per circa due anni, prima che nel 1978 ne avesse notizia un giornale tedesco. Vi sono migliaia di frammenti, alcuni dei quali anteriori al 300 d.C., incluse otto pagine mancanti nel Codex Sinaiticus custodito nel British Museum. I monaci che conservano il materiale hanno accordato accesso soltanto a uno o due studiosi greci. Cfr. « International Herald Tribune » del 27 aprile 1978, oltre, naturalmente alle scoperte archeologiche delle grotte del Mar Morto, i Manoscritti di Qumran e il ritrovamento degli scritti di Nag Hammâdi.
Codice sinaitico.
Il Codice Sinaitico o Codex Sinaiticus (Londra, British Museum, Libr., Add. 43725) è un manoscritto in greco onciale (cioè maiuscolo) datato tra il 330 e il 350 d.C. Originariamente conteneva l'intero Antico Testamento nella versione greca della Settanta, l'intero Nuovo Testamento, e altri scritti cristiani (Lettera di Barnaba, Pastore di Erma). L'onciale è un'antica scrittura maiuscola usata dal III all'VIII secolo nei manoscritti dagli amanuensi latini e bizantini; in onciale sono scritti anche altri due codici biblici tra i più antichi: il Codex Vaticanus (IV secolo) ed il Codex Alexandrinus (V secolo).
Una pagina del codice sinaitico.
Nella sua forma attuale, il codice consta di 346½ fogli di pergamena, scritti su quattro colonne; di questi, 199 appartengono all'Antico Testamento, 147½ al Nuovo Testamento più la Lettera di Barnaba e il Pastore di Erma, due antichi scritti cristiani, presenti però in forma mutila. Circa l'Antico Testamento, il manoscritto ha subito varie mutilazioni, specialmente nei libri da Genesi ad Esdra. Ciò che rimane è costituito da frammenti di Genesi 23-24; Numeri 5-7; 1 Cronache 9, 27-19,17; Esdra 9,9-10,44; Lamentazioni 1,1-2,20. Integri sono invece i libri di Nehemia, Ester, Gioele, Abdia, Giona, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, Isaia, Geremia. Il manoscritto contiene anche i testi deuterocanonici di Tobia, Giuditta, 1 Maccabei e l'apocrifo 4 Maccabei (mentre il codice non ha mai contenuto 2 e 3 Maccabei). L'ordine dei libri del Nuovo Testamento è vangeli, lettere paoline, Atti, lettere cattoliche, Apocalisse. Il testo del "Codice Sinaitico" in generale assomiglia molto a quello del "Codex Vaticanus". Nell'Antico Testamento il testo del Sinaitico è più simile a quello del "Codex Alexandrinus". Le origini del "Codex Sinaiticus" sono poco conosciute, si è ipotizzato che sia stato scritto in Egitto. Qualcuno lo ha associato alle 50 copie della Bibbia commissionate dall'imperatore romano Costantino I. Uno studio paleografico compiuto sul testo nel 1.938 al British Museum ha mostrato che il testo è stato oggetto di molte correzioni.
Correzioni aggiunte nel codice
sinaitico.
Le prime risalgono a un periodo immediatamente successivo alla sua stesura, nel IV secolo. Altre correzioni risalgono al VI-VII secolo, realizzate probabilmente a Cesarea, in Palestina. Secondo una nota presente alla fine dei libri di Esdra ed Ester, tali alterazioni sono state fatte sulla base di un altro antico manoscritto il quale fu corretto dalla mano del santo martire Panfilo (martirizzato nel 309). Il manoscritto manca della Pericope dell'adultera (Vangelo secondo Giovanni 8,1-11) e di Matteo 16,2b-3. Originariamente mancava anche dei versetti relativi all'agonia di Gesù al Getsemani (Vangelo secondo Luca 22:43-44), che fu poi successivamente introdotta da una seconda mano e nel vangelo di Marco non vi è traccia della resurrezione del Cristo. Il "Codex Sinaiticus" fu ritrovato da Konstantin von Tischendorf presso il Monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai, in Egitto, tra il 1844 e il 1859.
Monastero di S. Caterina, nel Sinai.
Il Monastero di Santa Caterina è un monastero del VI secolo situato in Egitto, nella regione del Sinai, al centro di una valle desertica. Dedicato a santa Caterina d'Alessandria, è il più antico monastero cristiano ancora esistente e sorge alle pendici del monte Horeb dove, secondo la tradizione, Mosè avrebbe parlato con Dio nell'episodio biblico del roveto ardente (3,2-6) e dove egli ricevette i comandamenti. Nel 2002 è stato dichiarato Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO per la sua architettura bizantina, la sua preziosa collezione di icone e per la grande raccolta di antichissimi manoscritti che costituiscono la più vasta e meglio conservata biblioteca di testi antichi bizantini dopo quella della Città del Vaticano. Inoltre, il monastero è considerato un luogo sacro dalle tre maggiori religioni monoteiste: il Cristianesimo, l'Ebraismo e l'Islam.

Nel 335 - I Vandali, che abitavano la regione compresa tra il fiume Marisus ed il Danubio (forse poco a nord-ovest del Banato), sotto la guida di Visimar, si scontrarono con i Goti di Geberico e furono sconfitti. I superstiti chiesero a Costantino I di essere ammessi nei territori dell'Impero romano, ottenendone il permesso e stabilendosi nella Pannonia, dove rimasero tranquilli per almeno quarant'anni "obbedendo alle leggi dell'Impero come gli altri abitanti della regione". Essi furono così inglobati come foederati, mantenendo la loro mansione di cuscinetto fra l'impero e le altre tribù barbare della pianura Sarmatica.

Dal 337 Costantino muore (pare per malattia) il 22 maggio 337 ad Achyrona, non molto lontano da Nicomedia, mentre preparava una campagna militare contro i Sasanidi di Persia. L’ Impero Romano viene così nuovamente diviso fino al 350. Costantino aveva nominato cesari, suoi successori, i suoi figli Costante I, Costantino II e Costanzo II oltre ai due nipoti Dalmazio e Annibaliano. Costanzo II, che era impegnato in Mesopotamia settentrionale a supervisionare la costruzione delle fortificazioni frontaliere, si affrettò a tornare a Costantinopoli, dove organizzò e presenziò alle cerimonie funebri del padre: con questo gesto rafforzò i suoi diritti come successore e ottenne il sostegno dell'esercito, componente fondamentale della politica di Costantino. Durante l'estate del 337 si ebbe un eccidio, per mano dell'esercito, dei membri maschili della dinastia costantiniana e di altri esponenti di grande rilievo dello stato: solo i tre figli di Costantino e due suoi nipoti bambini (Gallo e Giuliano, figli del fratellastro Giulio Costanzo) furono risparmiati. Le motivazioni dietro questa strage non sono chiare: secondo Eutropio Costanzo II non fu tra i suoi promotori ma non tentò certo di opporvisi e condonò gli assassini; Zosimo invece afferma che Costanzo II fu l'organizzatore dell'eccidio. Nel settembre dello stesso anno i tre cesari rimasti (Dalmazio e Annibaliano erano stati vittime della purga) si riunirono a Sirmio in Pannonia, dove il 9 settembre furono acclamati imperatori dall'esercito e si spartirono l'Impero: Costanzo II si vide riconosciuta la sovranità sull'Oriente, Costante I sull'Illirico e Costantino II sulla parte più occidentale (Gallie, Hispania e Britannia). La divisione del potere tra i tre fratelli durò poco: Costantino II morì nel 340, mentre cercava di rovesciare Costante I e Costanzo II guadagnò i Balcani; nel 350 Costante I fu rovesciato dall'usurpatore Magnenzio, e Costanzo II divenne unico imperatore.

- Fra le popolazioni Slave occidentali delle regioni danubiane, carpatiche, lungo la costa settentrionale del mar Nero, del Dnepr e del Volga si verificavano gli stessi mutamenti socio-economici già presenti presso i Germani, e anche qui l'accentuarsi delle stratificazioni sociali indurrà Daci, Alani, Carpi e soprattutto Goti ad attaccare Roma verso la metà del III secolo.
Viceversa le tribù Slave orientali, dell'Europa orientale, ridussero fortemente i loro rapporti commerciali con Roma, preferendo quelli con le tribù sarmatiche o altre tribù slave orientali. Il che però non impedì loro di partecipare alle guerre anti-schiavistiche contro Roma, unendo parte delle loro forse a quelle dei Marcomanni nella seconda metà del II secolo e a quelle gotiche nel III e IV secolo. Tuttavia i Goti, capeggiati da Ermanarico, ambivano a sottomettere gli stessi Venedi (Slave occidentali), senza peraltro riuscirvi. I movimenti migratori degli Slavi nelle terre a sud-ovest dell'Elba e dell'Oder furono causati anche dalle violente incursioni degli Unni (IV sec. d.C.), benché la parte principale dei Venedi non fu toccata da questa invasione.

Nel 343 - Un concilio a Sardica riafferma la dottrina formulata a Nicea e dichiara  che i vescovi hanno il diritto di appello al papa come autorità più alta nella Chiesa.

Nel 344 - Nasce Giovanni Crisostomo, o Giovanni d'Antiochia (Antiochia, 344/354 - Comana Pontica, 14 settembre 407), arcivescovo cattolico, santo e teologo bizantino, il secondo Patriarca di Costantinopoli, commemorato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, venerato dalla Chiesa copta; è uno dei 33 Dottori della Chiesa. La sua eloquenza è all'origine del suo epiteto Crisostomo (in greco antico χρυσόστομος / khrysóstomos, letteralmente «Bocca d'oro»). Il suo zelo e il suo rigore furono causa di forti opposizioni alla sua persona. Scrisse delle omelie antigiudaiche utilizzate nei secoli come pretesto per le discriminazioni e persecuzioni contro gli ebrei. Dovette subire un esilio e durante un trasferimento morì.

Nel 350 - Ulfila traduce il Nuovo Testamento in lingua gota e converte i Goti al cristianesimo ariano. Il goto Ulfila o Wulfila (in gotico letteralmente "Lupacchiotto"; 311 - 388) è stato un vescovo ariano.

Carta dell'Occitania (di cui solo
Provenza e Languedoc, Aquitania
esclusa) provincia Romana.
- Nel crogiuolo occitanico, composto da iberi, liguri, baschi, celto-liguri, greci e romani, diventati tutti cittadini romani nel 121 a.C., con la proclamazione della Provincia della Gallia Narbonensis (da cui il termine Provenza), si mescolano successivamente popoli germanici (goti e franchi) e semito-camitici (ebrei e arabo-berberi) che si convertono spontaneamente alla lingua ed alle culture latine. La lingua d'Oc è una delle lingue neolatine che si formano sul substrato degli antichi dialetti regionali e della lingua ufficiale e colta della Roma conquistatrice e padrona, fin dalla fine dell'Impero. Se in quella parte di continente che denominiamo Francia settentrionale (e che allora era lungi dall'essere un'entità definita e definibile) si andava affermando la Langue d'Oil, in una zona compresa tra le Valli alpine del Piemonte e la Catalogna  prendeva forma la lingua d'Oc (anche se in realtà non dovette esserci per il volgo, il popolo non colto, un significativo distacco dal dialetto parlato in precedenza). Per "Occitani: storia e cultura": http://storianet.blogspot.it/2015/01/occitani-storia-e-cultura.html

Nel 355 - Gli Alamanni, imitati poi da altre stirpi, passarono la frontiera con l'idea di stabilirsi in massa e definitivamente nel territorio dell'impero, in Alsazia; l'imperatore romano Giuliano li sconfisse a Strasburgo (358), ma dovette concedere sedi sulla sinistra del Reno ai Franchi Sali.

Nel 360 - L'arianesimo aveva soppiantato quasi del tutto il cristianesimo di Paolo. Fra i più fervidi seguaci dell'arianesimo c'erano i Goti, che si erano convertiti a questa fede, abbandonando il paganesimo. Gli Svevi, i Longobardi, gli Alani, i Vandali, i Burgundi erano tutti ariani. E lo erano quindi anche gli Ostrogoti e i Visigoti che, quando saccheggiarono Roma nel 410, risparmiarono le chiese cristiane. Se prima di Clodoveo i Franchi Sicambri avevano qualche propensione per il cristianesimo, doveva trattarsi del cristianesimo ariano dei loro vicini, i Visigoti e i Burgundi. Sotto gli auspici dei Visigoti, l'arianesimo divenne la forma di cristianesimo predominante in Spagna, nei Pirenei e in Occitania.

La campagne di Persia del 363
dell'imperatore Giuliano.
Nel 363 - L'imperatore Giuliano, ricordato come l'apostata, poiché, da filosofo quale era, aveva rinnegato il cristianesimo (era stato battezzato da bambino e non per volontà sua), inizia la campagna contro la Persia, in cui troverà la morte.

Nel 364 - Il 23 febbraio Valentiniano I (Flavius Valentinianus) è eletto imperatore dall'esercito e dalla corte, dopo la morte di Gioviano. Poco dopo la sua elezione come imperatore, Valentiniano I decise che il fratello Flavio Valente avrebbe regnato insieme a lui. In seguito i due, per governare più efficientemente, si spartirono l'impero: Valentiniano I regnò solo sulla parte occidentale dell'impero, mentre il fratello Valente su quella orientale. Durante il loro regno, l'impero fu ripetutamente devastato da invasioni barbariche. Nominato "l'ultimo vero romano", Valente non riuscì a ben governare l'impero d'oriente, tanto da pensare di abdicare e poi suicidarsi a causa del fatto che un certo Procopio si era ribellato contro di lui, autonominandosi imperatore. Egli morì nella battaglia di Adrianopoli, un totale disastro, dove la maggior parte delle sue forze armate furono distrutte dagli invasori Goti.

Nel 366 - Dopo furiosi scontri costati 137 morti fra due fazioni cristiane, Damaso I è l'unico vescovo (quindi papa) di Roma. Damaso I (Roma o Guimarães, 305 ca. – Roma, 11 dicembre 384) fu il 37º papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Fu papa dal 1º ottobre 366 alla sua morte. Figlio dell'iberico Antonio (prete aggregato alla chiesa di San Lorenzo) e di una certa Laurentia, si è ritenuto per molto tempo che fosse nato nell'attuale Portogallo, ma ricerche storiche più recenti sembrano indicare che egli possa essere nato a Roma; di certo crebbe a Roma al servizio della chiesa di San Lorenzo martire. Morto papa Liberio il 24 settembre 366, il clero romano si divise in due fazioni: una, favorevole alla politica del defunto antipapa Felice II, del tutto contraria ad ogni accordo con i sostenitori delle teorie ariane (nonostante Felice II fosse ariano), e l'altra, maggioritaria, più conciliante e favorevole ad accordi e compromessi. In due distinte e contemporanee elezioni, i primi, riuniti nella basilica di Santa Maria in Trastevere, elessero e consacrarono frettolosamente papa il diacono Ursino, mentre i secondi, nella basilica di San Lorenzo in Lucina, scelsero Damaso, che fu consacrato nella basilica di San Giovanni in Laterano il 1º ottobre 366. Molti dettagli degli avvenimenti che seguirono a questa elezione vennero narrati nel Libellus Precum, una petizione all'autorità civile da parte di Faustino e Marcellino, due presbiteri della fazione di Ursino, e dallo storico pagano Ammiano Marcellino che così narrava: « L'ardore di Damaso e Ursino per occupare la sede vescovile superava qualsiasi ambizione umana. Finirono per affrontarsi come due partiti politici, arrivando allo scontro armato, con morti e feriti; il prefetto, non essendo in grado di impedire i disordini, preferì non intervenire. Ebbe la meglio Damaso, dopo molti scontri; nella basilica di Sicinnio, dove i cristiani erano riuniti, si contarono 137 morti e dovette passare molto tempo prima che si calmassero gli animi. Non c'è da stupirsi, se si considera lo splendore della città di Roma, che un premio tanto ambito accendesse l'ambizione di uomini maliziosi, determinando lotte feroci e ostinate. Infatti, una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace una fortuna garantita dalle donazioni delle matrone, si va in giro su di un cocchio elegantemente vestiti e si partecipa a banchetti con un lusso superiore a quello imperiale. ». Il prefetto di Roma, di cui parlava Ammiano Marcellino, era un tale Vivenzio Scisciano che attese che si concludessero i disordini per prendere posizione nella contesa: una volta accertata la vittoria del partito di Damaso, esiliò da Roma Ursino. Ma i suoi seguaci non vollero accettare la sconfitta e si rifugiarono nella basilica di Santa Maria Maggiore che i damasiani il 26 ottobre assalirono: si accese una vera e propria battaglia, con le conseguenze citate da Ammiano Marcellino. Riammesso l'anno seguente a Roma, Ursino cercò nuovamente di prendere il posto di Damaso, dando vita ad altri disordini e ricavandone un nuovo esilio per decreto dell'imperatore Valentiniano I. Dalla Gallia prima e da Milano successivamente, tramite un ebreo di nome Isacco, nel 370 fece accusare Damaso di gravi delitti. Fu celebrato un processo che nel 372 assolse il vescovo di Roma, e Ursino, per decreto del nuovo imperatore Graziano, fu definitivamente esiliato a Colonia. Questi contrasti si rifletterono non solo sulla reputazione di Damaso ma anche su quella della Chiesa romana. Molti, sia nella società pagana che in quella cristiana, videro in Damaso un uomo le cui ambizioni terrene erano superiori alle preoccupazioni pastorali. Damaso amava infatti il fasto e gli spettacoli. e non esitava a commissionare grandi opere. Sotto il suo pontificato la residenza papale assunse un aspetto principesco. In un periodo in cui le grandi famiglie di senatori e di benestanti coprivano di doni gli ecclesiastici, la Chiesa iniziò ad accumulare ricchezze e non pochi accusarono i sacerdoti di essere mossi solo da ragioni economiche. In tal senso, un decreto imperiale del 370 proibì agli ecclesiastici di far visita a vedove ed ereditiere per evitare che le inducessero a fare donazioni alla Chiesa. Nel 378, alla corte imperiale, fu mossa contro Damaso anche un'accusa di adulterio, dalla quale fu scagionato prima dall'Imperatore Graziano e, poco dopo, da un sinodo romano di quarantaquattro vescovi, che scomunicò i suoi accusatori.

Nel 368 - Gli Alemanni travolgono Mogontiacum (Magonza, l'attuale Mainz) e costringono l'imperatore Valentiniano I ad accorrere, insieme al figlio ed augusto Graziano. I due imperatori passarono il Reno e si spinsero fino al fiume Neckar dove ottennero un'importante vittoria sulle genti germaniche nei pressi di Solcinium. Nel frattempo una grave notizia raggiunse Valentiniano a Treviri: la Britannia era stata devastata interamente da Pitti, Attacotti e Scoti, i quali avevano ucciso i generali Nettarido e Fullofaude; Valentiniano inviò allora in Britannia truppe sotto il comando dapprima di Severo, poi di Giovino e Protervuide, ma, di fronte agli insuccessi subiti, decise finalmente di inviare in soccorso dell'isola il valoroso Conte Teodosio (Teodosio il Vecchio, padre di Teodosio I): sbarcato in Britannia, Teodosio riuscì a porre fine alle incursioni nemiche, annientando gli invasori e ripristinando la pace in Britannia. Vinti gli incursori, ripristinata la pace, Teodosio riuscì persino a recuperare alcuni territori persi in precedenza, costituendo una nuova provincia romana che prese il nome di Valentia in onore di Valentiniano I.

Nel 369 - Valente decide di passare il Danubio in Dobrugia, nei pressi di Noviodunum, mentre i suoi generali si spinsero molto a nord nei territori dei Goti. Al termine di questa campagne fu siglata in autunno una tregua tra Roma e i Visigoti di Atanarico, che sospendeva i precedenti rapporti di collaborazione basati sui sussidi (o tributi) offerti dai romani in cambio di contingenti mercenari, stabilità nella regione e scambi commerciali. In quegli anni, intanto, aveva preso il via la conversione di una parte del popolo gotico al Cristianesimo, secondo la variante ariana promossa da Ulfila, e lo stesso vescovo aveva intrapreso la messa per iscritto della Bibbia, che divenne così il primo testo in lingua gotica e la più estesa testimonianza delle lingue germaniche antiche. Valente decise, infine, di fermarsi nella Dobrugia ancora per qualche tempo, per migliorare le fortificazioni lungo il tratto del basso corso danubiano.

Nel 371 - Nasce Valentiniano II, figlio dell'imperatore Valentiniano I e della sua seconda moglie Giustina. Era il secondo figlio maschio di Valentiniano, che aveva avuto Graziano da un precedente matrimonio, e uno dei quattro figli della coppia, insieme alle sorelle Galla, Grata e Giusta.

Nel 374 - Sappiamo che avvenne l'uccisione a tradimento, dopo un banchetto, del capo dei suebi Quadi, Gabinio, da parte del prefetto del pretorio delle Gallie, Massimino, che rese furiosi non solo i Quadi, ma molte altre popolazioni a loro vicine (come gli Iazigi ed i Vandali), che insieme inviarono squadre di saccheggiatori a sud del Danubio in territorio romano. Furono così senza alcun preavviso assaliti i contadini impegnati nel raccolto delle messi, molti dei quali furono sterminati, molti altri furono fatti prigionieri e condotti con molti animali di ogni tipo nei loro territori. E poco mancò che anche la stessa figlia dell'imperatore Costanzo II, Flavia Massima Faustina Costanza, venisse catturata dai barbari inferociti, riuscendo invece a rifugiarsi a Sirmio.

Ambrogio di Milano.
- Il 7 dicembre, Ambrogio è nominato vescovo di Milano. Aurelio Ambrogio (Aurelius Ambrosius in latino), meglio conosciuto come sant'Ambrogio (Treviri, 339/340 - Milano, 397) è stato un vescovo, scrittore e santo romano, una delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo. È venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che prevedono il culto dei santi; in particolare, la Chiesa cattolica lo annovera tra i quattro massimi dottori della Chiesa d'Occidente, insieme a san Girolamo, sant'Agostino e san Gregorio I papa. Conosciuto anche come Ambrogio di Treviri, per il luogo di nascita, o più comunemente come Ambrogio di Milano, la città di cui assieme a san Carlo Borromeo e san Galdino è patrono e della quale fu vescovo dal 374 fino alla morte, nella quale è presente la basilica a lui dedicata che ne conserva le spoglie.

Nel 375 Valentiniano I, che aveva nominato Graziano co-imperatore qualche anno prima, portò con sé la moglie e il giovane figlio minore in una campagna ai confini settentrionali della parte occidentale dell'Impero. Il 17 novembre di quell'anno, però, l'imperatore morì, lasciando il sedicenne Graziano, che era a Treviri, al comando dell'impero. Con l'imperatore lontano, giovane e inesperto, l'esercito romano tentennò, valutando la possibilità di proclamare imperatore un proprio generale, Sebastiano. Altri alti funzionari imperiali - tra cui Merobaude, Massimino, Romano e Petronio Probo - decisero invece di porre sul trono Valentiniano II, che da una parte era un membro della dinastia valentiniana, e dall'altra era un bambino di quattro anni, facilmente manipolabile. Valentiniano II divise l'impero col fratellastro: al primo andò il governo di Italia, Africa ed Illirico, mentre Graziano ottenne il comando sulla restante parte dell'impero d'occidente, Gallia, Spagna e Britannia. Avendo Valentiniano II all'epoca solo quattro anni, la reggenza venne assunta dalla madre Giustina e quindi, di fatto, dal potente generale Merobaude. Giustina e Graziano spostarono la corte imperiale a Milano dove subito si aprì lo scontro con i cristiani della città guidati dal vescovo Ambrogio, essendo Giustina ariana. Nel 378 i Goti sconfissero e uccisero ad Adrianopoli l'imperatore Valente, zio di Graziano e di Valentiniano II; Graziano allora associò al trono come augusto Teodosio I, affidandogli il governo della parte orientale dell'impero.

- Dall'Oriente giunsero gli Unni, che dopo aver fatto strage di Alani (di stirpe Sarmatica) accolsero i resti delle loro tribù nel loro esercito. Quindi si gettarono sui regni gotici e li distrussero. I Goti fuggiaschi chiesero asilo all'impero romano, che lo concesse solo ai Visigoti, mentre gli Ostrogoti passarono il Danubio e si acquartierarono nei territori dell'impero. Fu l'inizio del crollo militare dell'impero romano d'Occidente. Teodosio accorse per frenare l'invasione dei Goti ma dovette riconoscerli come federati, ed essi cominciarono a percorrere l'impero in ogni senso come padroni. Finì così che l'esercito degl'imperatori costantinopolitani fu costituito il larga parte da Goti e comandato da capi goti, come Gaina. Gli Unni, giungendo all'Elba, spingevano intanto contro le frontiere romane anche i Germani occidentali, e da allora l'insediamento dei Germani nelle provincie dell'impero, sotto la guida dei loro re, si estese sempre più.

- Incalzati dagli Unni che li avevano scacciati dalla loro regione d'insediamento tra il Danubio e il Mar Nero, i Visigoti chiesero asilo a Valente, accalcandosi ai confini dell'Impero, e gli fu concesso. Al contrario gli Ostrogoti, pur non essendo stati autorizzati, passarono il Danubio e si insediarono all'interno dei confini imperiali. Durante il regno di Valentiniano I, l'impero fu ripetutamente devastato da invasioni barbariche. Nel 375, alla notizia di un'invasione da parte della tribù dei Quadi, si dice che Valentiniano sia stato preso da un tale accesso di collera da stramazzare al suolo, morendo per un'emorragia cerebrale, anche se secondo latre fonti, l'imperatore Valentiniano I mosse guerra ai Quadi nei loro stessi territori a nord di Brigetio e fu proprio in questa località che l'imperatore si spense durante le trattative di pace ormai in corso dopo la campagna vittoriosa di quell'anno. Brigetio (l'odierna Komárom, sul Danubio) era una località appartenente all'antica tribù degli Azali, di chiara origine illirica, ma con connotazioni anche celtiche, tanto che l'origine del suo nome deriverebbe proprio dal celtico brig-, il cui significato sarebbe di "fortezza". Si trova nel territorio della moderna Ungheria.

- I movimenti migratori degli Slavi occidentali, i Venedi-Sclavini, nelle terre a sud-ovest dell'Elba e dell'Oder furono causati anche dalle violente incursioni degli Unni (IV sec. d.C.), benché la parte principale dei Venedi non fosse stata toccata da questa invasione.

- Importanti furono le unioni delle tribù dei Germani, degli Slavi, dei Sarmati e dei Mauri verso la metà del IV secolo. A queste unioni non parteciparono i Goti (già divenuti cristiani ariani), contro cui combattevano tribù Sarmatiche e Slave.

- I Goti si suddividono fra Ostrogoti (Goti dell'est, ost in tedesco) e Visigoti (Goti dell'ovest, west in tedesco), poiché separati dal Dnestr, indebolendosi. Gli Unni ne approfittarono per attaccare entrambe le tribù, finché i Visigoti sono costretti a varcare le frontiere dell'impero romano, infliggendo una sconfitta così clamorosa alle legioni romane nel 378, presso Adrianopoli, che il nuovo esercito dell'imperatore Teodosio sarà, da lì in poi, composto prevalentemente di elementi gotico-sarmatici. E sarà proprio con queste forze che Teodosio imporrà a tutto l'impero il cristianesimo ortodosso contro il paganesimo, l'arianesimo e ogni altra forma di eresia cristiana.

Nel 376 - L'imperatore romano d'Occidente Valentiniano I aveva concesso accoglienza a duecentomila Visigoti che premevano tra le foci del Danubio, la Mesia e la Tracia, ma dopo la sua morte, Roma gestì male il trattato di asilo, che prevedeva per i Goti la spogliazione delle loro armi e la consegna come ostaggi dei loro giovani figli, senza però assicurare un adeguato approvvigionamento alimentare agli esuli. La fame e gli stenti spinsero i Visigoti, guidati da Fritigerno, alla rivolta. A loro si unirono gli Ostrogoti che avevano a loro volta passato il Danubio ed insieme riuscirono a battere un esercito romano accorrente nei pressi di Marcianopoli (l'attuale Preslav, nei pressi della città di Devnja, in Bulgaria dell'est).

Carta con le date dell'avanzata della
migrazione dei Visigoti in Europa.
Visigoti, (la popolazione germanica dei Goti occidentali), varcano il Danubio, il confine con l'Impero Romano. 

Nel 377 - Le popolazioni gotiche sono respinte dalla provincia di Tracia da alcuni generali di Valente, fino verso la Dobrugia, regione situata tra il Danubio e il Mar Nero, divisa ora tra la Dobrugia Settentrionale che fa parte della Romania e la Dobrugia Meridionale che è oggi parte della Bulgaria. Le città principali della regione rumena sono: Costanza, Mangalia, Tulcea, Medgidia e le città principali della regione bulgara sono Dobrič e Silistra.

Nel 378 - I Visigoti rimasero in Mesia, compiendo ripetute razzie nelle regioni circostanti. Sul fronte settentrionale, una nuova incursione alemannica, fu rintuzzata da Graziano nella Battaglia di Argentovaria nei pressi di Colmar a cui seguì l'ultima spedizione romana al di là del Reno nella foresta Ercinia. L'imperatore Graziano richiamò Teodosio il giovane al quale affidò l'incarico di respingere nuove incursioni di Sarmati Iazigi in Pannonia e nominandolo magister militum. Intanto la risposta dei Goti (gli Ostrogoti, dell'est) non si fece attendere. Infatti nel corso di quest'anno essi dilagarono fino a sud dei Balcani insieme ad alcuni corpi degli stessi Unni. Riuscì però a fermarli il magister peditum Sebastiano, il quale ne rallentò provvisoriamente le incursioni. Poco dopo mosse contro le orde barbariche lo stesso imperatore Valente, il quale nella successiva battaglia di Adrianopoli, subì non solo una disastrosa sconfitta, ma cadde egli stesso sul campo di battaglia.
Battaglia di Adrianopoli. Valente, per non dover dividere il successo con il figlio di suo fratello Valentiniano I, Graziano, che stava sopraggiungendo in forze, decise di dirigersi da solo contro i Goti: egli disponeva probabilmente di 40.000 soldati contro un'orda di circa 50.000 guerrieri e altri 50.000 cavalieri goti. Una volta arrivato presso il cerchio di carri goto, Valente passò alcune ore a disporre in campo l'esercito. In questa fase furono comunque avviate trattative di pace: l'imperatore ricevette infatti una delegazione di preti cristiani ariani, che gli consegnarono una lettera da parte di Fritigerno (il condottiero dei Goti) nella quale si prendeva in considerazione l'ipotesi di intavolare delle trattative sulla consegna ai Goti di terre, come era stato loro promesso ai tempi del trasbordo del Danubio. Ma il capo goto, in realtà, volle rimandare il più possibile l'inizio della battaglia (cosa di cui è certo Ammiano Marcellino) nella speranza che ritornassero in tempo le squadre di cavalleria che si erano allontanate per foraggiare. Ad un tratto accadde l'imprevisto: due reparti di cavalleria leggera romana schierati sull'ala destra e composti da arcieri a cavallo, giunti a tiro dei barbari, attaccarono di propria iniziativa: il gesto diede inizio alla battaglia. I Romani erano disposti con la fanteria al centro e la cavalleria sulle ali, mentre la fanteria gota era schierata poco distante dal cerchio di carri. L'attacco della cavalleria romana indusse però a intervenire le squadre di cavalleggeri goti e alani. Gli arcieri a cavallo romani furono sopraffatti e fu necessario l'intervento dei catafratti (cavalieri corazzati). I Romani comunque avanzarono fino ad arrivare addosso ai fanti, ma si resero conto che non erano stati seguiti dal resto della cavalleria: i reparti di Valente, in inferiorità numerica, furono massacrati. I due schieramenti intanto continuavano a scontrarsi; fu la cavalleria gota a rompere gli equilibri e a colpire il fianco sinistro romano che era rimasto scoperto. I fanti romani, schierati in ordine compatto e con scarso margine di manovra, non poterono resistere all'urto e alla fine lo schieramento, dopo una ferrea resistenza, si sfaldò e si dette alla fuga. Valente rimase fino al calar delle tenebre a comandare le ultime legioni rimaste compatte (quella dei Lanciarii e quella dei Mattiarii); ma alla fine lo stesso imperatore rimase ucciso e i resti delle forze romane si dettero alla macchia. Non si è mai saputo di preciso in che modo l'imperatore morì: forse fu colpito da una freccia o forse, come si raccontò dopo la battaglia, bruciò vivo nell'incendio di una fattoria nella quale, ferito, si era riparato nottetempo e a cui i Goti avevano dato fuoco; con lui caddero anche due comites (Sebastiano e Traiano), tre duces, trentacinque tribuni e circa 30.000 soldati persero la vita. In seguito alla vittoria i barbari dilagarono nei territori intorno alla città compiendo ogni genere di razzie e massacrando le popolazioni romane. Il magister equitum Vittore si salvò e portò la notizia della sconfitta a Graziano, rimasto a oltre trecento chilometri dal campo di battaglia. Il comes (dal latino, "compagno") nell'antica Roma era un nome ufficiale usato dagli accompagnatori di alcuni magistrati e dal III secolo in poi fu sempre più spesso usato per i funzionari imperiali fino ad essere un grado dell'esercito e dell'amministrazione romana, (durante le guerre marcomanniche) ed evolutosi poi nel tardo Impero romano fino a diventare un titolo nobiliare nel Medio Evo: conte. Nacque quindi come titolo conferito a particolari esponenti della corte e dell'amministrazione imperiale in segno di stima da parte dell'imperatore, e si evolse in un titolo vero e proprio. In seguito al disastro di Adrianopoli dell'agosto del 378, Graziano governò anche la parte orientale dell'impero. Sentendosi impreparato a fronteggiare da solo la pressione barbarica, nominò il 19 gennaio 379 Teodosio I imperatore d'oriente.

- Conseguenze della sconfitta romana di Adrianopoli. Dopo la sconfitta delle legioni romane, Teodosio (chiamato alla guida dell’impero d’Oriente da Graziano dopo la morte di Valente) e i suoi successori adottarono una nuova strategia di contenimento nei confronti dei barbari. In seguito a quest'evento, traumatico per la leadership imperiale e per il sistema romano nel suo complesso, gli imperatori, incapaci di fermare le invasioni militarmente, cominciarono ad adottare politiche di appeasement basate sui sistemi della hospitalitas e della foederatio, ovvero su meccanismi che consentissero l'integrazione e l'assimilazione delle genti che premevano lungo il limes romano. La battaglia, inoltre, accelerò quel processo di apertura all’immigrazione barbarica che già da secoli preoccupava i romani e li vedeva costretti a stipulare patti di accoglienza con le popolazioni d’oltre Danubio che richiedevano di stabilirsi nell’Impero. Adrianopoli innescò un circolo vizioso per il quale le forze militari romane iniziarono a fare assegnamento, in modo sempre più esclusivo, sull'apporto dei soldati di origine barbarica, al punto che l’esercito giunse ad essere costituito, in larga parte, da mercenari e truppe barbare romanizzate e da non poter prescindere dall'impiego di dediticii, i discendenti dei dediti, cioè dei componenti quelle comunità, una volta del tutto autonome, le quali, per mezzo della sottomissione volontaria, deditio, erano entrati in rapporto di dipendenza con Roma. La battaglia segnò l’inizio del percorso che avrebbe portato alla caduta definitiva dell’Impero (d'Occidente) e al suo sfaldamento per l'incapacità di gestire un tassello basilare come quello militare, a causa delle sempre più frequenti pressioni che i militari stranieri esercitavano sull'autorità imperiale, in termini di donativi, privilegi e richieste che, a vario titolo, i vertici dell'esercito insistevano a pretendere dagli imperatori. L'incapacità di far fronte a queste domande, il rafforzarsi della posizione dei comandanti barbari i quali disponevano, spesso, di un proprio e autonomo esercito all'interno dell'impalcatura militare romana, l'acuirsi della forma del ricatto costituirono i punti deboli del potere romano. Questo processo fu contrastato e arrestato con successo alla metà del V secolo nella Pars Orientis dell'impero, mentre in occidente si svilupperà incontrastato fino alla presa di potere di Odoacre nel 476, diventando una delle maggiori cause, se non la causa, della fine dell'impero romano d'occidente.

- Dopo secoli di ininterrotta dominazione romana, l'Hispania ha assorbito totalmente la cultura latina, ne ha adottato la lingua, i costumi e le leggi, acquisendo un'importanza fondamentale all'interno dell'Impero romano, tanto da dare i natali a due imperatori: Traiano e Teodosio I (sulla nascita ispanica di Adriano sussistono seri dubbi) e ad alcuni importanti scrittori, fra cui Seneca e Marziale.

Nel 379 - Il 19 gennaio 379, in seguito alla morte dell'imperatore Valente nella disastrosa battaglia di Adrianopoli ad opera dei Goti, l'imperatore Graziano associò Teodosio I (cristiano di origine spagnola) alla guida dello stato, nominandolo imperatore romano d'Oriente. Flavio Teodosio, conosciuto anche come Teodosio I (Coca, 11 gennaio 347 - Milano, 17 gennaio 395), nacque a Coca in Hispania, nell'attuale Provincia di Segovia (Castiglia e León), in una famiglia influente e benestante dell'aristocrazia locale. Suo padre era Teodosio (detto "il Vecchio" dagli storici per distinguerlo dal figlio), funzionario imperiale di rango elevato, sua madre si chiamava Termanzia. Teodosio I aveva un fisico ben proporzionato, i capelli biondi e il naso aquilino. Uomo non privo di valore come ci viene tramandato da Zosimo, il giovane Teodosio fece la carriera militare. Condivideva la vita dei soldati e, pur amando la magnificenza e i piaceri, sapeva ritrovare tutta la propria forza ed energia nei momenti di pericolo. Teodosio fissò inizialmente la propria residenza a Tessalonica. Graziano affidò a Teodosio il compito di proteggere i confini dell'area dell'Illirico e dei Balcani e quest'ultimo decise di ricostruire l'esercito romano che l'anno precedente era stato distrutto dalle forze barbariche dei Goti. Frattanto lungo il fronte renano l'imperatore Graziano era costretto a respingere nuove invasioni di Alemanni e Franchi. Verso la fine del 379 Teodosio si ammalò gravemente e, come era usanza presso i cristiani del tempo, venne battezzato.

Nel 380 - Il 27 febbraio, viene emesso dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest'ultimo all'epoca aveva solo nove anni) l'editto di Tessalonica, conosciuto anche come "Cunctos populos". Il decreto dichiara il cristianesimo secondo i canoni del credo niceno la religione ufficiale dell'impero, proibisce in primo luogo l'arianesimo e secondariamente anche i culti pagani. Per combattere l'eresia si esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle deliberazioni del concilio di Nicea. La nuova legge riconosceva alle due sedi episcopali di Roma e Alessandria d'Egitto il primato in materia di teologia.
« GLI IMPERATORI GRAZIANO, VALENTINIANO E TEODOSIO AUGUSTI. EDITTO AL POPOLO DELLA CITTÀ DI COSTANTINOPOLI. Vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani, oggi professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica; cioè che, conformemente all'insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici; alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste. DATO IN TESSALONICA NEL TERZO GIORNO DALLE CALENDE DI MARZO, NEL CONSOLATO QUINTO DI GRAZIANO AUGUSTO E PRIMO DI TEODOSIO AUGUSTO » Codice Teodosiano, xvi.1.2). Ad Alessandria d'Egitto, viene chiuso una prima volta il Serapeo, tempio della tradizione religiosa ellenistica, che contiene la biblioteca con la memoria del pensiero ellenistico. La popolazione alessandrina decide di desistere dall'occupazione del tempio solo quando i messi imperiali leggono l'ordine dell'imperatore: per gli antichi, lo scritto è sacro, e maggiormente è sacro lo scritto dell'imperatore, rappresentante in terra dell'ordine divino.
Teodosio I.
L'editto, pur proclamando il Cristianesimo religione di Stato dell'impero romano, non stabiliva alcuna direttiva specifica a proposito. Bisognerà attendere i cosiddetti decreti teodosiani, promulgati dallo stesso Teodosio I, che tra il 391-392 normarono l'attuazione pratica dell'editto di Tessalonica. L'editto di Tessalonica è ritenuto importante dagli storici in quanto diede inizio a un processo in base al quale «per la prima volta una verità dottrinale veniva imposta come legge dello Stato e, di conseguenza, la dissidenza religiosa si trasformava giuridicamente in crimen publicum: ora gli eretici potevano e dovevano essere perseguitati come pericolo pubblico e nemici dello Stato».
Nello stesso anno Graziano inviò alcuni generali per liberare l'Illiria dai Goti, consentendo a Teodosio di entrare finalmente a Costantinopoli il 24 novembre del 380, al termine di una campagna militare durata due anni. Durante il regno di Teodosio le regioni orientali rimasero relativamente tranquille, anche se i Goti e i loro alleati, insediatisi stabilmente nei Balcani, erano motivo di continuo allarme. La tensione crebbe a poco a poco, tanto che, a un certo punto, l'imperatore associato Graziano rinunciò a mantenere il controllo delle province illiriche e si ritirò a Treviri, allora compresa nel territorio della Gallia. La manovra aveva lo scopo di consentire a Teodosio di portare avanti senza intralci le successive operazioni militari. Un motivo di grave debolezza degli eserciti romani del tempo era legato alla pratica di arruolare contingenti fra le popolazioni barbare e farli combattere contro altri barbari, spesso etnicamente affini. Per tentare di limitare gli effetti negativi che ne derivavano, Teodosio inviò ripetutamente le nuove reclute in Oriente, nelle province più lontane dai confini danubiani (soprattutto in Egitto), con la necessaria e costosa conseguenza di doverle rimpiazzare con leve romane più affidabili in altre aree dell'impero. Tale politica non fu esente da inconvenienti: oltre a improvvise defezioni si registrarono anche incomprensioni e persino scontri armati fra romani e federati barbari. A Filadelfia, in Lidia, i federati goti diretti in Egitto incontrarono sul proprio cammino un'armata romana proveniente da questa stessa provincia e ingaggiarono contro di essa una assurda e sanguinosa battaglia.

Nel 381 - Concilio ecumenico di Costantinopoli, cui presero parte solo esponenti della Chiesa dell'Impero romano d'Oriente, in cui venne ribadita l'uguaglianza tra le divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e nello specifico è accettato il dogma che lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio (in latino: ex Patre procedit). Successivamente, la sola Chiesa di Roma celebrerà un suo Concilio a Toledo, nell'anno 589 (sotto Papa Pelagio II), nel quale modificherà questo dogma e stabilirà che lo Spirito Santo promana dal Padre e dal Figlio (in latino: ex Patre Filioque procedit). Questa variazione non sarà accettata dagli altri patriarcati, soprattutto da quello di Costantinopoli, che intravvederà in questo cambiamento una sorta di negazione del monoteismo, e si arriverà, nel 1.054 ad uno scisma della chiesa cristiana in "cattolica" cioè universale, quella romana  e "ortodossa", fedele al dogma di Nicea del 325, quella costantinopolitana.

- Nel 381 Graziano, imperatore romano dell'Occidente, sposta la sua capitale da Treviri a Milano.

Nel 382 - Concilio di Roma in cui papa Damaso I sancisce il primato di Roma in qualità di sede apostolica. In un periodo piuttosto burrascoso per il cristianesimo e nonostante le accuse a proprio carico, grazie alla sua forte personalità, Damaso si batté per il riconoscimento della supremazia della sede episcopale di Roma e difese con vigore l'ortodossia cattolica contro tutte le eresie. In due sinodi romani (368 e 369 o 370) condannò fermamente l'apollinarismo e il macedonianismo. Nel secondo dei due sinodi scomunicò Aussenzio, il vescovo ariano di Milano (che comunque mantenne la sede fino alla morte, nel 374, quando fu sostituito da Ambrogio). Il sinodo di Antiochia del 378 stabilì la legittimità di un vescovo solo se riconosciuto tale da quello di Roma, e forte di questo diritto (e spalleggiato dal vescovo Ambrogio di Milano che coniò, per l'occasione, la formula "Dove è Pietro, là è la Chiesa") depose immediatamente tutti i vescovi ariani. Nella lotta contro l'arianesimo, che fu sensibilmente ridotto anche per la favorevole politica degli imperatori Graziano in Occidente e Teodosio I in Oriente, si avvalse anche del grande aiuto di San Girolamo, ardente predicatore dell'ortodossia. Il momento era favorevole al dogmatismo cattolico, come è dimostrato dalla convocazione del Concilio di Costantinopoli (381), dove Damaso inviò i suoi legati e nel quale, oltre alla ferma condanna di tutte le eresie, venne affermata la divinità dello Spirito Santo e ribadito, in una formulazione più precisa, il "simbolo niceno" già affermato nel concilio di Nicea del 325. Damaso sollecitò san Girolamo (che fu anche suo segretario privato per qualche tempo) ad intraprendere la revisione delle antiche versioni latine della Bibbia, nota come "Vulgata". Grazie al suo impegno, la Chiesa orientale, nella persona di Basilio di Cesarea (nei confronti del quale Damaso nutrì però sempre dei sospetti), ne implorò l'aiuto e l'incoraggiamento contro l'arianesimo che laggiù era trionfante. Sulla questione dello scisma meleziano ad Antiochia di Siria, Damaso, con Atanasio di Alessandria prima e poi Pietro II di Alessandria (che ospitò a Roma durante l'esilio) parteggiò per la fazione di Paolino, considerato più rappresentativo dell'ortodossia di Nicea; alla morte di Melezio, Damaso cercò di assicurare la successione a Paolino nella sede episcopale di Licopoli. Il pontefice sostenne, inoltre, l'appello dei senatori cristiani all'Imperatore Graziano per la rimozione dell'altare della Vittoria dal Senato, fatto lì ricollocare dall'imperatore Giuliano e sotto il suo pontificato fu emanato il famoso "Editto di Tessalonica" di Teodosio I, (27 febbraio 380), che definiva il credo niceno (e quindi il Cristianesimo nella formulazione romana) come religione di stato. Oltre all'affermazione della formula nicena, che dunque toglieva di mezzo le dottrine ariane, l’editto definiva per la prima volta i Cristiani seguaci del vescovo di Romacattolici”, bollando tutti gli altri come eretici e come tali soggetti a pene e punizioni. Quando, nel 379, l'Illiria si staccò dall'Impero romano d'Occidente, Damaso si affrettò a salvaguardare l'autorità della Chiesa di Roma nominando un vicario apostolico nella persona di Ascolio, vescovo di Tessalonica. Questa fu l'origine dell'importante vicariato papale legato a quella sede. Damaso invocò il "testo petrino" (Matteo 16,18), e fu il primo papa a definire la chiesa romana "sede apostolica" (sedes apostolica), definizione utilizzata per tutto il millennio successivo e che rivendicava alla chiesa romana una posizione monopolistica con sovranità e primato su tutte le altre chiese. In contrapposizione con i decreti del Concilio di Costantinopoli I, il Concilio di Roma (382) decretò che la chiesa romana non era stata creata da un decreto sinodale, ma era stata fondata da due apostoli, san Pietro e san Paolo. Altra affermazione del Concilio romano fu quella secondo cui la chiesa romana era stata fondata per volontà divina. Il risultato ideologico conseguito da questo Concilio fu che la giustificazione storica e politica del primato della chiesa romana fu sostituita dall'affermazione di una legge divina che aveva fatto degli apostoli i suoi fondatori. La formula utilizzata nel Concilio per la prima volta "primato della chiesa romana" ebbe effetti decisivi nella storia papale successiva: da Damaso in poi, infatti, si nota un marcato aumento del volume e dell'importanza delle pretese di autorità e di primato da parte dei vescovi romani. Questo sviluppo dell'ufficio papale, specialmente ad Occidente portò un grande aumento dello sfarzo. Tale splendore secolare riguardò molti membri del clero romano, i cui scopi mondani ed i cui costumi furono duramente redarguiti da san Girolamo, provocando, il 29 luglio 370, un editto dell'imperatore Valentiniano I indirizzato al papa, che vietava ad ecclesiastici e monaci (più tardi anche vescovi e monache) di perseguire vedove ed orfani nella speranza di ottenere da loro regali e lasciti. Il papa impose che la legge fosse strettamente osservata. Damaso morì l'11 dicembre 384.

- Teodosio I, nella sua carica di imperatore d'Oriente, accetta di concludere con i Goti un foedus. Il 3 ottobre 382 fu stipulato con i Goti, o perlomeno con quelli che erano scampati alla guerra, un trattato che li autorizzava a stanziarsi lungo il corso del Danubio, che allora costituiva il confine dell'impero, e più precisamente nella diocesi di Tracia, e di godervi un'ampia autonomia. In seguito molti di loro avrebbero militato stabilmente nelle legioni romane, altri avrebbero partecipato a singole campagne militari in qualità di federati, altri ancora, riuniti in bande di mercenari, avrebbero continuato a cambiare alleanza, finendo col diventare un motivo di grande e perdurante instabilità politica per tutto l'impero.

Nel 383 - Graziano, imperatore romano d'Occidente, è assassinato mentre si appresta a combattere contro Magno Massimo, proclamato imperatore dalle legioni di Britannia. Nel 383 Magno Massimo venne proclamato imperatore dalle legioni di Britannia; sbarcato in Gallia, sconfisse vicino a Parigi Graziano, conquistando buona parte di questa provincia. Graziano, impopolare tra le truppe, che passarono dalla parte di Magno Massimo, si recò nella Gallia meridionale, ma a Lione fu assassinato dal magister equitum Andragazio (25 agosto 383). Secondo Zosimo, quando Graziano si accorse che tutte le sue truppe stavano disertando in favore di Massimo, decise di scappare verso la Rezia, il Norico e la Pannonia ma fu raggiunto e ucciso da Andragazio a Sigidunum, nella Mesia.

Nel 387 - Magno Massimo attraversa le Alpi arrivando a minacciare Milano. Valentiniano II e la madre Giustina cercarono rifugio in oriente alla corte di Teodosio I, che ottenne in sposa Galla, sorella di Valentiniano. L'anno seguente Magno Massimo venne sconfitto da Teodosio quando era ormai sul punto di conquistare l'Italia. Dopo la caduta dell'usurpatore, Teodosio restaurò sul trono d'occidente Valentiniano II, che nel frattempo, sotto l'influenza dell'augusto d'oriente, aveva lasciato l'arianesimo e aveva aderito alla fede nicena. Valentiniano II si ritrovò allora imperatore di tutto l'occidente, almeno nominalmente, in quanto era in realtà sotto la tutela del magister equitum Arbogaste, essendo nel frattempo morta la madre. I rapporti tra l'imperatore ed il suo tutore si fecero tesi.

Nel 388 - In ottobre, Teodosio I si stabilì a Milano, dove aveva fissato la propria residenza anche Valentiniano II, facendone la sua capitale e dimorandovi, salvo brevi interruzioni, per oltre due anni, fino all'aprile del 391. Intensa fu in questo periodo l'attività legislativa dell'imperatore ispanico, tesa a combattere gli abusi: gratificazioni non dovute che i funzionari esigevano, produzione di monete false, violenze compiute da schiavi talvolta istigati dai loro stessi padroni, vendita di bambini da parte di genitori ridotti in miseria, campi saccheggiati di notte dai militari che oltretutto si dedicavano a tendere anche imboscate sulle strade. Fece anche una legge che dichiarava nulli i codicilli e le clausole mediante i quali venivano attribuiti lasciti all'imperatore o a membri della sua famiglia, che fu particolarmente lodata da Quinto Aurelio Simmaco. Milano era anche la sede episcopale di Ambrogio, sicché il vescovo poteva mantenere contatti regolari col supremo potere secolare. In occasione degli scontri che ebbero inevitabilmente a verificarsi, Ambrogio difese con tanta fermezza lo «ius (il diritto) sacerdotale» che possiamo riconoscere in lui il primo campione della Chiesa che sia riuscito a tracciare, in sede teorica e pratica, una netta linea di demarcazione tra le giurisdizioni secolare  spirituale. Gli ariani avevano fatto molti proseliti a Milano fino al regno di Teodosio I che, con l'editto del 380, aveva inflitto loro un colpo mortale in tutto il mondo romano. Durante il periodo di maggiore influenza ariana, il governo imperiale, cedendo alle pressioni degli scismatici, aveva ordinato ad Ambrogio di ceder loro la sua basilica episcopale. Egli rifiutò motivando il rifiuto con la teoria che «i palazzi, e non le chiese, son sotto la giurisdizione dell'autorità secolare», e che «le cose divine sono al di sopra del potere imperiale». Ebbe partita vinta e si tenne la basilica.

Nel 390 - In giugno, la popolazione di Tessalonica (l'odierna Salonicco) si ribellò e impiccò il magister militum dell'Illirico e governatore della città Buterico, reo di aver arrestato un famoso auriga e di non aver permesso i giochi annuali. Teodosio ordinò una rappresaglia; venne organizzata una gara di bighe nel grande circo della città a pochi giorni dai fatti e, chiusi gli accessi, vennero trucidate circa 7.000 persone
Un misfatto di proporzioni anche maggiori fu fatto molto tempo dopo da Giustiniano, a Costantinopoli. Quando giunse la notizia in Occidente, l'opinione pubblica ne fu profondamente commossa. Ambrogio, vescovo di Milano ne valutò tutta la gravità e mosso dal principio che «anche l'imperatore è nella Chiesa, non al disopra della Chiesa», scrisse a Teodosio una lettera sdegnata, imponendogli di espiare l'ingiusto massacro con mesi di penitenza e una richiesta pubblica di perdono. Grande fu la meraviglia dell'imperatore all'inaudita pretesa del prelato, ma infine, minacciato di scomunica, si arrese e deposte le insegne imperiali, si sottopose pubblicamente al rito espiatorio nella basilica milanese. Nel Natale del 390, l'imperatore poté tornare a comunicarsi. Tutto ciò accadeva nel IV secolo, solo pochi decenni da quando la Chiesa era uscita dalle catacombe alla luce della legalità. Fu un'altra vittoria, ancor più clamorosa, di Ambrogio; secondo molti storici l'inasprimento della politica religiosa di Teodosio nei confronti del paganesimo fu in gran parte dovuta all'influenza che Ambrogio ebbe su di lui e sicuramente, dopo questi fatti, la politica religiosa dell'imperatore si irrigidì notevolmente. - Dalla strage di Tessalonica, Teodosio vietò i Giochi Olimpici, ponendo fine a una storia durata più di 1000 anni. Interpretando i Giochi olimpici come una festa pagana, Teodosio ne decise la chiusura, influenzato da Ambrogio. A determinare tale decisione contribuì anche l'ormai intollerabile livello di corruzione tra gli atleti, che falsava le competizioni.

Abside con croce nella basilica
 paleocristiana di Santa
Pudenziana a Roma.
- La crocediventata il simbolo del culto cristiano dopo l'editto di Milano, emanato dagli imperatori Costantino e Licinio nel 313, si inizia a trovare nelle chiese primitive: uno degli esempi più significativi è la croce gemmata realizzata a mosaico (fine del IV - inizio del V secolo), posta sopra il Calvario, nell'abside della basilica paleocristiana di Santa Pudenziana in Roma. Nel mosaico, risalente a circa il 390, è rappresentato Cristo in trono circondato dagli apostoli (ne sono rimasti dieci, gli altri probabilmente sono scomparsi con le ristrutturazioni cinquecentesche) e da due donne che gli porgono una corona ciascuna, la cui identità è oggetto di discussione: secondo alcuni sarebbero le sante Pudenziana e Prassede, figlie di Pudente, secondo altri rappresenterebbero la "Chiesa" e la "Sinagoga", cioè i templi dei cristiani e degli ebrei. Solo la figura del Cristo ha l'aureola, e tiene in mano un libro aperto sul quale campeggia l'iscrizione DOMINUS CONSERVATOR ECCLESIAE PUDENTIANAE. Le figure si stagliano davanti a un'esedra porticata, dietro la quale si intravede il profilo di una città, che potrebbe essere identificata con Gerusalemme, di cui si intravederebbero le chiese costruite da Costantino I. Questa interpretazione è resa plausibile dalla presenza, al centro del mosaico, di una croce ricoperta di gemme che, secondo la tradizione, sarebbe stata fatta erigere dall'imperatore Teodosio II nel 416 sul Calvario, in ricordo, probabilmente di una miracolosa apparizione della croce. Accanto alla Croce svettano in un cielo animato da nuvolette rosacee e azzurre i quattro Viventi dell'Apocalisse (l'angelo, il bue, il leone e l'aquila), una delle più antiche rappresentazioni del Tetramorfo giunte sino a noi in sede monumentale. Altri esempi di rappresentazioni di croci, poco più tardi, sono quelli che troviamo nei mosaici che ornano l'arco trionfale di Santa Maria Maggiore a Roma ed in quelli del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.

Dal 391 - Tra il 391 e il 392 furono emanati una serie di decreti (noti come decreti teodosiani) che attuavano in pieno l'editto di Tessalonica: venne interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi forma di culto che non fosse il cristianesimo di fede nicea, compresa l'adorazione delle statue. Furono inoltre inasprite le pene amministrative per i cristiani che si fossero riconvertiti al paganesimo e, nel decreto emanato nel 392 da Costantinopoli, l'immolazione di vittime nei sacrifici e la consultazione delle viscere erano equiparati al delitto di (lesa) maestà, punibile con la condanna a morte. I templi pagani furono oggetto di sistematica distruzione violenta da parte di fanatici cristiani e monaci appoggiati dai vescovi locali (in molti casi con l'appoggio dell'esercito e delle locali autorità imperiali) che si ritennero autorizzati dalle nuove leggi: si veda, per esempio, la distruzione del tempio di Giove ad Apamea, a cui collaborò il prefetto del pretorio per l'oriente, Materno Cinegio. L'inasprimento della legislazione con i "decreti teodosiani" provocò delle resistenze presso i pagani. Ad Alessandria d'Egitto il vescovo Teofilo ottenne il permesso imperiale di trasformare in chiesa un tempio di Dioniso, provocando una ribellione dei pagani, che si asserragliarono nel Serapeo (che conteneva la famosa bibblioteca) e compiendo violenze contro i cristiani. Quando la rivolta fu domata, per rappresaglia il tempio fu distrutto. Teodosio durante il suo regno fece coniare monete in cui era raffigurato nell'atto di portare un labaro recante il Chrismon.

- In seguito alla riforma teodosiana, il termine Eparchia è stato utilizzato nell'Impero romano d'Oriente per indicare una circoscrizione amministrativa equivalente alla provincia latina. Tali entità scomparvero poi nel VII secolo con l'istituzione dei temi (thémata in greco).

- Da allora, nell'Impero Romano non ci sarebbe più stata libertà di pensiero e di culto al di fuori dell'ortodossia cristiana. Per i successivi secoli, (e fino al presente) la Chiesa di Roma manovrerà principi, re, imperatori e la totalità delle menti per tenere a freno i suoi più acerrimi nemici: la verità, il sapere, la conoscenza, la scienza e più in generale la cultura; l'autodeterminazione personale e collettiva, il diritto alle pari opportunità, cosa che d'altra parte hanno fatto e fanno la maggioranza delle religioni ma soprattutto le tre monoteiste.

Nel 392 - Il 15 maggio, il ventunenne Valentiniano II morì a Vienne, in Gallia, in circostanze misteriose: il suo corpo venne trovato impiccato ad un albero. Arbogaste spedì il corpo di Valentiniano a Milano e Teodosio scrisse ad Ambrogio, vescovo di Milano, di organizzare il funerale; Ambrogio compose per l'occasione l'orazione De obitu Valentiniani consolatio. Il cadavere di Valentiniano fu pianto dalle sorelle Giusta e Grata e fu disposto in un sarcofago di porfido vicino a quello del fratello Graziano, molto probabilmente nella cappella di Sant'Aquilino della basilica di San Lorenzo. Teodosio rimase signore di tutto l'impero. Arbogaste, che da più parti era ritenuto coinvolto nella morte di Valentiniano, fece nominare augustus dalle legioni di Gallia l'usurpatore Flavio Eugenio, con l'appoggio del Senato di Roma, che vide in lui la possibilità di opporsi al crescente potere della chiesa cattolica.

Nel 394 - Flavio Eugenio viene sconfitto da Teodosio nella battaglia del Frigido e l'impero ha in Teodosio I, nuovamente, un unico padrone. Uno dei capi goti emergenti, Alarico I, partecipò alla campagna che Teodosio condusse nel 394 contro il rivale Eugenio, per poi rivoltarsi contro Arcadio, figlio di Teodosio e suo successore in Oriente, subito dopo la morte dello stesso Teodosio. Nel corso di quest'anno i Visigoti di Fritigerno devastano la Macedonia, mentre gli Ostrogoti di Alateo e Safrax condussero nuove incursioni in Pannonia. Al termine di queste nuove incursioni l'imperatore Graziano fu costretto ad installarne alcuni di loro insieme ai Vandali come foederati in Pannonia.

Nel 395 - Il 17 gennaio Teodosio I muore. Nell'inverno del 394 si era ammalato di idropisia e dopo poche settimane morì, lasciando il generale Stilicone come protettore (parens) dei figli Arcadio e Onorio. In realtà a fungere da protettore di Arcadio fu, fino al momento della sua morte, il Prefetto del Pretorio d'Oriente Flavio Rufino, sostituito successivamente da Eutropio. Il 27 febbraio del 395 si tennero i solenni funerali di Teodosio celebrati da Ambrogio, che pronunciò il "De Obitu Theodosii". Le esequie si svolsero seguendo per la prima volta il rito cristiano. L'8 novembre di quello stesso anno la salma di Teodosio venne tumulata nella basilica degli Apostoli di Costantinopoli. Vi rimarrà fino al saccheggio della città del 1.204 da parte di crociati (i veneziani si presero parecchi souvenir insieme alle spoglie di san Marco) nell'ambito della IV crociata.

- Teodosio I fu l'ultimo imperatore a regnare su di un impero unificato e fece del cristianesimo la religione unica e obbligatoria dell'Impero; per questo fu chiamato Teodosio il Grande dagli scrittori cristiani e dalle Chiese orientali è venerato come santo (San Teodosio I il Grande, commemorato il 17 gennaio).

Per ragioni amministrative, l'Impero Romano si divide definitivamente fra Impero Romano d'Occidente con imperatore Onorio, figlio di Teodosio I e Impero Romano d'Oriente con imperatore Arcadio, altro figlio di Teodosio I. La parte orientale dell'impero è ricca, grazie alle produzioni di cereali dell'Egitto e dell'Africa nord-orientale, i commerci della Siria, le produzioni agricolo-artigianali e manufatturiere di Siria, penisola Anatolica e Greca; inoltre la cultura, di stampo ellenistico, ha in Alessandria d'Egitto il centro più evoluto del mondo conosciuto. La parte occidentale ha come risorse agrarie solo la Sicilia e il nord Africa centrale, mentre è continuamente minacciata da invasioni di popolazioni Germaniche, dirottate a occidente dalle solide mura e dalle politiche di Costantinopoli. Mentre aristocratici e notabili di tradizione e formazione romana entrano nel tessuto amministrativo della cristianità, le gerarchie e le formazioni dell'esercito sono sempre più composte da esponenti di quelle popolazioni che minacciano l'integrità dell'impero. Il pagamento dei loro servizi nei territori di confine impoverisce progressivamente l'impero e indebita sempre più un'amministrazione che non ha risorse. Per questi motivi, l'impero romano d'Oriente, che verrà poi chiamato Bizantino dagli storici del XVI secolo, sopravviverà per quasi mille anni all'impero romano d'Occidente.

Cartina dell'Impero Romano nel 395,
alla morte di Teodosio I,  diviso in 2:
l'Impero Romano d'Oriente con
capitale Costantinopoli e l'Impero
 Romano d'Occidente, con capitale
Roma, e dal 402 sarà Ravenna.
Sono indicate le varie città e regioni
dell'impero e le varie popolazioni
al di fuori di esso.
- Impero bizantino è il nome con cui gli studiosi moderni e contemporanei indicano l'Impero romano d'Oriente, distinzione che aveva incominciato a diffondersi durante il regno dell'imperatore Valente, dal 364 al 378, di cultura prevalentemente greca, separatosi dalla parte occidentale, di cultura quasi esclusivamente latina, dopo la morte di Teodosio I nel 395. Non c'è accordo fra gli storici sulla data in cui si dovrebbe cessare di utilizzare il termine "romano" per sostituirlo con il termine "bizantino", anche perché entrambe le definizioni sono utilizzate da molti di costoro, spesso indistintamente, per designare il mondo romano-orientale fino almeno al VII secolo. Le diverse impostazioni storiografiche condizionano anche la diversità di opinioni nella determinazione della datazione: taluni lo fanno coincidere con il 395 (separazione definitiva dei due imperi) ma si è anche proposto il 476 (fine dell'Impero Romano d'Occidente), il 330 (anno di inaugurazione della Nova Roma o Νέα Ῥώμη, fondata da Costantino I, copia fedele e nostalgica della prima Roma), il 565 (morte di Giustiniano I, ultimo imperatore di madrelingua latina e del suo sogno della Restauratio imperii). Alcuni storici prolungano il periodo propriamente "romano" fino al 610, anno dell'ascesa al trono di Eraclio I il quale modificò notevolmente la struttura dell'Impero. Resta comunque il fatto che per gli imperatori bizantini e per i propri sudditi il loro impero si identificò sempre con quello di Augusto e Costantino I dal momento che "romano" e "greco" fino al XVIII secolo furono per essi sinonimi. L'impero, dopo una lunga crisi, la sua distruzione da parte dei crociati nel 1204 e la sua restaurazione nel 1.261, cessò definitivamente di esistere nel 1.453 (conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi ottomani guidati da Maometto II). Il termine "bizantino", derivato da Bisanzio, l'antico nome della capitale imperiale Costantinopoli, non venne mai utilizzato durante tutta la durata dell'impero (395-1.453): i bizantini si consideravano Ῥωμαίοι (Rhōmaioi, "romei", ovvero Greco-Romani in lingua greca), e chiamavano il loro Stato Βασιλεία Ῥωμαίων (Basileia Rhōmaiōn, cioè "Regno dei Romani") o semplicemente Ῥωμανία (Rhōmania). Fino al regno di Giustiniano I, nel VI secolo, si tentò ripetutamente di ricostituire l'antica unità dell'impero romano, sottraendo i territori occidentali ai successivi conquistatori. Il greco fu la lingua di cultura e d'uso, com'era stata da sempre nelle province orientali dell'impero romano. Il latino, piuttosto diffuso presso le classi alte di Costantinopoli fino almeno all'età marcianea (Flavio Marciano è stato un imperatore romano d'Oriente dal 450 al 457), rimase comunque lingua ufficiale dell'Impero d'Oriente: Eraclio I lo sostituì con il greco intorno al 625). Curiosamente, per lungo tempo fu considerato disdicevole riferirsi all'impero come "greco", poiché tale termine aveva l'accezione spregiativa di pagano.

Cartina dell'Impero Romano nel 395:
i confini, la linea di demarcazione fra
Impero d'Oriente e d'Occidente,
le regioni altamente cristianizzate,
le aree di diffusione del cristianesimo
e le regioni non evangelizzate;
le sedi dei principali concili
con le date, le strade dell'Impero,
le maggiori città.
Gli storici moderni occidentali utilizzano il termine di impero "bizantino", al fine di non generare confusione con l'impero romano dell'epoca classica; questa dicitura fu introdotta nel 1557 dallo storico tedesco Hieronymus Wolf che in quell'anno diede alle stampe il libro "Corpus Historiae Byzantinae". La pubblicazione nel 1648 di "Byzantine du Louvre" (Corpus Scriptorum Historiae Byzantinae) e nel 1680 di "Historia Byzantina", scritta da Du Cange, diffuse l'uso del termine "bizantino" tra gli autori francesi illuministi come Montesquieu. È interessante quindi notare che gli abitanti dell'impero romano d'Oriente  chiamavano se stessi "romani" (Rhōmaioi, Romei), anche se di lingua greca, e che gli stessi musulmani conquistandone i territori fondarono il sultanato di "Rum", mentre gli europei occidentali venivano definiti "latini" (dalla lingua usata). Per corruzione dall'araboRūm (attraverso le modifiche in Hrūm e quindi in sogdiano, una variante dell'iranico parlata in Sogdiana, Frōm) derivò il termine cinese Fulin (pinyin: Fúlĭn Gúo, "Paese di Fulin"). Con questo termine, sebbene con varianti grafiche, le storie dinastiche cinesi definirono l'impero bizantino dal tempo degli annali della dinastia Wei, scritti dal 551 al 554, fino agli annali della dinastia Tang scritti nel 945. Prima dell'introduzione del termine "bizantino", l'Impero veniva chiamato dagli europei occidentali Imperium Graecorum (Impero dei Greci). Gli europei occidentali consideravano il Sacro Romano Impero, e non l'Impero bizantino, erede dell'Impero romano; quando i re di Occidente volevano fare uso del termine Romano per riferirsi agli imperatori bizantini, preferivano chiamarlo Imperator Romaniæ invece di Imperator Romanorum, un titolo che veniva attribuito a Carlo Magno e ai suoi successori. Tuttavia, prima della nascita dell'Impero carolingio ad opera di Carlo Magno, anche le fonti occidentali usavano il termine "romani" per riferirsi ai Bizantini, anche se talvolta veniva utilizzato il termine "greco" a causa delle differenze linguistiche. Nelle fonti papali del VI-VII-VIII secolo l'Impero era definito "Sancta Res Publica" o "Res Publica Romanorum": solo con la rottura dei rapporti tra Papa e Imperatore d'Oriente in seguito all'Iconoclasmo (a metà dell'VIII secolo) coloro che venivano fino a poco tempo prima definiti "Romani" divennero per la Chiesa di Roma "Greci" e la "Res Publica Romanorum" si trasformò in "Imperium Graecorum".

Nel 400 - I Vandali Asdingi lasciarono la Pannonia intorno al 400, spinti alla colonizzazione di nuove terre dall'avanzata delle truppe unne. Nel 401, sotto la spinta di altri popoli germanici, gli Asdingi, che già si erano convertiti all'arianesimo, si spinsero sino alla Rezia, saccheggiandola. Stilicone li fermò temporaneamente, ma l'avanzata continuò e sembra che l'esercito gotico di Radagaiso, che invase l'Italia nel 405, comprendesse anche Vandali Asdingi, Alani e Quadi; in ogni modo l'esercito di Radagaiso fu sconfitto da Stilicone nei pressi di Fiesole.

Europa dal IV al VI sec., con  i percorsi
delle invasioni ed espansioni
degli Alani, gruppo dei Sarmati e delle
popolazioni Germaniche dei Goti
 (Ostrogoti e Visigoti), Vandali,
Svevi,  Iuti, Angli e Sassoni,
popolazioni spinte a est
dagli Unni, che giungevano,
su cavalli, dalle steppe
NordAsiatiche.
Nel 402 - Ravenna diventa la capitale dell'Impero Romano d'Occidente. Ormai Roma è troppo esposta alle scorrerie e viene quindi scelta Ravenna, con le paludi che ne ostacolano l'accesso e il porto alle spalle che garantice una via di fuga, come sede imperiale dell'occidente.

- La “Notitia Dignitatum” attesta la presenza nei primi anni del V secolo di 15 colonie militari di Sarmati anche in Italia, soprattutto nella pianura del Po, sotto il comando di un Praefectus Sarmatarum gentilium. Secondo quel documento una di queste guarnigioni era stanziata nell'odierna provincia di Cuneo, a Pollentia (oggi Pollenzo), nota per essere stata teatro nel 402 della battaglia tra i Visigoti di Alarico e i Romani, fra le cui fila erano presenti cavalieri Sarmato-Alani. In seguito si sarebbero spostati sul più sicuro e poco distante altopiano alla confluenza fra il Tanaro e la Stura di Demonte, dove oggi sorge il piccolo paese di Salmour che si ipotizza derivi il nome da quell'antico insediamento (Sarmatorium).

Nel 405 - Traduzione della Bibbia in Latino. (Vulgata)

Carta delle migrazioni dei popoli
in Europa nel III e IV sec.
Nel 406 - Il confine (limes in latino) fra l'impero romano e le popolazioni germaniche del nord è rappresentato dal Reno, invalicabile per l'assenza di ponti. Succede però che il clima ci mette lo zampino e, grazie ad un'inedita ondata di gelo, alla fine del 406 il fiume si ghiaccia completamente e il 31 dicembre, presso Mogontiacum (Magonza, l'attuale Meinz che sorge alla confluenza del Meno e del Reno, nei pressi di Francoforte sul Meno), viene varcato da varie popolazioni germaniche con beni e masserizie, alla ricerca di un futuro inserito nella società romana. Inizia così un'invasione  di  Vandali, Alani, Burgundi, Suebi (Svevi) e Franchi. E' l'inizio della fine dell'impero romano d'occidente. L'anno 406, assieme agli Alani ed ai Suebi (fra cui i Quadi) i Vandali Asdingi iniziarono a spostarsi lungo il limes a nord delle Alpi vicino ad Augusta in direzione del fiume Meno, dove a loro si unirono i Silingi (Vandali unitisi ai Burgundi nel III secolo) e da qui raggiunsero il Reno, dove i Vandali furono affrontati dai Franchi, che come federati dei Romani, presidiavano il confine dell'impero; i Franchi provocarono gravi perdite nelle file dei Vandali, ma sopraggiunsero gli Alani che capovolsero le sorti della battaglia. Il capo dei Vandali Asdingi, Godigisel perse la vita nel corso della battaglia, avvenuta presso la città di Treviri, poco prima che la sua tribù, con l'aiuto degli Alani, sconfiggesse i Franchi. A Godigisel successe il figlio Gunderico che guidò i Vandali della tribù degli Asdingi oltre il Reno, il 31 dicembre del 406, a Magonza, che fu rasa al suolo, e poi attraversarono rapidamente la Gallia, razziando i villaggi e le città che incontravano lungo il loro cammino, sino ad arrivare ai Pirenei, dove si fermarono di fronte ai passi fortificati e si riversarono nella Gallia Narbonense. L'avanzata divenne un'invasione, scatenando il caos. Assieme alle tribù vandale degli Asdingi e di parte dei Silingi (il resto dei Silingi era rimasto nelle terre ancestrali della Pannonia e della Slesia finendo per fondersi con gli Slavi) si scatenarono sul territorio gallico anche Svevi e Alani, seguiti da Burgundi e Alemanni. Mentre questi ultimi si stanziavano in Gallia, i Vandali con Alani e Svevi ritornarono verso i Pirenei per superarli, nel corso del 409. Nell'autunno del 409, mentre Burgundi e Alemanni si stanziavano in Gallia, i Vandali Asdingi e Silingi con Alani e Svevi si diressero di nuovo verso i Pirenei per superarli e penetrarono in Hispania, probabilmente con la complicità del governatore romano della penisola iberica, Geronzio, che mirava a crearsi uno stato indipendente e si era ribellato a Roma. Per due anni queste popolazioni, tre di origine germanica e gli Alani che erano una popolazione sarmatica, si aggirarono per le fiorenti campagne iberiche, abbandonandosi al saccheggio ed alle devastazioni: « Imperversando i barbari per la Spagna, e infuriando il male della pestilenza, l’esattore tirannico e il soldato depredano le sostanze nascoste nelle città: la carestia infuriò, così forte che le carni umane furono divorate dal genere umano: le madri uccisero o cuocerono i propri nati mangiandoseli. Le bestie feroci, abituate ai cadaveri uccisi con la spada, dalla fame o malattia, uccisero qualsiasi essere umano con le forze che gli rimanevano, si nutrivano di carne, preparando la brutale distruzione del genere umano. E la punizione di Dio, preannunciata dai profeti, si verificò con le quattro piaghe che devastarono l’intera Terra: ferro, carestia, peste e le bestie. » (Idazio, Cronaca, anno 410).
La città di Braga, in Portogallo.
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Gli Svevi o Suebi di re Ermerico erano penetrati in Spagna, che era fuori dal controllo imperiale sin dal tempo della ribellione di Geronzio e Massimo nel 409, devastando per due anni le province occidentali e meridionali. Dopo aver adottato un atteggiamento più pacifico, i conquistatori che erano un piccolo numero, non più di 30.000, ottennero da Roma lo status di foederati, in cambio del giuramento di fedeltà all'imperatore Onorio (nel 410). Nel 411, l'imperatore assegnò loro delle terre, tramite sorteggio; agli Svevi ed ai Vandali Asdingi toccò la Gallaecia, regione nord-occidentale della penisola iberica, ai Vandali Silingi la Betica ed agli Alani, la popolazione più numerosa, la Lusitania e la Cartaginiensis (con capitale Cartagena). In contemporanea con la provincia autonoma della Britannia, il reame degli Svevi in Galizia fu il primo di quei sub-regni romani che si formarono dalla disintegrazione dell'Impero Romano d'Occidente e fu il primo ad avere una propria zecca. Tale regno durò fino al 558, il suo centro politico fu Braccara Augusta (l'odierna città di Braga).

Dittico con Stilicone, la moglie
Serena e il figlio Eucherio.
Monza, tesoro del duomo. Clicca
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Nel 408 Uccisione del generale romano, per metà vandalo, Stilicone. Fu l'ultimo tentativo da parte dell'elemento romano di combattere la preponderanza dei germani nell'esercito e nello stato. Il successivo sacco di Roma del 410 per opera dei Goti di Alarico, dimostrò che cosa valesse l'impero senza le milizie e i comandanti germanici ed ebbe così inizio l'epoca dei regni germanici nelle provincie romane.
Flavio Stilicone (359 circa - Ravenna, 22 agosto 408) fu un magister militum romano, d'origine vandala da parte di padre, patrizio dell'Impero romano d'Occidente e console. De facto governò la parte occidentale dell'impero romano dalla morte di Teodosio I fino alla sua esecuzione. Teodosio I, sul letto di morte, lasciò il generale Stilicone come protettore (parens) dei figli Arcadio e Onorio. In realtà a fungere da protettore di Arcadio fu, fino al momento della sua morte, il Prefetto del Pretorio d'Oriente Flavio Rufino, sostituito successivamente da Eutropio. Con Onorio, Stilicone onorò la volontà di Teodosio e a causa dell'ambiguità del suo protetto fu poi eleminato. Considerato un comandante militare fedele alla causa dell'Impero d'Occidente, seguì una politica che non sempre ebbe effetti positivi. Pur avendo ripetutamente sconfitto Alarico, non poté o non volle annientarlo definitivamente. Non riuscì, inoltre, ad evitare il crollo definitivo della barriera difensiva sul Reno. Stilicone nacque nell'odierna Germania da padre vandalo, ausiliario romano ufficiale di cavalleria sotto l'Imperatore Valente, e da madre cittadina romana. Tuttavia si considerò sempre un romano, sebbene, come molti germani, fosse di confessione religiosa ariana, considerata eretica dal resto del Cristianesimo. Parlava correttamente le tre lingue principali dell'epoca: il germanico d'uso corrente (una sorta di lingua franca per le tribù nomadi barbare), il latino e il greco (idioma prevalente nell'Impero Romano d'Oriente). Entrò nell'esercito romano, dove fece carriera, al tempo di Teodosio I, che fu l'ultimo imperatore a reggere entrambe le parti dell'impero allo stesso tempo. Nel 384, Teodosio lo inviò presso lo Scià persiano sasanide Sapore III per negoziare la pace e la spartizione dell'Armenia. La missione ebbe successo e, tornato a Costantinopoli, fu promosso al rango di comes sacri stabuli e si sposò con Serena, nipote dell'Imperatore Teodosio. Dalla loro unione nacque Eucherio e due figlie: Maria e Termanzia che andarono in spose, in momenti successivi, all'imperatore Onorio. Dopo l'assassinio dell'imperatore d'Occidente Valentiniano II nel 392, Stilicone, all'epoca magister militum, mise insieme l'esercito che poi, sotto la guida di Teodosio, vinse la Battaglia del Frigido contro le truppe di Flavio Eugenio. In questa battaglia Stilicone ebbe anche un ruolo di comando, avendo alle sue dipendenze il visigoto Alarico (che poi sarebbe divenuto suo nemico), che guidava un consistente numero di foederati goti. Stilicone si distinse particolarmente al Frigido e Teodosio vide in lui un uomo a cui poter affidare la difesa dell'Impero, tanto che lo nominò custode e difensore del figlio Onorio poco prima di morire nel 395. Pare che Stilicone affermasse di essere stato nominato custode di entrambi i figli di Teodosio, e questo incrinò in pratica i suoi rapporti con la corte della metà orientale dell'Impero. La dinamica delle tante battaglie che Stilicone combattè contro Alarico resta sconosciuta: nessuna si rivelò decisiva, e Alarico poté sempre sfuggire ad un disastro definitivo. Più di uno storico ritiene che in realtà Stilicone, a corto di soldati, cercasse un accomodamento e forse addirittura un'alleanza con il potente esercito visigoto. Sembra infatti che Stilicone intendesse usare Alarico come alleato contro l'Impero romano d'Oriente per spingere l'imperatore d'oriente Arcadio a cedere all'Impero d'Occidente di cui era imperatore Onorio, l'Illirico orientale. I dubbi sono confermati dalla decisione con cui invece difese l'Italia dall'invasione dei Goti di Radagaiso nel 406, circondati e sterminati presso Fiesole con le ultime truppe romane rafforzate dai Visigoti di Saro. Nel 405 ordinò la distruzione dei libri sibillini, le cui profezie cominciavano a essere utilizzate per attaccare il suo governo. Nella fine del 406, inviò Alarico in Epiro, stringendo con lui un'alleanza contro l'Impero d'Oriente: l'intenzione di Stilicone era farsi consegnare da Arcadio l'Illirico orientale. Per difendere l'Italia fu però necessario sguarnire le frontiere della Gallia, e proprio il 31 dicembre del 406, attraversando il Reno ghiacciato presso Mogontiacum, Vandali, Alani e Suebi o Svevi, invasero la provincia. L'immagine resta di portata storica epocale, in quanto questi popoli non sarebbero mai più usciti dall'Impero e vi avrebbero fondato, insieme agli stessi Visigoti, i primi regni romano-barbarici. L'invasione, secondo la tradizione storica, causò immani massacri. In concomitanza con questi avvenimenti, un comandante militare di nome Costantino, discese dalla Britannia (oramai completamente abbandonata dalle legioni) con le sue truppe e avendo momentaneamente ragione sui barbari, fu proclamato Imperatore ad Arles. Stilicone non fu energico com'era stato con Radagaiso, e la Gallia restò abbandonata a barbari e usurpatori. La notizia falsa di un presunto decesso di Alarico e, soprattutto, dell'usurpazione di Costantino III, trattennero Stilicone dal raggiungere Alarico in Epiro per condurre una guerra civile contro l'Impero romano d'Oriente per il possesso dell'Illirico orientale. Per ordine di Stilicone, nel 407 il generale romano di origini gote Saro, venne inviato in Gallia per porre fine all'usurpazione di Costantino III: dopo alcuni iniziali successi (Costantino III venne addirittura assediato da Saro a Valence), proprio quando l'usurpatore sembrava sul punto di capitolare, durante il settimo giorno di assedio intervennero in suo soccorso le truppe di Edobico e Geronzio, che costrinsero Saro a levare l'assedio e a ritirarsi in tutta fretta in Italia; durante la frettolosa ritirata, Saro fu costretto persino a cedere tutto il bottino accumulato ai Bagaudi (briganti) per ottenere da loro il permesso di passare le Alpi. Nel 408 infine, Alarico, atteso invano l'arrivo di Stilicone, iniziò a premere sulle frontiere dell'Italia, domandando il pagamento di 4000 libbre d'oro "per i servizi resi", ovvero gli arretrati per l'esercito gotico per tutto il tempo che era stato in Epiro in attesa di Stilicone. Ovviamente anche questa vicenda confermerebbe la possibilità di un accomodamento tra Stilicone e Alarico. Il senato romano fu messo di fronte al fatto compiuto: soltanto un senatore di nome Lampadio, secondo la tradizione, ebbe il coraggio di affermare che non si trattava di alleanza ma di schiavitù. Secondo Zosimo, Stilicone intendeva inviare Alarico in Gallia per combattere l'usurpatore Costantino III, e avrebbe avuto l'approvazione dell'imperatore d'occidente Onorio, che scrisse persino ad Alarico, ma l'assassinio di Stilicone mandò a monte tutto. A questo punto Onorio decise di recarsi a Ravenna, per visitare l'esercito qui preparato. Si dice che Stilicone, volendo impedire quel viaggio, avrebbe spinto Saro a generare una rivolta dei soldati a Ravenna per intimidire Onorio, ma ciò non diede i risultati sperati e Onorio raggiunse comunque Bologna. Qui, incontrato Stilicone, ebbe con lui una discussione accesa: Onorio intendeva infatti andare a Costantinopoli per reclamare il trono d'Oriente essendo deceduto da poco suo fratello Arcadio, ma Stilicone lo convinse che la presenza dell'Imperatore in Italia in questi frangenti così delicati (con Alarico e Costantino "III" in agguato) era necessario e che sarebbe stato meglio che fosse andato lui stesso in Oriente a sistemare le cose. Convinto Onorio, Stilicone si preparò per partire per Costantinopoli ma, narra Zosimo, Stilicone tardò ad eseguire ciò che aveva promesso. Era il canto del cigno per Stilicone: la debolezza dell'impero, pur imputabile ad una catena di eventi scatenati dalla sconfitta di Adrianopoli e dall'inutile carneficina del Frigido, era palese. Per di più la sua origine non romana e il suo credo ariano gli procurarono odio tra i cortigiani imperiali, specialmente Olimpio, che complottarono contro di lui nel 408, spargendo diverse voci: che aveva pianificato l'assassinio di Rufino, che stava brigando con Alarico, che aveva invitato i barbari nel 406 in Gallia e che intendeva dirigersi a Costantinopoli con l'intenzione di mettere sul trono imperiale il figlio Eucherio. L'esercito si ammutinò a Pavia il 13 agosto, uccidendo almeno sette ufficiali anziani. Onorio riuscì a fatica a frenare la rivolta, mentre a Bologna Stilicone, alla notizia di questa rivolta, non sapeva quale mossa fare; inoltre Saro di notte uccise tutti gli Unni che stavano a guardia di Stilicone, e Stilicone si ritirò allora a Ravenna. Per di più, Olimpio riuscì a mettere contro Stilicone l'Imperatore Onorio stesso, inducendolo a scrivere all'esercito di Ravenna, di catturare Stilicone. Saputolo, Stilicone cercò di rifugiarsi di notte in una chiesa, ma il giorno successivo i soldati di Onorio entrarono nella suddetta chiesa e giurarono di fronte al vescovo che Stilicone avrebbe avuta salva la vita, venendo condannato solo al carcere; tale promessa non fu però mantenuta, in quanto uscito Stilicone dalla Chiesa, lo stesso ufficiale che aveva dato il primo ordine, violando la promessa, ordinò la sua uccisione. Anche se avrebbe facilmente potuto evitare l'arresto e sollevare le truppe a lui fedeli, non lo fece per timore delle conseguenze che il fatto avrebbe avuto sul destino del traballante impero occidentale, e spinse le truppe a lui fedeli che intendevano salvarlo, di desistere, accettando la propria sorte. Fu giustiziato il 22 agosto 408 da Eracliano, mentre il figlio Eucherio fu assassinato poco dopo. In tutta Italia scoppiò un'ondata di violenza contro le famiglie dei barbari foederati, che andarono allora ad ingrossare le file dell'esercito di Alarico. Questi attraversò le Alpi Giulie, devastò la penisola e pose l'assedio a Roma, che cadde e fu saccheggiata dopo due anni (nel 410). Dopo otto secoli un esercito straniero entrava di nuovo a Roma. Nella navata centrale della Basilica di Sant'Ambrogio a Milano, si può vedere un sarcofago paleocristiano in marmo chiamato Sarcofago di Stilicone. Risulta tuttavia inverosimile, per il luogo e il modo in cui fu ucciso, che il generale sia stato sepolto a Milano; il nome della tomba si deve probabilmente ad una tradizione popolare.

Nel 410 - I Visigoti, su cui regna Alarico, conquistano e saccheggiano Roma. L'episodio avviene dopo anni di promesse (non mantenute) di terre ad Alarico da parte dell'imperatore romano, come pagamento per i servizi militari prestati dai Visigoti all'impero. Da allora Roma perse la sua importanza mondiale, al punto che la nuova capitale dell'impero d'occidente fu trasferita a Ravenna. Nel 66 d.C. la Palestina era insorta contro la dominazione romana. Quattro anni dopo, nel 70 d.C., Gerusalemme fu rasa al suolo alle legioni dell'imperatore, comandate da suo figlio Tito. Il tempio fu saccheggiato, e il contenuto del Santo dei Santi venne portato a Roma. Come si può vedere nei bassorilievi dell'arco trionfale di Tito, il tesoro trafugato includeva l'immenso candeliere d'oro a sette braccia, sacro alla religione ebraica, e forse anche l'Arca dell'Alleanza. Tre secoli e mezzo più tardi, nel 410 d.C., quando Roma fu saccheggiata a sua volta, gli invasori Visigoti guidati da Alarico il Grande portarono via, in pratica, tutte le ricchezze della Città Eterna. Come narra lo storico Procopio, Alarico s'impadronì dei « tesori di Salomone, re degli Ebrei, mirabili a vedersi perché quasi tutti adorni di smeraldi, che anticamente erano stati presi a Gerusalemme dai Romani ».

Nel 411 - Primo Concilio di Cartagine che ebbe come tema l'eresia donatista, dopo che nel 406 l'imperatore Onorio, attraverso l'Editto di Unione, aveva assimilato i donatisti agli eretici e dato le loro proprietà ai cattolici. Il vescovo donatista Primiano, non volendosi dare per vinto, si recò dall'Imperatore a Ravenna, chiedendo e ottenendo un dibattito con i cattolici, sul cui esito si sarebbe pronunciato da arbitro il praefectus praetorio. L'imperatore nel 410 diede incarico al senatore Marcellino di organizzare i preparativi per la conferenza. Lo stesso Marcellino doveva esserne arbitro e giudice. Con lettera del primo giugno 411, Marcellino invitò alla conferenza i vescovi delle due confessioni, assicurando imparzialità di giudizio. Nel dibattito emersero entrambe le posizioni, quella cattolica e quella donatista, e Agostino, vescovo d'Ippona, ribatté con le sue argomentazioni, divenendo la figura chiave di tutto il concilio. Egli si soffermò, in particolare, sul rapporto ministro-sacramenti, affermando che chi ribattezza "pone la propria speranza in un uomo" e non in Cristo, vero auctor sacrament. Noi siamo stati salvati solo per i Suoi meriti e per Sua giustificazione. Inoltre i sacramenti dei donatisti, anche se sono validi, non sono però fruttuosi, a causa della loro posizione scismatica. Infatti mancano della grazia santificante dello Spirito Santo. Costui opera solo nella Chiesa unita e non agisce nelle comunità separate. A tarda sera Marcellino emanò il verdetto secondo cui i donatisti erano stati confutati. Questa decisione fu confermata da Onorio con editto del 30 gennaio 412. Agostino d'Ippona (latino: Aurelius Augustinus Hipponensis; Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430) è stato un filosofo, vescovo cattolico e teologo berbero. Padre, dottore e santo della Chiesa cattolica, è conosciuto semplicemente come sant'Agostino, detto anche Doctor Gratiae ("Dottore della Grazia"). Secondo Antonio Livi, filosofo, editore e saggista italiano di orientamento cattolico, è stato «il massimo pensatore cristiano del primo millennio e certamente anche uno dei più grandi geni dell'umanità in assoluto». Le Confessioni sono la sua opera più celebre. Nel 373 la sua ansia per la ricerca dell'assoluto lo fece approdare al Manicheismo, di cui, insieme al suo amico Onorato, divenne uno dei massimi esponenti e divulgatori. Agostino stesso narra che fu attratto dalle promesse di una filosofia libera dai vincoli della fede; dalle vanterie dei manichei che affermavano di aver scoperto delle contraddizioni nelle Sacre Scritture; e, soprattutto, dalla speranza di trovare nella loro dottrina una spiegazione scientifica della natura e dei suoi fenomeni più misteriosi. La mente indagatrice di Agostino era entusiasta per le scienze naturali ed i Manichei dichiaravano che la natura non aveva segreti per Fausto di Milevi, il loro dottore. (Milevi era in Numidia, l'attuale Algeria). Tuttavia, tale adesione non fu scevra da dubbi che l'attanagliavano: essendo torturato dal problema dell'origine del male, Agostino, nell'attesa di risolverlo, diede credito all'esistenza di un conflitto tra due principi. C'era, inoltre, un fascino molto potente nell'irresponsabilità morale che risultava da una dottrina che negava la libertà ed attribuiva la commissione di crimini ad un principio esterno. Nel 383, Fausto di Milevi, il celebre vescovo manicheo, giunse a Cartagine. Agostino gli fece visita e lo interrogò, ma scoprì nelle sue risposte solo volgare retorica, assolutamente estranea a qualsiasi cultura scientifica. L'incantesimo si ruppe e, anche se Agostino non abbandonò immediatamente il gruppo, la sua mente iniziò a rifiutare le dottrine manichee. Nel 383 Agostino, all'età di 29 anni, cedette all'irresistibile attrazione che l'Italia aveva per lui; a causa della riluttanza della madre a separarsi da lui, dovette ricorrere ad un sotterfugio ed imbarcarsi con la copertura della notte. Non appena giunto a Roma, dove continuò a frequentare la comunità manichea, si ammalò gravemente. Quando guarì aprì una scuola di retorica ma, disgustato dai trucchi dei suoi alunni, che lo defraudavano spudoratamente delle loro tasse d'istruzione, fece domanda per un posto vacante come professore a Milano. Il praefectus urbi Quinto Aurelio Simmaco l'aiutò ad ottenere il posto con l'intento di contrastare la fama del vescovo Ambrogio. Dopo aver fatto visita al vescovo, però, si sentì attratto dai suoi discorsi e iniziò a seguire regolarmente le sue predicazioni. Per comprendere il pensiero di Agostino non si può prescindere dal suo vissuto esistenziale: egli cercò sempre di conciliare l'atteggiamento contemplativo con le esigenze della vita pratica e attiva. Poiché visse spesso drammaticamente il conflitto tra i due estremi, il suo pensiero consistette nel tentativo grandioso di tenere uniti la ragione e il sentimento, lo spirito e la carne, il pensiero pagano e la fede cristiana. Fu proprio l'insoddisfazione per quelle dottrine che predicavano una rigida separazione tra bene e male, tra luce e tenebre, a spingerlo ad abbandonare il manicheismo, e a subire l'influsso dapprima dello stoicismo e poi soprattutto del neoplatonismo, i quali viceversa riconducevano il dualismo in unità, così che oggi gli studiosi concordano sul fatto che la filosofia agostiniana è sostanzialmente di stampo neoplatonico. Ciò significa che Agostino recepì il pensiero di Platone filtrato attraverso quello di Plotino. Rispetto a questi ultimi tuttavia egli introdusse alcuni concetti nuovi marcatamente religiosi e attinenti in particolare alla fede cristiana: sostituì ad esempio la teoria della reminiscenza delle Idee con quella dell'illuminazione divina; o ancora, concepì la creazione dell'universo non semplicemente come un processo necessario tramite il quale Dio (plotinianamente) si manifesta e produce se stesso, ma come un libero atto d'amore, tale cioè che si sarebbe anche potuto non realizzare. E soprattutto, il Dio di Agostino non è quello impersonale di Plotino, ma è un Dio vivente che si è fatto uomo. All'amore ascensivo proprio dell'eros greco, egli avvertì così l'esigenza di affiancare l'amore discensivo di Dio per le sue creature, proprio dell'agape cristiano. Secondo Agostino di conseguenza, anche il mondo e gli enti corporei, essendo frutti dell'amore divino, hanno un loro valore e significato, mentre i platonici tendevano invece a svalutarli. Questo tentativo di collocare la storia e l'esistenza terrena entro una prospettiva celeste, dove anche il male trovi in qualche modo spiegazione, rimase sempre al centro delle sue preoccupazioni filosofiche. Nonostante le sottigliezze delle interpretazioni plotiniane di Platone nelle esposizioni di Agostino, nei concili di Cartagine fu emanata la proibizione per tutti, vescovi inclusi, di studiare Aristotele, Platone, Euclide, Pitagora, Tolomeo ecc.

Secondo la testimonianza del cronista Idazio, nel 411 gli invasori in Hispania si spartirono le terre occupate in questo modo:
Carta dell'Hispania nel periodo
409-429 di Alcides Pinto. https://
commons.wikimedia.org/w/
index.php?curid=11179903
 « [I barbari] si spartirono tra loro i vari lotti delle province per insediarvisi: i Vandali (Hasding, gli Asdingi) si impadronirono della Galizia, gli Svevi di quella parte della Galizia situata lungo la costa occidentale dell'Oceano. Gli Alani ebbero la Lusitania e la Cartaginense, mentre i Vandali Siling si presero la Betica. Gli spagnoli delle città e delle roccaforti che erano sopravvissuti al disastro si arresero in schiavitù ai barbari che spadroneggiavano in tutte le province. » (Idazio, Cronaca). Tutta l'Hispania, tranne la Tarraconense rimasta ai Romani, risultò dunque occupata dai Barbari nell'anno 411. Orosio, vissuto all'epoca dei fatti, afferma esplicitamente che l'occupazione fu illegale, ma dopo aver adottato un atteggiamento più pacifico, i conquistatori, che erano un piccolo numero, non più di 30.000, avevano ottenuto da Roma lo status di foederati, in cambio del giuramento di fedeltà all'imperatore Onorio nel 410. Nel 411, l'imperatore assegnò loro delle terre, tramite sorteggio; agli Svevi ed ai Vandali Asdingi toccò la Gallaecia, regione nord-occidentale della penisola iberica, ai Vandali Silingi la Betica ed agli Alani, la popolazione più numerosa, la Lusitania e la Cartaginiensis (con capitale Cartagena). In contemporanea con la provincia autonoma della Britannia, il reame degli Suebi (Svevi) in Galizia fu il primo di quei sub-regni romani che si formarono dalla disintegrazione dell'Impero Romano d'Occidente e fu il primo ad avere una propria zecca. Tale regno durò fino al 558, il suo centro politico fu Braccara Augusta (l'odierna città di Braga).

Scuola di Atene di Raffaello Sanzio.
In quest'opera Raffaello rappresenta
i grandi filosofi del passato: l'unica
donna è Ipazia di Alessandria.
Nel 415 - Ad Alessandria d'Egitto, il vescovo e patriarca d'Alessandria, Cirillo, poi fatto santo e "dottore e padre della chiesa universale" come Ambrogio di Milano, Giovanni Crisostomo e Agostino d'Ippona, dopo avere disposto la distruzione del tempio Serapeo, che ospitava la famosa  biblioteca contenente la memoria delle scoperte del pensiero scientifico ellenistico (si parla di 500.000 volumi), che fu data alle fiamme, ordina l'assassinio di Ipazia, astronoma, matematica e filosofa. Ipazia d'Alessandria era la geniale figlia del matematico Teone, sovrintendente della biblioteca, nata nel 370 ed erede della Scuola Alessandrina. Antesignana della scienza sperimentale, Ipazia concepì e realizzò l'astrolabio, l'idroscopio e l'aerometro. Cirillo invece aveva studiato per cinque anni, dal 394 al 399, nel monastero della montagna della Nitria, nel deserto di San Marco, e lì era stato ordinato Lettore (insegnante, autorizzato a tenere lezioni). In questo monastero aveva stretto vincoli di amicizia con gran parte dei monaci parabolani di cui si servì per sterminare Ebrei, cristiani Nestoriani e Novaziani oltre ai pagani; ed in particolar modo legò a se Pietro il Lettore, a cui sedici anni dopo ordinò di uccidere Ipazia, cosa che lui fece al grido di: "Questo dice Agostino d'Ippona! La donna è immondizia! E anche tu, Ipazia d'Alessandria, sei solo immondizia!". Nel seguente link c'è il racconto in cui sono ricostruite la figura e la fine di Ipazia: QUI. Ipazia fu poi rappresentata fra i grandi filosofi nella "Scuola di Atene" di Raffaello Sanzio.

Dal 416Il re dei Visigoti, Walia si presentò, a nome dell'imperatore, nella penisola iberica con un possente esercito per liberarla dai barbari: attaccò, per primi, i Vandali Silingi che, dopo diversi scontri, nel 418, furono annientati ed il loro re, Fredbal, fu inviato prigioniero a Ravenna, dall'imperatore; i pochi superstiti si unirono ai Vandali Asdingi. Quindi furono presi di mira gli Alani, e sempre nel 418, Attaco, re degli Alani, morì in una sanguinosa battaglia contro i Visigoti, guidati da Walia. Gli Alani, gravemente sconfitti, rinunciarono ad eleggere un nuovo re e molti dei sopravvissuti chiesero protezione ed al contempo offrirono la corona degli Alani al re dei Vandali, Gunderico, che l'accettò, diventando da allora rex Vandalorum et Alanorum, re dei Vandali e degli Alani. Prima che Walia, alla fine del 418, si scatenasse contro Suebi e Vandali Asdingi, fu richiamato in Gallia dal generale romano Flavio Costanzo; consegnò ai Romani le province di Betica, Lusitania e Cartaginense da lui recuperate, ricevendo in cambio lo stanziamento per il suo popolo nella Valle della Garonna, in Aquitania. I Vandali, scampato il pericolo, si volsero contro i Suebi, che si ritirarono sui monti asturiani e cantabrici e si arroccarono sulla Cordigliera Cantabrica (nel 419); intervennero però le milizie romane in soccorso degli Svevi e nel 420 costrinsero i Vandali ad arretrare sino alla provincia dove in precedenza erano stanziati i Silingi, la Betica.

Nel 419 - I Visigoti ottengono il sud della Gallia, nucleo del futuro regno Visigoto o, visto che il regno si è fuso con le realtà locali, sarebbe meglio definirlo Visigotico. Tra il 407 ed il 409 i Vandali, alleati con gli Alani, popolazione Sarmatica di origine iranica ed altre tribù germaniche quali i Suebi o Svevi (confederati Alemanni), avevano invaso la penisola iberica. In risposta all'invasione dell'Hispania, Onorio, imperatore romano d'Occidente, arruolò i Visigoti per riconquistare il controllo del territorio. Allora il re dei Visigoti, Vallia siglò un trattato con il generale romano Flavio Costanzo: in cambio di 600.000 misure di grano e del territorio della regione d'Aquitania, dai Pirenei alla Garonna, i Visigoti, in qualità di alleati ufficiali ovvero stato vassallo dell'impero (foederati), si impegnavano a combattere in nome dei romani i Vandali, gli Alani e i Suebi che nel 406 avevano attraversato il fiume Reno e si erano dislocati nella provincia d'Hispania. I Visigoti inoltre, già in larga parte romanizzati e cristiani ariani, restituirono Galla Placidia all'imperatore.
Carta con la migrazione dei Visigoti
nel corso del IV e V secolo.
Nel 416 i Visigoti invasero l'Hispania, dove tra il 416 ed il 418 distrussero i Vandali silingi (il loro re Fredbal fu inviato a Ravenna, prigioniero) e sconfissero gli Alani così duramente, che questi rinunciarono ad eleggere il successore del defunto re Addac e si posero sotto il governo di Gunderico, re dei vandali asdingi, che da allora assunse il titolo di reges vandalorum et alanorum. Nel 418 i Visigoti si accingevano ad attaccare i Vandali asdingi ed i Suebi che si trovavano in Galizia, ma Costanzo li richiamò in Gallia, temendo che divenissero troppo potenti ed assegnò loro altre terre in Aquitania nel 419, la così detta Aquitania secunda, la zona di Tolosa. Questa donazione venne probabilmente fatta con il contratto di hospitalitas, l'obbligo di ospitare i soldati dell'esercito. Si formò così il nucleo del futuro regno visigoto che si sarebbe espanso fin oltre i Pirenei. Walia stabilì la propria corte a Tolosa, che divenne la capitale visigota per il resto del quinto secolo.
Carta del regno dei Visigoti
nella seconda metà del V secolo.
Ora, nel 66 d.C. la Palestina era insorta contro la dominazione romana e quattro anni dopo, nel 70 d.C., nell'ambito della prima guerra giudaica Gerusalemme fu rasa al suolo alle legioni dell'imperatore romano Vespasiano, comandate da suo figlio Tito. Il tempio fu saccheggiato e il suo contenuto venne portato a Roma. Come si può vedere nei bassorilievi dell'arco trionfale di Tito, il tesoro trafugato includeva la Menorah, il grande candeliere d'oro a sette braccia, sacro alla religione ebraica, e forse anche l'Arca dell'Alleanza. Tre secoli e mezzo più tardi, nel 410 d.C., Roma fu saccheggiata a sua volta dagli invasori Visigoti guidati da Alarico il Grande, che portarono via, in pratica, tutte le ricchezze della Città Eterna. Come narra lo storico Procopio, Alarico s'impadronì dei « tesori di Salomone, re degli Ebrei, mirabili a vedersi perché quasi tutti adorni di smeraldi, che anticamente erano stati presi a Gerusalemme dai Romani ». Perciò, è del tutto possibile che un tesoro avesse cambiato ripetutamente mano nel corso dei secoli, passando dal Tempio di Gerusalemme ai Romani, da questi ai Visigoti che lo avrebbero custodito nei territori di Tolosa, in Settimania, la diocesi delle Septem Provinciae istituita dall'imperatore Diocleziano, per poi passare ad altre mani.

Aquileia, Altino, Bologna, il Po e i
suoi affluenti nella tavola
peutingeriana del IV secolo.
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Nel 421 - Secondo il "Chronicon Altinate" (del XI secolo) il primo insediamento sul Rivo Alto (Rialto), l'attuale Venezia, risalirebbe al 25 marzo del 421 con la consacrazione di una (poi scomparsa) chiesa di San Giacometo sulle rive dell'attuale Canal Grande.
Il territorio di Altino era frequentato sin dall'VIII-V millennio a.C., tuttavia bisognerà aspettare l'Età del bronzo (XV-XIII secolo a.C.) per arrivare a una presenza umana stabile. Un vero e proprio centro abitato fu fondato dai Paleoveneti all'inizio del I millennio a.C.. Dalla fine del VI secolo a.C. Altino rappresentava ormai un porto di notevole importanza, tappa obbligata per i traffici mercantili che collegavano gli empori di Spina e Adria alle aree settentrionali. Probabilmente, Altino non aveva una fisionomia urbana unitaria e comprendeva più nuclei costituiti da capanne poggianti su dossi; come era consueto nelle città paleovenete, le necropoli si sviluppavano attorno all'abitato, quasi a circondarlo. Nel II secolo a.C., Altino seguì le sorti di tutta la Venetia e fu pacificamente assoggettata a Roma. Il processo di romanizzazione iniziò nel 131 a.C. con la costruzione della via Annia: da questo momento il centro cominciò ad acquisire l'ideologia urbana dei conquistatori e, a partire dall'89 a.C. subì un primo processo di urbanizzazione, conclusosi nel 49-42 a.C., quando ad Altino fu concesso il diritto romano (venne iscritta alla tribù Scaptia) e fu creata municipio. La costruzione di altre strade, come la Claudia Augusta e le vie che la collegavano direttamente a Treviso e a Oderzo, contribuì a trasformarla in un importante centro commerciale, nodo cruciale per le rotte tra il Mediterraneo e il Settentrione. Questa evoluzione poté dirsi conclusa sul finire del I secolo d.C.. Questo periodo di floridezza è confermato, oltre che dai reperti archeologici, da testimonianze scritte dell'epoca, seppur non molto numerose. Al museo provinciale di Torcello è conservata un architrave su cui si legge che Tiberio aveva donato alla città templi, portici e giardini. Gli Epigrammi di Marziale, la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio e il De re rustica di Columella accennano a una florida economia basata sulla produzione di lana, sulla coltivazione di canestrelli e sull'allevamento di vacche da latte. Ancora Marziale ricorda le splendide ville della città, affacciate al suo rinomato litorale. Più precisi sono i riferimenti alle importanti opere idrauliche paragonate da Vitruvio e da Strabone a quelle di Ravenna e Aquileia. La città, infatti, pur essendo sorta in una zona paludosa, poteva contare in un efficiente sistema di fiumi e canali che garantivano il ricambio delle acque. Lo stesso centro abitato si innalzava su una rete di canali superati da ponti e traghetti, in modo del tutto simile alla futura Venezia. Nei pressi di Altino, nel gennaio 169, morì l'imperatore Lucio Vero, che stava rientrando in Italia insieme al fratello Marco Aurelio da una spedizione contro i barbari nel corso delle guerre marcomanniche.
Così come tutte le altre città della Venetia, anche Altino cominciò a decadere dal II secolo d.C., come si riscontra nella diminuzione dei reperti archeologici dell'epoca. Per un periodo, tuttavia, il centro mantenne un ruolo di primo piano: la Tabula Peutingeriana della metà del IV secolo lo rappresenta ancora come una città murata con due torri. Si aggiunge un passo di Servio, che riferisce come ad Altino la caccia, l'uccellagione e persino l'agricoltura si svolgessero in barca: il sistema di canalizzazione, dunque, era ancora in buono stato.
Nello stesso periodo, a conferma della sua importanza, la città fu elevata a sede vescovile. Dalla fine del IV secolo abbiamo accenni più precisi grazie all'epistolario tra Gerolamo ed Eliodoro, primo vescovo della città. Dalle lettere si ricava che la presenza cristiana ad Altino era ormai ben radicata, con la presenza di una cattedrale, chiese succursali e piccole cappelle per il culto dei martiri. Si ha pure una breve descrizione del duomo, intitolato probabilmente a Santa Maria, caratterizzato da un ingresso maggiore, porte minori ombreggiate da tendaggi, un solo altare, una sagrestia, pavimenti lucidi e pareti prive di incrostazioni. Manca tuttavia un riscontro archeologico, se si eccettua qualche oggetto decorato con croci. Alla vigilia della distruzione di Attila, Altino, sebbene ormai ristretta entro i confini dell'epoca augustea, manteneva una propria fisionomia urbana. Lo stesso Paolo Diacono nella sua Historia Romana la cita accanto Aquileia, Concordia e Padova, ponendola implicitamente sullo stesso livello. Gli storici attuali hanno messo in forte dubbio il topos tramandato dalle cronache secondo le quali la fondazione di Venezia fu in relazione con il saccheggio della città da parte degli Unni, avvenuto nel 452. L'abitato, infatti, superò la devastazione e continuò a sussistere per diversi secoli. Furono altre invasioni a determinarne la scomparsa (Longobardi e Ungari), ma soprattutto le mutate condizioni climatiche e ambientali legate all'innalzamento del livello del mare e all'abbandono del sistema di regolazione idraulica. In questo periodo si osserva anche il trasferimento delle principali istituzioni ecclesiastiche, in particolare la diocesi (spostata a Torcello) e il monastero di Santo Stefano (rifondato nell'isola di San Servolo). Per tutto il medioevo Altino continuò ad essere frequentata, anche se ormai si presentava come un modestissimo borgo rurale circondato dalle paludi. Sono pochissimi i documenti relativi alla zona, riferiti perlopiù alle varie istituzioni ecclesiastiche (monastero dei Santi Felice e Fortunato, monastero di San Giorgio Maggiore, vescovo di Torcello) o alle famiglie (Carbonara, Collalto, Marcello, Querini) che avevano possedimenti nella zona. Uno scritto del 1095 attesta l'esistenza di un Altino Maiore e di un Altino Pitulo, segno che forse il centro si era sdoppiato in due nuclei; dallo stesso si ricava che le chiese di Santa Maria (l'antica cattedrale), San Martino e Sant'Apollinare sussistevano ancora. Bisognerà aspettare il XV secolo per apprezzare un popolamento stabile presso l'attuale Quarto d'Altino, mentre la bonifica e la colonizzazione degli immediati dintorni di Altino avverranno solo a partire dall'Ottocento.

Nel 422 - Le orde vandale, guidate da Gunderico, riportarono una grande vittoria, grazie alla slealtà dei Visigoti nei confronti dei Romani, contro un esercito romano-gotico guidato da Castino: « Il generale Castino, con numerose truppe e i suoi alleati Goti, porta la guerra in Betica ai Vandali che assedia e affama; ma, proprio nel momento in cui si stavano per arrendere, si scontra precipitosamente con loro in battaglia, e tradito dai suoi alleati, è vinto e costretto al ritiro a Tarragona. » (Idazio, Cronaca, anno 422.). In seguito a queste vittorie, molti porti iberici furono conquistati, e le galee requisite dai vincitori. I Vandali diventarono così la prima popolazione teutonica a sviluppare una propria marina e a darsi alla pirateria, con la quale arrivarono poco dopo, nel 425, a sbarcare e razziare in Mauritania e sulle Baleari; in quegli stessi anni caddero anche gli ultimi due baluardi romani nel sud della penisola iberica: Cartagena e Siviglia. Dopo la morte di Gunderico, avvenuta intorno al 428 a Siviglia, venne eletto nuovo sovrano il figlio illegittimo di Godigisel, Genserico, che cresciuto all'ombra del fratellastro, Gunderico e versato nell'arte militare, iniziò subito ad accrescere il potere e la ricchezza del suo popolo in Betica, nel sud della penisola iberica. Dato che i Vandali avevano subito numerosi attacchi da parte dei Visigoti, Genserico, poco dopo essere salito al trono, decise di volgersi alla conquista dell'Africa romana, un luogo più lontano e sicuro da eventuali attacchi congiunti romano-visigoti. Infatti, sembra che avesse iniziato a costruire una flotta ancora prima di essere salito al potere.

Nel 428 - Il monaco Nestorio diventa patriarca di Costantinopoli, fino al 431. A lui ci si riferisce a proposito del Nestorianesimo, una concezione, che sosteneva le seguenti posizioni dottrinali:
- Cristo è formato da due nature perfettamente distinte, due persone congiunte l'una con l'altra tramite un'unione puramente morale;
- Maria può essere chiamata soltanto "madre di Cristo" e non "madre di Dio";
- Non è possibile che il Verbo divino possa essersi effettivamente incarnato e possa essere morto sulla Croce. Nestorio (Germanicia, 381 - El Kargha,  451) è stato un vescovo siriano, patriarca di Costantinopoli dal 428 al 431. Durante le dispute cristologiche del V secolo, i suoi avversari gli attribuirono erroneamente la dottrina che da lui prese nome di Nestorianesimo, ossia un "difisismo (dal greco antico δύς, dys, due, e φύσις, physis, natura) estremo", alle due nature, divina e umana, di Cristo corrisponderebbero anche due persone; condannata come eretica dal Concilio di Efeso nel 431 anche se Nestorio mai la sostenne. I nestoriani si rifugiarono in Persia, fondando la Chiesa nestoriana, e svolsero una grande attività missionaria in India ed in Cina finché su di loro non si abbatterono le persecuzioni dei principi mongoli musulmani, che ridussero i nestoriani a poche migliaia di fedeli. Nel Novecento, la scoperta di un suo scritto, il Liber Heraclidis (Libro di Eraclide), e nuovi studi intrapresi sul conflitto che lo oppose al vescovo Cirillo d'Alessandria, hanno riconosciuto che la condanna di Nestorio fu ingiusta e che la sua teoria cristologica è conforme alla dottrina ortodossa stabilita nel successivo Concilio di Calcedonia del 451, per la quale nell'unica persona di Cristo sussistono due nature. Questi tentativi di riabilitazione sono sorprendenti, perché Nestorio è stato condannato sia dal Concilio di Efeso del 431 d.C., sia dal II Concilio di Costantinopoli del 553 d.C. La sua memoria liturgica è celebrata il 25 ottobre dalla Chiesa assira d'Oriente. 

Nel 429 - Nel 429 Genserico guidò il suo popolo di 80.000 persone circa, di cui 15.000 in armi, (i Vandali erano valutati in circa 50.000) in Africa, richiamatovi dalla situazione di caos venutasi a creare per la rivolta dei Mauri, che l'autorità imperiale non riusciva a controllare e forse chiamato dal generale romano Bonifacio, caduto in sospetto presso la corte romana e vicino alla resa dei conti con il generale Felice e l'imperatore Valentiniano III. E mentre la popolazione si radunava al porto di imbarco di Julia Traducta, sulla punta più meridionale della penisola iberica, Genserico si volse contro i Suebi che, approfittando della partenza dei rivali, avevano invaso la Lusitania, e li sbaragliò. Portata a termine la traversata (di circa 15 km) i Vandali si riversarono in Mauretania (l'odierno Marocco e l'attuale Algeria nordoccidentale), dove conquistarono Caesarea (l'attuale Cherchel, vicino ad Algeri) e l'attraversarono tutta. Giunti in Numidia Cirtensis o Cirtana (l'odierna Algeria orientale), sconfissero i Romani, e la conquistarono, nel 430. I Romani si erano però asserragliati nelle città, in particolare a Cirta ed Ippona; il generale romano Bonifacio si era chiuso in Ippona, cui i Vandali posero l'assedio (durante l'assedio, il 28 agosto 430, morì sant'Agostino), ma, mancando di tecniche e di macchinari per l'assedio, non riuscirono in un primo momento a prenderla; nel frattempo, inviato dall'imperatore d'Oriente, Teodosio II, era giunto, guidato da Aspar, un contingente militare che unitosi alle truppe di Bonifacio attaccò i Vandali, che però nel 431 li sconfissero, costringendo Bonifacio a rinchiudersi nuovamente a Ippona, che finalmente cadde e fu conquistata dai Vandali di Genserico. Bonifacio fu richiamato a corte nel 432. Aspar, invece, risulta sia rimasto in Africa a continuare le operazioni militari contro i Vandali in quanto il 1º gennaio 434 assunse il consolato a Cartagine. La diocesi d'Africa, ad eccezione delle grandi città, era perduta. Dato che Bonifacio era stato richiamato in Italia (432), Genserico invase la Numidia proconsolare (le province di Zeugitana e di Byzacena). La guerra cominciava a pesare perché i Vandali avevano subito molte perdite e, a parte Ippona, non avevano conquistato le città ed infine si profilava una nuova spedizione imperiale guidata da Aspar, per cui furono intavolate trattative con l'imperatore Valentiniano III; il trattato di pace fu firmato ad Ippona l'11 febbraio 435 che riconobbe i Vandali al servizio dell'impero romano, come foederati, per il proconsolato di Numidia Cirtana, con capitale Ippona, senza la cessione formale di alcun territorio. Genserico cominciò a comportarsi come un sovrano autonomo, destituendo sacerdoti ortodossi che si opponevano all'arianesimo dei Vandali, che dal 437 cominciarono ad esercitare la pirateria; pirati vandali, unitisi ai pirati berberi, in quell'anno, razziarono le coste siciliane. Il 19 ottobre 439 conquistarono Cartagine, senza colpo ferire; ci fu saccheggio con atti di violenza, ma, stando alle cronache dell'epoca, nessun edificio fu deliberatamente distrutto o danneggiato; il clero cattolico e la nobiltà vissero il dramma della schiavitù o dell'esilio e tutte le proprietà ecclesiastiche vennero trasferite al clero ariano. Essendosi impadroniti di una parte della flotta navale romana d'Occidente, ormeggiata nel porto di Cartagine, nel 440 organizzarono incursioni in tutto il Mar Mediterraneo, soprattutto in Sicilia e Sardegna, i due granai dell'Impero d'Occidente, Corsica e le isole Baleari. Nel 441, essendo la flotta romana d'Occidente incapace di difendersi dagli attacchi dei Vandali, arrivò nelle acque siciliane una flotta orientale, inviata da Teodosio II; i suoi navarchi però indugiarono senza agire, e quando i Persiani e gli Unni, sembra entrambi pagati da Genserico, attaccarono l'Impero d'Oriente, la flotta rientrò a Costantinopoli.

Nel 431 - Concilio di Efeso. Il concilio di Efeso fu il terzo concilio ecumenico che si tenne nel 431 a Efeso, in Asia Minore, sotto il regno dell'imperatore d'Oriente Teodosio II (408-450); vi parteciparono approssimativamente 200 vescovi e si occupò principalmente del nestorianesimo. L'unità della Chiesa era minacciata da un aspro dibattito che riguardava la persona e la divinità di Gesù Cristo. Si confrontavano due scuole: quella antiochena, capeggiata da Nestorio (Patriarca di Costantinopoli) e quella alessandrina, che vedeva alla testa il principale oppositore delle tesi di Nestorio, Cirillo di Alessandria. Connessa alla disputa su Gesù Cristo, vi era quella legata all'appellativo Theotokos relativo alla Madonna: i nestoriani affermavano infatti che Maria era solamente Christokos, Madre di Gesù-persona e non Madre di Dio. Furono invitati tutti i metropoliti risiedenti all'interno dei confini dell'impero romano; fra gli altri, anche papa Celestino I (422-432), che inviò come suoi legati due vescovi e il presbitero Filippo, e Agostino d'Ippona. Quest'ultimo però in realtà non partecipò perché morì prima dell'inizio del concilio. A causa delle difficoltà del viaggio, i legati romani arrivarono a dibattito già avviato. Ma anche il patriarca Giovanni di Antiochia e i vescovi siriani, cioè i maggiori sostenitori delle tesi di Nestorio, arrivarono in ritardo. Il Concilio si aprì dunque senza di loro. "Vi si sarebbero dovute confrontare e discutere le due tesi in contrapposizione, di Nestorio e di Cirillo, in realtà non ci fu nessuna discussione e non furono rispettate le più elementari garanzie di equità e collegialità. Cirillo presiedette e pilotò il Concilio con grande abilità e non senza intimidazioni e corruzioni. Alle porte della chiesa grande, intitolata a Maria, dove si svolgevano i lavori conciliari, e nella città stazionavano i parabalani, i quali ufficialmente erano infermieri al servizio dei poveri negli ospizi ecclesiastici, ma di fatto costituivano la guardia del vescovo alessandrino ed esercitavano una minaccia costante contro i suoi oppositori. Estromesso il legato imperiale e constatato che Nestorio si rifiutava di presentarsi, il giorno successivo all'apertura, il 22 giugno del 431, Cirillo lesse le proprie tesi e chiamò i vescovi, per appello nominale, a dichiararle consone al Credo di Nicea; lesse le lettere sinodali concordate con Celestino per mostrare che Roma ed Alessandria erano solidali nell'azione contro Nestorio; di quest'ultimo fu letta la seconda e più polemica tra le risposte a Cirillo e alcuni estratti. Alla fine della giornata Nestorio fu condannato e deposto, con un atto sottoscritto da 197 vescovi, per "aver profferito blasfemia contro il Signor nostro Gesù Cristo". Il giorno dopo gli fu recapitata una notifica nella quale veniva apostrofato 'nuovo Giuda'."(Salvatore Pricoco: "Da Costantino a Gregorio Magno", in Storia del cristianesimo. Vol.I a cura di Giovanni Filoramo e Daniele Menozzi. Bari, Laterza, 2008, pag. 346-7. ISBN 978-88-420-6558-6)
Al Concilio si confrontarono essenzialmente due posizioni: quella ortodossa (condivisa dalla maggioranza) quella nestoriana. Gli storici hanno definito i confronti tra i sostenitori di una e dell'altra posizione "controversie cristologiche". La problematica che impegnò i partecipanti era la comprensione dell'unità di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Più precisamente si trattava di scegliere tra due distinte interpretazioni di scuola: quella "unitaria" (alessandrina di Cirillo), e quella "divisiva" (antiochena di Nestorio). Nestorio, patriarca di Costantinopoli, enfatizzava la natura umana di Gesù, a spese di quella divina. La Vergine Maria aveva dato vita ad un uomo Gesù, non a Dio, quindi non al Logos ("Il Verbo", Figlio di Dio). Il Logos risiedeva in Cristo, era custodito nella sua persona come in un tempio. Cristo quindi era solo Theophoros, termine greco che significa "portatore di Dio". Di conseguenza Maria doveva essere chiamata Christotokos, "Madre di Cristo" e non Theotokos, "Madre di Dio". Si veda anche Vangelo di Luca 1, 43. Nella prima giornata, il 22 giugno 431, a causa dell'assenza di una delle due parti, mancò il contraddittorio, per cui le tesi di Cirillo vennero approvate all'unanimità. Il Concilio fece propria la tesi contenuta nella Seconda lettera di Cirillo a Nestorio, in cui il patriarca alessandrino affermava che Maria è “genitrice di Dio”, Theotokos, perché ha dato alla luce non un uomo, ma Dio come uomo. Accogliendo la dottrina di Cirillo, il Concilio condannò gli insegnamenti del nestorianesimo e stabilì che Gesù è una persona sola, non due persone distinte, completamente Dio e completamente uomo, con un'anima e un corpo razionali. L'unione di due nature in Cristo si è compiuta in modo perfetto nel seno di Maria, con la precisazione che la divinità del Verbo non ha avuto inizio nel corpo di Maria, ma ha preso da Lei quella natura umana completa che in Lei ha unita a sé. Il concilio dichiarò inoltre come completo il testo del Credo Niceno del 325 e vietò qualsiasi ulteriore cambiamento (aggiunta o cancellazione) ad esso. Il concilio condannò inoltre il pelagianismo. La reazione dei nestoriani fu immediata. Quattro giorni dopo il patriarca di Antiochia, Giovanni, convocò una riunione di vescovi siriani per affermare l'irregolarità delle decisioni del concilio deponendo Cirillo e il suo alleato Memnone vescovo di Efeso, i quali risposero scomunicando Giovanni di Antiochia e gli altri vescovi suoi seguaci. Tutto ciò generò confusione e sommosse popolari con la partecipazione di gruppi di monaci e l'intervento di funzionari imperiali spesso corrotti dai contendenti . Solo nel mese di ottobre la questione venne chiarita quando Teodosio chiuse il concilio approvando la deposizione di Nestorio, Cirillo e Memnone. Ma mentre Nestorio era già stato sostituito, Cirillo fu accolto ad Alessandria come un trionfatore mentre Memnone continuò ugualmente a guidare la sua diocesi fino alla morte. La disputa dottrinale tra le parti fu invece superata solo nel 433 quando, grazie all'intervento del vescovo Acacio di Berea e dell'eremita Simeone lo Stilita, Giovanni di Antiochia e Cirillo di Alessandria raggiunsero un accordo detto della Formula di unione. Giovanni accettò l'attribuzione alla Vergine del titolo di Theotòkos, "Madre di Dio", Cirillo riunciò agli anatemi contro Nestorio.

Nel 442 - L'imperatore d'occidente Valentiniano III, nel 442, venne a patti con Genserico riconoscendo ai Vandali l'indipendenza e la sovranità sulle terre e sui popoli da loro conquistati, cioè la Numidia Cirtensis, la Zeugitana e la Byzacena (l'insieme delle tre costituisce l'Algeria orientale e la Tunisia attuali). In cambio i Romani ottenevano la restituzione delle Mauritanie e della parte di Numidia occupata dai Vandali nel 435. In questo modo fu raggiunta la pace. Questo trattato segnò la fine delle migrazioni del popolo vandalo, che si stabilì nelle ricche terre della Zeugitana, costringendo i precedenti proprietari o a trasferirsi in altre località o a lavorare per i nuovi padroni in posizione subordinata. La stessa sorte toccò anche ai sacerdoti ortodossi che risiedevano nelle zone della cosiddetta "assegnazione vandalica". Cartagine divenne la capitale del regno vandalo e Genserico approvò una nuova datazione che partiva dal 19 ottobre 439, data della presa di Cartagine. Per i successivi trent'anni, i Vandali compirono scorrerie nel Mediterraneo. Ciò nonostante le relazioni tra Genserico e l'impero si mantennero buone sino al 455.

Nel 445 - In luglio, l'imperatore Valentiniano III emana un editto che contribuisce in maniera determinante all'affermazione dell'autorità e del primato della sede vescovile di Roma in Occidente. L'editto, che non era valido nella parte orientale dell'impero, affermava che "Nulla deve essere fatto contro o senza l'autorità della Chiesa romana".

Carta delle migrazioni in Britannia
di Angli, Sassoni e Juti nel V sec.
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Dal 450 - Con la migrazione di Angli, Sassoni e Iuti in Britannia, prende corpo la nuova nazione inglese.
L'isola era stata, fino ad allora, abitata da Britanni di lingua celtica oltre ai conquistatori romani.
Con l'abbandono dell'impero con le sue leggi ed infrastruttute, la società romanizzata britannica era regredita e stentava ad assumere una fisionomia soddisfacente. Alle tre stirpi germaniche ricordate dalla storia (Angli, Sassoni, Iuti) corrispondono i principali dialetti attestati nei più antichi documenti inglesi: anglo (distinto in northumbrio a settentrione e mercio nel centro), sassone (a mezzogiorno) e kentio (nel territorio degli Juti, all'estremo sud-est). La prima fioritura letteraria si ebbe presso gli Angli, e perciò da loro prese il nome la lingua dell'intera nazione (nell'antico inglese englisc, nel moderno english) e lo mantenne ancorché il primato nella cultura passasse ben presto ai Sassoni e in dialetto sassone si svolgesse la successiva letteratura. Molti studiosi moderni chiamano anglo-sassone l'inglese antico (fino al sec. XI). Anche le invasioni danese e norvegese lasciarono tracce nella lingua inglese; la conquista normanna, nel sec. XI, ebbe un'importanza decisiva per il suo ulteriore sviluppo.

Gli scismi nella cristianità dovuti
ai concili di Efeso e Calcedonia.
Nel 451 - Concilio di Calcedonia. Il concilio di Calcedonia è il quarto concilio ecumenico della storia del cristianesimo ed ebbe luogo nella città omonima nel 451. Venne convocato dall'imperatore romano d'Oriente Marciano (450-457) e da sua moglie, l'imperatrice Pulcheria. Le sedute cominciarono l'8 ottobre 451 e contarono fra i cinquecento e i seicento vescovi. In continuità con i concili precedenti, vennero trattati argomenti cristologici. Inoltre, in chiara opposizione con il secondo concilio di Efeso del 449, vi fu condannato il monofisismo di Eutiche e di Dioscoro. Tuttavia papa Leone rifiutò di accettare il ventottesimo canone del concilio, che sanciva la preminenza del patriarcato di Costantinopoli su quelli di Antiochia e di Alessandria e la sua uguaglianza alla sede apostolica di Roma in base all'argomento che Costantinopoli era la nuova sede dell'Impero, la nuova Roma. Pulcheria era molto devota ma le stava altrettanto a cuore la preservazione dell'unità dell'impero, già messa sufficientemente a dura prova dai popoli barbari; basti pensare che la minaccia di Attila venne sventata da Ezio ai Campi Catalaunici nell'anno del Concilio, il 451. L'anno dopo gli Unni invasero l'Italia. Certamente al successo del Concilio contribuirono le pressioni del cugino di Pulcheria, Valentiniano III (425-455), imperatore d'Occidente, il quale agì in accordo con papa Leone I. Quest'ultimo, nel 450, aveva inviato una missione, capeggiata dal vescovo di Como Abbondio, originario di Tessalonica: egli ottenne che Anatolio (Patriarca di Costantinopoli dal 449 al 458) accettasse una lettera che Leone aveva indirizzato nel 449 al suo predecessore Flaviano (martirizzato dai sostenitori del monofisismo di Eutiche). La lettera è tuttora ricordata col nome "Tomus ad Flavianum". La prima conseguenza del concilio fu la separazione delle chiese orientali antiche. 

Principali centri della laguna
veneziana nel V secolo. Da
http://venezia.myblog.it/
2011/12/31/l-isola-sommersa
-metamauco-la-piccola
-atlantide-di-venezia-t/ 
Nel 452 - Nell'ambito dell'invasione dell'Europa, nella penisola italiana entrano gli Unni, popolazione che giunge dalle steppe asiatiche e che da anni spinge a ovest tutte le genti minacciate dalla loro ferocia. Secondo la tradizione, il loro re Attila (in realtà si pronuncia Attìla, ed è il titolo dato dagli Unni al loro sovrano), definito "Flagello di Dio", verrà miracolosamente fermato al Mincio, da una ambasceria di cui fa parte papa Leone I, il vescovo di Roma.
In Veneto, gli Unni saccheggiano anche Altino e gli abitanti della terraferma di quella fascia costiera cercano rifugio nelle lagune, fenomeno che si ripeterà nel 568 con l'invasione dei Longobardi. L'attuale città di Venezia (allora indicata come Rivo Alto, da cui Rialto) si presentava allora come un insieme di piccoli insediamenti ancora molto eterogeneo, mentre maggiore importanza assumevano alcuni centri limitrofi come Torcello, Ammiana, Metamauco.

Nel 455 - I Vandali conquistano RomaNel 455, il 16 marzo, l'imperatore Valentiniano III, responsabile dell'uccisione di Ezio, fu a sua volta assassinato dai seguaci dello stesso. I Vandali, non riconoscendo l'usurpatore Petronio Massimo (che sembra fosse coinvolto in entrambi gli omicidi) ritennero decaduto il precedente trattato stipulato con Valentiniano. Da qui il pretesto per salpare alla volta dell'Italia (una leggenda narra che fosse l'imperatrice, Licinia Eudossia, a chiamarli); sbarcati a Porto, i Vandali affiancati da guerrieri Mauri marciarono su Roma, i cui abitanti si diedero alla fuga; Massimo, invece di combattere, si preparava anche lui alla fuga, ma fu ucciso da un soldato della sua guardia. Alla porta Portuense papa Leone I si fece incontro a Genserico e lo implorò di risparmiare la città e la sua popolazione. Genserico accettò e venne quindi accolto in città con il suo esercito. Sebbene la storia parli del violento saccheggio della città eterna da parte dei vandali (da qui la parola vandalismo), in realtà Genserico onorò il suo giuramento: non vi furono né eccidi, né incendi, né dissennate distruzioni e i suoi uomini non devastarono Roma, rispettando le chiese cristiane. Comunque il saccheggio iniziò il 2 giugno 455; fu il terzo Sacco di Roma dopo i Galli di Brenno (390 a.C.) e i Goti di Alarico (410). In questo frangente i Vandali portarono via denaro e tesori (furono spogliati il palazzo imperiale, il tempio di Giove Capitolino, col suo tetto aureo, scomparvero i tesori del Tempio di Gerusalemme portati a Roma da Tito dopo la vittoria del 70 sugli ebrei ed altro ancora), mentre Genserico condusse con sé la vedova di Valentiniano, Licinia Eudossia, e le sue figlie, Eudocia (che, giunta a Cartagine, fu data in moglie a Unerico, il figlio di Genserico) e Placidia ed il figlio di Ezio, Gaudenzio e molti notabili romani, che al rientro a Cartagine furono divisi, come schiavi, tra i partecipanti alla spedizione. Avito, nuovo imperatore romano d'occidente dal 9 luglio 455, cercò, senza risultati, l'adesione dell'imperatore d'oriente, Marciano, per un'offensiva comune contro i Vandali, che nel frattempo, avevano occupato le restanti province della Mauretania (l'attuale Algeria centro-occidentale), con i Mauri pronti a riconoscere l'autorità vandalica. All'inizio del 456 i Vandali conclusero un'alleanza con i Suebi di Rechiaro che, rotto il trattato con l'impero, avevano invaso i territori della provincia Tarraconense mentre, nello stesso tempo, Genserico attaccava le coste calabresi e siciliane. Sbarcati ad Agrigento però, i Vandali vennero sconfitti dal generale Ricimero che, preso il mare, incrociò la flotta vandala in Corsica e la sconfisse, sempre nel 456.

Regno dei Burgundi nel V
secolo. Clicca per ingrandire.
Nel 458 - I Vandali tentarono di formare, in Gallia, una coalizione anti-imperiale con BurgundiVisigoti, ma l'imperatore, Maggioriano, recandosi nel mese di novembre in Gallia la fece fallire e passati i Pirenei, avanzò su Saragozza e sul porto di Cartagena. Da qui, nel maggio del 460, raggiunse il regno dei Vandali sbarcando in Mauretania, mettendo paura a Genserico che inviò emissari per poter ottenere la pace; al rifiuto di Maggioriano, i Vandali devastarono la provincia e ne avvelenarono i pozzi, per rallentarne l'avanzata dell'esercito imperiale. I Vandali, non solo raggiunsero lo scopo ma, con l'aiuto di alcuni traditori, si impadronirono della flotta romana, ancorata a Illici Augusta, a sud dell'odierna Alicante. L'imperatore Maggioriano allora venne a patti, concordò un armistizio e al suo rientro in Italia, a Tortona, perse la vita in una battaglia contro Ricimero il 7 agosto 461; in quello stesso anno sembra che i Vandali liberarono, dietro il pagamento di un riscatto, Licinia Eudossia e la figlia Placidia.

- Ricimero era un barbaro cristiano ariano, per metà svevo (suebo) e per metà visigoto, figlio di un principe dei Suebi e della figlia di Vallia, re dei Visigoti. Spese la sua giovinezza alla corte dell'imperatore romano d'occidente Valentiniano III, dove si distinse combattendo al comando di Flavio Ezio, magister militum d'occidente di Valentiniano, avanzando di grado nei tardi anni 450; era amico di Giulio Valerio Maggioriano, un nobile romano anche lui comandante di Ezio.
Moneta con monogramma
 di Ricimero
Alla morte di Ezio prima e di Valentiniano III poi, in Occidente si creò una situazione di potere vacante: l'imperatrice Licinia Eudoxia avrebbe preferito conferire la porpora a Maggioriano, cosa che avrebbe posto Ricimero molto vicino al potere, ma il potere andò nelle mani del senatore Petronio Massimo, il quale fu ucciso quando il re dei vandali, Genserico, saccheggiò Roma nel maggio del 455. Il Gallo-romano Avito fu poi fatto imperatore dai Visigoti. Dopo il suo arrivo a Roma, Avito nominò Ricimero comandante del traballante Impero d'occidente (ormai ridotto all'Italia e a parte del sud della Gallia), che creò una nuova armata e una nuova flotta, utilizzando mercenari germanici.
Fece abbellire a Roma a sue spese nel 459, anno del suo consolato, fra cui la chiesa di Sant'Agata, poi conosciuta come Sant'Agata dei Goti. Questo è l'unico esempio di culto ariano-cristiano della comunità gotica romana arrivato fino ai giorni nostri. Nel 593 fu consacrata al cattolicesimo da papa Gregorio I.
Dopo aver lasciato Roma, Genserico aveva lasciato una potente flotta per bloccare le coste italiche. Nel 456, però, Ricimero affrontò la flotta vandala con le sue navi ed ottenne una vittoria vicino alla Corsica. Poi batté un esercito vandalico anche sulla terraferma, vicino ad Agrigento (Sicilia). Acquistata una grande popolarità in seguito a questi successi militari, ottenne dal Senato il permesso per una spedizione contro l'imperatore Avito, che sconfisse nella sanguinosa battaglia combattuta il 16 ottobre 456 a Piacenza. Avito fu catturato e poco dopo messo a morte. Ricimero ottenne poi il titolo di Patrizio dall'imperatore bizantino Leone I il Trace, il quale confermò l'elevazione al trono del collega di Ricimero, Maggioriano. Ma Maggioriano si rivelò un sovrano capace e sempre più indipendente, diventando, perciò, scomodo. Nel 461 fu però sconfitto da Genserico (forse a seguito di un tradimento) vicino a Valenza (Spagna), proprio mentre cercava di organizzare una spedizione contro di lui. Ricimero ne provocò la morte il 7 agosto di quello stesso anno. Ricimero pose sul trono il più docile Libio Severo, che però si trovò di fronte alla disapprovazione di Leone di Bisanzio e alla rivalità di Egidio in Gallia.

Dal 461 - Dopo la morte dell'imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d'Occidente, Ricimero, si aprì una lotta per l'elezione del nuovo imperatore d'Occidente che coinvolse Ricimero, l'imperatore d'Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d'Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell'imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d'Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l'altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi genero di suo figlio Unerico, "uno di famiglia" insomma. A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l'imperatore d'Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l'interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l'aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna. Tra la fine del 463 ed il 464, Genserico, re dei Vandali, era ancora in guerra con l'impero: non riconosceva il nuovo imperatore Libio Severo, voluto invece da Ricimero, il generale svevo-visigoto che di fatto governava l'impero e inoltre non veniva accolta la sua richiesta di elevare invece al trono imperiale Anicio Olibrio che, avendo sposato Placidia, figlia di Valentiniano III e sorella di Licinia Eudossia, era genero di suo figlio Unerico. Fece allora un accordo col titolare del comando indipendente della Gallia del nord, Egidio, per attaccare contemporaneamente l'Italia; ma la cosa sfumò per l'improvvisa morte di Egidio. Comunque la situazione tra i Vandali e l'impero d'Occidente rimase tesa. Dopo la morte di Libio Severo nel 465, Ricimero (che forse aveva avvelenato l'imperatore) governò da solo per otto mesi. Alla fine, però, dovette accettare Antemio (scelto da Leone I), di cui sposò la figlia Alipia.

Nel 465 - Gli Svevi in Hispania, che per la maggior parte erano pagani, si convertono al cristianesimo ariano.

Nel 467 - L'Imperatore d'Oriente, Leone I, nominò il nuovo Imperatore d'Occidente, Antemio e lo fece scortare a Roma dal governatore indipendente dell'Illyricum, Marcellino, che avrebbe poi dovuto proseguire ed attaccare Cartagine; ma la mancanza di venti favorevoli fece abortire il tentativo; Genserico, seccato, sia per la mancata nomina a Imperatore d'Occidente di Olibrio, sia per l'ordine di Leone I di aggredire il suo regno, cominciò da quell'anno ad attaccare anche le coste dell'Illiria, dell'Epiro e della Grecia, non risparmiando neppure Alessandria. Nel 468 il regno dei Vandali fu l'obiettivo dell'ultimo sforzo militare congiunto delle due parti dell'Impero, teso a sottometterli. Ma mentre i Vandali venivano sconfitti dai generali Bizantini in Tripolitania e perdevano la Sardegna e parte della flotta ad opera di Marcellino, Genserico sorprese ed incendiò il grosso della flotta nemica al comando del generale romano d'Oriente Basilisco a Capo Bon; meno della metà delle navi imperiali scamparono in Sicilia. Mentre Marcellino, riunita la sua flotta con quella rifugiatasi in Sicilia si accingeva a salpare per Cartagine, nell'agosto dello stesso anno, fu assassinato da un suo subalterno (forse un sicario di Ricimero). I Vandali rimasero signori incontrastati del Mediterraneo occidentale dallo stretto di Gibilterra alla Tripolitania. Nel 474 fu stipulata la pace perpetua con l'imperatore Zenone, dell'Impero romano d'Oriente, i Vandali concessero completa libertà di culto agli ortodossi e permisero la nomina di un nuovo titolare alla carica vescovile di Cartagine (vacante dal 457). Da parte sua Zenone, nel 476, confermò ai Vandali il possesso di tutta la provincia d'Africa (dallo stretto di Gibilterra alla Tripolitania), le isole Baleari (comprese le isole Pitiuse), la Corsica, la Sardegna e la Sicilia (che eccettuata la città di Lilibeo di interesse strategico, fu ceduta ad Odoacre in cambio di un tributo annuo).

Nel 476 - Odoacre, re degli Eruli, depone Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d'Occidente.
Finisce così l'Impero Romano d'Occidente e questa data viene considerata come la fine dell'Era Antica e l'inizio del Medioevo. Quando nel 476 l'impero d'Occidente cadde, per quello d'Oriente, con capitale Costantinopoli (l'antica Bisanzio greca), iniziò un periodo di fulgore, perpetuando l'esperienza politica romana. Intanto iniziavano le grandi campagne degli Slavi contro Roma, pressati a est dalle grandi invasioni degli Unni, che li costringevano a cercare nuovi territori.

Nel 477 - Morte di Genserico e persecuzione dei non ariani. In politica interna Genserico dette libertà di religione a tutte le confessioni cristiane, ma volle che tutti i suoi stretti collaboratori si convertissero all'arianesimo. Durante il suo regno le tasse gravarono soprattutto sulle spalle delle ricche famiglie romane e del clero cattolico. Sembrava che nulla potesse fermare la potenza dei Vandali, ma con la scomparsa di Genserico sembrò scomparire la capacità combattiva dei Vandali. Genserico morì il 25 gennaio del 477, all'età di 87 anni (77 secondo alcune fonti) a Cartagine e alla sua morte divenne re il figlio Unerico. Nonostante fosse di fede ariana, come la maggior parte dei Vandali, Unerico si dimostrò all'inizio del suo regno tollerante con coloro che professavano la religione secondo il credo niceno, arrivando a permettere l'elezione di un nuovo vescovo di Cartagine nel 481, su richiesta dell'imperatore Zenone. Perseguitò inoltre gli adepti dell'eresia manichea. Presto però iniziarono le persecuzioni anche contro i cattolici punendo tutti coloro di etnia vandala che si erano convertiti al cattolicesimo, cercando di incamerare tutti i loro possedimenti. Comunque un gran numero di individui fu esiliato a causa del loro credo religioso.

Nel 482 - Pubblicazione dell'"Henotikon". In ambito religioso l'imperatore romano d'Oriente Zenone è famoso per il suo Henotikon, l'«Atto di unione» promulgato nel 482 per mediare tra le opposte visioni dei calcedoniani e dei miafisiti sulla natura di Cristo. I primi riconoscevano in Cristo due nature (physis), i miafisiti solo una; il Concilio di Calcedonia del 451 aveva promulgato il credo calcedoniano e condannato la posizione miafisita, ma i miafisiti erano ancora forti, specie nelle province orientali dell'impero, e il Patriarca di Alessandria, Pietro III Mongo, era miafisita. Sostenere i miafisiti era stato uno degli errori di Basilisco, in quanto il popolo di Costantinopoli era calcedoniano, ma Zenone aveva bisogno del sostegno delle province a maggioranza miafisita, Egitto, Siria, Palestina e Asia Minore. Anche il Patriarca di Costantinopoli, Acacio, era interessato a ridurre la distanza tra le posizioni delle due fazioni avverse. Per queste ragioni Zenone promulgò, nel 482, l'Henotikon, un documento elaborato con l'aiuto di Acacio e indirizzato alle due fazioni in Egitto. L'editto presentava il credo niceno-costantinopolitano come un simbolo, un'espressione di fede finale e unitaria. Tutti gli altri simboli erano esclusi: Eutiche e Nestorio erano chiaramente condannati con un anatema, mentre i dodici capitoli di Cirillo di Alessandria erano accettati. L'insegnamento di Calcedonia non era ripudiato esplicitamente, ma passato sotto silenzio; Gesù Cristo era descritto come «l'unigenito Figlio di Dio [...] uno e non due» e non c'era un riferimento esplicito alle due nature. Il vescovo di Roma, Felice III, si rifiutò di accettare il documento e scomunicò Acacio (484), dando inizio allo scisma acaciano, ricomposto solo nel 519. Nel 488 il Patriarca di Antiochia, Pietro II Fullo, si recò a Costantinopoli affinché gli fosse confermato il suo diritto sulla Chiesa di Cipro; Zenone convocò il vescovo di Cipro, Antemio, a discolparsi dalle accuse. Antemio affermò che, prima di partire, aveva avuto una visione in cui l'apostolo Barnaba gli aveva indicato la posizione della sua tomba. Nel sepolcro Antemio aveva trovato le reliquie dell'apostolo e una copia del Vangelo secondo Matteo scritto in ebraico da Barnaba stesso. Zenone ricevette le reliquie e il manoscritto, e in cambio proclamò l'autonomia della Chiesa di Cipro. Nel 489 Zenone chiuse la scuola persiana di Edessa, dietro richiesta del vescovo Ciro II, poiché diffondeva insegnamenti nestoriani, e costruì una chiesa al suo posto. La scuola fu spostata nella sua sede originaria, a Nisibis, tornando ad essere la Scuola di Nisibis e causando una nuova ondata di immigrazione nestoriana in Persia. 

Nel 484 - Zenone, imperatore romano d'Oriente, emana l'"Henotikon" ed è scisma, detto "acaciano", fra le chiese cristiane, d'oriente e d'occidente. Lo scisma acaciano fu una frattura all'interno della cristianità che ebbe luogo a Costantinopoli nel 484, durante il regno dell'imperatore d'Oriente Zenone, che si concluse nel 519, con Giustino I imperatore d'Oriente. Prese il nome da Acacio, all'epoca patriarca di Costantinopoli e fu provocato da un documento emanato da Zenone, l'"Henotikon", di cui Acacio fu l'ispiratore. Può essere considerato il primo scisma fra chiese cristiane, orientale ed occidentale. A metà del V secolo, mentre l'impero romano d'Occidente si stava dissolvendo nella barbarizzazione germanica, per l'agiato clero cristiano d'Oriente, divenne improcrastinabile risolvere le dispute teologiche sulla natura di Cristo. Da tempo i teologi discutevano se Gesù possedesse entrambe le nature, umana e divina, oppure solamente quella divina. Si interrogavano se invece le due nature fossero compresenti ma distinte. Nelle chiese d'oriente, influezate dalle speculazioni filosofiche di stampo ellenistico, la questione sollevava da tempo un profondo e articolato dibattito. Le due massime chiese d'oriente erano quelle di Antiochia, in Siria, e di Alessandria d'Egitto, entrambe sede di patriarcato. I teologi di Antiochia, di scuola aristotelica, mettevano in risalto l'umanità di Cristo e l'unione delle sue due nature, rimaste integre in una sola persona. L'autonomia della natura umana veniva accentuata fino a farla diventare un secondo soggetto accanto al Logos. Diversamente da loro, ad Alessandria, di scuola platonica, si dava l'assoluta precedenza alla divinità di Cristo. Il Logos divino è l'unico vero centro di azione in Cristo. I teologi di Alessandria non si riferivano mai a un soggetto umano o a un distinto principio operativo. In Cristo vi era la perfetta unità del Verbo nella carne: l‘uomo è il Verbo, ma il Verbo in quanto unito a un corpo. I massimi esponenti della scuola teologica alessandrina (Didaskaleion) furono Clemente, Origene e Atanasio. Sia la chiesa di Antiochia sia quella di Alessandria accettarono le decisioni del Concilio di Nicea I (del 325), che aveva affermato la consustanzialità, cioè la stessa natura, del Padre e del Figlio. Nel concilio successivo, a Costantinopoli (381), cui presero parte solo esponenti della Chiesa dell'Impero romano d'Oriente, venne ribadita l'uguaglianza tra le divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Nella prima metà del V secolo fu patriarca di Alessandria Cirillo (370-444). Durante la sua epoca si sviluppò l'eresia nestoriana, teoria cristologica di matrice antiochena. Cirillo fu il primo vescovo a denunciare gli errori del nestorianesimo; fu l'estensore della lista delle 12 rinunce (“anatemi”) che il papa di Roma Celestino I sottopose a Nestorio. Fu la figura centrale del concilio di Efeso I del 431, che condannò definitivamente il nestorianesimo come eresia. Il concilio di Efeso però, aveva lasciato irrisolta una questione fondamentale: che tipo di rapporto sussiste tra la natura umana e quella di Cristo dopo l'incarnazione: sono tra loro subordinate, o sono fuse, ovvero separate? Uno dei discepoli di Cirillo, il monaco Eutiche, provò a dare una risposta. Eutiche viveva a Costantinopoli come rappresentante diplomatico della chiesa di Alessandria. Nella capitale bizantina era anche padre superiore di un importante convento di monaci. Nella sua prova di risposta, Eutiche affermò che in Cristo, dopo l'incarnazione la natura umana è stata assorbita completamente da quella divina. La divinità avrebbe accolto l'umanità "come il mare accoglie una goccia d'acqua". Contro Eutiche si pronunciarono i patriarchi di Costantinopoli e di Antiochia e il papa di Roma. A suo favore si schierò invece Cirillo, che però morì pochi anni dopo. Per dirimere la questione, fu comunque convocato il concilio di Efeso II che si tenne nel 449; gli alessandrini, rappresentati dal loro papa (il titolo del loro vescovo) Dioscoro I, uscirono vincitori: il sinodo confermò l'ortodossia della teoria di Eutiche, definita “monofisismo”, cioè una natura, nello specifico, quella divina.

La politica dei Vandali nei confronti della religione era contraddittoria al punto che, dopo aver permesso il 1º febbraio 484 un concilio tra vescovi ariani e cattolici, il 24 febbraio dello stesso anno fu emanato un decreto in cui ai sacerdoti cattolici fu proibito di esercitare qualsiasi funzione e di abitare sia in città che nei villaggi. Tutte le chiese cattoliche e le loro proprietà passarono al clero ariano; i funzionari regi di fede ortodossa furono privati della loro carica e tutti i cittadini di fede ortodossa furono multati; inoltre, se avessero perseverato nella loro fede e non avessero abbracciato la dottrina ariana, entro il 1º giugno dello stesso anno sarebbero stati dichiarati eretici, gli sarebbero stati confiscati i beni e sarebbero stati deportati. Al loro deciso rifiuto, migliaia di cattolici furono esiliati sia in Corsica che in veri e propri campi di concentramento nell'entroterra africano, dove morirono a centinaia per le condizioni di vita estreme e per la disidratazione. I sacerdoti cattolici ortodossi più fortunati furono rimossi dagli uffici divini e gli fu permesso di rimanere presso le precedenti diocesi, ma molti, torturati e bruciati vivi sul rogo, subirono il martirio in quella che fu una delle più crudeli persecuzioni della storia della cristianità. Mentre in quel periodo i Vandali, rafforzando ulteriormente la marina, mantennero il controllo delle isole del mediterraneo occidentale, nell'entroterra africano tuttavia i Berberi iniziarono la conquista della regione corrispondente grossomodo all'odierna Algeria, creando ai Vandali non pochi problemi logistici a causa dei loro continui attacchi, che minacciavano i collegamenti e le comunicazioni tra i possedimenti di Cartagine e Tangeri. Unerico, che fu il primo Vandalo a fregiarsi del titolo di Re dei Vandali e degli Alani, fu colpito, alla fine del 484, dalla peste (considerata dai cattolici una punizione divina per le sue persecuzioni) e morì dopo pochi giorni, il 23 dicembre del medesimo anno. Gli successe il nipote Gutemondo. In quegli anni, i più potenti rivali dei Vandali, cioè i Visigoti, gli Ostrogoti e l'Impero Romano d'Oriente (Bizantino), erano impegnati in lunghe e sanguinose guerre, che impedirono loro di dedicarsi alla conquista del Regno Vandalo che, dopo aver toccato il suo apogeo sotto Genserico, iniziava ora un rapido declino. In seguito, la persecuzione contro i cattolici fu attenuata e nel 487 la maggior parte delle chiese cattoliche ortodosse furono riaperte e gli ecclesiastici esiliati rientravano. Si stabilizzò inoltre la situazione economica interna, che sotto Unerico era arrivata sull'orlo del collasso. 

Nel 486 - Clodoveo (Clovis in francese) dei Franchi Salii, diventa re dei Franchi, la confederazione di popolazioni germaniche che si erano insediate nel nord della Francia, dando inizio alla dinastia dei Merovingi (da Meroveo, nome del padre e del nonno di Clovis-Clodoveo). 

Nel 491 - Approfittando del conflitto tra Odoacre e Teodorico, i Vandali cercarono di riappropriarsi della Sicilia, ma le truppe spedite sull'isola nel 491 furono ricacciate dagli Ostrogoti e così fu perso il contributo che Odoacre versava, dal 476, per il possesso dell'isola. Al re vandalo Guntemondo successe il fratelloTrasamondo, descritto dagli storici del tempo come un sovrano poco capace, inadatto al suo ruolo. Sotto la sua guida il Regno dei Vandali subì continui attacchi dalle popolazioni berbere e dei Mauri che portarono alla perdita di quasi tutto il territorio che oggi fa parte dell'Algeria. Negli ultimi anni del suo regno inoltre l'importante città portuale di Leptis Magna, sulla costa mediterranea, fu saccheggiata e distrutta dai Berberi mettendo in risalto l'estrema debolezza in cui si trovava il Regno dei Vandali. Riuscì tuttavia a mantenere e consolidare una forte presa su quello che è considerato il "cuore" del Regno, oggi corrispondente al territorio tunisino, alla parte più orientale dell'Algeria e alla Tripolitania; le tribù di Tripoli però, negli ultimi anni di regno, si resero indipendenti e lo sconfissero duramente. In politica interna, Trasamondo continuò la politica del fratello che aveva messo fine alle persecuzioni contro i cattolici, iniziate dallo zio Unerico, pur riprendendo una politica anticattolica, evitando però i metodi violenti, ripresero gli esili tra il clero cattolico, tra cui il vescovo di Cartagine, usandogli però i dovuti riguardi; questa politica gli permise di far progredire significativamente le relazioni con l'Impero Bizantino. I Vandali fecero un'alleanza con gli Ostrogoti e nel 500, in seconde nozze, Trasamondo sposò la sorella del loro re, Teodorico, Amalafrida, che portò in dote la città siciliana di Lilibeo ed il suo circondario (l'estremità occidentale della Sicilia). L'alleanza scricchiolò, tra il 510 ed il 511, quando i Vandali aiutarono il re dei Visigoti, Gesalico, figlio illegittimo di Alarico II che Teodorico considerava un usurpatore del trono a scapito del figlio legittimo di Alarico II, Amalarico, che per parte di madre era nipote di Teodorico; abbandonato Gesalico al suo destino, l'alleanza tra Vandali e Ostrogoti tornò solida. A Trasamondo successe il cugino Ilderico, di circa sessant'anni, figlio primogenito di Unerico e di Eudocia, che tra il 484 e il 523, aveva vissuto per quasi quarant'anni a Costantinopoli, al seguito di Eudocia quando fu ripudiata, e che era rimasto in ottimi rapporti con i membri della corte imperiale, specialmente con Giustiniano I, che governava per conto dell'imperatore Giustino I. I Vandali non lo amarono poiché, invece di praticare l'arianesimo come i suoi predecessori, indotto dalla madre si era da tempo convertito al cattolicesimo. A renderlo ulteriormente impopolare di fronte alla propria gente fu il suo carattere imbelle e la sua omosessualità, considerata dai Vandali come estremamente riprovevole. Ilderico, richiamò gli esuli, restituì le chiese agli ortodossi e permise la nomina di un nuovo vescovo cattolico a Cartagine, e facilitò la conversione al cattolicesimo di molti Vandali, che allarmò la nobiltà vandala, e Amalafrida, la vedova del suo predecessore Trasamondo, e la sua guardia ostrogota si ribellarono; i Goti finirono massacrati e l'ex regina in carcere.

Peso in bronzo col nome di
Teoderico, re degli Ostrogoti e
console dell'imperatore Romano
come Re d'Italia.
Nel 493 - Teoderico (chiamato oggi Teodorico), re degli Ostrogoti, prende il potere dell'Italia diventando Re d'Italia, fissando la capitale a Ravenna. Teodorico, della dinastia degli Amali, famiglia regnante Ostrogota, è cresciuto a Costantinopoli in qualità di ostaggio dell'imperatore Zenone, che lo ha poi adottato. E' cristiano di osservanza Ariana, come d'altra parte la dinastia imperiale dei Costanzi, ed è l'imperatore che gli affida l'incarico di recuperare l'Italia con la Sicilia agli invasori barbarici. Fondamentalmente, il tessuto sociale nei territori "barbarizzati" dell'impero, è una miscela fra organizzazione civile da parte della società romana e potere militare ai popoli migranti. L'imperatore d'occidente non c'è più, gli invasori non distruggono l'organizzazione sociale e, se vogliono godere dei proventi dell'economia, perlopiù agricola, devono affidarsi alla burocrazia esistente. Non possiamo quindi parlare di Regno degli Ostrogoti, ma di Regno Ostrogotico, o Visigotico ecc. I Vandali invece hanno un atteggiamento tirannico, e verranno poi spazzati via da Belisario, generale di Giustiniano, poichè la popolazione romana gli rimarrà ostile. L'imperatore romano (che ora è a oriente) invia le insegne imperiali ai nuovi Re dei territori dell'impero, investendoli così come consoli regnanti.

Cartina dell'Europa nel 493 con i
regni germano-barbarici succeduti
all'Impero Romano d'Occidente:
il seme dell'odierna Europa.
Inoltre Slavi, Unni, Gepidi, Turingi,
Alemanni, Longobardi, Iuti,
Frisoni, Celti con i loro regni
bretoni in Galles, Irlanda e Bretagna.
L'ostrogotoTeodorico, sconfitto
Odoacre, re degli Eruli,
diventa sovrano d'Italia.
- Teoderico (il cui nome in norreno e islandese è Þiðrik af Bern, mentre in tedesco è Dietrich von Bern, dove Bern è il nome di Verona nel tedesco altomedioevale) nacque in Pannonia, fra le attuali Ungheria e Austria. Figlio del re ostrogoto Teodemiro e di una sua concubina, Erelieva, all'età di otto anni fu inviato come ostaggio, a garanzia della pace tra Bizantini ed Ostrogoti, presso la corte dell'imperatore Leone I, dove visse per dieci anni. Nella capitale dell'Impero romano d'Oriente venne educato e apprese il latino e il greco. Riscattato dal padre, si fece subito valere come comandante degli Ostrogoti in diverse battaglie, conquistandone ben presto la fiducia. Teodorico succede al trono degli Ostrogoti dopo la morte del padre (474) e prosegue la politica di alleanza con il vicino Impero, dal quale otteneva compensi per i servigi di protezione dei confini. L'imperatore bizantino, alleandosi con Teoderico, sperava che questi riuscisse a porre sotto il controllo ostrogoto le nuove popolazioni barbariche che spingevano ai confini dell'Impero, assicurando così a Bisanzio una zona di influenza che fungesse da cuscinetto tra l'Impero e le popolazioni barbariche. 
I successi di Teoderico portarono l'imperatore Zenone a riconoscere al re ostrogoto lo stato di federato romano e di eleggerlo a console nell'anno 484 (alcuni anni dopo gli fu anche eretta una statua equestre a Costantinopoli), ufficializzando in questo modo il predominio ostrogoto sull'area balcanica. La presenza di Teoderico stava diventando però sempre più ingombrante per Zenone e nel contempo Odoacre in Italia stava allargando la sua zona di influenza minacciando gli interessi di Bisanzio. Zenone pensò di risolvere i suoi problemi mettendo l'uno contro l'altro i due re barbari, per cui, con l'aiuto di Bisanzio, nel 488 Teoderico preparò la spedizione verso l'Italia, intrapresa nell'autunno dello stesso anno. Teoderico varcò le Alpi orientali nel 489 con al seguito un esercito di circa 100.000 Ostrogoti e condusse le sue genti in una serie di cruenti scontri contro gli Eruli, scontri che terminarono dopo cinque anni (493), quando Teoderico fece uccidere a tradimento il suo rivale Odoacre e tutta la sua corte durante un banchetto che avrebbe dovuto sancire la pace tra i due re. L'eliminazione di Odoacre, che pare volesse a sua volta insidiare la vita di Teoderico, segnò l'inizio del dominio degli Ostrogoti in Italia, dominio che rappresentò un lungo periodo di pace e stabilità.
La corona ferrea, corona dei
Re d'Italia, conservata a Monza.
Teoderico, primo
Re d'Italia, investito
dall'imperatore
romano (d'oriente)
Teoderico seguì le linee guida già tracciate da Odoacre, lasciando ai Romani, che gli si dimostrarono fedeli, gli impieghi amministrativi e politici che già possedevano, riservando nel contempo esclusivamente ai Goti i compiti di sicurezza e difesa. Inoltre, per pacificare l'Italia, riscattò i cittadini romani fatti prigionieri da altri popoli barbari e procedette alla distribuzione delle terre. Tale liberalità e avvedutezza nella ripartizione dei terreni è da attribuire all'esiguo numero di Ostrogoti rimasti dopo aver varcato le Alpi. Anche in ambito religioso Teoderico, benché seguace del Cristianesimo ariano, non perseguitò la fede cattolica, seguendo anche in questo l'esempio di Odoacre. Il nuovo imperatore Giustino I, che ambiva ad un nuovo ruolo dell'Impero anche in relazione alle questioni religiose che agitavano il cristianesimo, dette inizio alla sua personale crociata contro l'arianesimo, visto come fede inconciliabile e soprattutto pericolosa per il crescente potere della Chiesa cattolica. Fedele a questa sua linea di ostilità nei confronti dell'eresia ariana, nel 524 decretò che i luoghi di culto ariani venissero consegnati alla Chiesa cattolica. Teodorico, convinto che ci fosse un'intesa segreta tra l'impero di Costantinopoli e gli abitanti romani d'Italia, reagì con violenza: fece uccidere alcuni dei suoi più preziosi collaboratori, tra cui Severino Boezio. In seguito Teodorico costrinse papa Giovanni I a recarsi a Costantinopoli per chiedere la revoca del decreto a Giustino I e per chiedere per giunta che gli ariani convertiti al cattolicesimo potessero riabbracciare la fede ariana. Il Papa ottenne la revoca dell'ordine, ma si rifiutò anche solo di chiedere all'imperatore il permesso per gli ariani convertiti al cattolicesimo di tornare all'arianesimo. Così, quando tornò a Roma, Giovanni I fu imprigionato e lasciato morire in carcere nel 526 da Teodorico. Teodorico, sconvolto dagli avvenimenti degli ultimi mesi e ormai vecchio, morì nello stesso 526 lasciando l'Italia, pacificata, al nipote Atalarico sotto la reggenza della figlia Amalasunta. "Il re aveva raggiunto l'età senile e capiva che presto se ne sarebbe andato. Chiamò quindi i conti goti e i capi del suo popolo intorno a sé, designò Atalarico, figlio di sua figlia Amalasunta, suo successore e ordinò ai presenti, come sua ultima volontà, di aver cura del re, amare il senato e il popolo di Roma, e di mantenersi sempre favorevoli alla pace nei confronti dell'imperatore."  (Giordane). Atalarico, il nipote ha appena 10 anni e Amalasunta prende la reggenza. Amalasunta ascolta il desiderio del padre: mantiene la relazione d'amicizia con l'imperatore, e prende provvedimenti contro la miseria della popolazione, ma questo non piace agli Ostrogoti che sono stanchi di essere trattati come Romani: avevano accettato l'imposizione della parità di diritti con i Romani da Teodorico, ma non sono disponibili ad accettare che una donna freni il loro potere di vincitori. Nasce un'opposizione ostrogota contro Amalasunta ed è come una guerra: da una parte la regina che vuole continuare a regnare come ha fatto il padre, dall'altro i capi ostrogoti che vogliono il potere per poterne disporre secondo i loro principi. Nel 534 muore Atalarico, appena diciottenne, Amalasunta non riesce più a dominare la situazione e la lotta contro di lei aumenta di intensità. Per tentare di salvare la situazione, associa al trono il cugino Teodato, amico dei capi ostrogoti. Ma l'opposizione ostrogota non si ferma per questo e lo stesso Teodato si pone contro Amalasunta, nel 535 la depone, la relega in un'isola sul lago di Bolsena, poi la fa strozzare.

Nel 496 - Conversione dei Franchi al cattolicesimo. I Franchi, insediati nel nord di quella che divenne la Francia, mantennero per qualche tempo la loro lingua ed i loro costumi germanici; tuttavia, a causa della loro scelta religiosa, il cattolicesimo, (con la conversione ed il battesimo di Clodoveo, il primo re della stirpe reale chiamata merovingia, da Meroveo, il nome del padre e del nonno) divennero gli alleati naturali della Chiesa di Roma e si fecero passare di buon grado per il braccio secolare della “vera fede”. Durante il battesimo di Clovis, il vescovo di Reims, Remigio, gli intimò: "Fiero Sigambro, brucia ciò che hai adorato e adora ciò che hai bruciato!", in quanto il termine Sigambro evocava ancora il significato di valoroso guerriero germanico.
Nel 496, la Chiesa di Roma era in una situazione precaria e durante il V secolo la sua stessa esistenza era stata gravemente minacciata. Per gran parte del V secolo, tutte o quasi tutte le diocesi dell'Europa occidentale furono ariane o vacanti. Se la Chiesa di Roma voleva sopravvivere e affermare la propria autorità, le era necessario l'appoggio di un campione, un potentissimo personaggio laico che la rappresentasse. Se il cristianesimo doveva evolversi secondo la dottrina romana, questa dottrina doveva venire diffusa e imposta da una forza secolare, abbastanza potente da contrastare ed estirpare la sfida costituita da ogni altro credo cristiano rivale. Non è sorprendente che la Chiesa di Roma, in quei momenti di disperata necessità, si rivolgesse a Clodoveo. Nel 486 Clodoveo aveva già esteso notevolmente i domìni merovingi, partendo dalle Ardenne per annettersi numerosi regni e principati confinanti e per sconfiggere parecchie tribù rivali. Molte città importanti - ad esempio Troyes, Reims e Amiens - furono così incorporate nel suo regno. In meno di un decennio apparve evidente che Clodoveo era ormai avviato a diventare il sovrano più potente dell'Europa occidentale. Secondo la tradizione, la conversione di Clodoveo fu improvvisa e inaspettata, e si compì grazie alla moglie del re, Clotilde, fervida devota di Roma, che sembra assillasse il marito fino a quando questi accettò la sua fede e che in seguito fu canonizzata per questi meriti. È detto che nell'impresa Clotilde fu guidata e assistita dal suo confessore, san Remigio. Ma dietro queste tradizioni si cela una verità storica molto più pratica e terrena. Quando Clodoveo si convertì al cristianesimo di Roma e divenne il primo re cattolico dei Franchi, si guadagnò ben più dell'approvazione della moglie, un regno assai più sostanzioso di quello dei Cieli. Si sa che nel 496 vi furono numerosi incontri segreti tra Clodoveo e san Remigio. Subito dopo, fu ratificato un accordo tra il re e la Chiesa di Roma. Per quest'ultima, l'accordo rappresentava un grande trionfo politico. Avrebbe assicurato la sua sopravvivenza e la posizione di suprema autorità spirituale dell'Occidente. Avrebbe consolidato la posizione di Roma, alla pari con quella di Costantinopoli. Avrebbe offerto prospettive egemoniche e mezzi efficienti per sradicare le innumerevoli eresie. E Clodoveo sarebbe stato colui che avrebbe realizzato tutto questo, la spada della Chiesa di Roma, lo strumento che le avrebbe permesso d'imporre il suo dominio spirituale, il braccio secolare e la manifestazione concreta della sua potenza. In cambio, Clodoveo ricevette il titolo di «Novus Costantinus». In altre parole, doveva presiedere un impero unificato, un «Sacro romano impero» destinato a succedere a quello diviso, creato da Costantino, e più tardi distrutto dai Visigoti e dai Vandali. Secondo un esperto moderno, prima del battesimo Clodoveo fu « fortificato... da visioni di un impero, successore di quello di Roma, che sarebbe stato patrimonio della razza merovingia ». Secondo un altro autore moderno, «Clodoveo doveva diventare così una specie di imperatore dell'Occidente, patriarca dei Germani occidentali, e pur non governando, avrebbe regnato su tutti i popoli e tutti i re». II patto tra Clodoveo e la Chiesa, insomma, ebbe conseguenze enormi per la cristianità. E non solo per la cristianità di quel tempo, ma per tutto il millennio successivo. Il battesimo di Clodoveo segnò la nascita di un nuovo impero romano: un impero cristiano basato sulla Chiesa di Roma e amministrato, a livello laico, dalla stirpe merovingia. In altre parole, venne stretto un vincolo indissolubile tra Chiesa e Stato, ognuno dei quali giurava all'altro fedeltà perpetua. A ratifica di questo vincolo, nel 496 Clodoveo si fece battezzare da san Remigio a Reims. Al momento culminante della cerimonia, san Remigio pronunciò le famose parole: Mitis depone colla, Sicamber, adora quod incendisti, incendi quod adorasti. (China umilmente la testa, o Sicambro, adora ciò che bruciavi, e brucia ciò che adoravi.). È importante notare che il battesimo di Clodoveo non fu un'incoronazione, contrariamente a quanto talvolta sostengono gli storici. La Chiesa non nominò re Clodoveo. Clodoveo era già re, e la Chiesa non poteva far altro che riconoscerlo. E così facendo, si legò ufficialmente non soltanto a Clodoveo, ma anche ai suoi successori: non a un individuo, ma a una stirpe. Sotto questo aspetto, il patto ricorda l'alleanza che, nell'Antico Testamento, Dio stringe con re Davide: un patto che può venire modificato, come nel caso di Salomone, ma non revocato, infranto o tradito. E i Merovingi non persero mai di vista questo parallelo. Per il resto della sua vita, Clodoveo realizzò quanto la Chiesa si attendeva da lui. Con efficienza irresistibile, la fede fu imposta con la spada; e con la sanzione, e il mandato spirituale della Chiesa, il regno franco estese i suoi domìni a est e a sud, abbracciando gran parte dell'odierna Francia e dell'odierna Germania. Fra i numerosi avversari di Clodoveo i più importanti furono i Visigoti, che avevano abbracciato l'eresia ariana. Contro l'Impero visigoto, situato nell'odierna Spagna e, a nord, a cavallo dei Pirenei ed esteso fino a Tolosa, Clodoveo condusse le sue campagne più assidue e organizzate. Nel 507 inflisse ai Visigoti una sconfitta decisiva nella battaglia di Vouillé. Poco più tardi l'Aquitania e Tolosa caddero in mano ai Franchi. L'Impero visigoto a nord dei Pirenei si sfasciò sotto l'incalzare delle forze di Clodoveo. Da Tolosa, i Visigoti ripiegarono su Carcassonne. Poi, cacciati anche da Carcassonne, insediarono la loro capitale, il loro ultimo bastione, nel Razès, a Rhédae che oggi si chiama Rennes-le-Château. Il dominio dei Visigoti nel Razèz durò a lungo: nel 508 Carcassonne fu invano assediata dai Franchi. Altre tre spedizioni franco-burgunde fallirono nel 585 nel 587 e nel 589. Intanto il territorio dominato dai Visigoti, lungo la costa mediterranea, aveva preso il nome di Settimania, e di quel periodo rimangono i toponimi in -ens. Alla morte di Clodoveo, nel 511, il regno fu ereditato dai figli maschi, come de tradizione dei Franchi, e fu quindi suddiviso in Neustria, Austrasia, Burgundia e Aquitania. La Settimania era rimasta ai Visigoti.

Nel 507 - Clodoveo batte a Vouillé i Visigoti e afferma il predominio Franco in Europa Occidentale.

I 4 Regni merovingi
 dopo la morte di
Clodoveo nel  511:
Neustria, Aquitania,
Austrasia, Burgundia.
 A sud, Settimania
 o Gothia.
Nel 511 - Alla morte di Clodoveo, i suoi quattro figli maschi, come stabilito dal diritto franco-salico, ereditano il regno, che si suddivide in quattro regni merovingi: Neustria, Austrasia, Burgundia e Aquitania, mentre la Settimania, a sud, rimane appannaggio del regno iberico dei Visigoti. Durante il medioevo, Settimania era il nome dato all'attuale dipartimento francese della Linguadoca-Rossiglione, salvo alcune parti del Gard e della Lozère.
Secondo alcune fonti, sembra che la Settimania dovesse la sua origine onomastica al periodo romano antico, allorché la Legione VII (Legio Septima) si trovava là di guarnigione, fino all'inizio del Medioevo.
In giallo, la Settimania
o Gothia.
Presumibilmente invece, il suo nome deriva da "Septem Provinciae", il nome che, con la riforma di Diocleziano, prese la Diocesi che raggruppava le sette province galliche meridionali: Gallia Viennensis, Gallia Narbonensis Prima e Secunda, Aquitania Prima e Secunda, Novempopulana e Alpi Marittime.
Dopo la conquista romana della Gallia Transalpina mediterranea (nel 122 a.C.), questa regione diventò Provincia romana, chiamata Provincia Nostra o semplicemente Provincia (da cui il nome di Provenza) e ricevette poi il nome di Gallia Narbonensis. Al tempo della conquista dei Visigoti, nel 412, della Gallia meridionale, il nome più largamente impiegato per quella regione, era stato "Settimania". Dopo la disfatta visigota nella battaglia di Vouillé del 507, per mano dei Franchi, la Settimania, limitata alla sola Linguadoca-Rossiglione restò l'unico lembo della Gallia in mano visigota, dipendente dal regno di Spagna fino alla conquista araba del 719 e per questo, in tempi merovingi e carolingi, era conosciuta anche come « Gothie » o « Gothia ».

Carta del 526 con i regni
barbarici succeduti all'impero
romano d'occidente, il
germe della futura Europa.
Nel 526 - Il re degli Ostrogoti, Teodorico, nel 526, allestì una flotta per vendicare l'affronto ricevuto dal comportamento del sovrano vandalo Ilderico, ma, prima di salpare, morì. Ilderico si disinteressò completamente delle operazioni belliche dei Vandali e delegò per esse il proprio cugino Hoamer. I Vandali dovettero contrastare la ribellione dei Mauri, iniziata con Trasamondo, che ormai controllavano la Mauritania Tingitana, la Mauritania Sitifense e la Numidia meridionale e dal 525 anche la Mauritania Cesariense, esclusa la capitale, Cesarea; inoltre nei sette anni di governo di Ilderico, l'esercito Vandalo subì numerose sconfitte da parte dei Berberi che strapparono al Regno vandalo la Tripolitana. Dopo che, nel 530, l'esercito vandalo inviato in soccorso a Cesarea fu battuto, un colpo di Stato depose Ilderico, che fu incarceato e al suo posto fu eletto il capo della rivolta, Gelimero, cugino di Ilderico.

Nel 527 - Giustiniano I è nominato imperatore romano d'Oriente. Giustiniano fu l'ultimo imperatore latino di Costantinopoli e il più grande autocrate che sedette sul trono bizantino. Nipote dell'imperatore Giustino I era, come lui, di umili origini e nato in un piccolo centro latinofono della Macedonia settentrionale. La sua provenienza e formazione romano-latine e non greche, furono gravide di conseguenze. L'aspirazione universalistica che sempre contraddistinse la sua opera aveva una matrice romana e cristiana ad un tempo: il concetto di imperium romano si identificava infatti per Giustiniano sia con l'ecumene cristiana che con la restaurazione della grandezza romana vista come una missione sacra. Sotto il suo regno «Per l'ultima volta il vecchio impero romano spiegò tutte le sue forze e visse il suo ultimo periodo di grandezza, sia dal punto di vista politico, che da quello culturale». Durante il regno di Giustiniano I, salito al trono nel 527, si assistette all'ultimo concreto tentativo di riconquistare le regioni occidentali, per ristabilire l'unità dell'Impero romano (renovatio imperii). Tale tentativo fu coronato da un parziale, anche se in taluni casi effimero, successo. Sotto il comando dei generali Belisario prima e Narsete poi, i romani d'oriente riuscirono a riconquistare le province dell'Africa Settentrionale (533-534), parte della Spagna meridionale e, al termine della sanguinosissima guerra gotica (535-555) combattuta contro gli Ostrogoti, l'intera Italia. Se la maggior parte di quest'ultima fu persa una quindicina d'anni più tardi a seguito dell'invasione longobarda, iniziata nel 568, la Spagna bizantina fu persa solo un secolo più tardi (intorno al 624), mentre l'Africa nord-occidentale fece parte dell'Impero romano d'Oriente per oltre un secolo e mezzo (fino al 698). Con Giustiniano I, l'Impero romano d'Oriente raggiunse, attorno alla metà del VI secolo, la massima espansione territoriale della sua storia (iniziata nel 395 e finita nel 1.453).

- Secondo Giustiniano, l'unità dell'impero doveva sottintendere anche l'unità religiosa e quindi impose a tutti il cristianesimo e quindi, quello stesso anno, tutti gli eretici ed i pagani persero le cariche statali, i titoli onorifici, le abilitazioni all'insegnamento e gli stipendi pubblici.

Nel 529 Diffusione della regola monastica benedettina.

- Giustiniano decreta la chiusura forzata della scuola filosofica di Atene, ultimo centro di eccellenza della cultura ellenistica mentre a Costantinopoli ed in Asia minore i pagani, ancora numerosi, sono costretti a battezzarsi come cristiani.

Nel 533 - A proposito del colpo di stato avvenuto nel regno vandalo, l'imperatore d'Oriente Giustiniano I, che appoggiava Ilderico, intimò a Gelimero di esercitare pure il potere ma di rimettere almeno formalmente sul trono il vecchio re Ilderico. Gelimero rifiutò. Allora Giustiniano, che voleva restaurare l'impero nel Nord Africa, siglata la pace coi Persiani, nel 532, l'anno dopo, dichiarò guerra ai Vandali, considerati i tre fattori favorevoli:
- il regno ostrogoto rimaneva neutrale permettendo ai romani d'Oriente l'approvvigionamento in Sicilia,
- il governatore vandalo della Sardegna si era ribellato a Gelimero,
- la popolazione romana d'Africa aveva promesso che avrebbe appoggiato i Bizantini.
Nell'estate del 533, al comando di Belisario, l'esercito bizantino sbarcò sul promontorio di Caput Vada. L'esercito vandalo oppose una grande resistenza, il 13 settembre, nella battaglia di Ad Decimum; dopo un iniziale vantaggio, alla morte di Gibamondo, nipote di Gelimero, i Vandali si scoraggiarono e furono sconfitti. Belisario allora marciò su Cartagine che si consegnò ai Bizantini. Il 15 ottobre 533, domenica, Belisario, accompagnato dalla moglie Antonia, fece il suo formale ingresso a Cartagine risparmiandole saccheggio e massacro. I Vandali assediarono la città, anche dal mare, ma dato che i rinforzi dalla Sardegna non arrivarono, tolsero l'assedio e a metà dicembre vi fu lo scontro decisivo; il 15 dicembre 533 Vandali e Bizantini si scontrarono nuovamente alla battaglia di Ticameron, a circa 30 chilometri da Cartagine. In questo combattimento morì Tzazo, fratello di Gelimero e fu il segnale della sconfitta, durante la quale i tesori e la famiglia reale furono catturati dai Bizantini. Belisario puntò su Ippona, seconda città vandala ed in poco tempo occupò tutte la città del regno dei Vandali. Nel marzo del 534, circondato sul monte Pappua, Gelimero si arrese a Belisario. Secondo Procopio di Cesarea (La guerra vandalica, II, 9) Belisario portò parte della popolazione vandala a Costantinopoli, dove l'imperatore donò a Gelimero delle terre in Galazia, in cui visse come un pensionato imperiale, ma il regno dei Vandali era scomparso per sempre. Il regno vandalo d'Africa, incluso le isole, Sardegna, Corsica e Baleari venne riconquistato dai Bizantini. Ma alla caduta del regno vandalo si erano ribellate le tribù berbere e i Mauri, che tennero impegnate le truppe bizantine per circa quindici anni. La nuova provincia d'Africa si poté considerare definitivamente pacificata solo nel 548: dei Vandali però, non rimasero molte tracce.

Nel 534 - Nell'impero romano d'oriente, promulgazione del Codex dell'imperatore Giustiniano, che raccoglie leggi e giurisprudenza del Diritto Romano.

Cartina dell'Impero Romano d'Oriente,
denominato poi Impero Bizantino,
dal 527 al 553: con la riunificazione
dell'Impero di Giustiniano si avrà la
unità territoriale della penisola italia-
na con le isole. Sono indicati i nomi
delle popolazioni esterne all'Impero,
oltre ai Vandali, sconfitti da Belisario,
 il valente generale di Giustiniano.
Nel 536 - Nell'ambito della riconquista dell'occidente da parte dell'Impero Romano d'Oriente, si combatte la guerra greco-gotica. Tra la guerra di riconquista dell'Italia da parte dei Bizantini, iniziata nell'Urbe con la presa del generale Belisario nel 536 e l'alleanza di papa Stefano II con il re dei Franchi Pipino il Breve stipulata alla metà dell'VIII secolo, la città fu suddita dell'imperatore di Costantinopoli, facendo poi parte dell'Esarcato d'Italia. Il papa era un cittadino dell'impero; la sua elezione era sottoposta all'approvazione imperiale. Rispetto ai suoi territori, era giuridicamente un semplice possidente. Il legittimo proprietario era l'imperatore bizantino. Il Patrimonium Sancti Petri consiste, in questa fase storica, nei latifondi gestiti dal vescovo di Roma come possesso privato. Si distingue dal patrimonium publicum, ovvero i latifondi gestiti dai militari bizantini (duces e magister militum) e dai latifondi delle arcidiocesi di Ravenna e di Milano. Durante il regno di Giustiniano (dal 527 al 565), l'Impero Romano d'Oriente riconquisterà l'Italia, le coste del nord-Africa e parte della Spagna. Giustiniano rimediò così alla illegittimità del potere Ostrogoto sull'Italia e sulla Dalmazia dalla deposizione di Amalasunta, gesto che sancì lo strappo degli Ostrogoti dall'impero romano, inoltre rimediò ai vuoti dinastici nell'area sudorientale del regno Visigotico imponendo un ristabilimento della diretta gestione imperiale.

Nel 537 - Da http://www.veneziadoc.net/Storia-di-Venezia/Lettera_Cassiodoro.php. Il Prefetto Pretorio del Re Ostrogoto Vitige scrive una lettera ai Tribuni Marittimi Veneziani. Il prefetto si chiamava Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus, meglio noto con il soprannome familiare di "Senator", ed era nipote di quel Cassiodoro II che aveva guidato l'Ambasceria papale di Leone Magno a fermare l'invasione di Attila in Italia. Nell'anno 537 il raccolto di vino e olio nell'Istria era stato particolarmente abbondante, e il Prefetto scrive ai Veneziani per incaricarli del trasporto marittimo di tali derrate a Ravenna, capitale del Regno Ostrogoto. Esaurito lo scopo ufficiale della Lettera nelle prime righe, il testo si dilunga in una descrizione elegiaca dei Veneziani stessi, della loro Patria e delle loro abitudini morali.
La laguna veneta e in giallo
 i suoi maggiori centri nel VI sec.
Nonostante Cassiodoro fosse di origine Calabra come persona e come funzionario, nei suoi quasi trent'anni di servizio sotto gli Imperatori Ostrogoti da Teodorico in poi, si può pensare avesse acquisito una certa familiarità nel trattare coi Veneziani, firma infatti la sua lettera non con il nome completo ma con il solo soprannome, Senator, accompagnato dal titolo di Prefetto. Nella descrizione che segue dimostra infatti di conoscere quel Popolo molto bene, e di averlo in grande stima. Dalle sue parole apprendiamo che a quel tempo erano chiamati Veneziani gli abitanti delle paludi costiere da Ravenna a Grado, famosi come navigatori e costruttori di navi, Popolo che non conosce il vizio dell'invidia perché tutti gli abitanti, ricchi o poveri, vivono nella medesima tipologia di abitazioni, si nutrono del medesimo cibo, il pesce, e sono dediti alla principale occupazione del produrre e commerciare il sale. La loro Patria è l'acqua, ed essi quindi si sentono nel loro Paese ovunque le navi li possano portare. Hanno del resto nel sale moneta internazionale che loro consente di commerciare in ogni paese. Sanno affrontare il mare infuriato ma conoscono vie di navigazione costiera e fluviale protette, sì da poter garantire la pronta consegna dei loro carichi con ogni tempo. Con il suo "Siate quindi assai preparati a percorrere spazi vicini, voi che spesso percorrete spazi infiniti" Cassiodoro ci insegna che i Veneziani di allora non erano chiusi nelle loro paludi, ma già avezzi a commerciare il loro sale ben più lontano che in Istria o a Ravenna. All'epoca i Veneziani non hanno ancora costruito la loro città come oggi la conosciamo. Le abitazioni sono sparse sui dossi più emersi delle barene, con fondamenta ottenute intrecciando rami flessibili alla maniera dei nidi di uccelli acquatici. A queste case, come fossero animali domestici, i Veneziani tengono legate le loro navi, che il Prefetto chiede di mettere in ordine di navigazione per effettuare il trasporto. Il documento è molto importante poiché, oltre a sancire una significativa presenza dei Veneziani come figura collettiva ben precisa e omogenea già nel Sesto Secolo D.C., testimonia che i Veneziani costituiscono un ceppo del Popolo Veneto di usi e costumi assai diversi da quelli dei Veneti di Terraferma. Mentre questi ultimi, fondendosi con gli Euganei, si organizzano in Civiltà stanziali dedite principalmente all'agricoltura e all'allevamento, quindi alla proprietà della terra oggetto di costanti conflittualità per il possesso, i Veneziani si attestano sulla sconfinata vastità del Mare e fanno "girare i rulli al posto dell’aratro e delle falci". Precisando questa raffigurazione, Cassiodoro spiega che i Veneziani hanno come principale attività la raccolta e il commercio del sale, all'epoca moneta paragonabile all'oro per la sua spendibilità su scala mondiale. Essi posseggono un centro per la loro Civiltà sparso sulle isole delle barene costiere dell'Alto Adriatico, ma grazie alla loro abilità come costruttori navali il loro corpo sociale agisce già allora su tutte le coste dell'Adriatico e oltre. Da Cassiodoro abbiamo testimonianza che essi sono già nel 537 D.C. organizzati come compagnia armatoriale attraverso i Tribuni Marittimi, e in condizione di operare in complessi regimi di nolo navale. Un'attività commerciale molto evoluta sia dal punto di vista tecnico amministrativo che da quello della fiducia reciproca necessaria ai contraenti. Il non dover confliggere continuamente per il possesso della terra e l'abitudine al lavoro di squadra necessario sulle imbarcazioni, faranno dei Veneziani il ceppo più sereno e di successo, al punto di diventare ben presto, per la Storia Moderna, il tronco più glorioso e forte dell'intero Popolo Veneto. (Umberto Sartori)

Costantinopoli - Santa Sofia con
l'aggiunta delle medine musulmane.
Nel 538 Consacrazione della basilica di Santa Sofia (Divina Sapienza) a Costantinopoli, fatta erigere da Giustiniano.
L'imperatrice Teodora.
Basilica di
 San Vitale a Ravenna.
Ultimo Imperatore Romano propriamente detto, Giustiniano tentò la riunificazione dell'impero romano d'oriente e d'occidente: in gran parte vi riuscì. Si innamorò di Teodora, un'attrice (o prostituta) non aristocratica, e per sposarla, trasformandola quindi in imperatrice, sfidò la morale di corte. Teodora salvò poi il loro regno: nell'ippodromo di Costantinopoli, dove si tenevano le gare di corsa con quadrighe di cavalli, i tifosi erano divisi per colori (azzurri, rossi, verdi e bianchi) in ragione della loro posizione teologica, fra monofisisti e difisisti.Il non interventismo dell'imperatore su tali dispute, oltre ad una pesante politica fiscale, scatenò la rivolta chiamata delle "Nike", "Vittoria", in cui i tifosi, nella presunta acclamazione dei propri pupilli, si sollevavano insieme contro Giustiniano. L'imperatore fuggì dall'ippodromo e, per salvarsi, si imbarcò mandando a chiamare Teodora perchè lo raggiungesse.
Santa Sofia - Immagine del X sec.
 che mostra a destra
Costantino, che porge
Costantinopoli e a sinistra
Giustiniano che porge Santa Sofia.
Lei gli mandò a dire che preferiva morire da imperatrice che vivere da suddita. Quindi Giustiniano si calmò, fece convocare la folla insorta all'ippodromo per patteggiare, poi fece chiudere i cancelli e li fece massacrare tutti. Si parla di 35.000 persone. A questo punto Teodora gli fece presente che se non avesse lasciato un ricordo ancora più significativo, sarebbe stato ricordato per l'eccidio nell'ippodromo. Nacque così Santa Sofìa, Sofìa come sapienza divina, un tempio più grandioso di quello di Salomone.

Nel 543 - Nasce la principessa visigota Brunilde, regina dei Franchi. Brunechilde o Brunilde (Mérida, ca. 543 - Renève, autunno 613) fu una principessa visigota divenuta, in virtù del suo matrimonio col re dei Franchi di Austrasia, Sigeberto I, regina dei Franchi. Era la figlia secondogenita del re dei visigoti Atanagildo e di Gosvinta dei Balti (?-589), che molto probabilmente era figlia del re Amalarico, ultimo sovrano della dinastia dei Balti e sorella di Galsuinda, regina dei Franchi di Neustria. Sigeberto I, re dei Franchi di Austrasia, considerato che i suoi fratelli avevano sposato delle donne non degne della regalità, inviò messaggeri, con molti doni, al re dei Visigoti, Atanagildo, per chiedere in moglie la sua secondogenita, Brunechilde, definita dal vescovo Gregorio di Tours (536 - 597), bella ma anche intelligente, istruita e di sani principi.
Matrimonio di Sigeberto e
Brunechilde da un manoscritto
del XV secolo.
Nel 566, Brunilde sposò Sigeberto I, il figlio quintogenito (Gregorio di Tours lo elenca come quarto figlio), del re dei Franchi Sali della dinastia merovingia, Clotario I e, sempre secondo Gregorio di Tours, della sua terza moglie, Ingonda, di cui non si conoscono gli ascendenti, portando con sé una ricca dote. Brunilde, subito dopo il matrimonio, sia per le prediche dei sacerdoti, che le conversazioni col marito, abbandonò l'Arianesimo si convertì al cattolicesimo e fu cresimata. Il re dei Franchi di Austrasia del nord-ovest, Chilperico I, nel quadro di una politica di amicizia con il confinante Regno dei Visigoti, invidioso del fratellastro, Sigeberto I, decise di unirsi in matrimonio alla sorella maggiore di Brunilde, Galsuinda, e chiese ad Atanagildo la sua mano, che non gli fu rifiutata. Galsuinda, sposatasi, nel corso del 567, si trovò inizialmente in un ambiente favorevole, in quanto il marito aveva ripudiato la prima moglie, Audovera ed aveva allontanato da sé la sua concubina favorita, Fredegonda. Ma, dopo il ritorno a corte di Fredegonda, Galsuinda si ritrovò in un ambiente ostile e una mattina fu trovata morta nel letto. Secondo Gregorio di Tours, forse istigato dall'amante, Chilperico I, nel 568, da un servo, fece strangolare Galsuinda, nel sonno. Brunechilde sollecitò il marito, Sigeberto, a vendicare la morte della sorella, muovendo guerra a Chilperico, nuovo re di Neustria e dopo una serie di battaglie vittoriose, Sigeberto (si alleò anche con gli Alemanni) ottenne come risarcimento, grazie anche alla mediazione del fratello, Gontrano, re di Borgogna, quei territori che Galsuinda aveva portato in dote al marito (tra cui le città di Limoges e Cahors). Più tardi, però, la guerra civile fra Sigeberto e Chilperico (573-575) riprese, e Brunechilde incitò il marito a condurla sino alla totale eliminazione dell'avversario. Nel 575, Sigeberto I occupò la Neustria e ne venne acclamato re. Subito dopo venne fatto assassinare da due sicari di Fredegonda[4]. Dopo la morte di Sigeberto, Brunechilde, che, secondo Paolo Diacono, era reggente del regno di Austrasia per conto del figlioletto Childeberto II, fu catturata da Chilperico e fu esiliata a Rouen. Nel 756, Meroveo, l'erede al trono di Neustria, fu inviato, al comando di un esercito, prima nella zona di Poitiers, poi a Tours ed infine a Rouen, dove si trovava Brunechilde; dopo il loro incontro, nella primavera del 756, Brunechilde, sempre a Rouen, sposò, Meroveo, il figlio secondogenito del re dei Franchi Sali del nord dell'Austrasia e poi di Neustria, della dinastia merovingia, Chilperico I e della sua prima moglie, Audovera che Gregorio di Tours menziona senza citare le sue ascendenze. Venuto a conoscenza del fatto Chilperico, disapprovando il figlio, si recò a Rouen per impedire le nozze, ma al suo arrivo il sacramento era già stato celebrato, per cui dovette partecipare al banchetto di nozze e dopo alcuni giorni tornò a Soissons con Meroveo. Meroveo cercò di ribellarsi, ma fu chiuso in convento da cui fuggì, cercando di ricongiungersi a Brunechilde, ma, Fredegonda, sentendo minacciato il suo potere, fece esiliare san Pretestato, colpevole di aver celebrato le nozze tra Brunechilde e Meroveo e di aver pubblicamente denunciato i crimini di Fredegonda, e spinse il marito ad inseguire Meroveo, che, con la morte, nel 577, si sottrasse alla cattura. L'aristocrazia di Austrasia, che, nel 576, aveva ottenuto che Brunilde fosse liberata e assumesse la reggenza per suo figlio Childeberto, ancora minorenne, pochi mesi dopo, forse sollecitata da Chilperico e Fredegonda, cominciò a chiedere di poter esercitare il potere per conto di Chidelberto II, arrivando a minacciarla e a combattere le truppe lealiste. Brunilde non si perse d'animo, resistette ai rivoltosi e strinse un patto con Gontrano, che, non avendo eredi, essendogli premorti tutti i figli, nel 577, a Pompierre, adottò suo nipote Childeberto II e, poi, col successivo trattato di Andelot, del 28 novembre 587, dispose che alla sua morte gli succedesse come re di Burgundia. In questo stesso periodo, riuscì a tenere a bada anche tutti i tentativi di Fredegonda di destabilizzare l'Austrasia, incluso il tentativo di elevare a re d'Aquitania, Gundovaldo (figlio illegittimo del re dei Franchi Sali del nord dell'Austrasia e della Guascogna, della dinastia merovingia, Clotario I e di una sua concubina di cui non si conoscono né il nome né gli ascendenti), che richiamato da Costantinopoli, fu riconosciuto re da tutti i duchi della zona; ma Austrasia e Burgundia reagirono intervenendo coi propri eserciti e dopo varie vicissitudini Gundovaldo fu assediato in un paesino di una valle dei Pirenei, Cominges, catturato e giustiziato. Alla morte di Gontrano (592), la Burgundia passò a Childeberto II, senza incontrare alcuna opposizione, e così i regni di Austrasia e Borgogna vennero unificati sotto la corona di Childeberto II. Ma presto (595) anche Chidelberto scomparve: il suo regno venne diviso tra i due figli, Teodeberto II (cui toccò l'Austrasia) e Teodorico II (che divenne re di Borgogna). Secondo il cronista Fredegario, essendo i nipoti entrambi minorenni, Brunechilde divenne reggente per entrambi i regni, risiedendo però in Austrasia, che dovette fronteggiare una minaccia di invasione degli Unni, che avevano invaso la Turingia e che, secondo Paolo Diacono, furono convinti a rientrare in Pannonia, dopo che era stato loro pagato un tributo in denaro. La sua politica, tesa a restaurare e rafforzare l'autorità monarchica, le causò l'ostilità della nobiltà, abituata a godere di una certa autonomia, e del clero austrasiano, che insorsero e anche Teodeberto II rifiutò la sua tutela, per cui Brunilde, nel 599, dovette abbandonare, in tutta fretta, l'Austrasia e rifugiarsi in Borgogna da Teodorico II. Secondo il cronista Fredegario, Brunilde fu trovata, nelle vicinze di Arcis in Champagne, che vagabondava da sola, e il tizio che la condusse alla corte di Burgundia fu ricompensato con l'arcivescovado di Auxerre. Clotario II che intanto era rimasto orfano di Fredegonda (nel 597, Brunilde aveva avuto la soddisfazione di veder morire Fredegonda, colei che fu la sua avversaria, per circa trent'anni) fu facilmente vinto presso Dormelles (600) dalle truppe di Teodeberto e Teodorico. Sotto la spinta della nonna, Teodorico nel 604 sbaragliò presso Etampes le truppe di Clotario, liberò Orléans assediata e occupò Parigi, ma non riuscì ad eliminare Clotario, in cui aiuto era giunto Teodeberto II con l'onerosa pace di Compiègne,che Clotario fu costretto ad accettare, salvando il suo esercito e rientrando in patria. A seguito di questo avvenimento Brunilde spinse Teodorico contro Teodeberto, definito figlio di un giardiniere e da quel giorno fra i due fratelli fu guerra aperta. Strumento nelle mani degli aristocratici austrasiani, nel 605 Teodeberto, alleatosi al re di Neustria, Clotario II (figlio di Chilperico I e di Fredegonda), nell'appoggiare la nobiltà burgunda contro Teodorico e Brunechilde, che tenuta sotto controllo la rivolta, iniziarono le ostilità contro Teodeberto II, che, dopo alterne vicende, nel 612, fu vinto e giustiziato. Teodorico II unì così i regni di Austrasia e Borgogna: avrebbe a quel punto potuto anche conquistare facilmente la Neustria, ma morì di dissenteria, improvvisamente nel 613, a Metz; il trono passò a suo figlio Sigeberto II, di dodici anni. Brunechilde assunse allora la reggenza in nome di Sigeberto II, ma i nobili e il clero di Austrasia ordirono una congiura guidata da Pipino di Landen e da Arnolfo di Metz (i capostipiti della dinastia dei Carolingi): l'ormai anziana regina, tradita e abbandonata da tutti, venne catturata, nei pressi del lago di Neuchatel, e consegnata a Clotario II (che si era impegnato a riconoscere grandi privilegi all'aristocrazia, l'ereditarietà di cariche come quella di Maggiordomo, l'esenzione dalle tasse per il clero e il diritto al papa di nominare i vescovi), che, nel frattempo aveva sconfitto Sigeberto II. Secondo Fredegario, dopo tre giorni di torture, Brunechilde venne legata alla coda di un cavallo per i capelli, per un braccio e per un piede. Il cavallo fu fatto correre finché Brunechilde ripetutamente colpita dagli zoccoli dei cavalli morì. Il suo corpo venne sepolto nella chiesa abbaziale di San Martino ad Autun, da lei fondata nel 602. Tra tutti i sovrani merovingi Brunechilde fu la sola che ebbe ottimi rapporti con il papa Gregorio Magno, che da Roma le inviò anche alcune reliquie di San Pietro e col quale collaborò per la buona riuscita della missione di sant'Agostino di Canterbury, per la conversione delle popolazioni anglosassoni della Britannia. Verso il 595, erano iniziati i contatti tra Brunilde e suo figlio Childeberto con Gregorio Magno, per il riconoscimento del vescovo di Arles, che poi continuarono per combattere la simonia. Verso il 596 Agostino ed i missionari che lo accompagnavano furono accolti nei regni controllati da Brunechilde con entusiasmo e furono coadiuvati, nella loro missione, tanto che papa Gregorio, nel 601, ringraziò, sia Brunechilde che il vescovo di Autun per l'aiuto dato ai missionari. Inoltre Brunechilde promosse il culto San Martino di Tours, mentre, per le critiche che San Colombano espresse nei suoi confronti, Brunechilde per due volte strappò Colombano da suo monastero, per perseguitarlo e incarcerarlo, sino a che Colombano, nel 610, dalla Burgundia si recò in Neustria dove trovò la protezione di Clotario II. Brunilde, pur essendo eccessivamente ambiziosa e avida di potere, fu un personaggio politico di prima grandezza, che riuscì ad imporre l'istituto monarchico contro le ambizioni della nobiltà e pur essendo in buoni rapporti col papato seppe tenere sotto controllo il clero disponendo a suo piacimento delle sedi vescovili. 

- Il goto Jordanes o Giordane, che scrisse "De origine actibusque Getarum" ossia "Origine e Imprese dei Goti" nel VI sec. d.C., benché si basasse su documenti anteriori,  fornisce molto materiale “accettabile” sugli Slavi. Ad esempio, cita il famoso idromele, il liquore alcolico fatto dalla fermentazione del miele (chiamato medos o miod), bevuto in un famoso banchetto funebre per la morte di Attila. Jordanes parla delle conquiste di Ermanarico, re dei Goti, e dice: “Fra questi due fiumi (Danubio superiore e Istro ossia Danubio Inferiore) si trova la Dacia che quasi come una corona circonda le rocciose Alpi. Sulla zona pedemontana di sinistra (dei Carpazi) che declina verso nord, cominciando dalla zona dove ci sono le sorgenti della Vistola, su una regione immensa si è insediata la numerosissima tribù dei Venedi o Vendi (Venethae) e, benché la loro denominazione va cambiando ai nostri giorni a causa delle diverse genti che la compongano e delle diverse regioni che queste vanno ad abitare, tuttavia prevalentemente hanno i nomi di Sclavini (Sclaveni) ed Anti (Antae). Gli Sclaveni abitano ad una certa distanza dalla città di Novietunum (probabilmente Noviodunum o Isaccea in Romania) e dal lago chiamato di Mursia (??) fino al fiume Danastrum (Dnestr) e a nord fino alla Viscla (Vistola). Paludi e foreste circondano le loro città. Gli Anti sono i più potenti, specie dove il Ponto (Mar Nero) fa una curva, allargandosi fino al Danaprum (Dnepr)… ”. Anche Procopio di Cesarea nella sua "Guerra contro i Goti" e lo "Strategikon", attribuibile all’Imperatore Maurizio (fra gli altri), parlano dei Venedi che premono sul confine settentrionale dell’Impero e informano che questi si divisero in: 
Sclavini che occuparono la regione della riva destra del Dnepr e in 
Anti che si distribuirono lungo il corso medio del Dnepr e del Dnestr, concordando quindi in linea di massima, con le informazioni date da Jordanes. Ciò vuol dire che fra il V e il VI sec. delle tribù Slave si stavano già muovendo in direzione dell’Impero Romano d’Oriente e che esse si scontrarono con i suoi eserciti durante tutti gli anni seguenti, a poco a poco riuscendo ad accaparrarsi i territori della Penisola Balcanica e giungendo fino al Peloponneso in cui si stabilirono definitivamente. Non fu l’unica migrazione Slava perché se ne innestarono altre in altre direzioni, probabilmente sollecitate dai loro dominatori Avari che mantennero uno stato “confederale” fino all’VIII sec. d.C., prima di scomparire. Le migrazioni interessanti sono proprio gli spostamenti verso nordest poiché fu in questo modo che i gruppi, ormai divisi per sempre, si differenziarono fra di loro, almeno e soltanto nella lingua, in Slavi Occidentali e Slavi Orientali. La dicitura Sklavenos è un adattamento greco della parola Slovene o Slavene dell’antico-russo o paleo-bulgaro, abbastanza presente nei toponimi in tutta l’area, il nome Anti invece è completamente sparito. Innanzitutto per l’assonanza non slava di questa parola (persiana, secondo alcuni linguisti) gli Anti potrebbero essere collegati con gli Alani dell’Anticaucaso più che con gli Slavi, veri e propri. E questo sembra confermarlo Procopio di Cesarea quando dice che gli Anti si trovavano ai suoi tempi (VI sec. d.C.), non soltanto fra la riva sinistra del Danubio e il Dnepr, ma anche oltre: fino al Don e al Mar d’Azov. Jordanes, a questo riguardo, menziona tutta una serie di popoli che, secondo lui, erano stati assoggettati da Ermanarico quando questo re goto aveva fondato un grande regno nel sud della Pianura Russa. Descrivendo così l’itinerario del re e dei suoi uomini lungo le correnti d’acqua oggi russe e indicando le aree da lui toccate (era partito dal Baltico ed era giunto fino al Mar d’Azov e in Crimea), già si riconoscono molte tribù baltiche fra i popoli che lì abitavano. Dunque gli Anti, se furono proprio essi a penetrare per la prima volta nella Pianura Russa, incontrarono quelle genti giunte qui in precedenza, ma non vi furono grandi o soventi scontri. L’archeologia ci dà la prova di una situazione “abbastanza pacifica” poiché gli oggetti portati alla luce negli scavi delle famose tombe a tumulo (kurgany e sopki) comuni nell’area slava-orientale o dei “santuari” pagani sono abbastanza mescolati nei loro caratteri distintivi e non sono facilmente attribuibili ad una cultura “slava” piuttosto che ad una “baltica” o “finnica”o addirittura “nomadica”. Essi indicano una promiscuità abbastanza avanzata probabilmente costruitasi attraverso matrimoni misti e cerimonie religiose a volte comuni! Procopio era convinto che Anti e Sclavini non fossero poi genti tanto bellicose: “…poiché quelle tribù, degli Anti e degli Sclavini non hanno un unico governante, ma dai tempi più remoti vivono in “democrazia”. Per questi motivi gli eventi favorevoli o sfavorevoli della vita, il riuscire o il fallire nelle cose, sono sempre questioni di interesse comune. E in tutti gli altri campi le leggi e la vita di queste due tribù barbare sono identiche. Hanno un solo dio, creatore del fulmine che essi ritengono come il signore di ogni cosa e gli portano sacrifici di buoi ed hanno altri rituali sacri. Non riconoscono che ci sia un fato prestabilito o un potere che possa decidere del destino dell’uomo e quando la malattia o la morte impende o quando si trovano in pericolo in una guerra essi promettono al loro dio che gli faranno sacrifici (eccezionali) se ne verranno fuori incolumi. Adorano i fiumi e le ninfe ed altri dèi, fanno loro sacrifici e prevedono il futuro col loro aiuto. Vivono in povere capanne, sparse e lontane l’una dall’altra e spesso cambiano di sede. In guerra scendono a piedi contro il nemico con scudo e lancia nella mano, mai con un’armatura. Alcuni di loro non hanno né camicie né mantelli. Qualcuno ha dei pantaloni tenuti insieme da una alta cintura stretta sulle anche e vanno incontro al nemico vestiti così. Parlano tutti la stessa lingua, una lingua non raffinata, ma barbara. Né si differenziano fra di loro (nelle forme del corpo e nei tratti del viso). Si distinguono dagli altri (popoli barbari) per l’altezza e per la grande forza (delle membra), la loro pelle non è troppo bianca né troppo rosea, ma neppure troppo scura, solo un po’ abbronzata. Il modo di vita è simile a quello dei Massageti, rude, senza comodità, sempre coperti di porcherie, colpiti dalla povertà ma non dal male e tengono la morale semplice degli Unni…”. L'imperatore Maurizio ne ebbe un’impressione analoga: “(Gli Sclavini e gli Anti) hanno modi molto simili di vita e di costumi e sono molto liberi, non sottostarebbero a qualsiasi schiavitù, almeno non nella loro terra. Sono molto numerosi e resistenti alle fatiche, sopportano senza problemi il caldo e il freddo, la pioggia anche quando manca loro il vestito o il cibo. Sono molto accoglienti verso gli ospiti e li accompagnano ovunque l’ospite chieda di andare, per proteggerlo, e quando l’ospite a causa di una loro svista soffre per qualche disgrazia ecco che colui che aveva affidato l’ospite ad un altro litigherà aspramente con chi lo ha trascurato perché si ritiene che l’ospite debba essere vendicato dell’offesa subita. Gli uomini che (questi barbari) hanno in cattività, non li detengono a lungo come fanno altre genti, ma solo per un certo tempo stipulato previamente. Dopodiché lo rilasciano e costui è libero o di rimanere dov’è, da libero, oppure di tornarsene al suo paese. In quest’ultimo caso è obbligato a pagare un certo indennizzo…”. Gli Avari, dominatori di quel territorio occupato dalla “marea” Slava impiegavano queste genti per contrastare l’Impero Romano con le loro scorrerie. Abbiamo una testimonianza (fine del VI sec. d.C.) in cui un avamposto imperiale aveva catturato una missione composta di slavi del Baltico che riferì che il loro popolo era stato spinto a scontrarsi con i Romani dagli Avari, ma di aver rifiutato “perché erano gente pacifica”. Per quanto riguarda gli Sclavini riusciamo invece a trovare tracce della loro migrazione nella Pianura Russa allorché nella tradizione sulla fondazione di Novgorod-la-Grande sono implicati appunto gli Sloveni o Slaveni. Dunque una tribù di Sclavini aveva risalito i fiumi fino al limite dell’agricoltura praticabile e si era stabilita intorno al Lago Ilmen nel grande nord prima del IX sec. d.C. E’ certo che i primi migranti slavi a spingersi quanto più lontano possibile dal luogo d’origine dal lato sud delle Paludi del Pripjat furono i Vjatici e i Radimici i quali raggiunsero l’alto Volga e vennero a stretto contatto coi Bulgari e i Magiari dell’Okà (affluente del Volga superiore). Per di più all’analisi glottologica la parola Vjatici corrisponde bene a discendenti dei Vendi (Vend-ic’), i Vendi/Venedi. Enumerando le tribù slave della Pianura Russa è facile accorgersi che alcune di esse avessero “parenti” anche lontani, nella Slavia Occidentale; dunque non solo gli Anti concorsero al popolamento slavo della Pianura Russa! Il quadro che si delinea è una serie di migrazioni a raggiera che partono più o meno dall’area fra l’Elba e l’Oder e si dirigono principalmente verso sud verso nordest, nell’ambito delle grandi migrazioni dei popoli del nord meglio note nella storiografia tedesca col nome collettivo di Völkerwanderung e in quella russa con Pereselènie Naròdov (Переселение Народов).

L'imperatore Giustiniano.
 Basilica di San Vitale,
a Ravenna.
Nel 545 - Giustiniano, in qualità di Pontefice Massimo, poichè da Costantino in poi, l'imperatore era il capo della chiesa cristiana, emana l'Editto contro i "Tre Capitoliche provocherà lo scisma della cristianità dell'Italia settentrionale e nord-orientale. Con scisma tricapitolino (o Scisma dei Tre Capitoli, in greco trîa kephálaia) si indica una divisione all’interno della Chiesa avvenuta tra i secoli VI e VII, causata da un folto gruppo di vescovi, per lo più occidentali, che interruppero le relazioni con gli altri vescovi e con il papa, rifiutando le decisioni del Concilio di Costantinopoli II del 553. L'imperatore bizantino Giustianiano I (527-565), per salvaguardare l'unità dell'impero romano d'Oriente nel suo disegno di espansione dell'egemonia sui paesi dell'area mediterranea, cercò di ingraziarsi gli eretici monofisiti (numerosi e con molti agganci politici, compresa l'imperatrice Teodora, alla corte di Costantinopoli). Le tesi monofisiste, che racchiudevano in un'unica natura la divinità e l'umanità di Cristo, vennero condannate dal concilio di Calcedonia (451), ma l'imperatore, poiché non avrebbe potuto rigettare un concilio ecumenico già celebrato un secolo prima e riconosciuto da gran parte delle Chiese, decise di condannare alcuni teologi del passato, assertori di teorie difisiste sospettate di nestorianesimo, che a Calcedonia avevano goduto di grande autorevolezza. Pertanto, con un editto imperiale intorno all'anno 545, Giustiniano condannò come eretici
- la persona e tutti gli scritti del teologo antiocheno Teodoro di Mopsuestia (morto intorno al 428), 
- gli scritti di Teodoreto di Cirro (morto nel 457) contro il patriarca di Alessandria Cirillo, 
- una lettera di Iba di Edessa (morto nel 457) a difesa dello stesso Teodoro.
Questi scritti, raccolti appunto in tre "capitoli", venivano considerati di tendenza nestoriana poiché negavano valore al termine Theotokos e sembravano eccessivi nella difesa della duplice natura del Cristo. Teodoro, inoltre, era considerato il maestro di Nestorio e nei suoi scritti tendeva a giustapporre le due nature, senza riuscire a spiegare, in maniera soddisfacente, come potessero coesistere nella stessa persona. Teodoreto e Iba avevano già, col tempo, anatemizzato Nestorio, per cui Giustiniano evitò di condannarli in toto. Da notare che erano tutti e tre esponenti della scuola teologica di Antiochia, ed erano morti da tempo. La confutazione dei "Tre Capitoli" era stata preparata da Teodoro Askida, vescovo di Cesarea. Il vescovo africano Facondo di Ermiane, contrario alla condanna, pubblicò la Difesa dei Tre Capitoli esponendo in modo circostanziato i motivi della sua contrarietà. Giustiniano convocò anche un concilio ecumenico, il secondo Costantinopolitano, aperto il 5 maggio 553, in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile era ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio, che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre Capitoli (8 dicembre 553). Molti vescovi dell'Italia Settentrionale, della Gallia e del Norico, non accettarono l'imposizione del concilio voluto da Giustiniano, anche perché già durante il concilio di Calcedonia, nel 451, i teologi antiocheni erano stati riammessi nelle loro sedi e la vicenda doveva essere chiusa. Pertanto, questi vescovi non si considerarono più in comunione con gli altri vescovi che avevano accettato supinamente la cosa. Tra questi "ribelli" all'autorità imperiale e conciliare c’erano i vescovi delle province ecclesiastiche di Milano, Ansano e di Aquileia, Macedonio. Il loro dissenso si acuì ulteriormente ai tempi del successore di papa Vigilio, papa Pelagio I (556 - 561), il quale, dopo tentativi di chiarimento e persuasione, invitò Narsete a ridurre lo scisma con la forza. Narsete non volle però obbedire alla richiesta del papa. Frattanto la Chiesa di Aquileia si era resa gerarchicamente indipendente ed il suo vescovo Paolino I (557 -569) fu nominato Patriarca dai suoi suffraganei (568: patriarcato autonomo) per sottolineare la propria autonomia. Nel 568 i Longobardi iniziano l'invasione del Nord Italia. Il patriarca Paolino trasferì la sua sede e le reliquie alla città di Grado (Aquileia Nova), rimasta bizantina. Dopo la sua morte e quella del patriarca Probino, il sinodo di Aquileia-Grado elesse nel 571 Elia, tricapitolino, a vescovo e patriarca. Nel 579, papa Pelagio II, concesse al patriarca Elia la metropolia sulla Venezia e sull'Istria, per avvicinare la composizione dello scisma. Lo stesso patriarca avviò, nel 580, la riedificazione della basilica patriarcale di Sant'Eufemia a Grado. Morto Elia, nel 586 venne eletto il patriarca Severo. Lo scisma aveva un grande seguito popolare; quando il patriarca Severo, successore di Elia, tradotto con forza a Ravenna dall'esarca bizantino Smaragdo e costretto a sottomettersi all'autorità del papa di Roma, rientrò a Grado trovò grande ostilità proprio nel popolo, che non volle riceverlo finché non avesse ritrattato l'abiura. Severo perciò radunò un sinodo a Marano Lagunare, nel 590, dove convocò i vescovi: Pietro II di Altino, Chiarissimo Elia di Concordia, Ingenuino di Sabiona nella Rezia Seconda, Agnello di Trento, Juniore di Verona, Oronzio di Vicenza, Rustico di Treviso, Fonteio di Feltre, Agnello di Asolo, Lorenzo di Belluno, Massenzio di Giulio Carnico, Andriano di Pola, Severo di Trieste, Giovanni di Parenzo, Patrizio di Emona (odierna Lubiana), Vindemio di Cissa (in Istria, città scomparsa nei pressi di Rovigno), Giovanni di Celeja (odierna Celje, in Slovenia). Al sinodo di Marano il patriarca Severo dichiarò che l'abiura ai Tre Capitoli, a Ravenna, gli era stata strappata con la forza e che intendeva perseverare nella posizione tricapitolina in separazione da Roma. Nel 606, alla morte di Severo, il Patriarcato di Aquileia si divise in due sedi: Aquileia e Grado. Il territorio ecclesiastico era suddiviso in diocesi, governate da un vescovo (episcopus) e corrispondenti grosso modo ai municipia amministrativi romani. Più diocesi erano "suffraganee" (dipendenti) di una sede "metropolitica". Le “metropoli” nel nord Italia furono inizialmente Milano ed Aquileia, cui si aggiunse Ravenna nel V secolo, in quanto sede imperiale in tale periodo. I metropoliti vennero chiamati “arcivescovi” (“archiepiscopi”) e le sedi metropolitiche “arcidiocesi”; alcuni metropoliti, nelle sedi più importanti, presero il titolo di “Patriarchi” (ad Alessandria, Antiochia, Costantinopoli, Aquileia), mentre quello di Roma ad un certo punto iniziò a chiamarsi “Papa”.
Carta del 550 con le sedi imperiali
di Milano, Ravenna,
Roma e Costantinopoli, oltre
ad altre sedi di patriarcati,
come Aquileia, che essendo
però "tricapitolina" fece
scegliere all'esarcato bizantino,
come sede del patriarca,
Grado.
Da Milano dipendevano non soltanto l’Italia nord occidentale, ma anche terre transalpine, come, per esempio, la diocesi di Coira (l'attuale Chur, capitale del Canton Grigioni  svizzero);
la provincia ecclesiastica di Aquileia, oltre a comprendere l’Italia del nord Est, si spingeva addirittura nella Raetia secunda (Baviera), nel Norico (Austria) e nei Balcani, fino alla Pannonia (Ungheria). Anche per la sua vastità ed importanza, divenne un patriarcato. Ad Aquileia venne nominato il patriarca Giovanni, tricapitolino, con il sostegno dei Longobardi (come il duca del Friuli Gisulfo II); a Grado, alla cui sede venne riservata la giurisdizione sui territori di dominazione bizantina, fu nominato il patriarca Candidiano, cattolico, sostenuto dall'esarca bizantino Smaragdo).  La Chiesa scismatica tricapitolina, come aveva ribadito un sinodo convocato a Grado nel 579 dal patriarca Elia, rimaneva rigorosamente calcedoniana: manteneva il credo niceno-costantinopolitano, non professava alcuna eresia cristologica (anzi era decisamente anti-monofisita e anti-monotelita, come prevedibile) e venerava Maria "madre di Dio" a differenza dei Nestoriani. La Chiesa scismatica di Aquileia non riconobbe più l'autorità del papa perché contestò vigorosamente, fino alla rottura, l'atteggiamento che riteneva ondivago del papato nella questione dei tre teologi condannati, in quanto, secondo essa, non contrastava adeguatamente l'ingerenza del potere dell'imperatore bizantino nelle questioni dottrinarie e, inoltre, i tricapitolini non ritenevano necessaria tale condanna perché i teologi antiocheni avevano accettato la cristologia espressa dal concilio di Calcedonia. L'arcidiocesi di Milano, che inizialmente faceva parte del gruppo che aveva rifiutato con sdegno la condanna dei tre teologi antiocheni, tornò però presto in comunione con l'ortodossia romana e greco-orientale: l'arcivescovo Onorato, incalzato dall'invasione longobarda intorno all'anno 570, si trasferì con il clero maggiore a Genova (ancora città bizantina) e rientrò in piena comunione con Roma e con Bisanzio. Il clero minore milanese, rimasto sul territorio diocesano, che dal 568 era sotto la dominazione longobarda, rimase prevalentemente tricapitolino ancora per diversi anni. Le altre diocesi dipendenti dal metropolita di Aquileia (dei due, quello che aveva la sua sede proprio ad Aquileia longobarda) rimasero scismatiche. In particolare la diocesi di Como, il cui vescovo sant'Abbondio aveva avuto un ruolo diplomatico importante proprio durante la preparazione del concilio di Calcedonia, recise il rapporto di dipendenza dall'arcidiocesi di Milano e Como divenne suffraganea di Aquileia. La diocesi comense venera ancora oggi, con il titolo di santo, un vescovo, Agrippino (vescovo dal 607 al 617), che si mantenne in modo intransigente su posizioni scismatiche in opposizione anche alla sede romana. I fatti che condussero alla conclusione dello scisma furono determinati dalle lotte di potere tra i clan longobardi. Nella definitiva battaglia di Coronate (oggi Cornate d'Adda), avvenuta nel 689, il re longobardo Cuniperto, cattolico, sbaragliò il duca Alachis, ariano, che capeggiava un fronte d'insorti dell'Austria longobarda (l'Italia nord-orientale), tra i quali c'erano anche molti aderenti allo scisma tricapitolino. Con la vittoria di Coronate, l'elemento "cattolico" si impose definitivamente non solo sui Longobardi, che si professavano ariani, ma anche sui dissidenti, che ancora restavano fedeli allo scisma dei Tre Capitoli. Il consolidamento anche nell'Italia settentrionale, dopo che nel resto dell'Europa, di un cattolicesimo saldamente unito alla sede romana fu propiziato dall'opera missionaria dell'abate irlandese san Colombano, fondatore nel 614 dell'abbazia di San Colombano a Bobbio, territorio donatogli dai sovrani longobardi Agilulfo e Teodolinda; Colombano riprese il simbolo del trifoglio, già utilizzato anche da san Patrizio, per descrivere la Trinità, ma anche per contribuire al dialogo fra i territori extra-bizantini ed il papato di Gregorio I e successori. Nel 698 Cuniperto convocò un sinodo a Pavia in cui i vescovi cattolici e tricapitolini, tra cui Pietro I, Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia" la loro comunione dottrinaria e gerarchica.

Cartina dell'Impero Romano d'Oriente,
denominato poi Impero Bizantino,
dal 527 al 553: in rosso l'Impero
che Giustiniano eredita, in arancio
i territori che riconquista. Sono
indicati i nomi delle popolazioni
 esterne all'Impero, oltre
alle regioni e città dell'impero.
Nel 553 - Concilio di Costantinopoli II. Giustiniano convocò questo concilio ecumenico, il secondo Costantinopolitano, aperto il 5 maggio 553, in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto contro i Tre Capitoli e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile era ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio, che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre Capitoli (8 dicembre 553). Il concilio di Costantinopoli II del 553 condannò inoltre l'empia lettera che incolpava Cirillo di aver insegnato come Apollinare ed in maniera eretica, ed il Concilio Efesino di aver condannato Nestorio senza esame e che chiamava empi e contrari alla retta fede i dodici capitoli di Cirillo. (Anatematismo XIV, ENCHIRIDION SYMBOLORUM, Denzinger et Scoenmetzer 437).

Maggiori centri della laguna
veneziana nel VI secolo
Nel 554 - Con la prammatica sanzione di Giustiniano, il Veneto è riunito all'impero romano d'oriente.
Nel VI sec. Murano è molto popolata e ascritta alle Isole Primarie dell'estuario veneto, la Venezia Marittima, nuovo territorio dell'impero romano d'oriente.

La penisola iberica nel 550
Dal 561 - In Hispania , durante il regno del re svevo Carriarico e quello del suo successore, Teodemaro, anche per l'influenza di san Martino, vescovo di Braga, il popolo svevo si converte al cattolicesimo.

Dal 568 - I Langobardi, comunemente detti Longobardi, iniziano l'invasione dell'Italia.
Paolo Diacono, nella sua "Historia Longobardorum", descrive l'Italia del VI secolo come paesaggio desolato, dominato dalla solitudine e dalla paura.
Romània (da cui Romagna) è il nome con cui i Longobardi indicavano i possedimenti dell'impero romano d'oriente, detto poi bizantino, in Italia, in particolare la zona di Ravenna. Così negli anni settanta del secolo i Longobardi posero la loro capitale a Pavia conquistando tutto il Nord della penisola tranne le coste della Liguria e del Veneto. Al Centro e al Sud si formarono invece i ducati longobardi di Spoleto e Benevento, i cui duchi fondatori (Zottone a Benevento e Faroaldo a Spoleto) non sembrerebbero essere venuti in Italia con Alboino, ma secondo alcune congetture - ora divenute maggioritarie - sarebbero arrivati in Italia già prima del 568, come foederati al servizio dell'Impero d'oriente rimasti in Italia dopo la guerra gotica; solo nel 576, dopo il fallimento della spedizione contro i Longobardi del generale bizantino Baduario, i foederati Longobardi di Spoleto e Benevento si sarebbero rivoltati a Costantinopoli, formando questi due ducati autonomi. Dopo la formazione dei due ducati longobardi meridionali, ora Roma era apertamente minacciata e nel 579 fu essa stessa assediata; il senato romano inviò richieste di aiuto all'Imperatore romano d'Oriente Tiberio II, ma questi - essendo impegnato sul fronte orientale - non poté far altro che consigliare al senato di corrompere col denaro i duchi longobardi per spingerli a passare dalla parte dell'Impero e combattere in Oriente al servizio di Bisanzio contro la Persia, oppure di comprare un'alleanza con i Franchi contro i Longobardi.

Cartina dell'Europa con il luogo di
provenienza, la tappe della migrazione
 nell'antica Pannonia dei Longobardi
e i loro insediamenti in Italia.
- Si disgrega quindi l'unità territoriale dell'impero  parzialmente riunito da Giustiniano. Nella popolazione italiana è mal tollerata l'elevata imposizione fiscale imperiale, necessaria a ripagare le spese della riconquista, inoltre la principessa bavara Teodelinda (oggi chiamata Teodolinda), in qualità di regina Longobarda, trasferirà nel dominio Longobardo del nord Italia la fede cattolica tricapitolina, che sarà molto sentita nel nord e nord-est italico. Ormai le società barbarizzate occidentali stanno imboccando un percorso non comune a quello che percorrerà l'impero d'oriente, mentre iniziano lunghe guerre fra l'impero e gli invasori.

Maggiori centri lagunari nel VI sec.
- Il Veneto è travolto dalla calata dei Longobardi del 568. I bizantini perdono gran parte della zona, mantenendo solamente la fascia costiera. È da questo momento che il termine Venetia, un tempo riferito a tutto il Veneto, viene ad indicare solo la zona delle laguneSi trasferiscono in laguna le maggiori istituzioni religiose, come il Patriarca di Aquileia a Grado e il vescovo di Altino a Torcello.

Nel 580 - Stando alla "Descriptio orbis romani" di Giorgio Ciprio, sembra che l'imperatore d'Oriente Tiberio II divida in cinque province o eparchie l'Italia bizantina:
- Urbicaria, comprendente i possedimenti bizantini in Liguria, Toscana, Sabina, Piceno, e Lazio litoraneo (tra cui Roma);
- Annonaria, comprendente i possedimenti bizantini nella Venezia e Istria, in Æmilia, nell'Appennino settentrionale e nella Flaminia;
- Æmilia, comprendente i possedimenti bizantini nella parte centrale dell'Æmilia, a cui si aggiungono l'estremità sud-occidentale della Venezia (Cremona e zone limitrofe) e l'estremità sud-orientale della Liguria (con Lodi Vecchio);
- Campania, comprendente i possedimenti bizantini nella Campania litoranea, nel Sannio e nel Nord dell'Apulia;
- Calabria, comprendente i possedimenti bizantini nel Cilento, in Lucania e nel resto dell'Apulia.
Tale riforma amministrativa dell'Italia sembra motivata (secondo Bavant) dalla necessità di riorganizzare l'amministrazione dell'Italia in modo da conservare i territori sotto attacco rendendoli in grado di respingere gli assalti dei Longobardi. Essendo fallito, infatti, ogni tentativo (compresa la spedizione di Baduario) per liberare le terre occupate e prendendo dunque atto che per ora non era possibile risospingere al di là delle Alpi il popolo longobardo, fu introdotto il sistema dei «tratti limitanei», anticipando la fondazione dell'Esarcato, realizzata alcuni anni dopo.

Carta della penisola italiana
 nel 582 con l'avvento
 dell'Esarcato d'Italia.
Dal 582 - Nuova amministrazione politico-militare dei domini in Italia e Africa dell'impero romano d'oriente nella figura dell'Esarca voluta dall'imperatore Maurizio (imperatore dal 582 al 602). In Italia, la militarizzazione dei residui territori bizantini fu dovuta all'esigenza di migliorarne le difese, per far fronte alla minaccia longobarda. La separazione del potere civile da quello militare era stato il cardine della politica imperiale, da Diocleziano a Costantino. L'unificazione dei due poteri fu una necessità imposta dagli eventi. L'autorità civile non venne subito soppressa, ma perse sempre maggiore importanza a vantaggio degli ufficiali militari, che accentrarono poteri sia civili che militari. Le province, pur perdurando le cariche civili (come quella di Prefetto del pretorio d'Italia), vennero subordinate al governo dei comandanti militari, detti duces, dux al singolare; nel tempo, il termine di ducato prese a sovrapporsi a quello di provincia. I duces, o magistri militum, erano a capo degli eserciti regionali, mentre a presidio delle singole città erano posti reggimenti (numeri) di 500 soldati circa a capo dei quali vi era un tribunus o un comes. I duchi dipendevano direttamente dall'esarca, il governatore generale dei domini bizantini in Italia. L'esarca riuniva in sé sia l'autorità civile che quella militare e risiedeva a Ravenna, nel palazzo di Teodorico. Nominato direttamente dall'Imperatore, reggeva teoricamente tutta l'Italia ("ad regendam omnem Italiam"). L'esarca era scelto nel ristretto novero di coloro che possedevano la carica di patricius (patrizio). L'imperatore romano Maurizio, nel 584, riformò l'organizzazione dell'Esarcato d'Italia ripartendone i territori in sette distretti, ducati (parola che deriva da chi li comandava, il dux) strettamente controllati e governati dall'esarca di Ravenna:
- l'Esarcato propriamente detto (dal fiume Panaro, fra Modena e Bologna fino a Ravenna);
- la Pentapoli formata da Ravenna, Forlì, Forlimpopoli, Classe, Cesarea;
- il Ducato romano;
- la Liguria;
- la Venezia e l'Istria;
- il Ducato di Napoli
- il Ducato di Calabria (comprendente il Bruzio e la parte meridionale dell'Apulia).
La popolazione locale fu tenuta a concorrere alla difesa del territorio, che andava ad affiancare i soldati di professione. Veniva così a formarsi un'efficiente macchina difensiva dei territori rimasti, principalmente situati sulle coste, dove maggiori potevano farsi sentire il potere imperiale e la flotta bizantina. L'Esarcato d'Italia aveva come capitale politica, Ravenna e religiosa Roma. I bizantini decisero di proteggere solamente Ravenna, lasciando progressivamente Roma abbandonata a se stessa. Il papa, vescovo dell'Urbe si trovò così a dover supplire l'imperatore romano nell'amministrazione e nel mantenimento della città. Di fatto il pontefice iniziò a svolgere funzioni politiche nel proprio territorio.

Nel 585 - In Hispania, Andeca, l'ultimo re degli Svevi, viene sconfitto e rinchiuso in un monastero. Il regno svevo diventa una provincia del re dei Visigoti, Leovigildo.

Nel 589 -  La sola Chiesa di Roma celebra un suo Concilio a Toledo, sotto Papa Pelagio II. Nel Concilio ecumenico di Costantinopoli del 381 si era accettato il dogma che lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio (in latino: ex Patre procedit). La sola Chiesa di Roma, nel Concilio di Toledo, modificherà questo dogma e stabilirà che lo Spirito Santo promana dal Padre e dal Figlio (in latino: ex Patre Filioque procedit). Questa variazione non sarà accettata dagli altri patriarcati, soprattutto da quello di Costantinopoli, che intravvederà in questo cambiamento una sorta di negazione del monoteismo, e si arriverà, nel 1.054 ad uno scisma della chiesa cristiana in "cattolica", cioè universale e "ortodossa", cioè fedele al dogma del Concilio di Nicea nel 325.

- Il 17 ottobre 589 si verifica la rotta della Cucca, una disastrosa alluvione causata dallo straripamento dell'Adige che, secondo la tradizione storiografica veneta, sarebbe stata la causa dello sconvolgimento idrografico che tra il VI e l'VIII secolo modificherà sostanzialmente il panorama fluviale del basso Veneto.
La Cucca che dà il nome alla rotta è l'attuale Veronella, presso la quale anticamente passava un meandro dell'Adige oggi abbandonato. Oggi si tende a ridimensionare l'importanza di questo singolo evento e si pensa che gli sconquassi avvenuti nel basso Veneto siano da attribuire a un generale peggioramento delle condizioni climatiche avvenuto tra il VI e l'VIII secolo e alla scarsa manutenzione dei fiumi conseguente alla caduta dell'Impero romano d'Occidente. Il 17 ottobre 589 vi fu una piena eccezionale dell'Adige che ne causò lo straripamento provocando, secondo la cronaca tramandata da Paolo Diacono: « un diluvio d'acqua [...] che si ritiene non ci fosse stato dal tempo di Noè. Furono ridotti in rovina campagne e borghi, ci furono grosse perdite di vite umane e animali. Furono spazzati via i sentieri e distrutte le strade; il livello dell'Adige salì fino a raggiungere le finestre superiori della basilica di San Zeno martire, che si trova fuori le mura della città di Verona [...] Anche una parte delle mura della stessa città di Verona fu distrutta dall'inondazione. » (Historia Langobardorum Liber III, 23). Per la sua cronaca Paolo Diacono prese spunto anche dal resoconto di papa Gregorio I riguardante uno dei miracoli attribuiti a San Zeno: nonostante l'incredibile portata della piena infatti, poca acqua entrò nella basilica a lui intitolata. Oggi si ritiene poco plausibile che, per quanto disastroso, un singolo evento come quello narrato da papa Gregorio I e Paolo Diacono possa aver causato lo sconvolgimento improvviso del corso di tutti i fiumi che sfociavano nella laguna di Venezia; piuttosto, un tale sconvolgimento sarebbe stato il risultato di una serie di eventi, avvenuti nell'arco di più secoli, collegabili sia alla scarsa manutenzione dei fiumi, dovuto al progressivo abbandono delle terre che erano state bonificate in epoca classica e iniziato durante gli ultimi secoli dell'Impero romano d'Occidente, sia a un generale peggioramento delle condizioni climatiche avvenuto a livello globale tra il VI e l'VIII secolo, che portò al parziale scioglimento dei ghiacciai e ad un aumento delle precipitazioni con conseguente progressivo e drammatico incremento della portata dei fiumi. La laguna di Venezia è il frutto dell'opera di una complessa rete fluviale, comprendente i bacini dei fiumi Piave, Sile, Zero, Dese, Marzenego, Brenta, Bacchiglione, Agno, Adige, Tartaro e Po, che creavano un ampio e continuo sistema di foci e lagune lungo tutto l'arco compreso tra Comacchio e Grado: l'antica conformazione fluviale mutò però radicalmente a seguito di questi sconvolgimenti. A partire da nord il Piave, che anticamente sfociava assieme al Sile nei pressi dell'antica Heraclia, spostò il proprio corso a sud, sfociando in mare in corrispondenza di porto di Cavallino: il fenomeno sconvolse la posizione difensiva della città, allora capitale del distretto di Venetikà, che venne a trovarsi ricongiunta alla terraferma ed esposta alle minacce esterne, provocando così l'inizio della propria decadenza. Dal canto suo il Sile, invece, separandosi dal corso del Piave, andò a sfociare nella località ora detta Portegrandi, nei pressi dell'allora esistente porto di Treporti. I fiumi Dese e Zero presero invece a confluire nella laguna nei pressi della città di Torcello, raggiungendo poi il mare attraverso l'allora esistente porto di Sant'Erasmo: il forte afflusso di acque dolci mutò la salubrità della zona, favorendo il progressivo sviluppo di aree malariche, che determinarono il declino dei vicini centri urbani. Il Marzenego raggiungeva il mare attraverso il porto del Lido, entrando nella laguna presso la località detta Campalto e congiungendosi con le acque del Brenta tramite il canale di Cannaregio. Più a sud il Brenta e il Bacchiglione abbandonarono il proprio precedente delta, che condividevano e si estendeva tra il porto di Metamauco e il porto di Chioggia; i corsi dei due fiumi si separarono e il Brenta fu canalizzato e mandato a sfociare in corrispondenza dell'odierna Fusina, parte presso l'abitato di Olivolo e parte attraverso il vecchio porto della città di Metamauco e il vicino porto di Albiola. Sempre nei pressi della città di Chioggia presero a confluire le acque del Bacchiglione, il cui percorso si presentava sensibilmente diverso dall'attuale, poiché questo corso d'acqua, dopo aver lambito Vicenza, non doveva entrare in Padova, ma scorreva a sud della città e si univa, nella zona di Vallonga (il portus Aedro = mansio Evrone), alle acque del Brenta per uscire infine in Laguna. In questo contesto di modificazione fluviale venivano a trovarsi esposti alla forza del mare gli spartiacque interni alla laguna, che probabilmente in precedenza la dividevano negli attuali quattro bacini idrografici. Gli spartiacque (ove in terra emersa) vennero quindi spazzati e sommersi dalle acque, separando i lidi definitivamente dalla terraferma venendo a creare la laguna unita come oggi la conosciamo.
Poco più a sud, nell'oggi scomparso porto di Brondolo, prese invece a sfociare la continuazione dei fiumi Agno e Guà (oggi attraverso il canale di Gorzone).
Carta con i fiumi Tartaro, Adige, Po, Po di Volano e i Canali
eseguiti per ovviare gli interramenti del Reno, in passato
affluente del Po.
Sempre a seguito di questi sconvolgimenti, si estinse un ramo dell'Adige che passava per Bonavigo, Minerbe, Montagnana, Este, Sant'Elena, Solesino e sfociava nell'antico porto di Brondolo, mentre il letto del corso principale divenne inadeguato a gestire la nuova portata; i Longobardi, in guerra con l'Esarcato di Ravenna, lasciarono il fiume disalveato come difesa naturale contro potenziali attacchi e la campagna inondata si tramutò in palude per secoli. Il corso del Tartaro rimase pressoché inalterato: anticamente sfociava presso Pellestrina col nome di "canale Filistina", ma perse il tratto finale e confluì in queste paludi; presumibilmente in questo periodo, le sue acque riattivarono anche un antico ramo abbandonato del delta del Po, corrispondente al Po di Adria ossia all'attuale Canalbianco. La tradizione indica sempre il 589 come l'anno in cui il corso principale del Po mutò dal Po di Primaro al Po di Volano, ma dalla lettera del prefetto Cassiodoro ai Tribuni Marittimi Veneziani del 537 si evince che già in quell'anno il Po di Volano era il ramo più attivo.

- Il popolo visigoto (in massima parte ariano), seguendo come di consueto la decisione del re, in questo caso Recaredo, si converte al cattolicesimo.

Papa Gregorio Magno.
Nel 590 - Inizia il pontificato di Gregorio Magno, durante il quale i Longobardi, divisi fra cristiani di fede ariana e pagani, si convertiranno al cattolicesimo. Il romano, di fatto e di cultura, Gregorio, si sente suddito dell'imperatore d'oriente, ma deve difendere e tutelare il territorio di Roma dall'invasione longobarda da solo, poichè l'impero costantinopolitano ha problemi di maggiore e più vicina entità con la Persia.
Gregorio si erge quindi come tutore dell'integrità della cristianità occidentale. Nonostante lo scisma tricapitolino, è proprio in questa fase che si intenderà, per Europa, l'insieme della cristianità nei territori barbarizzati dell'ex impero romano d'occidente. Sarà un'Europa sempre più Germanizzata. Popolazioni Germaniche domineranno la Francia, l'Inghilterra, Belgio, Olanda oltre a Germania (con la Prussia nei territori russi), Scandinavia, Austria, Svizzera oltre a una vera e propria mescolanza con le popolazioni della Romania e della Russia (dove le aristocrazie erano di ceppo germanico) e mediterranee, invase e occupate per secoli, Italia per prima oltre all'area balcanica, i territori iberici e il nord-Africa.

Teodelinda (o Teodolinda)
Nel 591 - A Milano, il langobardo Agilulfo è incoronato Re d'Italia, con la corona Ferrea, grazie al matrimonio del 590 con Teodelinda. Teodolinda o Teodelinda (Ratisbona?, 570 - Monza, 627) fu regina dei Langobardi e regina d'Italia dal 589 al 616. Figlia del duca dei Bavari, Teodolinda era una principessa di stirpe regale, discendente per parte materna della casata longobarda maggior portatrice del "carisma" regale, i Letingi. Per suggellare l'alleanza tra Bavari e Longobardi venne data in sposa ad Autari, re dei Longobardi, asceso al trono dopo una fase di assenza di potere regio. Morto Autari, dopo solo un anno di nozze, Teodolinda si risposò con Agilulfo, duca di Torino, da cui ebbe un figlio, Adaloaldo, futuro re dei Longobardi e il primo ad essere battezzato nella fede cattolica. Teodolinda, infatti, essendo cattolica, anche se aderente allo scisma dei Tre Capitoli, rappresentò il primo stabile collegamento tra i Longobardi ariani e la Chiesa di Roma, grazie ai suoi rapporti amichevoli con papa Gregorio Magno. Donna bella e intelligente, fu molto amata dal suo popolo, che poté godere durante il suo regno e quello di Agilulfo di anni prosperi e fruttuosi. La regina fu una grande mecenate e fornì Monza - la città da lei resa capitale estiva del Regno longobardo - di una ricca basilica dedicata a san Giovanni Battista, di un palazzo reale e di numerosi oggetti d'arte, tra i quali molte reliquie. Fondò molti altri edifici religiosi nell'intera zona brianzola e favorì la predicazione di San Colombano. Dopo la morte di Agilulfo fu reggente per il figlio Adaloaldo, ma quando questi venne deposto da una congiura di corte - dopo dieci anni di regno - la regina si ritirò a vita privata e poco dopo morì. Fu sepolta con tutti gli onori nella basilica di San Giovanni, ora Duomo di Monza, dove fu venerata dal popolo locale come una santa. La sua figura, divenuta mitica, fu amatissima e divenne il fulcro di numerose leggende e storie popolari. La sua fama raggiunse l'apice nel XV secolo quando gli Zavattari affrescarono nel Duomo di Monza una celebre serie di affreschi con le Storie della regina Teodolinda, il più ampio ciclo italiano del Gotico internazionale. Teodolinda è inoltre venerata beata anche se la Chiesa non ne ha mai confermato il culto.
Cartina dell'Europa continentale
 nel 600.
Teodolinda ebbe un notevole influsso sulle scelte politiche del marito. Cattolica (a differenza del marito e di gran parte del popolo longobardo, cristiano ariano o pagano), dopo un iniziale sostegno allo scisma tricapitolino (con ogni probabilità fino al 612, anno della morte del suo consigliere Secondo di Non) dialogò con la Chiesa di papa Gregorio Magno (590-604), con il quale intratteneva uno scambio epistolare. Tale scambio riguardò soprattutto la funzione di mediatrice che la regina esercitò per assicurare periodi di tregua nella guerra in corso fra longobardi e romani. Per il possibile influsso di Teodolinda, furono inoltre restituiti beni alla Chiesa, reinsediati vescovi e avviati sforzi per comporre lo Scisma tricapitolino che divideva il papa di Roma al patriarca di Aquileia. In quegli anni il monaco Secondo di Non, tricapitolino, fu primo consigliere alla corte. Il figlio di Agilulfo e Teodolinda ed erede al trono, Adaloaldo, fu battezzato con rito cattolico nel 603, mentre l'aperto incoraggiamento dato dalla coppia regale alla riforma monastica di san Colombano approdò, nel 614, alla fondazione del monastero di Bobbio.

L'Europa, entità cristiana
nata dalle ceneri dell'Impero
 Romano, coronata
con la Corona d'Italia.
- La Corona Ferrea o Corona del Ferro è l'antica e preziosa corona che venne usata dall'Alto Medioevo fino al XIX secolo per l'incoronazione dei Re d'Italia. Per lungo tempo, gli imperatori del Sacro Romano Impero ricevettero questa incoronazione. All'interno della corona vi è una lamina circolare di metallo: la tradizione vuole che essa sia stata forgiata con il ferro di uno dei chiodi che servirono alla crocifissione di Gesù. Per questo motivo la corona è venerata anche come reliquia, ed è custodita nel duomo di Monza nella Cappella di Teodolinda. Secondo la tradizione cristiana verso l'anno 324 Elena, madre dell'imperatore Costantino I, fece scavare l'area del Golgota in cerca degli strumenti della Passione di Gesù.
Fu rinvenuta quella che venne identificata come la "vera Croce", con i chiodi ancora conficcati. Elena lasciò la croce a Gerusalemme, portando invece con sé i chiodi: tornata a Roma, con uno di essi creò un morso di cavallo, e ne fece montare un altro sull'elmo di Costantino, affinché l'imperatore ed il suo cavallo fossero protetti in battaglia. La storica Valeriana Maspero ritiene invece che la corona fosse il diadema montato sull'elmo di Costantino, dove il sacro chiodo era già presente. L'elmo e il morso, insieme alle altre insegne imperiali, furono portati a Milano dall'imperatore Teodosio I, che vi risiedeva: Ambrogio li descrive nella sua orazione funebre "de obitu Teodosii". Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, l'elmo fu portato a Costantinopoli, ma in seguito fu reclamato dal goto Teodorico il Grande, re d'Italia, il quale aveva a Monza la sua residenza estiva. I bizantini gli inviarono il diadema trattenendo la calotta dell'elmo. Il "Sacro Morso" rimase a Milano: oggi è conservato nel duomo della città. Due secoli dopo papa Gregorio I avrebbe donato uno dei chiodi a Teodolinda, regina dei Longobardi, che fece erigere il duomo di Monza; ella fece fabbricare la corona e vi inserì il chiodo, ribattuto a forma di lamina circolare. La tradizione che legava la corona alla Passione di Cristo e al primo imperatore cristiano ne facevano un oggetto di straordinario valore simbolico, che legava il potere di chi la usava a un'origine divina e a una continuità con l'impero romano. La Corona Ferrea fu usata dai re Longobardi, e poi da Carlo Magno (che la ricevette nel 775) e dai suoi successori, per l'incoronazione dei re d'Italia. Indagini storiche più recenti ritengono che la conformazione odierna della corona sia dovuta a interventi databili tra il V e il IX secolo. Essa potrebbe essere stata un'insegna reale Ostrogota, passata poi ai Longobardi e quindi ai Carolingi, i quali, dopo averla restaurata, la donarono al Duomo di Monza, chiesa reale fatta erigere da Teodolinda. Gli imperatori del Sacro Romano Impero venivano incoronati tre volte: una come Re di Germania, una come Re d'Italia, una come Imperatore (quest'ultima corona veniva imposta dal Papa). L'incoronazione con la Corona Ferrea si svolgeva a Milano, nella basilica di Sant'Ambrogio; altre volte tuttavia la cerimonia si svolse a Monza (nel Duomo o nella Chiesa di S.Michele) oppure a Pavia, e saltuariamente in altre città ancora. Tra un'incoronazione e l'altra, la Corona Ferrea risiedeva nel Duomo di Monza, che per questo motivo era dichiarata "città regia", proprietà diretta del re d'Italia (l'imperatore), e godeva di privilegi ed esenzioni fiscali. La corona attraversò tuttavia alcune vicissitudini: nel 1.248 fu data in pegno all'ordine degli Umiliati, a garanzia di un ingente prestito contratto dal capitolo del duomo per pagare una pesante imposta straordinaria di guerra, e fu riscattata solo nel 1.319. Successivamente fu trasferita ad Avignone, allora sede papale, dove rimase dal 1.324 al 1.345: durante questo periodo fu persino rubata, ma il ladro fu catturato e la refurtiva recuperata. Papa Innocenzo VI, nel quadro della lotta per le investiture, promulgò nel 1.354 un editto con il quale rivendicava il diritto di Monza all'imposizione della Corona Ferrea nel Duomo, subito disatteso. La tradizione della triplice incoronazione si interruppe con Carlo V, che fu incoronato nel 1.530 a Bologna: abdicando nel 1.556, egli divise l'impero in due, separando così i regni di Italia e Germania. Nel 1.576 san Carlo Borromeo istituì il culto del Sacro Chiodo, per celebrare la venerazione della Corona e legarla all'altro Chiodo della Passione nel Duomo di Milano. Due secoli dopo, però, il ducato di Milano passò all'Austria e la tradizione riprese: l'imperatore Francesco I ricevette la Corona Ferrea nel 1.792. L'incoronazione più famosa è però quella di Napoleone Bonaparte, che si incoronò re d'Italia nel 1.805: nel rito celebrato nel Duomo di Milano, egli si impose da solo la corona sul capo, pronunciando la frase: "Dio me l'ha data e guai a chi me la toglie!". Per devozione alla corona Napoleone istituì poi l'"Ordine della Corona del Ferro". Dopo la parentesi napoleonica, l'incoronazione ritornò prerogativa degli imperatori d'Austria, e Ferdinando I la ricevette nel 1.838. Durante le guerre di indipendenza italiane, la corona fu requisita da Monza e portata a Vienna, ma nel 1.866, dopo la sconfitta dell'Austria nella terza guerra di indipendenza, fu restituita all'Italia e ritornò a Monza. I Savoia tuttavia non la utilizzarono mai per le incoronazioni, poiché conservarono la corona del regno di Sardegna (anche nello stemma regio). Inoltre essa era diventata negli anni precedenti un simbolo della dominazione austriaca, oltre a ciò il Regno d'Italia era in conflitto con il Papato, in seguito alla presa di Roma, e l'utilizzo di una corona che era anche una preziosa reliquia era poco opportuno. In ogni caso la corona faceva parte delle insegne reali, come testimonia l'esposizione di essa ai funerali di Vittorio Emanuele II (1.878), il quale aveva anche istituito l'Ordine cavalleresco della Corona d'Italia. Il re Umberto I forse meditava di incoronarsi con la Corona Ferrea quando il clima politico fosse stato più favorevole: nel 1.890 egli inserì la Corona Ferrea nello stemma reale, e nel 1.896 donò al duomo di Monza, città in cui egli amava risiedere, la teca di vetro blindato in cui essa è tuttora custodita. Il suo assassinio nel 1.900 interruppe i suoi progetti, ma di nuovo alle sue esequie venne esposta la Corona e la sua tomba al Pantheon ne reca una copia bronzea. Il figlio Vittorio Emanuele III non volle alcuna cerimonia di incoronazione. Con la proclamazione della Repubblica Italiana nel 1.946, la Corona Ferrea smise definitivamente di essere un simbolo di potere, per essere solo una reliquia e un prezioso cimelio storico. L'ultimo viaggio della corona avvenne durante la seconda guerra mondiale: temendo che i tedeschi volessero impadronirsene, nel 1.943 il cardinale Ildefonso Schuster la fece trasferire segretamente in Vaticano, dove rimase fino al 1.946. Essa ritornò portata da due canonici del duomo di Monza, nascosta in una cappelliera dentro una valigia. Lo storico monzese Bartolomeo Zucchi, che scriveva intorno al 1.600, contò 34 incoronazioni avvenute fino a quel momento. Non tutte queste incoronazioni sono però comprovate da documentazioni storiche.Tra quelle sicure, oltre a quelle longobarde, si ricordano:
- Carlo Magno (800)
- Corrado (1.024)
- Corrado III (1.128)
- Federico Barbarossa (1.155)
- Enrico VI (1.186, in occasione delle nozze con Costanza d'Altavilla)
- Carlo IV (1.355, presente Francesco Petrarca)
- Carlo V d'Asburgo (1.530, a Bologna)
- Napoleone I (1.805)
- Ferdinando I d'Austria (1.838)
La Corona Ferrea, corona
del Regno d'Italia.
Per stilare l'elenco di chi è stato incoronato Re d'Italia, con la Corona d'Italia, dovremmo cominciare da Teoderico, Re Ostrogoto d'Italia nel 493, per concessione dell'Imperatore Romano d'Oriente, che probabilmente fece assemblare la corona con le gemme e le reliquie giunte da Costantinopoli; poi fu la volta dei Re Longobardi, di cui Agilulfo, che divenne Re nel 591. Nel  768 Carlo Magno Re dei Franchi, vinti i Longobardi divenne Re d’Italia, e fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero nell'800, con la Corona Ferrea. Dopo la sua morte, dalla ripartizione dell’Impero  dell’888 si formarono i regni di Francia, di  Borgogna, di Provenza,  d’Italia e di Germania. Nel 926 divenne Re d’Italia Ugo di Provenza, nel 946 gli  successe Berengario D’Ivrea. Nel 951 Ottone  di Sassonia  divenne Re di Germania e dopo Re d’Italia, si fece incoronare  Imperatore a Roma nel 962, dando vita al Sacro Romano Impero di Germania, dopo di lui Il titolo di Re d’Italia è di diritto senza investitura dell’Imperatore. Alla Casa di Sassonia, morto Enrico II nel 1024, vi  successe la Casa di Franconia e dopo  Enrico V °, seguì la Casa Sveva. L’Imperatore Enrico VI ° sposò Costanza D’Altavilla della Casa Normanna, erede al trono di Sicilia che includeva la Sardegna e la Corsica. Unificati i tre regni vi  successe il figlio Federico, I ° fra i Re di Sicilia e II ° fra gli Imperatori di Germania.  Federico ebbe quattro mogli: Costanza figlia del Re d’Aragona, madre di Enrico che diverrà Re di Germania, Iole figlia del Re di Gerusalemme e madre di Corrado VI°, ereditiera del trono di Gerusalemme, titolo che verrà tramandato a tutti i Re di Sicilia. Dal matrimonio con  Margherita D’Austria, nasce il piccolo Corradino che lascerà il titolo sotto tutela della madre. La terza moglie dell’Imperatore fu  la principessa Isabella  d’Inghilterra, sorella di Enrico III °. L’ultima  moglie fu Bianca Lanza dei Conti di Fondi. Nel 1249 il figlio Enzo Re di Sardegna, nella guerra contro i Comuni fu catturato dai bolognesi, e visse in prigione per venti anni in un palazzo della città di Bologna. Federico morì l’anno seguente nel mese di dicembre. Al trono Imperiale successe il figlio Manfredi che muore  a Benevento nel 1266 durante la guerra contro gli Angioini i quali, dopo la morte di  Corradino succederanno al trono di Sicilia. Re Pietro III d’Aragona avendo sposato la Sveva Costanza figlia di Manfredi  rivendica il Regno di Sicilia dando inizio alla guerra del Vespro. Nel 1302 con la pace di Caltabellotta, Carlo II D’Angiò pur mantenendo il titolo di Re di Sicilia e Gerusalemme appartenenti alla Casa Sveva, cederà  il Regno a Federico II ° D’Aragona, (III ° di Sicilia) con il titolo di Re di Trinacria. La perdita del Regno di Sicilia indebolì l’Impero Romano di Germania, con perdita di autorevolezza nella stessa Germania, e soltanto dopo anni della morte dell’Imperatore Federico II°, i grandi elettori rielessero un nuovo Imperatore, Rodolfo D’Habsburg (Asburgo o Absburgo) che consolidò la propria dinastia soprattutto in Austria. Gli successero gli Imperatori Enrico VII ° del Lussemburgo, Ludovico di Bavaria, e Carlo IV °. Nel XIV° secolo il Regno D’Italia è smembrato in Signorie e Principati  di fazione Imperiali o papiste. Nel 1395 Gian Galeazzo Visconti ottenne dall’Imperatore il titolo di duca di Milano, gli succederà nel 1450 il genero Francesco Sforza. A metà del Quattrocento a Firenze si instaura la Signoria dei Medici. Venezia, da ducato dell'Impero Romano d'Oriente, diventa Repubblica. A Napoli morto il Re Roberto D’Angiò il figlio di Carlo II °, eredita il trono  la figlia Giovanna. Nel Regno di Sicilia nel 1442 successe Re Alfonzo di Aragona divenuto anche Re di Napoli. Ad lui successe il figlio Ferdinando, detto il Cattolico Re di Aragona, di Napoli e di Sicilia,  sposatosi con Isabella, ereditiera della Corona di Castiglia: crearono il Regno di Spagna. Sul finire del XV ° secolo il Re di Francia Luigi XII ° discendente di una Visconti di Milano, rivendica, occupandolo nel 1504, il Ducato di Milano e spodestando  Ludovico il Moro; il Regno di Napoli diverrà poi un Viceregno spagnolo. Figlia di Ferdinando il Cattolico e di Isabella di Castiglia, Giovanna, erede al trono di Spagna sposa Filippo il Bello, figlio dell’Imperatore Massimiliano D’Asburgo, e da questo matrimonio nascerà  Carlo V ° che tra il 1516 e il 1519 erediterà la Corona di  Spagna, i due viceregni di Napoli e Sicilia, le Colonie Americane, l’Austria, le Fiandre, e i Paesi Bassi e i diritti sulla Borgogna, dominio francese. Il 24 febbraio 1530 Carlo V° fu incoronato Imperatore nella città di Bologna dal Clemente VII°. A Carlo V ° successero i figli Filippo II ° erede del  Regno di Spagna con inclusi i viceregni di Napoli, Sicilia e Sardegna, e Ferdinando, erede dei reami di Casa D’Austria e del titolo di Imperatore dell’Impero Romano di Germania. Questi contesero quindi il Ducato di Milano ai Francesi, annettendolo al Regno di Spagna, raggruppando di fatto le regioni dell’antico Regno D’Italia, politicamente non più esistente, tramandato solo nel titolo di Reale D’Italia.

Europa e Mediterraneo nel 600.
A partire dal IV secolo (dopo l'Editto di Milano) la Diocesi di Roma divenne proprietaria di immobili e terreni, frutto delle donazioni dei fedeli. Il patrimonio terriero del vescovo di Roma era denominato "Patrimonium Sancti Petri" perché le donazioni erano indirizzate ai santi Pietro e Paolo, patroni di Roma e nel VI secolo aveva assunto un'estensione di rilievo.

- Verso il 600 gli Slavi occuparono i territori dell'Europa centrale lasciati vuoti dai Germani, che si erano spostati all'interno di quello che era l'Impero romano.
Cartina dell'Europa e
Mediterraneo nel 600.
Evitando la pianura Pannonica, brulicante di Avari, attraverso la Polonia giunsero fino alla Pomerania e poi scesero attraverso la "porta di Moravia" e valicarono il Danubio a Vindobona, attraversando la Serbia giunsero fino in Dobrugia e nel Pindo, sovrapponendosi alle popolazioni preesistenti quali Illiri, Daci e Traci, oppure mescolandosi a loro come con i Bulgari, ed alla fine s'infransero sulle mura di Bisanzio, cosicché dovettero sedentarizzarsi.

- L'antico Illyricum è invaso da varie tribù barbare fra cui i Goti, che qui rimarranno per 150 anni, gli Avari e gli Slavi. L'invasione Slava, feroce e sanguinaria, ha avuto conseguenze durature nella composizione etnica dei Balcani. Le popolazioni di ceppo illirico diminuiranno ed infine saranno assimilate.
Cartina dell'Italia nel 652, alla morte
del Re Longobardo Rotari.
  In giallo i territori Bizantini, in
 arancio i Longobardi, in fucsia
i territori contesi fra Longobardi
 e Bizantini. Sono indicate le
regioni, i monasteri cristiani
 e la maggiori città.
Nell'Illiria del sud, le odierne terre albanesi , la popolazione autoctona riuscirà a conservare una relativa identità etnica, ma il loro territorio originale si restrinse ad una piccola estensione, soggetta alle varie occupazioni Slave, Bulgare e Serbe, attraverso tutto il Medioevo.

Nel 600 - L'invasione dell'Italia da parte dei Longobardi ha prodotto un regno longobardo d'Italia al centro-nord, con capitale Pavia, e due ducati longobardi al centro-sud, con Benevento e Spoleto come capitali. I Longobardi adottarono così il titolo nobiliare di Duca. I titoli Duca e Doge (adottato dai veneziani), Duchessa e Dogadessa al femminile, derivano dal latino Dux, "Duce". Da qui iniziano i diversi destini delle aree nord e sud della penisola, producendo quelle differenze che sono tuttora visibili.

Carta con i dialetti parlati nel
nord italico, di derivazione
gallica e del centro di derivazione
latino-autoctona.
- Nel nuovo assetto politico della penisola si cambieranno i nomi di alcune regioni italiane: l'area più importante del regno longobardo verrà chiamata Longobardìa, da cui Lombardia, e Romània (da cui Romagna) era il nome con cui i Longobardi indicavano i possedimenti dell'impero romano d'oriente (i bizantini) in Italia, in particolare la zona di Ravenna.
Carta dei dialetti parlati nel sud
italico e isole, derivati dalle lingue
delle popolazioni autoctone e
immigrate.
E' il periodo in cui si intensifica l'urbanizzazione nel dominio bizantino del Rivo Alto (Rialto) a Venezia, edificata su cinque isole lagunari, per non subire incursioni e il popolamento della laguna veneziana, iniziato con le invasioni barbariche, si intensificherà agli inizi del sec. VII per la pressione dei Longobardi sui possedimenti bizantini. Intanto a sud, il bizantino ducato di Calabria, coinvolgendo una piccola parte dell'antica Calabria (in cui risiedevano gli antichi Apuli, oggi chiamata Puglie) e parte dell'antico Bruzio (anticamente abitata dai Brutii) fece in modo che si intenderà poi per Calabria solo l'antico Brutio.
Carta con i Sassi di Rocca
Malatina (MO) e i passi
dell'Abetone e di Croce Arcana.
Inoltre, la via appenninica che fino ad allora portava a Roma da nord, e che passava alla destra del fiume Panaro attraverso il passo della Croce Arcana, situato fra gli odierni comuni di Fanano (MO) e Cutigliano (PT), era controllata dall'Esarcato dell'impero romano d'oriente, presso gli attuali Sassi di Rocca Malatina (MO), che qui presidiava il confine con i territori controllati dai Longobardi.
Carta con i dialetti ritenuti di
origine latina in Europa occidentale,
s oriente lo sono Rumeno e Moldavo
I Longobardi approntarono allora una via che attraversava il passo dell'Abetone, fra gli attuali comuni di Fiumalbo (MO) e Cutigliano (PT), percorrendo la riva sinistra del Panaro ed aggirando così il monte Cimone, e questa via di comunicazione è utilizzata ancora oggi. A testimonianza di quei giorni, è da segnalare che nel dialetto modenese della valle del Panaro, per "paiolo" si dice "calzeder", parola con lo stesso significato derivata dal greco, la lingua parlata nell'impero bizantino. Sempre in valle, ci si distingue ancora oggi fra di qua o di là dall'acqua (il Panaro stesso), intendendo rimarcare profonde differenze culturali.

Carta con la progressiva espansione
dell'Islam e del suo potere dal 632
con Maometto e con i
successivi califfi fino al 750.
Nel 610 - In Arabia, Muḥammad (Maometto) inizia la predicazione del Corano. La predicazione di Maometto iniziò nel nono mese del calendario islamico (Ramadan) del 610. Il calendario islamico si basa su una scansione del tempo puramente lunare in cui l'anno è suddiviso in 12 mesi lunari di 29 o 30 giorni e conteggia gli anni dal 16 luglio 622, data in cui fu compiuta l'Egira dal profeta dell'Islam Maometto. L'egira (in arabo: hijra = emigrazione) indica il trasferimento dei primi devoti musulmani e del loro capo Maometto dalla natia Mecca alla volta di Yathrib. Secondo la tradizione tramandata dal Corano, sul Monte Hira, nei pressi della Mecca, al Profeta sarebbe apparso l'arcangelo Gabriele che gli disse queste parole:"Leggi, in nome del tuo Signore che ha creato, che ha creato l'uomo da un grumo di sangue. Leggi nel nome del tuo Signore il più generoso, che ha insegnato per mezzo del calamo, che ha insegnato all'uomo quello che non sapeva." Maometto sulle prime credette di aver sognato, tanto più che c'è un periodo tra la prima apparizione del Monte Hira e quelle che a distanza di tempo sensibile le seguiranno (ricordiamo che Maometto seguitò a ricevere apparizioni angeliche per tutta la vita). Inizialmente Maometto confidò queste esperienze solo a pochi intimi, tra i quali il cugino Alì e i congiunti Othman e Abu Bakr, mentre solo verso la fine del decennio successivo iniziò a predicare in pubblico una rivelazione monoteistica. Egli predicava un Dio unico "Allah" (parola araba dalla stessa radice dell'ebraico Elohim), per il quale era l'Inviato (rasūl) per concludere il messaggio profetizzato nella Bibbia. Le caratteristiche della sua predicazione erano un duro tono apocalittico, una ferma condanna del politeismo e l'obbligo di pellegrinaggi alla Mecca, attività piuttosto remunerativa.

Khanato Bulgaro e di Khazaria ed
estensione dell'impero Cazaro nel suo
insieme con  indicati gli anni
delle conquiste dei suoi territori.
Nel 618 - Inizia, con il Khanato di Khazaria (618 - 1016), la formazione dell'impero Cazaro.
Cazari (o anche Khazari o latino Gazari o Cosri) erano una confederazione di popolazioni turche seminomadi originarie delle steppe dell'Asia Centrale in cui confluirono elementi iranicislavi ed i resti dei Goti Orientali di Crimea. Nel VII secolo fondano il Khanato di Khazaria nelle regioni più sud-orientali dell'Europa, vicino al Mar Caspio ed al Caucaso. Un Khanato o Canato è un territorio su cui governa un Khan, tipico dell'Europa orientale e dell'Asia. Spesso è di derivazione mongola, derivato dal frazionamento del grande impero creato da Gengis Khan. La maggior parte dei khanati sono scomparsi tra il XVI e il XIX secolo con la formazione degli imperi ottomano, persiano, russo e cinese. Oltre alla regione oggi chiamata Kazakistan il khanato di Khazaria comprendeva anche parti dell'Ucraina, l'Azerbaigian, il sud della Russia e la penisola di Crimea. Intorno al periodo di fondazione del khanato molti Cazari si convertirono al giudaismo. Il nome “Cazari” che essi stessi si sono dati proviene da un verbo in lingua turca che significa "vagabondare".

- I moderni bulgari sono discendenti dei Bulgari (stirpe uralo-altaica, detti anche proto-bulgari), ovvero il popolo che viveva lungo il fiume Bolga, in seguito chiamato Volga. Questo popolo era migrato dall'Asia centrale fino alle steppe del nord del Caucaso durante il II secolo e si era stabilito definitivamente nei Balcani, verso il VII secolo, dove si era unito ad alcune tribù slave. Nel 681 fu fondato il Primo Impero Bulgaro grazie al capo Asparuh. Anche i popoli indigeni dei Traci e dei Daci-Geti, che erano vissuti nel territorio dell'odierna Bulgaria prima dell'invasione degli Slavi, contribuirono alla formazione del gruppo etnico bulgaro. La loro antica lingua era già estinta prima dell'arrivo degli Slavi e la loro influenza culturale fu ridotta a causa di ripetute invasioni di barbari nei Balcani durante il primo Medioevo. Essi, al pari di altre popolazioni uralo-altaiche, erano abilissimi cavalieri, dotati di una forte compagine militare. I Bulgari si erano alleati all'imperatore bizantino Costante II, che ne aveva consentito l'insediamento nelle regioni storiche della Romania, della Bessarabia e della Dobrugia con lo status di confederati. La loro aggressività però, li trasformò presto in una minaccia per Bisanzio: l'imperatore Niceforo I il Logoteta venne da essi catturato e brutalmente giustiziato (811). Da allora i Bulgari conquistarono la zona balcanica dell'attuale Bulgariaassoggettando tutte le popolazioni slave o slavizzate che lì risiedevano. I metodi di riconoscimento attraverso il DNA dimostrano che i Bulgari sono strettamente correlati ai gruppi etnici dei Macedoni, dei Greci e dei Rumeni, più che alle popolazioni europee che vivevano sulle coste del mar Mediterraneo. Gli antropologi dichiarano che i Bulgari hanno caratteristiche tipiche dei gruppi etnici del sud Europa con influenze di minore forza di altri gruppi etnici. Fra questi si possono menzionare i Cumani, i Peceneghi, i Blachi, i Tatari e gli Avari. Tutti questi, eccetto una piccola parte di Valacchi e di Tatari, sono stati interamente assimilati in un unico gruppo e non sono più considerati gruppi etnici a sé stanti. I Cumani sono considerati anche i principali antenati dei Gagauzi. Altre minoranze etniche in Bulgaria includono i Turchi, gli Armeni, i Rom e i Greci. Sebbene abbiano preservato la loro identità culturale, queste minoranze vengono lentamente assimilate al gruppo etnico bulgaro, processo reso possibile anche dai numerosi matrimoni tra esponenti di etnie diverse, come quelli tra Greci, Armeni e Bulgari. I Bulgari sono linguisticamente correlati ai moderni Macedoni; entrambi i linguaggi, infatti, sono mutuamente comprensibili. Inoltre, prima del XX secolo, gli odierni macedoni erano riconosciuti come parte integrante del gruppo etnico bulgaro e molti di loro, tutt'oggi si identificano in quel gruppo etnico. La grande maggioranza dei Bulgari vive nella Repubblica di Bulgaria. Vi sono significative minoranze bulgare in Moldavia e in Ucraina (Bulgari di Bessarabia), in Romania (Bulgari dei banati), Serbia, Grecia, Macedonia, Albania e Ungheria. La maggioranza della popolazione urbana bulgara può essere trovata a Sofia, 1.241.000), Filippopoli (378.000), e Varna (352.000). La stima totale dei bulgari dipende unicamente dalla considerazione delle comunità sparse per il globo, risultato delle numerose correnti migratorie negli ultimi venti anni. Durante il Medioevo la Bulgaria era il più importante centro culturale dei popoli slavi fino alla fine del X secolo. Le due scuole letterarie di Preslav e Ocrida svilupparono una ricca attività culturale con scrittori del calibro di Costantino di Preslav, Giovanni l'Esarca, Černorizec Hrabar, Clemente di Ocrida e San Naum di Ocrida. Nella prima metà del X secolo, l'alfabeto cirillico si sviluppò nel nord-est della Bulgaria sulla base dell'alfabeto glagolitico e dell'alfabeto greco. Lo stesso viene oggi usato per scrivere in cinque importanti lingue di origine slava: bielorusso, macedone, russo, serbo e ucraino, così come in altre 60 lingue parlate negli Stati della ex-Unione Sovietica. I Bulgari parlano la lingua bulgara, scritta con caratteri cirillici, strettamente correlata al serbo-croato e spesso intelligibili fra loro. La lingua bulgara è correlata anche alla lingua russa, a causa delle influenze che i bulgari hanno avuto sulla società russa antica sin dal 988, anno del Battesimo di Kiev e della conseguente fondazione della Metropolia della Tauroscizia con sede a Kiev, dove i prelati erano quasi tutti di nazionalità bulgara. Sebbene sia di origine slava, la lingua bulgara mostra alcuni aspetti che la rendono unica e diversa rispetto alle altre lingue della stessa famiglia. Fino al 1878, il bulgaro fu influenzato dal greco medievale e moderno oltre che dal turco. Se anticamente la lingua bulgara ha prestato molti vocaboli al russo, più recentemente ne ha presi dal tedesco e dal francese.

Nel 632 - Muore Muḥammad (Maometto) e la questione della sua successione è all’origine della più grande divisione all’interno dell’Islam.
- Gli alidi, i discepoli di ʿAlī ibn (ibn = figlio di) Abī Ṭālib, marito di Fatima, la figlia di Maometto, indicati anche dal Profeta con il termine di "sciiti", ritenevano che gli unici legittimati ad esercitare il potere fossero l'Ahl al-Bayt, la "Gente della Casa" (esponenti della famiglia del Profeta) e che dunque ˁAlī, la loro Guida, sulla base delle indicazioni fornite dal Profeta (vedi Ghadīr Khum) fosse l’unico successore legittimo. Gli sciiti inoltre sostenevano che il ruolo di Imam (guida religiosa) e Califfo (autorità politica) dovessero cumularsi in un’unica persona.
- I "sunniti" (definizione data da Ibn Ḥanbal, col significato di "Gente che si rifà alla tradizione [di Maometto] e che non origina secessioni" invece ritenevano che qualsiasi fedele di buona capacità religiosa e non necessariamente discendente del Profeta, anche se preferibilmente appartenente alla sua tribù, i coreisciti, potesse guidare a pieno titolo la Comunità islamica.
A Medina, il giorno stesso della morte del profeta, i suoi compagni fedelissimi fra cui Abu Bakr, Omar ibn (ibn = figlio di) al-Khattab, Abu Ubayda ibn al-Jarrah, Talha ibn Ubayd Allah e alcuni altri, tutti meccani coreisciti (cioè più o meno imparentati con la tribù di Maometto, i Banū Quraysh della Mecca), si radunano per dare una successione a Maometto.
Nella disputa generale, i sunniti hanno la meglio ed il prescelto è Abu Bakr 'Abd Allah ibn (ibn = figlio di) Abi Quhafa, cognato di Maometto, suo amico d'infanzia e primo convertito maschio e maggiorenne all'Islam (lo avevano preceduto la moglie di Maometto, 'A'isha e il minorenne cuginetto Ali ibn Abi Talib). Gli sciiti dovettero riconoscerlo come primo Califfo poiché eletto dal resto della comunità (l'Umma).
Abu Bakr è eletto come "Khalīfat rasūl Allāh" (Vicario o successore del Profeta di Allah), che in italiano è ridotta a "califfo", titolo che ingombrerà la Storia araba fino al 1926.
Il neo-califfo Abu Bakr dovette lottare subito contro lo scissionismo delle tribù arabe ribelli, moto che è passato alla storia come "Ridda". La Ridda fu combattuta e vinta da due grandi generali musulmani, Khalid ibn al-Walid e Ikrima ibn Abī Jahl, che fra le altre vittorie annoverano quella nella battaglia di 'Aqraba', contro la tribù dei Banu Hanifa nel 633. Abū Bakr, passato ai posteri come un personaggio mite e gentile, regnò fino al 634, anno in cui morì. Alla sua successione fu chiamato Omar ibn al-Khattab. 

Nel 634 - Sale al potere Omar ibn al-Khattab, secondo califfo dell'Islam dal 634 al 644 che si ritrova, dopo le battaglie dovute alla Ridda (scissionismo delle tribù arabe ribelli), la penisola arabica unita sotto il vessillo islamico. Quindi poté anzitutto, con l'ausilio del suo generale Khalid ibn al-Walid, scagliarsi contro le province di confine del deserto arabo-siriano, soggiogando i reami semi-sedentarizzati del Nord. Quindi, le armate musulmane si riversarono in SiriaPersia ed Egitto. I due imperi che premevano l'Arabia a Nord, l'Impero Sasanide e quello Romano (d'Oriente) erano in crisi dopo la ventennale guerra che era terminata solo nel 628. Costantinopoli, retta dall'imperatore Eraclio, aveva recuperato Siria e Palestina sconfiggendo i Sasanidi, ma né il vincitore né tanto meno lo sconfitto erano in grado di affrontare nuovi scontri militari, sicché le armate musulmane poterono in pochi anni prendere Palestina e Siria senza grosse difficoltà. Già nel 633, Abū Bakr aveva inviato forze ausiliare contro la Palestina, creando disordini ai Bizantini, poi nell'aprile 634, Khalid ibn al-Walid invase la Siria con un esercito regolare ed occupò prima Palmira e poi Damasco. Eraclio reclutò un poderoso esercito con  cui poté scacciare i musulmani da Damasco, ma non poté sostenere l'urto dello scontro frontale avvenuto nel luglio 636 nella battaglia sul fiume Yarmuk. Siria e Palestina finirono stabilmente sotto dominazione araba e vennero rette da Abū Ubayda. Il califfo Omar visitò Damasco nel 637 e Gerusalemme cadde l'anno dopo. Nel frattempo, gli arabi avevano aperto un altro fronte contro i Sasanidi. Nel 633 milizie arabe avevano occupato al-Ḥīra, capitale dello stato vassallo dei Persiani. Ne erano stati scacciati dall'imperatore persiano Yazdagird nel 634 nella Battaglia del Ponte, ma i musulmani non rinunciarono. Nell'estate 637 un piccolo contingente arabo sbaragliò un esercito sasanide di 20.000 uomini nella Battaglia di al-Qadisiyya. Pochi mesi dopo, la capitale Ctesifonte cadeva in mano araba e poi ancora tutto l'Iraq e la Persia dopo la battaglia di Ǧalūla. L'Impero sasanide fu completamente inglobato nel Califfato arabo. Le vittorie arabe proseguivano, e ora Medina puntava all'Egitto. Qui i cristiani Copti, come quelli Monofisiti in Siria, erano scontenti del governo ortodosso bizantino. E quando il generale Amr ibn al-Āṣ occupò la cittadina egizia di frontiera di Arish (12 dicembre 639) per dispetto all'imperatore di Costantinopoli, molti furono quasi contenti. Amr ibn al-Āṣ, vista la situazione, si spinse fino ad occupare Pelusio, sul delta del Nilo e poi marciò su Babilonia (un fortino nei pressi dell'odierno Cairo), caposaldo bizantino. Qui, con l'aiuto di un contingente arabo in ausilio alla sua cavalleria yemenita, sbaragliò i Bizantini nel luglio 640 occupando la città (nel 641). Intanto nel 640 si era combattuta una battaglia ad Eliopoli vinta dagli Arabi. Quindi, preso tutto il resto dell'Egitto, restava ai bizantini solo Alessandria, che resse un anno, fino a che nel 642 il Patriarca cristiano copto non firmò una pace con gli Arabi, in seguito alla quale i bizantini si ritirarono via mare. Preso l'Egitto, l'espansionismo arabo diresse le sue mire sulla Cirenaica libica. Le fiorenti città costiere bizantine di Cirene, Leptis Magna, Bengasi caddero in tre anni, tra il 642 ed il 645. L'Africa settentrionale si avviava ad essere una terra musulmana.

Nel 644 - Dopo l'uccisione di Omar ibn al-Khattab, è nominato terzo califfo dell'Islam ʿUthmān ibn ʿAffān, assassinato poi nel 656.

Nel 656 - ʿAlī viene nominato quarto califfo dell'Islam ed è considerato dallo Sciismo il suo primo Imam; contestualmente inizia una guerra civile che si protrae fino al 661. ʿAlī ibn Abī Ṭālib (La Mecca, 17 marzo 599 - Kufa, 28 febbraio 661) era cugino primo e genero del profeta dell'Islam Maometto, avendone sposato la figlia Fāṭima btMuḥammad nel 622. Secondo gli sciiti sarebbe dovuto essere il successore di Maometto, ma fu preceduto da tre califfi: Abu Bakr (632-634), 'Omar ibn al-Khattàb (634-644) e 'Othmàn ibn 'Affàn (644-656). Il padre di ʿAlī, Abū Ṭālib, era un importante membro della potente tribù dei Banū Quraysh, ancorché di modesta condizione economica, e zio paterno di Maometto. Quest'ultimo, rimasto ben presto orfano, venne preso fin da bambino in casa di Abū Ṭālib. Una volta sposatosi con Khadīja, Maometto prese con sé in casa il giovanissimo figlio di Abū Tālib, ʿAlī, per alleviare le difficoltà economiche che in quel momento stava patendo lo zio. Da quel momento in poi i due cugini vissero sotto lo stesso tetto e, dopo il matrimonio di ʿAlī con la figlia di Maometto, Fāṭima, a strettissimo contatto fino alla morte del Profeta. 
Col tempo gli alidi (discepoli di Ali) misero per scritto le loro riflessioni teologiche e politologiche, evolvendo verso quello che diventerà il vero e proprio Sciismo. Gli sciiti presero a differenziarsi anche a proposito di alcuni altri istituti giuridici, ammettendo, ad esempio, la legittimità del matrimonio a tempo prefissato, detto mutʿa, sulla scorta di precisi ḥadīth del Profeta, negando (come facevano i sunniti) che Maometto avesse posto fine a una tal pratica preislamica al ritorno dalla conquista di Khaybar. La disputa sembrò ricomporsi con l’accesso di ʿAlī al Califfato dopo la morte violenta del 3° Califfo ʿUthmān ibn ʿAffān ma il suo potere fu contestato da Muʿāwiya ibn Abī Sufyān, governatore omayyade (la dinastia dei califfi arabi omayyadi resse l'impero islamico dal 661 al 750 d.C.) della Siria, che gli si ribellò apertamente. ʿAlī fu assassinato nella moschea di Kufa da un seguace del kharigismo, un ramo dell'Islam, distaccatosi dagli altri. I discepoli sciiti di ʿAlī  riposero allora tutte le loro aspettative sui suoi due figli, al-Ḥasan ibn ʿAlī e al-Ḥusayn ibn ʿAlī. Ḥasan fu indicato da ʿAlī come suo successore all’Imamato, ma fu costretto a sciogliere il suo esercito e accettare un accordo con Muʿāwiya, stipulando però con lui un patto secondo il quale, alla morte di questi, il potere sarebbe tornato ad al-Ḥasan o, in sua mancanza, a suo fratello al-Ḥusayn.
La moschea in cui si conserva la
tomba di Ali, in Iraq.
Ma Muʿāwiya, contravvenendo al patto, nominò suo figlio Yazīd per la successione al Califfato. al-Ḥasan nel frattempo era morto, forse avvelenato dallo stesso Muʿāwiya, ed al-Ḥusayn, che ne aveva ereditato l’Imamato, rifiutò categoricamente di giurare fedeltà a Yazīd, sia per questione di legittimità, sia per una pretesa indegnità mostrata dallo stesso. Messo di fronte alla scelta tra la sottomissione o lo scontro, al-Ḥusayn intese raggiungere la città irachena di Kufa, dove gli alidi (col termine Alidi si indicano i devoti seguaci della causa del quarto califfo musulmano, Ali ibn Abi Talib e dei suoi successori) erano molto forti e gli avevano promesso il loro sostegno. Ma le truppe califfali intercettarono al-Ḥusayn a Kerbelāʾ, sulla strada per Kufa, impedendogli anche l’accesso all’acqua dell’Eufrate. al-Ḥusayn, con soli 72 combattenti (gli abitanti di Kufa erano stati nel frattempo duramente repressi e si guardarono bene dall'intervenire in suo soccorso), dovette fronteggiare l'assai maggiore contingente armato califfale spedito dal wālī di Kufa e l’esito non poté essere altro che la morte sua, dei suoi familiari e dei suoi discepoli. La battaglia di Kerbelāʾ, del 680, segnerà la definitiva rottura tra gli sciiti ed il resto della comunità che più avanti prenderà il nome di Ahl al-Sunna (da cui il nome attuale di sunniti). Il destino tragico di al-Ḥusayn scosse le coscienze dei musulmani e accrebbe la determinazione a lottare per l’ideale di un potere giusto e rispettoso dei principi fondamentali dell’Islam originario. Il martirio divenne il simbolo della lotta contro l’ingiustizia. Il senso dello sciismo è in questo massacro e quindi nel culto dei martiri. Tutti i discendenti di al-Ḥusayn, ovvero gli Imam dell’Ahl al-Bayt, la Famiglia del Profeta, ebbero un destino tragico, fatto di prigionia e avvelenamenti. Per gli sciiti, gli Imam sono le guide e i custodi del Libro. La loro legittimità non deriverebbe dalla discendenza carnale dal Profeta, ma dalla loro eredità spirituale; essi ebbero una conoscenza del significato del Corano e ne spiegarono il senso esoterico ( bātin ) ai fedeli. Il dodicesimo Imam di questa catena di successione iniziata con ʿAlī e proseguita con al-Ḥasan e al-Ḥusayn, sfuggì alla repressione del califfo di turno occultandosi nell’874. Questo fenomeno sovrannaturale mise dunque termine alle rivendicazioni sul potere temporale e diede una dimensione fortemente escatologica e religiosa allo sciismo.
Cartina con le conquiste Arabe
e le espansioni dal 622, con
Maometto, al 945, i percorsi
commerciali e le incursioni arabe.
Gli sciiti duodecimani, ovvero coloro che prestano fede a tali dodici Imam, da quel momento in avanti accettarono passivamente l’ordine politico stabilito, nell’attesa della parusia del 12° Imam che, alla fine dei tempi, tornerà a manifestarsi e a ristabilire la giustizia in Terra. In questa attesa, nessun potere politico è pienamente legittimo. La Rivoluzione Islamica del 1979 in Iran ha in parte modificato questo atteggiamento, stabilendo il potere del giurisperito ( velāyat-e faqih ) che, pur non esente da difetti ed errori, cerca di creare e gestire una società islamica quanto più giusta possibile e preparare le condizioni per il ritorno dell’Imam Atteso. Secondo alcuni studiosi sunniti (e, negli ultimi tempi, i wahhabiti in particolare), una parte dello Sciismo penserebbe che dal Corano - raccolto all'epoca del califfo ʿUthmān b. ʿAffān - siano stati espunti alcuni passaggi e una sura intera (la sūrat al-wilāya, ovvero "capitolo della luogotenenza") che attestavano la designazione a succedergli, fatta da Maometto in favore di ʿAlī. Questa affermazione è decisamente respinta dagli attuali sciiti che ribadiscono invece che nello Sciismo nessuno avrebbe mai affermato l'incompletezza del Testo Sacro islamico. Lo sciismo - minoritario in termini assoluti (tra il 6 e l'11% dei fedeli musulmani di tutto il mondo) - è maggioritario in Iraq, in Libano e in alcune aree del Golfo Persico e, con poche eccezioni, del tutto dominante in Iran, dove lo sciismo fu forzatamente imposto dalla dinastia dei Safavidi (1501-1722).

Dal 638 Dopo la morte del re merovingio di tutti i Franchi Dagoberto I nel 638, il ducato d'Alamannia, come il ducato di Baviera, il ducato d'Aquitania e il ducato di Bretagna sciolsero i loro legami dal regno dei Franchi e raggiunsero l'indipendenza, sino alla prima metà dell'VIII secolo, quando gli Arnolfingi, in qualità di Maggiordomo di palazzo, ridussero l'Alamannia nuovamente ad una provincia del regno dei Franchi.

Nel 643 - Editto di Rotari, fondamentale per la legislazione Longobarda. Nella cultura longobarda era fortissima l'usanza tribale della faida per gestire i conflitti. Le lunghe catene di omicidi che provocava impediva una continuità politico-amministrativa e con l'editto si fissò un prezzo per ogni sopruso, evitando così ulteriori bagni di sangue.

- Gruppi di Suebi o Svevi passano, pare nel sec. VI, nella Baviera (da Baivarii = abitanti della Baia, la Boemia, la terra degli antichi Boi celti).

- Nel corso del VII secolo, in Hispania i vari re visigoti lottano per rafforzarsi ed imporre una successione dinastica in opposizione al sistema elettivo, fin qui seguito e tutte le decisioni vengono ufficializzate al concilio di Toledo (se ne tennero diciotto).

Nel 651 - Nasce il re merovingio Dagoberto II, erede al trono d'Austrasia. Unico figlio maschio del re dei Franchi Sali di Austrasia della dinastia merovingia, Sigeberto III e della moglie Inechilde, quando nel 656 morì suo padre, furono messi in atto tentativi romanzeschi per impedirgli di salire al trono. L'infanzia e la giovinezza di Dagoberto sembrano uscite da una leggenda medievale o da una favola. Invece è storia documentata. Alla morte del padre, Dagoberto fu fatto rapire dal maestro di palazzo in carica, Grimoaldo. Tutte le ricerche risulteranno vane, e non fu diffìcile convincere la corte che il bambino era morto. Grimoaldo concertò allora l'ascesa al trono del proprio figlio, affermando che quella era stata la volontà espressa dal precedente sovrano, il padre di Dagoberto. Il trucco riuscì. Persino la madre di Dagoberto, convinta che il bambino fosse morto, accettò l'autorità dell'ambizioso maestro di palazzo. Grimoaldo, tuttavia, non aveva avuto il coraggio di andare fino in fondo e di fare uccidere il giovanissimo principe. Dagoberto era stato segretamente affidato al vescovo di Poitiers. Anche il vescovo, sembra, non osò far assassinare il bambino. Perciò Dagoberto fu relegato in Irlanda, in esilio perpetuo. Crebbe nel monastero irlandese di Slane, non lontano da Dublino; e nella scuola annessa al chiostro ricevette un'istruzione di gran lunga superiore a quella che avrebbe potuto conseguire nella Francia di quei tempi. Sembra che durante questo periodo frequentasse la corte del Sommo re di Tara. Inoltre fece amicizia con tre principi della Northumbria che studiavano anch'essi a Slane. Nel 666, probabilmente quando viveva ancora in Irlanda, Dagoberto sposò Matilde, una principessa di stirpe celtica. Poco tempo dopo si trasferì dall'Irlanda in Inghilterra e si stabilì a York, nel regno di Northumbria. Qui si legò di stretta amicizia con san Wilfrid, vescovo di York, che divenne il suo mentore. Durante questo periodo persisteva tutt'ora il dissidio tra la Chiesa di Roma e la Chiesa celtica, che rifiutava di riconoscerne l'autorità. Wilfrid, in nome dell'unità del cristianesimo, si era prodigato per ricondurre la Chiesa celtica nella sfera di Roma, e c'era riuscito nel famoso Concilio di Whitby, nel 664. Ma forse la sua successiva amicizia con Dagoberto II non era immune da altre motivazioni. Al tempo di Dagoberto la devozione dei Merovingi nei confronti di Roma, promessa nel patto stretto fra Clodoveo e la Chiesa un secolo e mezzo prima, non era molto fervida. Fedele sostenitore di Roma, Wilfrid aspirava a consolidare la supremazia del papato, non soltanto in Gran Bretagna ma anche sul continente. Nell'eventualità che Dagoberto ritornasse in Francia e rivendicasse il trono d'Austrasia, era consigliabile assicurarsi la sua fedeltà. Molto probabilmente Wilfrid vedeva nel re in esilio il futuro braccio armato della Chiesa. Nel 670 Madide, la consorte celtica di Dagoberto, morì nel dare alla luce la terza figlia. Wilfrid si affrettò a combinare un nuovo matrimonio per il vedovo, e nel 671 Dagoberto si risposò. Se le sue prime nozze avevano avuto una potenziale importanza dinastica, le seconde l'ebbero ancora di più. La seconda moglie di Dagoberto era infatti Giselle de Razès, figlia del conte di Razès e nipote del re dei Visigoti. In altre parole, ora la stirpe reale merovingia era imparentata con la stirpe reale visigota. In questa unione c'erano i semi di un impero embrionale che avrebbe unito gran parte della Francia moderna e si sarebbe esteso dai Pirenei alle Ardenne. Inoltre questo impero avrebbe portato sotto l'influenza di Roma i Visigoti che avevano ancora forti tendenze ariane. Quando Dagoberto sposò Giselle, era già ritornato sul continente. Secondo la documentazione pervenuta fino a noi, le nozze furono celebrate nella residenza ufficiale della sposa, a Rhédae, l'odierna Rennes-le-Château. Anzi, sembra che si svolgessero nella chiesa di Saint Madeleine, l'edificio sul quale venne successivamente eretta la chiesa di Bérenger Saunière. Dal primo matrimonio di Dagoberto erano nate tre figlie, ma non un erede maschio. Da Giselle, ebbe altre due figlie e finalmente, nel 676, un figlio, il futuro Sigisberto IV. E quando nacque Sigisberto, Dagoberto era re. Per circa tre anni, sembra, era rimasto a Rennes-le-Château, seguendo da lontano le vicissitudini del suo regno al nord. Finalmente, nel 674, si era presentata l'occasione favorevole. Con l'appoggio di sua madre e dei consiglieri di questa, il monarca esule si proclamò re d'Austrasia. Wilfrid di York diede un importante contributo al suo reinsediamento. Secondo alcuni, vi contribuì anche un personaggio molto più sfuggente e misterioso, sul quale si hanno pochissime notizie storiche: sant'Amatus, vescovo di Sion in Svizzera. Dagoberto, reinsediato sul trono dei suoi avi, non fu affatto un « re fannullone ». Anzi, si dimostrò un degno successore di Clodoveo. Si accinse immediatamente a imporre e a consolidare la sua autorità, reprimendo l'anarchia che imperversava in Austrasia e ristabilendo l'ordine. Regnò con fermezza, piegando vari nobili ribelli che disponevano di una potenza militare ed economica sufficiente per sfidare il trono. E si dice che avesse ammassato un considerevole tesoro a Rennes-le-Château: queste ricchezze dovevano venire usate per finanziare la riconquista dell'Aquitania, che una quarantina d'anni prima si era staccata dal regno merovingio e si era proclamata indipendente. Nel contempo, Dagoberto dovette costituire una grossa delusione per Wilfrid di York. Se il vescovo aveva sperato di fare di lui il braccio armato della Chiesa, si trovò di fronte a un grave disappunto. Anzi, sembra certo che il re frenasse i tentativi di espansione della Chiesa nei suoi domini, e incorresse quindi nella collera delle gerarchie ecclesiastiche. Esiste una lettera inviata a Wilfrid da uno sdegnatissimo prelato franco, il quale si scaglia contro Dagoberto, colpevole di imporre tasse e di «tenere in dispregio le chiese di Dio e i loro vescovi». A quanto sembra, questi non furono i soli motivi di dissidio fra Dagoberto e Roma. Grazie al matrimonio con una principessa visigota, il re aveva acquisito vasti territori nell'attuale Linguadoca. E forse aveva acquisito anche qualcosa d'altro. I Visigoti erano fedeli alla Chiesa di Roma soltanto nominalmente. Anzi, la loro devozione al papato era molto evanescente, e nella famiglia reale predominavano ancora le tendenze ariane. Secondo vari indizi, Dagoberto avrebbe assimilato queste tendenze. Nel 679, quando era sul trono da tre anni, Dagoberto s'era già fatto molti nemici influenti, sia laici che religiosi. Frenando le loro ribelli aspirazioni autonomistiche, aveva destato il rancore di certi nobili vendicativi. Osteggiando i suoi tentativi di espansione, si era attirato l'antipatia della Chiesa. Creando un regime centralizzato ed efficiente, aveva acceso l'invidia e la preoccupazione di altri potentati franchi, sovrani dei regni confinanti. E alcuni di questi sovrani avevano alleati e agenti nel regno di Dagoberto. Uno di questi era il maestro di palazzo del re, Pipino II il Grosso oppure Pipino il Giovane di Herstal, (nipote di Pipino I il Vecchio, di Landen, Maggiordomo di palazzo del regno merovingio di Austrasia per il re Clotario II, che fu il capostipite della dinastia dei Pipinidi). E Pipino II, schierandosi clandestinamente con gli avversari politici di Dagoberto, non indietreggiò di fronte al tradimento e all'assassinio. Come quasi tutti i sovrani merovingi, Dagoberto aveva almeno due capitali. La più importante era Stenay, al limitare delle Ardenne. Presso il palazzo reale di Stenay si estendeva un grande bosco, considerato sacro da tempo immemorabile e chiamato Foresta di Woèvres. Il 23 dicembre 679, Dagoberto andò a caccia in questa foresta. Considerando la data, è possibile che la caccia costituisse una specie di occasione rituale. Comunque, ciò che avvenne ricorda moltissimi echi leggendari, incluso l'assassinio di Sigfrido nel Nibelungenlied. Verso mezzogiorno, sopraffatto dalla stanchzza, il re si adagiò per riposare in riva a un ruscello, ai piedi di un albero. Mentre dormiva, uno dei suoi servitori - che, sembra, era anche suo figlioccio - gli si accostò furtivamente ed eseguendo gli ordini di Pipino gli conficcò una lancia in un occhio. Altre fonti tramandano che Dagoberto II si scontrò spesso col maggiordomo di Neustria, Ebroino, sempre intenzionato a riunire i regni Franchi sotto Teodorico III, che nel 677, attaccarono invano l'Austrasia. E fu probabilmente lo stesso Ebroino ad organizzare la partita di caccia in cui, nel 679, Dagoberto perse la vita a seguito di un colpo di spada all'inguine da parte di alcuni congiurati. Questo episodio potrebbe avere ispirato, nella saga del SanGraal, la leggenda del re pescatore che non poteva procreare poiché ferito ai genitali; inoltre il figlio di Dagoberto, Sigisberto IV, il legittimo erede al trono merovingio, rimase nascosto e protetto in Occitania, ignorato e di cui non fu nota l'esistenza. Gli assassini fecero ritorno a Stenay, decisi a sterminare il resto della famiglia reale. Non si sa di preciso fino a che punto riuscirono nel loro intento. Ma è certo che per il regno di Dagoberto e la sua famiglia fu la fine, improvvisa e violenta. La Chiesa non si disperò. Anzi, si affrettò ad avallare l'operato degli assassini del re. Esiste addirittura una lettera inviata da un prelato franco a Wilfrid di York, che cerca di razionalizzare e giustificare il regicidio. Il corpo di Dagoberto e la sua sorte postuma ebbero vicissitudini piuttosto strane. Subito dopo la sua morte, fu sepolto a Stenay, nella cappella reale di Saint Rémy. Nell'872, quasi due secoli dopo, fu esumato a trasportato in un'altra chiesa. La nuova chiesa divenne Saint Dagobert, perché lo stesso anno il re fu canonizzato: non dal papa (i pontefici si sarebbero arrogati questo privilegio, esclusivo soltanto nel 1159), bensì da un sinodo metropolitano. Non è chiaro perché Dagoberto venisse canonizzato. Secondo una fonte ciò avvenne perché si credeva che le sue reliquie avrebbero salvato la zona di Stenay dalle scorrerie dei Vichinghi; ma questa spiegazione non è molto illuminante, poiché non si capisce perché le reliquie dovessero avere un potere miracoloso. Le autorità ecclesiastiche sembrano dimostrare al riguardo un'ignoranza imbarazzante. Ammettono che Dagoberto, per qualche ragione imprecisata, era divenuto l'oggetto di un culto in piena regola e aveva un suo giorno festivo, il 23 dicembre, anniversario della sua morte. Tuttavia, non sono assolutamente in grado di precisare perché tutto questo fosse avvenuto. È possibile, certo, che la Chiesa si fosse pentita della parte che aveva avuto nell'assassinio del re. Quindi la canonizzazione di Dagoberto potrebbe essere stata una sorta di riparazione. Tuttavia, se questo è vero, non viene spiegato perché fosse ritenuto necessario un gesto del genere, e neppure perché fosse compiuto ben due secoli dopo. A stretto rigore delle fonti storiche ufficiali, Dagoberto non fu l'ultimo sovrano della dinastia merovingia. Anzi, i sovrani merovingi conservarono il trono, almeno nominalmente, per altri tre quarti di secolo. Ma gli ultimi Merovingi meritarono davvero l'epiteto di « re fannulloni ». Molti erano estremamente giovani, e quindi spesso erano deboli e indifese pedine nelle mani dei maestri di palazzo, non potevano imporre la propria autorità e prendere decisioni. Erano poco più che vittime; e molti di loro vennero uccisi. Inoltre, i Merovingi di questo tardo periodo dinastico appartenevano a rami cadetti, non al ceppo principale disceso da Clodoveo e Meroveo. Questo ceppo era stato eliminato con Dagoberto II. Perciò, a tutti i fini pratici, l'assassinio di Dagoberto può essere considerato come la fine della dinastia merovingia. Ma Dagoberto II aveva avuto un figlio maschio: Sigisberto IV. Secondo alcune fonti, Sigisberto IV, alla morte del padre Dagoberto II, fu salvato da una sorella e portato clandestinamente a sud, nei domini della madre, la principessa visigota Giselle di Razès. Si dice che arrivasse in Linguadoca nel 681 e, poco tempo dopo, adottasse o ereditasse i titoli dello zio, duca di Razès e conte di Rhédae. Si dice inoltre che assumesse il cognome o soprannome di «Plant-Ard» (divenuto in seguito Plantard), da réjeton ardent, «ardente virgulto» della vite merovingia. Con questo nome e i titoli ereditati dallo zio, si dice, perpetuò la sua stirpe. E nell'841-886 un ramo di questa stirpe culminò in Bernardo III di Tolosa detto Plantavelu (Piede di Velluto), un nome derivato apparentemente da Plant-Ard o Plantard, il cui figlio divenne duca d'Aquitania e conte d'Alvernia: Guglielmo I, il Pio o il Vecchio (892-918). Fra gli altri indizi frammentari c'è un atto datato 718, riguardante la fondazione di un monastero, a pochi chilometri da Rennes-le Château, a opera di «Sigisberto, conte di Rhédae, e sua moglie, Magdala». Se si esclude questo atto, per un altro secolo non si ha alcuna notizia dei titoli di Rhédae e di Razès. Tuttavia, quando uno dei due ricompare, si riaffaccia in un contesto di estremo interesse.

Nel 680 - I Bulgari invadono i Balcani.

Laguna Veneta nel 700, in giallo i
maggiori centri.
Nel 697 - Sulle isole della laguna veneziana si riorganizza un ducato bizantino dipendente dall'Esarcato di Ravenna, con capitale prima ad Eraclea e quindi a Metamauco (nei pressi dell'attuale Malamocco), retto da un magistrato con residenza prima a Cittanova e poi a Eraclea.

Nel 698 Si ricompone lo Scisma Tricapitolino causato dall'editto contro i Tre Capitoli di Giustiniano, in qualità di Pontefice Massimo, nel 545. Nel 698 Cuniperto il Pio, re longobardo d'Italia dal 688 al 700, convocò un sinodo a Pavia in cui i vescovi cattolici e tricapitolini, tra cui Pietro I, Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia" la loro comunione dottrinaria e gerarchica.

Dal 709 - Tra il 709 e il 712, Pipino di Herstal combatté contro Lantfrid, il duca di Alamannia, che aveva fatto redigere un primo codige di leggi le Lex Alamannorum e poi, nel 743, Pipino il Breve e Carlomanno condussero una campagna per ridurre in soggezione l'Alamannia, che si concluse, nel 746, con il concilio di Cannstatt, dove la maggioranza dei nobili alamanni furono convocati e, a tradimento, fatti prigionieri, giudicati per tradimento e condannati a morte e giustiziati. Da quel momento l'Alamannia divenne una provincia del regno franco.

Cartina con le conquiste Arabe
e le espansioni dal 632,
con Maometto, al 750, le conquiste
dopo il  750 e i percorsi
 delle incursioni degli Arabi.
Nel 711 - Gli Arabi attraversano lo stretto di Gibilterra e invadono il regno Visigotico di Spagna. La mancanza di un esercito centralizzato, ma drappelli agli ordini di signori e vassalli del re, permette agli Arabi una facile conquista oltre al fatto che poco dopo la conversione al cattolicesimo, i Visigoti iniziarono le persecuzioni antiebraiche che nel corso del VII secolo si erano intensificate, facendo in modo che gli Ebrei, durante l'invasione araba, si schierassero a fianco degli invasori.. L'antefatto all'invasione fu generato da un principe della Spagna visigota che si recò dal Wali di Qayrawan per chiedere l'appoggio degli arabi al fine di riprendersi il trono usurpatogli. Un corpo arabo-berbero partì per la Penisola iberica e sbarcò sotto quello che sarà chiamato Ǧabal al-Tāriq (da Tāriq b. Ziyād che comandava questo contingente) e che oggi è GibilterraFu così che per la prima volta un esercito arabo in armi entrò in Europa. A Jerez de la Frontera nel 711 le forze arabe sconfissero i visigoti che perdettero il mezzogiorno della Spagna e il Portogallo e che alla fine videro scomparire il loro regno. La cavalcata dei musulmani (che qualcuno comincerà a chiamare "mori" per il fatto d'esser giunti dall'Africa, definita Mauritania, "terra dei Mauri") è inarrestabile: tutta la Penisola iberica fu occupata e solo i Pirenei fecero da ostacolo naturale ad un procedere dell'avanzata. La Spagna diventò così araba: negli 8 secoli e oltre di dominazione araba sorgeranno in Spagna alcuni dei più bei capolavori dell'architettura araba (l'Alcázar di Siviglia e l'Alhambra di Granada) e verranno scritte alcune opere capitali della letteratura mondiale.

Nel 718 - L'avanzata musulmana sembra inarrestabile: mentre un altro pezzo di Anatolia è preso ai Bizantini, nel 718 Costantinopoli è di nuovo sotto assedio da parte degli arabi, che ora possono dirsi i veri padroni anche del mare. Hanno sconfitto sul mare i bizantini nella Battaglia degli Alberi e ad Alessandria, a Cartagine sulla terraferma, e hanno stabilito basi nel Mar Egeo. In Occidente, cade Narbona e Perpignano è in mano araba. La resistenza dei principi di Provenza è debole, poiché questi preferiscono fare un dispetto al Re merovingio e ai suoi maggiordomi di Palazzo (che esercitano di fatto il potere militare) piuttosto che difendere i loro possessi dagli arabi, che così occupano trionfalmente tutta la Provenza e lambiscono le Alpi. Il maggiordomo di turno, Carlo Martello, si accinge a marciare dal Nord della Francia, dove ha sede il Re, verso Sud. L'Aquitania oppone resistenza, ma gli arabi arrivano a Poitiers, a 100 chilometri da Parigi. Qui per una settimana le armate merovingie e le forze arabe si schierano e alla fine si affrontano. È il 732, e la battaglia di Poitiers segna una grande vittoria per i Franchi. Ciò però non impedisce agli arabi di mantenere il controllo sulla Provenza e del Narbonese, e di passare le Alpi per fare incursioni in Piemonte e Liguria. Infine Narbona è definitivamente ripresa dai cristiani, ma solo 50 anni dopo Carlo Magno potrà cacciare via stabilmente gli arabi dalla Francia.

Carta dei territori del Regno delle
Asturie, di Alexandre Vigo https
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Dal 722 - Dopo la vittoria di Pelagio nella battaglia di Covadonga (nel 722) sui musulmani, si stabilisce un piccolo territorio nelle montagne asturiane che darà luogo più tardi al Regno delle Asturie.
Inizia così la "Reconquista" della penisola iberica all'Islam che si completerà nel 1.498. Mentre secondo la leggenda Pelagio era un nobile, figlio del duca Favila e pronipote del re visigoto Chindasvindo, questo territorio non si organizza come successore del regno goto, come il mito posteriore ha invece voluto stabilire, ma come un governo sorto per opera di un movimento indigeno comune fra Asturiani e abitanti della Cantabria (Luis G. de Valdeavellano, Historia de España, Madrid, Alianza Universidad, 1980, I, p. 386 e segg.). L'influenza degli immigranti provenienti da sud (dalle regioni cioè conquistate dall'Islam), andrà impregnando di goticismo il regno asturiano. Senza dubbio, nelle epoche più tarde del regno, negli Annali scritti all'epoca di Alfonso II, si rinnegava tuttavia il retaggio dei Visigoti, incolpati d'aver perso la Hispania. Le cronache su cui ci si basa per la conoscenza dell'epoca, tutte scritte all'epoca di Alfonso III, quando l'influenza ideologica "goticista" era già importante, sono la Crónica Sebastianiense, la Crónica Albeldense e la Crónica Rotense.

Nel 726 - Con il doge Orso Ipato, il ducato di Venezia si ribella alle leggi iconoclaste di Leone Isaurico. Orso, spesso ricordato con il titolo di ipato fu, secondo la tradizione, il 3º doge del Ducato di Venezia. Salì al potere verso il 726-727 e fu probabilmente il primo dux ad essere nominato per volontà dei Venetici e non dal potere costantinopolitano.

Solidus con Leone III e il figlio
Costantino V da: https://commons
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- Leone III Isaurico (675 circa - 18 giugno 741) è stato Basileus dei Romei (Imperatore d'Oriente) dal 25 marzo 717 sino alla sua morte. L'appellativo "Isaurico" allude forse alla sua regione di provenienza. Appena eletto Imperatore, dovette affrontare la minaccia dei musulmani, intenzionati come più non mai a impossessarsi della capitale dell'Impero. Nell'agosto del 717 l'esercito e la flotta araba (composta da 120.000 uomini e 1.800 navi) era già presso le mura di Costantinopoli, condotti da Maslam, il fratello del califfo. L'Imperatore decise allora di stringere un'alleanza con i Bulgari, che, resisi conto della grossa minaccia che avrebbero potuto costituire i musulmani per il loro stato, accettarono. Grazie al fuoco greco, la flotta araba subì pesanti perdite, venendo costretta a ritirarsi, mentre le resistenti mura teodosiane resistettero senza problemi ai continui assalti arabi. Il ritiro della flotta araba permise alla capitale di essere rifornita regolarmente di viveri, mentre l'inverno del 717, straordinariamente rigido, mieté molte vittime tra i musulmani, non abituati a quelle temperature e già indeboliti da una carestia e dagli attacchi dei Bulgari, venuti in soccorso dei Bizantini. Durante il periodo di regno introdusse numerose riforme fiscali, trasformò i servi della gleba in una classe di piccoli proprietari terrieri e introdusse nuove norme di diritto della navigazione e di famiglia, non senza sollevare molte critiche da parte dei nobili e dell'alto clero. Proibì il culto delle immagini sacre, con due editti distinti nel 726 e 730, e nel 726 promulgò un codice di leggi, l'Ecloga, una selezione delle più importanti norme di diritto privato e penale vigenti. L'Ecloga, pur rifacendosi al diritto romano e in particolare al Codice di Giustiniano, apportò alcune modifiche sostanziali quali un ampliamento dei diritti delle donne e dei bambini, la disincentivazione del divorzio, la proibizione dell'aborto e l'introduzione di mutilazioni corporali (taglio del naso, delle mani ecc.) come pene. Queste riforme aggiornavano il diritto bizantino alla situazione dell'epoca, che era cambiata rispetto a quella di Giustiniano e rendevano le leggi più accessibili dato che i libri di Giustiniano erano troppo vasti e difficilmente consultabili.
Poi Leone III iniziò a chiedersi se le calamità che affliggevano l'Impero non fossero dovute alla collera divina e cercò di conseguenza di ingraziarsi il Signore, imponendo il battesimo a Ebrei e a Montanisti (nel 722). Constatando che queste prime leggi non erano bastate a far finire le calamità (tra cui un'eruzione nel mar Egeo), l'Imperatore iniziò a credere che il Signore fosse in collera con i Bizantini perché adoravano le icone religiose, cosa contraria alle leggi di Mosé. L'opposizione alle immagini religiose era già diventata piuttosto diffusa nelle regioni orientali, influenzate dalla vicinanza con i musulmani, che vietavano l'adorazione delle icone. Secondo Teofane l'Imperatore fu convinto ad adottare la sua politica iconoclastica (distruzione delle icone) da un tal Bezér, un cristiano che, fatto schiavo dai musulmani, rinnegò la fede cristiana per passare a quella dei suoi padroni, e che, una volta liberato e trasferitosi a Bisanzio, riuscì a indurre nell'eresia l'Imperatore. Nel 726, su pressione dei vescovi iconoclasti dell'Asia Minore e in seguito a un maremoto che lo convinse ancora di più della correttezza della sua teoria dell'ira divina, Leone III iniziò a battersi contro le immagini religiose. Inizialmente tentò di predicare alla gente la necessità di distruggere le immagini, successivamente decise di distruggere un'icona religiosa raffigurante Cristo dalla porta del palazzo, scatenando una rivolta sia nella capitale che nel tema Ellade. L'esercito dell'Ellade mandò una flotta a Costantinopoli per deporre Leone e porre sul trono l'usurpatore da loro scelto, un tal Cosma, tuttavia durante una battaglia con la flotta imperiale (avvenuta il 18 aprile 727), la flotta ribelle venne distrutta dal fuoco greco e l'usurpatore, catturato, venne condannato alla decapitazione. Nel frattempo in Asia Minore gli Arabi assediarono Nicea ma non riuscirono ad espugnarla, a dire di Teofane, per intercessione del Signore. Gli Arabi si ritirarono quindi con ricco bottino. L'Imperatore allora cercò di convincere il Patriarca di Costantinopoli e il Papa ad accettare l'iconoclastia, ma tali tentativi non ebbero effetto: entrambi infatti si mostrarono contrari] e quando, forse nel 727, Papa Gregorio II ricevette l'ordine di vietare le icone religiose, (l'imperatore infatti esercitava sia il potere temporale che religioso) si oppose strenuamente, ottenendo l'appoggio di buona parte delle truppe bizantine nell'Esarcato, che si rivoltarono all'autorità imperiale. Gli abitanti dell'Italia bizantina considerarono anche la possibilità di nominare un usurpatore e mandare una flotta a Costantinopoli per deporre l'Imperatore a loro dire eretico ma il Papa si oppose, un po' perché sperava che l'Imperatore si ravvedesse, un po' perché contava sull'aiuto dell'Imperatore per respingere i Longobardi. Le truppe bizantine fedeli all'Imperatore tentarono di deporre il Papa e di assassinarlo, ma tutti i loro tentativi non ebbero effetto a causa dell'opposizione delle truppe romane che appoggiavano il Papa. Scoppiò una rivolta anche a Ravenna, nel corso della quale venne ucciso l'esarca Paolo: nel tentativo di vendicare l'esarca, fu mandata dai Bizantini una flotta a Ravenna, che però non riuscì nell'intento, subendo anzi una completa disfatta. Venne nominato esarca Eutichio, il quale però a causa del mancato appoggio dell'esercito, non poté instaurare l'iconoclastia in Italia e fallì anche nel tentativo di assassinare il Papa. Cercando di approfittare del caos in cui si trovava l'esarcato a causa della politica iconoclastica dell'Imperatore, i Longobardi condotti dal loro re Liutprando, invasero il territorio bizantino conquistando molte città dell'esarcato e della pentapoli. Quindi, con l'editto del 730, Leone ordinò la distruzione di tutte le icone religiose e contemporaneamente convocò un silentium (un'assemblea) a cui impose la promulgazione dell'editto. Di fronte all'insubordinazione del patriarca Germano, contrario all'iconoclastia e che si rifiutava di promulgare l'editto se non veniva convocato prima un concilio ecumenico, Leone lo destituì e pose al suo posto un patriarca a lui fedele, tal Anastasio. Il decreto venne ancora una volta respinto dalla Chiesa di Roma e il nuovo Papa Gregorio III nel novembre 731 riunì un sinodo apposito per condannarne il comportamento. Al Concilio, a cui parteciparono 93 vescovi, si stabilì la scomunica per chi avesse osato distruggere le icone. Il Papa tentò di persuadere l'Imperatore ad abbandonare la sua politica iconoclastica ma i suoi vari messi non riuscirono nemmeno a raggiungere Costantinopoli poiché arrestati prima di raggiungerla. Come contromossa l'imperatore bizantino decise prima di inviare una flotta in Italia per reprimere ogni resistenza nella penisola, ma questa affondò e quindi, successivamente, confiscò le proprietà terriere della Chiesa Romana in Sicilia e Calabria, danneggiandola economicamente e decise inoltre di portare la Grecia ed il sud dell'Italia sotto l'egida del Patriarca di Costantinopoli. Tali misure non ebbero un grande effetto e l'esarca non poté comunque applicare il decreto iconoclasta in Italia, anzi cercò di perseguire una politica conciliante con il Pontefice. L'Italia bizantina si trovava sempre più in difficoltà. Forse nel 732, Ravenna cadde temporaneamente in mano longobarda e solo con l'aiuto di Venezia l'esarca poté rientrare nella capitale dell'esarcato. Poi nel 739/740, Liutprando invase il ducato romano e si impadronì del corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna e fu solo per l'autorità del Pontefice che rinunciò a queste sue conquiste.

Il Fuoco Greco da:
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- Il fuoco greco era una miscela incendiaria usata dai bizantini per dar fuoco al naviglio avversario o a tutto quello che poteva essere aggredito dal fuoco. L'espressione "fuoco greco" era utilizzata soprattutto dai popoli stranieri, poiché i bizantini, in realtà «romei», cioè romani dell'impero romano d'Oriente, lo chiamavano fuoco romano, fuoco artificiale o fuoco liquido. Venne utilizzato in diverse occasioni per la difesa di Costantinopoli e di altre città dell'Impero bizantino consentendogli di sfuggire ai loro assedianti, fu proprio l'utilizzo del fuoco greco che fece fallire il secondo assedio di Costantinopoli, condotto dagli Arabi musulmani fra il 717 e il 718. La formula della miscela che componeva il "fuoco greco" era nota soltanto all'imperatore e a pochi artigiani specializzati ed era custodita tanto gelosamente che la legge puniva con la morte chiunque avesse divulgato ai nemici questo segreto. Il fuoco greco - la cui invenzione si attribuisce a un greco originario della città di Eliopolis (oggi Baalbek in Libano), di nome Callinico - oggi si ritiene fosse una miscela di pece, salnitro, zolfo, nafta e calce viva, contenuta in un grande otre di pelle o di terracotta (sìfones) collegato ad un tubo di rame, montato sui dromoni bizantini. La miscela veniva spruzzata con la semplice pressione del piede sulle imbarcazioni nemiche oppure stipata dentro vasi di terracotta che venivano lanciati sul naviglio nemico tramite le petriere, similmente a mortai di artiglieria. La caratteristica che rendeva temuti questi primitivi lanciafiamme era che il fuoco greco, a causa della reazione della calce viva, non poteva essere spento con acqua, che anzi ne ravvivava la forza, e di conseguenza le navi, realizzate in quel periodo in legno, coi comenti dello scafo impermeabilizzati tramite calafataggio e con velatura, sartie e drizze in fibre vegetali, anch'esse intrise di pece, erano destinate a sicura distruzione. Lo storico Marco Greco ci fornisce una semplice ricetta di tale miscuglio e afferma che l'unico modo per spegnerlo era quello di usare urina, sabbia o aceto.

Nel 728 - Si sigla la «Donazione di Sutri». Il potere civile effettivo assunto dal papato fin dall'epoca di costituzione del ducato romano, unitamente a una sempre maggiore debolezza degli imperatori bizantini in Italia, resero possibile quell'atto passato alla storia come la «Donazione di Sutri» (728), voluta dal re longobardo Liutprando e mediante la quale il papa acquistò per la prima volta un potere temporale formalmente riconosciuto. Al di fuori dei suoi possedimenti, la supremazia del pontefice era tuttavia ben lontana dall'essere effettiva: nei territori longobardi i vescovi locali erano pressoché indipendenti, mentre nelle terre bizantine si faceva sentire l'influenza del patriarca di Costantinopoli, spesso al fianco dell'Imperatore. Il re dei longobardi infatti nel 728 strappò Sutri ed altri castelli nell'alto Lazio alle milizie bizantine e papa Gregorio II chiese ed ottenne, con molto sforzo, la loro restituzione. In realtà quei territori appartenevano giuridicamente all'Imperatore bizantino, ma il Papa, più che all'osservanza di una situazione giuridica formale, era interessato a respingere la troppo vicina potenza longobarda. Il suo timore non era infondato. Pochi anni dopo infatti, Liutprando, allo scopo di rafforzare il proprio dominio sul territorio a fronte di una situazione interna molto difficile, cinse d'assedio Roma.

Nel 732 - Carlo Martello sconfigge i Mori (o Saraceni, gli Arabi) nella battaglia di Poitiers, fermando la loro avanzata dalla Spagna, nei territori dei Franchi. I Carolingi devono il loro nome al loro antenato diretto, Carlo Martello, figlio illegittimo di Pipino di Heristal, "maggiordomo di palazzo" d'Austrasia. Carlo si trovò a capo di una milizia coinvolta nel 732 o nel 733 nella cosiddetta battaglia di Poitiers, un evento secondo le tesi storiche più moderne di portata relativamente modesta, ma ingigantito in secoli di storiografia come l'evento cardine del Medioevo, che bloccò l'espansione islamica in Europa e legittimò la dinastia carolingia. Lo scontro in sé dovette essere di modeste dimensioni, di durata giornaliera e senza vincitori né vinti. La "battaglia" non fermò le scorrerie saracene nella Gallia-Francia: nel 734 infatti veniva presa Avignone e contemporaneamente veniva saccheggiata Arles. Nel 737 gli arabi arrivarono a saccheggiare la Borgogna, dove prelevarono un'enorme quantità di schiavi da portare in Spagna. Carlo Martello era impegnato in continue campagne nel sud della Francia, ma i continui doppi giochi di alleanze trasversali e tradimenti rende impossibile una netta divisione tra i due schieramenti, tanto che ad alcuni Franchi i raid musulmani fecero anche comodo, all'interno di una lotta per il potere molto complessa. L'esaurirsi della spinta araba fu graduale e probabilmente fu la conclusione di un processo naturale di esaurimento delle forze. Se si dovesse scegliere un evento significativo dell'arresto dell'espansionismo arabo, quello fu la distruzione della flotta araba durante l'assedio a Costantinopoli del 717, ma il fatto che fosse riuscito grazie ad un imperatore "eretico", Leone III, mise già da allora in una luce secondaria l'evento agli occhi degli occidentali.

Cartina dell'espansione del
regno dei Franchi dal 481
all' 814. Nell'800 Carlo Magno
fonda il Sacro Romano Impero
- Mentre il potere della dinastia merovingia andava diminuendo, durante il periodo detto dei "re fannulloni", i Pipinidi, maggiordomi di palazzo, accrebbero il loro potere, al quale mancava ormai il solo titolo. Importante fu la riorganizzazione dei regni dei Franchi in vista di una militarizzazione, ristrutturando la proprietà agraria in maniera da poter disporre da una classe di guerrieri dotati di cavallo, rapidi e forti grazie anche a nuove tecniche come l'introduzione della staffa che permetteva uno scontro frontale a cavallo tramite l'ancorazione delle lance. Carlo Martello mise come proprietari dei terreni più importanti esponenti di famiglie a lui fedeli, spianando la strada ad un consenso per una sua futura appropriazione del trono. Incontrò inoltre una forte resistenza ecclesiastica, avendo espropriato molte terre di diocesi e monasteri, alla quale rispose in maniera dura contro i più ostili oppositori, esautorandoli e sostituendoli con persone di sua fiducia, ma fu più prudente nei confronti della Chiesa franca in generale, cercando un miglior rapporto diretto con il papato, sostenendo per esempio le campagne missionarie verso i frisoni, gli alamanni e i turingi. I re merovingi, per quanto "fannulloni", godevano della sacralità dell'antica tradizione germanica. Carlo Martello, avvalendosi delle prerogative del maggiordomo, riuscì a far sì che Teodorico IV morisse, nel 737, senza eredi.

Nel 739 - Il re langobardo Liutprando, allo scopo di rafforzare il proprio dominio sul territorio a fronte di una situazione interna molto difficile, cinge d'assedio Roma. Papa Gregorio III riuscì a farlo desistere solo grazie all'intervento (allora soltanto diplomatico) di Carlo Martello, maestro di palazzo dei regni franchi merovingi di Austrasia e Neustria. Il pontefice gli indirizzò una lettera in cui comparve per la prima volta la locuzione populus peculiaris beati Petri, riferita alle popolazioni del Ducato Romano, del Ravennate e della Pentapoli, nelle Marche, riunite insieme in una respublica di cui san Pietro era il protettore e l’eroe eponimo.

Metamauco nella laguna
veneziana da: http://
venezia.myblog.it/2011/12/31/
l-isola-sommersa-metamauco-
la-piccola-atlantide
-di-venezia-t/
Nel 742 - La sede del governo del ducato di Venezia è trasferita a Metamauco (nei pressi dell'attuale Malamocco).

Nel 751 - Con la caduta dell'Esarcato di Ravenna, Venezia acquista una larga autonomia, restando tuttavia sotto l'autorità bizantina.  

Nel 752 Pipino il Breve, figlio di Carlo Martello e a sua volta maestro di palazzo dell'ultimo re merovingio, Childerico III, lo depone e lo relega in un monastero: con l'appoggio della chiesa di Roma diventa il primo re dei Franchi carolingio (da Carlo Martello, suo padre).

Langobardi (definiti comunemente ma erroneamente Longobardistrappano all'impero romano d'oriente Ravenna e la Pentapoli. Di fronte a una nuova crisi con i longobardi, Zaccaria (741-752), da poco asceso al soglio pontificio, non esitò a trattare direttamente con Liutprando. Nella primavera del 743 i due si incontrarono a Terni. Il pontefice ottenne dal re longobardo, la restituzione per donationis titulo di quattro città da lui occupate (tra cui Vetralla, Palestrina, Ninfa e Norma) e di una parte dei patrimoni della Chiesa in Sabina, ad essa sottratti oltre trent'anni prima dai duchi di Spoleto. Costantinopoli era debole e perdeva continuamente terreno a vantaggio dei Longobardi, mentre le sue relazioni col papato peggioravano ulteriormente. A metà dell'VIII secolo, il regno longobardo volle sferrare il colpo definitivo all'esarca bizantino invadendo il cuore delle terre imperiali italiane. Caddero Ravenna e la Pentapoli (752).

Nel 756 - In Italia Pipino sconfigge i Longobardi. I Langobardi avevano conquistato Ravenna, capitale dell'esarcato dell'Impero Bizantino nel 751, e cominciarono a fare pressione su Roma. Papa Stefano II definisce l'impero romano d'oriente "Imperio Grecorum", "impero dei greci" che verrà poi definito come "bizantino", da Bisanzio, antico nome della città in cui venne fondata "Costantinopoli nuova Roma" da Costantino I il Grande e nel 754 si rivolge quindi a Pipino il Breve, Maggiordomo di Palazzo del Regno franco di Neustria per muovere guerra ai Longobardi. Per convincerlo gli mostra un documento falso: la “Donazione di Costantino”, secondo il quale l' antico imperatore avrebbe donato alla Chiesa numerose terre in Italia. Di conseguenza Stefano II pretese la consegna di parte del Veneto, quasi tutta l'Emilia Romagna, la Toscana, l'Umbria, le Marche, il Lazio, metà dell'Abruzzo e la Corsica. In cambio Pipino avrebbe potuto inglobare i restanti territori longobardi ed essere consacrato protettore della cristianità. Pipino il Breve sconfisse i Longobardi nel 756 e assegnò al papa i territori che sarebbero appartenuti alla Chiesa per circa mille anni.

Dal 759 - Tra il 759 e il 768 il signore di Settimania (Gothia o Gotia) - che includeva il Razès e Rennes-le-Château - venne ufficialmente proclamato re. Nonostante la disapprovazione di Roma, fu riconosciuto dai Carolingi, dei quali si dichiarò vassallo. Nelle cronache pervenute fino a noi figura più di frequente con il nome di Teodorico, o Thierry, e su Wikipedia è indicato come Teodorico I conte di Autun.
Carta con la Settimania
 (Gothia o Gotia)
e i regni merovingi
dopo Clovis.
Teodorico I era discendente di Dagoberto II, re merovingio d'Austrasia, unico figlio maschio del re dei Franchi Sali di Austrasia della dinastia merovingia Sigeberto III e della moglie Inechilde. Dagoberto II, dal suo primo matrimonio con Matilde, principessa di stirpe celtica, ebbe tre figlie, ma non un erede maschio. Da Giselle de Razès, figlia del conte di Razès e nipote del re dei Visigoti, nel suo secondo matrimonio, ebbe altre due figlie e finalmente, nel 676, un figlio, il futuro Sigisberto IV, antenato di Teodorico I. La maggioranza degli studiosi moderni ritengono infatti Teodorico di discendenza merovingia, ma era riconosciuto tanto da Pipino il Breve quanto dal Califfo di Baghdad come il seme della casa di Davide, come lo era stato Gesù. Questo Teodorico sarebbe nato a Baghdad: era un esilarca, cioè disceso dagli ebrei in esilio a Babilonia fin dai tempi della cattività babilonese, fra il VII e il VI sec. a.C. Il suo nome arabo era Natronai al-Makir. Questi sposò inoltre la sorella di Pipino, Alda, nonna di Raimondo I di Tolosa e zia di Carlomagno. Il Principato si estese con la donazione di molti territori concessi dai sovrani carolingi, tra cui alcuni appezzamenti della Chiesa, che causarono malumore al Papa Stefano III. La Settimania (o Septimania) ospitava una vasta popolazione ebraica prima tollerata, poi perseguitata dai Visigoti. La conquista dei Mori fu perciò ben accettata dagli ebrei locali, un po' come era successo in Spagna. La Settimania rimase in mano araba per circa quarant'anni, diventando un principato moresco con capitale Narbona. Usando la zona come base di partenza, i Mori si spinsero in Francia fino a lambire Lione. La loro avanzata fu però fermata da Carlo Martello, maestro di palazzo del re merovingio Childerico III, nella battaglia di Poitiers del 732. Intorno al 752, Pipino il Breve, figlio di Carlo Martello e a sua volta maestro di palazzo dell'ultimo re merovingio, Childerico III, lo depose e lo relegò in un monastero: con l'appoggio della chiesa di Roma divenne il primo re dei Franchi carolingio (da Carlo Martello, suo padre). Pipino aveva stretto alleanza con gli aristocratici locali, portando così la Settimania sotto il suo dominio, tranne la capitale Narbona, difesa strenuamente da Arabi ed Ebrei. Dopo sette anni di assedio, Pipino, Re dei Franchi, fece un patto con gli ebrei di Narbona: in cambio del loro aiuto contro i Mori e del loro appoggio per la sua legittimazione a successore dei Merovingi, avrebbe concesso agli Ebrei di Settimania un principato ed un re esclusivamente loro. Quindi nel 759 la popolazione ebrea si rivoltò contro gli occupanti mori, aprì le porte a Pipino, che conquistò la città. Poco più tardi, gli Ebrei riconobbero Pipino come sovrano nominale e convalidarono le sue pretese alla sua legittimazione. Quello che non è facilmente comprensibile, è il motivo per cui il re usurpatore chiede l'avvallo degli Ebrei alla rimozione di un re merovingio, ma risulta chiaro se si pensa che la stirpe merovingia si era incrociata con i discendenti di Gesù e di Maria Maddalena (di Magdala), sua moglie, che proprio in Occitania, dopo la crocifissione, era approdata, ancora incinta della prima figlia, insieme ad un gruppo di cui facevano parte Giuseppe d'Arimatea, membro del Sinedrio di Gerusalemme e Lazzaro, forse fratello di Maria Maddalena, chiamata anche Maria di Betania nei vangeli (vedi QUI). Una leggenda parla di una violenza subita dalla madre di Meroveo quando già era incinta di lui, da parte di un essere proveniente da Oltremare: il cronista Fredegario, afferma che Meroveo fu concepito quando Basina, moglie di Clodione, mentre era seduta in riva al mare fu posseduta dal mostro Quinotauro (con cinque corna), che era uscito dal mare e questo evento giustifica il nome Meroveo; figlio del mare. Questo episodio potrebbe far pensare ad una stirpe proveniente da oltremare che si incrocia con un'altra, continentale e regale. I Merovingi erano detti i "Re Lungochiomati", per la loro abitudine di non tagliarsi mai i capelli, ed anche i "Re Taumaturghi", per le loro supposte abilità nella guarigione delle persone. Secondo una diffusa leggenda medievale, essi erano discendenti della linea di Davide e i loro poteri derivavano, appunto, dall'avere sangue divino nelle proprie vene. L'abitudine di non tagliare i capelli, dunque, potrebbe fare riferimento al "nazireato", la forma giudaica di consacrazione a Dio, la stessa che nella Bibbia è attribuita al personaggio di Sansone e la stessa alla quale potrebbero aver aderito Giovanni Battista e persino Gesù (secondo l'ipotesi che "Nazareno" non intenda "di Nazareth", ma "Nazireo"). La cultura occitana ha inventato i "Romanzi", storie cavalleresche intrecciate all'amor cortese che mescolano leggende e verità, e proprio nei primi romanzi, si fa cenno del "Sangraal", tradotto come Santo Graal, ma che poteva essere il Sangue Reale, e non dimentichiamoci che Gesù voleva essere il re di Gerusalemme, unto a quello scopo dalla nobile Maria Maddalena della tribù di Beniamino, l'antica proprietaria nominale del territorio di Gerusalemme. Anche la famosa scritta INRI, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù Nazareno Re dei Giudei), posta sulla croce, ribadisce questa sua volontà, e la festività gitana delle tre Marie, che si celebra tuttora in Camargue, fa intravvedere in Sara proprio la nipote della madonna, la figlia di Gesù e della Maddalena. Ricordiamoci inoltre che Gesù era chiamato Rabbi, "maestro", e per tutti i rabbi è indispensabile avere figli, per seguire l'insegnamento: crescete e moltiplicatevi. Poi la chiesa cattolica, secoli dopo, impose il celibato nell'ambito clericale, ma questa è un'altra storia. Alla chiesa di Roma non conveniva certamente accettare che esistessero discendenti di Gesù, il Cristo!
Da: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore.

Nel 760 - Gli Arabi iniziano gli studi di algebra, trigonometria e astronomia. Tra VIII e X secolo, partendo dalla Spagna ma soprattutto dal Nord Africa, i musulmani cominciarono a razziare le isole e le coste dei paesi cristiani europei: nelle isole greche, in Sicilia, in Sardegna e nelle Baleari queste incursioni furono la rovina per gli insediamenti costieri che vennero spesso abbandonati in favore dei più impervi insediamenti nell'entroterra. Le razzie erano spesso di durata fulminea, con il prelievo di gente per alimentare il mercato degli schiavi o, talvolta, per la riscossione di riscatti e tributi; più raramente gli arabi si impiantavano stabilmente in un "nido" (piccola colonia commerciale e militare), come accadde in maniera duratura a Creta, a Malta, in Sicilia e sulle Isole Baleari.
Carta della scorrerie
e invasione degli Arabi
in Italia, dall' 800 al X° sec.
Spesso la storiografia di matrice cristiana ha rappresentato questi insediamenti come di corsari o pirati, ma in verità essi avevano molto in comune con le esperienze di poco posteriori delle repubbliche marinare italiche, con le quali gli scontri e i colpi di mano si alternarono spesso a rapporti di buon vicinato commerciale. Se fino al X secolo gli insediamenti arabi erano decisamente più attivi, solo a partire dall'XI si ebbe un miglioramento dinamico di quelli cristiani. Uno degli insediamenti musulmani più fiorenti fu Almeria, specializzata nel commercio dei pregiati schiavi bianchi (i saqaliba), che venivano castrati dagli ebrei della vicina Pechina. In Oriente gli insediamenti vennero maggiormente osteggiati dai bizantini, che nella seconda metà del X secolo si ripresero Cipro e Creta. I commerci, dopo una fase critica durante il picco dell'espansione, ripresero gradualmente, anche se l'Europa occidentale non era il mercato più interessante per i musulmani. Nel Libro delle rotte e dei regni di Ibn Khordadhbeh dell'846 si parla di mercanti occidentali nei porti arabi, anche se non erano cristiani, ma ebrei "rodaniti" (forse del Rodano?) che commerciavano pellicce, schiavi ed armi nei porti del delta del Nilo, spedendoli via Mar Rosso verso India e Cina, in cambio di muschio, aloe, canfora e cardamomo, che venivano smerciati in Egitto, a Costantinopoli ed alle "rozze" (in confronto) corti dell'Europa occidentale. Erano prodotti europei particolarmente apprezzati le spade "franche" di ferro e il legname, che scarseggiava nel mondo arabo ed era necessario per costruire le imbarcazioni. Erano invece praticamente assenti i contatti con l'Italia centro-settentrionale, che rimase inizialmente anche all'oscuro delle conquiste tecnico-scientifiche musulmane.
Carta geografica della scorrerie e
invasione degli Arabi in: Provenza,
Borgogna (Burgundia) ,Liguria,
Piemonte e territori limitrofi, fra l' 889
e il 970 d.C., IX° e X° sec. d.C.
È alquanto isolato il viaggio di Harun ibn Yahya  narrato nel X secolo dal geografo Ibn Rusta, che visitò Costantinopoli e poi, percorrendo la via Francigena, raggiunse  Pavia, capitale dei Longobardi e Roma. Dal X secolo i veneziani stabilirono più volte dei divieti di commercio con i saraceni, che indicano d'altronde come, se di divieto ci fosse bisogno, che essi dovevano essere ben fiorenti, se fu necessario reiterare più volte tale leggi. Nel 992 però il doge Pietro II Orseolo stabilì la celebre crisobolla per regolare rapporti mercantili sia con Costantinopoli sia con il Cairo fatimide. Ritrovamenti di archeologia subacquea, di monete musulmane nell'alto Tirreno e di documentazione scritta (anche se piuttosto rarefatta, nonostante il notevole archivio della Geniza degli ebrei-palestinesi del Cairo) provano comunque una discreta circolazione di merci e persone tra il mondo   franco e il mondo arabo tra i secoli IX e X.

Nel 768 - Carlo Magno diventa re dei Franchi inaugurando l'investitura reale per la stirpe carolingia. Egli, dopo aver vinto i Longobardi d'Italia, sollecitato dal papa, diviene Re D’Italia. Da allora il territorio dei Franchi sarà chiamato Francia. Alla morte di Carlo Martello (741) la Francia era priva di re, ma non di maggiordomi, coi figli di Carlo Pipino il Breve e Carlomanno più forti che mai. Essi misero sul trono Childerico III, dalla genealogia incerta, eloquentemente soprannominato il re fantasma, essendo solo un fantoccio nelle mani dei Pipinidi. Il regno era di fatto comandato da Carlomanno (il nord con Austrasia, Alemannia e Turingia) e Pipino (il sud con Neustria, Borgogna e Provenza). Carlomanno si ritirò in seguito in un'abbazia, così che Pipino si trovò ad essere di fatto l'unico uomo di potere. In questo contesto Pipino si decise a fare il passo fondamentale, inviando a papa Zaccaria degli ambasciatori nel 751 per saggiarne la disponibilità a incoronarlo re.Assodata la disponibilità del papa, che proprio in quegli anni era in cerca di alleati contro la minacciosa espansione dei longobardi verso Roma, Pipino fece rinchiudere il suo signore Childerico III e si proclamò re al suo posto.
Cartina dell'espansione del regno
dei Franchi dal 481con Clodoveo
all' 814 con Carlo Magno. E'
indicata Aquisgrana (Aachen).
Nell'800 Carlo Magno è
incoronato imperatore del
Sacro Romano Impero.
A sud la Settimania, o Gothia.
La fine del regno dei merovingi fu marcata, secondo la tradizione franca dei "re capelluti", dalla rasatura che venne imposta a Childerico. Pipino divenne così il primo re dei Franchi carolingi, per prima cosa secondo le tradizioni del suo popolo e in seguito per la Chiesa cattolica. Fu cruciale per la storia europea l'atto, giuridicamente illegittimo, dell'incoronazione papale (fino ad allora i re erano stati solo benedetti, mentre lo status giuridico a regnare doveva provenire dall'unico erede dell'Impero romano, il sovrano bizantino), sia che Pipino stesse usurpando un titolo di sovrano "sacrale" verso i Germani, sia che il papa si stesse arrogando un potere di legittimazione che non aveva fondamento giuridico definito. Ma nella pratica la sacralità del papa compensò la fine della sacralità della dinastia merovingia, inoltre la presenza di un imperatore "eretico" (iconoclasta) come Leone III sul trono di Bisanzio causava un vuoto di potere che il papa aveva già manifestato di volersi arrogare (nacque proprio in quegli anni il falso documento della Donazione di Costantino). Nacque in quegli anni anche la cerimonia dell'unzione regale con uno speciale olio benedetto, un atto estraneo al mondo germanico o romano, che si rifaceva direttamente all'unzione dei Re d'Israele presente nella Bibbia. In quel periodo nacque probabilmente per analogia anche la leggenda dell'unzione di Re Clodoveo con un olio benedetto portato miracolosamente da una colomba all'arcivescovo di Reims san Remigio per volere dello Spirito Santo. La nuova sacralità arrogata dai carolingi era "più alta" della tradizionale sacralità con risvolti pagani arrogata dai merovingi. Papa Stefano II si recò in Francia per chiedere il sostegno di Pipino il Breve, che ricevette con la nomina per sé e per i suoi figli a patrizi romani (cioè protettori di Roma), ed inviò i suoi eserciti in Italia nel 754 e nel 756, sconfiggendo le truppe di re Astolfo dei Longobardi. La benevolenza del papato e l'energia dei nuovi sovrani cancellarono presto dalla memoria collettiva qualsiasi ricordo di usurpazione

- (Tesi storica scatenata dalla ricostruzione de: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore). Il signore di Settimania (o Gotia) Teodorico, o Thierry, che su Wikipedia è indicato come Teodorico I conte di Autun ebbe come figlio Guglielmo (o Guillem) di Gellone, re degli Ebrei di Settimania, conte di Barcellona, di Tolosa, d'Alvernia e di Razés, e che era, tramite la madre Alda, cugino di Carlomagno, che era stato il primo imperatore incoronato dal papa, a legittimare la divinità dell'investitura; non a caso il suo dominio prese il nome di Sacro Romano Impero. Guglielmo (o Guillem) di Gellone, conosciuto anche come Guglielmo d'AquitaniaGuglielmo I di TolosaGuglielmo d'Orange o, come nel caso di Dante Alighieri, Guiglielmo, fu riconosciuto come discendente di Davide dai Carolingi, dal Califfo di Baghdad e dal Papa, e parlava correntemente l'ebraico e l'arabo. Il suo stemma era il Leone di Giuda, lo stesso degli esilarchi e del re David, dei re merovingi e dei primi re carolingi e dell'Etiopia (vedine anche il motivo QUI). Il Leone di Giuda è il simbolo della tribù ebraica di Giuda, il quarto figlio di Giacobbe, considerato il fondatore della tribù. L'associazione tra Giuda e il leone può essere innanzitutto trovata nella benedizione di Giacobbe a Giuda di cui si legge nel Libro della Genesi: «A te, Giuda, tributeranno omaggio i tuoi fratelli, la tua mano sarà sulla cervice dei tuoi nemici, si prostreranno a te i figli di tuo padre. Tu, Giuda, sei un leoncello quando torni, o figlio mio, dalla preda. Allorché egli se ne sta chino, coricato come un leone, chi oserebbe farlo alzare? Lo scettro non si dipartirà da Giuda né il bastone del comando di tra i suoi piedi fino a che verrà il Messia verso il quale convergerà l'ossequio dei popoli. Egli lega alla vite il suo puledro ed alla vite pregiata il figlio della sua asina; lava il vestito nel vino ed i panni nel sangue dell'uva. Ha gli occhi rossi per il vino e bianchi i denti per il latte» (Genesi 49:8-12). 
Il leone di Giuda con il bastone
del comando.
Il re Davide, Salomone e Gesù discesero dalla tribù di Giuda, di cui il leone è simbolo. Il Leone di Giuda è anche un'espressione usata nell'Apocalisse per indicare il Messia. Nelle campagne militari Guglielmo rispettava rigorosamente il Sabato e le feste ebraiche, divenne Pari di Carlomagno e alla sua morte porse sul capo la corona imperiale a Ludovico, figlio e successore di Carlo, che avrebbe esclamato "Nobilissimo Guglielmo... è la tua stirpe che ha innalzato la mia" (William, count of Orange, a cura di Glanville Price, 1975). Inoltre, come prova dell'antica presenza ebraica, nello stemma di molte città della zona figura la stella a sei punte, tra cui lo stemma di Rennes le Château, sito di riferimento nella ricerca del Santo Graal. E comunque Guglielmo d'Aquitania, conosciuto anche come Guglielmo di Gellone o Guglielmo I di Tolosa o ancora, in composizioni poetiche, come Guglielmo d'Orange (750 circa - Gellona, 28 maggio 812), che fu conte di Tolosa, duca di Narbona e marchese di Gotia, nell'806 si ritirò nel monastero che aveva fondato a Gellona (l'odierna Saint-Guilhem-le-Désert, nel dipartimento dell'Hérault nella regione della Linguadoca-Rossiglione) nell'804, guadagnandosi fama di santità: San Guglielmo d'Aquitania fu quindi venerato santo dalla Chiesa cattolica, e la sua memoria liturgica è il 28 maggio. Dante Alighieri lo nomina come "Guiglielmo" nella Divina Commedia, ponendolo nel XVIII canto del Paradiso, verso 46. Di lui i documenti dicono che era nato in Borgogna, che era figlio del conte di Autun, Teodorico I (ca. 720 - ca. 804) di antica famiglia Merovingia e di Alda o Audana (?-† 751), figlia di primo o secondo letto di Carlo Martello, come è scritto in un documento dell'804, in occasione della fondazione del monastero di Gellone, e per questo Guglielmo era cugino di Carlo Magno di cui fu anche paladino. Da notare che Raimondo I di Rouergue (820 circa - 865 circa) , che fu conte di Quercy dall'849 e poi conte di Tolosa dall'852 all'863 e anche conte di Rouergue dall'849 fino alla morte, era figlio secondogenito del conte di Rouergue, Fulcoaldo (?-† 849 circa) e di Senegonda, figlia di Alda, la moglie di Teodorico I e quindi Senegonda era sorella o sorellastra di San Guglielmo di Gellone; quindi i conti di Tolosa erano parenti consanguinei di Guglielmo di Gellone, che vantava la sua discendenza, attraverso i Merovingi, dalla casa di David.

Nel 773 - Diffusione della numerazione araba, derivata dalla numerazione sanscrita dell'India, che usiamo ancora oggi.

- Nella seconda metà del secolo VIII, Ordoño I re delle Asturie, imposta una politica di ripopolamento della regione a nord del fiume Duero, nell'odierno Portogallo, che ottiene buoni risultati, giungendo la popolazione fino alla sponda destra del fiume.

Cartina dei domini dello Stato
della Chiesa nel 781,
oltre alla Corsica.
Nel 774 - Per rafforzare la legittimazione di uno Stato Pontificio, venne costruita la cosiddetta Donazione di Costantino al papa Silvestro I, un documento falso finalizzato a legittimare il potere temporale dei papi. Secondo tale documento, nel 321 l'imperatore romano Costantino il Grande avrebbe assicurato a Silvestro I e ai suoi successori il dominio esclusivo sul Palazzo del Laterano e la città di Roma, con tutte le pertinenze e le insegne imperiali. A scoprire che il documento era un falso fu l'umanista Lorenzo Valla nel 1440 circa. Valla constatò che il latino in cui era stato scritto aveva caratteristiche diverse dalla lingua dell'Impero romano.
Il figlio di Pipino il Breve, Carlo Magno, devotissimo di S. Pietro, scese a Roma cinque volte ed altrettante volte arricchì di doni il patrimonium Sancti Petri. La prima visita avvenne nel 773 (il 21 aprile, giorno di Pasqua): incontrando Papa Adriano gli confermò la donazione fatta dal padre Pipino e donò agli apostoli Pietro e Paolo parte del Ducato di Benevento e del Ducato di Spoleto (detti anche Langobardia Minor) nonché l'isola di Corsica.
Nel 774 il pontefice gli conferì il titolo di patricius Romanorum. Carlo donò la Tuscia romana (con i centri di Ronciglione, Viterbo, Tuscania, Soana) insieme a Populonia, Rusellae e Castrum Felicitatis nella Tuscia longobarda e ad Ancona, Numana ed Osimo: nel complesso dieci città. Nel 781, il giorno di Pasqua, fece consacrare i figli: Pipino come re d'Italia (regem super Italiam) e Ludovico come re d'Aquitania; inoltre si accordò con papa Adriano, il quale rinunciò a Terracina e, in cambio, ottenne la Sabina. Nel 787 decise di ritenere per sé il Ducato di Benevento; da esso poi staccò alcune città che consegnò al pontefice: Sora, Arpino, Arce, Aquino, Teano e Capua (dette anche civitas in partibus Beneventanis). In occasione della propria consacrazione ad imperatore (Natale dell'anno 800), Carlo arricchì di molti doni d'oro e d'argento le principali basiliche romane.

Nel 781 Nasce lo Stato della Chiesa o stato pontificio, governato dal papa-re tramite il "potere temporale" della chiesa. Papa Stefano II si era inventato il clamoroso "Lascito di Costantino", un falso atto che concedeva al vescovo di Roma il potere temporale sui territori che erano stati dell'impero romano. Nel 781, grazie alle conquiste di Pipino il Breve ai danni di Astolfo dei Langobardi, che ripagava così la chiesa romana che fu complice nella sua usurpazione del trono francese, nacque, nel centro Italia, lo Stato della Chiesa.

Carta del regno delle Asturie nel 790
di Tokle da:https://commons.
wikimedia.org/w/index
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Nel 788 - In Hispania, costruzione della grande moschea di Cordova.

Nel 798 - Nella penisola iberica, re Alfonso II delle Asturie conquista (temporaneamente) Lisbona e, negli anni seguenti, grazie alle sue vittorie contro i musulmani consolida la sua presenza in Galizia, ed inizia l'insediamento nel nord del Portogallo.

Cartina dell'Europa nell'anno 800 con:
il Sacro Romano Impero di Carlo
  Magno, i possedimenti occidentali
dell'Impero Romano d'Oriente,
o Bizantino, i possedimenti degli
Arabi (fra cui l'Emirato di Cordova)
e il Regno delle Asturie.
Nell' 800 - La notte di Natale, a Roma, papa Leone III incorona Carlo Magno imperatore del Sacro Romano Impero, nuova entità politica erede, attraverso la romanità cristiana, dell'impero romano d'occidente: avendo
definito però "impero dei greci", l'impero romano d'oriente, il papato si erge a dispensatore del potere imperiale romano a livello universale.

Dall' 803 - Nello scontro fra l'impero carolingio e quello bizantino, Venezia si schiera con quest'ultimo, resiste agli attacchi dei Franchi dell' 803 e 810 e alla composizione del conflitto e alla definizione dei confini tra i due imperi, resta con Costantinopoli (814).

Carta dell'Europa nell'800. In verde il
Sacro Romano Impero, in viola gli
insediamenti Vichinghi, in nocciola lo
stato della Chiesa, in rosso scuro i
domini dell'impero Bizantino
dopo l'invasione dei Bulgari.
L'Hiberia non è però interamente
occupata dagli Arabi.
Nell' 814 - Ludovico I, detto Ludovico il Pio eredita l'intero Impero carolingio e tutti i suoi possessi. Ludovico I, detto Ludovico il Pio o Luigi I, in francese è Louis le Pieux o Louis le Débonnaire (il Benevolo), in tedesco è Ludwig der Fromme (Casseuil-sur-Garonne, 16 aprile 778 - Ingelheim am Rhein, 23 giugno 840), fu re dei Franchi e imperatore dell'Impero carolingio dal 814 all'840. Come nella consuetudine dei Franchi, si pensava che Ludovico avrebbe dovuto ripartire la sua eredità con i suoi fratelli, Carlo il giovane e Pipino re d'Italia. Il figlio primogenito di Carlo Magno, Pipino il Gobbo, era stato considerato illegittimo secondo le abitudini dell'epoca e, dopo la scoperta, nel 792, di un infruttuoso tentativo di rivolta contro il padre, fu rinchiuso a vita in un monastero.
 Nella Divisio Regnorum (806), Carlo Magno aveva designato come suo successore Carlo il giovane come imperatore e re dei Franchi, aggiungendo d'altra parte la Settimania, la Provenza e parte della Borgogna al regno di Aquitania per la parte di Ludovico. Ma gli altri figli legittimi di Carlo Magno morirono, Pipino nell'810 e Carlo, re di Neustria, nell'811; così Ludovico fu incoronato co-imperatore con Carlo Magno nell'813. Alla morte del padre  nell'814, ereditò l'intero Impero carolingio e tutti i suoi possessi. Fu incoronato imperatore da papa Stefano IV nella Cattedrale di Reims, con l'olio santo contenuto nella santa Ampolla, nell'816. Ludovico si avvalse di Benedetto d'Aniane, un nobile visigoto originario della Settimania e fondatore di monasteri, per essere aiutato a riformare la chiesa franca.

Il Leone di San Marco, stemma
di Venezia.
Nell'821 - A seguito della tentata invasione franca di Pipino (Carlomanno, ribattezzato Pipino al momento dell'incoronazione a Re d'Italia nell'aprile 773 o 777, figlio di Carlo Magno e re dei Longobardi sotto la sovranità del padre, dal 781 fino alla morte), la più sicura Rialto diviene capitale del Ducato di Venezia, assumendo nel tempo il nome stesso del territorio e dello Stato e diventando definitivamente Venezia e qui, dopo la traslazione delle reliquie di San Marco e la costruzione della basilica, avrà anche il suo centro religioso.

Carta dell'Hispania dall'848, con la
Vasconia, il Regno di Pamplona
che diverrà la Navarra, da http://
thepickwickclub.weebly.
com/lisbona---storia.html
Nell' 824 - Il Regno di Navarra (in basco: Nafarroako Erresuma) era uno Stato europeo insediato sul territorio che si estende dalle due parti della catena pirenaica, sull'Oceano Atlantico. La Navarra, in alcuni momenti della sua storia, corrispose molto approssimativamente ai territori occupati dal popolo basco, la Vasconia, autonoma e indipendente da sempre. Gli studi condotti portano ad ipotizzare che l'origine del popolo basco sia da ricondurre alle antiche popolazioni umane autoctone che abitavano l'Europa durante il paleolitico e che, a seguito dell'ultima glaciazione, si erano insediate nell'attuale area dei Paesi Baschi. Sebbene i dettagli siano abbondantemente leggendari, il Regno di Pamplona, più tardi chiamato Navarra, fu un'evoluzione della contea di Pamplona, la sua capitale tradizionale, allorché l'esponente basco Íñigo I di Pamplona o Enneco Aresta (in basco: Eneko Haritza , in spagnolo: Iñigo Arista o Aiza) fu prescelto quale re a Pamplona (tradizionalmente nell'824) e guidò una rivolta contro i Franchi  che avevano invaso il territorio basco.

Carta della Sicilia islamizzata da:
http://islamicamentando.altervista
.org/aggressioni-islamiche-e-la-
prima-crociata-voi-invece
-sareste-stati-a-guardare/
Nell' 827 - Inizia a partire dallo sbarco a Capo Granitola, presso Mazara del Vallo, il dominio islamico sulla Sicilia che terminerà, con la caduta di Noto, nel 1.091. Precedentemente, intorno al 700, era stata occupata l'isola di Pantelleria da ʿAbd al-Malik b. Qaḥṭān.
Palermo, centro principale del potere musulmano in Sicilia, cadrà nel 1.072, conquistata dai normanni.
Il periodo di dominazione islamica della Sicilia, dall'827 al 1072, può essere suddiviso in tre parti:
- la prima (827-910) quando la Sicilia aveva un governatore nominato dall'emiro aghlabide di Qayrawan;
- la seconda (910-948) durante la quale i governanti erano fatimidi
- la terza, (948-1019) all'epoca dei Kalbiti, una dinastia sciita-ismailita voluta dall'Imam fatimide che finì col governare in modo autonomo l'Isola, da vero e proprio emirato.
Dopo questa data vi furono tre Emirati indipendenti:
- Mazara del Vallo (emiro ʿAbd Allāh ibn Mankūt),
- Siracusa (emiro Ibn al-Thumna)
- Enna (Ibn al-Ḥawwās).

Nell' 840 - Sebbene immerso nelle liti familiari, Lotario I, imperatore e re d'Italia (primogenito di Ludovico il Pio, re di Aquitania, e di Ermengarda, nato in Aquitania nel 795) riesce ad occuparsi di una fondamentale questione relativa al suolo italico e alla presenza franca in esso: nell'840 stipula un patto con il Ducato romano-orientale di Venezia, di non semplice interpretazione. Dopo che i tentativi di annessione dei suoi predecessori erano falliti, era necessario regolare i rapporti tra il Regnum - o meglio tra le popolazioni confinanti - e la città lagunare. Con il patto Lotario assume una sorta di autorità superiore tra le due parti. Un importante completamento di tale atto sarà il preceptum emanato da Lotario nel settembre dell'841, che rifacendosi a un precedente accordo franco-bizantino stipulato da Carlomagno, riconosce un'autonomia del Ducato nel diritto al pieno godimento dei beni laici ed ecclesiastici. Dal patto dell'imperatore Lotario del 23 febbraio 840 si evince che nelle lagune venete dell'alto Adriatico si è intensificata un'urbanizzazione rispetto alla situazione del VI secolo, in controtendenza allo svuotamento e il depauperamento dei centri urbani dell'Europa occidentale. Il fenomeno riguarda anche la costa orientale dell'Adriatico e il Peloponneso come risultato dell'importanza assunta dalla marineria, sia commerciale che militare romano-orientale e dei nuovi dislocamenti dei ceti dirigenti in terraferma, dediti ai traffici con Africa e Oriente. Nella provincia delle “Venetie”, si distinguono perlopiù i mercanti e addirittura, al paragrafo 33 del “Pactum Lotharii” è scritto “Relativamente agli eunuchi, stabiliamo che, se qualcuno d'ora in poi oserà farne, secondo la consuetudine che è stata vietata, abbia a subire egli stesso la stessa punizione oppure possa riscattarsi presso di noi (pagando una multa n.d.r.). Se avrà negato di avere fatto questo gesto (cioè castrato schiavi per farne eunuchi n.d.r.) dimostri di essere innocente sulla testimonianza di 12 persone scelte altrimenti subisca la pena.” Da questo passo si comprende come ogni venetico fosse compreso in una catena di dodici persone, base dell'arruolamento nelle navi. 
Ubicazione dell'isola di Ammiana,
ora scomparsa.
Il doge stabiliva infatti quale percentuale delle duodene fosse impiegata negli arruolamenti e coloro che rimanevano a casa contribuivano al sostentamento delle famiglie dei combattenti e dei combattenti, caratteristica bizantina dell'organizzazione militare adottata in laguna dove non c'è la possibilità di concessione di terre come in altre regioni dell'impero romano-orientale. Altro elemento interessante è il traffico di schiavi eunuchizzati, che sono molto ricercati e molto costosi e il divieto che se ne fa. Pare che esistesse un “Castrum castranzium” nell'isola di AmmianaVenetici e non meno i genovesi, fra le voci del loro traffico vicino-orientale annoveravano l'import-export di schiavi, nonostante i divieti papali di esportazione di schiavi cristiani in paesi non cristiani ma i mercati spagnoli e vicino-orientali apprezzavano molto gli schiavi eunuchi bianchi.

Nell' 841 - All'accordo con Venezia segue di qualche mese il cruentissimo scontro tra Lotario I, Ludovico il Germanico e Carlo, consumatosi in campo aperto il 25 giugno 841 a Fontenoy, che avrebbe segnato la fine dell'unione dell'Impero carolingio e la nascita delle autonomie nazionali. Già i contemporanei avvertirono la drammaticità di quel momento, rimarcata pochi mesi dopo, il 14 febbraio 842, quando gli uomini di Carlo e quelli di Ludovico, giurando alleanza a Strasburgo - i primi in una lingua romanza protofrancese, i secondi in un tedesco arcaico - di fatto testimoniano la divisione tra le rispettive terre.

Dogato di Venezia.
- A Venezia, nei sec. IX e X, con la crescita della città, il legame con Costantinopoli si trasforma da sudditanza in alleanza. Il capo del governo è il Doge (dal latino dux, come Duca). Molti Dogi, soprattutto prima dell'anno mille, si videro costretti a prendere i voti perché i cittadini li reputavano troppo bramosi di potere e alcuni vennero anche uccisi o abbacinati, ma in seguito avranno poteri quasi dittatoriali, senza per altro riuscire a trasformare in ereditaria la loro dignità elettiva e vitalizia. Finché, col passare del tempo, condivideranno il potere con nuovi organi istituzionali. All'estero i veneziani difesero con successo, insieme ai Bizantini, la libertà della navigazione nell'Adriatico contro pirati slavi e saraceni. 

Carta del Sacro Romano Impero
 nell' 843, dopo Ludovico I il Pio,
che con il trattato di Verdun è
diviso fra Lotario, Carlo il Calvo
e Ludovico il Tedesco. 
Nell' 843 - Si stipula il Trattato di Verdun, che sancisce la divisione in tre parti dell'impero carolingio. 
Nel Trattato di Verdun dell'843 i tre figli sopravvissuti di Ludovico il Pio divisero il suo territorio, l'Impero Carolingio, in tre regni. Il figlio maggiore, Lotario I, aveva dichiarato guerra ai fratelli fin dalla morte del padre, avvenuta nell'840. Dopo la sua sconfitta nella battaglia di Fontenay, combattuta nell'841, e l'alleanza tra i suoi fratelli, sigillata nel Giuramento di Strasburgo, Lotario era disposto a negoziare. Ognuno dei fratelli aveva già un suo regno, Lotario in Italia, Ludovico II il Germanico in Baviera e Carlo il Calvo in Aquitania.
Lotario ricevette la parte centrale dell'impero, quella che in seguito divenne Paesi Bassi, Lorena, Alsazia, Borgogna, Provenza, e Italia. A titolo onorifico ricevette anche il titolo imperiale, ma senza avere più che un comando nominale.
Ludovico ricevette la parte orientale, gran parte di quella che divenne più tardi la Germania, sotto forma di Sacro Romano Impero.
Carlo invece ricevette la porzione occidentale, gran parte della quale sarebbe divenuta la Francia, incluse anche l'Aquitania, Tolosa e la Settimania.
Anche se spesso viene presentato come la devoluzione o la dissoluzione dell'impero unitario di Carlo Magno, il trattato in effetti riflette la continua aderenza alla tradizione Franca di una eredità divisibile invece che di una che favoriva solo il primogenito, consuetudine che porterà inevitabilmente alla frantumazione dei poteri a discapito di un riferimento centralizzato, come già era avvenuto con i Merovingi. Si formarono quindi i regni di Francia, di  Borgogna, di Provenza, d’Italia e di Germania.

Cartina dell'Europa con i percorsi
 delle invasioni dei  Scandinavi,
chiamati Normanni o Vichinghi o
 Vareghi, dall'VIII secolo fino ai
regni dei Normanni di Normandia
dell'XI sec. Nell' 860 gli Scandinavi
Svedesi chiamati Varaghi o Vareghi,
 fondano Novgorod, capitale del
loro Principato di Kiev.
- I Normanni (da Nordmanni o Nordmaenner, ossia "Uomini del Nord") rappresentano un insieme di gruppi umani della Scandinavia. Di verosimile origine germanica, si insediarono in Danimarca, Norvegia e Svezia. La cultura normanna, come quella di molti altri popoli migratori, era particolarmente versatile e aperta al nuovo. Per un certo periodo, questa caratteristica li portò a occupare territori europei tra loro eterogenei. Nonostante fossero in prevalenza contadini e non navigatori, furono fenomenali nel prendere il mare e navigarono, senza disporre di bussola e di carte di navigazione, fino a toccare:
- I Normanni Svedesi: la futura Russia e l'Ucraina, risalendo il corso di fiumi che avevano la foce nel Mar Baltico, e fondarono il principato di Kiev: i guerrieri-mercanti svedesi (i vareghi), misti alle popolazioni slave autoctone, contribuirono a costituire la civiltà russa.
- I Normanni Norvegesi: le isole Faer Oer, Islanda, Groenlandia, Labrador. Si dedicarono all'esplorazione dell'Oceano Glaciale Artico, grazie forse ad un aumento delle temperature che rese possibile la navigazione nelle acque già ghiacciate, toccando tra X e XI secolo Islanda, Groenlandia e anche le coste del Labrador nell'attuale Canada. Dal norvegese dei coloni in Islanda nacque il norreno, la lingua letteraria delle grandi saghe nordiche.
Carta delle migrazioni
 normanne.
- I Normanni Danesi: il nord-est della Francia, che prenderà il nome di Normandia, Gran Bretagna tranne il Galles e l'Italia del sud (da cui Antiochia in Terrasanta). Dopo l'insediamento in Normandia, in Francia (nel 910), nell'XI secolo si riversarono nell'Italia meridionale (nel 1.017 circa) poi ottennero la corona d'Inghilterra dal 1.066. Nel Sud dell'Italia diedero luogo alla fondazione della Contea di Puglia con gli Altavilla e nel 1.130 il regno di Sicilia.
Normanno è quindi un sostantivo collettivo che riunisce varie popolazioni dello Jutland e della Scandinavia, che furono protagoniste di diverse imprese fra il IX e il XII secolo. Il termine “Vichinghi”, che è divenuto equivalente e sovrapponibile a Normanni, in realtà si riferisce in origine a quella parte della popolazione che viveva nei fiordi (in norreno vik), da cui venivano avviate spedizioni piratesche o progetti di colonizzazione.
Il termine “Vareghi” o “Variaghi” si riferisce invece ai guerrieri-mercanti Svedesi. I Normanni, soprattutto quelli Danesi, si dedicarono alle scorrerie a partire dall'inizio del IX secolo. 
Drakkar vichingo.
Dotati di navi leggere senza ponte e senza remi, le drakkar, cioè "dragoni", ornate da un serpente di mare intagliato sulla prua, queste popolazionio batterono le coste della Francia, dell'Inghilterra fino alla penisola Iberica, all'Italia (saccheggiarono città come Luni e Fiesole) e alle isole del Mediterraneo occidentale, passando solo in un momento successivo all'insediamento stanziale. Inizialmente pagani e dediti alle razzie, in seguito allo stanziamento in Francia si convertirono al cristianesimo e si dedicarono anche all'agricoltura. Ottimi guerrieri, specializzati nel combattimento a cavallo, utilizzavano principalmente la spada, indossavano una tunica in maglia di ferro, l'"usbergo", progressivamente scomparso con l'avvento dell'armatura a lamine, e un grande scudo a forma di mandorla. Venivano richiesti come mercenari perfino dall'Impero bizantino.

Nell' 848 - Nell'ambito del Regno delle Asturie, poi di Leon, viene costituita la prima contea del Portogallo dopo la conquista di Oporto (Portus Cale).

Carta fisica dell'Ucraina e
della Russia europea con
l'ubicazione di Novgorod in
rosso, oltre a Kiev e altre città.
Nell' 860 - Gli Scandinavi Svedesi (chiamati Vareghi o Variaghi) fondano Novgorod in Russia. Con il nome Variaghi, o Vareghi, si identificano le genti normanne (chiamate anche Vichinghi) che migrarono dalla Svezia verso oriente. Praticando il commercio e la pirateria, e servendo come mercenari, essi vagarono per il complesso sistema dei fiumi della Russia europea giungendo fino al Mar Caspio e a Costantinopoli. I Variaghi crearono un sistema di fortezze e di stazioni commerciali dando origine al primo stato russo, la Rus' di Kiev. Slavi e Bizantini, nelle loro cronache, usarono il termine Variaghi per indicare sia gli scandinavi che i gruppi germanici ad essi collegati. Nella più antica cronaca russa, il “Manoscritto Nestoriano”, anche gli abitanti dell'Inghilterra vengono identificati con questo nome. Secondo la più antica cronaca russa, i Variaghi giunsero in Rus', intorno al IX secolo dal Mar Baltico su invito delle tribù guerriere Slave e Finniche per portare la pace nella regione. A capo dei Variaghi era Rurik che pose la sua residenza a Novgorod. È probabile che queste prime notizie siano prevalentemente leggendarie ma è storicamente assodato che intorno all'VIII secolo nei pressi del Lago Ladoga vi fosse un insediamento Svedese: Aldeigjuborg (odierno villaggio di Staraja Ladoga). Le popolazioni Slave  chiamarono questi SvedesiRus'. Il ruolo dei Variaghi nella storia della Rus' fu un argomento molto dibattuto dagli storici russi del XIX secolo. I sostenitori della "Teoria Normanna", Nikolaj Michajlovič Karamzin e Michail Petrovič Pogodin, come venne chiamata, affermavano la veridicità di quanto narrato nella più antica cronaca russa, il "Manoscritto Nestoriano", ossia che i Variaghi furono invitati dagli Slavi a governare quelle terre per porre fine alle guerre. Questa teoria fu utilizzata per giustificare l'autocrazia. Pogodin, nei suoi scritti, affermò che la Russia era esente da sconvolgimenti sociali e rivoluzioni in quanto la sottomissione del popolo ai suoi governanti era stata volontaria fin dalle origini. A queste teoria si opposero sia i progressisti che i nazionalisti più accesi che dettero vita ad una teoria panslava sulle origini della civiltà russa.

Alfabeto cirillico con
corrispondenze
all'alfabeto latino
e pronuncia.
Nell' 863 - Adozione dell'alfabeto cirillico nei territori slavi. L'alfabeto cirillico è l'alfabeto usato per scrivere varie lingue slave (il bielorusso, il serbo-bosniaco, il bulgaro, il macedone, il russo, il ruteno, il serbo e l'ucraino) e lingue non slave parlate in territori appartenenti all'ex Unione Sovietica e nell'odierna Federazione russa. È il terzo alfabeto ufficiale dell'Unione europea. Le versioni moderne oggi in uso in vari paesi dell'Europa orientale derivano da un primo alfabeto comune, ma hanno subito nei secoli diverse modifiche, sia nella grafia sia nella pronuncia. L'alfabeto cirillico deriva dall'alfabeto glagolitico, usato nel IX secolo e inventato dai fratelli Santi Cirillo e Metodio, provenienti da Tessalonica (ai quei tempi territorio dell'Impero Bizantino). I caratteri sono le variazioni del greco di Bisanzio. Alcuni di essi, specie quelli che rappresentano suoni inesistenti nel greco medievale, conservano la forma originaria glagolitica. Anche se ormai è largamente accettato che l'alfabeto glagolitico sia stato inventato da San Cirillo e San Metodio, le origini dell'alfabeto cirillico arcaico sono ancora fonte di controversie. Un'ipotesi abbastanza diffusa attribuisce la paternità dell'alfabeto cirillico a San Clemente di Ocrida, un discepolo dei santi Cirillo e Metodio, ma si ritiene più probabile che l'alfabeto sia stato creato e sviluppato alla Scuola letteraria di Preslav nella Bulgaria nord-orientale, dove sono state ritrovate le più antiche iscrizioni in cirillico datate all'incirca 940. All'epoca, nella ricca Costantinopoli, era fiorente il mercato degli schiavi, con grande predilezione, soprattutto da parte della corte imperiale, per gli eunuchi, ritenuti più "spirituali". Nel bizantino ducato delle Venezie, era rinomata un'isola dove si praticavano gli interventi chirurgici a tale scopo. Sempre nello stesso periodo, per la grande povertà, le popolazioni che abitavano la pianura russa, all'avvicinarsi dell'inverno vendevano i propri figli come schiavi, pur di non vederli morire di fame. Per cui il termine "Slavi", riferito a tali popolazioni, deriva da "schiavi". L'alfabeto cirillico sarà il veicolo dell'evangelizzazione dei popoli nell'attuale area slava che determinerà poi la fondazione di Mosca come la terza Roma, erede della continuità cristiana costantinopolitana, uno dei tasselli fondamentali nella cultura europea.

Carta del mondo con la diffusione
degli alfabeti usati dalle varie
popolazioni: il Greco limitato alla
Grecia in blu, il Latino, derivato
dal Greco Occidentale in azzurro,
il Cirillico nelle dominazioni slave
 in lilla, l'Arabo in nord Africa e
Asia sudoccidentale in verde,
Devangari in India e altri orientali
in tonalità ocra, ideogrammi in
Cina e Giappone in giallo,
alfabeti sillabici in rosso.
- Il geografo del X sec. al-Istakhri (dai lavori di A. P. Novoselzev) che scrive nel suo "Libro delle Vie e degli Stati" il brano seguente: “I Russi. Di questi se ne conoscono tre raggruppamenti
- Uno è vicinissimo ai Bulgari (ormai già mossisi dalla loro antica sede sul Volga e in movimento verso il sud della Pianura Russa n.d.r.) e il loro re si trova nella città chiamata Kujaba (Kiev), più grande di Bolghar (la capitale bulgara del Volga). 
- Il raggruppamento più lontano è as-Slauija (la zona di Novgorod la Grande nel lontano nord, n.d.r) e
- il terzo si chiama al-Arsanija, il cui re si trova nella (città di) Arsa (probabilmente è Rjazan’, città non lontana dal corso medio del Volga, n.d.r.). La gente per commerciare viene a Kujaba. Per quanto riguarda Arsa non se ne sa molto perché tutti quelli che l’hanno raggiunta sicuramente sono stati uccisi dagli abitanti di quella regione che sono soliti eliminare ogni straniero. Soltanto essi stessi scendono lungo il fiume per trafficare, ma non svelano a nessuno da dove vengono, delle loro merci e di dove le prelevano, né permettono ad alcuno di accompagnarli nella loro terra.
Da Arsa esportano lo zibellino nero e il minerale di piombo. I Russi sono un popolo che bruciano i loro morti (…) e il loro vestito è una giacca corta (…) e questi russi trafficano con i Cazari, con l’Impero Romano e con i Bulgari (del Volga)…”. Qui (e così in altri testi di simile origine e contenuto) si possono individuare tre zone culturalmente importanti abitate dalle tribù slavo-russe. Nel "I Confini del Mondo", una specie di enciclopedia geografica persiana con notizie risalenti al IX sec., i Rus’ sono tenuti a parte e vengono additati per la loro brutalità e per il loro modo di vivere selvaggio, almeno a parere dell’anonimo autore persiano. Questi Rus’, secondo lui (ma anche secondo altri), vivevano separati dalle tribù slave e sembra che non fossero slavi, ma degli stranieri, solo successivamente slavizzatisi. Secondo alcuni studiosi, i Rus’ erano Variaghi e teniamo presente che già in quest’epoca (VIII-IX sec. d.C.) bande variaghe frequentano le vie d’acqua russe. Un altro “osservatore” musulmano, il geografo Ibn Rusté che scrive un po’ più tardi, intorno al 930, racconta degli as-Saqalibat (intendendo con questo nome, sicuramente molto generico, la zona dove si riforniva il traffico degli schiavi) ossia degli Slavi. “Il paese degli Slavi è piano e pieno di foreste ed essi vivono lì. Ed hanno delle specie di botti nei quali mettono il miele. Non coltivano la vite né coltivano i campi. Hanno delle specie di botti fatte di legno nelle quali pongono i favi e il miele. Loro li chiamano ulig’ (è chiaramente il russo ulei che significa arnia, n.d.r.) e da una botte di queste tirano fuori fino a 10 boccali di miele. Allevano i porci come noi alleviamo le pecore …. Gran parte delle loro coltivazioni sono miglio (Panicum sp.). Al tempo del raccolto prendono un secchio di miglio, lo elevano al cielo e dicono: O signore! Tu che ci hai dato finora il cibo, daccene ancora e in grande quantità! Hanno una loro bevanda inebriante ricavata dal miele!” Le "Cronache Russe" partono dal IX sec. d.C. e in esse si legge che in tempi molto antichi abitavano la Pianura Russa (ossia le terre Russe) i seguenti popoli slavi: “…Queste sono le genti slave della Rus’ (questo è il nome dello stato di Kiev nel XII sec. dove le Cronache cominciarono ad essere compilate), i Poljani, i Drevljani, gli Slavi di Polozk, i Dregovici, i Severiani, quelli del Bug, e infine i Volyniani…”. Mancano i Novgorodesi, ma probabilmente l’amanuense ha giudicato inutile nominare questi Sloveni/Slaveni per ragioni particolari a noi ignote. Successivamente leggiamo che Igor di Kiev nella sua campagna militare del 944 d.C. ingaggiò “…i Variaghi, i Rus, i Poliani, gli Sloveni, e i Krivici, i Tiverzi, e i Peceneghi…” E qui già vediamo che i Rus si trovano accanto ai Variaghi, denunciando così che alcune bande variaghe sono ormai slavizzate.

Carta della penisola iberica dopo
l'848 da http://thepickwickclub.
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Nell' 868 - Nel Regno delle Asturie, avendo sottratto territori all'Emirato di Cordoba fino al fiume Duero, Alfonso III delle Asturie continua la politica di ripopolamento del padre e fonda una contea che prende il nome della cittadina di Porto, appena conquistata, che si trova alla foce del fiume, la contea Portucale. La contea è affidata a Vímara Peres, il primo dei conti (saranno tutti della casa di Vímara Peres) del Portogallo, che sono vassalli del regno delle Asturie, che poi diventerà il regno di León.

Nel 871 - In Britannia, Alfredo, re del Wessex, arresta la penetrazione scandinava dei Danesi.
Normanni erano in contatto con l'Inghilterra già da lungo tempo. I pagani vichinghi avevano più volte devastato non solo i litorali inglesi, ma anche la maggior parte dei più importanti porti di fronte all'Inghilterra al di qua della Manica. I danesi riuscirono a imporre la loro egemonia su vari regni inglesi, con l'eccezione del regno sassone del Wessex nel quale il re Alfredo il Grande, (che regnò dall'871 all'898), seppe tener loro testa.

- La Svevia (in latino Suēbĭa, in tedesco Schwaben o Schwabenland) è una regione storica e linguistica della Germania. La maggior parte della regione storica della Svevia fa oggi parte del Baden-Württemberg (lo stato storico del Württemberg e la provincia di Hohenzollern) e del distretto governativo bavarese di Svevia. Nel Medioevo, la Svevia comprendeva anche il Baden, lo stato federato austriaco del Vorarlberg, il Liechtenstein, i cantoni svizzeri di lingua tedesca e la regione francese dell'Alsazia. La regione linguistica comprende le zone in cui è parlato il tedesco alemanno e più propriamente quelle in cui è parlato lo Schwäbisch, lo svevo. Coincide più o meno con la zona storica, arrivando a lambire anche l'Italia, e più precisamente la Valle d'Aosta e la provincia del Verbano Cusio Ossola.
Carta con i territori in cui vengono
parlati linguaggi e dialetti Schwäbisch,
alemmanno-svevi, nella Germania del
 sud-ovest e nella Svizzera, oltre ai
linguaggi in Baviera, il Gallo dell'Italia
settentrionale e il Franco-Provenzale
della Francia sud-occidentale.
La Svevia fu uno dei ducati originari della Francia orientale e del Sacro Romano Impero che si sviluppò nei secoli IX e X. Gli Hohenstaufen (la dinastia di Federico Barbarossa), che governarono il Sacro Romano Impero nel dodicesimo e tredicesimo secolo, erano originari della Svevia, ma dopo l'esecuzione di Corradino (l'ultimo Hohenstaufen) del 29 ottobre 1.268, il ducato originale venne smembrato in unità più piccole.
La principale dinastia che sorse nella regione fu quella degli Asburgo (Habsburg o Hapsburg). Anche gli Hohenzollern però, che furono preminenti nel nord della Germania, ebbero le loro origini in Svevia, così come le dinastie dei duchi di Württemberg e i marchesi di Baden. Dinastie feudali minori sparirono prima o poi, comunque rami dei conti di Monftort o degli Hohenems sopravvissero fino in età moderna e i Fürstenberg ancora sopravvivono. La regione si dimostrò una delle più frammentate dell'impero, comprendendo, in aggiunta ai principati citati, anche numerose municipalità libere, territori ecclesiastici e feudi di conti e cavalieri minori. La Confederazione dei tredici cantoni si rese indipendente de facto dal 1.499 con la guerra sveva. Temendo il potere dei principi maggiori, le città e i governanti minori di Svevia si unirono nel quindicesimo secolo per formare la Lega Sveva. La lega ebbe un certo successo riuscendo ad espellere il Duca di Württemberg nel 1.519 e a porre al suo posto un governatore degli Asburgo, ma pochi anni più tardi la lega si sciolse a causa delle differenze religiose provocate dalla Riforma protestante e il Duca di Württemberg fu reinsediato. La regione si divise a causa della Riforma; mentre i principi, come la maggior parte delle città libere divennero protestanti, i territori ecclesiastici (come la diocesi di Augusta, quella di Costanza e altre) rimasero cattoliche, così come i territori appartenenti agli Asburgo, gli Hohenzollerns e i marchesi di Baden-Baden. Il termine Svevia fu spesso usato per indicare la regione dell'Alemannia soprattutto tra il X e il XIII secolo e ancora oggi è usato per indicare la regione in quel periodo storico. La regione storica dell'Alemannia oggi è divisa tra quattro differenti nazioni: Francia (Alsazia, con Strasburgo), Germania (Svevia, il Baden Württemberg e la parte della Baviera da Augsburg, l'antica Augusta fino a Füssen, sopra il Tirolo), Svizzera (la zona di Basilea fino al lago di Costanza, il Bodensee e parte dell'Argovia) e Austria (il Vorarlberg, con Bregenz, l'antica Brigantium).

La penisola iberica intorno al 900.
Nell' 878 - In Hispania, nell'attuale Portogallo, viene conquistata la città di Coimbra e la frontiera con al-Andalus moresca (nome derivato da Vandalucia, territorio dei Vandali) viene portata al fiume Mondego e Coimbra, per la sua posizione di cerniera tra il mondo cristiano e quello musulmano, è capoluogo di una contea autonoma istituita da Hermenegildo Mendes.

Nell'879 Bosone V di Vienne o di Arles (844 circa - 11 gennaio 887), già governatore e conte di Provenza dall'877 è incoronato re di Provenza prendendo il nome di Bosone I di Provenza.
Lo stemma dei Bosonidi, che
governarono la Provenza come
duchi, re e marchesi dall'877,
che verrà successivamente
chiamato croce di Tolosa
o Occitana.
Dopo che fu conquistata dai Franchi, i re merovingi affidarono la Provenza ad un duca che aveva il compito di organizzare e comandare militarmente la regione per difendere le frontiere del regno da eventuali attacchi dei nemici. Il duca fu a volte indipendente e a volte alle dipendenze del regno burgundo. Dopo che il potere effettivo fu nelle mani dei Carolingi, la Provenza fu governata direttamente dai re dei Franchi fino al 879, anno in cui il re di Francia, che non fu incoronato imperatore, fu Luigi il Balbo. Alla sua morte, i nobili provenzali rifiutarono la corona ai due figli di Luigi il Balbo ed elessero re il loro duca: Bosone V di Provenza che aveva sposato Ermengarda, figlia dell'imperatore Luigi il Giovane, il quale regnò come Bosone I di Provenza dal 879 al 887.
Lo stemma dei Bosonidi, il casato generato da Bosone noto come Bosone il Vecchio (800 circa - 855 circa) che fu un duca dei Franchi, conte del Valais, conte di Arles ed anche conte in Italia, è la Croce chiamata poi Occitana o di Tolosa. Nella discendenza  di Bosone il Vecchio vi furono conti, duchi, abati e vescovi durante tutta l'epoca carolingia. Dei suoi ascendenti non si hanno notizie, anche se alcuni lo indicano come figlio d’un tal Teodebaldo di Borgogna o d'Antibes, detto il Vecchio.

Nel 887 - La deposizione di Carlo il Grosso, ultimo sovrano carolingio, sancisce l'inizio del periodo di "anarchia feudale". Inizia il fenomeno dell'incastellamento. I primi castelli saranno sostanzialmente palizzate con edificio interno in legno, poi, progressivamente si costruirà con mura, pietre e mattoni.

I quattro giudicati in
Sardegna nel 900:
Gallura, Logudoro,
Arborea e Calari. 
Nel 900 - Alla dissoluzione in occidente dei domìni dell'Impero bizantino, la Sardegna si suddivide in quattro Stati sovrani ed indipendenti. Il regno di Arborea o giudicato di Arboréa (rennu de Arbaree in lingua sarda e come veniva allora chiamato dagli arborensi), era uno dei quattro. Si estendeva sulla parte centrale della Sardegna, dal golfo di Oristano ai monti del Gennargentu, occupando tutta la fertile valle del fiume Tirso. Vasto circa 5.500 km², pianeggiante e montuoso allo stesso tempo, confinava a Nord con il regno di Torres, ad Est e a Sud con il giudicato di Cagliari. Durò per più di 500 anni, dal 900 al 1.420. Sul trono salirono più di ventitré generazioni di sovrani conosciuti, delle casate Lacon-Gunale, Lacon-Zori, Lacon-Serra, Bas-Serra, Doria-Bas, Narbona-Bas. Il regno rivestì un ruolo di grande importanza nella storia sarda, distinguendosi dagli altri giudicati coevi grazie a dei sovrani lungimiranti che con costanza e coerenza politica lottarono per riunire la Sardegna sotto un'unica bandiera. Gli altri tre regni attraversarono infatti profonde crisi, subendo le ingerenze delle potenze marinare di Pisa, Genova e dell'Aragona, lasciando all'Arboréa il peso di una sanguinosa guerra contro il regno di Sardegna, creato dal papato nel 1.297 e infeudato a Giacomo II d'Aragona, con l'intento di porre fine alle lotte tra angioini e aragonesi in Sicilia. Nei giudicati di Arborea e Cagliari il capo dello Stato era denominato soprattutto "giudice", in Gallura e Torres anche "re".

La penisola iberica durante la
Reconquista, da: https://image.
slidesharecdn.com/esplorazioni
geografiche-111203082413-php
app02/95/esplorazioni-geogra
fiche-10-728.jpg?cb=1322976931
Nel 910 - Divisione del Regno delle Asturie da parte di Alfonso III, re delle Asturie dal 26 maggio 866 al 910, che sarà così l'ultimo re delle Asturie. Coi suoi successori il regno è diviso e quando sarà nuovamente riunificato i suoi monarchi assumeranno il titolo di re di León.
Questa suddivisione fu conseguenza della sollevazione di nobili, organizzata dal conte di Castiglia, Nuño Fernández, per liberare il figlio maggiore di Alfonso, Garcia. La sollevazione fu appoggiata anche dalla regina Jimena e dagli altri figli di Alfonso, Fruela e Ordoño. Alfonso III, per evitare una guerra civile, liberò Garcia, abdicò e si ritirò a Zamora con la moglie Jimena, dividendo il regno tra i suoi tre figli maggiori:
a Garcia, il figlio maggiore, andò il León
a Ordoño, il secondogenito, andò la Galizia
a Fruela, terzogenito, andarono le Asturie.

- Nella penisola iberica si producono tessuti di cotone e di seta secondo le tecniche introdotte dagli Arabi.

Nel 911 - I Normanni ottengono la Normandia. I Normanni incominciarono a occupare l'odierna Normandia (regione della Francia settentrionale che da essi prese il nome) a partire dall'ultimo quarto del IX secolo. Nel 911, Carlo il Semplice, re di Francia, concesse agli invasori una piccola porzione di territorio lungo il basso corso del fiume Senna, che andò poi espandendosi, diventando il ducato di Normandia. Gli invasori danesi erano guidati dal principe norvegese Hrolf, latinizzato in Rollone, che strinse un'alleanza con Carlo. I Normanni divennero agricoltori, fondendosi con la popolazione locale della Neustria, adottarono la religione cristiana e la lingua galloromanza, dando così vita a una nuova identità culturale, diversa sia da quella degli Scandinavi che da quella dei Franchi.
Carta della Normandia.
Geograficamente, la Normandia corrispondeva alla vecchia provincia ecclesiastica di Rouen o Neustria. Non aveva frontiere naturali e precedentemente fu una semplice unità amministrativa. Dopo una o due generazioni, erano divenuti pressoché indistinguibili dai vicini francesi. Nell'XI secolo la posizione degli invasori in Normandia era ormai consolidata. Via via (sia in Normandia sia in Inghilterra) assimilarono anche il sistema feudale francese. La classe guerriera normanna era diversa dalla vecchia aristocrazia francese. Molte delle famiglie di quest'ultima si facevano tradizionalmente risalire ai Carolingi, mentre i Normanni avrebbero raramente potuto vantare antenati antecedenti all'XI secolo. La maggior parte dei cavalieri rimase povera e senza terra e per questo molti dei loro guerrieri divennero combattenti di professione e crociati, al fine di procacciarsi ricchezze e terre.

Nel 926 -  Ugo di Provenza diventa Re d’Italia.

- Mentre Sancho Ordóñez governa il nord della Galizia sino al fiume Minho, attribuedosi il titolo di re di Galizia, il futuro re del León Ramiro II governa, fino al 931, il sud della Galizia, dal fiume Minho al confine con al-Andalus, come re del Portogallo.

Nel 946 - A Ugo di Provenza succede come Re d'Italia Berengario  D’Ivrea.

Nel 951 - Ottone  di Sassonia  divenne Re di Germania e dopo Re D’Italia, si fece incoronare  Imperatore a Roma nel 962, dando vita al Sacro Romano Impero di Germania, dopo di lui il titolo di Re D’Italia è di diritto dinastico senza investitura dell’Imperatore.

Nel 955 Ottone di Sassonia sconfigge i Magiari a Lechfeld.

Carta dell'Europa nel X secolo.
Nel 962 - A Roma Ottone I di Sassonia è incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. In quell'occasione, il 13 febbraio viene stipulato il "Privilegio di Ottone" o Privilegio Ottoniano o Diploma Ottoniano (Privilegium Othonis, Privilegium Ottonianum o Diploma Ottonianum).
Gli antefatti - Con le donazioni carolinge dell'VIII secolo, la Santa Sede era diventata proprietaria di vasti territori nell'Italia centrale, ma dopo lo smembramento dell'impero carolingio nel 887, i re d'Italia s'impadronirono dei territori oggetto della donazione. Alla metà del X secolo il pontefice controllava solamente la città di Roma e alcuni centri del Lazio centro-settentrionale. Gli altri territori facevano formalmente parte del “Regnum Italiae”, sotto la corona del Re di Germania, Ottone I, dal 951. L'unico che poteva ristabilire il dominio papale era Ottone stesso. Nel 962 Papa Giovanni XII invitò Ottone a Roma e il 2 febbraio Ottone venne incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. Pochi giorni dopo i due stabilirono quali concessioni reciproche accordarsi.
Contenuti - I due sovrani confermarono la validità della “Constitutio romana” formalizzata dalla dinasta carolingia con Ludovico il Pio nell'824, convenendo quindi che l'elezione papale dovesse avvenire soltanto con il consenso dell'Imperatore del Sacro Romano Impero e alla presenza di suoi rappresentanti; inoltre, Ottone attribuì a se stesso i reali diritti di sorveglianza, anche militare, sulla città di Roma. Ottone si impegnava peraltro a riconoscere tutte le donazioni territoriali elargite da Pipino III (la "Promissio Carisiaca" del 754), che rimanevano però sotto la tutela imperiale.
Sviluppi - L'anno seguente, in seguito alla fuga del papa Giovanni XII, colpevole di aver tradito il patto di alleanza con l'Imperatore, nel corso del sinodo convocato il 6 novembre in San Pietro, Ottone impose una clausola al “Privilegium”, secondo la quale nessun futuro papa avrebbe potuto essere eletto senza il beneplacito del sovrano regnante (mentre nella prima stesura del documento il beneplacito imperiale poteva giungere ad elezione avvenuta).
La riconferma - Il "Privilegium Ottonianum" fu riconfermato attraverso il "Diploma Heinricianum", stipulato il giorno di Pasqua del 1.020 tra il papa Benedetto VIII (1.012 - 1.024) e l'Imperatore Enrico II (1.002 - 1.024) a Bamberga, in occasione della visita del papa alla città. 
L'abolizione del Privilegio - Nei decenni successivi alcuni pontefici, a partire da Leone IX, iniziarono una riforma della Chiesa e, di conseguenza, si opposero al "Privilegium Ottonianum", che ne limitava l'autonomia. Esso fu abolito da Niccolò II nel Concilio lateranense del 1.059: il papa emanò un decreto con il quale veniva stabilito che, da allora in poi, l'elezione del pontefice sarebbe stata una prerogativa esclusiva di un collegio di cardinali, riuniti in Conclave. L'abolizione del Privilegio fu alla base del duro scontro che contrappose la Chiesa e l'impero dal 1.076 al 1.122: la lotta per le investiture, cioè per chi avesse avuto il diritto di eleggere papi e vescovi.

Carta con il Khanato di Khazaria
 (618 - 1016), il Khanato
Bulgaro, l'Impero Bizantino e le
 varie popolazioni caucasiche.
Nel 965 - Per opera di Svjatoslav di Kiev cade l’Impero Cazaro. Questa potenza aveva dominato gran parte dei traffici fra nord e sud e addirittura aveva assoggettato Kiev e tutte le tribù slave fino al Volga (compresi Radimici e Vjatici). Una parte degli uomini che avevano accompagnato Svjatoslav nell’impresa decise di stabilirsi a Tmutarakan (l'odierna Taman'), intorno alla foce del fiume Kuban nel Mar d’Azov, la parte a nord-est del Mar Nero, dove si formò così un quarto centro variago-russo. Anche questa zona è riconosciuta nelle fonti arabe come slava. Alla fine del X sec. la situazione del popolamento Slavo è il seguente:
Carta fisica della Russia europea
 con Novgorod e gli
insediamenti Slavi.
1- A Kiev ci sono i Poljani dominati militarmente dai Rus (ex Variaghi).
2 - Verso i Carpazi ci sono i Volyniani (Volynia e Podolia) e i Buzhani (lungo il Bug bielorusso).
3 - A sud di Kiev ci sono i resti dei Tiverzi e degli Ulici.
4 - Intono alle Paludi del Pripjat ci sono i Drevljani lungo il fiume Uzh (affluente di destra del Dnepr).
5 - A nord ci sono i Dregovici e i Krivici (bacino della Dvina Occidentale) e gli Smoljani. 
6 - A nord-est ci sono gli Slaveni intorno a Novgorod.
7 - Lungo il Volga ci sono poi i Radimici e i Vjatici.
E nelle Cronache si legge: “E queste sono le altre tribù che sono soggette alla Rus’ (che pagano tributo e non sono di etnia Slava) Ciud’, i Merija, i Ves, i Muroma, i Ceremis’, i M’rdva, i Perm’, i Pecera, i Jam, , i Litvà, i Semigola, i Kors, i Noroma, i Lib…”. La steppa ucraina, ampia fascia di terra a sud di Kiev, era abitata anche da popolazioni slave (la "Cronaca Russa" nomina i Tiverzi e gli Ulici), ma queste, sotto le spinte di Magiari e Bulgari provenienti dall’alto Volga si concentrarono o sulle alture pre-carpatiche o oltre (i cosiddetti Croati Bianchi) nel bacino inferiore del Danubio. Ai Magiari e ai Bulgari succedettero poi altre popolazioni di diversa provenienza (dal Caucaso e fin dalla lontana Asia Centrale). Sicuramente molti dei loro nuovi usi e costumi entrarono in area slava e influirono sulla cultura di quelle popolazioni fino al nord.

Carta fisica dell'Ucraina e della
 Russia europea del sud
con i suoi fiumi. 
- Gli Alani, che furono la popolazione Sarmatica (di origine iranica) di più lunga durata, in parte si convertirono al cristianesimo ortodosso nel IX secolo. Combatterono contro i Mongoli prima, e accanto ad essi poi (una serie di tombe, forse di guerrieri Alani cristiani è stata rinvenuta in una necropoli mongola in Corea); gli Alani rimasti si stabilirono sul caucaso occidentale, dove subirono una più o meno forte influenza turca ed islamica nel XIV-XVII secolo, e poi un processo di parziale russificazione tra il tardo '700 e i giorni nostri. Attualmente sono noti come Osseti.

Dal 975 - Tra il 975 e l'anno 1.000, la Reconquista arretra in tutti gli stati cristiani e per ciò che concerne il Portogallo, il confine arretra al fiume Duero: le città di Coimbra e Viseu sono perse.

Nel 987 - In Francia sale al trono la dinastia dei Capetingi.

Francesco Guardi: Vista del canale
della Giudecca e zattere.
Nel 992 - Venezia ottiene larghi privilegi commerciali dall'impero bizantino in cambio di un'alleanza militare, assicurandosi protezione e garanzie da Ottone III di Sassonia per il transito dei suoi mercanti in Italia e in Germania e imponendo, a scopo difensivo, il suo controllo sulla Dalmazia nel 999. Formalmente delegato dall'imperatore bizantino, in realtà il Doge agisce ormai come il capo di uno stato indipendenteVenezia è uno dei principali porti di scambio tra l'Occidente e l'Oriente, ciò permette lo sviluppo di una classe mercantile dinamica ed intraprendente che nel corso di quattro secoli circa trasformerà la città da remoto insediamento e avamposto imperiale a potenza padrona dei mari.

Nel 994 - Il normanno Canuto il Grande regna sull'Inghilterra.

Lo stemma dei Bosonidi, che
governarono la Provenza come
duchi, re e marchesi dall'877.
Si tratta della croce che prenderà
poi il nome di croce di Tolosa
o croce Occitana... d'Oc.
- Lo stemma dei Bosonidi, il casato generato da Bosone noto come Bosone il Vecchio (800 circa - 855 circa) che fu un duca dei Franchi, conte del Valais, conte di Arles ed anche conte in Italia, è la Croce chiamata poi Occitana o di Tolosa. Nella discendenza  di Bosone il Vecchio vi furono conti, duchi, abati e vescovi durante tutta l'epoca carolingia. Dei suoi ascendenti non si hanno notizie, anche se alcuni lo indicano come figlio d’un tal Teodebaldo di Borgogna o d'Antibes, detto il Vecchio.
Stemma della contea di Tolosa:
la croce Occitana.
Poco prima dell'anno 1.000, Guillame Taillefer (Guglielmo III  detto Tagliaferro, 970 circa - 1.037), conte di Tolosa e conte di Nîmes e d'Albi dal 978, sposa, in seconde nozze, Emma, figlia ed ereditiera di Roubaud (Rotboldo III di Provenza, il cui nonno paterno era stato Bosone II), conte di Provenza. Emma gli porta in dote alcune contee, fra cui la Provenza. Nelle terre provenzali  governate dal conte, i suoi vassalli avrebbero adottato la croce dei Bosonidi, che verrà poi detta croce di Tolosa, come simbolo da imprimere sulle armi: e questo ha un senso se si pensa che Emma apparteneva alla stirpe Bosonide in cui figuravano, duchi, re e marchesi di Provenza. La marchesa di Provenza, Emma, era quindi figlia del Conte e Marchese di Provenza Rotboldo III e della moglie Ermengarda, di cui non si conoscono con esattezza gli ascendenti, ma pare che fosse parente prossima (alcuni storici sostengono addirittura la sorella) di Umberto I Biancamano, capostipite dei Savoia (dal 970 al 980 - 1.047 o 1.048), il quale nel 1.034 divenne conte di alcuni  territori nel Chiablese (o Sciablese o, in francese Chablais, zona montana francese e svizzera: la città principale e capitale storica del chiablese è Thonon-les-Bains, sulla riva meridionale del lago Lemano), territori che si trovavano sul Rodano, a sud di Ginevra, che da allora presero il nome di Savoia, di cui Chambéry divenne la capitale, oltre alla valle Moriana (Maurienne in francese, la valle del fiume Arc) e Aosta.

Cartina degli imperi nel mondo
 conosciuto, nel X secolo.
Dal 1.000 - Si formano in Italia settentrionale e centrale i "Comuni". Il vuoto del potere imperiale ha lasciato autonomia, di fatto alle nuove città in cui è sviluppata e organizzata l'attività economica e culturale. Il ceto medio si organizza in corporazioni e delega ad un Podestà, con cui interagisce, il governo cittadino. Nei primi tempi il Podestà è forestiero (come i sovrani nell'antica Roma) per non favorire parti del tessuto sociale cittadino. Poi, col tempo,  i Podestà diverranno dinastici e le Signorie si sostituiranno ai Comuni. Caratteristica del Comune è il Carroccio, su cui è la croce, la campana e lo stendardo del Comune, difeso dalla Compagnia della Morte. Il Carroccio, il carro sacro di battaglia, fu ideato dagli eserciti dei grandi centri economici e militari dell'alta Italia, che lo utilizzarono per circa trecento anni a partire dall'XI secolo. L'uso del carro era diffuso soprattutto in pianura, dato che le dimensioni della sua struttura erano tali da renderne particolarmente difficile l'impiego sui pendii. Le città che per tradizione ricorsero all'uso del Carroccio furono Brescia, Cremona, Milano, Padova e Vercelli, e in tutti i casi il sacro carro è descritto come un mezzo dalle dimensioni superiori alla norma. Per tirare i carri da guerra di ognuna delle cinque città sopra menzionate occorrevano da tre a quattro paia di buoi, perché il pianale era tanto alto da permettere al capitano d'armi di controllare lo svolgimento della battaglia e al tempo stesso tanto robusto da resistere agli attacchi dei nemici e alle insidie dei campi. Le descrizioni concordano pure nel menzionare per ciascuno dei carri un pennone, una campanella e una croce: in tutti i casi il pennone serviva a reggere il vessillo dell'esercito raccolto attorno al Carroccio, mentre la campana ("Martinella" per i milanesi, "Nola" per i cremonesi e "Berta" per i padovani) serviva a scandire i tempi del trasferimento e a chiamare a raccolta gli armati durante la battaglia. La croce aveva invece il valore simbolico che anche oggi le e' universalmente riconosciuto dalla cristianità: posta solitamente alla base del pennone serviva a richiamare i valori della fede e del sacrificio, ricordando al tempo stesso a fanti e cavalieri che Dio era sceso in campo al loro fianco.
Battaglia di Legnano, Amos Cassoli
 Carroccio e Compagnia della Morte
dei Comuni medievali.
Quindi, a differenza delle altre regioni europee e del sud d'Italia in cui nacquero le monarchie, nell'Italia centro-settentrionale si assiste alla nascita di poteri locali autonomi che passano sotto il titolo di "Comuni".
La nascita di queste nuove realtà fu resa possibile:
1) dall'accentramento di poteri nelle mani dei vescovi locali, i quali erano eletti dai canonici della cattedrale e dai cittadini maggiorenti,
2) dallo sviluppo economico basato, in un primo momento, sullo sfruttamento delle campagne.
La nascita dei comuni permise lo sviluppo di realtà commerciali nuove come le corporazioni: una divisione del lavoro (anche topografica, vedi ad es. la via dei lanaioli a Firenze) a seconda delle mansioni. 
Queste associazioni furono alla base del concetto di "Universitas", che in quei tempi cominciò a significare anche la libera associazione di studenti e docenti, la prima delle quali fu quella di Bologna (dal 1.088). Lo sviluppo dei comuni portò però ad un'ulteriore evoluzione: chi governava i comuni era, infatti, un podestà o capitano del popolo, che, inizialmente, doveva provenire da altri comuni; poi tale carica fu resa ereditaria dai capitani più ambiziosi. Si crearono così concentrazioni di potere nelle mani di poche famiglie, generando quindi vere e proprie signorie. Anche l'ordinamento territoriale fu modificato, col tempo i comuni che riuscirono ad accumulare una solida base economica e strategica ampliarono i loro confini trasformandosi in dominazioni regionali. Questo processo culminò con la pace di Lodi del 1.454, che cercava di consolidare il risultato di questa espansione territoriale da parte dei comuni più potenti.

Espansionismo dei
Normanni di Normandia.
- I Normanni in Italia. Prima della conquista dell'Inghilterra, dal 1.000 al 1.016gruppi di Normanni si diressero dalla Normandia verso il sud dell'Italia. Qui giunti, inizialmente prestavano i loro servizi per vari compiti, come la protezione a pagamento dei pellegrini che si recavano o tornavano dal santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo nel Gargano e successivamente furono ingaggiati come mercenari nella difesa delle città costiere dagli attacchi dei saraceni e soprattutto nelle ribellioni anti-bizantine in Puglia. Un gruppo di Normanni con almeno cinque fratelli della famiglia Drengot combatté i Bizantini in Puglia sotto il comando di Melo di Bari, che sconfitto a Canne Melo riparò a Bamberga, in Germania, dove morì nel 1.022. Melo di Bari (Bari, 970 circa - Bamberg, 23 aprile 1.020) è stato il capo della prima rivolta antibizantina in Puglia. Secondo il cronista Guglielmo di Puglia era di origini longobarde; è stata ipotizzata una sua parentela con l'imperatore Enrico II che a Bamberg gli riservò una sepoltura nel duomo. A capo dei Normanni in Italia era Rainulfo Drengot che, partendo da un palazzo-castello che sorgeva accanto alla chiesa votiva di Sancte Paulum at Averze, fondò la cittadina di Aversa, a nord di Napoli, che divenne ben presto il punto di riferimento di tutti i Normanni che giungevano in Italia. Ad Aversa, unica città di fondazione normanna, giunsero i membri della famiglia degli Altavilla (provenienti da Hauteville in Bassa Normandia) guidata da Guglielmo Braccio di Ferro (Cotentin, 1.010 circa - Puglia, 1.046), che da Melfi portò un radicale cambiamento all'assetto politico-territoriale del Mezzogiorno. Guglielmo d'Altavilla, chiamato Guglielmo Braccio di Ferro, fu il maggiore dei figli di Tancredi d'Altavilla venuti in Italia, e omonimo del fratellastro, conte nel Principato di Salerno; fu nominato nel 1.042 primo conte di Matera e nel 1.043 primo conte di Puglia. Nel 1.038 Guaimario IV, principe di Salerno, alleato dei Bizantini, appoggiò la campagna militare che Costantinopoli intraprendeva per riconquistare la Sicilia, da molto tempo in mano ai saraceni, e fra il 1038 e il 1.040 Guglielmo d'Altavilla combatté per i Bizantini in Sicilia, dove si guadagnò il soprannome di Braccio di Ferro per aver ucciso con una sola mano l'emiro di Siracusa durante un assalto alla città assediata. Fu in quel contesto che il generale bizantino Giorgio Maniace umiliò pubblicamente il comandante salernitano Arduino. Il contingente longobardo, affidato alla guida di Arduino, si affiancò alle truppe mercenarie normanne comandate da Guglielmo Braccio di Ferro. La spedizione era affidata a Giorgio Maniace, che disponeva del corpo scelto dei Vareghi (la Guardia variaga, o dei Vareghi, era il corpo personale dell'imperatore bizantino, composta da elementi stranieri, inizialmente soprattutto scandinavi, ma poi essenzialmente inglesi), mentre Stefano Calafato guidava la flotta. Però, dopo i successi iniziali e la conquista di Messina, avvenne un grosso litigio tra Maniace e gli alleati, circa la spartizione del bottino. Amato di Montecassino racconta che Arduino si sarebbe rifiutato di consegnare al generale bizantino un bellissimo cavallo arabo e per questo fu denudato e frustato. Così le truppe ausiliare italiane (i cosiddetti konteratoi), i Longobardi insieme ai loro mercenari normanni e al contingente delle guardie variaghe abbandonarono la spedizione e ritornarono in patria. Successivamente, Maniace cadde in disgrazia per l'opposizione dell'imperatore di Costantinopoli e il nuovo catapano d'Italia, Michele Doceano, nominò Arduino topoterites (reggente) di Melfi. Quando questi nel 1.040 si ribellò contro l'autorità bizantina, con l’appoggio di Guaimario IV di Salerno, i Normanni di Guglielmo lo seguirono e si ritrovarono presto in aperta rivolta contro i Bizantini insieme ai Longobardi di Puglia. Prima Atenolfo, condottiero beneventano, poi Argiro, formalmente i capi della rivolta, furono sconfitti dai Greci e i Normanni misero a capo della rivolta i loro capitani, ignorando Arduino. La rivolta, originariamente longobarda, era diventata normanna sia nell'impronta che nella leadership. Guglielmo I d’Altavilla, rientrò nel settembre 1.042 a Melfi, dove tutti i Normanni lo elessero Capo supremo. Egli si rivolse a Guaimario V, principe longobardo di Salerno ed a Rainulfo conte di Aversa, e propose ad entrambi un’alleanza alla pari. L'unificazione delle due famiglie normanne, Altavilla e Drengot, fu motivo di forza e Guaimario offrì il riconoscimento ufficiale delle conquiste. Alla fine dell’anno, Rainulfo e Guglielmo riunirono a Melfi una assemblea dei baroni longobardi e normanni, che terminò al principio dell’anno successivo (1.043).
Elmo dei Normanni in Italia.
In questo Parlamento generale, Guaimario di Salerno garantì il dominio su Melfi agli Altavilla, a cui affidò in feudo i territori intorno a Melfi. Tutti offrirono un omaggio come vassalli a Guaimario, che riconobbe a Guglielmo I d’Altavilla il primo titolo di Conte di Puglia. Guaimario riconfermò il titolo di Conte anche allo stesso Rainulfo. In cambio, tutti i capi normanni acclamarono Guaimario Duca di Puglia e Calabria. Guaimario, per legare a sé Guglielmo, gli offrì in moglie la nipote Guida, figlia del Duca Guido di Sorrento e quindi sua nipote. Nacque così la Contea di Puglia. L'intera regione, ad eccezione di Melfi, fu suddivisa in dodici baronie, costituite a beneficio dei capi normanni. Durante il suo regno, Guglielmo e Guaimario diedero inizio insieme alla conquista della Calabria ed eressero il grande castello di Scribla. I suoi titoli tuttavia non vennero mai confermati dal Sacro Romano Imperatore. Guglielmo morì nel 1.046, e fu successivamente sepolto nell'Abbazia della Santissima Trinità di Venosa insieme agli altri fratelli, in un'unica arca sepolcrale. Il suo successore, il fratello Drogone, sarebbe stato giuridicamente riconosciuto come Conte dei Normanni di Puglia e Calabria (la formula fu Comes Normannorum totius Apuliae e Calabriae), titolo che si attribuisce spesso anche a Guglielmo.
Situazione politica nel
sud Italia nel X e XI sec.
Qualche anno dopo gli Altavilla da Aversa furono chiamati dall'ultimo duca longobardo di Salerno a difesa delle coste dalle scorribande saracene, dove dopo matrimoni e con astuzie Roberto il "Guiscardo" (dal francese vissart = volpe), già duca di Puglia, scalzò l'ultimo principe longobardo con la conquista di Salerno nel 1.077, che divenne così capitale dei suoi domini. Da lì estese le conquiste a tutto il sud Italia: Puglie, Calabria e Sicilia. Ai suoi guerrieri migliori distribuì feudi e costruì fortezze a difesa dei territori e della costa dall'attacco dei saraceni. Il simbolo dei Normanni d'Italia (Leone rampante con il giglio di Francia) è riportato in numerosi monumenti e dimore dei discendenti. Papa Leone IX, vedendo la sua Benevento minacciata, tentò di contrastarne l'ascesa; ma l'esercito pontificio fu rovinosamente sconfitto nella battaglia di San Paolo di Civitate (1.053), nella neonata contea di Puglia, il Papa fu catturato, e così Benevento rimase un'isola pontificia in terra normanna. I normanni fecero di Melfi la capitale del ducato di Puglia e Calabria (Caput Apuliae), titolo poi affidato a Salerno e infine a Palermo. Con i Normanni, Melfi fu la sede di cinque concili tra il 1.059 e il 1.101. Durante il concilio indetto da Niccolò II nel 1.059, Roberto il Guiscardo degli Altavilla strinse un patto con il pontefice (il Concordato di Melfi), con cui si dichiarava formalmente suo vassallo, ottenendo in cambio i titoli (ancora solo nominali) di duca di Puglia (che comprendeva anche la Basilicata) e di Calabria (che era però ancora in parte in mano ai bizantini), parte della Campania e Sicilia (che era però ancora in mano agli Arabi). Roberto il Guiscardo fece dell'abbazia della Santissima Trinità di Venosa il sacrario degli Altavilla e fece portare al suo interno le salme dei suoi fratelli Guglielmo "Braccio di Ferro", Umfredo e Drogone, per poi essere seppellito egli stesso in questo luogo. I Normanni riuscirono ben presto a cacciare dal Meridione la presenza bizantina con ripetute spedizioni che si conclusero con la conquista a opera di Roberto il Guiscardo della città di Reggio Calabria, dove egli confermò il suo titolo di duca di Calabria. Gli Altavilla così poterono ben presto dedicarsi alla Sicilia. La loro fortuna fu nell'avere dalla loro parte il papa, in cerca di alleanze durante la sua difficile disputa contro l'Impero tedesco. Il pontefice infatti, superata l'iniziale diffidenza e ostilità, aveva commesso l'ennesimo affronto formale nei confronti di Bisanzio, legittimamente proprietaria dei territori italiani (altri affronti del pontefice a Bisanzio erano stati, secoli addietro, le incoronazioni di Pipino il Breve e di Carlo Magno, arrogandosi diritti che poteva vantare solo sostanzialmente, ma non formalmente). Il papa in quell'occasione ebbe comunque il pretesto dello scisma d'Oriente, che gli diede l'opportunità per rivendicare a sé i territori dell'imperatore eretico, sui quali quest'ultimo non era ormai più in grado di esercitare la propria autorità. I Normanni divennero allora nemici dei bizantini, venendo espulsi dal loro esercito (molti erano i mercenari). Fu così che Roberto il Guiscardo tentò perfino la conquista dell'Epiro in territorio bizantino, impresa che non gli riuscì (1.081-1.085) nonostante un nuovo avallo papale.
Cacciò invece tutti gli arabi e saraceni (di origine libica) che abitavano Malta, loro roccaforte;
da quest'isola infatti, l'ultima roccaforte musulmana, i saraceni partivano per le loro scorribande. I Normanni costruirono sull'isola fortificazioni imponenti e palazzi gentilizi che ospitavano le guarnigioni militari, divenendo un baluardo della cristianità.

Si costruiscono in Spagna i primi mulini a vento.

Nel 1.014 - A Clontarf, in Irlanda, vengono sconfitti gli Scandinavi "vichinghi", che devono lasciare il paese. I Normanni si erano insediati in Irlanda durante il X secolo ed ebbero un effetto profondo sulla cultura, la storia e la composizione etnica (e anche sulla lingua) dell'Irlanda, con una fusione e una mescolanza molto rapida. I Normanni s'insediarono soprattutto nella parte orientale dell'isola verde, poi conosciuta come Pale, dove costruirono molti castelli e insediamenti, come quelli di Trim e di Dublino.

Espansione dei Normanni di
 Normandia nel XI e XII sec.
- Normanni in Inghilterra. I Normanni erano in contatto con l'Inghilterra già da lungo tempo. I pagani vichinghi avevano più volte devastato non solo i litorali inglesi, ma anche la maggior parte dei più importanti porti di fronte all'Inghilterra al di qua della Manica. I danesi riuscirono a imporre la loro egemonia su vari regni inglesi, con l'eccezione del regno sassone del Wessex nel quale il re Alfredo il Grande, (che regnò dall'871 all'898), seppe tener loro testa. Emma, figlia del duca di Normandia Riccardo I, sposò il re inglese Etelredo II d'Inghilterra. Fu per questo che Etelred fuggì in Normandia nel 1.013, quando fu scacciato da Sven di Danimarca. La sua permanenza in Normandia (fino al 1.016) influenzò lui e i figli avuti da Emma, che rimasero in Normandia dopo l'unificazione dell'Inghilterra da parte di Canuto il Grande. Quando infine Edoardo il Confessore ritornò dal rifugio di suo padre nel 1.041, su invito del fratellastro Canuto II d'Inghilterra, portò con sé l'educazione normanna ricevuta oltre a molti consulenti e combattenti Normanni. Assoldò anche un piccolo numero di Normanni per addestrare e stabilire una forza militare di cavalleria inglese. Nominò Robert di Jumièges arcivescovo di Canterbury e Ralph il timido conte di Hereford. Invitò suo cognato Eustachio II di Boulogne alla sua corte nel 1.051, cosa che provocò il più grande dei primi conflitti fra sassoni e Normanni e portò all'esilio del conte del Wessex, Godwin. Nel 1.066 Edoardo morì senza discendenti, ma lasciò come suo erede il duca Guglielmo di Normandia. Costui attraversò la Manica per far valere i propri diritti, dando l'inizio alla conquista normanna dell'Inghilterra, con il rientro dei discendenti dei vecchi abitanti inglesi, ormai francesizzati. Nel frattempo l'aristocrazia inglese aveva però eletto re il più potente fra i suoi esponenti, Aroldo II, che regnò per qualche mese, fino a ottobre, quando fu ucciso nella celebre Battaglia di Hastings che decise le sorti dell'Inghilterra. Poco più di due mesi dopo Guglielmo, detto il Conquistatore, fu incoronato re dall'arcivescovo di York presso Westminster. Dopo una tale drammatica ascesa al potere fu facile per Guglielmo rimodellare le strutture politiche e amministrative del regno escludendo dal potere le aristocrazie anglosassoni locali e rafforzando contemporaneamente la presenza normanna secondo il processo iniziato già da Edoardo il Confessore. Nei suoi 20 anni di regno Guglielmo trapiantò in Inghilterra il modello feudale francese (definito giogo normanno), retribuendo con feudi i servizi resigli dall'aristocrazia al suo seguito (ai suoi tempi vennero costruiti circa ottanta castelli). Dopo un'iniziale periodo di risentimento e ribellione, i due popoli cominciarono a fondersi, mescolando lingue e tradizioni. Tra le sue iniziative ci fu anche nel 1.086 la redazione del Grande Libro del Catasto d'Inghilterra, che intendeva censire i beni e le persone del territorio del regno. Questo censimento catastale, redatto in una lingua latina ricca di termini anglosassoni, è uno dei documenti dell'epoca più importanti a livello storico, sociale, economico e politico della zona. I Normanni cominciarono a identificarsi con il nome di anglonormanni, mentre la lingua anglonormanna fu ampiamente distinta dal "francese parigino", soggetto all'humor di Goffredo Chaucer. Alla fine questa distinzione scomparve quasi del tutto nel corso della Guerra dei Cento Anni, con l'aristocrazia anglo-normanna che andò progressivamente definendosi con il termine di inglese e la lingua anglosassone e quella anglonormanna andarono emergendo come medio inglese.

- Normanni in Scozia. Uno dei rivali di Guglielmo il Conquistatore, Edgardo Atheling, alla fine si rifugiò in Scozia. Re Malcolm Canmore di Scozia sposò la sorella di Edgar, Margherita, ed entrò così in contrapposizione con il normanno, che stava già minacciando e mettendo in discussione la sicurezza dei confini scozzesi del sud. Guglielmo allora invase il regno nel 1.072, giungendo fino al Firth di Tay, dove si incontrò con la sua flotta. Malcolm fece atto di sottomissione, pagò l'omaggio a Guglielmo e gli diede come ostaggio il figlio Duncan. I Normanni penetrarono in Scozia, costruendo castelli e dando inizio a una serie di nobili famiglie da cui discesero alcuni futuri sovrani come Robert Bruce o i fondatori di clan scozzesi delle Highland. Re David I giocò un ruolo importante nell'introduzione dei Normanni e della cultura normanna in Scozia, avendo passato del tempo alla corte di Enrico I d'Inghilterra, che era sposato con la sorella di David, Matilde di Scozia. Il processo continuò sotto i successori di David. Il sistema feudale normanno fu applicato anche alle pianure scozzesi, mentre l'influenza sulla lingua degli scozzesi della pianura fu limitata.

Nel 1.020 - Il "Privilegium Ottonianum", redatto fra impero e chiesa nel 962, fu riconfermato attraverso il "Diploma Heinricianum", stipulato il giorno di Pasqua del 1.020 tra il papa Benedetto VIII (papa nel 1.012 - 1.024) e l'Imperatore Enrico II (imperatore nel 1.002 - 1.024) a Bamberga, in occasione della visita del papa alla città.

Nel 1.024 - Muore Enrico II (Hildesheim 973 - Grona, Gottinga, 1.024) imperatore del Sacro Romano Impero,  re di Germania e re d'Italia, detto il Santo. Figlio di Enrico II duca di Baviera e di Gisella, sorella di Corrado re della Bassa Borgogna. Divenne Duca di Baviera alla morte del padre (995), fu eletto (1.002) re di Germania, come successore di Ottone III. Dovette sostenere molte lotte contro i signori feudali per affermare il proprio potere e quello della monarchia sia in Germania, sia in Italia. Disceso in Italia (1.004), dove Arduino d'Ivrea si era fatto incoronare re, l'obbligò alla fuga e cinse egli stesso la corona reale a Pavia. Ritornò nella penisola nel 1.013, e l'anno dopo fu incoronato a Roma imperatore da Benedetto VIII. Combatté ininterrottamente (1.003-1.018) contro Boleslao, duca di Polonia, il quale inutilmente cercò di impossessarsi della Boemia. Tornò in Italia una terza volta (1.021-22) per far valere i diritti dell'Impero sulle terre dell'Italia meridionale, ma una pestilenza scoppiata fra le truppe lo costrinse a rientrare in Germania. Uomo di grande integrità morale e di fede profonda, si adoperò, insieme con Benedetto VIII, a promuovere la riforma ecclesiastica (concilio di Pavia del 1.022). Aveva fondato (1.007) il vescovato di Bamberga per farne un centro di irradiamento di evangelizzazione nell'Europa centrale. Fu canonizzato (1.146) da Eugenio III. La sua ricorrenza si celebra il13 luglio.

Nel 1.031 - Cade, in Spagna, la dinastia degli Ommayyadi. Tra il 1.147 ed il 1.150 agli Almoravidi subentrano l'altra potente dinastia berbera degli Almohadi, ma la Riconquista è solo rimandata. Dal 1.246 fino al 1.492, anno della caduta di Granada, ultimo baluardo arabo, l'Islam arretra fino a scomparire come realtà istituzionale dalla Penisola iberica.

- Normanni in Spagna. In Spagna, dal XI al XII secolo, un gran numero di Normanni parteciparono alla Reconquista. Il primo fu Ruggero di Tosny (morto nel 1.040), detto "Le Mangeur de Maures" ("Il Mangiatore di Mori"), attivo in Catalogna intorno al 1.020. Nel 1.064, il re di Aragona Sancho Ramírez, alleatosi al conte Ermengardo III di Urgell e con l'aiuto di una banda di Normanni comandati da Guglielmo di Montreuil († circa 1.068), riuscì a catturare la capitale della taifa di Saragozza, la città fortificata di Barbastro. Nel 1.129, il condottiero normanno Roberto Burdet, divenne Principe di Tarragona.

Umberto Biancamano di Savoia.
Nel 1.034 - Nasce la Contea di Savoia, sorta con Umberto Biancamano (Maurienne, dal 970 al 980 - Hermillon, 1.047 o 1.048) o "dalle Bianche Mani", in francese Humbert aux Blanches Mains, considerato il capostipite della dinastia sabauda, il primo personaggio storico definito “Conte“ in un documento del 1.003 dal vescovo Oddone di Belley. Probabilmente nel 1.003 governava, per conto del re di Burgundia o Borgogna, Rodolfo III, ventidue castelli nel Viennese (Viennois in francese, zona della città di Vienne, poco a sud-est di Lione, in Francia) costituenti la contea di Sermorens. Con la morte di Rodolfo III, avvenuta nel 1.032, Umberto I si schierò contro il pretendente al trono burgundo Oddone di Champagne, conte di Blois e accompagnò la vedova di Rodolfo III, Ermengarda, presso l'imperatore germanico del Sacro Romano Impero e re di Germania Corrado II il Salico, per essere riconosciuto re di Borgogna. 
Gli stemmi dei Savoia.
Nel 1.034 comandò le truppe inviate a Corrado dal marchese Bonifacio di Canossa e dall'arcivescovo Ariberto di Milano, contribuendo alla disfatta definitiva di Oddone di Champagne ottenendo dall'imperatore non il regno di Borgogna ma altre terre, oltre al permesso di utilizzare l'aquila imperiale tedesca nel proprio stemma.
La contea di  Savoia dal
1034 al XIII secolo con
indicati i valichi alpini
controllati dai Savoia:
Gran San Bernardo,
Piccolo San Bernardo,
Moncenisio e Monginevro.
 Sono inoltre
rappresentati i valichi di
Sempione e Tenda.
Corrado II, per l'aiuto ricevuto, ricompensó il Biancamano con una serie di diritti sul Viennese (Viennois in francese), sul Chiablese (o Sciablese o, in francese Chablais, zona montana francese e svizzera: la città principale e capitale storica del chiablese è Thonon-les-Bains, sulla riva meridionale del lago Lemano), su territori che si trovavano sul Rodano, a sud di Ginevra, che da allora presero il nome di Savoia vera e propriadi cui Chambéry divenne la capitale, oltre alla valle Moriana (Maurienne in francese, la valle del fiume Arc) e il comprensorio di Aosta. La Savoia, nel suo insieme di territori, si snoda lungo la valle dell'Arc, da Montmelian, sopra Chambéry, sino al Moncenisio, tra le rive del lago del Bourget (dove fu creato il mausoleo di famiglia nell'Abbazia di Altacomba), il lago Lemano e il corso del Rodano. Il nucleo principale della Contea si estendeva nell'area intorno a Chambéry, città che adempì al ruolo di capitale, anche se Umberto si installò nel castello di Charbonnières, costruito verso la metà del IX secolo e che dominava la città di Aiguebelle, nella Maurienne, che dunque fu la prima capitale della contea. Per effetto di tali concessioni Umberto Biancamano poté esercitare da quel momento un pieno controllo sui valichi alpini che nel Medioevo collegavano il nord con il sud dell’Europa, in particolare i passi del Moncenisio e del Piccolo San Bernardo, ma anche su Gran San Bernardo e Monginevro .
Carta con l'ubicazione dei
 passi del Moncenisio e del
Piccolo San Bernardo.
Ambendo a nuovi territori, fu creato nel 1046 un legame con il Piemonte tramite il matrimonio di suo figlio Oddone (1.010-1.060) e Adelaide, figlia del Marchese di Torino: l’unione apportava così i territori delle aree montane del Piemonte occidentale, specie la Valle di Susa e la Val Chisone, attorno alla città di Pinerolo oltre al marchesato di Torino, tutti in Italia. Fu questa una tappa fondamentale per l'ingresso di questo casato in Italia che li avrebbero visti crescere e diventare duchi di Savoia, poi principi di Piemontere di Sardegna ed infine re d'Italia.
Mercanti e pellegrini che volevano valicare le Alpi per entrare nella pianura padana potevano farlo solo con il consenso dei Savoia. Controllare quei valichi significava controllare i traffici e si potevano accumulare ricchezze imponendo pedaggi per il transito, gestendo locande e offrendo servizi ai viaggiatori. Ciò comportò enormi vantaggi a favore di un territorio privo di frutti e di risorse economiche. Ma la possibilità di bloccare quei valichi con sbarramenti militari, e quindi favorire il passaggio solo a eserciti disposti a concedere favori e possessi feudali, costituì la vera forza dei Savoia che seppero fondare un originale «stato di passo» e giocare con spregiudicatezza tutte le opportunità diplomatiche che questo possesso garantiva. Ad Oddone I succedettero in via del tutto nominale Amedeo II (1.048-1.078) e Pietro I (1.048-1.080), dato che la gestione della contea restò nelle mani abili della madre Adelaide fino alla sua morte. Succedettero Umberto II (1.070-1.103) ed Amedeo (1.095-1.148), che edificò l'abbazia di Altacomba e morì di peste nel ritorno dalla crociata. Gli succedette il figlio Umberto III (1.136-1.189), proclamato beato e poi Tommaso I (1.177-1.233) che, nominato vicario imperiale da Federico II (1.225), ristabilì i domini della casata in Piemonte e ampliò i possessi d'oltralpe. Alla morte di Tommaso I i membri della famiglia, antagonisti da tempo, si divisero i possedimenti: Amedeo IV (1.197-1.253) mantenne il dominio diretto sui beni con il titolo di conte di Savoia, il fratello Tommaso ricevette le terre di Piemonte da Avigliana in giù e assunse il titolo di signore di Piemonte. Ad Amedeo IV succedettero gli zii Pietro II prima e Filippo I poi. Alla morte di Filippo I (1.285), la contea di Savoia fu scossa dai conflitti che sorsero fra i pretendenti alla successione e durarono per un decennio: prevaleva ancora il concetto che l’eredità dovesse passare al rappresentante più forte della famiglia, senza il principio della primogenitura o della successione diretta del defunto. Ci fu così una spartizione del potere fra tre pretendenti: il titolo comitale e la maggior parte dei domini andarono ad Amedeo V (1.249-1.323, nipote del defunto, che ottenne il controllo delle vie commerciali attraverso le Alpi; a suo fratello più giovane, Luigi I di Savoia-Vaud, andarono la regione nord-orientale organizzata nella Baronia del Vaud ed il paese di Bugey, così egli iniziò la dinastia cadetta dei Savoia-Vaud; infine a Filippo I di Savoia-Acaia (figlio di Tommaso III, fratello di Amedeo IV) andarono assegnate un terzo delle terre piemontesi (da lui poi si originerà l'altra casa cadetta dei Savoia-Acaia). Ad Amedeo V succedettero i due figli maschi: Edoardo (1.284-1.329) ed Aimone (1291-1.343) che lasciò il trono al figlio Amedeo VI (1.334-1.383), detto il "Conte Verde", che acquisì i territori di Biella, Cuneo, Santhià e riassorbì nei domini comitali la Baronia del Vaud; il figlio Amedeo VII (1.360-1.391), detto il "Conte Rosso", estese la contea di Savoia acquistando quella di Nizza (a patto di non fornire mai, né alla Provenza né alla Francia) e suo figlio, Amedeo VIII (1.383-1451), diciannovesimo conte di Savoia, fu designato duca dall’imperatore Sigismondo nel 1.416. Dal 1.416 diventerà ducato di Savoia.

Circoscrizioni (thémata in greco) in
 cui era diviso l'impero romano
d'oriente (chiamato bizantino in
occidente) nel 1.045. Nominalmente
appartenevano a Costantinopoli
anche i possedimenti di Venezia,
la Croazia e la Dioclea.
Nel 1.048 - In dicembre, Leone IX, nato Brunone dei Conti di Egisheim-Dagsburg (Eguisheim 1.002 - Roma 1.054), è nominato 152º papa della Chiesa romana. Alla morte di papa Damaso II, Brunone venne scelto come suo successore da un'assemblea tenuta a Worms (come previsto dal "Privilegio Ottoniano" del 962, non era un conclave ecclesiastico a nominare il papa). Sia l'imperatore che i delegati romani vi concorsero, ma Brunone richiese, come condizione per la sua accettazione, di poter andare a Roma per essere eletto canonicamente per voce del clero e del popolo. Partendo poco dopo Natale, si incontrò con l'abate Ugo di Cluny a Besançon, dove venne raggiunto dal giovane monaco Ildebrando, già assistente di papa Gregorio VI e futuro papa Gregorio VII. Arrivando a Roma in abiti da pellegrino nel febbraio seguente, venne accolto con molta cordialità e alla sua consacrazione assunse il nome di Leone IX. Fu il quarto papa tedesco della Chiesa cattolica. Uno dei suoi primi atti pubblici fu quello di tenere il noto Sinodo di Pasqua del 1049, nel quale fu confermato il celibato del clero per chiunque fosse almeno suddiacono e nel quale riuscì a rendere chiare le sue convinzioni contro ogni tipo di simonia. Il resto dell'anno fu occupato da uno di quei viaggi attraverso l'Italia, la Germania e la Francia che sarebbero diventati una caratteristica del suo pontificato. In uno di questi viaggi si fermò all'Abbazia di Reichenau instaurando rapporti di stima con Ermanno il contratto. Dopo aver presieduto un sinodo a Pavia, si unì al Sacro romano imperatore Enrico III in Sassonia, e lo accompagnò a Colonia e ad Aquisgrana. A Reims indisse un incontro dell'alto clero, tramite il quale vennero fatti passare diversi e importanti decreti di riforma, iniziando il percorso che porterà all'annullamento del “Privilegio Ottoniano”. Tenne un concilio anche a Magonza, al quale presero parte rappresentanti del clero italiano e francese così come di quello tedesco, ed ambasciatori dell'imperatore bizantino; anche qui simonia e matrimonio del clero furono le questioni principali. Dopo il suo ritorno a Roma, tenne un nuovo Sinodo di Pasqua (il 29 aprile 1050), che venne occupato principalmente dalla controversia sugli insegnamenti di Berengario di Tours e convocò un concilio a Roma nel 1051 in cui decretò che le donne che si fossero prostituite con degli ecclesiastici entro le mura di Roma dovessero diventare eternamente schiave al servizio del palazzo Lateranense.
La figura di papa Leone IX resta legata al grande scisma del 1.054 che si consumò tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli

Nel 1.050 - Si diffonde l'uso dell'aratura con vomere ricurvo frangizolle. 

Nel 1.054 - Scisma d'Oriente: la chiesa cristiana si scinde in "cattolica" a Roma e "ortodossa" a Costantinopoli. Nel 1.054 la tradizionale estraneità tra la Chiesa occidentale che faceva riferimento al Papa di Roma e la Chiesa orientale che faceva riferimento al Patriarca di Costantinopoli era sfociata in uno scisma. La figura di papa Leone IX resta legata al grande scisma. Nel Concilio ecumenico di Costantinopoli dell'anno 381, sotto papa Damaso I (che nel Concilio di Roma del 382 sancì il primato di Roma in qualità di sede apostolica) era stato accettato il dogma che lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio (in latino: ex Patre procedit). Successivamente, la sola Chiesa di Roma aveva celebrato un suo Concilio a Toledo, nell'anno 589 (sotto Papa Pelagio II), nel quale questo dogma era stato modificato e si era stabilito che lo Spirito Santo promana dal Padre e dal Figlio (in latino: ex Patre Filioque procedit). Questa variazione non era stata accettata dagli altri patriarcati, soprattutto da quello di Costantinopoli, che intravvedeva in questo cambiamento una sorta di negazione del monoteismo, mettendo sullo stesso piano il Padre e il Figlio. Era iniziata, così, una disputa dottrinale all'interno del mondo cristiano destinata a durare per molti secoli. Nel tempo, sorsero diverse interpretazioni sul “filioque” deciso da Roma, volte ad aumentarne l'autorevolezza. Alla metà del secolo XI, mentre a Roma regnava Leone IX, a Costantinopoli era stato nominato Patriarca Michele Cerulario. Va ricordato che, mentre il Papa di Roma veniva eletto con il concorso di tante componenti (anche laiche, ma con la preminenza di quelle ecclesiastiche), il Patriarca di Costantinopoli veniva nominato direttamente dall'imperatore a cui doveva rendere conto, la qual cosa poneva il capo della Chiesa d'Oriente in subordine rispetto all'imperatore, così come era stato l'intento di Costantino I, l'architetto della chiesa cristiana. Michele Cerulario, sulla scorta della mai accolta variazione del dogma sullo Spirito Santo, cominciò a contestare tutte le innovazioni che Leone IX stava introducendo nelle regole della Chiesa. Per contrastare la Chiesa di Roma in ogni modo, Michele cominciò prima a contestare il celibato ecclesiastico, poi la tonsura della barba, quindi la celebrazione dell'eucarestia con pane azzimo. Leone IX inviò, allora, a Costantinopoli alcuni legati con l'incarico di convincere i cristiani d'oriente a rimuovere le contestazioni e ad accettare le nuove direttive che egli, in qualità di Primate dei cinque patriarcati cristiani, riteneva suo diritto impartire a tutti i cristiani, pena la scomunica del Patriarca contenuta in una bolla già in possesso dei legati. Michele Cerulario rifiutò l'invito del Papa e subì la scomunica, a seguito della quale emanòa sua voltauna scomunica verso i cristiani d'occidente. Nel frattempo, Leone IX morì. Queste scomuniche incrociate determinarono, dopo la sua morte, lo scisma tra le due Chiese, tuttora in essere. Da allora in poi, la Chiesa cristiana di Roma si definì "cattolica", cioè universale; quella di Costantinopoli si definì "ortodossa", cioè fedele al dogma del concilio di Nicea del 325.

Sichelgaita o Sikelgaita
di Salerno.
Nel 1.058 - Per rinforzare l'alleanza politica fra Normanni e Longobardi, a Melfi si celebrarono le nozze tra il guerriero normanno Roberto il Guiscardo d'Altavilla e la potente principessa longobarda Sichelgaita di Salerno (1.036 - 16 aprile 1.090), figlia di Guaimario IV, principe di Salerno. Sichelgaita sposò Roberto il Guiscardo nel 1.058, dopo il divorzio di quest'ultimo dalla prima moglie Alberada, attribuito a sospetti di consanguineità. Probabilmente l’ambizioso Roberto sposò Sikelgaita per impadronirsi dell’eredità di Guaimar (Guaimario) IV di Salerno. Il fratello di Sichelgaita, il principe Gisulfo II, manifestò un ostinato rifiuto a quelle nozze, che furono comunque celebrate; Sichelgaita cercò di evitare scontri tra il fratello e il marito, ma Gisulfo alla fine venne punito per la politica aggressiva che aveva seguito contro i Normanni e venne privato di tutte le proprie terre. Sua sorella Gaitelgrima aveva invece già sposato Drogone d'Altavilla, fratellastro di Roberto. Donna di grande cultura e fermo carattere, Sichelgaita seppe affermare la propria personalità a corte ed esercitare una notevole influenza sull'energico marito, che accompagnò spesso nei suoi viaggi di conquista. La principessa, nell’estate del 1.059, riservò al pontefice Niccolò II un'accoglienza maestosa nella sua capitale di Menfi in occasione del Primo Concilio di Melfi: organizzò il sinodo e preparò lo svolgimento degli incontri che portarono al trattato di Melfi e al concordato di Melfi. L’alleanza tra la Chiesa ed i Normanni avvenne così tramite l’abate di Montecassino, Desiderio di Benevento, futuro papa Vittore III, mentre le trame degli accordi vennero tessute da Godano, vescovo di Acerenza, legato a Roberto il Guiscardo. Niccolò II tolse la scomunica allo stesso Guiscardo, lo ricevette come suo fidelem, e lo benedisse insieme alla consorte Sichelgaita. Salerno era uno dei ducati che i longobardi avevano mantenuto nel meridione d’Italia, mentre le loro terre settentrionali erano state conquistate dai Franchi e confluite nell’impero carolingio. Sichelgaita visse in un’epoca di transizionesi erano affermvano nella sua terra i Normanni, che da avventurieri e predoni diventavano i sovrani dei feudi, e volevano altro ancora. Roberto il Guiscardo aveva iniziato quella ascesa che avrebbe portato il suo popolo a spazzare via dal meridione Bizantini, Arabi e Longobardi per iniziare un regno che infine, a causa di politiche dinastiche, sarebbe stato ereditato da Federico II degli Hohenstaufen, un sovrano che avrebbe posto nel Mezzogiorno italico la base per il suo sogno di riconquista imperiale dell’Italia. Inizialmente Sikelgaita cercò di trattenere Roberto dall’attaccare i Bizantini, ma poi lo seguì, non riuscendo ad influenzarlo, e condivise con lui il comando dell’esercito. Si giunse alla battaglia di Durazzo (1.081) dove i Bizantini contrattaccarono l’armata normanna che assediava la città dopo aver distrutto la flotta imperiale con l’aiuto dei Veneziani, loro alleati. Un’ala dell’esercito normanno era in rotta quando Sikelgaita (che partecipava alla battaglia con l'armatura) riuscì a recuperarla con un richiamo paradossalmente funzionante: “Fermatevi! Siate uomini!” e la battaglia fu vinta dai Normanni, che però non riuscirono a sfruttarla in modo duraturo. Anna Comnena, principessa figlia dell'imperatore e storiografa dell’impero bizantino, altra donna notevole in campo culturale, in questa occasione paragonò Sikelgaita ad Atena, dea della guerra; forse avrebbe dovuto anche apprezzarne, se li avesse conosciuti, i tentativi di frenare gli eccessi aggressivi del marito. Va detto che a Durazzo Sikelgaita aveva già 45 anni e generato parecchi figli (quattro anni dopo però era di nuovo in guerra a Cefalonia, con Roberto, sempre contro i Bizantini: fu qui che Roberto morì). Divenne anche un’esperta di botanica, e ciò le valse l’accusa di aver cercato di avvelenare Boemondo, il figlio di primo letto di Roberto; comunque sia, la vittima non morì e Sikelgaita riuscì a mediare un accordo per cui parte dell’eredità andò al proprio figlio Ruggiero Borsa, che però non ereditò lo spirito dei bellicosi e capaci genitori. Sikelgaita, che visse solo 54 anni, fu quindi allo stesso tempo abile politica, donna guerriera e riuscì anche a essere annoverata fra le streghe (ovvero fra le donne crudeli e intriganti) per il supposto tentativo di eliminare lo scomodo Boemondo e la difesa ad oltranza di proprio figlio.
Boemondo I d'Altavilla.
Boemondo I d'Altavilla, o Boemondo I d'Antiochia o Boemondo di Taranto (1.058 ? - Canosa di Puglia ?, 7 marzo 1.111), Principe di Taranto, era il figlio primogenito di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e di Calabria, nato dal matrimonio di quest'ultimo con Alberada di Buonalbergo, che fu più tardi ripudiata. Boemondo fu uno dei comandanti della Prima Crociata, nel corso della quale si insignorì del Principato di Antiochia. Nel 1.106 sposò Costanza, figlia del re di Francia, Filippo I. Fu battezzato col nome di Marco, ma diventò noto come Boemondo a causa di una leggendaria creatura biblica che portava tale nome, il Behemoth, mitico animale che si distingue dagli altri per potenza e forza. La figlia dell'Imperatore romano d'Oriente, Anna Comnena, ha lasciato un bel ritratto di Boemondo nella sua “Alessiade”; lo incontrò per la prima volta nel 1.097, quando lei aveva 14 anni e ne restò affascinata. Anna non ha lasciato alcun ritratto similare di qualsivoglia altro principe crociato.

Nel 1.059 - Abolizione del "Privilegio Ottoniano", stipulato fra chiesa ed impero nel 962 e riconfermato nel 1.020. Già il papa tedesco Leone IX aveva iniziato una riforma della Chiesa e si era opposto al "Privilegium Ottonianum", che ne limitava l'autonomia, ma fu Niccolò II, nel Concilio lateranense del 1.059 che abolì l'atto: il papa emanò un decreto con il quale veniva stabilito che, da allora in poi, l'elezione del pontefice sarebbe stata una prerogativa esclusiva di un collegio di cardinali, riuniti in Conclave. L'abolizione del "Privilegio Ottoniano" generò un duro scontro fra la Chiesa e l'impero fra il 1.076 e il 1.122: la lotta per le investiture (per chi poteva eleggere vescovi e papi).

Antica stampa di Melfi,
oggi in provincia di Potenza.
Si svolge il primo Concilio di Melfi. Poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni, quasi certamente nel 1.058, Roberto il Guiscardo ripudiò la prima unione con Alberada di Buonalbergo, madre di Boemondo e di Emma. Egli fece annullare le nozze perché avvenute tra consanguinei e fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone). Per rinforzare l'alleanza politica con i Longobardi, a Melfi si celebrarono le nozze tra il guerriero normanno e la potente principessa Sichelgaita di Salerno, figlia ventiduenne del defunto Guaimario IV e sorella del nuovo principe Gisulfo II. In cambio della mano della sorella, Gisulfo chiese a Roberto di distruggere due castelli appartenenti a Guglielmo del Principato, fratello minore del Guiscardo, che da tempo imperversava nei domini di Salerno. Questo evento aprì alla casa d'Altavilla le porte dell'aristocrazia, mentre si realizzava l'unione dei Normanni con i Longobardi. Nello stesso periodo maturò anche l'alleanza fra il nuovo capo normanno e lo Stato pontificio: il Papato, infatti, venuto ai ferri corti con l'imperatore, presagiva un'imminente rottura (quella che sarà la Lotta per le investiture) e si risolse a riconoscere le conquiste normanne nel Meridione d'Italia, assicurandosene così la fedeltà. Il rovesciamento dei precedenti assetti ebbe la sua clamorosa celebrazione con gli accordi di Melfi, che si articolarono su tre diversi momenti: il 24 giugno 1.059 venne stipulato il Trattato di Melfi, dal 3 al 25 agosto 1.059 venne celebrato il Concilio di Melfi I ed infine il 23 agosto 1.059 venne sottoscritto il Concordato di Melfi. In vista della organizzazione degli accordi e del primo concilio di Melfi, Niccolò II nel giugno del 1.059 si recò a Melfi, nella capitale della Contea di Puglia, e si trattenne nella rocca fortificata per oltre due mesi dell'estate, per definire con i capi delle casate Altavilla e Drengot Quarrel un trattato e un concordato e per indire il concilio stesso. L'alleanza tra la Chiesa e i normanni avvenne tramite l'abate di Montecassino, Desiderio di Benevento, futuro papa Vittore III. Le trame dell'accordo furono tessute da Godano o Gelaldo, vescovo di Acerenza, legato a Roberto il Guiscardo. La principessa Sichelgaita di Salerno riservò al pontefice un'accoglienza maestosa, organizzò il sinodo e preparò lo svolgimento degli incontri che portarono al trattato di Melfi e al concordato di Melfi. Mentre il “thema” di Basilicata scomparve, Baldovino, vescovo di Melfi, ospitò il pontefice, che era accompagnato da Ildebrando di Soana, dal cardinale Umberto di Silvacandida e dall'abate Desiderio di Montecassino.
Carta con i "Thémata" dell'Italia
 meridionale nel 1.000
con indicata Melfi.
Il termine thema (al plurale thémata) designa le circoscrizioni territoriali in cui era suddiviso l'impero romano d'oriente, create nel VII secolo dall'imperatore bizantino Eraclio I, al fine di rinnovare l'assetto amministrativo e territoriale di tutto l'impero. Il primo concilio (o sinodo) di Melfi, promulgato da papa Niccolò II, riunì tutti i vescovi latini del Mezzogiorno e vi parteciparono un centinaio tra cardinali, abati, religiosi e nobili. Papa Niccolò II nominò Roberto il Guiscardo, Duca di Puglia e Calabria. Roberto, dunque, fu elevato da conte a duca di buona parte del Mezzogiorno e gli fu attribuita anche la signoria della Sicilia, che però non ancora stata sottratta al dominio arabo. La formula fu: per Grazia di Dio e di San Pietro duca di Puglia e Calabria e, se ancora mi assisteranno, futuro Signore della Sicilia. Egli accettò anche di versare un tributo annuo alla Santa Sede, in modo da mantenere titoli e terre e garantirsi la piena legittimità sulle future conquiste. Dell'altro principe, Riccardo I  Drengot di Aversa, egualmente nominato nella stessa assise, non resterà traccia per i posteri. Nell'iconografia resta in evidenza la casata Altavilla e viene oscurata la rivale casata Drengot, che (alla fine) soccomberà al rivale lignaggio. Il concilio di Melfi I è il primo sinodo che si tiene dopo lo scisma, in un periodo di rapporti tesi fra le Chiese d'Oriente e d'Occidente. Riafferma l'osservanza del celibato in un'area in cui i preti usano prendere moglie, sancisce il divieto di assistere ai riti celebrati dai sacerdoti concubinari e depone i vescovi simoniaci. Il sinodo discute della elezione dei futuri pontefici e conferma le norme approvate nell'aprile del 1.059 dal concilio Lateranense. L'assise rivendica i diritti del Papato sulle provincie ecclesiastiche di rito bizantino nel sud Italia e avvia una lotta per far scomparire la gerarchia bizantina e per sottomettere la Chiesa al primato petrino.

Carta delle espansioni normanne
 e Svevo-normanne
nell'Italia meridionale e isole.
Nel 1.061 - I Normanni invadono la Sicilia. Nel 1.061 Ruggero Bosso d'Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, alla testa di un folto gruppo di cavalieri sbarcò a Messina e invase l'isola (allora sotto il dominio saraceno), riuscendo nel 1.072 ad arrivare a Palermo, che venne poi eletta capitale. Mentre Boemondo I di Taranto o d'Antiochia, figlio della prima moglie di Roberto il Guiscardo, diventava verso la fine del 1.088 sovrano incontrastato del Principato di Taranto, Ruggero I formava il Regno di Sicilia. Gli succedette il figlio Ruggiero II, nominato re di Sicilia e duca di Puglia e di Calabria nella cattedrale di Palermo durante la notte di Natale del 1.130.
Palermo, la Cattedrale, collegata col
Palazzo Reale dei Normanni.
Questi estese il dominio normanno in Italiameridionale con la conquista del Ducato di Napoli nel 1.137, inoltre con le Assise di Ariano (1.140), conferì al suo Regno un'organizzazione feudale rigidamente gerarchica e strettamente legata alla persona del sovrano, con una struttura statale all'avanguardia ed efficiente per l'Europa medievale.
Palermo, Palazzo Reale dei Normanni.
Il Regno di Sicilia, nato nel 1.130 e comprendente parte dell'Italia meridionale, sopravvisse per ben sette secoli, fino al 1.860, quando, come Regno delle Due Sicilie, venne annesso al Regno di Sardegna. Ruggero II Altavilla creò anche il "Regno normanno d'Africa", che voleva unire al suo "Regno di Sicilia"; dal 1.135 infatti i normanni avevano occupato progressivamente tutta la costa tunisina e tripolitana. La morte nel 1.154 lo bloccò ed i suoi possedimenti in Africa furono riconquistati dagli Arabi nel 1160. Seguirono i regni di Guglielmo I (1.154 - 1.166) e di Guglielmo II (1.166 - 1.189).
Palermo, Cappella Palatina, al 1°
piano del Palazzo dei Normanni.
Quando Guglielmo il Buono morì (1.189), non essendovi discendenti diretti, si pose il problema della successione. In punto di morte, Guglielmo avrebbe indicato la zia Costanza d'Altavilla come erede e obbligato i cavalieri a giurarle fedeltà. Una parte della corte, sperando anche nell'appoggio papale, simpatizzava invece per Tancredi, che era riuscito a ottenere una certa stima come comandante militare ed era, per quanto illegittimo, figlio di Ruggiero III di Puglia, l'ultimo discendente maschio della famiglia Altavilla. Nel novembre 1.189, Tancredi fu incoronato a Palermo Re di Sicilia. Nello stesso anno l'imperatore Enrico VI Hohenstaufen di Svevia, che alla partenza del padre Federico Barbarossa per la terza crociata aveva assunto la reggenza del Sacro Romano Impero, in virtù del suo matrimonio con Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II di Sicilia e zia di Guglielmo II di Sicilia, si accinse a conquistare il regno; l'impresa gli riuscì nel luglio del 1.194 dopo la morte di Tancredi. Palermo fu conquistata agli inizi di dicembre e il 25 dicembre 1.194 Enrico VI s'incoronò re di Sicilia e annetté il regno all'impero. Il giorno seguente Costanza, in procinto di giungere in Sicilia dalla Germania, diede alla luce, a Jesi, Federico II. A questo punto la corona passerà poi a Federico II, di padre tedesco, imperiale svevo e madre normanna.

Nel 1.064 - Il re di Castiglia e León, Ferdinando I, rioccupa la contea di Coimbra riportando il confine con al-Andalus sino al fiume Mondego; poco dopo la contea di Coimbra viene reintegrata nel contado Portucalense.

Nel 1.065 - Prime edizioni di "La Chanson de Roland".  

Nel 1.066 - Dopo la battaglia di Hastings, Guglielmo il Conquistatore e i suoi nor­manni si impadroniscono dell'Inghil­terra.

Ubicazione di Orval.
Nel 1.070 - Da "Il Santo Graal" di Baigent, Leigh e Lincoln: "Si sa che nel 1070, ventinove anni prima della conquista di Gerusalemme, un gruppo di monaci provenienti dalla Calabria era arrivato nella Foresta delle Ardenne, parte dei domìni di Goffredo di Buglione.6 Secondo Gerard de Sède, i monaci erano capeggiati da un certo « Ursus », un nome che i « documenti del Priorato » associano spesso alla stirpe merovingia. Giunti nelle Ardenne, i monaci calabresi ottennero la protezione di Matilde di Toscana, duchessa di Lorena, zia e, in pratica, madre adottiva di Goffredo di Buglione. Da Matilde, i monaci ebbero in dono un appezzamento di terreno a Orval, non lontano da Stenay, dove cinquecento anni prima era stato assassinato Dagoberto II. Per alloggiarli, fu costruita un'abbazia. I monaci, però, non rimasero a Orval per molto tempo. Nel 1.108 erano misteriosamente scomparsi, e non si sa dove si fossero trasferiti. Secondo la tradizione, sarebbero ritornati in Calabria. Nel 1.131 Orval era già feudo di san Bernardo."

Nel 1.071 - normanni si consolidano nell'Italia meridionale espellendo i romani d'Oriente (i bizantini).

- L'ultimo conte del Portogallo della casa di Vímara Peres, Nuno Mendes, è sconfitto e ucciso dal re di Galizia, García I di Galizia che occupa i suoi territori ma l'anno dopo il Portogallo è annesso al regno di León, da Alfonso VI.

Nel 1.072 - Palermo, centro principale del potere musulmano in Sicilia, cade conquistata dai normanni.

Nel 1.073 - La lotta tra papato e impero cominciata con papa Niccolò II in un concilio indetto nel palazzo del Laterano nell'aprile 1.059 in cui il pontefice condannò l'investitura laica dei vescovi ed escluse l'imperatore dalla partecipazione attiva all'elezione del pontefice, entra nel vivo con l'elezione a papa di Gregorio VII. La lotta delle investiture tra il Papato e il Sacro Romano Impero Germanico ebbe per oggetto la concessione dell'investitura imperiale delle regalie (i diritti pertinenti al regno o pubblici) agli ecclesiastici. Tale "lotta" consisteva nella disputa tra Papato e Impero riguardo a chi dovesse dare il titolo di vescovo ad un membro della società ecclesiastica, la cosiddetta "investitura episcopale".
Già alla fine del IV secolo Arcadio e Onorio, figli dell'imperatore Teodosio, avevano riconosciuto alla sentenza emanata dalla "episcopalis audientia" pari dignità rispetto a quella pronunziata dal tribunale pubblico. Attorno al vescovo cominciarono a gravitare i fedeli bisognosi di aiuto di natura materiale, oltre che spirituale.
Subito dopo la guerra gotico-bizantina (535-553), l'imperatore Giustiniano, incapace di ricostruire le strutture di controllo statale, promulgò nel 554 la Prammatica Sanzione, che estese la legislazione in vigore in Oriente ai territori dell'Occidente. Inoltre restituì ai vescovi prerogative già concesse loro da Costantino e cancellate da Giuliano. Indipendentemente dalla funzione di guida religiosa cui assolvevano, i vescovi erano sudditi dell'imperatore. Erano considerati alla stregua di funzionari dipendenti da Costantinopoli, incluso il vescovo di Roma, il papa. Teodorico il Grande, che governò l'Italia come funzionario dell'impero romano e come re con il titolo di "patricius" concessogli dall'imperatore, fu forse l'ultimo funzionario imperiale a contenere il potere dei vescovi. Il re longobardo Liutprando, in cerca di un accordo che rafforzasse il suo stato, dopo aver conquistato il castello di Sutri nel 728, a causa delle proteste papali, anziché restituirlo a Bisanzio, che in quel periodo controllava alcune zone del Lazio, lo riconsegnò a papa Gregorio II. Con questa donazione e il falso documento riguardante la cosiddetta donazione di Costantino, i papi cominciarono a rivendicare il controllo spirituale e temporale delle terre dell'Italia centrale e dell'Europa ad ovest della Grecia. Durante l'impero di Carlo Magno il potere civile era forte e i vescovi tornarono ad essere considerati dei semplici funzionari, sulla cui nomina i sovrani potevano interferire pesantemente. L'impero carolingio, però, fu diviso in tre territori (Italia, Germania e Francia); il potere statale perse autorità ed efficacia, soprattutto in Italia e Germania. Il fatto più grave però, fu il riconoscimento dell'ereditarietà dei feudi (Capitolare di Quierzy, 877), che privava l'imperatore di gran parte dei suoi poteri. Nel caos post-carolingio crebbe anche l'autonomia di molte città, guidate inizialmente dal loro vescovo, ma in seguito destinate a trasformarsi in liberi comuni. Nel X secolo, il potere imperiale passò ai re di Germania, della casa di Sassonia. Il primo di loro, Ottone I, non volendo ricadere negli stessi errori dei carolingi, basò sistematicamente il proprio potere politico sull'assegnazione di importanti poteri civili a vescovi, che egli stesso aveva nominato. I vescovi, infatti, non potevano avere prole legittima che potesse ricevere in eredità i benefici. Inizialmente Ottone assegnò loro i poteri di districtus, ossia di comando, polizia ed esazione sulla città e sul territorio immediatamente circostante. In seguito i poteri furono estesi al livello di contea, a spese del conte laico e creando dei veri e propri vescovi-conti. In pratica la funzione vescovile ne fu snaturata, perché l'assegnazione della carica non era più basata sulle doti morali o sulla cultura religiosa del candidato, ma esclusivamente sulla sua personale fedeltà all'imperatore. La pratica, inoltre, degradò rapidamente nella simonia, cioè nell'assegnazione del titolo vescovile a quei laici, che erano in grado di versare cospicue somme di denaro all'imperatore, certi di recuperarle in seguito tramite i benefici feudali che ormai accompagnavano il titolo vescovile.

Nel 1.075 - Papa Gregorio VII, nell'ambito di un'ampia azione che va sotto il nome di Riforma gregoriana, emette nel 1.075 il famoso "Dictatus Papae". Con questo documento si dichiarava che il pontefice era la massima autorità spirituale e, in quanto tale, poteva deporre la massima autorità temporale (l'imperatore), mediante la scomunica; veniva così espressa una vera e propria teocrazia. La lotta divenne aspra tra il papa e l'imperatore di Germania Enrico IV, che radunò 24 vescovi tedeschi e 2 vescovi italiani a lui fedeli, i quali deposero il pontefice, che a sua volta scomunicò l'imperatore.
La riforma gregoriana riguardò inoltre l'assetto degli ordini monastici che mutò profondamente, per cui si assisterà al tramonto dell'ordine cluniacense a favore di quello cistercense.

Nel 1.077 - L'imperatore del Sacro Romano Impero, Enrico IV, scomuni­cato, è costretto a chiedere perdono a CanossaIl governo dell'imperatore Enrico IV fu caratterizzato dal tentativo di rafforzare l'autorità imperiale. In realtà si trattava di trovare un difficile equilibrio dovendo assicurarsi da una parte la fedeltà dei nobili senza, dall'altra, perdere l'appoggio del pontefice. Enrico mise in pericolo tutte e due le cose quando decise di assegnare la diocesi di Milano, divenuta vacante. Ciò fece scoppiare un conflitto con papa Gregorio VII, che è passato alla storia con il nome di lotta per le investiture. Quando Enrico IV nel 1.072 inviò il conte Eberardo in Lombardia per combattere i patari, nominando il chierico Tedaldo all'arcidiocesi di Milanoscatenò un'astiosa e lunga diatriba col papato. Gregorio VII replicò con una dura lettera, datata 8 dicembre, nella quale accusava l'imperatore di essere venuto meno alla parola data e aver continuato ad appoggiare i consiglieri scomunicati, mentre al tempo stesso inviò anche un messaggio verbale che lasciava capire che la gravità dei crimini, che gli sarebbero stati imputati a questo proposito, lo avrebbe reso passibile non solo del bando da parte della Chiesa, ma anche della privazione della coronaEnrico non si preoccupò affatto e al sinodo di Worms, tenutosi il 24 gennaio 1.076, il papa fu dichiarato deposto e ai romani fu chiesto di sceglierne uno nuovo. La reazione di Gregorio VII arrivò il 22 febbraio 1.076, quando pronunciò la sentenza di scomunica contro l'imperatoresciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà e desacralizzandone l'impero. L'evento inimicò a Enrico IV i principi tedeschi, che nell'ottobre a Tribur gli imposero di ottenere la riconciliazione con il papa entro un anno, fissando inoltre un appuntamento per un'assemblea da tenersi con Gregorio ad Augusta il 2 febbraio dell'anno successivo. Enrico, appena seppe che il papa si apprestava a partire per Augusta, scese con il suo esercito in Italia in dicembre, diretto a Roma mentre Gregorio, appresolo, si rifugiò presso il Castello di Canossa, ospite di Matilde.
I domini in Italia dei Marchesi
di Canossa.
Nell'inverno fra il 1.076 e il 1.077 Enrico e la suocera, la contessa Adelaide di Susa, iniziarono la loro processione penitenziale a Canossa per ottenere la revoca della scomunica da parte di papa Gregorio VII. Con loro vi erano anche il cognato Amedeo II di Savoia e il marchese Azzorre d'Este. Per tre giorni e tre notti, dal 25 al 27 gennaio 1.077, Enrico fu costretto ad umiliarsi, dovendo attendere davanti al portale d'ingresso del castello della marchesa Matilde di Canossa d'essere ammesso al cospetto del papa: l'attesa ebbe luogo mentre imperversava una bufera di neve ed Enrico giaceva inginocchiato, a piedi completamente scalzivestito soltanto con un saioil capo cosparso di cenere, di fronte al portale chiuso. Solo grazie all'intercessione del padrino, l'abate di Cluny, Ugo, e della marchesa Matilde, poté essere ricevuto dal papa il 28 gennaio. L'umiliazione di Canossa ebbe un forte effetto morale ma i risultati pratici furono presto di altro tipo. Rientrato in Germania, Enrico si accorse che qui non aveva più seguito. Il 15 marzo a Forchheim i principi tedeschi lo avevano deposto eleggendo in sua vece il cognato Rodolfo di Svevia, che fu incoronato a Magonza dall'arcivescovo Sigfrido. Enrico sconfisse due volte il rivale in battaglia e Gregorio VII, il 7 marzo 1.080 lo scomunicò nuovamente con l'accusa di non aver rispettato i patti di Canossa e di aver impedito lo svolgimento dell'assemblea ad Augusta. La lotta per le investiture proseguì con
- la sconfitta di Rodolfo di Svevia che perse la vita in battaglia,
uomini fedeli ad Enrico che vennero investiti del titolo di vescovo,
- a Bressanone, in un concilio convocato da Enrico stesso il 25 giugno 1.080, venne considerato deposto papa Clemente VII e fu eletto come antipapa Guiberto, arcivescovo di Ravenna, che assunse il nome di Clemente III,
- la discesa di Enrico in Italia e la conquista da parte del suo esercito della città di Roma, con papa Gregorio VII asserragliato in Castel Sant'Angelo.
Quest'ultimo, per contrastare Enrico e l'antipapa, si alleò al normanno Roberto il Guiscardo, non prima di avergli tolto, il 29 giugno 1.080, a Ceprano, la scomunica che gli aveva comminato sei anni prima per aver invaso il territorio pontificio di Benevento.
Sconfitti gli imperiali, i Normanni si abbandonarono al saccheggio della città, provocando una rivolta nella popolazione romana, che costrinse il Papa a fuggire rifugiandosi presso i Normanni a Salerno, dove risiedette fino alla morte, avvenuta nel 1085. Enrico IV morì invece nel 1106. Il successore di Gregorio VII fu papa Pasquale II, il quale nel 1105 appoggiò una congiura ordita da Enrico V, figlio di Enrico IV, contro il suo stesso padre. Infatti c'erano ancora ostilità tra il papato ed Enrico IV, pertanto il papa vide con favore l'ascesa al trono imperiale di un nuovo imperatore. Dunque Enrico IV fu costretto ad abdicare e alla sua morte, avvenuta nel 1106, divenne imperatore suo figlio, il quale instaurò rapporti di maggiore collaborazione col papa.

Stemma della
Repubblica marinara
di Pisa.
Dal 1.081 - Abbastanza netta è l'evoluzione verso forme comunali delle città legate al commercio marittimo. Lasciando da parte Venezia, dove uno stato autonomo cittadino esisteva già da secoli, diverse e assimilabili all'evoluzione delle città dell'interno sono le situazioni di Pisa e Genova.
A Pisa alla base dell'autonomia c'è la solidarietà tra i cittadini fondata sull'osservanza delle “consuetudini del mare”, che Enrico IV promette di rispettare (nel 1.081), nel medesimo tempo in cui riconosce ai pisani la possibilità di eleggere una sorta di consiglio straordinario di dodici cittadini, che prefigura evidentemente future magistrature comunali stabili; ampie sono le concessioni, politiche ed economiche, fatte in quest'occasione ai cittadini dall'imperatore. D'altra parte l'arcivescovo di Pisa – quel Daimberto che sarà il legato della prima crociata – non rinuncia alla sua autorità, come si vede dal giudizio pacificatorio fra le fazioni cittadine da lui pronunciato nel 1.088-92, con il quale stabilisce l'altezza massima delle torri, quelle case-fortezze dalle quali i membri dell'aristocrazia cittadina combattevano le loro guerre private.
Stemma della Repubblica
marinara di Genova.
A Genova, ancora più nettamente che a Pisa, il comune nasce verso la fine dell'XI secolo dalle stesse strutture associative del commercio per mare. La “compagna”, questo è il nome della struttura portante del comune genovese, veniva rinnovata periodicamente, ogni tre o quattro anni (appunto come una società commerciale). La città appare tutta orientata verso il commercio con il Levante. Dalla metà circa del XII secolo la struttura comunale si assesta; i consoli pronunciano un giuramento al momento dell'entrata in carica che va a costituire il nucleo originario degli statuti comunali (il Breve).

Matilde di Canossa.
- La Grancontessa Matilde di Canossa, o Mathilde, o Matilde di Toscana (in latino Mathildis, in tedesco Mathilde von Tuszien; Mantova, marzo 1.046 - Bondeno di Roncore, 24 luglio 1.115), fu contessa, duchessa, marchesa e regina medievale e madre adottiva di Goffredo di Buglione. Matilde fu una potente feudataria ed ardente sostenitrice del Papato nella lotta per le investiture; donna di assoluto primo piano per quanto all'epoca le donne fossero considerate di rango inferiore, arrivò a dominare tutti i territori italici a nord degli Stati della Chiesa. Fu incoronata presso il Castello di Bianello (Quattro Castella, Reggio Emilia) dall'imperatore Enrico V. Nel 1.076 entrò in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l'Emilia, la Romagna e la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell'Appennino reggiano. La Grancontessa (magna comitissa) Matilde è certamente una delle figure più importanti e interessanti del Medioevo italiano: vissuta in un periodo di continue battaglie, di intrighi e scomuniche, seppe dimostrare una forza straordinaria, sopportando anche grandi dolori e umiliazioni, mostrando un'innata attitudine al comando. La sua fede nella Chiesa del suo tempo le valse l'ammirazione e il profondo amore di tutti i suoi sudditi. Matilde nacque a Mantova nel 1.046, terzogenita della potentissima famiglia feudale italiana dei Canossa, marchesi di Tuscia (già Ducato di Tuscia), di origine e madrelingua longobarda. Il padre, Bonifacio di Canossa detto "il Tiranno", era l'unico erede della dinastia canossiana, discendente diretto di Adalberto Atto (o Attone), fondatore della casata degli Attoni. La madre, Beatrice di Lotaringia, apparteneva ad una delle più nobili famiglie imperiali, strettamente imparentata con i duchi di Svevia, i duchi di Borgogna, gli Imperatori Enrico III ed Enrico IV, dei quali Matilde era rispettivamente nipote e cugina prima, nonché con il papa Stefano IX. Essendo figlia del signore della Tuscia, a Matilde spettava il titolo di marchesa. La parola germanica Markgraf (Marchesi) qualificava difatti i "conti di confine". Tuttavia la Tuscia era stata nell'Alto Medioevo una circoscrizione del Regno longobardo, come tale definita "ducato". Ecco perché a Matilde si attribuiscono sia il titolo di "marchesa" che quello di "duchessa". Poco si sa dell'infanzia di Matilde, sia perché le cronache del tempo preferirono occuparsi della fanciullezza dei due fratelli maggiori, Federico (legittimo erede di Bonifacio) e Beatrice, sia perché le fonti in nostro possesso si concentrano soprattutto sulle imprese compiute da adulta. Tuttavia, si può affermare con certezza che il nome, come per i fratelli, le fu imposto dalla madre Beatrice che in questo modo intendeva affermare la propria superiorità nobiliare rispetto al marito, infatti il casato di Ardennes-Bar, a cui ella apparteneva, era senza dubbio di stirpe regia. Matilde trascorse la sua gioventù tra i freddi laghi ed i nevosi boschi padani e a differenza di molte nobildonne del suo tempo, trascorse molto tempo dedicandosi alla cultura letteraria. A tal proposito, Donizone afferma: « Fin da piccola conosceva la lingua dei Teutoni e sapeva anche parlare la garrula lingua dei Franchi. » (Vita Marhildis, libro II, cap. IV). Trascorse i primi anni della propria esistenza in agiatezza e serenità nel castello di Canossa, teatro di grandi banchetti e feste sontuose organizzate dal padre. Tuttavia a soli 6 anni, Matilde assistette al primo evento che cambiò radicalmente il corso della sua vita: il 6 maggio 1.052, il padre Bonifacio fu ucciso a tradimento durante una battuta di caccia da uno dei suoi vassalli, che lo trapassò alla gola con una freccia avvelenata. L'agonia del duca durò alcune ore; nella tarda serata dello stesso giorno spirò. La madre rimasta vedova con tre figli piccoli aveva difficoltà a reggere il ruolo di Bonifacio. Nel 1.053 Matilde ed i suoi fratelli ottennero un privilegio di protezione personale dall'Imperatore Enrico III, ma in quello stesso anno i due fratelli maggiori di Matilde morirono a causa di un maleficio (probabilmente un avvelenamento involontario). Alla morte di papa Leone IX, parente di entrambi i genitori di Matilde, venne eletto con l'appoggio imperiale, papa Vittore II (1.054). Papa Vittore II era ospitato ad Arezzo dai Canossiani, quando morì nel 1.057, lasciando come successore papa Stefano IX. Visto il crescente potere della Casa di Canossa e la scomparsa del loro alleato Leone IX, Enrico III prese in ostaggio Matilde, che aveva solo 10 anni, e sua madre e le portò in Germania; ma dopo un anno anche Enrico III morì e così Matilde ritornò in Italia. La madre Beatrice cercò una nuova protezione risposandosi con Goffredo il Barbuto, fratello di papa Stefano IX. Goffredo, figlio di Gozzellone, Duca di Lotaringia, era un aristocratico dedito alle armi ed alle arti guerresche di indole belligerante. Fu lui a succedere a Bonifacio come signore della Tuscia. La famiglia dei Canossapadrona dell'Italia centrale e della Lotaringia, imparentata con Papi e influente sugli imperatori, era in quel momento la famiglia più potente d'Europa. Dopo la morte di Enrico III, Goffredo il Gobbo tentò di approfittare del temporaneo vuoto di potere per farsi incoronare Imperatore in terra tedesca; ma non ci riuscì per la morte del papa in Tuscia, cioè in terra canossiana. Per evitare il pericolo di sottomettersi in futuro all'imperatore, il papato decise di introdurre un sistema di elezione interna, il conclave dei cardinali, tuttora in vigore. Allontanatosi così dall'impero, il pontificato si affidò alla tutela dei Canossa che, grazie al diritto-dovere dell'accompagnamento dei Pontefici, finirono col determinare la scelta dei Papi e quindi le loro sorti. Anche il nuovo papa Benedetto X ebbe vita breve; morì infatti, sempre alla corte dei Canossa, nel 1.061. Dopo di lui vennero eletti due papi: l'imperatore scelse il Vescovo di Parma Cadalo, che prese il nome di Onorio II, mentre la Chiesa elesse il Vescovo di Lucca, nonché ecclesiastico dei Canossa Anselmo da Baggio, che prese il nome di Alessandro II. Dopo varie vicissitudini si concordò di tenere un nuovo concilio nel cuore dei domini canossiani, a Mantova. Papa Onorio II preferì non partecipare per timore di perdere la vita e comunque Alessandro II dimostrò la legalità della propria elezione; i Canossa, giudici dai quali dipendeva il Paparum Ducatus, decisero quindi di assegnare il papato al loro candidato Alessandro II. Matilde si ritrovò di nuovo con un papa suo alleato, che inizialmente si aiutarono a vicenda ma che poi divennero nemici per questioni personali. Goffredo il Barbuto, sposando Beatrice, era diventato signore della Tuscia. Una clausola del contratto di matrimonio stabilì che il figlio naturale di Goffredo, Goffredo il Gobbo, avrebbe sposato la figlia naturale di Beatrice, Matilde, per consolidare il suo potere e quello dei Canossa, e per non dover in seguito dividere i possedimenti delle rispettive casate. I due promessi sposi erano così cugini di quarto grado. Le nozze furono anticipate al 1.069, allorché Goffredo si trovò in punto di morte. Matilde alla fine dell'anno accorse al capezzale del patrigno in Lotaringia;
Carta con la Lotaringia
nel 959. Con il termine
 Lotaringia si indica
il territorio di cui fu
 sovrano con titolo
regale Lotario II, figlio
 dell'Imperatore Lotario I,
e che assunse tale
toponimo a causa della
sua scarsa omogeneità
 geografica. La regione
era delimitata a
settentrione dal mare
del Nord, a occidente
 dai fiumi Saona, Mosa
e Schelda, a oriente
dalla linea che congiunge
la foce dell'Ems
alla città di Wesel (nei
pressi della confluenza
fra Reno e Mosella) e
quindi dal fiume Reno
fino alla confluenza
con l'Aar. A meridione
 la zona era delimitata
dalla catena del
Giura e dal fiume Aar,
ora in Svizzera.
prima della sua morte Matilde e Goffredo il Gobbo si unirono in matrimonio. Il marito era un giovane coraggioso e retto ma afflitto da alcuni difetti fisici (tra gli altri gozzo e gobba), comunque Matilde, conscia dei doveri nobiliari per i quali era stata educata e con la persuasione della madre, seppur riluttante restò in Lotaringia coabitando col marito e ne rimase incinta. Tra la fine del 1.070 e l'inizio del 1.071 partorì una bambina che chiamò Beatrice, per poter rinnovare il nome della madre (nome molto frequente in Lotaringia). Il parto però non fu facile e dopo pochi giorni la piccola Beatrice morì, il 29 gennaio 1071. Il 29 agosto la Beatrice madre eresse il monastero di Frassinoro, nell'Appennino Modenese, com'era usanza tra i nobili, per "la grazia dell'anima della defunta Beatrice mia nipote". La permanenza di Matilde in Belgio (Orval) fu breve quanto difficile e rischiosa. Matilde rischiò la vita non solo per i postumi di un parto difficile, che nel Medioevo spesso si risolveva con la morte della madre, ma anche per l'ira del casato di Lotaringia che accusò la Grancontessa di portare il malocchio, in quanto non aveva dato un erede maschio al suo "Signore", compito principale, se non unico, per le mogli dell'epoca. Nel gennaio del 1.072 fuggì appena le circostanze le offrirono la possibilità, e rientrò a Canossa, presso la madre. Tra il 1.073 ed il 1.074 il marito Goffredo scese nella penisola italiana per riconquistare Matilde offrendole possedimenti ed armate, ma la risposta della Grancontessa fu estremamente ferma e rigida. Sul suo atteggiamento si è costruito il mito di una donna priva di debolezze. Goffredo il Gobbo nel 1.076 cadde vittima di un'imboscata nelle sue terre nei pressi di Anversa. Lamberto di Hersfeld riporta che durante la notte, spinto da bisogni corporali, si recò al gabinetto e un sicario che stava in agguato gli conficcò una spada tra le natiche lasciandogli l'arma piantata nella ferita. Sopravvisse, ma una settimana dopo, il 27 febbraio 1.076, morì, lasciando Matilde vedova. Molti commentatori dell'epoca l'accusarono di essersi macchiata personalmente del crimine; comunque come colpevole viene indicato più verosimilmente il conte fiammingo Roberto I delle Fiandre. In ogni caso Matilde non versò al clero neppure un obolo per l'anima del marito ucciso, né fece recitare una messa o gli dedicò un convento, com'era d'uso fare tra i nobili. 
40 anni di regno: il 18 aprile 1.076 muore Beatrice, la madre di Matilde, e da questo momento, anche se prima aveva già regnato affiancata alla madre, diviene a 30 anni l'unica sovrana incontrastata di tutte le terre che vanno dal Lazio al lago di Garda. Nel 1.073 era salito al soglio pontificio Ildebrando di Soana, col nome di Gregorio VII. Nello stesso anno il nuovo imperatore Enrico IV, dopo aver riorganizzato il territorio tedesco, si era rivolto verso i suoi possedimenti in Italia. Cominciò tra i due personaggi un duro duello, che vide contrapposta l'autorità della Chiesa a quella dell'Impero (lotta per le investiture). Nel 1.076 il papa decise di scomunicare l'imperatore che da questa iniziativa papale subì un doppio danno, vedendosi estraniato dai riti religiosi e trovandosi con sudditi non più sottomessi. Matilde si ritenne libera di agire secondo la sua completa volontà e si schierò con decisione al fianco di papa Gregorio VII, nonostante l'imperatore fosse suo secondo cugino. La scomunica indusse Enrico IV a venire a patti col papa. L'imperatore scese in Italia per parlare personalmente col pontefice. Gregorio VII lo ricevette nel gennaio 1.077 mentre era ospite di Matilde nel castello di Canossa. In quell'occasione l'imperatore, per ottenere la revoca della scomunica da parte del papa, fu costretto ad attendere davanti al portale d'ingresso del castello per tre giorni e tre notti inginocchiato col capo cosparso di cenere. Il faccia a faccia si risolse con un compromesso (28 gennaio 1.077): Gregorio revocò la scomunica a Enricoma non la dichiarazione di decadenza dal trono. Nel 1.079 Matilde donò al papa tutti i suoi dominiin aperta sfida con l'imperatore, visti i diritti che il sovrano vantava su di essi, sia come signore feudale, sia come parente prossimo. Ma in due anni le sorti del confronto tra papato ed impero si ribaltarono: nel 1080 Enrico IV convocò un Concilio a Bressanone in cui fece deporre il papa. L'anno seguente decise di scendere una seconda volta in Italia per ribadire la sua signoria sui suoi territori. Decretò Matilde deposta e bandita dall'impero. Ma la Grancontessa non se ne diede per vinta e, mentre Gregorio VII era costretto all'esilio, Matilde resistette e il 2 luglio 1.084 riuscì a sbaragliare inaspettatamente l'esercito imperiale nella famosa battaglia di Sorbara, presso Modena, essendo riuscita a formare una coalizione favorevole al papato a cui aderirono i bolognesi e contrapposta alla lega imperiale. Nel 1088 Matilde si trovò a fronteggiare una nuova discesa dell'Imperatore Enrico IV e si preparò al peggio con un matrimonio politico, dato che l'attuale pontefice disgiungeva il potere vaticano da quello canossiano, com'era stato sino a quel momento, per ultimo Gregorio IV. Matilde scelse il Duca diciannovenne Guelfo V (in tedesco Welf), erede della corona ducale di Baviera. Le nozze facevano parte di una rete di alleanze di cui faceva parte anche il nuovo papa, Urbano II, allo scopo di contrastare efficacemente Enrico IV. La quarantatreenne Matilde inviò una lettera al suo futuro sposo: « Non per leggerezza femminile o per temerarietà, ma per il bene di tutto il mio regno, ti invio questa lettera accogliendo la quale tu accogli me e tutto il governo della Longobardia. Ti darò tante città tanti castelli tanti nobili palazzi, oro ed argento a dismisura e soprattutto tu avrai un nome famoso, se ti renderai a me caro; e non segnarmi per l'audacia perché per prima ti assalgo col discorso. È lecito sia al sesso maschile che a quello femminile aspirare ad una legittima unione e non fa differenza se sia l'uomo o la donna a toccare la prima linea dell'amore, solo che raggiunga un matrimonio indissolubile. Addio. ». La Gran Contessa inviò migliaia di armati al confine della Longobardia a prendere il Duca, lo accolse con onori, organizzò una festa nuziale di 120 giorni con un apparato di fronte al quale sarebbe impallidito qualunque sovrano medioevale. Cosma di Praga, autore del Chronicon Boemorum, riporta che dopo il matrimonio, per due notti, il duca aveva rifiutato il letto nuziale ed il terzo giorno Matilde si presentò nuda su una tavola preparata ad hoc su alcuni cavalletti dicendogli tutto è davanti a te e non v'è luogo dove si possa celare maleficio. Ma il Duca rimase interdetto; Matilde, indignata, lo assalì a suon di ceffoni e sputandogli addosso lo cacciò con queste parole: Vattene di qua, mostro, non inquinare il regno nostro, più vile sei di un verme, più vile di un'alga marcia, se domani ti mostrerai, d'una mala morte morirai.... Il Duca fuggì; per questo fu soprannominato Guelfo l'impotente. Matilde e il giovane marito si separarono dopo pochissimi giorni; ovviamente i due non ebbero mai figli. Successivamente Matilde sobillò i due figli dell'imperatore, Corrado di Lorena ed Enrico e ne appoggiò le rivolte contro il padre; si appoggiò inoltre alla potente casata comitale dei Guidi in Toscana, per ostacolare un'altra dinastia, gli Alberti, fedeli all'impero. Dopo numerose vittorie, tra le quali quella sui Sassoni, l'imperatore Enrico si preparava nel 1.090 alla sua terza discesa in terra italica, per infliggere una sconfitta definitiva alla Chiesa. L'itinerario fu quello solito, il Brennero e Verona, confine coi possedimenti di Matilde che iniziavano dalle porte della città. La battaglia si accentrò presso Mantova. Matilde si assicurò la fedeltà degli abitanti esentandoli da alcune tasse come il teloneo ed il ripatico e con la promessa di essere integrati nello status di Cittadini Longobardi col diritto di caccia, pesca e taglialegna su entrambe le rive del fiume Tartaro. La città resistette fino al tradimento del giovedì santo, nel quale i cittadini cambiarono fronte in cambio di alcuni ulteriori diritti concessi loro dall'assediante Enrico IV. Matilde si arroccò nel 1.092 sull'appennino reggiano attorno ai suoi castelli più inespugnabili. Sin da Adalberto Atto, il potere dei Canossa si era basato su una rete di castelli, rocche e borghi fortificati situati nella Val d'Enza, che costituivano un complesso sistema poligonale di difesa che aveva sempre resistito ad ogni attacco portato sull'Appennino. Dopo alterne e sanguinose battaglie, il potente esercito imperiale venne preso in una morsa. Nonostante l'esercito imperiale fosse temibilissimo, fu distrutto dalla vassalleria matildica dei piccoli feudatari ed assegnatari dei borghi fortificati, che mantennero intatta la fedeltà ai Canossa anche di fronte all'Impero. La conoscenza perfetta dei luoghi, la velocità delle informazioni e degli spostamenti, la presa delle posizioni strategiche in tutti i luoghi elevati della val d'Enza, avevano avuto la meglio sul potente imperatore. Pare che la stessa contessa avesse partecipato, con un manipolo di guerrieri scelti e fedeli, alla battaglia, galvanizzando gli alleati all'idea di combattere una guerra giusta. L'esercito imperiale fu preso a tenaglia nella vallata, ma la sconfitta totale fu più di una guerra persa: Enrico IV si rese conto dell'impossibilità di penetrare quei luoghi asperrimi, ben diversi dalla Pianura Padana o dalla Sassonia: non si trovava più di fronte ai confini tracciati dai fiumi dell'Europa centrale, ma a scoscesi sentieri, calanchi, luoghi impervi protetti da rocche turrite, da casetorri che svettavano verso il cielo, dalle quali gli abitanti scaricavano dardi di ogni genere su chiunque si avvicinasse: lance, frecce, forse anche olio bollente, giavellotti, massi, picche infocate. Con queste armi chi si trovava più in alto aveva spesso la meglio. Dopo la vittoria di Matilde molte città come Milano, Cremona, Lodi e Piacenza si schierarono con la Contessa canossiana per sottrarsi al controllo imperiale. Nel 1.093 il figlio secondogenito dell'Imperatore, Corrado di Lorena, sostenuto dal papa, da Matilde e da una lega di città lombarde, veniva incoronato Re d'Italia. Matilde liberò e diede rifugio persino alla moglie dell'imperatore, Prassede, figlia del Re di Russia ed ex vedova del Marchese di Brandeburgo, che aveva denunciato al Concilio di Piacenza del 1.095 le inaudite porcherie sessuali che aveva preteso Enrico da lei e per le quali veniva relegata in una specie di prigionia-alcova a Verona. Si accese dunque una lotta all'interno stesso della famiglia imperiale, che indebolì sempre più Enrico IV, finché poi morì, ormai sconfitto, nel 1.106. Alla deposizione e morte di Corrado di Lorena nel 1.101, il figlio terzogenito del defunto imperatore Enrico IV e nuovo imperatore del Sacro Romano Impero col nome di Enrico Vriprese a sua volta la lotta contro la Chiesa e l'Italia. Stavolta l'atteggiamento della Granduchessa nei confronti della casa imperiale dovette modificarsi e Matilde si conformò ai voleri dell'imperatore. Nel 1.111, sulla via del ritorno in Germania, Enrico V la incontrò al Castello di Bianello, vicino a Reggio Emilia. Matilde gli confermò i feudi da lei messi in dubbio quando era vivo suo padre, chiudendo così una vertenza che era durata oltre vent'anni. Enrico V conferì alla Granduchessa un nuovo titolo. Così il figlio del suo vecchio antagonista creò Matilde "Regina d'Italia" e "Vicaria Papale". Sembra che anche la fondazione della chiesa di S. Salvaro a Legnago (VR) sia dovuta a Matilde. Come donna di governo, Matilde dimostrò una grande sensibilità per i bisogni delle sue genti. Vista la grande povertà delle popolazioni appenniniche, la cui unica risorsa era la legna da ardere, Matilde introdusse, dal vicino oriente, il castagno, l'"albero del pane", dalle cui castagne si ottiene una farina ricca di proteine, e che innestato produce i marroni: grossi, gustosi e nutrienti. Fra l'altro, le piante di castagno si piantavano secondo quello che ancora si definisce "l'ordine matildeo", in una serie di cerchi inanellati, che permettevano alle piante di condividere la forza del cerchio. Da lì in poi, castagne, farina di castagne e marroni divennero la risorsa più comune delle popolazioni montane. Matilde morì di gotta nel 1.115. Venne prima sepolta in San Benedetto in Polirone (San Benedetto Po), poi, nel 1.633, per volere del papa Urbano VIII, la sua salma venne traslata a Roma in Castel Sant'Angelo. Nel 1.645 i suoi resti trovarono definitiva collocazione nella Basilica di San Pietro a Roma, unica donna insieme alla regina Cristina di Svezia e alla polacca Maria Clementina Sobieski, consorte di Giacomo Francesco Edoardo Stuart. Sulla sua tomba, scolpita dal Bernini, è scolpito "Onore e Gloria d'Italia". Matilde non aveva lasciato eredi diretti; di conseguenza il suo immenso patrimonio andò disperso. Alcuni castelli rimasero in possesso di signori locali e Communi Militum, cioè cavalieri e mercenari; altri andarono ai discendenti di Prangarda, sorella di Tedaldo, il nonno di Matilde (come forse le famiglie che diedero vita alle dinastie parmensi dei Baratti e degli Attoni - o Iattoni - di Antesica e di Beduzzo, effettive castellanze matildiche). Per quanto riguarda i feudi appartenuti alla contessa, alcuni possedimenti vennero addirittura dimenticati in un vuoto di potere, altri semplicemente incamerati nei possedimenti papali. Dopo la sua morte, attorno a Matilde venne a crearsi un alone di leggenda. Gli agiografi ecclesiastici ne mitizzarono il personaggio facendone una contessa semi-monaca dedita alla contemplazione e alla fede. Lo stesso Dante Alighieri ne sentì parlare e la inserì nell'XI canto del Paradiso della Divina Commedia, ponendola nella cerchia dei militanti per la fede. Qualcuno sostiene che si sia trattato di un personaggio di forti passioni sia spirituali sia carnali. Ancora oggi nella popolazione di Carpi, si ricorda che Matilde veniva in carrozza per incontrare, intimamente, Pio, il signore di Carpi. Probabilmente Gregorio VII ed il monaco Anselmo, nipote di Anselmo da Baggio e padre spirituale di Matilde, condizionarono diverse sue scelte facendo leva sulla sua fede quasi incondizionata. Si narra che dopo la morte di Anselmo, Matilde, che soffriva di un eczema, per curarsi si coricasse senza vesti sul tavolo dove era stato lavato il monaco defunto. In realtà nel Medioevo il culto delle reliquie (e la certezza riguardante i loro poteri miracolosi) fu molto sentito. Si dice che Matilde conservasse tra le reliquie anche un anello vescovile, che utilizzava per calmare i frequenti attacchi di epilessia.

Nel 1.085 - Nella difesa comune contro i Normanni l'imperatore romano d'oriente Alessio I Comneno accorda larghissimi privilegi al commercio veneziano e in cambio, i veneziani salvano dai Normanni il caposaldo bizantino di Durazzo.

Dal 1.088 - Si  fondano le prime Università: a Bologna nel 1.088, a Parigi nel 1.150, a Salerno nel 1.173. Già a Bologna si era inaugurato lo “Studium”, dove si praticava un insegnamento libero e indipendente dalle scuole ecclesiastiche.
Logo dell'università di Bologna.
Intorno alla fine del secolo XI infatti a Bologna maestri di grammatica, di retorica e di logica iniziano a studiare il diritto e la prima figura di studioso su cui ci sono notizie certe è quella di Irnerius, fondatore di un diritto europeo scritto, sistematico, comprensibile e razionale, sulla base del “Corpus Iuris Civilis “ di Giustiniano (da "Le crociate" di Franco Cardini), la cui notorietà superò presto i confini di Bologna. Considerata la più antica università propriamente detta del mondo occidentale, lo Studium nacque come libera e  laica  organizzazione fra studenti e docenti. Gli studenti, per compensare i docenti, iniziarono a raccogliere denaro (collectio), che nei primi tempi venne dato come offerta perché la scienza, dono di Dio, non poteva essere venduta, poi a poco a poco la donazione si trasformò in salario vero e proprio. In ogni caso non sempre gli studenti partecipavano alla collectio, e il Comune doveva intervenire per assicurare la continuità degli studi.

Nel 1.093 - Normanni in Galles. I Normanni, sotto Robert Fitzhamon, signore di Gloucester, occuparono il Glamorgan (ca 1.093). Nel 1.167, Dermot, re del Leinster, cacciato dall'isola, fu rimesso sul trono dai Normanni del Galles comandati da Riccardo di Clare, conte di Pembroke.

- Nel 1.093 Alfonso VI concede la contea del Portogallo a Enrico di Borgogna, promesso sposo di Teresa, figlia naturale di Alfonso VI.

Nel 1.095 - Al concilio di Clermont, papa Urbano II indice la Crociata per liberare la Terrasanta dagli infedeli. Non si deve pensare a una pianificazione a tavolino della "crociata" (nome che compare peraltro solo dal XIII secolo), poiché sembra che il movimento sia nato quasi per caso, con effetti che nessuno poteva all'epoca calcolare. In accordo col concetto assai discusso di "guerra santa" (bellum iustum), nel Cristianesimo le spedizioni che erano ritenute giuste lo erano in quanto "di difesa" e rappresentavano un'originale fusione tra guerra e pellegrinaggio (i crociati avevano infatti ricevuto dal Papa gli stessi privilegi spirituali dei pellegrini). La disciplina che più da vicino fece da modello alla "crociata" fu quella stabilita da papa Alessandro II per la spedizione in Aragona contro i Mori del 1.063, nell'ambito dei conflitti definiti come la Reconquista. In quell'occasione il pontefice aveva concesso ai cristiani di portare in battaglia il vessillo di San Pietro, una bandiera con valenze di benedizione sacrale e di investitura giuridica feudale da parte del Papato. Con la vittoria e le retoriche cronache dell'epoca, arricchite di miracoli e di gesta epiche che volevano contrapporre "Vizio" e "Virtù", si iniziò a concepire la guerra agli "infedeli" come spiritualmente meritoria. Intanto la zona di Gerusalemme era finita col diventare oggetto della lotta fra Bizantini, Arabi e Turchi selgiuchidi. Sotto la sovranità araba non si erano verificati incidenti di sorta fra musulmani e cristiani (nasrānī in arabo), con l'eccezione costituita dalla politica persecutoria adottata dal sovrano fatimide d'Egitto al-Hakim, all'inizio del XI secolo, sebbene in tutto il mondo islamico i cristiani rimanessero nella condizione di "sudditi protetti" e assoggettati ad alcune discriminazioni. Nell'impero bizantino la città di Antiochia era caduta nel 1.085 grazie al vittorioso assedio dei turchi selgiuchidi. La componente selgiuchide che si sarebbe autodefinita "di Rūm", cioè "romea", "dell'area bizantina", era arrivata a insediarsi a Nicea, attuale Iznik, e parti non esigue dell'Asia minore erano state da loro assoggettate. Di fronte a questo crescente pericolo proveniente da Oriente, l'Impero bizantino fu indotto a rivolgersi, per cercare aiuto, all'Occidente latino. L'imperatore bizantino Alessio Comneno chiese aiuto al conte di Fiandra tramite una lettera. Questa circostanza tornò a favore di Papa Urbano II, il quale, secondo il cronista Bernoldo di Costanza, avrebbe fatto riferimento all'aiuto da portare ai Cristiani d'Oriente nel concilio di Piacenza, precedente l'accorato appello finale di Clermont. Nel 1.054 la tradizionale estraneità tra la Chiesa occidentale che faceva riferimento al Papa e la Chiesa orientale che faceva riferimento al Patriarca di Costantinopoli era sfociata in uno scisma. Il fatto decisivo che aveva portato a tale scisma era stato la disputa sul "filioque", come atto finale di un lungo braccio di ferro fra i due vescovi che si contendevano il primato. L'espressione latina filioque significa "e dal figlio" e deve la sua importanza al fatto di essere in uso nelle chiese di rito latino, in aggiunta al testo del Credo niceno-costantinopolitano, nella parte relativa allo Spirito Santo: qui ex patre (filioque) procedit, cioè "che procede dal Padre (e dal Figlio)". Tale aggiunta fu condannata come eretica dal patriarca di Costantinopoli e fu una delle ragioni del Grande Scisma. Quando Papa Urbano II indisse un pellegrinaggio armato al concilio di Clermont (1.095) nessuno pronunciò la parola "crociata". Lo scopo era l'arrivo di una massa di pellegrini armati nei luoghi santi della Cristianità. Nel progetto di Papa Urbano II, aiutando Alessio Comneno a ristabilire la sua autorità, sul lungo periodo, avrebbe posto le basi per una riconciliazione e riunificazione tra la Chiesa d'Occidente e quella d'Oriente nella lotta contro gli infedeli. Il tentativo fallì sin dall'inizio. Innanzitutto, la prima risposta da parte dei fedeli la si ebbe con la cosiddetta Crociata dei poveri: spedizione assolutamente improvvisata da parte di contadini provenienti soprattutto dall'Auvergne, animati da predicatori come Pietro l'eremita. Data l'impreparazione militare di questi volontari, essi, giunti in Anatolia si gettarono a corpo morto in battaglia sui turchi selgiuchidi presso Nicea e vennero sterminati. Poi seguirono spedizioni (come la Crociata dei Tedeschi) che commisero numerosi eccidi di israeliti, gli unici che potevano prestare denaro al costo di tassi d'interesse, cosa preclusa ai cristiani dalla loro religione. Si disse che si era cercato di convertire a forza gli ebrei al Cristianesimo, anche se è probabile che si intendesse in tal modo evitare la restituzioni di debiti contratti in precedenza. Nell'episodio della Prima Crociata noto come "Crociata dei Nobili o dei Baroni" (anche se nessun Barone vi partecipò), i territori in medio oriente che furono conquistati dai cristiani divennero stati "latini", governati dai cattolici.

Nel 1.095, nell'ambito della Prima Crociata si verifica quindi l'episodio della Crociata dei Poveri. È probabile che papa Urbano pensasse solo a una spedizione attuata dai signori feudali dell'Europa meridionale e continentale ma l'entusiasmo suscitato nell'opinione pubblica fu tale che a muoversi per prime furono proprio le componenti di pauperes (poveri), raccoltesi in modo spontaneo e informale intorno ad alcuni predicatori (come Pietro l'Eremita) e ad alcuni cavalieri (come Gualtieri Senza Averi). Essi vedevano nella spedizione un ritorno alla Casa del Padre, alla Gerusalemme celeste. 80.000 poveri pellegrini guidati da Pietro l'Eremita, armati sommariamente e privi di disciplina militare, partirono tumultuosamente verso l'Oriente macchiandosi lungo la strada di delitti comuni e di stragi dirette, soprattutto contro le comunità ebraiche insediate lungo il Reno e il Danubio. Il 21 ottobre 1096, stanchi di attendere la crociata dei nobili o baroni, i seguaci di Pietro si diressero di nuovo alla volta di Nicea, ma vennero sterminati non appena usciti dal campo di Civitot. Gualtieri-Senza-Averi, il conte di Hugues di Tubingue e Gautiero di Teck persero la vita in questo scontro. Su 25.000 uomini, solo 3.000 riuscirono a riguadagnare Costantinopoli. Si amalgamarono a quel punto con le forze condotte dai baroni, dando vita ai terribili Tafur. Con il termine Tafur, ai tempi della Prima Crociata, Turchi e Crociati indicarono bande di straccioni, probabilmente superstiti della crociata dei poveri riorganizzatisi in gruppi armati, temuti da nemici e amici per la loro ferocia e barbarie.

Nel 1.096 - Nell'ambito della Prima Crociata avviene l'episodio della Crociata dei Tedeschi. Seguendo l'appello pontificio alla crociata, alcuni signori tedeschi, primi fra tutti un certo Volkmar con circa 10 mila seguaci e un discepolo di Pietro l'Eremita di nome Gottschalk (con più di 10 mila uomini), partirono verso le aree balcaniche per seguire lo stesso itinerario terrestre prescelto da Pietro e da Gualtiero prima di loro, mentre il conte Emicho von Leiningen (noto per aver espresso una certa predisposizione agli atti di violento brigantaggio) raccoglieva in Renania adesioni per il medesimo fine. Malgrado gli ordini dell'imperatore germanico Enrico IV vietassero di operare alcuna azione ostile nei confronti delle comunità ebraiche (considerate però infedeli alla pari dei musulmani), l'esercito di Emicho si abbandonò a un vero e proprio pogrom (sterminio di ebrei), forse per evitare di restituire gli interessi concordati per alcuni prestiti da lui sollecitati e ottenuti dalle comunità israelitiche. In quel periodo era assolutamente vietato ai cristiani richiedere interessi per prestiti di denaro (anche se la norma conosceva un alto numero di eccezioni, come mostrato anche in età carolingia da Erchemperto) e anche il minimo tasso preteso era considerato usura, in grado (teoricamente) di comportare automaticamente la scomunica a carico del prestatore e l'interdizione per la città che si fosse dedicata al cosiddetto "commercio del denaro": pertanto gli ebrei erano gli unici ufficialmente autorizzati a "prestare denaro ad usura", tra l'altro una delle poche attività, assieme alle professioni cosiddette "liberali" concesse loro dall'autorità cristiana. Tra il 20 e il 25 maggio a Worms il massacro della locale comunità israelitica fu portato a compimento. Altrettanto avvenne poco dopo a Magonza, dove circa un migliaio di ebrei furono trucidati. Meno drammatica fu invece l'aggressione a Colonia in quanto gli ebrei, allertati dalle notizie ricevute, avevano provveduto a nascondersi. Una coda persecutoria si registrò peraltro a Treviri, Metz, Neuss, Wevelinghofen, Eller e Xanten. Volkmar cercò di emulare Emicho a Praga, ma in Ungheria egli si trovò a subire la durissima reazione di re Colomanno d'Ungheria, che affrontò, distrusse e disperse le forze tedesche che avevano osato percorrere in armi il suo territorio e tentato di colpire i "suoi" ebrei. Gottschalk intanto si era spostato a Ratisbona per effettuarvi la sua personale strage di "infedeli" e, dopo aver cercato di resistere all'ordine regio di disarmo dei suoi uomini, assistette impotente al massacro che ne seguì. Emicho intanto, di fronte al rifiuto del permesso di transito decretato per le sue truppe da Re Colomanno (Koloman), impegnò con le truppe del sovrano ungherese un duro combattimento ma dovette anch'egli subire una dura sconfitta.

- Sempre nel 1.096 prende avvio l'episodio della prima crociata chiamato Crociata dei Nobili o dei Baroni. All'inizio della crociata dei nobili, Goffredo di Buglione e suo fratello Baldovino, che diventerà poi re di Gerusalemme, erano figure secondarieRaimondo IV di Tolosa,  Boemondo di Taranto e Tancredi d'Altavilla determinavano il corso degli eventi. Raimondo IV di Saint-Gilles (e di Tolosa) aveva 55 anni e possedeva una dozzina di contee; può darsi che avesse già partecipato alla Reconquista spagnola. Già prima del Concilio di Clermont, il papa vide probabilmente in lui il più indicato capo militare della crociata, anche se non procedette mai alla designazione di un comandante laico, limitandosi a quella di una guida spirituale, nella persona del suo Legato Pontificio, Ademaro di Monteil, vescovo di Le Puy. All'impresa aderirono alcuni nomi famosi dell'aristocrazia feudale europea, e anche molti Comuni italiani e Repubbliche Marinare parteciparono con proprie truppe alla Crociata, a seguito del quale impegno inserirono la croce nel proprio stemma. Tra questi: Pisa, Bologna, Forlì, Genova e in seguito Venezia. Tra il 1.096 e il 1.097 tutte le truppe dei nobili erano convogliate a Costantinopoli e non era ancora chiaro quale sarebbe stato lo scopo della missione: la riconquista dell'Anatolia, la presa dei porti della Siria e, nella migliore delle ipotesi, l'arrivo fino alla Palestina. A spingere verso una conquista vera e propria di Gerusalemme, idea che dovette maturare gradualmente, furono forse anche i "poveri pellegrini" che si erano uniti alla marcia dei nobili e che davano al loro viaggio un carattere apocalittico, e comunque con la crociata detta "dei nobili", i territori occupati dai musulmani che si era promesso di restituire all'imperatore Romano d'Oriente Alessio Comneno non vennero mai restituiti.
Ll'Europa con le aree indicanti la fede religiosa e i percorsi
delle Crociate dal XI al XIII secolo.


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