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domenica 14 dicembre 2014

Grande Storia dell'Europa - 2° - Dal 1.200 p.e.v. (a.C.) al 90 e.v. (d.C.)

Località di rilievo per le civiltà dei metalli in Europa: dopo la civiltà del Rame,
la civiltà del Bronzo dal II millennio, civiltà del Ferro dal XII secolo a.C.,
 i cui maggiori centri in Europa sono: Halstatt, Huttenberg e Cnosso.
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Dal 1.200 a.C. - Si sviluppa in Europa un'Età del Ferro.

- Mario Liverani, da: Mutamenti climatici nell’antichità vicino-orientale e mediterranea, Torino, 17-18 maggio 2012 http://www.
accademiadellescienze.it/media/986
"I dati climatici (in particolare le sequenze dendrocronologiche e polliniche) mostrano un episodio di brusca aridità, breve ma intensa, intorno al 1200 a.C. seguita poi da una fase di prolungata instabilità e aridità fino alla metà del IX secolo. I dati archeologici mostrano una serie di distruzioni dei centri urbani e palatini in Grecia (è il collasso della civiltà micenea), in Anatolia e nel Levante siropalestinese all’inizio del XII secolo, e poi una prolungata fase di localismo, dimensione di villaggio e campi pastorali per tutta la prima età del Ferro, fino appunto alla metà del IX secolo. E i testi documentano bene sia la carestia alla fine del XIII secolo, sia la famosa invasione dei cosiddetti “Popoli del Mare” - genti di provenienza balcanica che si riversano dapprima nell’Egeo (è quella che le tradizioni classiche definivano l’invasione dorica) e poi in Anatolia e nel Levante - nel 1190 a.C., con il crollo dell’impero hittita e il restringimento di quello egiziano. Infine i testi documentano bene il successivo “effetto domino” anche nelle zone ad est dell’Eufrate (Assiria e Babilonia) ma con un décalage di un secolo buono rispetto all’invasione dei Popoli del Mare. In questo caso dunque le coincidenze sembrano già così ben documentate e circostanziate da renderci sicuri della spiegazione. Ovviamente la presentazione di questi casi andrebbe meglio articolata, e altri casi si potrebbero e dovrebbero aggiungere, sia per l’area circum-sahariana, sia per quella dell’Indo, sia per quella dell’Asia centrale. Ma l’esemplificazione mi pare già così sufficiente per chiarire come gli studi di proto-storia e di storia antica del mondo mediterraneo e vicino-orientale abbiano ormai ben superato il tabù della storiografia idealistica, si stiano attrezzando per metabolizzare le procedure (e comunque i risultati) di ambito scientifico, e stiano contribuendo alla costruzione di una storia delle società umane in cui il fattore ambientale e le variazioni climatiche occupano il posto che loro compete. Resta escluso, almeno spero, ogni riduzionismo: i processi e gli eventi messi in moto dai fattori climatici hanno una loro complessità di concause, di meccanismi e di effetti di natura sociale e tecnologica, economica e politica, culturale e simbolica, nonché le loro peculiarità regionali e diacroniche, che costituiscono il valore della storia nel suo senso più pieno."

- Il periodo che va dal 1.200 al 1.000 a.C. è abbastanza oscuro, ma ci si sta convincendo che la carestia del 1.200 p.e.v. sia stato l'evento scatenante il riassetto del quadro politico mediterraneo e mediorientale: secondo la ricerca pubblicata sulla rivista on line Plos ONE da David Kaniewski, dell’Università di Paul Sabatier, a Tolosa, assieme a colleghi di altre istituzioni, i ricercatori sono giunti alla conclusione che la crisi della tarda età del bronzo, piuttosto che imputabile ad una serie di eventi non correlati, sia stata un complesso, unico evento che avrebbe avuto la principale causa scatenante nella siccità prodotta dal cambiamento radicale del clima, cui sarebbero seguite carestie, invasioni dal mare di popoli in cerca di fonti di sostentamento e inevitabili conflittualità politiche. Gli studiosi sottolineano anche che questo evento è in stretto rapporto con la sensibilità alle variazioni climatiche di queste societàbasate essenzialmente sulle risorse agricole. Sensibilità e struttura economica, un binomio che, con il variare del clima, avrebbe portato inevitabilmente alla rovina.
Tutto il Mediterraneo stava vivendo un periodo caratterizzato da catastrofi naturali con conseguenti migrazioni di popoli e da oriente giunse l'ultima ondata di tribù indoeuropee che, con lo sviluppo del fenomeno celtico, completò l'opera di mutamento culturale destinato a modificare per sempre il volto dell'Europa, in cui l'economia era ridotta a pastorizia e agricoltura.

Carta con le antiche Micene,Troia,
 Sparta e l'isola di Chio.
Dal 1.190/1.180 a.C. - Si combatte la guerra di Troia (o Ilio) cantata da Omero nell'Iliade, che durerà nove o dieci anni. La data della fine di questo conflitto è importante poiché è diventata un punto di riferimento per datare gli eventi, come lo fu la data del 776 a.C., anno della prima olimpiade dei Greci.
Carta con l'antica Troade.
Fonti letterarie greche parlano di una distruzione di Troia, ad opera greca, da collocarsi nel XII secolo a.C.. Tucidide parla di Agamennone e della guerra di Troia nel "II libro delle Storie" (par.9), ma la datazione è ricavabile dal passo del libro V della "Guerra del Peloponneso", il cosiddetto "dialogo dei Meli", gli abitanti dell'isola di Milo. Nel dialogo con gli Ateniesi, i Meli sottolineano di essere di tradizione dorica, essendo stati colonizzati dagli Spartani, nel contesto dell'invasione dorica della Grecia, da settecento anni.
Carta con la Grecia antica e i territori
occupati dai Dori, fra cui è
evidenziata l'isola di Milo.
Siccome l'avvenimento è del 416 a.C. e passano ottant'anni tra la fine della guerra di Troia e la colonizzazione dorica (definita il "ritorno degli Eraclidi"), si può calcolare la data della caduta di Troia, il 1.196 a.C. Eratostene di Cirene è autore della datazione che, dal III secolo a.C., riscuote maggiore successo, ma non essendoci giunte opere complete di questo autore, la sua datazione viene riportata da Dionisio di Alicarnasso nelle "Antichità romane", in un passo collegato all'arrivo di Enea in Italia e alla fondazione di Lavinio.
Hippos fenicia, da cui l'errata
traduzione di "cavallo di Troia"
da: http://www.tgcom24.mediaset.it
/cultura/-il-cavallo-di-troia-era-una-
nave-la-rivelazione-di-un-archeologo
-italiano_3104261-201702a.shtml
 
Dionisio riporta la data esatta, in termini antichi, della caduta di Troia, che corrisponderebbe all'11 giugno 1.184 - 1.182 a.C. L'ultima conferma sembra venire dalla "Piccola Cosmologia" di Democrito di Abdera, filosofo del V secolo a.C. e contemporaneo di Erodoto. Egli dice di aver composto quest'opera 730 anni dopo la distruzione di Troia; essendo vissuto intorno al 450 a.C., la data in questione risulta essere il 1.180 a.C..
Genealogia degli dei dell'Olimpo nei poemi omerici.
La mitica città di Troia ricevette il nome dall'altrettanto mitico re "Trōs" (in greco "Têukros"). La città e la guerra portata contro di essa da una coalizione di popoli greci nel XII secolo a.C., sono state immortalate da Omero nell'Iliade. La Troia della saga omerica sarebbe stata fondata da Dardano, figlio di Zeus ed Elettra, il quale, giunto nella Troade, ebbe dal re Teucro in dono il territorio su cui fece innalzare l'acropoli che chiamò Dardania.
I suoi successori ottennero che le mura di Troia fossero costruite da Apollo e Poseidone.
Il viaggio di Odisseo (Ulisse) al ritorno dalla guerra
 di Troia a Itaca immortalato nell'Odissea.
Purtroppo Laomedonte non volle pagare la ricompensa pattuita alle divinità. Quindi Poseidone per punizione mandò nella città un mostro marino, che fu poi scacciato da Eracle. Ancora una volta Laomedonte rifiutò di pagare la giusta ricompensa ad Eracle. Quest'ultimo scatenò una guerra contro la città, che venne distrutta, la famiglia reale fu sterminata, tranne l'ultimogenito di Laomedonte, Priamo, che divenne re.
Questi sposò prima Arisbe, da cui ebbe un figlio, poi Ecuba, con la quale generò diciannove figli tra maschi e femmine, e Laotoe, che gli dette due maschi; ebbe altri figli dalle varie concubine. Paride, figlio di Priamo e di Ecuba, rapì Elena, sposa di Menelao re di Sparta, provocando una nuova guerra contro Troia, terminata con la conquista e l'incendio della rocca dopo dieci anni di assedio.
Sicilia arcaica con Elimi, Sicani, Siculi.
Dopo la caduta della città i superstiti fuggirono in Italia: parte con Enea, che giunse nel Lazio, (tema trattato nell'Eneide dell'etrusco Virgilio Marone) parte con Antenore, destinato a fondare Padova.
Da altre fonti (fra cui Tucidide) pare che un altro gruppo di Troiani scampati su navi e alla caccia di Achei, sarebbero approdati nelle coste occidentali della Sicilia e stabilita la loro sede ai confini con i Sicani, sarebbero stati tutti compresi sotto il nome di Elimi, e le loro città sarebbero state chiamate Erice e Segesta.
Il viaggio di Enea da Troia al Lazio immortalato da
Virgilio nell'Eneide.
Inoltre si sarebbero stanziati presso di loro anche un gruppo di greci originari della Focide, reduci anch'essi da Troia. Nell'Odissea, il secondo racconto della saga omerica, si descrive il decennale viaggio di Ulisse, ideatore del cavallo di Troia e re di Itaca, al ritorno del conflitto troiano.
Intorno al 1.190-1.180 a.C. quindi, gli Elladi-Micenei si aprirono la strada verso il Mar Nero con una spedizione militare contro la città di Troia, di cui non si è certi ne da che etnie fu abitata, ne che lingua si parlasse. Il processo della decadenza micenea parrebbe iniziare proprio con la guerra di Troia, l'invasione dorica del 1.100 a.C., quasi un secolo circa più tarda, invece, ne sarebbe stato il colpo di grazia.

L'antica Grecia con le invasioni di
 Ioni e Achei dal 2000 a.C. e dei Dori
dal 1200 a.C. I monti: Olimpo,
Parnaso, Elicona, Taigeto.
- Nel XII secolo a.C. due nuove ondate migratorie, una dal nord, i cosiddetti Popoli del Mare, e una dai Balcani di popolazioni indoeuropee, i Dori, posero fine all'egemonia Elladica-Micenea, causando un periodo di decadenza.
 La civiltà Elladica-Micenea, probabilmente già avviata verso il declinio, fu travolta dall'invasione della popolazione dei Dori. La migrazione del nuovo popolo guerriero, i Dori, provvisti di armi e armature in ferro, destabilizzò l'ordine politico e militare Elladico-Miceneo nella penisola greca, che era rimasto nell'Età del Bronzo, o verosimilmente era già avviato verso la decadenza. Le genti doriche, che fecero del loro dio eponimo Doro (il quarto figlio di Elleno), il capostipite degli Elleni, abitavano originariamente la regione danubiana per poi passare nella valle del Vardar.
La Grecia dei primordi, con gli stanziamenti di
Ioni, Eoli e Dori. I Dori del Nord sono distinti
dagli altri Dori. Sono distinti gli Arcadi,
probabilmente discendenti dei Pelasgi.
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Penetrarono in Grecia parte attraverso l'Epiro e l'Illiria e parte attraverso la Macedonia Occidentale e la Tessaglia. Raggiunsero il Peloponneso mescolandosi agli abitanti di Micene e Tirinto e le conquistarono gradualmente. Nella tradizione antica questa migrazione è rappresentata dalla leggenda del ritorno degli Eraclidi, i discendenti dell'eroe semi-dio Heracle, o Eracle, l'Ercole dei Latini, e alcuni studiosi hanno individuato in questo episodio mitologico una prova della cosiddetta "invasione dorica", ultima responsabile della decadenza della civiltà micenea. Gli Eraclidi, nella mitologia greca, sono sia i figli di Eracle, in particolare di Eracle e Deianira, sia i loro discendenti, e vengono definiti Eraclidi anche i 50 figli che Eracle ebbe dalle figlie di Tespio, chiamati poi Tespiadi, mentre soggiornava presso di lui. Secondo la testimonianza di Erodoto e Tucidide i Dori, discendenti di Eracle, si sarebbero spinti nel Peloponneso, in Laconia, dal nome di Lacedemone che vi aveva fondato Sparta, il nome di sua moglie, e nella Messenia. Sotto la spinta dell'invasione dorica, le popolazioni che erano stanziate nell'area Elladica diedero luogo alla prima migrazione colonizzatrice dei greci, soprattutto verso est, sudest e sud.
L'antica Grecia con l'invasione dei
Dori del 1200 a. C. e i conseguenti
spostamenti a est di Ioni ed Eoli.
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Comunità di Ioni, i fondatori di Atene, migrarono dal continente verso le coste dell'Asia minore, in quella che fu poi chiamata Ionia, dove più tardi diedero vita ad una confederazione religiosa di dodici città, incentrata sul santuario di Poseidone a Panionion, presso Mycale; comunità di Eoli migrarono verso oriente, stabilendosi nell'isola di Lesbo e poi sulle coste anatoliche in Eolide, che da loro prese il nome. Secondo la tradizione tale migrazione fu capeggiata da Oreste, e sarebbe avvenuta sotto la spinta dei Dori, che soggiogò la civiltà micenea ormai decaduta. Con il declino della civiltà Micenea ha inizio un periodo di decadenza, denominato dagli storici con il nome di "medioevo greco"che durerà tre secoli, a partire dal XII secolo a.C. Il Medioevo ellenico sarà caratterizzato da una commistione dei tratti peculiari della precedente cultura micenea e delle innovazioni doriche, quali l'introduzione dell'uso del ferro, dell'incinerazione dei morti e della costruzione dei primi templi.
Il Tempio dorico di Era (o Hera),
detto anche Tempio di Poseidon o
Tempio di Nettuno, eretto a Paestum,
l'antica Poseidonia, intorno alla metà
del V secolo a.C.
Alcune città doriche, Corinto e Megara in particolare, ma anche Sparta e altre, presero parte poi al grande movimento colonizzatore che a partire dall'VIII secolo a.C. si sviluppò in tutto il bacino del Mediterraneo. Colonie doriche furono fondate in Asia Minore, a Cipro, in Africa settentrionale ed in Italia (Magna Grecia). A partire dal XII secolo, l'insieme dei popoli della Grecia continentale, della costa ionica dell'Asia Minore e delle isole acquisisce progressivamente un'unica identità culturale per lingua (anche se i dialetti rimasero i linguaggi locali), religione, costumi, e si ha anche l'unica denominazione di Elleni. Le genti che abitano e hanno abitato la Grecia sono state chiamate, lungo il corso dei secoli, in diversi modi. Essi stessi si definiscono Elleni, dal nome dell'eroe Elleno, ritenuto il capostipite delle popolazioni greche degli Ioni, Eoli, Achei e Dori che, dal II millennio a.C., invasero la Grecia sottomettendo le popolazioni ivi residenti, fra cui i Pelasgi, stanziativisi prima di loro.
Cartina delle regioni, isole, città e dialetti dell'antica Grecia o Ellade.
Dialetti: Nord occidentale, Acheo, Arcado cipriota, Dorico, Ionico,
Eolico, Attico. - Clicca sull'immagine per ingrandirla.
I Macedoni hanno esportato la cultura ellenica, e la parola Hellenes (Έλληνες) è stata conosciuta in tutto il mondo, mentre i Romani hanno utilizzato la parola Greci, per riferirsi a queste genti, poiché i colonizzatori di Cuma in Campania, la più antica colonia greca della penisola italica e della Sicilia, fondata nel 750 a.C. dai Calcidesi e dagli abitanti di Cuma, piccolo centro dell'isola Eubea, si autodefinivano Graikòi, nome distintivo di alcune genti marittime della Beozia e della limitrofa costa dell'Eubea, nome che i Romani erroneamente recepirono come appellativo di tutte le genti elleniche, trasmettendolo fino a noi come Graeci. Le lingue europee, quindi, usano tale appellativo; in Oriente invece si usano nomi derivati da Ioni.
Conseguentemente all'invasione dorica compariranno gradualmente le póleis, le città-Stato. La conformazione del territorio, principalmente montuosa, contribuirà in modo determinante ad ostacolare l'unificazione dei villaggi e a favorire la nascita di piccole città-Stato indipendenti. Le città-Stato passarono inizialmente da regimi monarchici a tirannidi. Ciascuna città aveva divinità protettrici e leggi proprie (ogni città era strenuamente attaccata alle proprie tradizioni: arrivavano al punto da avere ciascuna un proprio calendario). Tuttavia, frequenti erano le anfizionie, alleanze tra città limitrofe, non necessariamente di carattere militare. L'Arcadia, nel Peloponneso, in cui si parlava il dialetto arcado-cipriota, rimase un territorio abitato dai discendenti dei Pelasgi, i primi a stabilirsi in Grecia. Alcuni studiosi Albanesi sostengono che dai Pelasgi sono derivati Tirreni ed Etruschi oltre a Illiri e Albanesi, e che i linguaggi di questi popoli sono quindi affini. Seguono alcuni elementi su cui basano le loro ipotesi. Pausania (Arcadia, Libro VIII, 1,4,6) scrive: “Gli Arcadi dicono che Pelago fu il primo a nascere nella terra dell’Arcadia. Dato che Pelago divenne re, il paese si chiamò Pelasgia in suo onore”. Pindaro (Carminia, Fragmenta Selecta, I, 240) scrive: “Portando un bel dono, la Terra fece nascere per primo l’essere umano nell’Arcadia, il Divino Pelasgo, molto prima della luna”.

Carta del 700 a.C. con gl'insediamenti e limiti dell'influenza di
Tartesso segnalati in verde brillante, le colonie greche in blu,
le colonie fenicie in verde-oliva. Si vedono il Lago Ligustico,
Asta Regia (Jerez de la Frontera) e Gadir (Cadiz).
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Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos
Intorno al XII secolo a.C., i Tirreni, o Tirseni, Tyrseni, Raseni, Turuscha, forse uno dei Popoli del Mare, o discendenti dei Pelasgi e sicuramente gli antenati degli Etruschi italici, che chiamavano se stessi "Rasenna", giunsero dall'Asia Minore e fondarono una colonia nei territori della mitica Tartesso, nell'attuale Spagna, su un'isola tra la foce del Guadalquivir (l'antico Betis) e l'oceano. Da Tartesso inizia l'invasione dei Tirreni e la sottomissione della zona, gestita fino ad allora da Liguri, Iberici e coloni orientali, ma presumibilmente era Ligure (come indica il toponimo Lago Ligur, il Lagus Ligustinus per i Romani) il substrato predominante nella zona prima della fondazione della capitale TartessoGli invasori e fondarono una fiorente oligarchia commerciale e militare la cui capitale fu Tartesso stessa. Nel regno furono stabiliti due principali centri: presso la foce del Guadalquivir, Tartesso stessa, e quella dell'antica Olba, (nei pressi dell'attuale Huelva, sul fiume Tinto, nel nord ovest del territorio di Tartesso, vicino all'attuale frontiera col Portogallo), che doveva fungere da deposito di Tartesso dei minerali di rame provenienti dalle miniere del Rio Tinto, Aznacòllar e Linares. Dal Blog "Sanremo Mediterranea": per il post "Tartesso: l'Economia", clicca QUI, per il post "Tartesso: prima i Liguri, poi Fenici e Greci", clicca QUI, per il post "Ercole e altri miti a Tartesso", clicca QUI, Per il post "Il Lago Ligure nella mitica Tartesso", clicca QUI.

- Gli Umbri furono un popolo giunto dal nord in Italia nel XII secolo a.C., che si sovrappose e si sostituì a quelli presenti (in Umbria la presenza dell'uomo è attestata sin dal primo Paleolitico). Parlavano una lingua indoeuropea del gruppo osco-umbro, l'umbro, scritta con alfabeto proprio di derivazione greco-occidentale, non molto dissimile dagli altri alfabeti italici.
I dialetti Italici del centro-sud nel 400 a.C.
Occuparono un'area che in epoca classica si estendeva dall'alta e media valle del Tevere fino al mar Adriatico, comprendendo anche l'odierna Romagna: delimitata dal Tevere ad ovest e dall'Adriatico ad est. Inizialmente gli Umbri avevano occupato anche i territori dell'odierna Toscana e della Valle Padana, solo successivamente conquistati da Etruschi e Galli (questo territorio viene chiamato "Grande Umbria"). L'espansione di Celti ed Etruschi li confinò quindi nella zona ad est del medio corso del Tevere, mentre ad ovest del fiume fioriva la potenza etrusca. Non è noto se gli Umbri indicassero se stessi con un endoetnonimo, né quale forma avesse. Il termine "Umbri" è l'etnonimo con il quale il popolo era indicato dai vicini Latini e dai Greci (greco Ὄμβροι o Ὀμβρικόι). L'ingresso dei popoli osco-umbri in Italia, provenienti dall'Europa centro-orientale dove si cristallizzarono come gruppo linguistico autonomo all'interno della famiglia indoeuropea, è generalmente collocato intorno al XII secolo a.C. L'arrivo degli Osco-umbri in Italia è stato posto da alcuni studiosi in correlazione allo sviluppo della cultura protovillanoviana, cronologicamente compatibile; tale ipotesi è rafforzata dal fatto che gli insediamenti storici degli Umbri, soprattutto nella fase della "Grande Umbria", coincidono sostanzialmente con l'area villanoviana. Descrivendone l'origine, Plinio il Vecchio afferma: « La popolazione umbra è ritenuta la più antica d'Italia, si crede infatti che gli Umbri fossero stati chiamati Ombrici dai Greci perché sarebbero sopravvissuti alle piogge quando la terra ne fu inondata. È attestato che gli Etruschi sottomisero trecento città umbre » (Plinio il Vecchio, "Naturalis historia", III, 112-113). Questa descrizione, è oggi considerata con attenzione. Sebbene sia certo che la zona fosse abitata già da millenni prima dell'arrivo degli Indoeuropei, ai tempi di Plinio gli Umbri erano oramai la popolazione "più antica d'Italia" tra quelle allora esistenti nella penisola italica, cioè Italici ed Etruschi. Le conoscenze che si hanno fino ad ora sul popolo umbro, emergono attraverso i dati combinati delle fonti storiche (Scilace, Erodoto, Dionisio di Alicarnasso, Strabone, Plinio il Vecchio, etc.) dei rinvenimenti epigrafici e delle evidenze archeologiche. Plinio il Vecchio, parlando della sesta regione Umbra con l'Agro Gallico scrive che: ”I Siculi e i Liburni ne occuparono molti territori; li cacciarono gli Umbri, che furono cacciati dagli Etruschi e questi dai Galli". Per quanto riguarda la sistemazione geografica prendiamo da Strabone alcuni passi della sua Geografia: « [Nella terza parte dell'Italia] scorre dagli Appennini il Tevere che si arricchisce di molti fiumi in parte attraversando la stessa Etruria, per il resto separandone prima l'Umbria, quindi i Sabini ed i Latini, che vanno dai pressi di Roma fino al mare. Questi popoli confinano pertanto con il fiume e con gli Etruschi in larghezza e reciprocamente in profondità: dagli Appennini, nel punto in cui si avvicinano all'Adriatico, si estendono per primo gli Umbri, dopo questi i Sabini, ultimi gli abitanti del Lazio, tutti dipartendosi dal fiume [...] Gli Umbri poi, che stanno nel mezzo, fra Sabina ed Etruria, superando le montagne si spingono però fino ad Ariminum e Ravenna. [...] con l'Etruria confina, nella parte orientale, l'Umbria che ha inizio dagli Appennini, ed anche oltre, fino all'Adriatico. » (Strabone, Geografia, V, 2,1.)

Carta con l'ubicazione della cultura proto-celtica di
Canegrate e quella celtica lepontica di Golasecca, nel
nordovest italico. Sono indicate le varie tribù di
Luguri, Celto-Liguri e Celti insediati o che
si insediarono in quei territori.
- Nel XII secolo a.C., nel territorio compreso fra  lo spartiacque alpino a nord, il Po a sud, il Serio ad est e il Sesia ad ovest si sviluppò la cosiddetta Cultura di Golasecca. Tale civiltà prende il nome dalla località di Golasecca (provincia di Varese, sulle rive del fiume Ticino), dove, all'inizio del XIX secolo, l'abate Giovanni Battista Giani effettuò i primi ritrovamenti che ritenne testimonianze della battaglia avvenuta, durante la seconda guerra punica, tra Annibale e Scipione, tesi già sostenuta precedentemente da Carlo Amoretti, erudito viaggiatore settecentesco. È, però, nel 1865 che Gabriel De Mortillet attribuisce tali reperti ad una civiltà autonoma preromana. I Celti, a cui probabilmente si deve l'origine di tale cultura, erano popolazioni di ceppo indoeuropeo che giunsero in Europa in varie ondate, provenienti dall'Asia centrale, fra il 3500 e il 1500 a.C., attraverso il Caucaso e il Medio Oriente. Le zone europee in cui si svilupparono i primi segni della cultura celtica furono, appunto, l’area di Golasecca nel XII-X secolo a.C., l’area mineraria di Hallstatt (in Alta Austria) dove diedero vita a una cultura particolare sviluppatasi intorno all’VIII secolo a.C. e, infine, il sito di La Tène (nei pressi dell'attuale Neuchatel, in Svizzera), dove raggiunsero la massima espressione artistica, sociale e spirituale nel VI-V secolo a.C. Si diffusero, inoltre, nell’intero territorio austriaco e svizzero, nella Germania sud-orientale, in Francia, Belgio, Italia settentrionale, in parte dell’Europa centro-orientale, Spagna settentrionale, Balcani, Isole Britanniche, Irlanda e nell’area centrale della penisola  Anatolica. Per quanto riguarda l'area Golasecchiana, si può presumere che la struttura sociale adottata fosse articolata gerarchicamente e che la popolazione fosse divisa in villaggi situati nei pressi delle necropoli ritrovate. Il territorio su cui si estendeva la popolazione golasecchiana era molto ampio, anche se non uniforme, comprendente le pianure tra i fiumi Sesia ed Oglio ed estendendosi a su fino al Po e a nord fino ai contrafforti alpini dei passi che conducono verso le vallate del Rodano e del Reno. Gli insediamenti golasecchiani erano quindi di grande importanza strategica, dato che si trovavano lungo itinerari che collegavano, tramite i valichi del San Bernardino, San Gottardo e Sempione, la penisola  italica e il centro Europa. Era praticata l'agricoltura, la tessitura e l'allevamento che permetteva di produrre carne e formaggio. L’ampia circolazione di manufatti golasecchiani a nord delle Alpi è in stretto rapporto con l’espandersi e l’aumentare del volume dei commerci nell’Etruria Padana, e non solo: dal ritrovamento di vari suppellettili si deduce che i Golasecchiani commerciavano non solo con i Liguri, ma anche con Etruschi, Greci, con i popoli dell'Italia Centro Meridionale ed insulare, fungendo anche da intermediari con i Celti del nord (culture di Hallstatt e di La Tène). La rete di scambi comprendeva la Cornovaglia, la Bretagna e la Galizia, regioni da cui proveniva lo stagno necessario alla produzione del bronzo; dalle regioni baltiche proveniva, invece, l'ambra. Il popolo detto della cultura di Golasecca risalente all’età del ferro era quindi inequivocabilmente di origine celtica, ben antecedente alla storica invasione del IV secolo a.C. Le sue origini risalgono addirittura alla seconda metà del II millennio all’interno della cultura locale dell’età del bronzo, detta di Canegrate; infatti sono molti gli studiosi che vedono un continuo evolutivo tra le facies di Canegrate del XIII secolo a.C. e quelle successive di Golasecca del VII secolo a.C. Un fattore importante da tenere in considerazione è che alcuni reperti risalenti a Canegrate sono diversi da quelli comuni nell’ambito locale, ma ben conosciuti nella regione a sud della Germania dove si sviluppò la cultura dei campi d’urne, unanimemente considerata antenata dei Celti dell’età del ferro. Tali reperti sono manufatti in bronzo ampiamente diffusi e ceramiche a scanalatura, utilizzati nei riti inceneritori, il che fece supporre ad un’espansione delle popolazioni protoceltiche dei campi di urne. Non esistono però prove tali da confermare questa tesi anzi, al contrario l’area mediterranea in questo periodo vive una forte instabilità dovuta a continui spostamenti di popoli e conseguenti guerre, mentre in Europa continentale vi è un periodo di calma il che farebbe pensare che i ritrovamenti della cultura di campi di urne al di qua delle Alpi sia dovuta più ad una moda che ad un’espansione di tale popolo. Diversi studiosi quindi ritengono che si possa parlare anche della cultura di Canegrate come di popolazioni protoceltiche, infatti la fine dell’età del bronzo è stata la base su cui si formarono successivamente le culture dell’età del ferro, per questo motivo la cultura di Canegrate prende il nome di cultura protogolasecchiana. Che la popolazione golasecchiana fosse celtica e conseguentemente quella di Canegrate protoceltica, si evince anche dai ritrovamenti nella necropoli di Ascona e del ripostiglio dei bronzi di Malpensa, reperti che comprendono gambiere in lamina di bronzo decorate a sbalzo, decorazioni a ruote solari associate ad uccelli acquatici stilizzati; reperti trovati non solo in Italia settentrionale ma anche in gran parte dell’Europa, dalla conca carpatica fino ai dintorni di Parigi, il che indica una piena integrazione dell’area golasecchiana con il resto dell’Europa.
Dal Blog "Sanremo Mediterranea": per il post "Dal Ligure al Celtico, dagli antichi alfabeti dell'Italia Settentrionale al Runico" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: dai Primordi ai Megaliti" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: Alleanza e fusione con i Celti", clicca QUI.
Vedi http://culturaprogress.blogspot.it/2014/12/la-cultura-di-golasecca.html

Dal 1.150 - Gli Euganei erano un popolo insediatosi originariamente nella regione compresa fra il Mare Adriatico e le Alpi Retiche. Successivamente essi furono scacciati dai popoli Veneti in un territorio compreso tra il fiume Adige ed il Lago di Como, dove prosperava la civiltà Golasecchiana, e lì rimasero fino alla prima età imperiale romana. Catone il Censore, nel libro perduto delle Origines, annoverava tra le maggiori tribù euganee i Triumplini della Val Trompia ed i Camuni della Val Camonica.
Carta con gli insediamenti degli Euganei, Carni, Veneti
(Venetici), Reti, Camuni e Celti Leponzi e Cenomani.
Si trattava probabilmente di un popolo preindoeuropeo di stirpe affine a quella dei Liguri Ingauni, come testimoniato dall'analogia dei nomi che avevano in comune. Appartengono alla stessa stirpe degli Euganei, secondo Plinio il Vecchio, anche gli Stoni in Trentino. Quando i Veneti raggiunsero il loro territorio fra il XII e l'XI secolo avanti Cristo, provenienti da un'imprecisata regione dell'Europa orientale, in parte spostarono verso Ovest gli Euganei ed in parte li assorbirono fondendosi con loro.

Reitia, divinità dei Veneti
(e dei Reti) dell'Italia
 nord-orientale.
- Il nome "Veneti" ricorre frequentemente nelle fonti classiche. Erodoto ricorda gli Eneti tra le tribù illiriche, probabilmente i nostri Veneti italici; nell'Europa centrale Tacito localizza i Veneti, o Venedi e Venedae, (gli Slavi Venedi-Sclavini) distinguendoli dai Sarmati; Pomponio Mela cita il lago di Costanza come Venetus lacus; ci sono poi i Venetulani, un popolo laziale scomparso citato da Plinio. Vi sono inoltre i Veneti Celti, della Bretagna francese, battuti poi da Giulio Cesare. La frequenza di questo etnonimo in diverse aree europee non va però spiegata con ipotetici legami storici e linguistici tra i diversi popoli che ne hanno fatto uso, quanto piuttosto da un'uguale derivazione, più volte ripetuta in modo indipendente, dalla medesima radice indoeuropea “wen” (amare). I Veneti (wenetoi) sarebbero pertanto gli "amati", o forse gli "amabili", gli "amichevoli".
Agli antichi Veneti del nord-est italico ci si riferisce talvolta con "Paleoveneti", "Veneti adriatici" o "Venetici" per distinguere il popolo dell'antichità dagli attuali abitanti della regione italiana del Veneto. Nel periodo antico vi erano rapporti culturali fra i nostri Veneti e la Civiltà villanoviana, l'Egeo, l'Oriente e successivamente anche con gli Etruschi. Nelle pianure del Veneto meridionale fra il 1150 e il 900 a. C. sorse il grande centro preurbano di Frattesina, crocevia di traffici fra il Baltico, le Alpi Orientali e Cipro, con sistema socio-economico fortemente gerarchizzato; quindi si sviluppano Villamarzana, e poi Montagnana.
Cartina dell'Europa e Mediterraneo nell'XI sec. p.e.v. (a.C.) con alcune delle
culture presenti in quei territori: Culture delle Tombe a fossa,  Cultura
Germanica nord occidentale, Cultura Catalana dei campi d'urne,
 Cultura Villanoviana, Cultura Adriatica, Cultura Laziale, Cultura di Hallstat,
Cultura Atestina o d'Este, Cultura di Golasecca e Cultura Apula.
 Sono indicati i fiumi inerenti a tali civiltà. Clicca sull'immagine
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Dal 1.140 a.C. - Da: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore: "Tra le genealogie incluse nei Dossiers segreti, c'erano numerose annotazioni. Molte si riferivano specificatamente ad una delle dodici tribù di Israele, la tribù di Beniamino. Uno di questi riferimenti cita con notevole rilievo tre passi biblici: Deuteronomio 33, Giosué 18 e Giudici 20 e 21.
- Il capitolo 33 del Deuteronomio contiene le benedizioni impartite da Mosé ai patriarchi delle dodici tribù. Per Beniamino, Mosè dice: « II prediletto del Signore abita tranquillo presso di lui; e il Signore lo proteggerà per tutto il giorno, e dimorerà tra le sue spalle » (32:12). In altre parole, Beniamino e i suoi discendenti furono destinatari di una speciale, altissima benedizione. Questo, almeno, era chiaro. Naturalmente, ci sconcertava la promessa secondo la quale il Signore avrebbe dimorato « tra le spalle di Beniamino ». Dovevamo associarla alla leggendaria « voglia » distintiva dei Merovingi, la croce rossa tra le scapole? Il nesso ci sembrava piuttosto stiracchiato. D'altra parte, c'erano altre similarità, più chiare, tra Beniamino e l'oggetto della nostra indagine. Secondo Robert Graves, ad esempio, il giorno consacrato a Beniamino era il 23 dicembre, (1) la festa di San Dagoberto. Fra i tre clan che formavano la tribù di Beniamino, c'era il clan di Ahiram che in qualche modo oscuro potrebbe essere collegato a Hiram, costruttore del Tempio di Salomone e personaggio centrale della tradizione massonica. Inoltre, il discepolo più devoto di Hiram si chiamava Benoni; e Benoni, particolare piuttosto interessante, era il nome dato a Beniamino neonato dalla madre, Rachele, prima di morire.
- La seconda citazione biblica (Giosué 18) dei Dossiers segreti è più chiara. Parla dell'arrivo del popolo di Mosé nella Terra Promessa e dell'assegnazione dei territori a ognuna delle dodici tribù. Secondo tale divisione, il territorio della tribù di Beniamino include quella che divenne poi la città santa di Gerusalemme. In altre parole, Gerusalemme, prima ancora di diventare la capitale di Davide e di Salomone, era stata assegnata alla tribù di Beniamino. Secondo Giosué (18:28), la parte spettante ai Beniaminiti comprendeva « Zelah, Elef, Iebus, cioè Gerusalemme, Gabaa, Kiriat-Iearim; quattordici città e i loro villaggi. Questo fu il possesso dei figli di Beniamino, secondo le loro famiglie ».
- Il terzo passo biblico citato dai Dossiers, (Giudici 21:1-3. Il Libro dei Giudici è stato probabilmente scritto tra il 1.045 e il 1.000 a.C. e i versi 17-21, che sono un’appendice e che non si collegano ai capitoli precedenti, si riferiscono al tempo in cui “non c’era nessun re in Israele”, databile quindi prima del 1.027 a.C., data di inizio del regno di Saul. n.d.r.) riguarda una successione di eventi piuttosto complessa. Un Levita, mentre attraversa il territorio dei Beniaminiti, viene aggredito, e la sua concubina viene violentata da adoratori di Belial, una variante della Dea Madre dei Sumeri, chiamata Ishtar dai Babilonesi e Astarte dai Fenici. Il Levita convoca i rappresentanti delle dodici tribù e chiede vendetta; e nell'assemblea viene conferito ai Beniaminiti il compito di consegnare i malfattori alla giustizia. Ci si aspetterebbe che i Beniaminiti si affrettassero a obbedire. Ma per una ragione inspiegata, invece, prendono le armi per proteggere i « figli di Belial ». II risultato è una guerra accanita e cruenta fra i Beniaminiti e le altre undici tribù. Nel corso delle ostilità, queste undici tribù scagliano una maledizione contro chiunque darà una figlia in sposa a un Beniaminita. Quando la guerra finisce e i Beniaminiti sono stati virtualmente sterminati, tuttavia, gli Israeliti vittoriosi si pentono della maledizione che però non può essere revocata:
Gli Israeliti avevano giurato a Mizpa: « Nessuno di noi darà la figlia in moglie a un Beniaminita ». Il popolo venne a Betel, dove rimase fino alla sera davanti a Dio, alzò la voce prorompendo in pianto e disse: « Signore, Dio d'Israele, perché è avvenuto questo in Israele, che oggi in Israele sia venuta meno una delle sue tribù? » (Giudici 21:1-3).
Qualche versetto più avanti, il lamento si ripete:
Gli Israeliti si pentivano di quello che avevano fatto a Beniamino loro fratello e dicevano: « Oggi è stata soppressa una tribù d'Israele. Come faremo per le donne dei superstiti, perché abbiamo giurato per il Signore di non dar loro in moglie nessuna delle nostre figlie? » (Giudici 21: 6-7).
E ancora:
II popolo dunque si era pentito di quello che aveva fatto a Beniamino, perché il Signore aveva aperto una breccia nelle tribù d'Israele. Gli anziani della comunità dissero: « Come procureremo donne ai superstiti, poiché le donne beniaminite sono state distrutte? » Soggiunsero: « Le proprietà dei superstiti devono appartenere a Beniamino perché non sia soppressa una tribù in Israele. Ma noi non possiamo dar loro in moglie le nostre figlie, perché gli Israeliti hanno giurato: Maledetto chi darà una moglie a Beniamino! » (Giudici 21: 15-18).
Di fronte al pericolo d'estinzione che minaccia un'intera tribù, gli anziani si affrettano a trovare una soluzione. A Shiloh, in Betel, tra breve vi sarà una festa; e le donne di Shiloh, i cui uomini erano rimasti neutrali durante la guerra, devono essere considerate prede disponibili. Ai Beniaminiti superstiti viene detto di recarsi a Shiloh e di tendere un'imboscata nelle vigne. Quando le donne della città si raduneranno per danzare, i Beniaminiti dovranno rapirle e prenderle in moglie.
Non è affatto chiaro perché i Dossiers segreti insistano nel richiamare l'attenzione su questo passo. Ma qualunque ne sia la ragione, i Beniaminiti, nella storia biblica, sono evidentemente molto importanti. Nonostante le devastazioni causate dalla guerra, recuperano in fretta almeno il prestigio, se non la consistenza numerica. Anzi, lo recuperano al punto da dare a Israele il suo primo re, Saul (vissuto nel periodo1047-1007 a.C. e re dal 1.027 a.C., n.d.r.).
Rembrandt: Re Saul e
David che suona l'arpa.
Nonostante la rinascita dei Beniaminiti, i Dossiers fanno capire che la guerra contro i seguaci di Belial segnò una svolta decisiva. Sembrerebbe che in seguito al conflitto molti Beniaminiti andassero in esilio. Nei Dossiers c'è una nota sensazionale, in lettere maiuscole:
Le 12 tribù d'Israele e la migrazione
in Arcadia di quella di Beniamino.
Da "Il Santo Graal" di Baigent,
Leigh e Lincoln. Vedi anche QUI
UN GIORNO I DISCENDENTI DI BENIAMINO LASCIARONO LA LORO TERRA; CERTI RIMASERO, DUEMILA ANNI PIÙ TARDI GOFFREDO VI [DI BUGLIONE] DIVENNE RE DI GERUSALEMME E FONDÒ L'ORDINE DI SION.
A prima vista sembrava che non ci fosse un nesso tra i due fatti. Ma quando radunammo i riferimenti frammentari contenuti nei Dossiers segreti cominciò a emergere una storia coerente. Secondo questa storia, molti Beniaminiti andarono in esilio. A quanto pare si trasferirono in Grecia, nel Peloponneso centrale: in Arcadia, dove si sarebbero imparentati con la locale famiglia regnante. Verso l'inizio dell'era cristiana, avrebbero risalito il Danubio e il Reno, imparentandosi per matrimonio con certe tribù teutoniche e generando i Franchi Sicambri: gli antenati dei Merovingi.
Secondo i « documenti del Priorato », quindi, i Merovingi discendevano, attraverso l'Arcadia, dalla tribù di Beniamino. In altre parole i Merovingi e i loro discendenti, ad esempio le famiglie dei Plantard e dei Lorena, erano di origine semitica o israelita. E se Gerusalemme faceva parte dell'eredità dei Beniaminiti, Goffredo di Buglione marciando sulla Città Santa, avrebbe in pratica rivendicato la sua antica, legittima eredità. È significativo il fatto che Goffredo, unico tra i principi d'Occidente che intrapresero la Prima Crociata, cedesse tutte le sue proprietà prima della partenza, indicando così che non intendeva ritornare in Europa.
È superfluo aggiungere che non avevamo nessuna possibilità di accertare se i Merovingi fossero o no d'origine beniaminita. Le notizie dei « documenti del Priorato » si riferivano a un passato troppo oscuro e remoto, che non poteva trovare conferma documentale. Ma le affermazioni non erano né uniche né nuove. Al contrario, erano in circolazione da molto tempo, nella forma di vaghe dicerie e di tradizioni nebulose. Per citare un solo esempio, Proust vi attinge nella sua opera; e più recentemente il romanziere Jean d'Ormesson ipotizza che certe nobili famiglie francesi siano d'origine ebraica. E nel 1965 Roger Peyrefitte, che sembra divertirsi molto a scandalizzare i suoi compatrioti, ci riuscì benissimo in un romanzo affermando che tutta la nobiltà francese e gran parte della nobiltà europea erano ebree.
L'affermazione, anche se indimostrabile, non è del tutto implausibile, come non lo sono l'esilio e la migrazione attribuiti alla tribù di Beniamino dai « documenti del Priorato ». La tribù di Beniamino prese le armi in difesa dei seguaci di Belial, una forma della Dea Madre spesso associata alle immagini di un toro o di un vitello. C'è un motivo di credere che anche i Beniaminiti venerassero la stessa divinità.
Anzi è possibile che l'adorazione del Vitello d'Oro di cui parla l'Esodo - e che, cosa piuttosto significativa, è il tema di uno dei quadri più famosi di Nicolas Poussin (1594 - 1665), fosse un rito tipicamente beniaminita.
Dopo la guerra contro le altre undici tribù d'Israele, i Beniaminiti, andando in esilio, dovettero necessariamente dirigersi verso occidente, verso la costa fenicia. I Fenici avevano navi in grado di trasportare un gran numero di profughi. E sarebbero stati disposti ad aiutare i Beniaminiti fuggiaschi, poiché anche loro adoravano la Dea Madre sotto il nome di Astarte, Regina del Cielo.
Se vi fu veramente un esodo dei Beniaminiti dalla Palestina, si potrebbe sperare di trovarne qualche traccia. E la si incontra nel mito greco. C'è la leggenda del figlio di re Belo, Danao, che giunge in Grecia per nave, insieme alle figlie. Le figlie avrebbero introdotto il culto della Dea Madre, che divenne il principale culto degli Arcadi. Secondo Robert Graves, il mito di Danao ricorda l'arrivo nel Peloponneso di « coloni provenienti dalla Palestina ». Graves sostiene che re Belo è in realtà Baal o Bel, o forse Belial dell'Antico Testamento. È inoltre il caso di osservare che una delle famiglie della tribù di Beniamino era la famiglia di Bela.
In Arcadia, il culto della Dea Madre non soltanto prosperò, ma sopravvisse più a lungo che in ogni altra parte della Grecia. Fu associato al culto di Demetra, poi a quello di Artemide (la Diana dei Romani). Con il nome locale di Arduina, Artemide divenne la divinità tutelare delle Ardenne: e dalle Ardenne vennero i Franchi Sicambri per stabilirsi nell'attuale Francia. L'animale totemico di Artemide era l'orsa, Callisto, il cui figlio era Arcade, l'Orso, nume eponimo dell'Arcadia. E Callisto, collocata in ciclo da Artemide, divenne la costellazione dell'Orsa Maggiore. Quindi, potrebbe esservi qualcosa di più di una coincidenza nell'appellativo « Ursus », riferito ripetutamente alla stirpe Merovingia.
Vi sono comunque altri indizi, al di fuori della mitologia, che fanno pensare a una migrazione ebrea in Arcadia. Nei tempi classici, l'Arcadia era dominata dal potente Stato militarista di Sparta. Gli Spartani assimilarono in gran parte la più antica cultura degli Arcadi; anzi il leggendario arcade Liceo può essere identificato con Licurgo, il legislatore spartano. Quando diventavano adulti, gli Spartani, come i Merovingi, attribuivano uno speciale significato magico alle loro chiome, che erano egualmente lunghissime (così come quelle del biblico Sansone e degli altri nazirei, n.d.r.). Secondo un autore, « la lunghezza dei capelli denotava il loro vigore fisico ed era un simbolo sacro ». E c'è di più: i due libri dei Maccabei, nella Bibbia, sottolineano il legame tra gli Spartani e gli Ebrei. Maccabei 2 parla di certi Ebrei che « si erano recati presso Spartani, nella speranza di trovarvi protezione in nome della comunanza di stirpe ». E Maccabei 1 afferma esplicitamente: « Si è trovato in una scrittura, riguardante gli Spartani e i Giudei, che essi sono fratelli e che discendono dalla stirpe di Abramo »."

Cartina della Fenicia intorno al
1000 a.C. con Biblo, Sidone e Tiro.
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La stele di Nora,
vicino a Cagliari,
con antiche iscrizioni 
in alfabeto fenicio
IX - VIII sec. a.C.
- Nell'XI secolo a.C. i Fenici colonizzano il Mar Mediterraneo, fondando basi  sulle coste mediterranee e della Sardegna. In seguito monopolizzeranno le navigazioni nel Mediterraneo Occidentale, sostituendosi ai proto-Liguri nei commerci atlantici, fino agli anni delle guerre Puniche contro Roma. I Fenici avevano il monopolio della produzione del rosso porpora, un pigmento ottenuto dalla lavorazione di molluschi marini (murex), molto apprezzato e richiesto nei mercati dell'antichità, oltre alla produzione del vetro, con tutti i manufatti connessi ad esso. Ancora oggi i produttori di vetro di Murano, a Venezia, sanno riprodurre quelle piccole sfere forate, usate come perline, che riconoscono come di derivazione fenicia (le chiamano "rosette"), e che hanno ispirato loro le murrine, barre di vetro in le forme e i colori dei mosaici si  mantengono in tutta la lunghezza della barra.
Alfabeto Fenicio arcaico e gli alfabeti
derivati dal Fenicio: Greco orientale e
occidentale: dal Greco occidentale
 deriveranno l'Etrusco e il Latino.
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I Fenici sono stati i primi ad adottare la scrittura con un alfabeto fonetico, anche se senza vocali. Da tale alfabeto deriveranno tutti gli alfabeti europei: Greco, Greco Occidentale da cui deriveranno gli alfabeti Etrusco e Latino, che designerà la grafica della scrittura che usiamo ancora oggi nella maggior parte del mondo.

Dal 1.080 - A seguito degli accordi fra le popolazioni italiche di origine indoeuropea (definiti Aborigeni dagli storici antichi), con gli Umbri in prima fila, e i Pelasgi, dopo le campagne vittoriose contro i Liguri (chiamati Siculi), avvenute orientativamente alla fine dell'età del bronzo, gli Italici avrebbero concesso ai Pelasgi il popolamento dell'Etruria, che era stata dei Liguri, dove si sarebbero insediati e da cui sarebbe scaturita la civiltà Etrusca. Complessivamente, si è attribuita ai Pelasgi una vocazione migratoria e, in particolare, marinara: Eusebio, nel "Chronicon", considerava quella dei Pelasgi una "talassocrazia" che potrebbe essere stata la protagonista dell'avvicendamento al governo della Tartesso iberica, appannaggio dei liguri arcaici, che passerà poi sotto il controllo dei Cartaginesi nell'VIII secolo a.C., e gli riconosceva il dominio del Mar Mediterraneo, in un periodo che sarebbe iniziato novantanove anni dopo la caduta di Troia (quindi intorno al 1080 a.C.) e sarebbe durato altri ottantacinque, quindi fino al 995 a.C. circa (secondo la cronologia di Eratostene di Cirene, tra il 1082 e il 997 a.C.). Non a caso l'alfabeto adottato a Tartesso ha ispirato i 5 alfabeti nord-italici del V secolo, che vennero invece attribuiti a nuove adozioni dell'alfabeto etrusco: se i Pelasgi, considerati "Tirreni", avevano sottomesso Tartesso intorno al 1200 a.C. e da loro erano derivati gli Etruschi italici, il cerchio si chiude. Per il post "Dal linguaggio ligure al celtico nell'Italia settentrionale antica, i 5 alfabeti usati e il runico germanico", clicca QUI.

Carta delle Popolazioni italiche nel 1000 a.C.
Nel 1.050 a.C. - Nella penisola italica, la Civiltà Villanoviana è al culmine. Fra il X e l'VIII secolo a.C., l'età del ferro trova la sua massima espressione nella civiltà Villanoviana (preceduta nel bronzo recente dalla cultura protovillanoviana), che ha preso il nome da Villanova (una frazione di Castenaso, in provincia di Bologna), un insediamento di grande interesse archeologico, dove sono state trovate lance, spade, pettini e gioielli di ogni tipo. Questa è una dimostrazione dei progressi che erano stati fatti nell'estrazione e nella lavorazione dei metalli, di cui era particolarmente ricco il sottosuolo della regione.

Area degli insediamenti degli
Sciti dal 1.000 a.C.
Dal 1.000 a.C. - Provenienti dalla Siberia meridionale, nell'area compresa tra il Mar Caspio e i Monti Altai, gli Sciti si insediarono nella vasta area compresa tra il Don e il Danubio nel X secolo a.C.
Area in cui erano stanziate le tribù
germaniche durante il I millennio a.C.
Vinti e assoggettati i Cimmeri, gli Sciti dilagarono, nel corso del VI secolo a.C., verso l'area balcanica e la Pannonia, nel bacino settentrionale del Mar Nero, per poi toccare la Germania orientale e con i Traci l'Italia settentrionale.

- Nei primi secoli del I millennio a C., i Germani si diffusero fino a occupare un'ampia area dell'Europa centro-settentrionale, dalla Scandinavia all'alto corso del Danubio e dal Reno alla Vistola.

- Come si desume dai ritrovamenti archeologici, a partire dal X secolo a.C., fra le genti che formavano quella che noi chiamiamo Cultura di Golasecca, viene a crearsi la necessità di avere una élite guerriera ben equipaggiata, come testimoniato dall’armamentario ritrovato all’interno delle tombe della necropoli di Morta in provincia di Como. Tale necessità è motivata dalla ricchezza che si viene a produrre in queste zone, ricchezza dovuta all’ubicazione geografica che consentì il controllo delle vie commerciali tra il versante nord e sud delle Alpi. Tutto ciò consentì lo sviluppo, in una zona omogenea, di una società diversificata rispetto ai vicini, nonché la nascita di una delle più antiche città europee al di fuori della zona mediterranea. Al periodo di benessere appena descritto segue per tutto il IX sec. e metà del l’VIII sec. un calo, probabilmente dovuto a mutazioni climatiche che portarono un periodo di forte piovosità, come dimostrato dai livelli dei laghi svizzeri sulle cui sponde, da secoli, sorgevano abitazioni abbandonate in seguito all’innalzamento del livello dell’acqua. E’ presumibile che tali innalzamenti dovuti alle copiose precipitazioni abbiano influenzato anche la vita ed i commerci in pianura padana, rendendo difficile l’utilizzo delle vie d’acqua. La situazione migliorò verso la fine dell’ VIII secolo.

La situla Benvenuti della
cultura d'Este, o Atestina.
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La civiltà o cultura Atestina o d'Este è una testimonianza dell'antica popolazione dei Venetici (Veneti) nell'Italia protostorica, diffusa nell'attuale territorio del Veneto e sviluppatasi tra la fine dell'età del bronzo (X-IX secolo a.C.) e l'età romana (I secolo a.C.) e derivata dalla precedente e più estesa cultura protovillanoviana.
Alfabeto
Venetico
d'Este.
 Essa prende il suo nome da Este in provincia di Padova, che ne fu il centro principale, ed è detta anche "civiltà delle situle", dal nome degli oggetti tipici della sua produzione, o civiltà paleo-veneta. L'economia era fondata sull'agricoltura, l'allevamento delle pecore, la pesca in acqua dolce. Si praticavano scambi con la regione villanoviana e l'Etruria, la Slovenia, il Tirolo e la regione hallstattiana. La situla Benvenuti è uno dei migliori esempi della produzione di questa cultura, con ornamenti animali (reali o fantastici), vegetali e geometrici, che dimostrano un'influenza orientale. Vi sono raffigurate anche scene con personaggi, dove si scorgono i primi intenti narrativi, con temi tipicamente locali come scene di commercio, di lotta, di vita rurale e di guerra. Le situle sono diffuse su un ampio raggio, forse a opera di artigiani itineranti in contatto con civiltà orientali più progredite, probabilmente tramite la mediazione dell'Etruria o delle colonie adriatiche della Magna Grecia o della penisola balcanica.

- Fin da circa il 1.000 a.C. la regione corrispondente all'attuale Portogallo è abitata dalla popolazione iberica dei Lusitani.

Particolare del sarcofago degli Sposi
opera etrusca del VI sec. a.C.
Nel 950 a.C. - L'Italia era divisa al tempo essenzialmente tra: Liguri (nord-ovest), Celto-Liguri (nord), Veneti (nord-est), Villanoviani e, prima di essi, Proto-villanoviani (centro-nord), la propaggine dei Pelasgi a Spina e Adria con numerose città conquistate ai Liguri verso il centroinsieme agli Umbri, Latini, Sanniti, Campani e Dauni, Iapigi, Messapi, Lucani e Brupi (centro e centro-sud), Siculi, Sicani ed Elimi (Sicilia), Sardi e Corsi (Sardegna e Corsica). Tra essi i Villanoviani erano senza dubbio i popoli più evoluti per quanto riguardava le tecniche agricole e si contendevano con la cultura di Golasecca il primato per quelle legate alla lavorazione dei metalli (bronzo e ferro). La presenza già nel II millennio a.C. di empori fenici e in generale di mercanti micenei e mediorientali, aveva portato a un certo affinamento della sensibilità artistica e delle conoscenze tecniche dei popoli italici e il progresso tecnico e artistico è stato fondamentalmente un fenomeno esogeno o “d'importazione”, contrariamente all'Oriente e alla Grecia, dove ebbero luogo i primi insediamenti urbani e le prime formazioni statali. I popoli stranieri insediati nella penisola italiana furono principalmente i Fenici, i Greci e gli Etruschi, oltre ai Celti che si fusero con la cultura ligure nell'estremo nord, (fra cui la cultura di Golasecca) tutti peraltro provenienti da oriente. I primi due si insediarono principalmente nelle isole e nel sud Italia, dove fondarono sia empori commerciali sia (alle volte) vere e proprie colonie di popolamento, rimanendo tutto sommato ai margini rispetto alle popolazioni autoctone, sulle quali ebbero inizialmente un'influenza abbastanza contenuta.
Cartina dei territori abitati dagli Etruschi
 800 a.C.- 500 a.C. e delle loro espansioni,
nelle colorazioni più tenui, con indicate
le città Etrusche e le popolazioni italiche
 nell'Italia preromana:Liguri, Reti, Veneti,
 Celti, Piceni, Umbri, Sabini, Latini,
 Volsci, Sanniti, Lucani e Sardi.
 Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Gli Etruschi invece, la cui civiltà inizia a farsi strada a partire dal IX secolo a.C. nelle aree più centrali della penisola italiana (Emilia e Toscana), seppero mescolarsi molto di più con le popolazioni italiche originarie, influenzandole più direttamente e determinandone un notevole progresso sia culturale e tecnico che sociale, stimolando tra l'altro la nascita delle prime città-stato italiche. Si deve inoltre sottolineare come la civiltà etrusca, pur essendo considerata di matrice orientale, fosse anche per altri una civiltà autoctona, e nonostante la sua origine sia stata ritenuta orientale, essa sorse e si sviluppò sul suolo stesso della penisola italica.
Accanto allo sviluppo di civiltà italiche come quella di Golasecca le culture picena, sannitica, apula e sicula, fiorì in Toscana, Emilia, Lazio e Campania, la Civiltà Etrusca. Fra i "Popoli del Mare" annoverati nella "Grande iscrizione di Karnak", che invasero l'Egitto nel 1208 a.C., vi sono i  Tereš o Turša o Twrs (Twrshna, o Tursha), e possono essere identificati con con le genti chiamate dai greci Turs-anòi (in dorico), Tyrs-enòi (in ionico), Tyrrh-enoi (in attico) e dai latini Tus-ci (da Turs-ci) ed E-trus-ci. Nelle lingue antiche la "c" e la "g" erano dure, come in cane e gallo, per cui Tusci si pronuncia "tuschi" ed Etrusci si pronuncia "etruschi". Gli Etruschi sono stati chiamati con diversi nomi derivanti dalla radice "Turs". I Greci li chiamarono Tyrsenòi, cioè Tirreni, da cui prende appunto il nome il Mar Tirreno. I popoli Italici usarono chiamarli Tursku - Tusci, ma furono i Romani a chiamarli col nome a noi più conosciuto: Etruschi. Le terre abitate da questi popoli furono chiamate Tyrrhenia, Tuscia (che prevalse nei tempi imperiali e a cui si ricollega il nome moderno della Toscana) ed Etruria (largamente usato prima del nome Tuscia). Gli Etruschi stessi  invece usavano chiamarsi Rasenna. Ai nostri giorni non possiamo comunque essere sicuri che gli Etruschi fossero un popolo straniero: i Tirreni (l'appellativo greco per Etruschi) secondo Erodoto (Storie, I, 94, 5 - 7) erano una colonia dei Lidi condotta in Italia nel XII sec. a.C., poco dopo la guerra di Troia, mentre Dionisio o Dionigi d'Alicarnasso, storico e insegnante di retorica, che visse nel periodo augusteo (60 a. C. - 7 d.C.) sosteneva, contrariamente ad Erodoto, che gli Etruschi fossero autoctoni. Recenti studi sul DNA mitocondriale (il mitocondrio è un corpuscolo intracito-plasmatico della cellula che rimane pertanto immutato di generazione in generazione, non entrando nella combinazione del DNA maschile e femminile) gli danno ragione e smentiscono la versione erodotea. Alcuni studiosi sono convinti invece della discendenza dei Tirreni dalla prima popolazione che, venuta da oriente, si era stanziata in Grecia: i Pelasgi. Nel 1885 fu trovata, nell'isola greca di Lemnos, in località Kaminia, la stele di Lemnos, una doppia iscrizione incorporata nella colonna di una chiesa. Tale iscrizione sembra testimoniare una lingua pre-ellenica in tutto simile a quella degli Etruschi. Secondo il massimo storico greco Tucidide, l'isola di Lemnos sarebbe stata abitata da gruppi di Τυρσηνοί ("Tirreni", il nome greco degli Etruschi),  e il ritrovamento ha fornito la prova sicura che in quell'isola del Mare Egeo, ancora nel VI secolo a.C., era parlata una lingua strettamente affine all'etrusco, e per alcuni studiosi questo avvalora l'ipotesi che gli Etruschi (i Tirreni) discendessero dai Pelasgi. Lo storico Eforo di Cuma riferisce di un brano di Esiodo che attesta la tradizione di un popolo dei Pelasgi in Arcadia e sviluppa la teoria che fosse un popolo di guerrieri diffusosi da una "patria" che aveva annesso e colonizzato tutte le regioni della Grecia, in cui gli autori antichi fanno cenno a loro, da Dodona a Creta alla Troade fino in Italia, dove i loro insediamenti sono ben riconoscibili ancora nel tempo degli Elleni e sono in stretta relazione con i "Tirreni".
Ubicazione dell'isola di Lemnos e luoghi in cui sorgevano
i principali santuari della Grecia antica, con indicata la
divinità specifica che vi si venerava. Clicca
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L'iscrizione di Lemnos è stata reperita su una pietra tombale sulla quale è scolpito un guerriero, corre intorno alla testa e lungo un lato della figura del guerriero, ed è redatta in un alfabeto greco epicorico del VI secolo a.C. Fra le parole chiaramente leggibili ve ne sono due: aviš e sialchveiš, che vengono giustamente confrontate con le parole etrusche avil "anno" e sealch, il numerale "40". L'iscrizione di Lemno fu pubblicata da E. Nachmanson (Athen. Mitteil. 33 1908, pp. 47. ss.). Tracce degli Etruschi appaiono in alcuni nomi di località dell'Egeo, di Creta e dell'Asia Minore: uno dei molti esempi è Μύρινα (affine al nome gentilizio etrusco Murina di Tarquinia e Chiusi) nome di città a Creta, nella stessa Lemno, in Misia. Alcuni hanno rintracciato affinità non sicure fra nomi etrusco-latini e nomi di persona presenti nelle tavolette in Lineare B di Cnosso: ad es. ki-ke-ro. Questi dati vengono interpretati da alcuni studiosi come indizio dell'origine orientale degli Etruschi; sono considerati un segno di rapporti di fine età del bronzo fra Mediterraneo occidentale e orientale, da altri studiosi, che integrano la testimonianza dell'iscrizione di Lemno con quella dei geroglifici egizi di Medinet Habu, che parlano dei Popoli del Mare, ed elencano fra gli invasori anche i Twrs, nome che è stato confrontato con il greco Turs-anòi (dorico) e Tyrs-enòi (ionico) e Tyrrh-enoi (attico) e con il latino Tus-ci (da Turs-ci) ed E-trus-ci. Queste scoperte hanno convinto Nermin Vlora Falaski, studioso albanese, sulla derivazione degli Etruschi dai Pelasgi, le prime popolazioni indoeuropeee a raggiungere il Mediterraneo e l'Europa, anche se le iscrizioni in geroglifico del tempio funerario del faraone Ramses III (1193-1155 a.C.) di Medinet Habu, potrebbero contenere un chiaro riferimento, forse l'unico, archeologicamente documentato, dell'esistenza reale del popolo dei Pelasgi. L’iscrizione descrive un attacco effettuato nell’8º anno di regno del faraone (il 1186 a.C.) da un’alleanza di cinque popoli stretta dopo aver distrutto la città di Ugarit (in Siria): tra costoro compaiono i Peleset (i Pelasgi), oltre agli Šekeleš (i Siculi), i Tjeker, gli Wešeš e i Denyen, con al seguito donne, bambini e masserizie. I popoli vengono complessivamente denominati "Popoli del mare, del nord e delle isole". Nermin Vlora Falaski, nel suo libro "Patrimonio linguistico e genetico" (scritto anche in lingua italiana), ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche con la lingua odierna Albanese. Questo proverebbe che gli Albanesi (discendenti degli Illiri) siano gli odierni discendenti dei Pelasgi, una delle più antiche stirpi che popolò l’Europa. Qui di seguito proponiamo alcune traduzioni di Falaski tratte da http://www.thelosttruth.altervista.org/SitoItalian/CasoPelasgico.html: "Dunque, in Italia esiste la località dei TOSCHI (la Toscana), così come i Toschi abitano nella “Toskeria”, nell’Albania meridionale. (Molti autori sostengono che la parola Tosk, oppure Tok, sia il sinonimo di DHE, tanto che oggi in albanese si usa indifferentemente la parola DHE che quella TOK per dire “terra”). In Toscana si trova un’antichissima città, verosimilmente fondata dai Pelasgi, che si chiama Cortona, (nota: in Albanese: COR= raccolti, TONA= nostri, cioè “i nostri raccolti”). Dalla vasta e fertile pianura della Val di Chiana si accede a una ripida collina, in cima alla quale si trova un bellissimo castello, trasformato in museo archeologico. In mezzo ad un grosso patrimonio epigrafico, vi è anche una iscrizione particolarmente bella e interessante, su un sarcofago con addobbi floreali. Su questo sarcofago appare la seguente scritta:
Scritta Etrusca tradotta con la lingua albanese, che testimonia
la derivazione comune delle lingue Etrusca e Illirico-Albanese.
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La voce verbale â o âsht (in Italiano è) si usa ancora nel dialetto dell’Albania settentrionale e nel Kossovo, mentre nel sud e nella lingua ufficiale, che è quella dei Toschi, si impiega la voce ësht. Le varie fonti ci informano che i Greci impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo, il loro modo di scrivere e fecero proprie le loro divinità, come per esempio DE-MITRA (Dhe = terra, Mitra = utero, cioè la DEA MADRE TERRA), la greca Demetra, nonché AFER-DITA (Afer = vicino, Dita = Giorno), la greca Afrodite, più tardi chiamata Venus dai Romani, oggi Venere). I Pelasgi, che furono chiamati anche “Popoli del Mare”, poiché erano abili e liberi navigatori, chiamarono ILIRIA (ILLYRIA per i Romani) la loro patria: LIRI (LIR=libero), che voleva dire: “Il Paese del popolo libero”, paese che si estendeva dal Mediterraneo fino al Danubio. Di parole con la radice Lir ne troviamo, con lo stesso significato nelle seguenti lingue: Pelasgo-illirico(liri), Etrusco(liri), Albanese odierno(liri), Italiano(libertà), Francese(libertè), Latino(libertas), Inglese(liberty), Spagnolo(libertad), Romeno(libertade), Portoghese(liberdade). In italia, e precisamente nel Lazio, esiste il monte Liri, nonché il fiume Liri, e Fontana Liri. Questo nome è stato conservato durante i secoli nei vari paesi Europei Mediterranei, molto probabilmente attraverso la “irradiazione” delle varie tribù illiriche, come gli Etruschi, i Messapi, i Dauni, i Veneti, i Piceni, ecc. Ognuno di questi nomi ha un significato nella lingua Albanese: E TRURIA (E= di, TRURIA= cervello, paese di gente con cervello), MESSAPI (MES=ambiente, centro, HAPI= aperto, paese di gente aperta), DAUNI (dauni, separati, separatevi), VENETI (nome derivante dalla dea VEND, patria, luogo per eccellenza), PICENI (PI=bere, KENI=avete, luogo con acqua abbondante)...
Cartina dell'espansione degli Etruschi dal 750 a.C.
al 500 a.C. con i nomi delle loro città appartenenti
 alla Lega (dodecapoli) e altri insediamenti.
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L'Etruria era una regione antica dell'Italia centrale che comprendeva i territori attualmente spezzini a sud del fiume Magra, la Toscana, parte dell'Umbria occidentale fino al fiume Tevere e parte del Lazio settentrionale. La civiltà Etrusca fu il frutto dell’innesto di elementi stranieri (attorno ai quali non si hanno notizie certe) sulla preesistente cultura villanoviana, nell’area compresa tra l’Arno e il Tevere. Essenzialmente urbana, si organizzò in città-stato (Volterra, Fiesole, Arezzo, Cortona, Perugia, Chiusi, Todi, Orvieto, Veio, Tarquinia, ecc.) che, a scopi religiosi ed economici, diedero vita a una Lega formata da dodici città (dodecapoli). Ogni città era retta da re (detti lucumoni) e magistrati eletti tra i membri della casta aristocratica. Una fonte storica greca assai autorevole, Strabone, ricorda come gli Etruschi estendessero il loro dominio anche in Campania sino all'Agro Picentino, nel Salernitano, e vi fondassero ben dodici città, replicando il modello della dodecapoli già conosciuto nell'Etruria propriamente detta. Fra tutte (Nola, Nocera, Ercolano, Pompei, Sorrento, Marcina, Velcha, Velsu, Irnthi, Uri, Hyria) Capua avrebbe rivestito un ruolo di particolare rilievo. La nascita di Capua antica (in neoetrusco Capua e forse, in origine, Velthurna) come fondazione etrusca nella seconda metà del IX secolo a.C. trova riscontro proprio nei corredi funerari dalle sue necropoli di orizzonte villanoviano.

Alfabeto fenicio arcaico da cui deriveranno  gli alfabeti greci. Dall'alfabeto
 greco di Calcide portato a Cuma dai coloni greci,  gli Etruschi  trarranno
 i loro alfabeti, e da loro i Latini deriveranno il loro alfabeto.

Particolare della Tomba dei Leopardi
a Tarquinia
Una prima fase espansiva (sec. VIII-VI a.C.) portò gli etruschi a contendere a greci e cartaginesi il controllo delle rotte tirreniche e adriatiche e a estendere il proprio dominio dalla pianura padana alla Campania, fondando centri come Fèlsina (Bologna), Misa (Marzabotto, in provincia di Bologna), Mantova, Piacenza, Pesaro, Rimini, Ravenna, arrivando fino a Roma, che la tradizione vuole governata da re etruschi dal 616 al 509 a.C.
Tomba Etrusca dei Leopardi del 480
a.C. che sorge, insieme ad altre, nei
pressi di Tarquinia. Clicca
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Oltre alle preesistenti popolazioni locali, nell'occupazione della Campania gli Etruschi si affiancavano ai Greci, i quali si erano precedentemente stanziati sull'isola di Ischia e in seguito sulla terraferma a Cuma intorno alla metà dell'VIII secolo a.C.
Tomba dei Tori del 530 a.C., nella
necropoli di Monterozzi, a Tarquinia.
In epoca orientalizzante e arcaica (VII-VI secolo a.C.), proprio allorquando Capua doveva rappresentare la più importante città della dodecapoli etrusca, la sua fioritura toccò una fase apogeica sul piano culturale ed economico, anche grazie ai precoci contatti con il mondo greco, irraggiando la propria influenza anche sui centri vicini.
Particolare della Tomba dei Tori:
il toro in alto a sinistra, durante uno
strano rapporto etero-sessuale a tre,
guarda altrove.
Gli Etruschi scrivevano con un loro alfabeto, derivato dall'alfabeto greco definito poi "greco occidentale", adottato dagli Eubei di Calcide e introdotto in Italia centrale nell'VIII secolo a.C dai coloni greci di Cuma.
Dettaglio del rapporto etero a tre
nella Tomba dei Tori.
Nelle iscrizioni più antiche la scrittura etrusca è bustrofedica, non ha cioè una direzione "fissa" da sinistra a destra o da destra a sinistra, ma procede in un senso fino al margine scrittorio e prosegue poi a ritroso nel senso opposto, secondo un procedimento "a nastro", senza "andate a capo" ma con un andamento che ricorda quello dei solchi tracciati dall'aratro in un campo.
Particolare della Tomba dei Tori: il
toro a destra invece, attacca due
praticanti un rapporto omosessuale,
in cui quello dietro è stranamente
voltato indietro e guarda altrove.
L'etimologia della parola "bustofedica" ricorda infatti l'andamento di un bue durante l'aratura, mentre le scritture classiche hanno l'andamento da destra verso sinistra, come nel punico. Poche iscrizioni seguono l'andamento da sinistra a destra, e in tal caso i caratteri etruschi sono riflessi; per separare le parole poi, si scriveva un puntino. 
Tarquinia: particolare dell'immagine
che da il nome alla Tomba della
 Fustigazione, del 490 a.C.
L’autonomia di Roma e quindi la crescita della sua potenza si intrecciarono con la decadenza etrusca, acceleratasi dopo la sconfitta patita a Cuma nel 474 a.C. a opera dei greci di Siracusa. La Campania fu persa di lì a poco per opera dei sanniti e contemporaneamente i Galli dilagarono nella pianura padana.
Velia Velcha, dalla Tomba
dell'Orco di Tarquinia. 
A partire dalla distruzione di Veio (395 a.C.), entro il sec. III a.C. Roma si impossessò di tutta l’Etruria.
La scarsità di notizie precise attorno agli etruschi deriva dal fatto che non hanno lasciato una letteratura, ma solo testi brevissimi, perlopiù iscrizioni sepolcrali, e la loro lingua non è stata completamente decifrata.
Particolare della Tomba dei Tori: sfere con croci. Da
http://www2.fci.unibo.it/~baccolin/tombat/tomba-tori.htm:
"Penso, prima di tutto, che i simboli della sfera sormontati
con una croce non siano certamente motivi ornamentali ne
simboli della fertilità ne il cosiddetto segno di Venere, ma
rappresentino il simbolo dell'Omphalos, la pietra Ovale o
quasi sferica con incisa sulla punta , a volte, una croce,
come nel Museo di Marzabotto."
La centralità del culto dei  morti presso gli Etruschi è attestata dalle numerose necropoli e tombe  isolate disseminate in Toscana e nel Lazio; convinti che il defunto conservasse l’individualità congiunta alle proprie spoglie mortali, concepirono il sepolcro come un’abitazione sotterranea, arredata con letti, tavoli, utensili e affrescata da vivaci pitture.
La società etrusca era formata da nobili, discendenti dei primi dominatori, e servi, discendenti delle popolazioni preesistenti all'occupazione etrusca. Vi erano schiavi adibiti ai lavori più pesanti, ma anche schiavi semiliberi che, per i loro meriti, potevano condurre vita migliore e anche elevarsi socialmente.

Dal IX al VII sec. a.C. si verificarono importanti migrazioni di alcune tribù Slave dalla regione dell'alta Vistola verso l'alto Bug, la Volinia.

Dall'850 a.C. - Da Andrea Carandini in: https://www.youtube.com/watch?v=mfxvEHr842Q.
Ricostruzione di Septimontium.
Lo storico antiquario Marco Terenzio Varrone (116 a.C. - 27 a.C.) tramanda la conoscenza di un grande centro protourbano non centralizzato chiamato Septimontium, poco più piccolo di quella che sarebbe stata Roma almeno un secolo prima della sua fondazione.
Con i suoi 290 ettari, la prima Roma era più estesa di Veio, la maggiore città etrusca, e proprio gli etruschi furono fra i primi fondatori di città, a cui si rivolse Romolo per conoscere i riti e le liturgie augurali delle fondazioni.

Nell' 813 a.C. - Nella regione africana che oggi chiamiamo Tunisia, i Fenici della città di Tiro fondano Cartagine: "Carthadash" nella loro lingua, che significa "la città nuova".

Cartina dell'Europa e Mediterraneo nell'VIII sec. a.C. con i
 territori dei Celtiberi, Celti, Etruschi, Greci, Fenicio-Cartaginesi,
degli Italici e dell'impero Persiano nella penisola Anatolica.
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Cartina del Mediterraneo e sud Europa con le vie commerciali dei Fenici
che con Cartagine conquistarono i mercati oltre le colonne d'Ercole, fino
ad allora appannaggio dei proto-Liguri e di Tartesso. Inoltre i prodotti
commercializzati  nell'antichità dai loro mercanti, le colonizzazioni e le aree
di commercio dei Greci. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Cartina geografica della penisola Italica
  con l'Italia preromana, intorno all' 800 a.C.,
 abitata da Liguri, Reti, Veneti, Celti,
Etruschi, Piceni, Umbri, Sabini, Latini,
  Volsci, Sanniti, Aurunci, Osci, Iapigi,
  Messapi, Bruzi, Siculi, Sardi, Greci
e Cartaginesi, oltre ad altre etnìe.
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Dall' 800 a.C. - Gli Sciti si diffondono in:
- Mesopotamia (dando luogo alla cultura caldea e in seguito a quella assira),
- Anatolia (in cui erano già presenti Frigi, Lidi e Pontini),
- Grecia,
- Italia (dove, dal 900 a.C., erano presenti gli Etruschi e, ancora prima, i Liguri e gli Italici ),
- Europa centrale.
Dagli Sciti, gl'indoeuropei che sarebberi divenuti i Proto-Celti mutuarono molte usanze, dall'uso delle tombe tumulo, all'allevamento del cavallo, ritenuto sacro, dal rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna, alla suddivisione in classi sociali, ove aristocratico era colui che possedeva più cavalli. Gli indoeuropei proto-Celti, chiamavano se stessi Ariani (dalla parola sanscrita Arya, i «fedeli», i «devoti»).

La Grecia arcaica, nel VII-VI sec.a.C.
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- Le póleis greche si moltiplicarono a partire dall'VIII secolo a.C.
La rapida crescita della popolazione e la scarsità delle risorse spinsero i Greci a esportare questo modello di organizzazione anche nelle colonie, che fondarono un po' in tutto il Mediterraneo. Al centro della pólis, circondata da case e botteghe, si trovava l'agorà, la piazza del mercato e delle pubbliche assemblee; la parte più alta della città costituiva l'acropoli con i templi.
La più celebre acropoli della Grecia è quella di Atene, dove sorgevano i templi in onore delle divinità e si celebravano le feste Panatenee, con solenni processioni religiose e manifestazioni sportive.
Insediamenti Greci nell'VIII sec. a.C.
e le colonie nel Mediterraneo e Mar
 Nero fondate dall'VIII al VI sec. a.C.
Nel riquadro la Magna Grecia
(Grande Grecia) italica.  Clicca
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Nelle sculture dell'età arcaica e classica, gli artisti della Grecia antica cercarono di produrre delle opere ideali, in grado di non sfigurare al cospetto delle divinità. Questo risultato fu raggiunto, specialmente nella scultura a tutto tondo, attraverso un lungo e ininterrotto processo di perfezionamento formale. Le prime testimonianze appartengono all'età arcaica (tra il VII e il VI secolo a.C.), in cui i soggetti rappresentati sono giovani nudi o fanciulle vestite, caratterizzati dalla fissità dell'espressione.

Antica nave greca
- Dall' VIII al VI secolo a.C. i Greci avviano la seconda colonizzazione, sia verso occidente (Sicilia e coste meridionali italiane, la Magna Grecia) che verso oriente (coste settentrionali e meridionali del Mar Nero), motivata oltre che da difficoltà economiche, anche da contrasti sociali. Cuma, in Campania, fu fondata nel 780 - 750 a. C. dai Calcidesi e dagli abitanti di Cuma, piccolo centro dell'isola Eubea, e fu la più antica colonia greca della penisola italica e della Sicilia. Alcune città doriche, Corinto e Megara in particolare, ma anche Sparta ed altre, presero parte al grande movimento colonizzatore che si sviluppò in tutto il bacino del Mediterraneo. Colonie doriche furono fondate in Asia Minore, a Cipro, in Africa settentrionale ed in Italia (Magna Grecia e Sicilia). Fra queste ultime va segnalata Siracusa, fondata da Corinto, che a sua volta poi fondò Ancona (il cui epiteto è appunto "la città dorica") ed Adria. Sparta fondò Taranto nella penisola italica. La stessa Taranto, con Agrigento e Siracusa in Sicilia, furono le più popolose e ricche città greche d'Italia prima della conquista romana. Le città fondate mantenevano con la città-madre soltanto legami culturali e linguistici. Si ha anche l'avvento di due nuove figure politichelegislatori e tiranni.

Europa - Cartina dell'antica Grecia nell'VIII sec. a.C. e delle sue polis (città),
e delle colonie e città (polis) fondate successivamente. Territori Fenici
 e Cartaginesi nel Mediterraneo  nel VII e VI sec. a.C.
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- Nell'VIII secolo a.C. alcuni coloni greci che parlavano un dialetto ionico, provenienti dalla Focide, da Eretria e da Teos,  fondano Focea nella Ionia, la parte occidentale dell'attuale Turchia.

Ubicazione dell'antica Teos.
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Passo delle Termopili e a sud
l'antica Focide con le sue
città. Clicca sull'immagine
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Ubicazione dell'antica
 Eretria, nell'isola Eubea.
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Focea (greco antico: Φωκαία, Phōkaia; latino: Phocaea) fu fondata sul sito della odierna città di Foça (o Eskifoça) in Turchia, a circa 60 Km a Nord Ovest di Izmir (Smirne) ed era la città più settentrionale della Ionia. Sorgeva alla foce del fiume Ermo (oggi Gediz) sulla penisola che separa a nord il Golfo di Cyme (Cyme è l'antica Cuma degli Eoli) e a sud il Golfo di Smirne.
Focea (Phocaea), Cuma Eolica
(Cyme) e Smirne (Smyrna).
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Il suo nome proviene dalla parola “foca”, che fu il simbolo della città, o più probabilmente, dalla Focide, regione della Grecia centrale da cui proveniva parte dei coloni. Secondo Pausania, i Focei, sotto la guida ateniese, si stabilirono su un territorio ceduto da Cuma Eolica (Cyme) e furono ammessi nella Lega Ionica dopo aver riconosciuto i re della linea di Codro. A Focea, la presenza di due porti naturali permise lo sviluppo della flotta navale e del commercio marino. Secondo Erodoto, i Focei furono i primi greci ad intraprendere lunghi viaggi marittimi e a scoprire il Mar Adriatico, la Thyrrenia e l'Iberia a bordo di agili penteconteri.
Antica pentecontera greca.
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La pentecontera era una nave a propulsione mista essendo sospinta sia dalla vela che da remi e fu la prima imbarcazione adatta alle lunghe navigazioni. Il suo nome deriva proprio dai cinquanta vogatori disposti, venticinque per lato e in un unico ordine, sui due fianchi della nave. L'esemplare più famoso appartiene al mito: la nave Argo e i suoi (circa) cinquanta Argonauti. In seguito il termine andò a designare un'intera classe di navi, anche più potenti, sia a un ordine (monere) che a due (diere), dotate anche di più di 50 rematori. Si trattava sostanzialmente di una nave da guerra, a fondo piatto e dotata di un rostro per le manovre di speronamento. Le sue dimensioni sono stimate in circa 38 metri di lunghezza per 5 metri di larghezza. L'iniziale destinazione bellica non le impedì tuttavia di essere largamente utilizzata dai Focei della Ionia per percorrere rotte mercantili e coloniali.
Carta della Grecia o Ellade arcaica, VII-VI sec. a.C., con i nomi
 in Latino. In grassetto Focea (Phocaea), l'ormai distrutta
 Micene (Mycenae) e Tirinto (Tirynthius).
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Ci informa infatti Erodoto che, proprio utilizzando pentecontere, anziché navi mercantili dallo scafo rotondo, i Focei furono i primi a compiere lunghi tragitti, aprendo nuove rotte commerciali a ovest e si spinsero molto lontano, fin sull'Oceano Atlantico, presso Tartesso. Giunti a Tartesso, (presso l'attuale Siviglia, in Spagna), strinsero amicizia col re Argantonio (letteralmente: uomo d'argento) che li invitò a trasferirsi nel suo paese. I Focei declinarono la proposta. Allora, avuta notizia della potenza e della bellicosità dei Medi, loro vicini, Argantonio inviò loro una grande somma d'argento per costruire le mura difensive della città. I loro viaggi marittimi erano estesi: a sud commerciavano con la colonia greca di Naucrati, in Egitto e a nord aiutarono l'insediamento delle colonie di Amiso e Lampsaco.
La concezione del mondo dei tempi
omerici: un disco circolare piatto
circondato completamente dalle acque 
del fiume Oceano, che rimase radicata
nel mondo antico greco, anche dopo
che molti filosofi e studiosi avevano
accettato la nozione della sfericità 
della Terra, enunciata dai Pitagorici
e altri, ed affermata, con prove
teoretiche, da Aristotele. 
Secondo quella concezione, subito
al di sotto della superficie si trovava
la dimora dell'Ade, il regno della
Morte,  e ancora al di sotto il Tartaro, 
il regno dell'eterna oscurità.
All'esterno del fiume Oceano 
si elevava la volta cristallina
(cioè solida) celeste.
http://digilander.libero.it/diogenes99
/Cartografia/Cartografia01.htm 
L' importante porto commerciale di Focea fondò colonie nel Mediterraneo occidentale: Massalia, (attuale Marsiglia) in Francia, Alalia in Corsica, Elea in Magna Grecia, Emporion e Rhoda in Spagna. Anche i Fenici di Cartagine adottarono le pentecontere. Annone, nell'incipit del suo periplo, ci informa ad esempio che il suo tentativo di periplo dell'Africa, voluto dai cartaginesi a fini coloniali, si svolse con sessanta pentecontere, caricate di viveri e provviste e una folla di donne e uomini. La necessità di utilizzare navi da guerra può essere spiegato con gli attriti che nascevano dai traffici commerciali tra Greci, Fenicio-Cartaginesi ed Etruschi nel Mediterraneo occidentale e nell'Atlantico. In ogni caso spetta alle pentecontere il merito di aver supportato le antiche colonizzazioni greche e fenicie nel mediterraneo. Le pentecontere furono per molti anni la spina dorsale della marina bellica greca. Si resero protagoniste di un importante scontro navale tra i profughi Focei stanziatisi ad Alalia e una coalizione di cartaginesi ed etruschi: fu la battaglia di Alalia ed ebbe come teatro il Mar Tirreno, tra la Corsica e la Sardegna. Lo scontro navale si concluse con la vittoria dei Focei ma si rivelò subito dagli esiti incerti (Erodoto la definisce una vittoria cadmea). Essa segnò di fatto il primo momento di arresto dell'espansione coloniale e mercantile dei Greci di Focea nel mediterraneo occidentale, fino ad allora incontrastata. L'utilizzo promiscuo e le lunghe rotte percorse ci informano che la nave doveva essere dotata di notevoli capacità di carico.
Europa - Cartina dell'antica Grecia nell'VIII sec. a.C. e delle sue polis (città),
e delle colonie e città (polis) fondate sucessivamente. Territori Fenici
 e Cartaginesi nel Mediterraneo  nel VII e VI sec. a.C.  Si notano Focea,
 Lampsaco più a nord, Amiso sul Mar Nero, Naucrati in Egitto,  Massalia
(Marsiglia), Alalia, Cuma, Elea, Reggio.
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In effetti lo stesso Erodoto aggiunge che le pentecontere furono utilizzate per l'evacuazione di Focea, caricandole di tutti gli abitanti e i beni, con l'eccezione delle pitture e delle statue di bronzo. Dopo la battaglia di Alalia, furono protagoniste della successiva peregrinazione dei profughi focei che, stipati sulle venti navi superstiti, andranno a fondare Elea (Velia), in Magna Grecia, nell'attuale Campania. Dal Blog "Sanremo Mediterranea": per il post "Tartesso: l'Economia" clicca QUI, per il post "Tartesso: prima i Liguri, poi Fenici e Greci" clicca QUI, per il post "Ercole e altri miti a Tartesso" clicca QUI, per il post "Il Lago Ligure nella mitica Tartesso" clicca QUI, per il post "Sanremo: Favolose Origini e Favolosi Tesori" clicca QUI , e in questo resoconto si considerano i Focei come i fondatori di Sanremo, l'antica Matuzia.

Carta della Grecia antica con i monti Olimpo e
Parnaso, Tebe e Atene in Attica, Olimpia e
Sparta nel Peloponneso, e Creta a sud.
Nel 776 a.C. - Anno della prima Olimpiade in Grecia:  questa data servirà anche ai Greci come riferimento per datare il tempo. I Giochi panellenici furono un potente elemento coesivo di tutta l'Ellade grazie alla sospensione delle guerre durante i Giochi: giochi olimpici, istmici, pitici, nemei, secondo la città di svolgimento. Gli olimpici (ogni quattro anni, a Olimpia) divennero così importanti da computare il tempo su di essi, per cui la 2° olimpiade corrispondeva al 772 a.C., la 3° al 768 a.C. e così via.

Dal 775 a.C. - Genti originarie di Calcide, città della greca isola Eubea, (dove si parlava un dialetto ionico n.d.r.), nel 775 a.C. fondarono in Italia una colonia che chiamarono Pithecusa, sull'isola di Ischia.
Carta con sottolineate le città
Calcide, Cuma Eolica e Focea.
Gli stessi co-fondarono poi, nel 760 a.C., Kyme (Cuma), nome greco che significa "onda", facendo riferimento alla forma della penisola sulla quale è ubicata, nel continente di fronte all'isola di Ischia, insieme a coloni provenienti da Cuma (è dibattuto se si sia trattato di Cuma euboica o di Cuma eolica, ma probabilmente si tratta della prima).
Percorso via mare dall'isola Eubea
all'isola di Ischia.
Secondo la leggenda, i fondatori di Cuma, sotto la guida di Ippocle di Cuma (probabilmente euboica) e Megastene di Calcide, scelsero di approdare in quel punto della costa perché attratti dal volo di una colomba o secondo altri da un fragore di cembali. Cuma fu la prima colonia greca fondata sul territorio continentale italico (nella seconda fase di colonizzazione n.d.r.) da genti che si definivano "Graikòi" nel loro dialetto, che era il nome distintivo delle genti marittime della costa dell'isola Eubea e della limitrofa costa della Beozia. Nome che i Romani erroneamente recepirono come appellativo di tutte le genti elleniche, trasmettendolo fino a noi come "Graeci": per questo motivo in Occidente l'Ellade è chiamata Grecia. I fondatori della nuova colonia trovarono un terreno particolarmente fertile ai margini della pianura campana e pur continuando le loro tradizioni marinare e commerciali, rafforzarono il loro potere politico ed economico proprio sullo sfruttamento della terra ed estesero il loro territorio, nonostante le mire dei popoli confinanti. Cuma fu la colonia che diffuse in Italia la cultura greca, diffondendo l'alfabeto calcidese, che assimilato e fatto proprio dagli Etruschi e dai Latini, divenne l’alfabeto della lingua e della letteratura di Roma e poi di tutta la cultura occidentale.
Tabella con l'alfabeto fenicio, gli alfabeti greci derivati,
l'alfabeto greco occidentale di Calcide usato dai coloni
di Cuma in Campania, gli alfabeti etruschi e il latino derivati.
Tante furono le battaglie che i Cumani combatterono per difendere la propria terra dagli attacchi degli Etruschi di Capua, degli Aurunci e dalle popolazioni interne della Campania. Intimamente legato a Cuma è il mito della Sibilla Cumana. Già dal terzo libro dell'Eneide è scritto che Enea, se vorrà finalmente trovare la terra destinata al suo popolo dagli dei, dovrà recarsi ad interrogare l'oracolo di Cuma (Eneide, III, 440-452). Oggi Cuma (Cumae in latino) è un sito archeologico della città metropolitana di Napoli, nel territorio dei comuni di Bacoli e di Pozzuoli, localizzato nell'area vulcanica dei Campi Flegrei e  l'antro della Sibilla costituisce un'attrazione turistica di notevole interesse. Tra il 756 a.C. ed 743 a.C., coloni che provenivano dalla stessa città euboica di Calcide, fondarono le due città di Zancle (Messina) e Rhegion (Reggio), rispettivamente sulla sponda siciliana e quella calabrese dello stretto che separa le due terre.

Dal 753 a.C. -  E' intorno alla metà dell'VIII secolo avanti Cristo che, nel luogo in cui vi era già un'insediamento protourbano abitato da varie tribù italiche in cui erano preponderanti i Latini e i Sabini (o Sabelli), oltre alla presenza di Etruschi, i primi a fondare città-stato sul suolo italico, venne fondata Roma il cui nome magico segreto è Flora, "che fiorisce".
Carta dell'antica Roma di Romolo.
La cinta muraria esterna fu iniziata
da Tarquinio Prisco e ultimata da
Servio Tullio. Clicca sull'immagine
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Fu proprio dagli Etruschi che furono trasmessi al mitico Romolo gli insegnamenti dei cerimoniali per la fondazione della città.
Caratteristica fondamentale della nuova città fu l'idea di un potere politico condiviso.
Mappa del luogo in cui fu fondata
Roma. Sono indicati il Tevere, i colli,
il Foro fuori dai centri abitati, centrale
e comune, il campo Marzio, "di Marte",
dove si poteva circolare con le armi,
contrariamente al resto dell'urbe.
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Romolo co-regna infatti con Tito Tazio, re Sabino e viene inoltre istituito un foro (forum, cioè fuori dai centri abitati) per legiferare in uno spazio comune e viene decretato uno stato di diritto (ius, da iusiurandum, "giuramento") che stabiliva i patti, le relazioni fra le varie istituzioni sociali. Mentre i poteri dispotici orientali sono identificabili da urbanizzazioni in cui solo i templi e il palazzo del re, unico detentore del potere, hanno un rilievo, nell'antica Roma abbiamo le "curie" per le assemblee e una netta ripartizione dei compiti e delle funzioni delle varie componenti del nuovo sistema sociale. Romolo istituisce anche un calendario di 10 mesi, e i nomi da settembre a dicembre che usiamo tuttora derivano da quella ripartizione dell'anno. Il 29-10-2006 Andrea Carandini, un archeologo che ha realizzato numerosi scavi nel centro di Roma, racconta alla cittadinanza gli eventi della fondazione di Roma del 21 aprile del 753 a.C., data più simbolica che vera. File solo audio ma preciso, esauriente, completo e intelligente nell'analisi della nascita di una nuova politica, che contraddistinguerà la cultura di tutto l'Occidente; per ascoltarlo, clicca QUI. Con i suoi 290 ettari, la prima Roma era più estesa di Veio, la maggiore città etrusca, e proprio gli etruschi furono fra i primi fondatori di città, a cui si rivolse Romolo per conoscere i riti e le liturgie augurali delle fondazioni. Alla fondazione della città sono legate le tre imprese di Romolo:
Le tre aree di Roma interessate
dalle tre imprese di Romolo.
- la prima impresa di Romolo (con Tito Tazio, che co-regnava come re dei Sabini alleati) fu la benedizione del Palatino del 21 aprile (l'augurium) come cuore dell'abitato, con la cittadella del re.
- La seconda impresa di Romolo fu l'istituzione del Foro, del Campidoglio e dell'Arce, centro politico-sacrale della città-stato, in territorio neutro, super-partes.
Schema dell'organizzazione sociale nella prima Roma
monarchica. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
- La terza impresa di Romolo fu l'istituzione di tre ordinamenti correlati fra di loro: l'ordinamento del tempo, il calendario; l'ordinamento nello spazio con il confine, le mura con le porte della città (attorno al pomerium); l'ordinamento fra la gente, la ripartizione della popolazione in trenta assemblee, le curie.
La prima organizzazione politica della Roma monarchica è contraddistinta da un monarca elettivo, con pieni poteri, spesso forestiero onde evitare favoritismi di parte, e un corpo civico consultivo, formato dalle 3 tribù delle etnìe (Latini, Sabini ed Etruschi) costituenti la popolazione. Le tribù esprimono a loro volta 10 curie ciascuna (curia da "couviria"), le assemblee di maschi adulti, le quali si manifesteranno nei comizi curiati, la prima assemblea popolare. Il Senato, consiglio degli anziani capofamiglia, sarà il fulcro del corpo civico con compiti di reggenza negli interregno, fra un re e l'altro.
Inoltre molte emanazioni degli ordinamenti dell'epoca, sono firmati "Populus Romanus Quirites", intendendo per Populus il potenziale militare (nel latino arcaico il verbo "populare" significava "devastare") che ai quei tempi era stimato in 3.000 fanti e 300 cavalieri, e per Quirites (dal latino "couvirites", in Italiano "assemblee dei maschi adulti") l'insieme del corpo civico.

Carta dell'Italia nell'VIII sec. a.C. con indicate le zone in cui erano
stanziati i Cartaginesi, gli Umbri-Sabelli-Latini, i Greci, gli Etruschi,
la Cultura  di Golasecca. Sono indicati inoltre i centri di Spina, Felsina,
(l'attuale Bologna) Ravenna, Chiusi e Tarquinia in territorio Etrusco.
Sono poi indicate Cuma, Taranto, Reggio, Messina e Siracusa.
In Sicilia si sono inseriti i Sicani, iberici scacciati dai Liguri, e i Siculi,
probabilmente d'origine ligure, l'unica popolazione occidentale
 autoctona pre-indoeuropea. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Carta del Peloponneso con le sue regioni e città.
Sono evidenziate Sparta e la Messenia.
Del 750 a. C. - Per quanto fin dalla sua fondazione, nel 1.200 a.C., Sparta eccellesse per le proprie produzioni artistiche e, ad esempio, per i propri cori religiosi, probabilmente a causa della migrazione in Arcadia di molti esponenti della tribù di Beniamino (vedi eventi del 1.140 a.C.), nel 750 a.C. aveva rinunciato a produrre arte, poesia, artigianato in bronzo e ceramica, vanto del centro religioso che era stato e decise di occupare la Messenia (di un'estensione di 8.000 Kmq.) assoggettando la sua società e le sue grandi risorse agricole e di ferro; si dovette così concentrare a dominare una popolazione di 250.000 uomini con 10.000 guerrieri. Per organizzarsi a questo scopo, Sparta si era trasformata in una società militarista egualitaria: ogni cittadino-guerriero spartiato aveva la stessa quantità di terre degli altri, non disponeva di denaro e non poteva vestirsi in maniera diversa dalla moltitudine. Gli Spartani, vivevano nel continuo timore di una rivolta dei propri sudditi, gli iloti, che trattavano con una durezza senza confronti nel mondo greco.
Prospetto della Costituzione di Sparta.
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Pertanto, non potendo contare su una sottomissione e una fedeltà spontanee, dovevano organizzarsi, nella propria terra, come un esercito accampato in una regione straniera.
Opliti Spartiati. Clicca sull'immagine
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I maschi adulti passavano l'intera vita sotto le armi, mentre la giovinezza era solo una breve preparazione alla vita militare.
Gli Spartani fondavano la propria sicurezza interamente sull'affidabilità del proprio esercito, al punto che non vollero mai proteggere con mura la propria città pur essendo, alla lettera, circondati da nemici. In questo modo essi si guadagnarono la fama di essere grandi combattenti e Sparta veniva considerata la maggiore potenza militare della Grecia: rappresentava per i greci antichi un modello di virtù.

- A metà dell'VIII secolo a.C. i Germani risultano attestati lungo l'intera fascia litoranea che va dall'Olanda alla foce della Vistola. La pressione verso i territori interni  si manifestò nei secoli successivi non come un movimento unitario e unidirezionale ma come un intricato processo di avanzamenti, retrocessioni e infiltrazioni in regioni abitate anche da altri popoli.

Dal 700 a.C. - Nell'ambito della Cultura Celtica di Golasecca, la situazione climatica migliorò verso la fine dell’ VIII secolo, rispetto ai secoli precedenti e a testimonianza di ciò vi sono la nascita di complessi abitativi e di necropoli lungo le due sponde del Ticino allo sbocco nel lago Maggiore.
Ubicazione della Cultura celtica
di Golasecca con le varie genti
Liguri, Celto-Liguri e Celtiche
stanziate in quei territori.
Si suppone che quelle genti controllassero la zona strategica che va dai passi alpini che conducono all’alta valle del Rodano e a quella del Reno e a sud seguendo le vie fluviali fino al Po. Tra gli scavi effettuati a Golasecca, Castelletto Ticino e Sesto Calende, spiccano due tombe a incinerazione databili VII secolo a.C., la cui ricchezza principesca fuga ogni dubbio sul rango che dovevano detenere i guerrieri all’interno della cultura di Golasecca, infatti al loro interno sono stati ritrovati un carro a due ruote, elmo e gambiere di bronzo, spada di ferro, lunga lancia di ferro con l’asta munita di tallone e situla di bronzo istoriata, servizio da bevande, il cui secchio (il calderone dei Celti) spicca per importanza in quanto è diverso da tutti gli altri, non vi è comunanza con i contemporanei etruschi e italici, con quelli veneti e con lo stile hallstattiano, ovvero significa che tale opera va attribuita ad una produzione autoctona in seguito anche esportata oltralpe.
Il bacile in bronzo ritrovato a
Castelletto Ticino.
La principale caratteristica di tale decorazione sta nel fatto che mentre in nelle altre zone italiche iniziano a venir fatte decorazioni in rilievo e mediante tratti continui al fine di dare maggior contorno e realismo all’immagine, tecnica che caratterizzerà l’arte lateniana, a Golasecca si utilizza una tecnica che deriva direttamente dalla fine dell’età del bronzo, ovvero il rappresentare figure volutamente non realiste, mediante una serie di punti sbalzati dal rovescio. La volontà di non rappresentare figure simili alla realtà si evince anche dal fatto che tutte le rappresentazioni figurative sono in stile antropomorfo e questo non per incapacità o mancanza di originalità, ma per una precisa volontà. Un esempio per tutti è il bacile bronzeo ornato con leoni e persone alate ritrovato a Castelletto Ticino.
Stele di Bormio.
Esiste comunque una raffigurazione che consente di identificare l’aspetto dei celti di Golasecca, si tratta di una stele ritrovata a Bormio, (vedi figura "stele di Bormio") in Valtellina, estremamente importante sia perché unico ritrovamento del suo genere, sia per la rappresentazione che fornisce e che si ricollega all'aspetto guerriero golasecchiano, dandoci possibili indizi sul perché sono state ritrovate solo due tombe del livello sopra descritto. In questa raffigurazione spicca un personaggio di faccia, coperto da un grande scudo e con in testa un elmo, che tiene in mano un’insegna militare, tale insegna è parallela ad una lancia che sta dietro un piccolo scudo rotondo e che potrebbe trattarsi di un trofeo. Tale personaggio potrebbe essere sia un capo militare sia il Dio protettore del popolo, messo in una posizione che dà l’impressione di assistere ad una parata militare preceduta da trombettieri. Questa raffigurazione unita ai ritrovamenti nelle due famose tombe, possono significare che in alcuni momenti della loro storia, i Celti di Golasecca hanno avuto la necessità di formare un apparato militare; il carro a due ruote è un segno di questa urgenza, in quanto è databile al VII secolo a.C. mentre nel resto d’Europa si diffuse nel V secolo a.C.
Una cosa è certa, nonostante in Italia la cultura di Golasecca sia ignorata, fu un elemento fondamentale della cultura europea, ne influenzò le mode e lo stile artistico, lungo le vie commerciali che collegavano le due sponde delle Alpi e da lì nel resto d’Europa, le creazioni golasecchiane si sono diffuse un po’ ovunque, Francia, Belgio, Renania e Boemia; soprattutto oggettistica di bronzo prodotta grazie sia alle materie prime che transitavano sul suo territorio, come lo stagno proveniente dalla Boemia e dalla Gran Bretagna, sia dalle materie prime estratte dalle Alpi come il rame. La produzione bronzea era svariata, comprendeva recipienti, pendenti, oggetti ornamentali, porta fortuna e tutto ciò che col bronzo si può fare, oggettistica che si troverà frequentemente nelle tombe dei principi transalpini, insieme al carro a quattro ruote utilizzato per il trasporto del defunto, servizi per bevande con contenitori esageratamente grossi, fino alla capacità di 1100 litri come quello ritrovato a Vix. Per informazioni sull'importanza dei "calderoni" nella cultura e spiritualità celtiche, vedi il post "I Celti: Storia Cultura", cliccando QUI. Un’altro prodotto tipicamente golasecchiano è il Kline, un grosso letto in bronzo su cui veniva deposto il defunto all’interno della tomba, tipo il famoso kline della tomba principesca di Hochdorf a Stoccarda.
La croce celtica con i 4 oggetti
sacri alle direzioni cardinali
e gli alberi sacri alle
direzioni intermedie.
 I prodotti in bronzo non sono gli unici reperti che si possono trovare nelle tombe principesche transalpine, infatti parecchie ceramiche riferibili a Golasecca sono state trovate in importanti tombe in area francese, svizzera e tedesca, ad esempio un caratteristico bicchiere decorato con motivi orizzontali rossi e neri. Senza voler attribuire, in mancanza di prove concrete, la paternità della croce celtica a Golasecca, va detto però che una tipica decorazione della ceramica golasecchiana consisteva nel stampigliare una croce inscritta in un cerchio, decorazione che nel VI secolo a.C. valicò le Alpi per diffondersi in Europa, dove i ritrovamenti di questo vasellame vanno dall’est della Francia fino alla valle del Danubio. Non solo l’oggettistica golasecchiana si diffonde in Europa, ma anche le tecniche stilistiche, come nel caso dei vasi stampigliati ritrovati in Armonica (l'attuale Bretagna e Inghilterra meridionale) nel VI secolo, luogo in cui non vi sono i precedenti che al contrario abbondano in nord Italia. Ciò può spiegare come l’oggettistica sia arrivata in quelle zone tramite i movimenti commerciali fatti dai golasecchiani i quali dovevano procurarsi lo stagno proveniente dall’altro lato della Manica, commercio che porterà tre secoli più tardi al ritrovamento di dracme padane in Cornovaglia. (Per le dracme padane vedi il 390 a.C.).
Carta delle prime culture celtiche apparse in Europa:
Golasecca nel XII sec. a.C., Hallstatt dal VII sec. a.C.
e La Tène dalla metà del V sec. a.C.
Che questo tipo di oggetti furono il motivo trainate di questi commerci e delle conseguenti esportazioni stilistiche si evince dal fatto che contemporaneamente alla stampigliatura armoricana, compare in Boemia la ceramica decorata a traslucido, una novità per il posto ma già ben conosciuta e diffusa a Golasecca, e la Boemia è un’altra zona stannifera. La ceramica stampigliata influenzerà nel V secolo a.C. la cultura lateniana, dove tale tecnica verrà adottata diventandone un fattore tipico. Le stesse decorazioni: esse, cerchi, croci e più raramente motivi vegetali e animali, la loro posizione ed i punzoni utilizzate non lasciano dubbio che la matrice originaria era Golasecca. Dal Blog "Sanremo Mediterranea":
per il post "Dal Ligure al Celtico, dagli antichi alfabeti dell'Italia Settentrionale al Runico" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: dai Primordi ai Megaliti" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: Alleanza e fusione con i Celti", clicca QUI. Vedi anche: http://culturaprogress.blogspot.it/2014/12/la-cultura-di-golasecca.html

Primi insediamenti europei dei Celti: la
cultura di Golasecca, la cultura
orientale di Hallstatt, a sud del
Danubio e la cultura occidentale
di La Tène, a sud del Reno.
- In Europa centrale, nella zona del Salzkammergut (Salisburgo e Carinzia, nell'odierna Austria) dal 700 a.C. fino al 450 a.C., si sviluppò la Cultura Celtica di Hallstatt, resa fiorente dal commercio del sale e dalla produzione e commercializzazione di oggetti in ferro. La Cultura Celtica si basava prevalentemente su tre classi sociali:
Ogham su pietra, da
Carn Enoch, Galles, UK.
- la sacerdotale (druidica), che conservava e tramandava solo oralmente, la memoria collettiva
- l'aristocrazia guerriera dedita alle armi e alla caccia,
- la terza, il popolo, dedito  alla lavorazione dei metalli e all'allevamento di cavalli e suini.
L’incontro dei Celti con i Greci ebbe poi un grande valore culturale, perché diffuse nell’Europa celtica la scrittura alfabetica, anche se i Celti avevano un loro sistema di scrittura, l'ogham, l'alfabeto celtico,  che veniva usato esclusivamente dai druidi, e solo nei rituali sacri. Fra i Celti, la conoscenza veniva tramandata nella classe sacerdotale solo oralmente, affinché non si perdesse la memoria, che veniva esercitata nella conoscenza mnemonica delle Triadi Bardiche. Per "Celti: storia e cultura" clicca QUI, per "Croce Celtica" clicca QUI, per "Ogham: la scrittura rituale degli antichi Celti" clicca QUI
OGHAM, l'alfabeto celtico. Ogni OGHA, simbolo-lettera, è l'iniziale
di un'albero-pianta, un uccello e un colore, con i nomi in gaelico:
inoltre qui indichiamo la corrispondenza con il calendario arboricolo
proposto da John King. Clicca l'immagine per ingrandirla.

In Europa compaiono le prime monete. Secondo Erodoto, i Lidi furono il primo popolo ad introdurre l'uso di monete d'oro e d'argento e il primo a stabilire negozi per la vendita al minuto in località permanenti. Non è chiaro, tuttavia, se Erodoto volesse significare che i lidi fossero stati i primi a introdurre monete di oro e argento puro o in generale le prime monete in metallo prezioso. Nonostante l'ambiguità, questa asserzione di Erodoto vale come attestazione spesso citata a favore del fatto che i lidi avessero inventato la monetazione, almeno in occidente, anche se le prime monete non erano soltanto d'oro o d'argento, ma costituite da una lega dei due metalli.
La datazione di queste prime monete coniate è uno degli argomenti dell'antica numismatica dibattuti più frequentemente, con date che vanno dal 700 a.C. al 550 a.C., ma la considerazione tenuta più comunemente è che esse fossero state coniate all'inizio (o quasi) del regno di re Aliatte (talvolta riferito in modo non corretto come Aliatte II), che governò la Lidia tra il 610 e il 550 a.C.
Cartina dell'antica Lidia nel 700 a.C.
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Il figlio di Aliatte fu Creso, che divenne sinonimo di ricchezza, e la città in cui risiedeva era Sardi, rinomata come bellissima città. Intorno al 550 a.C., all'inizio del suo regno, Creso finanziò la costruzione del tempio di Artemide (l'Artemision) a Efeso, che divenne una delle Sette meraviglie del mondo antico. Creso venne sconfitto in battaglia da Ciro II di Persia nel 546 a.C., per cui il regno lidio perdette la sua autonomia diventando una satrapia persiana, di cui il capoluogo era Sardi.
Carta con parte dell'antica Ionia
con Sardi, Efeso e l'isola di Chio.
Fondamentale per la datazione delle prime monete, è stato il ritrovamento di due depositi monetali durante gli scavi condotti all'inizio del secolo scorso nell'Artemision di Efeso, il tempio fatto costruire da Creso. Il loro occultamento viene oggi messo in relazione con lavori di ristrutturazione del santuario, effettuati nel 560 a. C. L'introduzione delle monete in elettro sembra pertanto da porsi agli inizi del VI secolo a. C. Datazioni più alte, propongono, invece, l'ultimo terzo del VII a.C. Nel mondo greco il ricorso all'oro per la coniazione di monete è piuttosto raro. Il primo utilizzo di questo metallo, sotto forma di una lega di oro e d'argento, chiamata "elettro" o "oro bianco", coincide, però, con l'introduzione della moneta stessa in Occidente, in una zona geograficamente prossima al regno di Lidia. La monetazione in elettro, battuta essenzialmente secondo uno standard "lidio-milesio", comprende lo statere (di circa 14,1 grammi, anche se le più grandi di queste monete sono comunemente riferite come 1/3 di statere, trite, del peso di circa 4,7 grammi, e nessuno statere intero di questo tipo sia mai stato trovato ) e alcune sue frazioni, fino a 1/96. Gli esemplari possono avere entrambi i lati lisci, oppure striature su una delle facce, o anche raffigurazioni di animali o di protomi su un lato e il marchio di uno o due punzoni, il cosiddetto "quadrato incuso", sull'altro. Le monete della Lidia venivano stampate con una testa di leone decorata con ciò che è probabilmente un raggio di sole, simbolo del re.
Antiche monete della Lidia.
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L'assegnazione a zecche specifiche risulta spesso problematica. L'alto valore delle diverse denominazioni indica un loro uso nel corso di transazioni economiche di livello piuttosto elevato. L'introduzione del denaro favorì il commercio di schiavi. L'antica Grecia diventò perciò la prima società schiavistica della storia, dove nacque una forma di schiavitù in cui gli uomini erano beni mobili, ridotti al rango di merce: comprati, venduti e trattati come bestie.
Scultura che ben rappresenta
lo stato d'animo della schiavitù.
Busto noto come Pseudo Seneca,
 uno dei tanti custoditi nel museo
archeologico di Napoli, parte di
una serie di ritratti immaginari, a
volte identificati con Lucrezio,
raffiguranti il poeta Esìodo.
L'invenzione della schiavitù-merce si deve a Chio, città di un'isola posta a ridosso della costa occidentale dell'attuale Turchia, nell'arcipelago delle Sporadi. Lo storico Teopompo, nativo dell'isola, afferma infatti: "Gli abitanti di Chio furono i primi tra i greci, dopo i Tessali e i Lacedemoni, a servirsi di schiavi. Ma essi non se li procuravano allo stesso modo di questi ultimi, perché i Lacedemoni e i Tessali hanno tratto i loro schiavi dai Greci che precedentemente abitavano il territorio che essi conquistarono, e li chiamarono rispettivamente iloti e penesti, mentre gli abitanti di Chio possedevano schiavi barbari che avevano acquistato.

Alfabeto di
Lugano o
Lepontico.
Lepontii erano una delle diverse tribù celtiche indigene delle Alpi, distinta da quei Galli (come i Boi) che invasero la pianura padana in tempi storici. La lingua leponzia (o più recentemente anche lepontico) era la loro lingua, ora estinta, parlata fra il 700 a.C. e il 400 a.C. La lingua è conosciuta solo attraverso alcune iscrizioni che furono redatte nell'alfabeto di Lugano, da alcuni chiamato anche alfabeto Etrusco settentrionale, una delle cinque principali varietà di alfabeto italico settentrionale. Queste iscrizioni furono scoperte nell'area intorno a Lugano, comprendente anche il Lago di Como e il Lago Maggiore. Il raggruppamento di tutte queste iscrizioni in una singola lingua definita "celtica" è discusso: alcune (specialmente le più antiche) vengono considerate scritte in una lingua non-celtica affine al ligure (Whatmough 1933, Pisani 1964). Scritture simili furono usate per il retico, il venetico e le rune germaniche, che probabilmente derivano da una scrittura appartenente al gruppo degli alfabeti nord-italici. Da http://menhir-ticino.webs.com/alfabetoliticolugano.htm.

Stele di Prestino con iscrizione nei caratteri dell'alfabeto di Lugano.
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Alfabeto Etrusco
Settentrionale.
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Il Lepontico apparterrebbe quindi ad uno strato linguistico proto-celtico e pre-gallico, ovvero anteriore all'invasione gallica del 388 a.C. e dalle recenti ricerche individuato come una componente del ligure, che viene così a perdere il carattere sostanzialmente indoeuropeo a lungo attribuitogli: Ligure e Leponzio farebbero parte di un area linguistica caratteristica dell'Italia nord-occidentale da inserire nel più vasto quadro della famiglia delle lingue proto-celtiche. A sostegno di questa ipotesi, la migliore testimonianza ci è data dalla famosa stele di Prestino, sede dell'antica Comum (Como), in cui si legge: “UVAMOKOZIS PLIALE U UVLTIAUIOPOS ARIUONEPOS SITES TETU”. 
Alfabeto tartessico,
dell'antica Tartesso.
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Interpretando queste frasi con la fonetica del linguaggio ligürü = lingua o gergo degli antichi Liguri, (i Liguri si esprimevano in una lingua comune risalente al proto-iberico centrale, e sia la fonetica che la scrittura erano espresse dall'alfabeto di Tartesso, sulla foce del Guadalquivir in Spagna, nei pressi dell'attuale Siviglia) si potrebbe dedurre, capire od interpretare due degli etimologhi come nomi di dei o divinità: UVLTIAUIOPOS e ARIUONEPOS. Si deve pensare che il settentrione italico era abitato da popolazioni di ceppo ligure, come gli Euganei, gli Stoni, i Trumplini e i Camuni, e si ipotizza che le lingue dei popoli retici, avessero una base comune non indoeuropea ma, come nel caso dei Leponti, Ligure, sulla quale si è innestato un ceppo di derivazione etrusca.
L'antico linguaggio dei Liguri, che è stato la matrice di quello dei Baschi, ha forgiato anche il proto-celtico dell'Italia settentrionale, fra cui il lepontico, e in tempi successivi la langue d'oc, il catalano e il provenzale. Dal Blog "Sanremo Mediterranea": per il post "Dal Ligure al Celtico, dagli antichi alfabeti dell'Italia Settentrionale al Runico" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: Alleanza e fusione con i Celti" clicca QUI.

Gli Stoni o Stoeni, in letteratura detti anche Stini o Steoni, furono un popolo dell'Italia antica, sottoclasse  degli Euganei (che erano Liguri Ingauni), stanziato nel sud delle Alpi, nell'area geografica della Valle del Chiese, Valli Giudicarie in Trentino e della Val Sabbia e Val Vestino in provincia di Brescia. Il loro villaggio-capitale era Stonos che per alcuni ricercatori, tra questi Federico Odorici e Scipione Maffei, corrisponderebbe all'attuale Vestone, mentre per altri a Storo o a Stenico. Dal nome del popolo degli Stoni deriva lo stesso toponimo di Vestone, ma anche Bostone, monte Stino e Val Vestino.

Carta con gli insediamenti degli Euganei, Carni, Veneti
(Venetici), Reti, Camuni, Leponzi e Cenomani.
I Camuni erano una popolazione che abitava l’attuale Val Camonica, sottomessa dai Romani nel 16 a.C. con la spedizione militare di Publio Silio contro le popolazioni alpine. Il loro nome appare per secondo, subito dopo quello dei Trumplini, tra le "gentes Alpinae devictae" nell’iscrizione del Tropaeum Augusti a La Turbie, presso il principato di Monaco, il cui testo è riportato integralmente da Plinio il Vecchio (Nat. hist., III, 134). I "Camunni" erano considerati, insieme ai "Trumplini" e agli "Stoeni", questi ultimi abitanti delle Giudicarie, “gentes Euganee” da parte di Plinio poiché così era stato riportato da Catone (Nat. hist., III, 133-34), mentre Strabone (IV, 206) li considera di stirpe retica. Dal punto di vista archeologico, la Val Camonica appare durante la seconda età del Ferro (V-I sec. a.C.) al centro di un’area culturale, comprendente anche la Valtellina, la Val Trompia, la Val Sabbia e le Giudicarie, caratterizzata dalla ceramica tipo Breno-Dos dell’Arca, il cui tipo più significativo è una foggia di boccale a base svasata e con parete piatta o rientrante dalla parte dell’ansa, e da iscrizioni su ceramica e pietra in alfabeto di Sondrio, il significato delle quali rimane ancora oggi del tutto oscuro.
Alfabeto
camuno, o
di Sondrio.
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Con l’alfabeto retico di Bolzano, quello di Sondrio o Camuno condivide l’assenza della vocale o, come nell'Etrusco. Pur presentando aspetti comuni o affini, in questo periodo il territorio della cultura tipo Breno-Dos dell’Arca si differenzia in maniera precisa dall’area culturale di Fritzens- Sanzeno, che certamente corrisponde al Paese dei Reti. È probabile quindi che la notizia di Plinio sia quella giusta e che la cultura tipo Breno-Dos dell’Arca debba essere attribuita agli Euganei. Per quanto riguarda la prima età del Ferro, l’estrema lacunosità delle fonti non consente di delineare un quadro culturale preciso. Gli oggetti sporadici, per lo più di bronzo, mostrano affinità con i tipi diffusi nell’ambiente alpino centro-orientale, in particolare nell’area culturale di Luco e Meluno. I riti funerari sono scarsamente conosciuti. I pochi documenti, come la piccola necropoli di Breno del V-IV sec. a.C., alcune tombe di Castione della Presolana e due tombe di Capo di Ponte del I sec. a.C. - I sec. d.C. attestano il rito dell’inumazione. La documentazione più importante per conoscere la civiltà dei Camuni dell’età del Ferro è senza dubbio l’arte rupestre della Val Camonica. Il IV stile copre tutto l’arco cronologico dell’età del Ferro e si può suddividere in cinque fasi: IV-1, caratterizzata da uno stile geometrico-lineare e databile all’VIII sec. a.C.; IV-2 o stile protonaturalistico, databile al VII-VI sec. a.C.; IV-3 o stile naturalistico (V-IV sec. a.C.); IV-4 (IVIII sec. a.C.) e IV-5 o stile decadente, databile al II-I sec. a.C. I principali soggetti raffigurati sono scene di caccia al cervo da parte di cavalieri armati di lancia e con l’ausilio dei cani, scene di duello, scene di parate militari con esibizione delle armi e della virilità e inoltre raggruppamenti di capanne, scene di attività artigianali (fabbro, tessitura), composizioni di armi, motivi simbolici (impronte di piedi, figure di palette, labirinti, la “rosa camuna”), iscrizioni. Dopo la conquista romana, la tribù dei Camuni fu attribuita probabilmente a Brescia. Il capoluogo della valle prese il nome di Civitas Camunnorum, centro che gradualmente assimilò il modello urbano romano, con un’area pubblica destinata ad accogliere terme, teatro e anfiteatro, quest’ultimo scoperto nel 1984-85. Nella vicina Breno, nel corso del 1986, è stato scoperto un santuario dedicato a Minerva, che ha restituito una statua della dea di marmo di Carrara. A seguito della conquista romana i Camuni adottarono gli usi romani anche nel campo dei riti funerari e si diffuse quindi la cremazione. Necropoli a cremazione sono state scoperte a Breno, Cividate Camuno e Borno.

Reti, antica popolazione stanziata nelle Alpi centro-orientali, erano inseriti nel contesto culturale di Fritzens-Sanzeno, che aveva come epicentro il Trentino e il Tirolo, sviluppandosi fino all'Engadina, nel Canton Grigioni, in Svizzera. Secondo lo storico romano Plinio il vecchio essi erano divisi in vari gruppi, riconducibili però a una unica entità etnico-culturale di origine etrusca; la molteplicità delle comunità pone serie difficoltà agli studiosi nel delineare con precisione l'area da loro occupata. A seguito della conquista dell'arco alpino effettuata sotto l'imperatore Augusto tra il 15 e il 16 a.C. i popoli retici furono sottomessi a Roma, e successivamente inseriti nella provincia di Rezia. Lo storico latino Plinio il Vecchio (23 - 79 d.C.) fa derivare il nome Reti dal re eponimo "Reto", comandante delle popolazioni etrusche che, stanziate nell'area padana, furono costrette a riparare sui monti alpini dall'arrivo dei Galli. Secondo lo storico latino Tito Livio (59 a.C. - 17 d.C.) i Reti discenderebbero dagli etruschi, ritirati sull'arco alpino a seguito delle invasioni celtiche nel nord Italia. Il primo uso del termine "retico" risale a Catone il censore (234-149 a.C.), che lo utilizzò per descrivere un vino pregiato. Lo storico greco Strabone (58 a.C. - 25 d.C. circa) descrive i Reti associandoli ai Vindelici, collocandoli tra Elvezi e Boi sopra "Verona e Como"; precisa inoltre che alla "stirpe retica" appartengono sia i Leponzi che i Camuni: « Vi sono poi, di seguito, le parti dei monti rivolte verso oriente e quelle che declinano a sud: le occupano i Reti e i Vindelici, confinanti con gli Elvezi e i Boi: infatti si affacciano sulle loro pianure. Dunque i Reti si estendono sulla parte dell'Italia che sta sopra Verona e Como; e il vino retico, che ha fama di non essere inferiore a quelli rinomati nelle terre italiche, nasce sulle falde dei loro monti. Il loro territorio si estende fino alle terre attraverso le quali scorre il Reno; a questa stirpe appartengono anche i Leponzi e i Camunni. I Vindelici ed i Norici invece occupano la maggior parte dei territori esterni alla regione montuosa, insieme ai Breuni e ai Genauni; essi appartengono però agli Illiri. Tutti questi effettuavano usualmente scorrerie nelle parti confinanti con l'Italia, così come verso gli Elvezi, i Sequani, i Boi e i Germani. Erano considerati più bellicosi dei Vindelici i Licatti, i Clautenati, e i Vennoni; dei Reti i Rucanti e i Cotuanti. » (Strabone, Geografia, IV, 6.8).
Carta con i territori dei Leponzi, Trumplini, Tridentini, Stoni,
Euganei, Reti, Vindelici, il Norico; le Alpi centrali e orientali
con i territori limitrofi. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel libro VII, sempre Strabone descrive il territorio dei Reti, che si trova a cavallo delle Alpi tra il lago di Costanza e le terre degli Insubri in Italia: « I Reti toccano per poca parte col loro territorio il lago (Lago di Costanza), mentre la maggior parte ricade sotto gli Elvezi, i Vindelici e il gruppo dei Boi. Tutti, fino ai Pannoni, ma in special modo Elvezi e Vindelici, abitano gli altipiani. I Reti ed i Norici si estendono dai passi delle Alpi fino verso l'Italia, confinando i primi con gl'Insubri, i secondi con i Carni e le terre d'Aquileia. » (Strabone, Geografia, VII, 1.5). Lo storico latino Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua Storia naturale ricorda che "Feltre, Trento e Belluno sono centri dei Reti, e Verona è dei Reti e degli Euganei; « Con loro (i Norici) confinano i Reti e i Vindelici, tutti divisi in molte comunità. Si ritiene che i Reti, discendenti degli etruschi, condotti da Reto, furono scacciati dai Galli. » (Plinio il Vecchio, "Naturalis historia", III, 133). Durante l'età del ferro, soprattutto dal VI secolo a.C., si afferma nell'area tra il Tirolo ed il Trentino la cultura di Fritzens-Sanzeno, che perdurerà fino alla conquista dell'area da parte di Roma, nel I secolo a.C., che segnerà appunto la fine di quell'epoca. Dal VI secolo a.C. si segnala anche una significativa influenza etrusca nel nord-Italia, ponendosi di fatto come cultura mediatrice tra le popolazioni mediterranee e quelle transalpine. Il territorio della valle dell'Adige si presentava come la via più breve per giungere oltralpe, attraverso i due passi della Resia e del Brennero. Tra la fine del V e l'inizio del IV secolo popolazioni celtiche si insediano nella pianura Padana; tra i vari gruppi quello dei Celti Cenomani s'inserisce tra il fiume Oglio ed Adige, sostituendo gli etruschi nei traffici con i Reti.
Alfabeti retici di
Magrè e Bolzano.
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Nelle antiche descrizioni i Reti appaiono come un popolo selvaggio portato alla guerra, che non perdeva occasione per effettuare scorrerie ed attacchi verso i fondovalle già romanizzati. D'altro lato essi stessi erano visti come un ostacolo al transito tra i versanti nord e sud delle Alpi, in quanto obbligavano al pagamento di pedaggi e assalivano convogli. Si suppone che queste descrizioni siano state volutamente enfatizzate per giustificare la conquista delle Alpi da parte dei romani. I siti archeologici più importanti sono Sanzeno e Mechel in val di Non, il Doss Castel, il castelliere sul Col de Pigui nei pressi di Mazzin, e Laives: per tali insediamenti è possibile parlare di strutture protourbane. Si definisce Cultura di Fritzens-Sanzeno la cultura materiale retica, che prende il nome da queste due località (l'una nella valle dell'Inn e l'altra in Val di Non), che andò a sovrapporsi alle precedenti Cultura di Luco-Meluno e cultura di Hallstatt. La scrittura retica, la cui comparsa è collocata attorno al 500 a.C., presenta un forte influsso etrusco, se non una vera e propria derivazione. Analizzando numerose iscrizioni rinvenute nel territorio retico, sono state distinte quattro varianti grafiche: gli alfabeti di Lugano, Sondrio-Valcamonica, Bolzano-Sanzeno e Magrè. Nel caso dell'alfabeto di Lugano è stata notata una parentela con il celtico. Per l'alfabeto di Bolzano-Sanzeno e Magré è importante notare, come nell'Etrusco, l'assenza della vocale "o". I Reti, sebbene con modalità diverse e più articolate, condivisero con i Venetici l'adozione dell'alfabeto etrusco. Un'ipotesi è che le lingue dei popoli retici, avessero una base comune non indoeuropea ma, come nel caso dei Leponti, Ligure, sulla quale si è innestato un ceppo di derivazione etrusca. Nel 1960 Osmund Menghin ha avanzato l'ipotesi che i Reti non fossero una popolazione, quanto invece un "gruppo di culto", a cui si associa, per assonanza, il culto della divinità Reitia. A proposito delle divinità dei Reti è immediato il riferimento innanzitutto alla dea Reitia che veniva venerata nel santuario di Baratela a Este, nei pressi di Padova, un centro della cultura venetica. Nato alla fine del VII secolo a.C., sotto l'influsso religioso etrusco, fu frequentato fino al II-III secolo d.C. Si presume che Reitia non fosse il nome proprio della divinità, ma un attributo caratteristico di una dea, che presenta molti tratti in comune con la dea greca Artemide-Diana e che sarebbe concepibile come dea madre della fertilità, della guarigione e dell'al di là.
Statuetta della dea Reitia.
 Difficile dire se le figure femminili stilizzate, le cui braccia terminano con una testina di cavallo o di uccello, rappresentino la dea Reitia. Altrettanto problematico è appurare se le popolazioni alpine siano state denominate Reti proprio in base alla loro venerazione per la dea Reitia. In ogni caso nell'età Romana è epigraficamente documentata in Valpolicella la presenza di un sacerdote che presiedeva ai "riti Reitiae" (riti della dea Rezia). A Sesto alcune iscrizioni menzionano la divinità Ierisna, simile ad Era o ad una dea delle stagioni e dei prodotti della terra.

Alfabeto d'Este
o Venetico.
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- I Veneti antichi, o Venetici,  per scrivere la loro lingua avevano adottato l'alfabeto chiamato d'Este. La civiltà o cultura Atestina o d'Este è una testimonianza dell'antica popolazione dei Venetici (Veneti) nell'Italia protostorica, diffusa nell'attuale territorio del Veneto e sviluppatasi tra la fine dell'età del bronzo (X-IX secolo a.C.) e l'età romana (I secolo a.C.) e derivata dalla precedente e più estesa cultura protovillanoviana. L'economia era fondata sull'agricoltura, l'allevamento delle pecore, la pesca in acqua dolce. Si praticavano scambi con la regione villanoviana e l'Etruria, la Slovenia, il Tirolo e la regione hallstattiana.
Cavallo dei Veneti.
Il cavallo, chiamato Ekvo dai Veneti antichi, animale-totem della protostoria dell'Europa, giocò nella loro cultura un ruolo di prim'ordine. Questi animali erano allevati per la loro valenza economica e come simbolo di predominio aristocratico e militare. I cavalli dei Veneti erano noti per la loro abilità nella corsa ed erano spesso riprodotti negli ex voto, nelle aree più sacre. Centinaia di bronzetti a forma di cavallo o di cavaliere su cavallo provengono dai luoghi di culto dei Veneti. Al cavallo erano riservati appositi spazi di sepoltura nelle necropoli, e compare in vari manufatti come immagine simbolica o elemento decorativo.

Dal 683 a.C. - Inizia in Grecia l'età dei tiranni (700 - 500 a.C. circa). Alcuni tiranni furono buoni governanti, come Periandro a Corinto, Gelone a Siracusa e Policrate a Samo. Fiorisce la cultura grazie all'introduzione della scrittura, e vengono fissati per iscritto i poemi di Omero e di Esiodo. Probabilmente Omero non era un solo poeta, ma un gruppo o una scuola di cantori che conservavano la memoria storica della cultura greca antica. Analizzando la costruzione di Iliade e Odissea, composta molto tempo dopo, ci si rende conto che non possono essere state scritte dalla/e stessa/e persona/e e nella stessa epoca. Nasce la filosofia nella Ionia (Talete, Anassimandro, Anassimene), si affermano poeti lirici (Archiloco, Tirteo, Alceo) e il Santuario di Delfi acquisisce rinomanza universale. Dall' VIII al VI secolo Atene e Sparta si affermano come i centri più importanti, ciascuna riunisce diverse città vicine in lega, Atene con modalità persuasive, Sparta con modalità coercitive. A Sparta vige un regime oligarchico: due re e un consiglio consultivo, la Gherusia, di 28 anziani.
Pallade Atena, la Dea Vergine,
con lancia e l'"Egida", l'elmo.
Ad Atene la monarchia è abolita dall'inizio del VII secolo e vi si instaura un regime tirannico che trova riscontro anche in altre città greche, come Corinto. Il governo è affidato a nove arconti con carica annuale, coadiuvati dall'areopago, consiglio di ex arconti. Nel 621 a.C. il legislatore Dracone pubblica il primo codice (limitazione del potere giudiziario dei nobili). L'arconte Solone nel 594 a.C. riforma il codice draconiano: suddivisione in quattro classi, all'areopago affianca la bulé, consiglio di 400 estratti a sorte dalle prime tre classi. Il tiranno Pisistrato (560 - 527 a.C.) accentua i caratteri democratici (in chiave populistica). I suoi figli Ippia e Ipparco si riveleranno più dispotici del padre. Dopo la cacciata dei due, si impone il partito democratico, guidato da Clistene. Si ha una nuova costituzione democratica. Vengono ridotti i poteri dell'areopago. La Bulé è portata a 500 membri. Introduzione dell'ostracismo, la votazione che si svolge per esiliare i politici che possono sembrare pericolosi per la democrazia. Splendore culturale ed economico. Nella mitologia greca la Dea Atena, figlia di Zeus, era la dea della sapienza, della saggezza, della tessitura, delle arti e degli aspetti più nobili della guerra. Con Atena è presente un gufo o una civetta, indossa una corazza d'oro ed ha uno scudo rivestito di magica pelle di capra chiamata Egida, (la capra che l'ha allattata) Spesso è accompagnata dalla dea della vittoria: Nike. Quasi sempre viene rappresentata mentre porta un elmo ed uno scudo con appesa la testa della Gorgone Medusa, dono votivo di Perseo. Non ebbe mai alcun marito od amante, e per questo era conosciuta come Athena Parthenos (La vergine Atena), da cui il nome del più famoso tempio a lei dedicato, il Partenone sull’acropoli di Atene. Dato il suo ruolo di protettrice di questa città, è stata venerata in tutto il mondo greco anche come Athena Polis (Atena della città). Il suo rapporto con Atene era davvero speciale.
Carta del Caucaso secondo le fonti letterarie greco-romane.
 Le Amazzoni sono state poste nella parte più settentrionale
 della Sarmazia asiatica. La carta mostra anche l'ubicazione
dell'Albania caucasica, della Scizia e della Palude Meote:
 tutti luoghi variamente citati dagli autori classici come
patria delle Amazzoni. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Narra la leggenda che Poseidone propose agli ateniesi l'invincibilità in guerra, in terra e in mare, se gli avessero intitolato la città, e invece Atena, donando l'ulivo, promise la saggezza in cambio di una dedica a lei: gli ateniesi la scelsero. La donna guerriera ed eroica è sempre esistita,  a cominciare dalle Amazzoni (autentiche donne guerriere della Scizia) e dalla loro regina Pentesilea, che sfidò Achille e ne fu sconfitta.
"Amazzone ferita"
di Franz von Stuck, 1903.
Per non essere da meno dei Greci, i Latini cantarono nell’Eneide virgiliana le gesta di Camilla, un’altra eroina che ebbe la sfortuna di trovarsi dalla parte sbagliata.

- I Sarmati (Σαρμάται, Σαυρομάται, Sarmăti, Sauromăti) furono una popolazione di schiatta iranica affine agli Sciti. Erodoto conosce i Sauromati abitanti la Russia meridionale a oriente del Don. La leggenda greca li considerava nati da Sciti e da Amazzoni, e in tal modo spiegava l'affinità con gli Sciti e le abitudini guerriere delle donne. La tribù più importante e forse più ellenizzata sembra essere stata quella degli Iazamati, già ricordata in Ecateo. Dalla seconda metà del sec. IV a. C. si hanno le prime tracce dei Sarmati, che diventano però chiare solo nel sec. II a. C.: Polibio testimonia un regno di Sarmati per il 179 a. C. fra il Don e il Dnepr. Degli antichi alcuni tengono distinti i Sarmati dai Sauromati, i più li identificano. Le moderne ricerche dimostrano che i Sarmati sono una popolazione ugualmente iranica venuta a sovrapporsi ai Sauromati per una lenta emigrazione dal centro dell'Asia: resta incerto se la sostanziale comunanza di nome sia comprova dell'affinità originaria o derivi dalla più tarda sovrapposizione; ed è pure incerto se taluno dei gruppi di tribù, in cui i Sarmati si suddividevano, possa più direttamente ricollegarsi con i Sauromati (si allude in special modo agli Iazigi in confronto ai citati Iazamati).
Carta del 100 a.C. con la Scizia e Sarmazia oltre alla Partia.
Alla fine del sec. II a. C. all'incirca, gli Iazigi erano già arrivati tra Dnepr e Danubio, i Rossolani tra Don e Dnepr, dove ebbero poi da combattere con Mitridate Eupatore: gli Sciti di queste regioni erano in parte assimilati, in parte fatti schiavi, o circoscritti in taluni territori (per es., Crimea). I Sarmati furono un popolo iranico e quindi, come gli Sciti, facevano parte della famiglia linguistica iranica (indoeuropea). Aperti alla cultura e alla religione persiana, si dividevano probabilmente in quattro tribù: IazigiRoxolani (o Rossolani), Aorsi e Alani. Essi in origine abitavano le steppe lungo il Volga, le regioni pedemontane degli Urali meridionali e la steppa del Kazakistan occidentale. Nei loro territori d'origine essi si scontrarono con i Battriani, i Parti e i Sogdiani. In diversi periodi e a diverse ondate essi si spinsero verso occidente.

Nel 682 a.C. -  In Grecia, Terpandro inizia l'arte del canto con l'accompagnamento musicale. 

Verso la metà del VII secolo a. C. i Cumani fondarono Partenope (Παρθενόπη), sull'isoletta di
Megaride (oggi Castel dell'Ovo) e sul promontorio di Pizzofalcone.

Nel 650 a.C. - Fra il VII e VI sec. a.C. si forma la struttura politica degli Illiri. Artigiani eccellenti del metallo e guerrieri feroci, gli Illiri hanno basato i loro regni sulla guerra ed hanno combattuto fra di loro per la maggior parte della loro storia.
Carta dell'Illira nel 650 a.C.
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Hanno generato e sviluppato la loro cultura, lingua e caratteristiche antropologiche nella zona occidentale dei Balcani, come menzionano scrittori antichi . Le regioni che gli Illiri hanno abitato includono l'intera penisola balcanica occidentale, il nord ed Europa centrale, il sud fino al golfo di Ambracian (Preveza, Grecia) e l'est intorno al lago Lyhnid (lago Ohrid). Altre tribù di Illiri, inoltre, migrarono e si sono stabilirono in Italia, nell'attuale Puglia; fra di loro vi erano i Messapii e gli Iapigi. Il nome “Illiria„ è menzionato dal quinto secolo a.C. mentre alcuni nomi di tribù risalenti al dodicesimo secolo a.C. sono citate da Omero. La formazione etnica degli Illiri ha luogo entro il quindicesimo secolo a.C., da metà dell'eta del Bronzo, ed avevano ereditato le loro caratteristiche antropologiche e lingua dall' età Neolitica. Dall'età del ferro, gli Illiri erano completamente caratterizzati. Alcuni studiosi Albanesi sostengono che dai Pelasgi sono derivati Tirreni ed Etruschi oltre a Illiri e Albanesi, e che i linguaggi di questi popoli sono quindi affini: Pausania (Arcadia, Libro VIII, 1,4,6) scrive: “Gli Arcadi dicono che Pelago fu il primo a nascere nella terra dell’Arcadia. Dato che Pelago divenne re, il paese si chiamò Pelasgia in suo onore”. Pindaro (Carminia, Fragmenta Selecta, I, 240) scrive: “Portando un bel dono, la Terra fece nascere per primo l’essere umano nell’Arcadia, il Divino Pelasgo, molto prima della luna”. I discendenti dei Pelasgi chiamarono ILIRIA (ILLYRIA per i Romani) la loro nuova patria: LIRI (LIR=libero), che voleva dire: “Il Paese del popolo libero”, paese che si estendeva dal Mediterraneo fino al Danubio. Parole con la radice Lir, ne troviamo con lo stesso significato nelle seguenti lingue: Pelasgo-illirico(liri), Etrusco(liri), Albanese odierno(liri), Italiano(libertà), Francese(libertè), Latino(libertas), Inglese(liberty), Spagnolo(libertad), Romeno(libertade), Portoghese(liberdade). In italia, e precisamente nel Lazio, esiste il monte Liri, nonché il fiume Liri, e Fontana Liri. Questo nome è stato conservato durante i secoli nei vari paesi Europei Mediterranei, molto probabilmente attraverso la “irradiazione” delle varie tribù illiriche, come gli Etruschi, i Messapi, i Dauni, i Veneti, i Piceni, ecc. Ognuno di questi nomi ha un significato nella lingua Albanese: E TRURIA (E= di, TRURIA= cervello, paese di gente con cervello), MESSAPI (MES=ambiente, centro, HAPI= aperto, paese di gente aperta), DAUNI (dauni, separati, separatevi), VENETI (nome derivante dalla dea VEND, patria, luogo per eccellenza), PICENI (PI=bere, KENI=avete, luogo con acqua abbondante). Il nome Pelasgi si può riferire alla parola Albanese PELLG (mare profondo), come in italiano “pelago”. In generale, le iscrizioni più antiche si presentano formulate da destra a sinistra e continuando talvolta da sinistra a destra, cioè in forma bustrofedica, e spesso senza interruzione tra una parola e l’altra".

Dal 600 a.C. - Nel corso del VI secolo a.C., gli Sciti dilagano verso l'area balcanica e la Pannonia, nel bacino settentrionale del Mar Nero, per poi toccare la Germania orientale e, con i Traci, l'Italia settentrionale.
In rosso gli insediamenti dei Celti Elvezi, Volsci, Insubri e Leponzi dall'età
del bronzo. In verde scuro le espansioni delle tribù dei Britanni, Goideli,
Trinovanti, Senoni, Boi, Celtiberi, Sequani e Celtoliguri nei vasti territori
dei Liguri, nei sec. VI e V a.C. In verde più chiaro le successive
espansioni di Norici, Senoni,  Scordisci Traci e Galati

Le popolazioni Celtiche in Europa si suddividono in varie tribù. 

- In Grecia nasce il pensiero filosofico-scientifico occidentale.
Nelle trattazioni sulla storia del pensiero scientifico degli inizi figura in genere la Scuola di Mileto, detta anche Scuola Ionica, i cui esponenti più importanti, Talete, Anassimandro e Anassimene diressero le loro indagini scientifiche principalmente verso interessi di ordine filosofico ma anche astronomico  e cosmolo­gico (a quell'epoca non esisteva una differenziazione delle discipline scientifiche). L’importanza della Scuola Ionica risiede nel fatto che lo studio si manifestò con una certa connotazione di vera e propria indagine scientifica per la qualità delle domande che gli studiosi si posero. In particolare si domandarono quale fosse il principio unicoarché, (sostanza fon­damentale e causa prima che dava origine a tutta la materia). Ogni componente della Scuola diede una propria definizione di ciò che riteneva essere questo elemento fondamentale.
Talete di Mileto, 626 - 548 a.C.
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Talete di Mileto (ca. 626 - 548 a.C.) è ritenuto il fondatore della Scuola di Mileto. Ciò che si sa della sua vita è po­chissimo e avvolto nella leggenda. Si dice (da Proclo) che abbia viaggiato in Mesopotamia ed Egitto acquisendo numerose conoscenze. Erodoto dice che previde l’eclissi totale di Sole del 585 a.C., ma gli studiosi moderni danno poco credito a questa affermazione, o per lo meno, si tende a pensare che, avuta conoscenza del periodo delle eclissi di 18 anni, oggi detto saros, Talete abbia dato la previsione di una eclisse generica. Diogene Laerzio, scrivendo nel II secolo d.C. dice che Geronimo, discepolo di Aristotele, afferma che Talete calcolò l’altezza di una piramide egizia misurando la lunghezza dell'ombra della piramide, proprio nell’istante in cui l’ombra proiettata da Talete aveva lunghezza eguale alla sua altezza. Anche Plinio fa un’affermazione simile. E’ considerato da Plutarco il primo dei Sette Saggi. In molti libri di testo moderni di geometria, diversi assiomi sono attribuiti a Talete, ma nessuna sua opera ci è pervenuta. Talete pensava che la Terra fosse un disco galleggiante sul fiume Oceano, e che tutta la materia derivasse dall’acqua. Per lui dunque la sostanza fondamentale era l’acqua.  Aristotele riferisce che Talete utilizzò le sue conoscenze per predire una straordinaria raccolta di olive per la stagione futura. Ciò lo indusse ad acquistare tutti i frantoi disponibili e fu così in grado di guada­gnare un grande ammontare di denaro quando effettivamente l’eccezionale raccolto di olive si verificò. Questa storiella, indicativa di una sua attitudine per le cose pratiche, contrasta con un’altra, riferita da Platone. Egli dice che durante una notte scura, Talete, completamente assorto nella contemplazione del cielo stellato, cadde in una buca profonda. Le sue invocazioni di aiuto furono udite da una servetta che si trovava nelle vicinanze, che lo soccorse non senza fargli osservare come poteva pretendere di capire le cose del cielo se non era nemmeno capace di fare attenzione a dove metteva i piedi in terra.

Cartina degli Abruzzi con Capestrano.
- Il Guerriero di Capestrano risale a questo periodo storico.
Nel 1934, in un vigneto di Capestrano, nell'attuale provincia di L'Aquila, negli Abruzzi, viene rinvenuto un antico monumento dell'arte degli antichi Italici.
Il Guerriero di
Capestrano.
Si tratta di un monumento scultoreo, alto 235 cm, destinato ad avere risonanza mondiale, tanto da essere definito il “Guerriero Italico” per  antonomasia. Si ritiene che rappresenti un'antico sovrano italico, dotato di armatura a protezione del cuore, elmo e armi, con le forme adottate ai quei tempi come canoni di rappresentazione condivisi. Non se ne conosce bene la provenienza: probabilmente Sabina. Persino l'epigrafe incisa su un lato, dal basso all'alto, è scritta utilizzando un alfabeto difficile da decifrare, contribuendo così ad incrementare il mistero del “Guerriero di Capestrano”, oggi conservato a Chieti, nel Museo Nazionale Archeologico.

Nel 594 a.C. - Ad Atene legislazione di Solone.

Nel 580 a.C. - In Italia, l'etrusco Tarquinio Prisco diventa il quinto re di Roma. Una stagione prospera riguardava i principali centri etruschi dell'Etruria e della Campania, che aveva ormai conferito saldezza e continuità ai contatti commerciali con gli interlocutori dell'Egeo, della costa e dell'entroterra microasiatico. L'elemento etrusco, già incorporato nel tessuto sociale di Capua, della quale occupava una zona residenziale perciò detta "vicus Tuscus", improntò politicamente la storia della stessa Roma con la dinastia dei Tarquinii, con l'ultimo dei quali, Tarquinio il Superbo, si concluderà la fase monarchica della città inaugurando quella repubblicana. Al suo predecessore Tarquinio Prisco (616-578 a.C.) si deve, fra l'altro, la costruzione della cinta muraria di Roma (murus lapideus), poi completata sotto Servio Tullio.

- In GreciaAnassimandro disegna la prima carta del mondo conosciuto. Anassimandro (610 - 547 a.C. ca.) è ritenuto il primo discepolo di Talete.
Ecumene di Anassimandro, carta
del mondo conosciuto nel 580 a.C.
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Della sua vita si conosce pochissimo, si dice che abbia capeggiato una spedizione nel Mar Nero per fondare la città di Apollonia. Le notizie che di lui abbiamo ci vengono da Aristotele, Teofrasto e Diogene Laerzio, a loro volta citati da autori posteriori. E’ considerato il primo autore di un’opera a carattere filosofico, dal titolo "Della Natura". Di questo libro solo un frammento ci è pervenuto attraverso una citazione di Simplicio (che a sua volta cita Teofrasto). Si tratta di un brano che ha provocato accese discussioni tra i commentatori. Anassimandro identifica l'ar­ché nell’apeiron, l'”infinito” (più precisamente, nell’ente “privo di limiti”). Naturalmente esiste una grande indeterminatezza su cosa intendesse esattamente Anassimandro con quella definizione. Ma Anassimandro è importante anche per l’astronomia. C’è una sola testimonianza di una osservazione astronomica eseguita da Anassimandro, e riguarda la data in cui avviene il tramonto eliaco mattutino delle Pleiadi. Al contrario, si hanno citazioni di sue osservazioni astronomiche di carattere speculativo. Tra queste, citiamo quella secondo cui i corpi celesti eseguono percorsi circolari, e l’altra, importantissima, secondo cui la Terra galleggia nello spazio senza bisogno di alcun sostegno, affermazione grandemente innovativa (perché fino ad allora il concetto di qualcosa di solido che sostenesse la Terra era saldamente radicata presso tutte le culture) che segna veramente l’inizio dello studio del cosmo su basi scientifiche. Si dice che Anassimandro abbia introdotto in Grecia l’uso dello gnomone (apprendendolo probabilmente dai Babilonesi). Ad Anassimandro si fanno risalire le prime idee sulla convessità della superficie terrestre. Egli pensava che la Terra avesse forma cilindrica, con l’asse orientato nel senso levante-po­nente. Si dice anche che egli abbia eseguito per primo una misurazione dell’obliquità dell’eclittica (affermazione fortemente dubitata oggi). Altra affermazione tradizionale su Anassimandro è quella secondo cui egli abbia disegnato una carta geografica del mondo allora conosciuto, carta che doveva limitarsi a una rappresentazione del Mediterraneo circondato dal fiume Oceano. 

Nel 578 a.C. - Servio Tullio diventa sesto re di Roma. 
Cartina dell'antica Roma nel
600 a.C. con le mura serviane.
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Considerato il secondo fondatore, Servio Tullio fu l'autore della più importante modifica dell'esercito dell'epoca pre-repubblicana, dividendo la popolazione in classi e centurie. Si rese conto, infatti, che per assicurare a Roma una forza militare sufficiente a mantenere le proprie conquiste era necessario un esercito più numeroso di quello che possedeva (un'unica legione di circa 3.000 fanti e 300 cavalieri, detto esercito romuleo). Introdusse quindi il "Census", il censimento della popolazione maschile che si teneva ogni 5 anni. Tale occasione si inaugurava con il "Lustrum" che consisteva in una "Lustrazio": tre animali sacri, prima di essere sacrificati, giravano attorno all'esercito in armi schierato nel Campo Marzio per rendere splendore e sacralità all'evento. Lustro è rimasto nel nostro linguaggio come periodo di 5 anni. In relazione al patrimonio posseduto, ognuno apparteneva ad una classe di centurie, che si differenziavano fra seniores, oltre i 46 anni e juniores fra i 17 e i 45 anni. Lo schieramento corazzato oplitico adottato dalla fanteria, i "pedites", prevedeva dispositivi difensivi come corazze elmi e scudi, oltre alle armi offensive (spade e lance) che potevano permettersi solo le prime classi. Al di sotto di un certo patrimonio non si poteva far parte delle classi delle centurie.
Cartina dell'antico Lazio nel 600 a.C.
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La monetazione a Roma venne introdotta alla fine del IV, inizi del III secolo a.C., per cui i capitali erano misurati in "pecunia" (dalla parola latina per "pecora") non numerata, e cioè metallo pesato. Questo favorì comunque il reclutamento degli strati inferiori della società, fino ad allora esclusi dal servizio militare, segnando così il primo passo verso il riconoscimento politico di quella che solo grazie a questa riforma prenderà a chiamarsi plebe. L'inclusione della plebe nell'esercito portò ovviamente i re etruschi ad un primo contrasto con lo strato superiore della società romana, i patrizi, che vedevano minacciati i propri privilegi. Servio Tullio modificò la tradizionale ripartizione in tribù del popolo romano, che non tenne più conto dell'origine etnica delle genti, ma che considerava come criterio di appartenenza il luogo di residenza. Vennero così create quattro tribù urbane (Suburana, Palatina, Esquilina, Collina); in questo modo, oltre a omogenizzare i cittadini romani, si poteva anche valutare il patrimonio dei singoli cittadini e quindi fissarne il tributo che questi dovevano versare alle casse dello stato, oltre che il censo, che ne determinava la classe militare di appartenenza. Primo fra i Romani, condusse quindi  il primo censimento generale (dividendo i cittadini per patrimonio, dignità, età mestieri e funzioni), contando 80.000-83.000 cittadini romani, insieme a quelli delle campagne circostanti. Il nuovo corpo civico era quindi composto dai Comizi Curiati, le assemblee dei maschi adulti che formavano le nuove tribù territoriali e i  Comizi Centuriati che erano le assemblee degli appartenenti all'esercito in armi, (populus inteso come esercito) e che perciò non si potevano svolgere in città, in cui era proibito portare armi, ma nel Campo Marzio. Servio Tullio ampliò il pomerium (confine di Roma) ed aggiunse alla città di Roma i colli Quirinale, Viminale e Esquilino, scavando poi tutto intorno al nuovo tratto di mura un ampio fossato. Fece quindi costruire sull'Aventino, insieme agli alleati latini, il tempio di Diana, che corrisponde alla dea greca Artemide, il cui tempio si trovava ad Efeso, trasferendo da Ariccia il culto latino di Diana Nemorensis. Come per i Greci, per i quali il tempio di Artemide rappresentava una federazione di città, con il tempio di Diana, costruito intorno al 540 a.C., i Romani miravano a porsi come centro politico e religioso delle popolazioni del Lazio e forse anche dell'Etruria meridionale.
Statuetta romana
di Mater Matuta.
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E sempre a Servio si ascrive anche la decisione di costruire il Tempio di Mater Matuta ed il Tempio della Dea Fortuna, entrambi al Foro Boario. Roma continuò comunque la sua politica di espansione territoriale, sia a danno dei vicini Sabini, sia delle città etrusche di Veio, Cere e Tarquinia le quali, non accettando la sovranità di Servio Tullio, considerato un usurpatore, non volevano più rispettare gli accordi di tregua stipulati con Tarquinio; dopo alterne vicende i Romani ebbero la meglio su queste città e ingrandirono il loro territorio verso nord. Mater Matuta, nella mitologia romana era la dea del Mattino o dell'Aurora. Più tardi fu associata alla dea greca Ino o, appunto, Aurora. Aveva un tempio nel Foro Boario, realizzato, forse, all'epoca di Servio Tullio (secondo quarto del VI secolo a.C.), accanto al Porto fluviale di Roma, consacrato, secondo la leggenda, da Romolo. Distrutto nel 506 a.C., fu ricostruito nel 396 a.C. da Marco Furio Camillo, nell'odierna area di Sant'Omobono. Un altro tempio dedicato alla dea era nella città di Satricum. La sua festa (Matrialia) veniva celebrata l'11 giugno, a questo culto erano ammesse solo le donne vergini o sposate una sola volta, il cui marito era ancora vivo, mentre le donne schiave ne erano severamente escluse. Per i post "Cultura degli antichi Romani" clicca QUI e per i post "Politica nell'antica Roma" clicca QUI.

Piantina dell'antica Mileto,
colonia Ionica in Asia
Minore, che mostra una
 concezione democratica
dell'urbanistica. A parte
l'area centrale, destinata
agli uffici pubblici, le zone
residenziali appaiono
fortemente omogenee,
conformemente all'ideale
di uguaglianza fra cittadini
della città-stato
democratica. Clicca
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Nel 575 a.C. - Secondo il ritrovamento di un'antica iscrizione, a Chio, città di un'isola posta a ridosso della costa occidentale dell'attuale Turchia, nell'arcipelago delle Sporadi, viene convocato un consiglio popolare che offre la prima testimonianza di istituzioni democratiche e leggi o decreti del dèmos, il governo dei molti. Il mondo pre-greco fu un mondo senza uomini liberi, nel senso in cui l'Occidente è giunto ad interpretare questo concetto. Secondo le informazioni in nostro possesso, Chio fu la prima città in cui si acquistavano e vendevano schiavi. Le città nelle quali la libertà individuale raggiunse le sue più alte espressioni (e in particolare Atene) erano città nelle quali fioriva  il  possesso di schiavi come beni mobili; i Greci scoprirono contemporaneamente l'idea della libertà individuale, della struttura istituzionale al cui interno poteva essere realizzata, oltre all'idea di schiavitù in cui gli uomini erano beni mobili, ridotti al rango di merce: comprati, venduti e trattati come bestie. L'antica Grecia fu perciò la prima società schiavistica della storia, dove nacque una forma di schiavitù in cui gli uomini erano beni mobili, ridotti al rango di merce: comprati, venduti e trattati come bestie. Lo storico Teopompo, nativo dell'isola di Chio, afferma infatti: "Gli abitanti di Chio furono i primi tra i greci, dopo i Tessali e i Lacedemoni, a servirsi di schiavi. Ma essi non se li procuravano allo stesso modo di questi ultimi, perchè i Lacedemoni e i Tessali hanno tratto i loro schiavi dai Greci che precedentemente abitavano il territorio che essi conquistarono, e li chiamarono rispettivamente iloti e penesti, mentre gli abitanti di Chio possedevano schiavi barbari che avevano acquistato. Nel mondo greco il ricorso all'oro per la coniazione di monete è piuttosto raro. Il primo utilizzo di questo metallo, sotto forma di una lega di oro e d'argento, chiamata "elettro" o "oro bianco", coincide, però, con l'introduzione della moneta stessa in Occidente, in una zona geograficamente prossima al regno di Lidia. Fondamentale per la datazione di queste prime serie, è stato il ritrovamento di due depositi monetali durante gli scavi condotti all'inizio del secolo scorso nell'Artemision di Efeso. Il loro occultamento viene oggi messo in relazione con lavori di ristrutturazione del santuario, effettuati nel 560 a.C. L'introduzione delle monete in elettro sembra pertanto da porsi agli inizi del VI secolo a.C. La monetazione in elettro, battuta essenzialmente secondo uno standard "lidio-milesio", comprende lo statere (= gr 14,1 ca.) e alcune sue frazioni, fino a 1/96. Gli esemplari possono avere entrambi i lati lisci, oppure striature su una delle facce, o anche raffigurazioni di animali o di protomi su un lato e il marchio di uno o due punzoni, il cosiddetto "quadrato incuso", sull'altro. L'assegnazione a zecche specifiche risulta spesso problematica. L'alto valore delle diverse denominazioni indica un loro uso nel corso di transazioni economiche di livello piuttosto elevato.

Moneta di Focea in elettro di 1/6 di
statere raffigurante la foca marina,
simbolo di Focea, con sotto la lettera
Φ, iniziale di Focea e coniata nel
600-550 a.C.; conservata al British
Museum di Londra. Clicca
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- Nella seconda metà del VI secolo a.C. Focea perse l'indipendenza assieme alle altre città della Ionia. Prima passò a Creso, re di Lidia, e subito dopo, con la sconfitta di Creso nel 546 a.C., a Ciro il Grande, re di Persia. I Focei si rifugiarono a Chio con l'intenzione di acquistare e stabilirsi sulle isole Enusse, ma, respinta l'offerta, si diressero verso le loro colonie nel Mediterraneo occidentale, e molte furono quelle che fondarono. Focea, importante porto commerciale, nel Mediterraneo occidentale fondò: Massalia, (l'attuale Marsiglia) in Francia, Alalia in Corsica, Elea in Magna Grecia, Emporion e Rhoda in Spagna. Ci informa infatti Erodoto che, utilizzando pentecontere anziché navi mercantili dallo scafo rotondo, i Focei furono i primi a compiere lunghi tragitti, e, aprendo nuove rotte commerciali a ovest, si erano spinti molto lontano, fin sull'Oceano Atlantico, presso Tartesso.
Carta del 700 a.C. con gl'insediamenti e limiti dell'influenza di
Tartesso segnalati in verde brillante, le colonie greche in blu,
le colonie fenicie in verde-oliva. Si vedono il Lago Ligustico,
 Asta Regia (Jerez de la Frontera) e Gadir (Cadiz).
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Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos 
Figura maschile di
 Ligure, fine del VI
sec.a.C., con
copricapo a forma
di testa di cigno.
Parigi, Museo
del Louvre
Giunti a Tartesso, in (Spagna), i Focei avevano stretto amicizia col re Argantonio (che significa "uomo d'argento") che li invitò a trasferirsi nel suo paese. I Focei declinarono la proposta. Allora, avuta notizia della potenza dei Medi, Argantonio aveva assegnato loro una grande somma d'argento per costruire mura difensive nella loro città.

Medi vengono menzionati per la prima volta in un'iscrizione assira che risalirebbe all'835 a.C. insieme ai Persiani, ma è grazie all'archeologia che possiamo collocare il loro arrivo nell'altopiano iranico alla metà del II millennio a.C. A quel tempo essi formavano un raggruppamento di tribù seminomadi, ma di notevole forza militare, i cui re dimoravano dentro fortezze (siti di Godin Tepe, Nush-i Jân). Il primo regno medo unificato appare solo nell'VIII secolo a.C., e secondo Erodoto fu fondato da Deioce, il quale in realtà non era che un piccolo capo tribù sottomesso, come i suoi più diretti successori, al re assiro Sargon II. Le incessanti lotte tra gli Assiri e le popolazioni iraniche erano dovute al bisogno di procurarsi i cavalli da parte dell'esercito assiro e alle incursioni a scopo di rapina e saccheggio dei Medi e dei Mannei in territorio assiro. Quando i Cimmeri invasero l'Anatolia dal Caucaso, il capo medo Fraorte (675-653 a.C.) riunì le tribù e si alleò con essi contro gli Assiri, ai quali inflisse pesanti sconfitte arrivando persino ad assediare Ninive, dove morì in combattimento. La Media fu successivamente assalita dagli Sciti che la dominarono fino a quando Ciassare la liberò (ca. 625 a.C.).
Carta dell'impero dei Medi, della Lidia, dell'impero Caldeo e
dell'Egitto nel 612 a.C.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Ciassare organizzò un potente esercito, sottomise i Persiani e confederò le popolazioni iraniche per muovere guerra agli Assiri. L'alleanza con i Babilonesi consentì ai Medi, dopo la distruzione di Ninive (612 a.C.), di estendersi in Armenia e in Cappadocia fino alla Lidia, con la quale fu stabilito, dopo un conflitto e con la mediazione dei Babilonesi, un confine lungo il fiume Halys. Da questo momento, i re medi si attribuirono il titolo di "re dei re", avanzando pretese di supremazia su tutta l'Asia Minore. Il cosiddetto "impero medo", in realtà era una confederazione di numerose popolazioni iraniche. La mancanza di unità culturale e l'eccessiva eterogeneità della popolazione, rese il regno dei Medi fragile e ciò non tardò a rivelarsi alla morte di Ciassare. Suo figlio Astiage, succedutogli sul trono, non ebbe la forza e le qualità necessarie a contrastare la crescita della potenza persiana sotto Ciro, che si ribellò e, ereditando le esperienze statali elamiche, di cui i Medi erano privi, fu in grado di impossessarsi di tutto il Vicino Oriente. L'impero dei Medidurato poco più di cinquanta anni, non ebbe caratteristiche culturali originali, ma imitò gli Elamiti, Urartu, la civiltà del Luristan e ovviamente le civiltà mesopotamiche. La sua forza risiedeva nell'esercito, che fu organizzato secondo criteri innovativi, cioè con la creazione di reparti di unità specializzate (arcieri, lancieri, cavalleria) manovrate secondo criteri tattici: l'epoca del combattimento eroico, individuale, signorile con i carri fu definitivamente superato in quest'area. Lo stesso sovrano doveva il suo potere al sostegno del ceto militare e all'ascendente che aveva sulle truppe, anche se formalmente esso era basato su principi religiosi.

Dardanelli con Lapsaco (Lapseki)
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- I  viaggi marittimi dei focei erano estesi: a sud commerciavano probabilmente con la colonia greca di Naucrati, in Egitto e a nord aiutarono probabilmente l'insediamento delle colonie di Amiso e Lampsaco. (Vedi cartina a lato). A proposito della fondazione di Massalia, si narra che Focei  (per visualizzare il post del Manoscritto Anonimo del 1700, in cui si parla dei Focei nell'area di Sanremo e in Liguria, clicca QUI) e Samioti aprirono relazioni commerciali con gli abitanti delle coste dell'Iberia orientale e della Gallia meridionale, che erano quasi tutti Iberi e Liguri. Nella particolareggiata leggenda di Massalia (Marsiglia), si racconta  come i primi coloni Focei, Simos e Protis, provenienti da Efeso, incontrando il sovrano ligure Nannu, sarebbero stati invitati, in una lingua incomprensibile, a partecipare ad un banchetto al quale, a loro insaputa, la figlia di Nannu, Gyptis, avrebbe scelto il suo sposo tra gli astanti. Gyptis espresse la sua preferenza per il foceo Protis, generando la comunione tra i popoli. La terra su cui avrebbero edificato la loro città, infatti, sarebbe stata proprio Massalia.
Europa - Cartina del Mediterraneo nell'VIII sec. a.C. e delle sue polis (città),
e delle colonie e città (polis) fondate sucessivamente. Si notano Focea,
 Lampsaco più a nord, Amiso sul Mar Nero, Naucrati in Egitto,  Massalia
(Marsiglia), Alalia, Cuma, Elea, Reggio. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Questo episodio ci fa intendere che Massalia non può essere considerata una colonia esclusivamente greca, ma più probabilmente il luogo di un'intesa greco-ligure come accesso al Mediterraneo dei commerci continentali europei e viceversa (sale, metalli, ambra, vino, manufatti ecc.). Da quando i Focei si stabilirono ad Alalia, in Corsica, per cinque anni costruirono templi e saccheggiarono i paesi circostanti, fino a quando Etruschi e Cartaginesi li affrontarono nella battaglia navale di Alalia (535 a.C.).
Carta dell'antico mar Tirreno
con la zona della battaglia
di Alalia del 535 a.C.
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Le flotte etrusca e cartaginese furono sconfitte nella prima battaglia navale di cui abbiamo notizia nella storia del Mediterraneo, anticipando di 60 anni le guerre Persiane. I Focei vinsero, ma riportarono danni così gravi alle loro navi che preferirono trasferirsi a Rhegion (l'attuale Reggio Calabria) e da lì risalire la costa per fondare Elea. Tra i fondatori della colonia figurava anche il filosofo Senofane di Colofone. Elea vedrà poi la fioritura della scuola filosofica Eleatica, con Parmenide e Zenone.

Dal 550 a.C. - Intorno al 550 a.C. popolazioni di Germani  raggiunsero l'area del Reno, imponendosi sulle preesistenti popolazioni Celtiche e in parte mescolandosi a esse (è considerato misto il popolo di confine dei Belgi).
Dal V al I secolo a.C., i Germani premettero costantemente verso sud, venendo a contatto (e spesso in conflitto) con i Celti e, in seguito, con i Romani. Lo spostamento verso sud fu probabilmente influenzato da un peggioramento delle condizioni climatiche in Scandinavia tra il 600 a.C. e il 300 a.C. circa. Il clima mite e secco della Scandinavia meridionale (una temperatura di due-tre gradi più elevata di quella attuale) peggiorò considerevolmente, il che non solo modificò drammaticamente la vegetazione, ma spinse le popolazioni a cambiare modi di vivere e ad abbandonare gli insediamenti. Intorno a tale periodo questa cultura scoprì come estrarre il "ferro di palude" (limonite) dal minerale nelle paludi di torba. Il possesso della tecnologia adatta ad ottenere minerale di ferro dalle fonti locali può aver favorito l'espansione in nuovi territori. Nell'area di contatto con i Celti, lungo il Reno, i due popoli entrarono in conflitto. Sebbene portatori di una civiltà più articolata, i Galli subirono l'insediamento di avamposti germanici nel loro territorio, che diedero origine a processi di sovrapposizione tra i due popoli: insediamenti appartenenti all'uno o all'altro ceppo si alternavano e penetravano, anche profondamente, nelle rispettive aree d'origine. Sul lungo periodo, a uscire vincitori dal confronto furono i Germani, che qualche secolo più tardi sarebbero dilagati a occidente del Reno. Identico processo si sarebbe verificato, a sud, lungo l'altro argine naturale alla loro espansione, il Danubio.

Senofane di Colofone.
Dal 540 a.C. - Fiorisce il pensiero di Senofane di Colofone (565 - 470 a.C.).  Le poche notizie sulla sua vita sono fornite da Diogene Laerzio: "Senofane di Colofone, figlio di Dexio o di Ortomeno... lasciata la patria, dimorò a Zancle (l’odierna Messina) di Sicilia e poi prese parte alla colonia diretta a Elea e qui insegnò; abitò anche a Catania. Secondo alcuni non fu discepolo di nessuno, secondo altri, dell’ateniese Betone o di Archelao. Sozione dice che fu contemporaneo di Anassimandro. Scrisse versi epici, elegie e giambi, censurando quanto sia Omero che Esiodo avevano detto sugli dei. Cantava egli stesso le sue composizioni. Si dice che abbia polemizzato contro Talete, Pitagora ed Epimenide. Visse fino a tardissima età... cantò anche "La fondazione di Colofone" e "La deduzione di colonia a Elea" in duemila versi. Fiorì nella 60ª olimpiade (540 - 537). Demetrio Falereo in "Sulla vecchiaia" e lo stoico Panezio in "Sulla tranquillità dell’animo" dicono che abbia sepolto i figli con le sue mani, come Anassagora. Pare che sia stato comprato e poi riscattato dai pitagorici Parmenisco e Orestade...". Diceva Senofane: "Omero ed Esiodo hanno attribuito agli dei tutto quello che per gli uomini è oggetto di vergogna e di biasimo: rubare, fare adulterio e ingannarsi...i mortali credono che gli dei siano nati e che abbiano abito, linguaggio e aspetto come loro...gli Etiopi credono che (gli dei) siano camusi e neri, i Traci, che abbiano occhi azzurri e capelli rossi ...ma se buoi, cavalli e leoni avessero le mani e sapessero disegnare...i cavalli disegnerebbero gli dei simili a cavalli e i buoi gli dei simili a buoi ...". In realtà, "uno, dio, tra gli dei e tra gli uomini il più grande, non simile agli uomini né per aspetto né per intelligenza...tutto intero vede, tutto intero pensa, tutto intero sente...senza fatica tutto scuote con la forza del pensiero...sempre nell’identico luogo permane senza muoversi, né gli si addice recarsi qui o là.". Da tutto questo si ricava la concezione di un dio-universo e nient’altro si può dire della sua concezione della divinità e dell’essere, diversamente da tarde interpretazioni che vogliono fare di Senofane un precursore della scuola eleatica e il maestro di Parmenide. Egli è legato alla scuola ionica di Mileto, quella di Talete, Anassimandro e Anassimene, a cui egli aggiunge uno spirito, che si potrebbe definire laico, di critica alle concezioni religiose correnti. Non a caso sostiene che "il certo, nessuno lo ha mai colto né ci sarà nessuno che possa coglierlo, sia per quanto riguarda gli dei che per ogni cosa. Infatti, se pure ci si trovasse a dire qualcosa di vero, non lo si saprebbe per esperienza diretta; noi possiamo avere solo opinioni", aggiungendo che "non è che da principio gli dei abbiano rivelato tutto ai mortali, ma col tempo, cercando, gli uomini trovano il meglio".
In queste ultime affermazioni si rileva uno spirito di concretezza razionalistica sui limiti della conoscenza umana ma anche la consapevolezza che non da interventi soprannaturali l’uomo può acquisire conoscenza o costruire la propria cultura. Oltre a schierarsi contro i valori propri del mito e della epopea omerica, affermò contrariamente ai valori in voga tra i contemporanei, la netta superiorità dei valori spirituali quali la virtù, l'intelligenza e la sapienza, sui valori puramente vitali, come la forza e il vigore fisico degli atleti. Da quelli la città ha ordinamenti migliori e felicità maggiore che non da questi."Perché vale di più la nostra saggezza che non la forza fisica degli uomini e dei cavalli[...] Difatti, che ci sia tra il popolo un abile pugilatore o un valente nel pentatlo o nella lotta [...], non per questo ne è avvantaggiato il buon ordine della città.

Pitagora.
Nel 530 a.C. - Pitagora inizia il suo insegnamento. Pitagora, secondo alcuni, verso i vent'anni di età ebbe dei contatti con Talete ed Anassimandro. La sua nascita viene collocata a Samo, sulla costa ionica dell’Asia Minore, intorno al 570 a.C. E’ considerato il primo matematico puro della storia. A differenza di altri matematici greci, dei quali sono noti sia i titoli delle opere che i contenuti, di Pitagora non ci è giunto alcuna opera scritta (e nemmeno eventuali titoli). Sembra addirittura che tutto il suo insegnamento abbia avuto un carattere completamente orale. La Scuola Pitagorica, comunità scientifico-religiosa che egli guidò, mantenne uno standard di segretezza elevato, tale da far considerare i suoi membri come componenti di una vera e propria setta, con connotazioni talmente elitarie da suscitare persecuzioni. Nella sua scuola si riscontra un evidente influsso di credenze e filosofie orientali. Oltre che di matematica, egli si occupò intensamente di magia, di astrologia-astronomia, di filosofia, di musica, di riti occulti e pare anche di medicina, tutte cose che danno credito all'affermazione di suoi viaggi in Oriente. Una delle prime notizie sulla sua vita, riguarda il fatto che suo padre, commerciante originario di Tiro (Si­ria, ex Fenicia), ottenne per riconoscenza dalla città di Samo la cittadinanza per aver portato colà un carico di grano, in tempo di carestia. Un’altra storia dice che durante la sua adolescenza Pitagora ricevette istruzione da tre filosofi, uno dei quali, Ferekides, è considerato il suo maestro. Gli altri due filosofi con cui secondo alcuni Pitagora fu in contatto, si dice siano stati Talete e Anassimandro. Nel 535 a.C. si ritiene che Pitagora abbia fatto un viaggio in Egitto, alcuni anni dopo che il tiranno Policrate prese il potere a Samo. Si dice anche che Pitagora e Policrate fossero stati amci in precedenza, e che quando si recò in Egitto, aveva con sé una lettera di raccomandazione di Policrate. Questo viaggio in Egitto e i contatti che Pitagora ebbe con sapienti del luogo possono essere indicativi di alcuni caratteri del suo insegnamento: la segretezza dei sacerdoti egizi circa le loro co­noscenze, il loro rifiuto di mangiare fave e men che meno carne di animali. I Pitagorici avevano ripreso dalla religione indiana la credenza nella trasmigrazione delle anime (metempsicosi, ossia che l’anima dopo la morte si trasferisce nel corpo di altri uomini o animali viventi) non mangiavano quindi carne di alcun genere, onde non correre il rischio di nutrirsi con un animale in cui si fosse reincarnato un amico o un parente. D’altro canto, l’affermazione di Porfirio secondo cui Pitagora apprese la geometria in Egitto appare poco probabile, perché doveva essere stato edotto sufficientemente in questa disciplina da Talete e Anassimandro. Giamblico dice che nel 525 a.C. in seguito alla conquista dell’Egitto da parte della Persia, Pitagora venne portato prigioniero a Babilonia, dove ebbe la ventura di venire a contatto con sapienti babilonesi che gli trasmisero molte delle loro conoscenze. Nel 520 a.C. fece ritorno a Samo. Intorno al 518 a.C. Pitagora lasciò Samo perché, sempre secondo Giamblico, i cittadini di Samo non apprezza­vano che i suoi metodi di insegnamento riflettessero influenze egizie. Si stabilì nell’Italia meridionale, a Crotone, sulla costa orientale calabra, fondando la sua famosa scuola. Questa scuola, forse sarebbe più opportuno chiamarla setta, aveva un circolo interno di affiliati che erano detti “matematici”. Essi vivevano perma­nentemente nella setta, erano privi di possessioni personali ed erano strettamente vegetariani. Dell'associazione facevano parte sia uomini che donne. I membri esterni alla setta erano detti akousmatici , vivevano nelle proprie case e non erano soggetti alle strette regole dei membri interni. Il carattere comunitario e la segretezza praticate dai membri della setta pitagorica, ha reso praticamente impossibile agli studiosi distinguere quali scoperte siano effettivamente attribuibili a lui e quali ai suoi di­scepoli. Per gli studiosi moderni è anche molto difficile riuscire a rendersi conto del grado di astrattezza dei problemi che i pitagorici dibattevano. Aristotele scrive: “... I Pitagorici ... pensavano che tutte le cose sono numeri ... e che l’universo è un regolo e un numero...”. Questo fascino per i numeri da parte di Pitagora si ritiene dovuto alle sue osservazioni su certi aspetti che legavano matematicamusica e astronomia. Egli aveva notato che le corde vibranti producevano tonalità armoniche se esisteva una certa legge tra lunghezza delle corde e nu­mero delle vibrazioni. In effetti le scoperte dei pitagorici sulla teoria musicale costituirono un notevole contributo allo sviluppo della teoria della musica. Il legame di queste osservazioni con l'astronomia era dato dal fatto che i pitagorici avevano sviluppato una teoria delle sfere armoniche, per la quale i pianeti emettevano dei suoni dipendenti dalla velocità con cui ruotavano intorno alla Terra. Naturalmente oggi il nome di Pitagora è ordinariamente associato al teorema che porta il suo nome e del quale non si dispone di notizie che lo rendano a lui sicuramente attribuibile. Molti scrittori moderni attribuiscono a lui (o per lo meno alla sua Scuola), la scoperta di altre importanti nozioni matematiche. Tra queste, notevole, è quella dei numeri irrazionali e si ritiene che questa scoperta sia dovuta non a lui ma a qualche suo discepolo, perché si tratta di una scoperta che contrastava con la vi­sione di Pitagora secondo cui “tutte le cose sono numero” (è noto che per “numero” i pitagorici intendevano il rapporto tra due interi, e quindi non potevano concepire che potesse esistere qualcosa che si sottraesse a que­sta regola). Si usa dire che i pitagorici si “imbatterono” nei numeri irrazionali ma rifiutarono di accettarli. Una leggenda dice che trovandosi alcuni pitagorici in viaggio su una nave, uno di loro, Ippaso da Metaponto, dimostrò ai compagni che, quale conseguenza del teorema scoperto, si aveva che il rapporto tra la diagonale di un quadrato e uno dei lati conduceva a un valore (radice quadrata di 2, un numero irrazionale) che non rientrava nella loro concezione di numero (cioè intero, senza virgola). La leggenda dice i pitagorici furono talmente sconvolti da questa affermazione da scaraventare in mare il malcapitato collega. I Pitagorici, come già i Babilonesi, ritenevano che alcuni numeri fossero sacri. Il più perfetto era il 10. Anche altri numeri possedevano un loro magico significato. Ad esempio, l'1 era considerato il numero della ragione ed il “generatore di tutti i numeri”. Il 2 era il numero “femminile” per eccellenza. Il 3, all’opposto, era il numero “maschile”. Il 4 il “portatore di giustizia”. Il 5 era il numero dello “sposalizio”, perché formato dalla unione del 2 con il 3. In astronomia è attribuita a Pitagora l’affermazione secondo cui la Terra ha forma sferica, e che anche l’orbita della Luna era inclinata rispetto all’equatore celeste. Giamblico dice che nel 513 a.C. Pitagora ritornò in Grecia, a Delo, per assistere il suo antico maestro Fe­rekides, prossimo a morire. Pochi mesi dopo la morte del suo maestro fece ritorno a Crotone. Nel 510 a.C. si ebbe uno scontro militare tra Crotone e la vicina Sibari e si hanno indicazioni che Pitagora abbia avuto a che fare con la disputa. Quindi, sempre Giamblico ci informa che, avendo la società pitagorica subito un attacco da parte di Cilone, un nobile di Crotone, Pitagora fu costretto a fuggire a Metaponto dove morì (alcuni dicono che commise suicidio, altri che pur di non attraversare un campo coltivato a fave si fece catturare e uccidere). Ma lo stesso Giamblico prende le distanze da queste versioni affermando che Pitagora, da Metaponto ritornò a Crotone e che la sua società riuscì a prosperare ancora per parecchi anni. Questa versione concorda con le affermazioni di altri autori secondo cui Pitagora riuscì a raggiungere un’età prossima ai cento anni, e addirittura ad avere tra i suoi discepoli Empedocle da Agrigento. Ma in genere si tende a porre la data della sua morte intorno al 500 a.C. e sicuramente le circostanze della morte di Pitagora sono avvolte nella leggenda. La società pitagorica si espanse molto dopo il 500 a.C., assumendo connotazioni politiche che la scinderanno in numerose fazioni. Nel 460 a.C. si ebbe un violento episodio di persecuzione contro i Pitagorici a Crotone. Molti loro luoghi di riunione vennero assaltati e dati alle fiamme. Si cita in particolare la “casa di Milo”, a Crotone, dove una cinquantina di Pitagorici furono assassinati. I sopravvissuti trovarono rifugio a Tebe e in altre città.

- In questo periodo viene scolpita da stele a Lemnos, con scritta etrusco-arcaica, che secondo alcuni è pelasgico.
In rosso, l'ubicazione dell'isola
di Lemnos,  in Grecia.
Alcuni studiosi hanno attribuito ai Pelasgi caratteristiche culturali e linguistiche non-indoeuropee, e la scritta pelasgica meglio conservata proviene dalla stele di Lemnos, ed è affine all'etrusco. Partendo dal nome di una tribù, sia gli storici classici che gli attuali archeologi hanno preso l'abitudine di chiamare Pelasgi tutti gli abitanti delle terre intorno al Mar Egeo ed i loro discendenti prima dell'arrivo delle ondate di invasori che parlavano greco durante il II millennio a.C.
Stele di Lemnos, VI sec.a.C.
La raffigurazione di guerriero con iscrizioni sulla Stele di Lemnos è databile agli ultimi decenni del VI secolo a.C., e le scritte utilizzano una versione dell'alfabeto greco occidentale simile a quello delle iscrizioni etrusche.  La lingua, secondo le più recenti teorie, è etrusco arcaico con alcuni adattamenti locali. Non è però ancora chiaro se il rinvenimento nell’isola di Lemnos significa che ci sia stata una fase linguistica comune dell’area mediterranea (di cui Etruria e Lemnos sarebbero due testimonianze con la conseguente origine degli Etruschi dall’Asia Minore) o se nell’isola abbia vissuto un gruppo di Etruschi che l’hanno colonizzata. E questi ultimi potrebbero essere quei pirati del mare Tirreno che lo scrittore greco Tucidide ricorda essere stati presenti a Lemnos prima della sua conquista da parte di Atene. Nella stele è rappresentata la testa di un guerriero e riporta delle scritte, con incisioni piuttosto approssimative, che ne descrivono la vita e la probabile provenienza.
Iscrizioni lato A: holaies naphos siasi // marasm av śialchveis avis eviśtho seronaith sivai // aker tavarsio vanalaśial seronai morinail. Traduzione del lato A: “Di Colaie nipote legittimo // e magistrato eponimo, di 60 anni, nel distretto di Efestia visse // Aker Tavarsie (figlio) della Vanalasi nel territorio di Myrina.
Iscrizioni lato B: holaiesi fokasiale seronaith evistho toverona [ ] rom haralio sivai eptesio arai tis foke sivai avis sialchis maras avis aomai. Traduzione del lato B: “Sotto Colaie il Focese nel territorio di Efestia ambasciatore [..] visse, a sette anni giunse da Focea, visse anni 60, fu magistrato eponimo”.

Carta con evidenziate Capua,
Cuma e Napoli.
Dal 525 a.C. - Le colonie greche e la dodecapoli etrusca in Campania (Nola, Nocera, Ercolano, Pompei, Sorrento, Marcina, Velcha, Velsu, Irnthi, Uri, Hyria e Capua) convivevano commerciando da tempo, ma già nel 525 - 524 a. C. si era giunti ad uno scontro terrestre tra la greca Cuma e l'etrusca Capua, in quella che divenne nota come prima battaglia di Cuma. L'esercito etrusco con gli alleati Umbri, Dauni e Messapi forte di 500.000 uomini (esagerazione degli storici, in questo caso di Dionigi di Alicarnasso) fu gravemente sconfitto dalla falange e dalla cavalleria greche. I rapporti divennero ancora più conflittuali in seguito, quando il commercio via terra tra l’Etruria e la Campania attraverso il Lazio fu interrotto dai Latini, dopo la caduta della monarchia della dinastia etrusca a Roma; per questo motivo la via marittima diventava sempre più strategica per gli Etruschi, che vedevano proprio nella greca Cuma, con il suo porto ben organizzato, una seria minaccia per la loro navigazione.

Il logo della Repubblica di Roma:
Senatus PopolusQue Romanus.
Nel 509 a.C. - A Roma viene cacciato l'Etrusco Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma, e viene proclamata la Repubblica, che adotta come epigrafe S.P.Q.R., Senatus PopolusQue Romanus, Senato e Popolo Romano. I Romani adottano un proprio alfabeto, il Latino, derivato dall'alfabeto Greco occidentale. La struttura economica di Roma è basata prevalentemente sulla pastorizia (il termine stesso per il denaro, "pecunia", deriva da "pecora") e sull'agricoltura, tanto che l'esercito è formato esclusivamente da proprietari terrieri, ritenuti gli unici ad avere la motivazione per gestire la politica difensiva e/o espansionistica con le armi, i quali sono arruolati con una di leva obbligatoria: ogni membro dell'esercito deve inoltre provvedere a proprie spese al proprio equipaggiamento, generalmente composto da spada e lancia per i "pedites", i fanti, fra cui i più benestanti potranno permettersi anche le protezioni di scudo e armatura. La formazione di combattimento per quest'ultimi è la falange. I più ricchi sono gli "equites", i cavalieri, che possono mantenersi il cavallo, e dispongono di protezioni oltre alle armi offensive (elmi e corazze). Era consuetudine poi, assegnare appezzamenti dei territori conquistati ai militari congedati, nella misura proporzionale al loro grado.
Lucio Giunio Bruto.
Narra la leggenda che una violenza perpetrata a Lucrezia da parte di un figlio di Tarquinio il superbo, fu l'ultimo misfatto dei Tarquini, che determinò una sollevazione generale contro la monarchia. Il padre di Lucrezia, il marito Collatino ed il suo grande amico Lucio Giunio Bruto decisero di vendicarla, provocando e guidando una sommossa popolare che cacciò via i Tarquini da Roma e li costrinse a rifugiarsi in Etruria. Nacque così la res publica romana, i cui primi due consoli furono proprio Lucio Tarquinio Collatino Lucio Giunio Bruto artefici della sollevazione contro quello che poi divenne l'ultimo re di Roma. Roma nel periodo repubblicano (510 a.C. - 30 a.C.) diede vita ad una democrazia equilibrata. I cittadini ebbero la possibilità di esprimere la propria volontà mediante il voto sia per eleggere i propri governanti (potere esecutivo) sia per approvare le leggi dello Stato (potere legislativo), sia per giudicare dei reati (potere giudiziario). Esistevano tre differenti metodi elettorali: i comitia curiata tenevano conto della famiglia, i comitia tributa della residenza, i comitia centuriata del reddito e dell'età. Il Senato era costituito da coloro che avevano ricoperto cariche pubbliche e quindi era eletto indirettamente dal popolo quando eleggeva i governanti. I tribuni della plebe erano a protezione di tutti i cittadini a qualunque classe appartenessero, ed avevano il compito fondamentale di proteggere dagli abusi e dai soprusi delle autorità. Le cariche erano a tempo (in genere un anno, solo i senatori erano a vita) e ripartite tra più persone (2 consoli, 2 censori, 10 tribuni, 6 pretori, 8 questori, ecc.), in modo da evitare la concentrazione del potere.
Consoli della Repubblica di
Roma.
Non esistevano blocchi per l'accesso alle cariche. Anche homines novi potevano raggiungere i più alti gradi dell'amministrazione pubblica. Un sottile gioco di equilibrio impediva ad ogni autorità di agire indiscriminatamente. I censori potevano espellere i senatori anche se erano a vita, i tribuni potevano bloccare gli atti delle autorità, i senatori potevano preparare le leggi, ma non potevano approvarle, le assemblee popolari potevano approvare o respingere le leggi, ma non potevano proporle, ecc. Ogni magistrato poteva essere chiamato a rispondere in giudizio del proprio operato al termine della carica. Attraverso secoli di riforme Roma era riuscita a realizzare una repubblica veramente res publica, "cosa di tutti". Il cittadino romano era orgoglioso di essere civis romanus. Il cittadino romano era impegnato per molta parte del suo tempo nella attività politica. Circa la metà dei giorni dell'anno erano qualificati dal calendario romano come dies comitiales, giorni nei quali era possibile tenere comitia, ossia assemblee pubbliche. Il cittadino partecipava alle assemblee per:
- eleggere direttamente i responsabili della pubblica amministrazione: dai presidenti del consiglio (almeno 2), ai ministri, ai prefetti, ai questori, ai giudici, ai procuratori, ecc.
- approvare le leggi
- giudicare alcuni casi di rilevante importanza.
Potevano partecipare alle assemblee i cittadini maschi maggiorenni (di età superiore a 16 anni). Erano esclusi gli stranieri, anche se residenti, gli schiavi, le donne. Esistevano tre assemblee:
- i comitia curiata, dove i cittadini partecipavano divisi in 30 curie, raggruppamenti di diverse gentes, a loro volta raggruppamenti di famiglie;
- i comitia tributa, dove i cittadini partecipavano divisi in 35 tribù, raggruppamenti su base territoriale;
- i comitia centuriata, dove i cittadini partecipavano divisi in 193 centuriae, raggruppamenti sulla base del censo e dell'età.
All'interno dei raggruppamenti, una sorta di circoscrizioni elettorali, vigeva il principio una testa un voto.
I raggruppamenti non erano omogenei numericamente. Ad esempio metà delle centuriae era di giovani (dai 17 ai 46 anni) e metà di anziani (superiori ai 46 anni). In tal modo si teneva conto della maggiore esperienza degli anziani. I risultati delle votazioni erano a maggioranza su base circoscrizionale (una circoscrizione un voto). Venne assicurata la segretezza del voto per evitare brogli elettorali. Il Senato fu costituito per gran parte del periodo repubblicano da 300 membri a vita. I senatori erano ex amministratori pubblici che venivano inseriti di diritto nelle liste senatoriali. Ma poiché gli amministratori erano eletti dal popolo, non poteva entrare in senato se non chi era stato eletto dal popolo. Il Senato non poteva legiferare, ma solo preparare le leggi che poi i comitia avrebbero approvato o respinto. Il popolo poteva anche approvare delle leggi nei comitia tributa senza l'intervento del Senato. Nella Roma repubblicana esisteva sostanzialmente una forma di democrazia diretta, senza l'intermediazione dei politici di professione tipica della odierna democrazia. I candidati alle cariche pubbliche (consoli, pretori, edili, questori, tribuni, ecc.) dovevano seguire un iter prestabilito con intervalli temporali minimi tra una carica e la seguente. La reiterazione della carica era solitamente proibita. Cominciando verso i 30 anni la carriera poteva concludersi con il consolato intorno ai 40-45 anni. Le cariche avevano una durata molto limitata (1 anno) ed erano attribuite ad un minimo di due persone contemporaneamente per non consentire che troppo potere fosse concentrato in un solo individuo. Le elezioni dei consoli si tenevano in genere a luglio, ma l'entrata in carica era prevista per gennaio dell'anno seguente. In tal modo i consoli avevano solo sei mesi (da gennaio a giugno) di potere indipendente, poi dovevano tener presenti i loro successori. I tribuni della plebe non appartenevano alla schiera degli amministratori, ma venivano eletti per proteggere i cittadini dagli abusi degli amministratori. Ad essi i cittadini (patrizi o plebei) potevano ricorrere contro il potere costituito.

Dal 504 a.C. - La pacifica convivenza in Campania  degli Etruschi di Capua con i Greci di Cuma si era interrotta nel 525 - 524 a.C. nella prima battaglia di Cuma. Nel 505 - 504 a.C. i Latini si allearono con i Greci di Cuma e sconfissero gli Etruschi nella battaglia di Ariccia, anche se proprio a Cuma trovò rifugio l'etrusco Tarquinio il Superbo, cacciati da Roma.

I linguaggi nell'Italia del 500 a.C.:
Leponzio, Gallico, Retico, Venetico,
Ligure, Etrusco, Nord-Piceno,
Umbro, Sud-Piceno, Falisco,
Sabino, Latino, Osco, Messpico,
MagnoGreco, Elimo, Sicano,
Siculo (dal Ligure) e Sardo.
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Nel 503 a.C. Menenio Agrippa convince i plebei a tornare in città. Vissuto tra il VI e il V sec., Menenio Agrippa fu console romano; vinse i Sabini nel 494 a.C. Una tradizione dai contorni leggendari narra che, durante la ribellione del popolo contro i soprusi dei patrizi, Agrippa venne mandato sull’Aventino per convincere i plebei a tornare in città. Egli narrò loro un apologo sulla necessità che le membra (la plebe), cooperassero con lo stomaco (i patrizi), per evitare di arrecare danno a tutto il corpo: “Una volta, disse, le braccia, le gambe, la bocca e i denti decisero di non lavorare più per lo stomaco, che si nutriva e restava in ozio godendo il frutto delle loro fatiche. Lo stomaco, privo di alimenti, soffriva, ma contemporaneamente soffrivano anche tutte le altre membra mentre tutto l’organismo deperiva. Allora le membra compresero che anche lo stomaco lavorava, anzi era proprio lui a dare loro forza e vita restituendo, in forma di sangue, quel cibo che esse gli avevano procurato con fatica. Così nello Stato: i patrizi sono come lo stomaco, i plebei le membra. La rovina di una classe è la rovina di tutto lo Stato”. I plebei si lasciarono persuadere a ritornare in città, ma ottennero decisive leggi a loro favorevoli; tra cui quella di eleggere i loro rappresentanti detti “tribuni della plebe” per la difesa dei loro diritti.

Cartina della locazione di Capua,
da cui il territorio "Campania",
città etrusca del IX sec. a.C., detta
 più bella e ricca di Roma dagli
stessi romani. Indicate Cuma e le
altre città greche edificate
successivamente, le strade romane
realizzate nel III sec. a.C. In verde
 la valle del Sangro con Pompei.
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Va precisato che in quest'epoca storica, mentre il versante tirrenico è ricco, sia culturalmente, materialmente, sia di città, fra cui primeggiano Capua Roma, il versante appenninico e adriatico della penisola italica, intesa al sud dei fiumi Magra e Rubicone, è abitato da popolazioni che praticano la pastorizia. Queste popolazioni si definiscono "Safinim", e si sono distinte fra Sabelli, Sabini, Sanniti, e una moltitudine di nomi, ma sono popolazioni dello stesso ceppo, e perlopiù parlano dialetti in osco. La transumanza delle greggi, che praticano annualmente, impedisce loro un quotidiano urbano, per cui non edificano città, ma accentramenti a tema nelle campagne: i luoghi dei templi e dei teatri in cui agivanole istituzioni: quello del mercato, il foro della politica, quello dei tribunali e delle pubbliche assemblee.
Foro rurale ad Altilia, presso
l'antica Sepino, in Molise.
La lana, che vendono alle genti della Campania e del Lazio, insieme ai prodotti caseari, favorirà in quelle regioni una prospera attività manufatturiera di produzione di tessuti di lana nelle "folloniche", officine artigianali ricavate dalle abitazioni che possano attingere acqua, e tali produzioni saranno oggetto di consumo nazionale ed estero. Dopo la romanizzazione dell'area, saranno i Romani a costruire micro città, con mura, porte e fori lasticati.

Nel 500 a.C. - Si ha la massima espansione del commercio Fenicio.

Cartina della massima espansione del commercio fenicio nel  Mediterraneo
(500 a.C.) con le maggiori città mediterranee, le aree commerciali dei Fenici,
l'antica Grecia con le sue maggiori città. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Carta geografica tratta dalla rivista "Ecco i Fenici", supplemento a
"La Stampa" n.48 del 3 marzo 1988, p.64.  Sono evidenziate le principali vie
del commercio nell'antichità storica aventi come protagonisti i mercanti e gli
esploratori fenici quando avevano ormai conquistato Tartesso e i mercati
oltre le colonne d'Ercole, appannaggio dei proto-Liguri.
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- Dal V° secolo a.C. Tartesso, citata più volte nelle scritture ebraiche ('Tarshish', conosciuta anche come 'Tarsis' o 'Tarsisch') , non esisterà più: non ci è noto il motivo, se naturale o per assoggettamento dei Cartaginesi. Nella Bibbia Tartesso fu indicata dagli ebrei con la parola Tarsis. Con la variazione di Tharsis è spesso menzionata nella Bibbia, soprattutto dell'Antico Testamento, citata in ventuno paragrafi, undici volte nei libri dei Profeti e sei volte in altri libri. Sembra quindi che la parola Tartesso sia di origine semitica, e potrebbe significare "fine della terra". E' singolare il continuo rimando biblico alle cosiddette "navi di Tarsis", in cui si portavano enormi tesori e che riuscivano a fare viaggi lunghi e difficili. Ezechiele 27, 12 dice: "Tarschisch commerciava con te (Tiro), a causa della moltitudine di mercanzie di cui disponeva: argento, ferro, stagno e piombo." Tartesso, indicata come Tarsis (o Tarshish, o Tarsish) nei testi biblici:
- "I re di Tarsis e delle isole deve offrire i loro doni ..." - Bibbia, Libro Secondo dei Salmi, 72,10.
- "Tutti i calici di re Salomone erano d'oro (...) Non c'era argento, nessun caso ha fatto nulla di tutto questo nei giorni di Salomone, quando il re aveva in mare le navi di Tarsis con Hiram e ogni tre anni venivano le navi di Tarsis portando oro, argento, avorio, scimmie e pavoni." E segue: "Hiram, re di Tiro (969-936 a.C.) di potenza fenicia, successore di Sidone. Questo re aveva stabilito accordi con il re Davide, durante la costruzione del Palazzo Reale e il Tempio di Gerusalemme, e poi con Salomone." - Bibbia, I Re, 10, 21-22.
- "Perché gli dèi delle nazioni sono vane: un albero del bosco, il lavoro delle mani del maestro con l'ascia lo interruppe con argento e oro impreziosisce, provenienti da Tarsis laminato argento, oro di Ofir e maestro lavorazione mani orafo, di blu e porpora e di scarlatto è il suo vestito, tutti sono il lavoro degli artigiani. Con il martello e chiodi che tengono in modo che non si muova. Sono come spaventapasseri nei campi, che non parlano. Bisogna portarli, perché non possono camminare. Non abbiate paura di loro, perché non fanno nulla di buono o cattivo." - Bibbia, in Geremia, (nato nel 645 a.C.) 10, 3.
- "(Descrizione di Tiro e di ricchezza). Tarsis commerciava con te in abbondanza tutti i tipi di prodotti: argento, ferro, stagno e piombo per la vostra merce (...) Le navi di Tarsis erano le tue carovane che portano merci. Così si diventa ricchi e ricchi nel cuore dei mari." - Bibbia, Ezechiele, (inizio sec. VI a.C.) 27, 12.
- "Giona si levò per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore, scese a Giaffa, dove trovò una nave che doveva andare a Tarsis. Ha pagato il prezzo della corsa e scese in essa per andare con loro in Tarsis dal Signore." - Bibbia, Giona, (IV sec. a.C.) 1, 3.
Dal Blog "Sanremo Mediterranea":
Per il post "Tartesso: l'Economia", clicca QUI
Per il post "Tartesso: prima i Liguri, poi Fenici e Greci", clicca QUI
Per il post "Ercole e altri miti a Tartesso", clicca QUI
Per il post "Il Lago Ligure nella mitica Tartesso", clicca QUI

Carta geografica del sud dell'Iberia (Spagna) nella fine del  I° secolo a.C.:
risulta che all'epoca romana (regno di Augusto) di Tartesso già non c'è
più traccia, ma il golfo che attualmente prende il nome dalla città di Cadiz
(Cadice, antica Gadira o Gades) si chiamava allora Tartessius Sinus
(golfo di Tartesso).

Carta delle popolazioni Celtiche in Europa.
Verso il 500 a.C. i Galli Cenomani, insediati stabilmente nell'attuale bassa Lombardia orientale e nel basso Veneto occidentale, ossia nel territorio compreso tra il fiume Adige e l'Adda, risalirono alla conquista delle valli alpine combattendo contro le popolazioni indigene. A loro si opposero fieramente gli Stoni. Ne deve essere seguita una convivenza inizialmente difficile, che portò lentamente a una popolazione abbastanza omogenea, tanto che i Romani li identificano con l’unica denominazione di Reti.

- Dal V al I secolo a.C., i Germani premettero costantemente verso sud, venendo a contatto (e spesso in conflitto) con i Celti e, in seguito, con i Romani. Lo spostamento verso sud fu probabilmente influenzato da un peggioramento delle condizioni climatiche in Scandinavia tra il 600 a.C. e il 300 a.C. circa. Il clima mite e secco della Scandinavia meridionale (una temperatura di due-tre gradi più elevata di quella attuale) peggiorò considerevolmente, il che non solo modificò drammaticamente la vegetazione, ma spinse le popolazioni a cambiare modi di vivere e ad abbandonare gli insediamenti. Intorno a tale periodo questa cultura scoprì come estrarre il "ferro di palude" (limonite) dal minerale nelle paludi di torba. Il possesso della tecnologia adatta ad ottenere minerale di ferro dalle fonti locali può aver favorito l'espansione in nuovi territori. Nell'area di contatto con i Celti, lungo il Reno, i due popoli entrarono in conflitto. Sebbene portatori di una civiltà più articolata, i Galli subirono l'insediamento di avamposti germanici nel loro territorio, che diedero origine a processi di sovrapposizione tra i due popoli: insediamenti appartenenti all'uno o all'altro ceppo si alternavano e penetravano, anche profondamente, nelle rispettive aree d'origine. Sul lungo periodo, a uscire vincitori dal confronto furono i Germani, che qualche secolo più tardi sarebbero dilagati a occidente del Reno. Identico processo si sarebbe verificato, a sud, lungo l'altro argine naturale alla loro espansione, il Danubio. Dal Blog "Sanremo Mediterranea": Per il post "Dal Ligure al Celtico, dagli antichi alfabeti dell'Italia Settentrionale al Runico", clicca QUI

- Nel V secolo a.C. i Veneti vennero a contatto, ad occidente con i Galli: ad ovest si stanziarono i Galli Cenomani (con cui si sarebbero alleati, insieme ai Romani), a sud i Boi (con cui invece furono sovente in guerra) e a nord-est i Carni. A ad est e a sud-est rimasero prevalentemente in contatto con le popolazioni illiriche. Anche all'interno del Veneto vi fu qualche stanziamento di Galli, anche se in minima entità, probabilmente non sempre di tipo pacifico.
Carta della Venetia, X Regio della Roma Imperiale.
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L'influsso culturale celtico diventò comunque via via importante, e la cultura veneta lentamente mutò e si adeguò ai tempi; sempre importante si mantenne il rapporto con le popolazioni balcaniche di oltre Adriatico come quelle illiriche, con cui i Veneti venivano facilmente confusi dagli storici greci e che furono considerati parenti stretti dei Veneti fino al primo Novecento. Successivamente divenne decisivo il contatto con la civiltà romana, anche per i reiterati rapporti di alleanza che legarono i Veneti ai Romani e per la tradizionale ipotesi di parentela tra Veneti e Latini. La cultura veneta venne assimilata in quella romana già in età tardo repubblicana, anche se alcune specificità venete permasero, presumibilmente, nelle zone marginali anche in tarda età imperiale.
Cavallo degli antichi Veneti o Venetici.
Il cavallo, chiamato Ekvo dai Veneti antichi, animale-totem della protostoria dell'Europa, giocò nella loro cultura un ruolo di prim'ordine. Questi animali erano allevati per la loro valenza economica e come simbolo di predominio aristocratico e militare. I cavalli dei Veneti erano noti per la loro abilità nella corsa ed erano spesso riprodotti negli ex voto, nelle aree più sacre. Centinaia di bronzetti a forma di cavallo o di cavaliere su cavallo provengono dai luoghi di culto dei Veneti. Al cavallo erano riservati appositi spazi di sepoltura nelle necropoli. Il cavallo compare in vari manufatti come immagine simbolica o elemento decorativo

- In Grecia, le due città greche più importanti, Atene e Sparta, erano divise quasi su tutto: avevano diversi interessi, diversi rapporti fra le classi, diversa concezione della vita e della cultura. E anche, naturalmente, una diversa concezione della guerra.
Opliti Spartiati - Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Per quanto fin dalla sua fondazione, nel 1.200 a.C., Sparta eccellesse per le proprie produzioni artistiche e, ad esempio, per i propri cori religiosi, probabilmente a causa della migrazione in Arcadia di molti esponenti della tribù di Beniamino (vedi eventi del 1.140 a.C.), nel 750 a.C. aveva rinunciato a produrre arte, poesia, artigianato in bronzo e ceramica, vanto del centro religioso che era stato e decise di occupare la Messenia (di un'estensione di 8.000 Kmq.) assoggettando la sua società e le sue grandi risorse agricole e di ferro; si dovette così concentrare a dominare una popolazione di 250.000 uomini con 10.000 guerrieri. Per organizzarsi a questo scopo, Sparta si era trasformata in una società militarista egualitaria: ogni cittadino-guerriero spartiato aveva la stessa quantità di terre degli altri, non disponeva di denaro e non poteva vestirsi in maniera diversa dalla moltitudine. Gli Spartani, vivevano nel continuo timore di una rivolta dei propri sudditi, gli iloti, che essi trattavano con una durezza senza confronti nel mondo greco.
Costituzione di Sparta - Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Pertanto, non potendo contare su una sottomissione e una fedeltà spontanee, dovevano organizzarsi, nella propria terra, come un esercito accampato in una regione straniera. I maschi adulti passavano l'intera vita sotto le armi, mentre la giovinezza era solo una breve preparazione alla vita militare. Gli Spartani fondavano la propria sicurezza interamente sull'affidabilità del proprio esercito, al punto che non vollero mai proteggere con mura la propria città pur essendo, alla lettera, circondati da nemici. In questo modo essi si guadagnarono la fama di essere grandi combattenti e Sparta veniva considerata la maggiore potenza militare della Grecia, e rappresentava un modello di virtù.
Le armi di un oplita del 500
a.C.: elmo, corazza, lancia,
di cui si vede solo la punta,
spada. Clicca sull'immagine
per ingrandirla.
Diversa era la situazione ad Atene all'inizio del secolo. Lì  non si passava la vita sotto le armi, anzi, non c'era nessuno che facesse il soldato per professione: i cittadini venivano chiamati di volta in volta alle armi, in caso di necessità, sotto il comando di capi militari (gli strateghi) che venivano eletti di anno in anno. Nonostante che, dopo la riforma di Clistene, le cariche pubbliche venissero sorteggiate fra tutti gli aventi diritto, a quella di stratega veniva attribuita una componente di competenza tecnica, per cui era riservata, per comune consenso, alle persone riconosciute più esperte. Una cosa però accomunava le tecniche di guerra di Ateniesi e Spartani (e in realtà di quasi tutti i Greci) al momento dell'invasione persiana: per gli uni come per gli altri, il nerbo dei rispettivi eserciti era costituito dalla fanteria oplitica.
Costituzione di Atene. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Gli opliti (da Yoplon, lo scudo tondo del diametro di un metro, in legno ricurvo corazzato in bronzo od ottone) erano cittadini liberi, appartenenti per lo meno al ceto medio, i quali potevano permettersi di equipaggiarsi con la pesante armatura di bronzo adottata dalle armate greche fin dalla fine dell'VIII secolo a.C. L'equipaggiamento difensivo (chiamato panoplia) era composto da una corazza, sagomata in modo da avere la forma di un torso maschile, a protezione del busto; da un elmo, sempre di bronzo, che riparava anche il naso e le guance; da protezioni metalliche per la parte inferiore delle gambe; infine dal grande scudo argivo (Yoplon), da cui derivava appunto il termine 'oplita'. Le armi offensive erano una lancia e una spada di ferro. La fanteria oplitica combatteva in formazione serrata e pertanto si muoveva con lentezza, ma con efficacia, ed era in grado di resistere anche a una carica di cavalleria. L'armatura di bronzo bastava spesso a proteggere i soldati dalle frecce scagliate da lontano, o anche da una lancia scagliata senza sufficiente forza e precisione. Per sconfiggere gli opliti, dunque, era necessario affrontarli a distanza ravvicinata.
Modalità dell'ostracismo, praticato ad Atene.
L'introduzione di questo modo di combattere soppiantò i combattimenti individuali sui carri trainati da cavalli e i duelli tra aristocratici raccontati da Omero nelle gesta degli eroi Micenei. Poiché per costruire una falange occorreva un gran numero di uomini e grazie al fatto che l'oplita non aveva bisogno del cavallo, che doveva essere spesato dal cavaliere, quindi un'aristocratico, artigiani e mercanti entrarono a far parte dell'esercito ottenendo il diritto di cittadinanza: questo permise che il potere militare finisse nelle mani dei comuni cittadini. Pertanto l'introduzione della guerra oplitica fu uno dei fattori che contribuì a minare il primato dell'aristocrazia, che perse il predominio sulla forza militare. Alla lunga la nuova tecnica di combattimento finì con il creare tensioni anche all'interno della disciplinatissima società spartana. Comunque ad Atene e in molte altre città il potere politico era passato nelle mani dell'assemblea dei cittadini.
La falange greca, formazione serrata con cui
combattevano gli Opliti dell'antica Grecia.
Questa situazione creò ulteriori tensioni fra Sparta e Atene: entrambe, infatti, costituivano un modello per le opposizioni interne, rispettivamente appoggiate dall'esterno dall'una e dall'altra città. Fu su questo sistema politico fragile e attraversato da laceranti contrasti che si abbattè, nel 490 a.C., la temibile macchina da guerra dell'esercito persiano. Dario inviò in Grecia una potente flotta e un corpo di spedizione forte di ventimila uomini, del quale facevano parte molte truppe non iraniche (questo contingente era in effetti poca cosa per l'esercito del Gran Re, ma era pur sempre più del doppio dell'esercito ateniese). 

Ecateo di Mileto, (Mileto, 550 - 476 a.C.) è stato un geografo e storico greco antico. Visse attorno al 500 a.C. e fu tra i primi autori di scritti di storia e geografia in prosa del mondo greco. I logografi erano uomini che viaggiavano molto e descrivevano i paesi che visitavano nei loro vari aspetti: cultura, storia, geografia del luogo in cui vivevano, tradizioni, usi, costumi, religione. Grazie ai suoi numerosi viaggi lungo l'ecumene, la terra abitata conosciuta allora e formata dall'impero persiano, dalla Grecia, dall'Egitto, dal bacino del Mediterraneo, egli disegnò una carta geografica che perfezionava quella di Anassimandro e fu autore di una Periégesis, forse conosciuta da Erodoto. Essa rappresenta la fase intermedia tra poesia epica e storiografia. Figlio di Egesandro, aristocratico, si vantava, secondo quanto racconta Erodoto (Storie, II, 143), di avere avuto, nella propria genealogia, un dio per antenato della sedicesima generazione: i sacerdoti egiziani del dio Amon gli mostrarono nel tempio ben 345 statue di sacerdoti della stessa stirpe e il più antico di essi era ancora un uomo. Il senso dell'episodio sembra essere che egli cominciasse a considerare razionalmente i miti e a basarsi sui fatti per valutare le tradizioni. Sempre Erodoto (Storie, V, 36) racconta che al tempo della rivolta delle città ioniche contro i persiani (500 - 494 a.C.) Ecateo consigliò di costruire una flotta utilizzando il tesoro del tempio dei Branchidi per poter combattere con successo e fu poi tra gli ambasciatori che trattarono la pace col satrapo Artaferne; anche questo episodio mostrerebbe la sua spregiudicatezza e la sua noncuranza per ciò che allora era considerato sacro e inviolabile. Le Genealogie (Geneelogiai) sono una sua opera in 4 libri di natura storica, con un'esposizione di avvenimenti mitici ordinati cronologicamente per generazioni, in cui una generazione corrisponde a circa quarant'anni. Probabilmente Ecateo considerava il periodo dai deucalionidi, da Prometeo a Eracle. Restano una trentina di frammenti dai quali non si può ricavare carattere e distribuzione della materia trattata anche se sono considerate un tentativo di razionalizzare gli elementi mitici della storia primitiva della Grecia. Nel II libro erano narrati alcuni miti di Eracle e nel IV delle leggende milesie, del popolo degl'Itali e dei Morgeti. Restano frammenti anche del Giro della Terra (Periegesis), opera di natura geografica, pubblicata alla fine del VI secolo, in due libri riguardanti l'Europa e l'Asia, una descrizione di luoghi visitati, con indicazione delle distanze e osservazioni etnografiche: secondo Erodoto, disegnò una carta geografica che rappresentava la Terra come un disco rotondo circondato dall'Oceano, concezione del resto a lui anteriore.
Ecumene di Ecateo di Mileto.
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Esordisce nelle Genealogie con la perifrasi "os emoi dokei", "io scrivo cose che credo vere; invece molti racconti greci sono ridicoli". Questa fu una delle prime individualizzazioni dell'autore nella storia della letteratura, mentre in precedenza (basti pensare ai poemi omerici) lo scrittore non compare nell'opera, anzi essa è raccontata dalla musa per mezzo del poeta, non è frutto della fantasia o dell'abilità del poeta stesso. Considerando leggende molte tradizioni della sua terra, cerca di comprendere i miti, razionalizzandoli: così, per esempio, spiega la leggenda di Eracle che, nel capo Tenaro, scende nell'Ade per portare il cane infernale Cerbero a Euristeo, verificando che in quel luogo non c'è nessuna strada sotterranea e nessun ingresso all'Ade; dunque, secondo lui, Eracle ha semplicemente catturato in quel luogo un comune serpente chiamato, per la sua velenosità, cane dell'Ade. In questo modo il mito viene adattato ai tempi ma mantenuto, perché Ecateo non interpreta e mantiene reali Eracle e l'Ade, che sono i fondamenti della leggenda. È il limite di ogni razionalizzazione: in realtà le mitologie vanno spiegate storicizzandole, cioè comprendendo come e perché siano sorte, altrimenti vengono soltanto modificate, creandone altre, come infatti la storia insegna. Ma Ecateo non poteva “storicizzare”, proprio a causa dell'inesistenza, ai suoi tempi, di una storiografia e perciò di una metodologia storiografica e tuttavia, per il suo sforzo di mettere in discussione le narrazioni del passato, per la ricerca della verosimiglianza dei fatti e il rifiuto dell'autorità, merita il nome di padre della storiografia greca.

Dal 499 a.C. - Iniziano gli eventi che porteranno in Grecia le Guerre Persiane: Creso, re di Lidia, che aveva sottomesso le città greche della costa ionica, nel 546 a.C. è rovesciato da Ciro il Grande, re di Persia, che annette anche le città greche dell'Asia Minore.
Bronzetto raffigurante
un Guerriero Greco.
- Nel 499 a.C. prima ribellione fomentata dalla città Ionica di Mileto, a cui Atene si allea e gli fornisce navi. I Greci milesi incendiano Sardi, vicino capoluogo della Satrapia  Persiana: nell'incendio viene distrutto il tempio di Cibele. Anche Focea aderì alla rivolta ionica contro Dario I di Persia. Dionisio di Focea comandò la flotta ionica nella battaglia di Lade (494 a.C.), ma i Focesi poterono schierare solo tre navi su un totale di 350. I persiani vinsero la battaglia e poco dopo schiacciarono la rivolta. A Dario viene detto che è stata Atene a fornire aiuto alle polis Greche ribelli.
- Nel 494 il re di Persia Dario saccheggia Mileto e ristabilisce il controllo sulla Ionia, ma chiede ad un servitore di ricordargli ogni giorno, prima dei pasti, degli Ateniesi.
- Nel 491, a capo di una grande flotta, Dario si dirige su Atene, ma la flotta è distrutta da una tempesta.
Cartina geografica politica con i nomi delle regioni e province dell'antica
Grecia durante le Guerre Persiane con le spedizioni persiane di
Dati - Ertafeme e Serse, i percorsi e le battaglie (490- 480 a.C.)
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- Nel 490 a.C. Dati, generale di Dario, intraprende la seconda spedizione (prima guerra persiana). Sapendo che l'armata persiana si dirige su Atene, gli ateniesi chiedono aiuto a Sparta, che detiene la supremazia militare ellenica; Sparta risponde che sono in atto celebrazioni religiose e che al momento non manderanno aiuti.
La grande armata persiana è sconfitta a terra dagli Ateniesi guidati da Milziade, che adotta un'astuta strategia di battaglia, a Maratona. Milziade non sa se la flotta Persiana ha raggiunto Atene, e invia un messaggiero, il più veloce e resistente che ha, Filippide, ad avvertire i concittadini della vittoria. Dopo i 42 chilometri di corsa, Filippide riuscirà solo a pronunciare "Nike", "vittoria" e morirà d'infarto. Da questo episodio nasce la maratona sportiva.
- Nel 481 a.C. Serse I, figlio di Dario, attraversa l'Ellesponto (antico nome dello stretto dei Dardanelli) con un'armata composta da più di 200.000 uomini e fiancheggiata da centinaia di navi. Capendo che tutta la Grecia è a rischio, si costituisce una lega panellenica, a cui Sparta concederà uno dei suoi due re e 300 opliti, il meglio della guardia reale.
 Passo delle Termopili
a nord della Focide.
Sopraffatte al costo di numerosi reparti del suo esercito, compresi gl'immortali, la guardia del grande re,  le poche centinaia di Spartani del re Leonida e il migliaio di alleati Greci rimasti, alle Termopili , l'armata persiana raggiunge Atene, che è stata abbandonata, la saccheggia e la incendia, templi compresi, vendicandosi finalmente di quello che i greci di Mileto fecero a Sardi. Ma all'isola di Salamina la flotta greca, comandata da Temistocle sconfigge la più imponente flotta persiana. Serse I fugge; i resti delle truppe e della flotta saranno poi vinti dall'alleanza Greca. Dopo la sconfitta di Serse I nel 480 a.C. nella Seconda guerra persiana, Atene accrebbe la propria potenza. Focea entrò nella Lega di Delo pagando ad Atene un tributo di due talenti.
- Nel 479 a.C. le residue forze di terra persiane sono annientate a Platea.
Atene diviene la città-stato più influente di tutta l'Ellade, sotto la guida politica di Aristide, e impone uno stato di sudditanza alle altre città.

Carta geografica ottenuta dal Periplo di Scilace, parte tratta da:
http://www.webalice.it/franco.zavatti/
www/frau/ scilace1-19-108-112.png
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- Scilàce di Cariànda fu un antico navigatore, geografo e cartografo greco che visse tra il VI e il V secolo a.C. I cartaginesi gli commissionarono alcune esplorazioni, chiedendogliene il resoconto. Il Periplo di Scilace è quindi una descrizione scritta delle coste del Mediterraneo e del Mar Nero, redatta tra il VI e il V secolo a.C. Fra le tante osservazioni, riporta la presenza dei Liguri, mescolati agli Iberi, tra i Pirenei e il fiume Rodano e dei "Liguri veri e propri" sulle coste tra il Rodano e il fiume Arno.  

- In Italia, nella Magna Grecia viene fondata un'altra scuola filosofica, la scuola Eleatica, che prese il suo nome da Elea, fondata dai Focei, Velia per i Romani, oggi nel comune di Ascea (Salerno), sulle coste del Cilento, patria dei suoi più importanti esponenti: Parmenide e Zenone. La sua fondazione è spesso attribuita al più anziano Senofane di Colofone ma, sebbene nella sua dottrina ci siano molti elementi che faranno parte integrante della speculazione della Scuola eleatica, è probabilmente più corretto guardare a Parmenide come suo fondatore. Il pensiero di Senofane era legato alla scuola ionica di Mileto, quella di Talete, Anassimandro e Anassimene. Parmenide di Elea visse all'incirca dal 515 al 460 (secondo altre testimonianze nacque invece intorno al 540 a.C.), e il suo spirito di libero pensiero si sviluppò in senso ontologico.
Parmenide di Elea.
Egli dice che l'uomo durante la vita si trova sostanzialmente di fronte due vie:
- l' alétheia (letteralmente = non velata), il sentiero della Verità, basato sulla ragione, che ci porta a conoscere l'essere vero;
- la doxa, basata sui sensi, ci fa conoscere l'essere apparente. La sua filosofia si sintetizza in una frase: "L'essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere". Significa che l'essere esiste, il non essere non esiste e non può essere pensato né espresso. L'essere sembra avere delle connotazioni divine perché è:
- ingenerato e imperituro perché se nascesse o morisse implicherebbe in qualche modo il non essere (in quanto nascendo verrebbe dal nulla e morendo tornerebbe al nulla);
- eterno
- immutabile e immobile perché se si trasformasse o si muovesse diventerebbe qualcosa che prima non era (non essere)
- unico e omogeneo
- finito (nell'antichità il finito è sinonimo di perfezione).
Parmenide però poi aggiunse un' altra via:
- la doxa plausibile, che esclude il non essere facendo leva sul dualismo luce-notte. Questa via dice che gli opposti (luce-notte, maschio-femmina...) sono entrambi essere ma senza entrambi ci sarebbe il nulla. Escludendo il non essere la terza via esclude anche la morte infatti anche il cadavere non è tale perché percepisce silenzio, freddo... In seguito, o perché le sue speculazioni risultavano offensive per i contemporanei cittadini di Elea, o a causa della mancanza di una salda guida, la scuola degenerò concentrandosi su temi eristici e retorici, mentre i migliori frutti di questa corrente furono assorbiti dalla metafisica platonica. Dibattuto è il tema dell'influenza del pensiero di Parmenide su quello di Eraclito o viceversa. Secondo Diogene Laerzio fu il primo ad affermare che la Terra è sferica e occupa il centro dell'universo. Parmenide di Elea distinse due livelli di conoscenza: secondo verità e secondo opinione. Per lui il Sole e la via lattea erano esalazioni di fuoco. Anche la Luna era esalazione di fuoco, ed era illuminata dal Sole. La tradizione lo considera anche il primo ad aver riconosciuto che Espero e Lucifero erano lo stesso astro, il pianeta Venere. Senofane di Colofone fu il primo a muovere all'attacco della mitologia della Grecia arcaica, nella metà del VI secolo a.C., scagliandosi contro l'intero sistema antropomorfico sancito dai poemi di Omero ed Esiodo. Gli eleatici ricercavano un essere unico, eterno, immutabile di fronte al quale il nostro mondo è solo apparenza, e Senofane diceva che gli dei non sono antropomorfi, cioè non hanno caratteristiche e sembianze umane, ma secondo lui esisteva una sola divinità che si identifica con l'universo, un dio-tutto, eterno.

Filosofo greco da alcuni
identificato come Eraclito.
Roma, musei capitolini.
- Eraclito di Efeso (Efeso 535 a.C. - Efeso, 475 a.C.) è stato un filosofo greco antico, uno dei maggiori pensatori presocratici. Il suo pensiero risulta particolarmente difficile da comprendere ed è stato interpretato nei modi più diversi a causa del suo stile oracolare e della frammentarietà nella quale ci è giunta la sua opera. Eraclito aveva comunque fama di cripticità già nella sua epoca. Ad esempio Aristotele, che si suppone ne abbia letto integralmente l'opera, lo definisce «l'oscuro»; persino Socrate ebbe problemi a comprendere gli aforismi dell'«oscuro», sostenendo che erano profondi quanto le profondità raggiunte dai tuffatori di Delo. Eraclito influenzò in vario modo i pensatori successivi: da Platone allo stoicismo, la cui fisica ripropone in gran parte la teoria eraclitea del logos. Della vita di Eraclito si hanno pochissime notizie, così come della sua opera filosofica sono sopravvissuti soltanto pochi frammenti. Il nome "Eraclito" (Herákleitos) ha lo stesso significato di quello di Eracle, cioè "gloria di Era". Nacque in una famiglia aristocratica; il padre, dal nome incerto era un discendente di Androclo, il fondatore di Efeso, e possedeva mezzo stadio di terra e una coppia di buoi. Nonostante discendesse da una famiglia di nobile origine, a Eraclito non interessava né la fama né il potere né la ricchezza; infatti, nonostante in quanto primogenito avesse diritto al titolo onorifico di basileus (che in greco significava re ed era la massima autorità sacerdotale), rinunciò a esso in favore del fratello minore. Quando il re di Persia Dario, dopo aver letto il suo libro “Sulla natura”, lo invitò a corte promettendogli grandi onori, Eraclito rifiutò la sua proposta, rispondendogli che, mentre "tutti quelli che vivono sulla terra sono condannati a restare lontani dalla verità a causa della loro miserabile follia" (che per Eraclito consiste nel "placare l'insaziabilità dei sensi" e nell'ambizione al potere), lui invece è immune dal desiderio e rifugge ogni privilegio, fonte d'invidia, restando a casa sua e accontentandosi di quel poco che ha. Per il suo distacco dai beni materiali e il disprezzo per il potere e per la ricchezza, Eraclito non piaceva molto agli Efesini, che erano esattamente l'opposto, per questo venne da loro criticato quando riuscì a convincere il tiranno Melancoma ad abdicare e ad andare a vivere nei boschi, ad aperto contatto con la natura. Visse in solitudine nel tempio di Artemide ove, stando a quanto dice Diogene Laerzio, depose il suo libro, «avendo deciso intenzionalmente, secondo alcuni, di scriverlo in forma oscura, affinché ad esso si accostassero quelli che ne avessero la capacità e affinché non fosse dispregiato per il fatto di essere alla portata del volgo». Mentre Teofrasto sostiene che, a causa del temperamento melanconico di Eraclito, esso non fu mai portato a termine e fu scritto in modo discontinuo. Il testo sempre a quanto presentato da Diogene Laerzio «godette di una tale fama che alcuni se ne fecero seguaci e furono chiamati Eraclitei». La deposizione del libro nel tempio conferma peraltro il suo temperamento aristocratico, essendo un gesto volto a proteggerlo dalla massa degli umani. Vivendo per lo più isolato, Eraclito trascorse gli ultimi anni prima della morte sui monti, cibandosi di sole piante, adottando una dieta strettamente vegetariana. Durante l'eremitaggio sui monti, si ammalò di idropisia (un accumulo di liquidi negli spazi interstiziali dell'organismo) e quindi «tornò in città e, in forma di enigma, chiese ai medici se fossero capaci di far sì che dall'inondazione venisse la siccità; e poiché quelli non lo comprendevano, si seppellì in una stalla sotto il calore dello sterco animale, sperando che l'umore evaporasse». Da qui si raccontano cinque versioni leggermente diverse. Nella prima, «non avendone, neppure così, alcun giovamento, morì dopo essere vissuto sessant'anni.». Ermippo presenta invece «ch'egli chiese ai medici se qualcuno fosse capace di essiccare l'umore vuotando gli intestini; alla loro risposta negativa, si distese al sole e ordinò ai ragazzi di ricoprirlo di sterco animale. Stando così disteso, il secondo giorno morì e fu seppellito nella piazza». Mentre Neante di Cizico «dice che era rimasto lì non essendo più riuscito a staccarsi lo sterco di dosso, e che, divenuto irriconoscibile per la deformazione, fu divorato dai cani». È possibile che la causa di morte di Eraclito sia stata proprio l'annegamento nello sterco di mucca, anche se Diogene Laerzio scrisse: «Aristotene nell'opera “Su Eraclito” dice che era guarito dall'idropisia e che era morto per un'altra malattia; questo lo afferma anche Ippoboto». Per il suo pessimismo, in età medievale, seguendo una tradizione antica esposta nei “Dialoghi” di Luciano di Samosata, Eraclito venne detto il "filosofo del pianto", in contrapposizione a Democrito, detto "filosofo del riso". Dell'opera di Eraclito ci rimangono testimonianze e frammenti sparsi, in forma di aforismi oracolari. Sempre a quanto posto da Diogene Laerzio vi furono moltissimi che diedero interpretazioni del suo libro tra i quali: Antistene, Eraclide Pontico, Cleante, Sfero lo Stoico, Pausania detto l'Eraclitista, Nicomede, Dionisio, Diodoto che negò che il testo trattasse della natura ma riguardasse la politica, Ieronimo e Scitino. Eraclito manifesta un atteggiamento filosofico che potremmo definire "iniziatico", ritenendo infatti di non poter essere compreso dalla moltitudine. A conferma di ciò disse: «Uno è per me diecimila, se è il migliore» (Galeno, De Dignoscendis Pulsibus; frammento 49). Ma non si limitò alla folla, infatti criticò apertamente anche i più sapienti dell'epoca, colpevoli di non aver compreso l'unitarietà del Logos: « Sapere molte cose non insegna ad avere intelligenza: l'avrebbe altrimenti insegnato ad Esiodo, a Pitagora e poi a Senofane e ad Ecateo. » (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, IX, 1; frammento 40). In lui probabilmente sono presenti anche alcuni legami con la tradizione orfica e dionisiaca. Eraclito è comunemente passato alla storia come il "filosofo del divenire" legato al motto «tutto scorre» (in greco pánta rhêi), ma in realtà il famoso detto non è attestato nei frammenti giunti fino a noi ed è probabilmente da attribuirsi al suo discepolo Cratilo che svilupperà il pensiero del maestro, estremizzandolo. In ogni caso la formula lessicale "panta rei" verrà coniata ed utilizzata la prima volta da Simplicio in "Phys", 1313, 11. «Non ascoltando me, ma il logos, è saggio intuire che tutte le cose sono Uno e che l'Uno è tutte le cose.» (Eraclito, DK, FR 50). Se da un lato è sensato, per buona parte della critica storico-filosofica, riferirsi ad Eraclito come il "filosofo del divenire", su un altro versante interpretativo sembra essere altrettanto appropriato approcciarsi al pensiero dell'efesio considerando la sua speculazione come incentrata su una prima e fondamentale importanza data al lògos. Nel sopra citato frammento, infatti, si nota quanto sia presente un non troppo implicito carattere rivelativo del lògos filosofico. Eraclito è il primo a mettersi in disparte: è perfettamente consapevole che l'ascolto debba essere indirizzato al lògos stesso e non, quasi profeticamente parlando, alla sua parola. In questo senso è egli stesso a farsi mero portavoce di un qualcosa che "già è" e che, in primis, "sempre è". Come ha giustamente osservato Giorgio Colli, il verbo greco eidénai indica preminentemente un "congetturare per immagini", un "intuire". Tale analisi filologica, evidenzia quella peculiare tensione del mondo greco antico a legare l'atto stesso della conoscenza con quello della visione. È in questo senso che, circa un secolo dopo, Platone userà il termine "eidòs" per enfatizzare il carattere mnemonico della conoscenza sensibile: infatti, il conoscere è, per Platone, risvegliare nell'anima dell'uomo l'idea (sempre e solo come tensione) di ciò che è stato già visto in un iperuranio ideale, esterno al mondo sensibile, in cui l'anima si trovava - contemplando e vedendo quelle idee - prima di incarnarsi nel corpo materiale. Emerge così, alla luce di queste precisazioni, la natura stessa del lògos eracliteo: è il senso del tutto che permea il tutto, rivelandosi indirettamente e rendendosi afferrabile tramite intuizione. Ricorre nel pensiero filosofico di Eraclito la contrapposizione fra i desti e i dormienti: è «unico e comune il mondo per coloro che sono svegli», ossia quelle persone che, andando oltre le apparenze, sanno cogliere il senso intrinseco delle cose, mentre «agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo di quando non sono coscienti di quel che fanno dormendo», riferendosi alla mentalità degli uomini comuni, i dormienti appunto. Eraclito intende per filosofi tutti quelli che sanno indagare a fondo la loro anima, che, essendo illimitata, offre all'interrogando la possibilità di una ricerca altrettanto infinita. Il pensiero eracliteo è quindi aristocratico, in quanto egli definisce la maggioranza degli uomini superficiali, poiché tendono a dormire in un sonno mentale profondo che non permette loro di comprendere le leggi autentiche del mondo circostante. Secondo Eraclito infatti «rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano solo a saziarsi come animali». La testimonianza di Diogene Laerzio conferma come Eraclito fosse uno «spregiatore del volgo». «Rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano solo a saziarsi come bestie» da Clemente Alessandrino, Stromateis (Miscelanea). Eraclito pone in contrapposizione i "migliori" (ἄριστοι, aristoi), i quali, a suo avviso, «preferiscono una sola cosa a tutte le altre: la gloria eterna alle cose caduche», e i "più" (οἱ δὲ πολλοὶ, oi de polloi), i quali «invece pensano solo a saziarsi come bestie», e da tale contrapposizione si deduce che per Eraclito i "più" sono in maggioranza rispetto ai "migliori". Ancora, con queste premesse, si potrebbe attribuire ad Eraclito un pensiero non solo filosoficamente aristocratico, ma anche politicamente oligarchico, o monarchico: «Legge è anche ubbidire alla volontà di uno solo» da Clemente Alessandrino, Stromateis (Miscelanea). «Uno è per me diecimila, se è il migliore» da Galeno, De Dignoscendis Pulsibus. Si deduce di conseguenza una netta contrapposizione tra la "gloria eterna", la quale è sia ciò che è preferito dai "migliori" sia ciò che in quanto tale ne attesta l'essere "migliore", e tutte le altre cose, ossia quelle "caduche, mortali", tra le quali vi è anche il "pensare solo a saziarsi come bestie", che è quanto pensato dai "più". «Polemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi.» da Ippolito di Roma, “Confutazione di tutte le eresie”, IX, 9, 4; frammento 53. La dottrina dell'unità dei contrari è forse l'aspetto più originale del pensiero filosofico eracliteo. La legge segreta del mondo risiede nel rapporto di interdipendenza di due concetti opposti (fame-sazietà, pace-guerra, amore-odio ecc.) che, in quanto tali, lottano fra di loro ma, nello stesso tempo, non possono fare a meno l'uno dell'altro, poiché vivono solo l'uno in virtù dell'altro: ciascuno dei due infatti può essere definito solo per opposizione, e niente esisterebbe se allo stesso tempo non esistesse anche il suo opposto. Così, ad esempio, una salita può essere pensata come una discesa da chi vi si trova in cima. Tra i contrari si crea una sorta di lotta. In questa dualità, questa guerra fra i contrari (polemos) in superficie, ma armonia in profondità, Eraclito vide quello che lui definiva il logos indiviso, ossia la legge universale della Natura. Ed è proprio la dottrina dei contrari che fa di Eraclito il fondatore di una logica degli opposti, antitetica a quella aristotelica e fondata sulla legge del divenire della realtà. In essa, infatti, tesi e antitesi (essere e non-essere) sono una sintesi contraddittoria e permanente nella realtà che solo così può divenire, attraverso i suoi due coessenziali aspetti ("nello stesso fiume scendiamo e non scendiamo"; "siamo e non siamo"); ed è antitetica alla logica aristotelica perché opposta al suo principio di non contraddizione e del terzo escluso ("Il mare è l'acqua più pura e impura: per i pesci è potabile e gli conserva la vita, per gli uomini è imbevibile e mortale"). I primi filosofi greci cercavano l'arché negli enti della realtà sensibile, a partire da Talete di cui restano solo testimonianze aristoteliche in cui sembrerebbe affermare che l'arché è l'acqua. In realtà, tale termine, a detta degli studiosi, è una teoria di stampo più prettamente aristotelico. È costante nella filosofia antica la consapevolezza che le cose derivino da un principio che in quanto tale è unicoingenerato e imperituroindivisibile ed immutabile; tuttavia la denominazione vera e propria di arché appartiene ad Aristotele. La dottrina delle quattro essenze fondamentali della Terra, acqua, terra, aria, fuoco, fornisce gli elementi tra i quali i primi filosofi greci scelsero l'arché, i più generali tra i costituenti del mondo sensibile. Platone mostrerà che l'arché del sensibile sono le idee iperuraniche, e che dunque non può essere trovata nemmeno nei costituenti fondamentali, e che il sensibile postula l'esistenza di una realtà trascendente che lo causa. Aristotele affermò che l'arché secondo Eraclito fosse il fuoco. In alcuni frammenti, effettivamente, sembra che Eraclito sostenga questa tesi: il fuoco, condensandosi, diventa aria, quindi acqua e poi terra; dopodiché, esso può rarefarsi per tornare ad essere acqua, aria, e in seguito fuoco. Quindi tutto ha origine e fine nel fuoco. Questo permetterebbe di collegare Eraclito con le ricerche naturalistiche dei filosofi di Mileto. In realtà, è probabile che il riferimento al fuoco vada inteso in senso più metaforico: in questo elemento fisico sembra infatti mostrarsi la teoria ontologica di Eraclito. Il fuoco è sempre vivo, in continuo movimento; è in ogni momento diverso dal momento precedente, ma allo stesso tempo sempre uguale a sé stesso. Analogamente l'arché è il primo ed unico principio, la nascita e la morte, l'inizio e la fine: come il fuoco, che nella giusta misura ora si accende e ora si spegne. Questa visione cosmologica sfocia nell'identificazione panteistica dell'universo con Dio, inteso come unità dei contrari, mutamento continuo e fuoco generatore. Questo Dio-tutto comprende quindi in sé ogni cosa, costituisce una realtà increata che esiste da sempre e per sempre. Eraclito crede anche nella ciclicità del cosmo, concepita come insieme di fasi alterne di distruzione-produzione, al punto che alcuni autori attribuiscono a lui il concetto di ekpyrosis, una sorta di grande conflagrazione universale. La contrapposizione del "panta rei" eracliteo al pensiero di Parmenide, filosofo dell'essere, ebbe un'influenza determinante su Platone, il quale per risolverla cercherà di mostrare come il non-essere esiste solo in senso relativo, dando così un fondamento filosofico al senso greco del divenire. Hegel intravide in questo passaggio la dialettica fondamentale della filosofia greca. Secondo la sua interpretazione la filosofia di Parmenide è riassumibile nella frase "tutto è, nulla diviene" (tesi), mentre quella di Eraclito in "tutto diviene, nulla è" (antitesi); il momento di sintesi sarebbe quindi rappresentato da Platone. Lo stesso Hegel si considerava filosoficamente erede di Eraclito al punto da affermare: «Non c'è proposizione di Eraclito che io non abbia accolto nella mia Logica» (Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia). Eraclito però, a differenza di Hegel non concepiva il divenire come una progressiva presa di coscienza dell'assoluto; per lui il divenire sembra consistere piuttosto nelle variazioni di un identico sostrato o Lògos: «tutte le cose sono Uno e l'Uno tutte le cose»; «questo Cosmo è lo stesso per tutti... da sempre è, e sarà». Da questa visione del mondo verrà influenzato soprattutto lo stoicismo. In seguito, se la tradizione filosofica aristotelica giudicò Eraclito incompatibile con i princìpi della logica formale, sebbene lo stesso Aristotele (come già Platone) ne accoglieva la teoria del divenire nel tentativo di conciliarla con la rigida staticità di Parmenide e introducendo così la dottrina del perenne passaggio dalla potenza all'atto, sarà presso i mistici neoplatonici che Eraclito troverà maggior fortuna. Secondo Plotino, che pure tiene fermi i capisaldi della logica parmenidea, «Eraclito seppe che l'Uno è eterno e spirituale: poiché solo ciò che è corporeo diviene eternamente e scorre» (Enneadi, V, 9). Anche i mistici cristiani come Meister Eckhart e Nicola Cusano poterono far propria la concezione eraclitea degli opposti collocandola su un piano trascendente e sovra-razionale: per costoro infatti, mentre sul piano immanente della vita quotidiana continuano a valere i princìpi della razionalità sillogistica, in Dio si troverebbe invece la comune radice di ciò che appare contraddittorio alla semplice ragione, perché in Lui è presente quell'unità degli opposti che esplicandosi e materializzandosi nel mondo giunge poi a diversificarsi. Eraclito verrà infine riabilitato del tutto da Hegel, il quale però reinterpretò la sua identità degli opposti non più in senso mistico e trascendente, ma in un'ottica immanente. Anche Nietzsche ebbe un'alta stima di Eraclito: la sua grandezza, per il filosofo tedesco, sta anche nel fatto che la nobiltà di ciò che ha da dire non si presta alla chiarezza superficiale. Martin Heidegger, che alla fine degli anni sessanta tenne un famoso seminario sul filosofo greco insieme con Eugen Fink a Friburgo, ritiene che il concetto di verità, intesa come  alétheia (ἀλήθεια), come "non-nascondimento" (in tedesco Unverborgenheit), sia una sorta di parafrasi del frammento eracliteo n. 93 DK: "Il signore, il cui oracolo è a Delfi, non dice né nasconde, ma indica": per Heidegger la filosofia di Eraclito serve come una conferma delle sue posizioni.

Zenone di Elea.
Zenone di Elea (in greco: Ζήνων, Zenon; 489 a.C. - 431 a.C.) è stato un filosofo greco antico presocratico della Magna Grecia e un membro della Scuola eleatica fondata da Parmenide. Aristotele lo definisce inventore della dialettica. È conosciuto soprattutto per i suoi paradossi, che Bertrand Russell definì come «smisuratamente sottili e profondi». Vi sono poche notizie certe sulla vita di Zenone. Anche se composta quasi un secolo dopo la morte di Zenone, la principale fonte di informazioni biografiche sul filosofo è il dialogo “Parmenide” di Platone. Nel dialogo, Platone descrive una visita di Zenone e Parmenide ad Atene, nel periodo in cui Parmenide ha "circa 65 anni", Zenone "quasi 40" e Socrate è "un uomo molto giovane". Grazie a queste indicazioni, attribuendo a Socrate un'età di 20 anni e assumendo come data di nascita di quest'ultimo il 469 a.C., è possibile stimare la nascita di Zenone nel 490 a.C. Di Zenone Platone ci dice che era "alto e di bell'aspetto" e che "venne identificato in gioventù come l'amante di Parmenide". Altri dettagli, forse meno affidabili, sono contenuti nelle “Vite dei filosofi” di Diogene Laerzio, dove si riporta che Zenone era figlio di Teleutagora, ma figlio adottivo di Parmenide, e che inoltre era "abile a sostenere entrambi i lati di ogni discorso" e che venne arrestato e forse ucciso dal tiranno di Elea. Secondo Plutarco, Zenone tentò di uccidere il tiranno Demilo e, avendo fallito, per non rivelare l'identità dei suoi complici, "con i suoi stessi denti si strappò la lingua e la sputò in faccia al tiranno". Ciò che si è conservato delle concezioni di Zenone è stato tramandato da Platone nel Parmenide e da Aristotele, che nel suo scritto Fisica[8] ne analizza il pensiero, definendo l'eleate "scopritore della dialettica". Diogene Laerzio, nel suo Vite dei filosofi[9], racconta della valenza politica di Zenone, il quale avrebbe ordito una congiura contro il tiranno della sua città natale (tale Nearco, o Diomedonte). Zenone è conosciuto soprattutto per i suoi paradossi formulati in relazione alla tesi della impossibilità del moto. Oggi sono conosciuti con il nome di paradossi di Zenone. Tre di essi, in particolare, sono noti come "paradosso dello stadio", "paradosso di Achille e la tartaruga", "paradosso della freccia". In tutti il fine è quello di dimostrare che accettare la presenza del movimento nella realtà implica contraddizioni logiche ed è meglio quindi, da un punto di vista puramente razionale, rifiutare l'esperienza sensibile ed affermare che la realtà è immobile. Questi paradossi implicano anche il concetto di infinita divisibilità dello spazio ed è questa la ragione per cui hanno ricevuto una notevole attenzione da parte dei matematici. Infatti il filosofo sosteneva che per raggiungere un punto preciso, bisogna prima raggiungerne il punto medio. Per giungere ad esso si deve arrivare a sua volta al suo punto medio, e ancora al punto medio del punto medio ecc, fino a che non ci si ritrova nello stesso identico punto in cui siamo al momento della partenza, e quindi il movimento non esiste, ma è soltanto un concetto che noi percepiamo. A mettere in discussione le affermazioni di Zenone interviene Aristotele, dicendo che Zenone si sbagliava, poiché il movimento è un insieme di punti distinti soltanto in "potenza", e non in "atto". In atto il tempo e lo spazio sono un tutt'uno, di punti non distinti tra loro. Sulle orme di Parmenide, Zenone tenta di affermare - attraverso la dialettica e la logica - le teorie di immutabilità dell'Essere, riducendo all'assurdo il suo contrario. Le tesi confutate da Zenone appartengono ai pitagorici, convinti della molteplicità dell'Essere in quanto numero, e ad Anassagora e Leucippo, suoi contemporanei, il primo esponente della teoria dei semi (spermata in greco) chiamati da Aristotele "omeomerie" e il secondo dell'atomismo. Zenone fu discepolo prediletto di Parmenide. Nel “Parmenide” platonico Pitodoro racconta ad Antifonte che i due "una volta vennero alle Grandi Panatenee" (Parmenide, 127 A-B) e che in tale occasione avrebbero conosciuto Socrate. Notizia non confermata da Diogne Laerzio che, al contrario, sostiene che egli non si sia mai recato ad Atene. Zenone mise al servizio delle dottrine del maestro la sua notevole abilità logica e dialettica, inventando una serie di argomenti volti a screditare i critici della visione parmenidea dell'universo e i sostenitori del pluralismo ontologico e del divenire. Sebbene molti autori antichi si riferiscano agli scritti di Zenone, nulla di essi è sopravvissuto intatto. Platone afferma che gli scritti di Zenone siano stati "portati ad Atene per la prima volta in occasione della visita di Zenone e Parmenide". Platone riporta inoltre che Zenone avrebbe detto che la sua opera "ha lo scopo di difendere gli argomenti di Parmenide"; i suoi scritti furono composti nella gioventù del filosofo e vennero in seguito rubati e pubblicati senza il consenso dell'autore. Secondo il Commentario al Parmenide di Platone di Proclo, Zenone produsse "non meno di quaranta argomenti mostrando le contraddizioni", ma solo nove sono oggi noti.

Un'antica trireme greca ricostruita. Navi lunghe e strette,
  veloci e molto manovrabili, il loro impiego fu decisivo nella
 battaglia di Salamina. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 478 a.C. - Viene creata in Grecia la Lega Delio-Attica che vanta vittorie contro Cartagine  e gli Etruschi. La qualità speculativa della ragione e la nuova consapevolezza di libertà individuale (ottenuta parallelamente alla creazione di un mercato di schiavi), ha elaborato nuove forme di governo del potere nella res-pubblica: la Democrazia. Il potere è condiviso dalle varie parti della società degli uomini liberi, con e senza possedimenti fondiari, la terra: unici esclusi sono gli schiavi, ritenuti più merci che persone. Il culmine dello splendore politico e culturale di Atene è raggiunto con Pericle. Accentuato il carattere democratico con leggi che consentivano ai cittadini delle classi meno abbienti di accedere a cariche pubbliche. Favorito il sorgere di regimi democratici anche in altre città. Durante l'Età di Pericle si ha la costruzione del Partenone, dell'Eretteo, dei Propilei e di altri edifici pubblici. La letteratura si esprime con le tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide le commedie di Aristofane, la filosofia splende con Socrate e Platone.
Atene, Eretteo - Loggia delle cariatidi.
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Con il governo di Pericle, l'artefice della democrazia ateniese, e sotto la supervisione dello scultore Fidia, la rocca di Atene si trasformò in un frenetico cantiere dove affluivano gli ingegni e gli artisti migliori del tempo. Si costruirono il Partenone, tempio così chiamato da Athena Parthénos, la dea protettrice della città; i Propilei, cioè l'ingresso monumentale all'area sacra; il Tempio di Atena Nike, di piccole dimensioni ma di squisita eleganza; l'Eretteo, un tempio costituito da diversi ambienti tra cui la celebre Loggia delle Cariatidi, dove le colonne sono sostituite da eleganti figure femminili.

Pericle.
- Pericle, in greco Περικλῆς, Periklēs, "circondato dalla gloria" (nato a Cholargos nel 495 a.C. circa, morto ad Atene nel 429 a.C.), è stato un politico, oratore e stratega ateniese durante il periodo d'oro della città, tra le Guerre Persiane e la Guerra del Peloponneso. Discendeva, da parte di madre, dalla potente e storicamente influente famiglia degli Alcmeonidi. Pericle ebbe una così profonda influenza sulla società ateniese che Tucidide, uno storico contemporaneo a lui, lo acclamò "Primo cittadino di  Atene". Durante i primi due anni delle Guerre del Peloponneso, Pericle fece della Lega Delio-Attica (una alleanza fra Atene e altre città, con Delo, isola sacra poiché ritenuta il luogo di nascita di Apollo, come riferimento per l'alleanza), un impero comandato da Atene. Promosse le arti e la letteratura; questa fu la principale ragione per la quale Atene detiene la reputazione di centro culturale dell'Antica Grecia. Cominciò un progetto ambizioso che portò alla costruzione di molte opere sull'Acropoli (incluso il Partenone, il "tempio della vergine", dedicato ad Atena con un imponente statua d'oro e avorio, alta venticinque metri, costruita da Fidia). Sotto il governo di Pericle, Atene raggiunse il massimo sviluppo democratico, con l'istituzione dell'assemblea cittadina come capo della Lega Delio-Attica. Per avere informazioni sulla vita di Pericle, visualizza il post "Paolo Rossi: Pericle e la Democrazia" cliccando QUI.
Ecco il suo Discorso agli Ateniesi riportato da Tucidide in "La guerra del Peloponneso" II, 37-41: "Qui ad Atene noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza, quando un cittadino si distingue, allora esso sarà a preferenza di altri chiamato a servire lo stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa, al merito, e la povertà non costituisce un impedimento. Qui ad Atene noi facciamo così: la libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro, e non infastidiamo mai il nostro prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo liberi, liberi di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così: ci é stato insegnato di rispettare i magistrati e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi, e di non dimenticare mai coloro che ricevono offesa, e ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto, e di ciò che è buonsenso. Qui ad Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma io proclamo Atene scuola dell’Ellade, e che ogni ateniese cresce prostrando in se una felice versatilità, la fiducia in se stesso e la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Ed é per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così!"

Anassagora.
- Anassagora di Clazomene visse all'incirca dal 500 al 430 a.C. E' probabile che abbia trascorso la sua giovinezza nella natia Ionia (Clazomene era una città nelle vicinanze di Smirne). Le fonti più importanti su Anassagora sono Aristotele, Platone, Teofrasto, Aetius, Plutarco, Ippolito. Si dice che, di famiglia facoltosa, abbia trascurato le ricchezze per dedicarsi allo studio. Si dice anche che sia stato lui il primo filosofo ad introdurre in Atene la filosofia (fino ad allora confinata alla Ionia) quando, poco più che ventenne, vi si trasferì. E' largamente accettato che ad Atene egli divenne amico di Pericle, più giovane di lui di cinque anni. Ma, come è noto, l'amicizia con Pericle gli costò cara: i nemici politici di Pericle per colpirlo si rifecero su Anassagora facendolo imprigionare e costringendolo all'esilio. Sembra addirittura che il provvidenziale intervento di Pericle abbia salvato Anassagora da sanzioni più gravi. Le accuse ad Anassagora consistevano, come è noto, nell'aver egli affermato che il Sole non era altro che "una pietra infuocata" (evidentemente, nell'Atene del 450 a.C. l'attitudine mentale tradizionale era ancora fortemente legata a valori sacrali e lo svilirli a una interpretazione naturalistica non poteva ancora essere accettato). Comunque, Anassagora si rifugiò a Lampsaco (sulla costa orientale dell'Ellesponto), dove si dice abbia fondato una Scuola filosofica. Nella dottrina filosofica di Anassagora si aveva una accentuazione del nous inteso come "mente", oppure "ragione", cioè disanima dei fenomeni secondo principi di razionalità. Secondo Aetius (che cita Teofrasto), Anassagora sosteneva che la Luna brilla di luce non propria ma riflessa dal Sole, così come la pensava Parmenide. Ippolito e altri ci informano delle corrette interpretazioni date da Anassagora, per primo, delle modalità del compiersi delle eclissi di Sole e di Luna. Sulle modalità di svolgimento delle eclissi di Luna, comunque, Anassagora introduce una credenza erronea, ammettendo la possibilità che ad oscurare la Luna siano anche altri corpi interposti. C'è un notevole grado di incertezza su quanto fossero estese le sue cognizioni matematiche. Vitruvio ci dà una intrigante informazione su Anassagora. Ci dice che, mentre si trovava in prigione, scrisse un trattato nel quale si davano istruzioni su come dipingere gli scenari per le commedie che venivano rappresentate ad Atene: come dovevano essere dipinti i pezzi che dovevano apparire sullo sfondo, e come quelli che dovevano apparire in primo piano. Si potrebbe arguire da ciò che Anassagora produsse una specie di trattato sulla prospettiva ma manca completamente qualunque altra notizia che confermi queste affermazioni di Vitruvio. E' noto anche la battuta con la quale si dice abbia risposto a che gli chiedeva quale riteneva fosse lo scopo della sua vita: "Investigare il Sole, la Luna e le stelle".

Empedocle
- Empedocle di Agrigento visse all'incirca dal 480 al 420 a.C. Aristotele dice che morì ad Atene all'età di 60 anni, mentre secondo un'altra tradizione sarebbe precipitato nel cratere dell'Etna. Delle due opere certamente attribuitegli ci restano ampi frammenti: 100 versi del poema "Purificazioni" e 400 versi di "Sulla natura". Ispirandosi al pensiero di Eraclito, di Pitagora e di Parmenide, formulò la dottrina dei quattro elementi, da lui detti in realtà radici, più tardi riconosciuti come i quattro elementi naturali (aria, fuoco, terra e acqua). Accettò l'idea di Parmenide secondo cui la Luna rifletteva la luce solare e dette una spiegazione corretta del meccanismo delle eclissi solari. Aristotele sosteneva che Anassagora era prima di Empedocle per età ma dopo di lui per opere. Teofrasto sostiene che Aristotele riteneva Anassagora inferiore ad Empedocle nel pensiero. Aristotele riporta anche che Empedocle ebbe l'intuizione fisica importantissima secondo cui la velocità della luce era finita, per cui impiegava un certo tempo a percorrere una distanza.

Nel 474 a.C. - La flotta riunita delle città-stato costiere dell'Etruria meridionale, Cere e
Questo elmo appartenne a un
guerriero etrusco e fu preso a
simbolo della vittoria dei
siracusani contro la flotta
etrusca a Cuma nel 474 a.C.
Fu ritrovato durante gli scavi
di Olimpia, dove era stato
probabilmente offerto dallo
stesso Ierone, tiranno di
Siracusa, che si fregiava della
decisiva vittoria che aveva
segnato il definitivo declino
della potenza marittima degli
Etruschi nel mare Tirreno.
Londra, British Museum.
Tarquinia, naviga verso sud-est lungo la costa laziale con l'obiettivo di attaccare e conquistare la colonia greca di Cuma. Dopo la prima battaglia di Cuma del 525 a.C., i rapporti fra Etruschi e Greci erano diventati ancora più conflittuali dopo la battaglia di Aricia del 505 - 504 a.C., quando la sconfitta degli Etruschi da parte di un'alleanza Greco-Latina aveva determinato la fine del commercio via terra tra l’Etruria e la Campania attraverso il Lazio, interrotto inizialmente dai Latini dopo la caduta della monarchia e della dinastia etrusca a Roma. Per questo motivo la via marittima diventava sempre più strategica per gli Etruschi che vedevano proprio nella città di Cuma, con il suo porto ben organizzato, una seria minaccia per la loro navigazione. L’attacco etrusco alla città greca prevedeva un assalto combinato da terra e dal mare. Ma i Cumani vennero a conoscenza in anticipo della strategia etrusca e chiesero aiuto a Ierone I (o Gerone), tiranno di Siracusa, che non esitò a inviare in soccorso la sua intera flotta. Proprio quando gli Etruschi stavano iniziando l’operazione di accerchiamento da terra e dal mare spuntò, inattesa, la flotta da guerra di Siracusa, composta da moderne triere, che gettò nello scompiglio le navi etrusche che furono costrette a invertire la rotta e a dirigersi contro il nemico. Lo scontro probabilmente avvenne in mare aperto presso il vicino capo Miseno dove, ai piedi della scogliera alta 160 metri a picco sul mare, si accese una sanguinosa battaglia con un corpo a corpo tra navi che penalizzava fortemente i legni etruschi, più agili ma meno potenti e veloci delle triere greche. I Siracusani affondarono e catturarono numerose navi, costringendo alla fuga le poche superstiti. L’esercito di terra, intimorito e scoraggiato, tolse l’assedio a Cuma e tornò in patria. Ierone lasciò un presidio sull'isola di Pitecusa (Ischia). Con la seconda battaglia di Cuma e la disfatta degli Etruschi, fu ristabilito il controllo greco della costa. Verso il 470, sempre ad opera dei Cumani, fu fondata, ad oriente del primitivo insediamento di Partenope, la "città nuova", Neapolis, che vide un rapido sviluppo favorito dal declino del potere siracusano e da uno stretto legame con Atene. Partenope assumerà nel tempo il nome di Palaepolis, "città vecchia". Nel 421 a. C. le popolazioni italiche dell'entroterra conquisteranno sia Capua che Cuma, lasciando invece indenne Neapolis, che comunque risentirà fortemente della loro influenza.

Carta geografica degli insediamenti europei dei Celti dopo
Golasecca: Hallstatt, La Tène, e successive espansioni.
Dal 450 a.C. - Si sviluppa in Europa centro-occidentale la cultura celtica di La Tène, preceduta dalla cultura di Hallstatt.
Cartina dell'Europa intorno
al 500 a.C.: le città e le vie
dell'Ambra, in nero e rosso, i siti
di rinvenimento di Ambra in rosso.
Clicca l'immagine per ingrandirla.
OGHAM, l'alfabeto celtico. Ogni 
OGHA, simbolo-lettera, è l'iniziale
di un'albero-pianta, con i nomi
 in gaelico: inoltre qui indichiamo la
corrispondenza con il calendario
 arboricolo proposto da Robert
Graves. Clicca l'immagine 
per ingrandirla.
La fine della cultura di Hallstatt, dovuta probabilmente a conflitti interni, con nuovi ceti che aspirano al potere e soppiantano la vecchia aristocrazia hallstattiana, segna l'inizio della  cultura di La Tène (450 - 50 a.C.), sviluppatasi sul lago di Neuchatel (nell'attuale Svizzera occidentale) e caratterizzata, oltre che da una spettacolare attività artigianale e artistica, soprattutto dalla nascita di una forte rete di commercio di massa (armi e accessori in ferro, suppellettili in oro, argento e ambra) e dalla conseguente nascita di una protoborghesia.
Dalla zona tra  basso Rodano e alto Danubio, a  partire già dal 700 circa a.C., principalmente per ragioni demografiche di sovrappopolamento, l'espansione di questi Celti interessò le isole britanniche (già raggiunte da una prima ondata precedente) e la penisola iberica (i Celtiberi) e, successivamente, l'Italia settentrionale e i territori dei Balcani, in cui vennero a contatto con l'impero di Alessandro Magno e svolsero attività di mercenari, mentre una parte ritornò verso l'Asia Minore (i Galati).

Dal 440 a.C. - Nell'ecumene di Erodoto di Alicarnasso, redatto tra il 440 - 425 a.C., troviamo i Liguri dalla foce dello Jùcar, in Iberia, fino alla pianura padana.

L'Ecumene di Erodoto di Alicarnasso che svolse la sua attività intorno
agli anni 440 - 425 a.C. I viaggi che portò a termine gli consentirono di
allargare enormemente le conoscenze geografiche dei suoi contemporanei.
Da: http://digilander.libero.it/diogenes99/Cartografia/Cartografia01.htm


Democrito
- In quegli anni, in Grecia, visse Democrito. La vita di Democrito di Abdera è collocabile tra gli anni 470 e 400 a.C. Discepolo di Leucippo, è considerato il più autorevole rappresentante della scuola atomistica. Ricollegandosi alla ricerca dell'arché, vide il principio originario del mondo in particelle di materia più o meno piccole, non ulteriormente divisibili: gli atomi. Secondo Democrito, tutto ciò che esiste nel mondo è prodotto dalle varie combinazioni degli atomi. Essi sono le uniche realtà durevoli e l'esistenza del vuoto è condizione indispensabile al loro movimento. Democrito è anche considerato il primo pensatore ad aver introdotto il concetto di infinità del cosmo. Le idee filosofiche di Democrito (e Leucippo) furono riprese e sviluppate da Epicuro. L'atomismo conobbe poi una certa popolarità tra la fine del secolo XVI e la fine del XVII (anche se non contribuì direttamente alla nascita dell'atomismo moderno). Le migliori fonti su Democrito sono Epicuro, che fu uno strenuo sostenitore dell'atomismo e Aristotele, che lo osteggiò altrettanto strenuamente. Si sa che Democrito fu istruito da precettori Caldei che gli insegnarono, tra l'altro, l'astronomia. Si dice anche che abbia completato la sua istruzione recandosi in Egitto e in Persia. A Democrito si attribuiscono molte opere, andate tutte perdute. Tra esse una "Grande cosmologia" e una "Piccola cosmologia". Diogene Laerzio da una lista delle opere scritte da Democrito, tra esse cita "Sui numeri", "Sulla geometria", "Sulle tangenti", "Sulle mappe", "Sugli irrazionali". Concepì la Via Lattea come una banda di luce costituita di stelle molto piccole e fittamente raggruppate. Elaborò anche un calendario astronomico che presenta un grande interesse perché vi sono descritti eventi astronomico-astrologici collegati a fenomenologie terrestri, oppure viene data una corretta interpretazione nell'associare l'inondazione del Nilo alla stagione delle piogge che si manifestano a monte. E' stato recentemente accertato che Archimede afferma nel "Metodo" che Democrito affermò importanti teoremi su figure geometriche solide con un anticipo di circa cinquant'anni su Eudosso. Ecco infine un esempio di speculazione geometrica di Democrito che ci viene da Plutarco: "Se un cono venisse tagliato con un piano parallelo alla base, cosa dovremmo pensare confrontando la grandezza delle due superfici circolari? Se pensiamo che sono disuguali dovremmo anche ammettere che la superficie del cono abbia delle indentature. Se pensiamo che sono uguali dovremmo anche ammettere che il cono gode delle proprietà di un cilindro".

Filosofo greco
Gli anni dal 470 al 400 a.C. furono quelli tra i quali si estese la vita di Metone di Atene e quelli dal 460 al 390 a.C. quelli della vita del suo discepolo e collaboratore Eutemone. Questi due astronomi vengono spesso citati assieme. Due sono i contributi fondamentali che vengono loro attribuiti e che li fanno considerare tra gli iniziatori dell'astronomia scientifica greca: l'osservazione del solstizio estivo del 432 a.C. e l'introduzione del ciclo lunisolare di 19 anni. Il primo contributo fa parte del primo tentativo (di cui si abbia notizia) di stabilire la durata dell'anno conteggiando il numero di giorni che intercorrevano tra solstizi ed equinozi. Tolomeo dice nell'Almagesto che il solstizio estivo osservato fu durante l'arcontato di Apseudes, il mattino del 21esimo giorno del mese egizio di Phamenoth (27 giugno del 432 a.C.). Questa osservazione è molto importante perchè venne usata da generazioni di astronomi successive. Per quanto riguarda la durata delle stagioni, ci si rifà ad un papiro del II secolo d.C. che viene denominato Ars Eudoxii, considerato una specie di brogliaccio di esercitazioni sull'opera di Eudosso e che attribuisce ai due la misura della durata delle stagioni in giorni, a cominciare dall'estate, con i valori 90, 90, 92 e 93. La maggior parte dei commentatori tende a prestare poca fede sui dati di questo papiro posteriore a Metone di più di 600 anni. Si tende a ritenere che la prima effettiva misura di durata delle stagioni sia quella eseguita da Callippo un secolo dopo Metone. L'indagine astronomica sulla durata dell'anno e delle singole stagioni doveva comunque già essere stata affrontata ai tempi di Metone ed Eutemone, perchè misurando le durate delle stagioni si poteva verificare l'assioma della uniformità del moto solare. A questo proposito va ricordato che nell'astronomia greca si ebbe fin dagli inizi, il sospetto latente, che perdurò fino ai tempi di Ipparco, circa una durata variabile dell'anno tropico. Diodoro Siculo dice che il ciclo lunisolare di 19 anni venne introdotto da Metone pure nel 432. Abbiamo visto che era stato introdotto (ed adottato) in Babilonia una cinquantina di anni prima. Non si è in grado di stabilire se Metone lo apprese dai Babilonesi o se fu il frutto di suoi studi. L'eguaglianza tra il numero di giorni di 235 mesi lunari e il numero di giorni di 19 anni non deve essere stata di molto difficile determinazione, per cui ad essa potrebbe essere pervenuto Metone indipendentemente. Le città greche non lo adottarono con uniformità. Si limitarono a tenerne conto per tenere sotto controllo le intercalazioni dei mesi. Ma inizialmente la scoperta di questo ciclo fu molto celebrata ad Atene. Si dice che il numero che ogni anno aveva nel ciclo venisse esposto nel Partenone su un'iscrizione d'oro, dando con ciò origine alla denominazione di numero d'oro. Ancora oggi del ciclo di Metone viene tenuto conto dalla Chiesa nel calcolo della data della Pasqua, in funzione di alcune costanti, tra le quali anche il numero d’oro. Per una convenzione stabilita da Dionigi il Piccolo, l’anno 1 a.C. corrisponde all’anno di inizio del ciclo di Metone numero 1.  Dionigi, monaco di origine orientale vissuto a Roma a cavallo tra il V e il VI secolo della nostra era, è ricordato, tra l’altro, per aver riformato il sistema di datazione a partire dalla nascita di Gesù Cristo, data che venne da lui fissata al 25 dicembre dell’anno 758 dalla fondazione di Roma, introducendo con ciò un errore di calcolo di circa 5 anni. Allora, il numero d’oro di un anno qualunque (che è il numero d’ordine dell’anno all’interno del ciclo) è dato dal resto della divisione di (anno + 1) per 19. Per esempio, per l’anno 2000 abbiamo: (2000 + 1) / 19 = 105 con resto 6: siamo cioè nel 105º ciclo di Metone, e il numero d’oro per l’anno 2000 è il 6.

Ricostruzione di come si doveva presentare il Partenone di
Atena, in stile Ionico, progettato da Fidia, nell'antica Atene.
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- Per i Greci il tempio doveva esprimere un'idea di bellezza e armonia tra le parti, per questo alla sua costruzione partecipavano i più abili architetti del tempo. Presso il cantiere, le maestranze prima sbozzavano i blocchi facendo assumere loro la forma desiderata, poi servendosi di funi e carrucole, li collocavano nel punto stabilito dall'architetto. L'esterno del tempio veniva successivamente decorato da rilievi e da sculture, a volte dipinte con colori vivaci; i rilievi ornavano sia il frontone sia il fregio. Il tempio più ammirato dell'acropoli di Atene fu sicuramente il Partenone. Ciò che rendeva questo edificio il caposaldo dell'arte greca era soprattutto la ricchezza delle sue decorazioni, superiori a qualsiasi edificio mai costruito. L'artista chiamato a dirigere questo immenso cantiere fu lo scultore Fidia, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Il tempio rappresentava per i Greci la costruzione più perfetta e armoniosa.
Ordine Dorico. Clicca
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Per raggiungere questa perfezione gli architetti si servivano di regole geometriche e matematiche con cui legare ogni dettaglio dell'edificio.
Questi diversi modi di concepire la costruzione di un tempio sono stati chiamati «ordini». Gli ordini utilizzati dai Greci sono tre:

- Dorico (dal nome del popolo dei Dori)
Si caratterizza per l'essenzialità e la solennità delle sue forme. La colonna dorica non ha una base, poggia direttamente sullo stilòbate (il pavimento del tempio), si restringe verso l'alto ed è solcata da scanalature tagliate a spigolo vivo. Il capitello ha una forma semplice che serve a sostenere i blocchi di pietra rettangolare che formano l'architrave. La decorazione del fregio è costituita da lastre scolpite dette mètope alternate da pannelli solcate da tre scanalature detti triglìfi.

Ordine Ionico. Clicca
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- Ionico (dal nome del popolo degli Ioni)
Si caratterizza per una maggiore eleganza e leggerezza rispetto a quello dorico. La colonna non poggia direttamente sullo stilòbate, ma ha una propria base (o plinto) costituita da rientranze e sporgenze. Le scalanature sono più numerose e meno profonde. Il capitello è decorato da òvoli (così chiamati per la forma che ricorda delle mezze uova) e da due eleganti volute che si piegano lateralmente.

Ordine Corinzio. Clicca
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- Corinzio (dal nome della città di Corinto)
L'ordine corinzio fu impiegato soprattutto per l'interno dei templi. Il fusto della colonna corinzia (simile a quella ionica) è sollevato da una pedana di marmo posta sotto la base. Il capitello è la parte che caratterizza maggiormente l'ordine corinzio; le sue forme ricordano un cesto di vimini da cui fuoriescono delle foglie stilizzate di acànto.

"Hermes con Dioniso" di Prassitele:
Nella cultura greca l'eroe era
rappresentato nudo.
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- Nelle sculture dell'età arcaica e classica, gli artisti della Grecia antica cercarono di produrre delle opere ideali, in grado di non sfigurare al cospetto delle divinità. Questo risultato fu raggiunto, specialmente nella scultura a tutto tondo, attraverso un lungo e ininterrotto processo di perfezionamento formale. Le prime testimonianze appartengono all'età arcaica, tra il VII e il VI secolo a.C.: si tratta di giovani nudi o di fanciulle vestite caratterizzati dalla fissità dell'espressione. Durante l'età classica (V-IV secolo a.C.), uno studio più attento del movimento e dell'anatomia umana permise agli scultori di raggiungere traguardi di sorprendente bellezza e armonia. I Greci idealizzavano la bellezza fisica, a cui doveva sempre rispondere la bellezza interiore: l'una doveva essere lo specchio dell'altra. Le opere di Policleto, di Mirone e di Prassitele testimoniano lo straordinario livello raggiunto nella ricerca delle proporzioni. Bisogna tuttavia ricordare che nessuna di queste statue è da intendersi come il ritratto di persone realmente esistite: sono piuttosto la rappresentazione delle qualità fisiche e morali del genere umano e, proprio perché distaccate dalla realtà terrena, si collocano in una sfera di ideale perfezione.

Tegola di Capua, museo di
Berlino.
Nel 438 Capua, che esisteva già da secoli, subì nel corso del V secolo a.C. circa, una profonda ristrutturazione che le diede un nuovo assetto urbano sotto l'impulso della presenza dominante etrusca. La Tegola di Capua, di questo periodo, merita una trattazione a parte. In questa lastra di terracotta trovata a S. Maria Capua Vetere e conservata al Museo di Berlino, vi è inciso il testo più lungo in lingua etrusca dopo quello della Mummia di Zagabria. Suddiviso in dieci sezioni da una linea orizzontale, risulta costituito da 62 righe, alcune in parte perdute, e da circa 390 parole, non tutte conservate per intero. La scrittura è quella in uso in Campania intorno alla metà del V secolo a.C., si tratta di un "calendario rituale" dove vengono prescritte cerimonie da compiere in certe date e in certi luoghi a favore di alcune divinità. Le popolazioni di lingua osca delle zone interne della Campania, spinte dalle prospettive economiche positive offerte dalla città, vi trovano posto come manodopera servile, in un primo tempo sottoposta all’elemento etrusco dominante, che nel 438 a.C. concesse loro il diritto di cittadinanza (a quest'anno Diodoro Siculo fa risalire la costituzione del popolo dei Campani). Con il declino etrusco, le tribù osche raggiunsero una posizione di predominio, prendendo Capua nel 425-423 a.C. e successivamente Nola e la colonia greca di Posidonia. Capua si pose così in quest'epoca a capo di una lega campana.

Gorgia, un sofista dei sofisti.
- La Sofistica è una corrente filosofica sviluppatasi in Grecia, e ad Atene in particolare, a partire dalla seconda metà del V secolo a.C., la quale, in polemica con la filosofia della scuola eleatica e avvalendosi del metodo dialettico di Zenone di Elea, pone al centro della sua riflessione l'uomo e le problematiche relative alla morale e alla vita sociale e politica. Non si trattò di una vera e propria scuola né di un movimento omogeneo, ma fu estremamente variegata al suo interno: i suoi esponenti (detti appunto sofisti), seppur accomunati dalla professione di «maestro di virtù», si interessarono di vari ambiti del sapere, giungendo ognuno a conclusioni differenti e a volte tra loro contrastanti. Tra questi emerse, distaccandosene, la figura di Socrate. Anticamente il termine σοφιστής (sophistés, sapiente) era sinonimo di σοφός (sophòs, saggio) e si riferiva ad un uomo esperto conoscitore di tecniche particolari e dotato di un'ampia cultura. A partire dal V secolo, invece, si chiamarono «sofisti» quegli intellettuali che facevano professione di sapienza e la insegnavano dietro compenso: quest'ultimo fatto, che alla mentalità del tempo appariva scandaloso, portò a giudicare negativamente questa corrente. Nell'antichità, il termine era spesso posto in antitesi con la parola «filosofia», intesa come ricerca del sapere, che presuppone socraticamente il fatto di non possedere alcun sapere. I sofisti vennero ritenuti falsi sapienti, interessati al successo e ai soldi, più che alla verità. Il termine mantiene anche nel linguaggio corrente un carattere negativo: con «sofismi» si intendono discorsi ingannevoli basati sulla semplice forza retorica delle argomentazioni. Solo a partire dal XIX secolo la Sofistica è stata rivalutata, e oggi è riconosciuta come un momento fondamentale della filosofia antica. I sofisti erano maestri di virtù che si facevano pagare per i propri insegnamenti, e per questo motivo essi furono aspramente criticati dai loro contemporanei, soprattutto da Socrate, Platone e Aristotele, ed erano offensivamente chiamati «prostituti della cultura»; ironicamente però furono i primi ad elaborare il concetto occidentale di cultura (paideia), intesa non come un insieme di conoscenze specialistiche, ma come metodo di formazione di un individuo nell'ambito di un popolo o di un contesto sociale. Essi riscossero successo soprattutto presso i ceti altolocati. Lo sviluppo della Sofistica ad Atene è legato a un insieme di fattori culturali, economici e politico-sociali. Con la sconfitta dei Persiani a Salamina nel 480 a.C. le poleis greche affermarono la propria autonomia, e la loro potenza si ampliò progressivamente nel corso dei successivi cinquant’anni di pace (la cosiddetta Pentecontaetia). In particolare, a primeggiare su tutte furono le città rivali di Sparta e Atene: la prima espanse la propria influenza su quasi tutto il Peloponneso attraverso un’ampia rete di alleanze, mentre Atene, membro di primo piano della Lega delio-attica, con l’avvento di Pericle finì con l’assumerne il comando. Con il potere politico ed economico crebbe però anche l’ostilità tra le due città, e il desiderio di supremazia sull’intera Grecia portò al disastro della Guerra del Peloponneso (430-404 a.C.). Pericleleader carismatico della fazione democratica, governò Atene per circa un trentennio, dal 461 al 429 a.C., portando la città al suo massimo splendore. Egli fece trasferire il tesoro della Lega delio-attica da Delfi ad Atene, e trasformò il volto della città con un imponente piano di riforma architettonica (simbolo del potere dell’epoca sono gli edifici dell’Acropoli: il Partenone, l’Eretteo, i Propilei); inoltre, si intensificarono i rapporti con le altre città, attraverso alleanze e scambi commerciali. Fu proprio questo nuovo clima di pace a favorire l’affermarsi della Sofistica, poiché permise ai sofisti, «maestri di virtù» itineranti, di spostarsi di città in città, seguendo le rotte commerciali. Visitando luoghi con tradizioni e ordinamenti politici differenti, talvolta varcando addirittura i confini dell’Ellade, essi iniziarono ad interrogarsi sul valore intrinseco delle leggi e della morale, giungendo ad un sostanziale relativismo etico che riconosceva il valore delle norme morali solo in relazione alle usanze della città in cui ci si trova ad operare: la stessa areté (virtù) da loro insegnata si riduceva all’insieme delle norme e delle convenzioni riconosciute valide dai cittadini, alle quali il retore si deve adeguare per avere successo e buona fama. L’età di Pericle fu dunque al tempo stesso l’età dello splendore e della crisi della polis, poiché coincise con la crisi dei valori tradizionali, di cui i sofisti furono protagonisti; come scrive Mario Untersteiner, la Sofistica è «l’espressione naturale di una coscienza nuova pronta ad avvertire quanto contraddittoria, e perciò tragica, sia la realtà». Il primo interesse dei sofisti è la rottura con la tradizione giuridica, sociale, culturale, religiosa, fatta di regole basate sulla forza dell'autorità e del mito (e per questo motivo sono talvolta guardati come "precursori dell'Illuminismo"), a cui veniva contrapposta una morale flessibile, basata sulla retorica. D’altra parte, la stessa retorica che essi insegnavano aveva un’enorme importanza per la vita civile nel regime democratico dell’epoca, il quale riconosceva a tutti i cittadini l’uguaglianza giuridica (isonomia) e la libertà di parola durante l’assemblea pubblica (parresia). La figura del sofista, come persona che si guadagna da vivere vendendo il proprio sapere, si pone come precursore dell'educatore e dell'insegnante professionista. Argomento centrale del loro insegnamento è la retorica: mediante il potere persuasivo della parola essi insegnavano la morale, le leggi, le costituzioni politiche; il loro intento era di educare i giovani a diventare cittadini attivi, cioè avvocati o militanti politici e, per essere tali, oltre ad una buona preparazione, bisognava anche essere convincenti e saper padroneggiare le tecniche retoriche. I sofisti, a differenza dei filosofi greci precedenti, non si interessano alla cosmologia e alla ricerca dell'arché originario, ma si concentrano sulla vita umana, diventando così i primi filosofi morali. Vengono distinte due generazioni di sofisti:
- Sofisti della prima generazione: Protagora, Gorgia, Prodico e Ippia
- Sofisti della seconda generazione: solitamente allievi dei primi, sono a loro volta distinguibili in:
- Sofisti politici: Antifonte, Crizia, Trasimaco, Licofrone, Callicle, Alcidamante, Polo, l'Anonimo di Giamblico
- Sofisti della physis, si interessano del rapporto natura-uomo, spesso conducendo studi naturalistici: Antifonte, (Ippia)
- Eristi, portano all'esasperazione il metodo dialettico: Eutidemo e Dionisodoro, Eubulide di Mileto
- Altri: Seniade di Corinto, l'anonimo autore dei “Dissoi logoi”.
Stando alle fonti, pare che anche il filosofo Aristippo sia stato un sofista prima di incontrare Socrate e unirsi a lui; in particolare pare fosse allievo di Protagora e sappiamo per certo che diede lezioni di eloquenza a pagamento. A questo proposito si racconta un aneddoto: protagonisti sono Aristippo e il padre di un suo alunno, il quale, contestando il prezzo troppo alto della retta annuale, gli avrebbe detto: «Mille dracme? Ma io con mille dracme ci compro uno schiavo!», e Aristippo avrebbe risposto: «E tu compralo questo schiavo, così ne avrai due in casa, questo e tuo figlio!». A quanto pare Aristippo praticava tariffe differenziate in base alle capacità degli allievi, così che se uno di questi aveva la sfortuna di essere poco dotato la sua tariffa aumentava vertiginosamente, mentre se al contrario era particolarmente brillante e intuitivo la tariffa ammontava a poco più di 1 dracma, praticamente gratis. La Sofistica fu un movimento disomogeneo, e ogni sofista differiva dagli altri per interessi e posizioni personali. Tuttavia, è possibile riconoscere in questi autori alcuni caratteri comuni. I sofisti si interessarono prevalentemente di problematiche umane ed antropologiche, tanto che gli studiosi parlano di antropocentrismo sofistico. Essi approfondirono i temi legati alla vita dell'uomo, che venne analizzata soprattutto dal punto di vista gnoseologico (ciò che l'uomo può conoscere e ciò che non può conoscere), etico (ciò che è bene e ciò che è male) e politico (il problema dello Stato e della giustizia). L’essere umano veniva considerato a partire dalla sua condizione di individuo posto all’interno di una comunità, caratterizzata da determinati valori culturali, morali, religiosi e via dicendo. Essi insegnavano pertanto a osservare formalmente le leggi e le tradizioni della polis, così da diventare cittadini rispettati e di successo, quindi virtuosi. Rottura con la “fisiologia” presocratica. Come conseguenza del punto precedente, i sofisti in genere trascurarono le discipline naturalistiche e scientifiche, che invece erano state tenute in grande considerazione dai filosofi precedenti. Per questa ragione alcuni studiosi hanno definito "cosmologica" la filosofia precedente ed "umanistico" o "antropologico" il pensiero sofistico. In realtà, va precisato che tale generalizzazione è per certi versi limitativa, poiché ad essa fanno eccezione i casi di Ippia di Elide (che, mirando ad un sapere enciclopedico, coltivò studi inerenti a vari campi scientifici, tra cui matematica, geometria e astronomia) e Antifonte (il quale, studioso dei testi ippocratici, fu esperto di anatomia umana ed embriologia). I sofisti concepivano la verità come una forma di conoscenza sempre e comunque relativa al soggetto che la produce e al suo rapporto con l'esperienza. Non esiste un'unica verità, poiché essa si frantuma in una miriade di opinioni soggettive, le quali, proprio in quanto relative, finiscono per essere considerate comunque valide ed equivalenti: si parla pertanto di relativismo gnoseologico. Questo relativismo investe tutti gli ambiti della conoscenza, dall'etica alla politica, dalla religione alle scienze della natura. Le tecniche dialettiche dell'argomentare (cioè dimostrare, attraverso passaggi logici rigorosi, la verità di una tesi) e del confutare (cioè dimostrare logicamente la falsità dell'antitesi, l'affermazione contraria alla tesi) erano già state utilizzate da Zenone all’interno della scuola eleatica, ma fu soprattutto con i sofisti che esse si affermarono e si affinarono. La dialettica divenne una disciplina filosofica essenziale e influenzò profondamente la retorica, ponendo l'accento sull'aspetto persuasivo dei discorsi, fino a scadere nell'eristica. Alla luce di tutto ciò, alcuni studiosi hanno voluto vedere nel movimento sofistico una sorta di “illuminismo greco” ante litteram, in quanto i miti e le credenze tradizionali vennero criticati e sostituiti con nozioni razionali: in altre parole la Sofistica avrebbe in un certo senso anticipato alcuni motivi tipici di quel movimento culturale sviluppatosi in Europa nel XVIII secolo, l'Illuminismo appunto. Nell'Atene del V secolo era costume che i maestri tenessero lezione all'aperto, in piazza o sotto i portici. Con la comparsa dei sofisti nascono nuovi luoghi deputati all'insegnamento: le case dei cittadini più ricchi, le palestre pubbliche e le piazze, le quali includevano dei portici in cui i maestri potevano passeggiare con i loro discepoli o sedere in banchi dove potevano discutere. In genere, la scelta del luogo in cui tenere lezione era legata al tipo di "sapienza" professata: Socrate, ad esempio, scelse la piazza pubblica per mostrare la sua disponibilità verso tutti i cittadini e il disinteresse per il denaro, e lo stesso faranno i cinici in epoca successiva, mentre gli accademici, i peripatetici e gli stoici preferiranno luoghi attrezzati con strumenti scientifici e biblioteche. D'altra parte, va ricordato ancora una volta che la Sofistica non fu una scuola filosofica, bensì un movimento caratterizzato da un ampio e variegato dibattito interno. Capisaldi dell'insegnamento sofistico sono:
- L'insegnabilità della virtù: essendo i sofisti "maestri di virtù", il loro insegnamento si basava sulle strategie per conseguirla, con fini eminentemente utilitaristici; non essendo infatti possibile conoscere il Bene in sé, l'educazione era volta a diffondere i valori più convenienti alla vita civile dell'individuo. Per questo motivo, essi si rivolsero non solo agli aristocratici, ma anche ai ceti emergenti che aspiravano al successo.
- La retorica: i sofisti non furono degli scienziati, poiché non limitavano il campo del loro sapere ad una disciplina specifica; piuttosto, per loro era importante il metodo di comunicazione, e per apprenderlo erano previsti due momenti, la dialettica e l'eristica: la prima consiste nell'arte di saper argomentare, la seconda nel saper vincere in una discussione. Il loro insegnamento abbracciava molte tematiche, e oltre alla morale si occuparono di problemi di diritto, ponendo la questione dell'esistenza o meno del diritto naturale (physis) e del suo rapporto col diritto positivo (nomos). Per quanto riguarda le leggi e le norme i sofisti, spostandosi di città in città, si accorsero che ogni cultura ha diverse regole e leggi. Ciò fece sorgere in loro domande quali: Ci sono regole uguali per tutti? In genere i sofisti propendono per il no, cioè per il relativismo etico. Vi è una cultura superiore alle altre? Porre la domanda già equivale ad una critica delle tradizioni e ad una propensione per il relativismo culturale. Dopo il successo del V secolo a.C., nel secolo successivo la Sofistica vide un progressivo ridimensionamento della propria importanza, soprattutto a causa delle già menzionate critiche rivolte ai sofisti dai filosofi Platone e Aristotele, e dalle loro scuole. Tuttavia, a partire dall'inizio del II secolo d.C. (quindi a distanza di circa 400 anni) si assiste, in piena età imperiale, ad una rinascita della Sofistica, grazie a un movimento filosofico-letterario definito da Filostrato Seconda sofistica (detta anche Nuova sofistica o Neosofistica, per differenziarla da quella antica). Diversamente dalla Sofistica del V secolo, però, la Seconda sofistica abbandona i temi di interesse filosofico ed etico (come la divinità, la virtù e via dicendo), per occuparsi esclusivamente di oratoria e retorica. La Nuova sofistica si presenta così subito come un movimento di impronta essenzialmente letteraria, orientato allo studio e all'esercizio dell'oratoria e ben distante dall'impegno politico e culturale dei sofisti dell'età di Pericle. I nuovi sofisti mirano all'affermazione personale e al successo pubblico, cercando (eccetto che in rari casi) di ingraziarsi la simpatia e i favori dei potenti; la loro produzione letteraria, improntata alla ricercatezza stilistica secondo lo stile del cosiddetto asianesimo, spazia attraverso vari generi: dialoghi, trattati, opere satiriche, novelle, fino a ben più leggere opere di intrattenimento, brani in cui veniva ostentata la propria bravura retorica. Tra i vari autori di lingua greca che rientrano in questo fenomeno letterario, i più importanti sono:
- Dione Crisostomo («dalla bocca d'oro»), vissuto tra I e II secolo, ricoprì varie cariche politiche e svolse la propria attività di retore e insegnante in Bitinia e a Roma, dove però fu condannato all'esilio;
- Erode Attico, tra i più importanti e rinomati, ricoprì vari incarichi nell'amministrazione pubblica romana, tra cui il consolato del 143;
- Elio Aristide, allievo di Erode Attico, famoso soprattutto per le opere di onirocritica e per la sua devozione al dio Asclepio;
- Luciano di Samosata, uomo vicino alla famiglia imperiale romana (dinastia degli Antonini), fu autore di vari scritti sui più disparati argomenti, nonché modello di purismo linguistico;
- Flavio Filostrato, membro di una famiglia di celebri retori e sofisti, fu tra i più potenti letterati alla corte dei Severi. Lungi dal concludersi con la fine del II secolo, la Seconda sofistica perdurò ancora nei secoli successivi. Tratti tipici di questo movimento sono rintracciabili in autori greci del IV secolo come Imerio, Libanio, Temistio e Sinesio, per giungere infine alla Scuola di Gaza (nel V secolo).

Cartina geografica politica con i nomi delle regioni e province dell'antica
Grecia durante la Guerra del Peloponneso, con le battaglie fra Atene e
Sparta (431- 404 a.C.).  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Dal 431 a.C. - Inizia in Grecia la Guerra del Peloponneso: la causa fu l'insofferenza delle città greche nel subire il predominio di Atene, abbinata all'accresciuta competitività di Sparta.
- Nel 431 a.C. Corcira (Corfù) chiede aiuto a Sparta per liberarsi del legame con Corinto, alleata di Atene.
- Il conflitto si concluse nel 404 a.C. con la supremazia di Sparta (Atene ebbe guide troppo scadenti come Cleone o troppo ambiziose come Alcibiade). Ad Atene fu imposto il regime oligarchico dei trenta tiranni.
- Nel 403 a.C. Trasibulo scacciò gli Spartani e restituì ad Atene gli istituti democratici e l'indipendenza.

L'Athena Parthenos
di Fidia che porta
sulla mano una
"Nike", la Vittoria
alata.
Nel 430 a.C. -  In Grecia Fidia progetta e scolpisce l'Athena Parthenos, in avorio e oro, che sarà collocata al centro del Partenone di Atene.

Nel 429 a.C. -  Morte di Pericle, infetto da peste. La strategia di Pericle contro Sparta, consisteva nell'abbandonare le campagne, distruggere i raccolti esterni alla città, e raccogliere tutti i cittadini all'interno delle mura di Atene... ma  con il sovrappopolamento della città, si scatenò la peste.

Mater Matuta rinvenuta
 a Capua.
Nel 423 a.C. - Presa di Capua da parte delle popolazioni di lingua e cultura osco-sannitica, come ricorda anche lo storico Tito Livio, che segnò il definitivo tramonto dell'egemonia etrusca in Campania. Alla fase sannitica si lega la florida fioritura di due santuari extraurbani assai celebri in antico, quello di Diana Tifatina, alle pendici del Monte Tifata e quello, ancora senza nome, rinvenuto nel cosiddetto Fondo Patturelli, la cui documentazione più celebre è rappresentata da una cospicua messe di opere scultoree e fittili, fra le quali devono essere ricordate le "Madri capuane".
Carta della Campania "felix" e del Sannio.
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A lungo in conflitto con i rivali Etruschi, appena cinquanta anni dopo la vittoriosa battaglia navale, nel 421 a.C., Cuma cadrà anch'essa sotto il controllo dei Sanniti.

Nel 412 a.C. - Durante la Guerra del Peloponneso, Focea si ribella con le altre città della Ionia, ma re Dario II, alleato di Sparta, la riconquista.

Dal 408 a.C. - Ad Atene si incontrano Socrate e Platone. Socrate (in lingua greca Σωκράτης, Sōkrátēs), nato ad Atene nel 470 o 469 a.C. e morto ad Atene nel 399 a.C., è stato un filosofo ateniese, uno dei più importanti esponenti della tradizione filosofica occidentale. Il contributo più importante che egli ha dato alla storia del pensiero filosofico consiste nel suo metodo d'indagine: il dialogo che utilizzava lo strumento critico dell'elenchos (= "confutazione") applicandolo prevalentemente all'esame in comune (exetazein) di concetti morali fondamentali. Per questo Socrate è riconosciuto come padre fondatore dell'etica o filosofia morale e della filosofia in generale. Per le vicende della sua vita e della sua filosofia che lo condussero al processo e alla condanna a morte è stato considerato il primo martire occidentale della libertà di pensiero. Il periodo storico in cui visse Socrate è caratterizzato da due date fondamentali: il 469 a.C. e il 404 a.C.
Socrate.
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La prima data, quella della sua nascita, segna la definitiva vittoria dei Greci sui Persiani (battaglia dell'Eurimedonte). La seconda si riferisce a quando all'età dell'oro di Pericle seguirà, dopo il 404 con la vittoria spartana, l'avvento del governo dei Trenta Tiranni. La vita di Socrate si svolge dunque nel periodo della maggiore potenza ateniese ma anche del suo declino. Il padre di Socrate, Sofronisco, fu uno scultore e trasmise il mestiere al figlio: opera di Socrate sarebbero state le Cariti, vestite, sull'Acropoli di Atene. Sua madre, Fenarete, fu una levatrice. Interessante sottolineare il significato dei nomi dei genitori: "Fenarete" significa "colei che fa risplendere la virtù" mentre "Sofronisco" significa "colui che riconosce la saggezza". Significati non senza importanza nella biografia di Socrate. Probabilmente Socrate era di famiglia benestante e di origini aristocratiche: nei dialoghi platonici non risulta che egli esercitasse un qualsiasi lavoro e del resto sappiamo che egli combatté come oplita nella battaglia di Potidea, e in quelle di Delio e di Anfipoli. È riportato nel dialogo "Simposio di Platone" che Socrate fu decorato per il suo coraggio. In un caso, si racconta, rimase al fianco di Alcibiade ferito, salvandogli probabilmente la vita. Durante queste campagne di guerra dimostrò di essere straordinariamente resistente, marciando in inverno senza scarpe né mantello. Socrate è descritto da Platone come un uomo avanti negli anni e piuttosto brutto, e aggiunge anche che ricordava il contenuto delle teche apribili installate di solito ai quadrivi, che custodivano all'interno la statuetta di un satiro. Questo pare quindi fosse l'aspetto di Socrate, fisicamente simile a un satiro, e tuttavia sorprendentemente buono nell'animo, per chi si soffermava a discutere con lui. Diogene Laerzio riferisce che, secondo alcuni antichi, Socrate avrebbe collaborato con Euripide alla composizione delle tragedie, ispirando in esse temi profondi di riflessione. Socrate fu sposato con Santippe, che gli diede tre figli (ma, secondo Aristotele e Plutarco, due di questi li avrebbe avuti da una concubina di nome Mirto). Santippe ebbe fama di donna insopportabile e bisbetica. Socrate stesso attestò che avendo imparato a vivere con lei era divenuto ormai capace di adattarsi a qualsiasi altro essere umano, esattamente come un domatore che avesse imparato a domare cavalli selvaggi, si sarebbe trovato a suo agio con tutti gli altri. Egli d'altra parte era talmente preso dalle proprie ricerche filosofiche al punto da trascurare ogni altro aspetto pratico della vita, tra cui anche l'affetto della moglie, finendo per condurre un'esistenza quasi vagabonda. Socrate viene anche rappresentato come un assiduo partecipante a simposi, intento a bere e a discutere. Fu un bevitore leggendario, soprattutto per la capacità di tollerare bene l'alcool al punto che quando il resto della compagnia era ormai completamente ubriaca egli era l'unico a sembrare sobrio. «...dall'antichità ci è pervenuto un quadro della figura di Socrate così complesso e così carico di allusioni che ogni epoca della storia umana vi ha trovato qualche cosa che le apparteneva. Già i primi scrittori cristiani videro in Socrate uno dei massimi esponenti di quella tradizione filosofica pagana che, pur ignorando il messaggio evangelico, più si era avvicinata ad alcune verità del Cristianesimo. L'Umanesimo e il Rinascimento videro in Socrate uno dei modelli più alti di quella umanità ideale che era stata riscoperta nel mondo antico. Erasmo da Rotterdam, profondo conoscitore dei testi platonici era solito dire: «Santo Socrate, prega per noi» (Sancte Socrates, ora pro nobis).» tratto da E. Rodocanachi, La Réforme in Italie, I, Paris 1920 pagg.34,35. Socrate non ha lasciato nulla di scritto. Nel "Fedro", Platone giustifica questa scelta facendogli dire quanto segue: "L'alfabeto ingenera oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitare la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall'interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria, ma per richiamare alla mente. Nè tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l'apparenza, perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di moltissime cose senza insegnamento, si crederanno d'essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti." ( Fedro, 275 a-b). Nel "Protagora", un dialogo che precede il "Fedro" e che risale al periodo giovanile di Platone, Socrate polemizza con la comunicazione sofistica e libresca, per il suo carattere monologico, cioè per la sua incapacità di coinvolgere e di farsi coinvolgere in un confronto critico interattivo. Conosciamo Socrate solo attraverso ciò che altri hanno scritto di lui, coll'effetto, apparentemente paradossale, che disponiamo di almeno quattro Socrati virtuali:
- il Socrate sofista e filosofo naturale delle "Nuvole" di Aristofane
- il Socrate filosofo morale dei dialoghi giovanili di Platone
- il Socrate moralista dei "Memorabili" di Senofonte, la cui attendibilità è viziata dal fatto che l'autore, conservatore e filosoficamente ottuso, li abbia scritti per scagionare Socrate dall'accusa di empietà
- il Socrate di cui riferisce Aristotele, che non l'aveva conosciuto personalmente (e che può essere utile per aver informazioni sull'immagine di Socrate diffusa nel IV secolo). Ciascuno di questi Socrati virtuali è differente dagli altri. Nei dialoghi giovanili di Platone incontriamo un filosofo morale, che non si occupa di filosofia della natura e polemizza con i sofisti; nella commedia di Aristofane un sofista e naturalista adoratore delle nuvole, che insegna ragionamenti capziosi per sottrarsi alle leggi della città; nei resoconti di Senofonte, di contro, Socrate è un moralista alquanto tradizionale. Queste differenze possono essere viste come la conseguenza del rifiuto socratico di scrivere, che l'hanno abbandonato alla memoria - e alla libertà creativa - degli altri, soprattutto in un mondo come quello antico, ove la cultura rimaneva prevalentemente orale e mancava, per così dire, il senso della proprietà intellettuale. Ma possono anche essere viste, se ci valiamo della figura dell'ironia complessa, come un successo di Socrate: Socrate non è riuscito a tramandare un'immagine coerente di se stesso; questa, però è una testimonianza dell'efficacia del suo insegnamento, che mirava non a "trasferire" conoscenza, ma ad indurre (accettando il rischio di venir frainteso) gli altri a pensare per proprio conto. Il maestro di Platone (fra i Socrati virtuali, quello filosoficamente più interessante ed attendibile) è ricreato nei dialoghi giovanili di Platone, e in particolare in quelli detti elenctici: Apologia, Carmide, Critone, Eutifrone, Ione, Ippia minore, Lachete, Repubblica I, Protagora, Gorgia. Platone è filosofo e discepolo di Socrate e pertanto dispone degli strumenti più adatti a "interpretare" e re-interpretare il suo maestro, man mano che matura il suo pensiero personale. Infatti, a partire dagli ultimi dialoghi giovanili, che fungono da transizione (Eutidemo, Ippia maggiore, Liside, Menesseno, Menone), il suo Socrate abbandona l'élenchos e acquisisce altri e nuovi caratteri: l'interesse metafisico e matematico, la teoria ontologica delle idee, la dottrina della tripartizione dell'anima. Dottrine, queste, che Aristotele attribuisce non a Socrate, ma a Platone e al Socrate dei libri II-X della Repubblica. D'altra parte, i dialoghi elenctici hanno anche un valore filosofico proprio, perché Platone, nell'interpretare Socrate, riflette per suo conto sui problemi da lui proposti. Il Socrate del giovane Platone si caratterizza per questi aspetti:
- il metodo elenctico
- la professione di ignoranza
- l'equiparazione fra virtù e conoscenza
- una filosofia morale rivoluzionaria, che comporta il rifiuto della legge del taglione e dell'etica tradizionale, la quale discriminava amici e nemici: non dobbiamo rispondere all'ingiustizia con l'ingiustizia, e in ogni caso subire ingiustizia è meglio che compierla.
- la fedeltà critica alla città e alle sue leggi (vedi per esempio il Critone): Socrate è consapevole di dover molto alle leggi della città (alla libertà di parola della democratica Atene, cui è fedele fino alla morte), ma non esita a criticarne la morale politica. Le critiche socratiche alla città pongono in luce le contraddizioni e le debolezze della morale pubblica ateniese: il perdurare di uno spazio pubblico di uguaglianza è messo gravemente a repentaglio se:
- la comunicazione del sapere è monopolizzata da logiche di potere, politico ed economico, (e questo può apparire anche a noi come un problema attuale)
- la morale condivisa si basa su una tradizione competitiva e discriminatoria, trasmessa e recepita acriticamente, che in fondo tutti accettano, sofisti compresi,
- non ci si rende conto del nesso strettissimo che esiste fra la politica, la virtù politica, e la conoscenza: una democrazia non può sopravvivere senza l'autonomia e la consapevolezza di ciascuno dei cittadini.
Socrate, con la sua complessa ironia, potè apparire ai suoi concittadini come un sofista ben più insidioso di quelli che insegnavano retorica a pagamento, anche perché fra le persone che l'avevano frequentato, forse suoi allievi, c'erano stati l'ambiguo Alcibiade e Crizia, dei Trenta Tiranni. Per questo fu  accusato di empietà, fu riconosciuto colpevole e fu condannato all'esilio o, in alternativa, alla morte. I dialoghi socratici di Platone non furono una sua invenzione personale, anche se hanno un preciso senso filosofico. Il rifiuto socratico di scrivere produsse una marea di sokratikoi logoi o discorsi socratici (di Eschine di Sfetto, Antistene, Aristippo, Brisone, Cebete, Critone, Euclide di Megara, Fedone), che non ci sono pervenuti. Per conoscere di un uomo che non ha voluto scrivere neppure una riga, dovremo leggere di lui come lo interpreta Platone, nell'"Apologia", nel "Protagora" e nel "Gorgia".
Carta della guerra del Peloponneso (431- 404 a.C.) con gli alleati di Sparta
e Atene, le maggiori battaglie, le spedizioni, fra cui la spedizione ateniese
a Siracusa.  Clicca sull'immagine per ingrandirla

Dal 404 a.C. Egemonia di Sparta in Grecia. La guerra del Peloponneso si concluse nel 404 a.C. con la supremazia di Sparta (Atene ebbe guide troppo scadenti come Cleone o troppo ambigue e ambiziose come Alcibiade). A seguito della disastrosa spedizione ateniese, voluta da Alcibiade, contro Siracusa, alleata di Sparta, Atene perde l'autodeterminazione. Sparta le impone il regime oligarchico dei trenta tiranni, con a capo Krizia e Alcibiade, ex allievi di Socrate; motivo che scatenerà malumori nei confronti di Socrate stesso che verrà poi processato ed ostracizzato. Si evidenzia comunque la vocazione marinara navale di Atene, che le aveva consentito la costruzione di un'impero intorno al mar Egeo, e la supremazia terrestre di Sparta.

Nel 403 a.C. - Trasibulo scaccia gli Spartani e restituisce ad Atene gli istituti democratici e l'indipendenza.

Dal 400 a.C. - I Vandali (Wandili), una popolazione germanica, dopo una prima migrazione dalla Scandinavia nei territori dell'attuale Polonia (tra il bacino dell'Oder e della Vistola) intorno al 400 a.C., sotto la pressione di altre tribù germaniche, si spostarono più a sud, dove combatterono e sottomisero la popolazione celtica dei Boi circa nel 170.

Carta degli insediamenti degli Slavi orientali.
Clicca sull'immagine per ingrandirla.
In Europa nordorientale, nel bacino superiore e centrale del Dnepr, sono stanziati gli Slavi orientali (distinti dagli Slavi occidentali, i Venedi-Sclavini), che conosceranno tardi la differenziazione di ceti e classi. Fino al I sec. d.C. tra loro si conserverà un sistema comunitario non molto diverso da quello di mille anni prima e solo nel I-II secolo si formeranno le grandi famiglie patriarcali, proprietarie di tutti gli strumenti produttivi e in grado di avvalersi del servizio di forze schiavili. Si sa poco degli Slavi occidentali, i Venedi-Sclavini dell'Europa centrale nel I millennio a.C. perché, essendoci stati pochi scambi commerciali tra loro e i greci, le fonti greche (Erodoto 484 a.C. - 425 a.C.) diedero solo notizie approssimative, e comunque le prime forme di differenziazione di ceto appaiono verso il IV sec. a.C., quando i contatti coi Celti (provenienti dalla Boemia meridionale), i Traci, gli Sciti e i Germani si fecero più intensi e il baratto comincerà ad essere sostituiti coi rapporti mercantili-monetari. Le tribù proto-slave della Vistola dovettero sostenere scontri armati per tutta la seconda metà del I millennio a.C. sia contro gli Sciti che contro i Sarmati.
Dopo Erodoto altri due storici ci hanno fornito ulteriori notizie su queste popolazioni: Tacito (55-117) e Plinio il Vecchio (23-79). Per loro, curiosamente, tutto quanto non era "germanico" veniva definito o "scito" o "sarmato". Anche il geografo Tolomeo (100 - ca. 175) si attiene a tale classificazione, all'interno della quale, al massimo, potevano usarsi termini come "Venedi" o "Sclavini", donde il nome di "Slavi", che non a caso voleva dire "schiavi". 
Carta degli insediamenti degli Slavi occidentali,
i Venedi-Sclavini.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
In particolare i Venedi-Sclavini erano quelle tribù slave occidentali residenti nella pianura compresa tra i fiumi Oder e Vistola, a ovest del corso superiore del Dnestr. Non sappiamo con precisione i confini territoriali delle tribù proto-slave di allora. Quel che è certo è che le principali lingue slave: russo, polacco, l'estinto polabico, ceco, slovacco, bulgaro, serbocroato, sloveno ecc. provengono tutte dall'antico slavo, che già nella prima metà del I millennio a.C. era lingua comune tra queste popolazioni. La differenziazione linguistica vera e propria è avvenuta soltanto verso la prima metà del I millennio d.C., che significativamente coincide col periodo delle consolidate stratificazioni sociali tra gli slavi dell'Europa centro-occidentale. Che l'aristocrazia tribale dei Venedi fosse molto ricca è documentato dal corredo funerario (cfr il sepolcreto di Vymysl nella Posnania). I Venedi commerciavano con la Gallia, la Pannonia, le province romane occidentali e alcuni centri del mar Nero.

- Ci sono alcune teorie riguardo all’origine del nome Venedi Veneti. Innanzitutto colpisce l’assonanza di questo nome con le popolazioni dei Veneti (o Venetici) dell’Italia nord-orientale e definite da alcuni storici antichi d'origine Illiro-balcaniche, quelle genti però sono precedenti all’apparizione degli Slavi Venedi (o Vendi) e quindi non dovrebbero avere alcuna relazione con questi ultimi. Quando una grande confederazione di popoli non germanici si stanziò nelle zone della Polonia e della Germania del nord fino ai Carpazi e alle Alpi, i vicini Germani affibbiarono loro l’appellativo Wenden (da wende = punto di svolta?) in quanto non-germanici, e si riferivano originariamente alla popolazione illirica e ai Veneti balcanico-italici, e con lo stesso nome indicarono poi gli Slavi, che ne avevano preso il posto. Sarà lo storico dei Goti, Jordane, che fisserà tale appellativo e lascerà che si diffonda da allora in poi. La frequenza di questo etnonimo in diverse aree europee non va però spiegata con ipotetici legami storici e linguistici tra i diversi popoli che ne hanno fatto uso, quanto piuttosto con un'uguale derivazione, più volte ripetuta in modo indipendente, dalla medesima radice indoeuropea “wen” (amare). I Veneti (wenetoi) sarebbero pertanto gli "amati", o forse gli "amabili", gli "amichevoli". Dalla stessa radice deriva il nome Venere, dea dell'amore. Non è chiaro comunque come mai nel nostro Veneto, già nel I secolo d.C., Plinio nomini la città di Tergeste (oggi Trieste) con una denominazione slava “moderna”, (lo slavo T’rghešte significa infatti Mercato). Nella famosa Tavola Peutingeriana del XIII sec. d.C. copiata da antichi documenti (fra cui sicuramente anche la Geografia di Claudio Tolomeo) appaiono ancora questi Venedi e il Periplus Marciani (più o meno della stessa epoca) li trova ormai localizzati sulle rive meridionali del Baltico dove il mare stesso è chiamato Golfo Venedico mentre i Carpazi sono denominati addirittura Monti Venedici! Questi dati però sono già molto posteriori. Tutto quanto sopra detto già ci avverte che gli Slavi della Mitteleuropa non si davano un etnonimo proprio, ma tante e diverse denominazioni e che Venedi/Veneti si riferisce propriamente ad una confederazione di tribù, più che ad una sola grande nazione.(le tribù occidentali, n.d.r.). Una fonte primaria sugli Slavi, sebbene non sempre affidabile con sicurezza, è il goto Jordanes che scrisse "De origine actibusque Getarum" ossia "Origine e Imprese dei Goti" nel VI sec. d.C. Benché anch’egli si basasse su documenti anteriori, è questo autore a fornirci molto materiale “accettabile” sugli Slavi. Ad esempio, vi si parla del famoso idromele, il liquore alcolico fatto dalla fermentazione del miele (chiamato medos o miod), bevuto in un famoso banchetto funebre per la morte di Attila. Addirittura la stessa veglia è detta con parola slava "strava"!
Carta dei territori gallici dei
Veneti Armoricani
Altri Veneti sono i Celti che si erano stanziati in Armorica, stanziati nell'attuale Bretagna. La popolazione celtica dei Veneti abitava la zona del Morbihan, in Armorica, l'attuale Bretagna (all'epoca parte della Gallia). La loro città più famosa, probabilmente la loro capitale, era Darioritum (oggi nota come Vannes), menzionata nella Geografia di Tolomeo. «I Veneti sono il popolo che, lungo tutta la costa marittima, gode di maggior prestigio in assoluto, sia perché possiedono molte navi, con le quali, di solito, fanno rotta verso la Britannia, sia in quanto nella scienza e pratica della navigazione superano tutti gli altri, sia ancora perché, in quel mare molto tempestoso e aperto, pochi sono i porti della costa e tutti sottoposti al loro controllo, per cui quasi tutti i naviganti abituali di quelle acque versano loro tributi.» (Giulio Cesare: De bello Gallico, III, 8). I Veneti furono una grande ed influente potenza marittima e commerciale. Avevano una forte organizzazione ed erano probabilmente dotati di un Senato. Avevano un'importante flotta per commerciare con le Isole britanniche e l'Italia, da cui diffusero l'olio d'oliva e il vino (già i Romani, da Bordeaux, avevano impiantato vigneti in Armorica) nell'Armorica stessa e nella Britannia partendo da Vannes e dall'attuale regione del Malouine, in particolare a Hengistbury Head (non lontano da Bournemouth nel Dorset attuale) e contemporaneamente vendendo tra l'altro prodotti salati, salumeria che erano ben conosciuti ed apprezzati a Roma, nonché stagno, piombo e rame provenienti dalla grande isola. Più a sud dell'Armorica c'erano i Namneti, stanziati nella foce della Loira e che diedero il loro nome alla città di Nantes. I Namneti erano chiamati Sanniti da Strabone e da Tolomeo (Giulio Cesare: De bello Gallico, II, c-8) mentre furono semplicemente una tribù dei Veneti.
I dialetti Italici del centro-sud nel 400 a.C.
«I Pictoni erano ostili ai Veneti come si può dedurre dalla loro alleanza con il proconsole Giulio Cesare nella sua prima campagna e dalle navi costruite o fornite ai Romani da parte loro, dei Santoni a da altri popoli gallici per facilitare la rovina del Veneti. » (Cesare, De bello Gallico, VIII e III, 11). Nel 56 a.C. le navi di Cesare fornite dagli altri popoli gallici distrussero la flotta veneta nella battaglia del Morbihan. Il parlamento fu passato per le armi e le donne ed i bambini venduti come schiavi.

Dal 399 a.C. - Egemonia tebana in Grecia.
- Nel 399 a.C. Argo, Corinto e Tebe si unirono ad Atene per farla finita con Sparta.
- Andò a finire che nel 387 a.C., con la pace di Antalgida (un generale spartano) Sparta si accordò con la Persia cedendole l'intera costa occidentale dell'Asia Minore, ma non le città che rimasero indipendenti a fare da cane da guardia su Atene.
- Nel 382 a.C. Sparta volle imporre a Tebe un governo oligarchico.
- Tebe si ribellò e nel 371 a.C. i Tebani, guidati da Pelopida ed Epaminonda sconfissero Sparta a Leuttr. Allora Atene e Sparta si allearono contro Tebe. Nella battaglia di Mantinea, quando l'"ordine obliquo" stava per dare la vittoria ai Tebani, Epaminonda fu colpito a morte. Prima di morire, consigliò ai suoi la pace. Fu la fine dell'egemonia tebana.

Busto di Brenno.
Nel 390 a.C. I Galli (esattamente i Celti Senoni) di Brenno (in realtà Brennan, nome del dio della guerra, era assunto da ogni capotribù in battaglia) giungono fino a Roma, la vincono e la saccheggiano. Per impedire che gli invasori incendiassero la città, i romani furono costretti all'umiliante riscatto di mille libbre d'oro, e celebre è rimasto l'episodio in cui, durante la pesatura dell'oro, i Romani si lamentarono dell'inesattezza della quantità conteggiata dai Galli. Brenno aggiunse la propria spada al contrappeso della bilancia esclamando "Guai ai vinti!". Un esercito di soccorso guidato dal dittatore Camillo riuscì poi a liberare la città. Questa vicenda scosse molto la Repubblica di Roma, che riorganizzò il proprio assetto militare per non dovere mai più rischiare l'indipendenza.
Carta geografica delle Popolazioni
stanziate nel nord e centro Italia
 nel IV sec. a.C., fra cui  Celtoliguri
 e Celti. Clicca per ingrandire.
I Celti italici avevano mantenuto relazioni con quelli d’Oltralpe e l'invasione del IV sec. fu preparata ed eseguita con la loro collaborazione. I motivi che spinsero i Celti ad occupare l’Italia sono oscuri: forse furono attratti dalla fertilità e dal clima mite del Meridione, o, più probabilmente, furono costretti a spostarsi a causa della pressione demografica unita alla scarsità di terre coltivabili e ad altri problemi di carattere politico e sociale.
Dracma Padana. Le dracme d'argento padane furono coniate
dai Celti Cenomani della pianura padana, e il loro prototipo
fu la moneta di Marsiglia (l'antica Massalia fondata dai greci
di Focea) che i Cenomani ottennero forse come compenso
per servizi come mercenari. La cosiddetta "dracma pesante"
di Marsiglia, in argento (peso medio 3,74 grammi), recava al
diritto la testa di Artemide, protettrice della loro città, e al
rovescio un leone che avanza ruggendo, così come, nello
stesso periodo nella città greca di Elea/Velia, in Magna Grecia
(a sud di Poseidonia/Paestum), fondata anch'essa dai Focei.
Questa dracma, invece, emessa nel 390-386 a.C., ha nel retro
 la rappresentazione di un gambero di fiume. 
Verso l’inizio del IV secolo a. C. i Celti - o Galli, secondo la definizione latina - si stanziarono in Lombardia (Insubri e Cenomani) fino ai confini con il Veneto, in Emilia (Anari e Boi), in Romagna (Lingoni) e nelle Marche (Senoni), regioni praticamente sottratte agli Etruschi e agli Umbri. Ciò che risulta interessante sottolineare, è la collaborazione che si creò tra i primi coloni Celti e le successive ondate migratorie, che si susseguirono fino a tutto il IV secolo. La comunanza di usi, costumi, lingua e culti religiosi, non fece altro che cementare accordi ed unioni fra le diverse nazioni celtiche che si ritrovarono a fronteggiare unite prima gli Etruschi poi gli Umbri, Veneti ed infine la potenza espansionistica di Roma. Le popolazioni celtiche riuscirono, quindi, per due secoli a radicarsi sul territorio dell'intera penisola italica, vivendo a contatto con le genti autoctone, integrandosi con successo e lasciando tracce indelebili che sono tutt'oggi riscontrabili nella cultura e negli usi di tutta la pianura Padana ed in alcuni paesi del centro e nel sud.
- Stando a Polibio, storico greco in Italia, attorno al 400 a.C. un gruppo di Senoni attraversò le Alpi e, scacciati gli Umbri, si stanziò sulla costa orientale dell'Italia, nei territori orientali della Romagna e settentrionali delle Marche, in quello che venne denominato in età augustea "Ager Gallicus".
Il fiume Montone.
Ad ovest del fiume Montone, infatti, cominciava il territorio dei Galli Boi, che già avevano occupato anche l'antica Bologna etrusca: Fèlsina. Tale posizione, strategica per i contatti con le vie marittime e la valle del Tevere, fu il punto di partenza per le loro successive incursioni nell'Italia meridionale e centrale.
Musi di cinghiali inferociti 
  
costituivano la campana
delle "carnix", temutissime
trombe da guerra celtiche.
Qui fondarono Sena Gallica (Senigallia), che divenne la loro capitale.
- Nel 391 a.C. invasero l'Etruria e assediarono Chiusi. Gli abitanti di questa città chiesero aiuto a Roma che intervenne, ma fu sconfitta nella battaglia del fiume Allia il 18 luglio del 390 a.C. (dalla cronologia di Varrone) o nel 387 secondo Polibio. La stessa Roma fu poi presa e saccheggiata dai Senoni, guidati da Brenno.
- La presa di Roma (390-386 a. C.) da parte di Brenno fu vissuta, secondo le fonti antiche, come un evento traumatico e fu  probabilmente per questo che  il fiero popolo romano volle giustificare quella sconfitta con la ferocia degli aggressori. Oggi, invece, si tende a considerare l’invasione celtica non come quella di un’orda selvaggia, ma piuttosto di una vasta comunità costretta a lasciare il proprio territorio d’origine per problemi di sopravvivenza. E’ possibile che l'espansione sia poi proseguita verso sud-est senza ulteriori grossi traumi.
Popolazioni del Nord e Centro Italia del IV sec. a.C., nella
tonalità più scura le popolazioni di Celti e Celtoliguri.
E' indicata l'incursione dei Senoni a Roma nel 390 a.C.
Per oltre 100 anni tra questi due popoli si verificarono molti scontri, finché, nell'ambito della terza guerra sannitica e a seguito della
- battaglia del Sentino (295 a.C.) i Galli Senoni furono debellati dai consoli Publio Decio Mure e Quinto Fabio Massimo Rulliano e quindi
- sottomessi nel 283 a.C. dal console Publio Cornelio Dolabella.
- L'occupazione romana dell'ager Gallicus non avvenne prima del 272 a.C., anno in cui Roma portò a termine la guerra con Taranto e a Sena Gallica fu insediata una colonia romana. La presenza dei Galli Senoni è testimoniata nell'ager Gallicus anche dopo la sottomissione ai romani; sono attestate fasi di convivenza fra i Romani insediati nelle città di fondovalle di Suasa, Ostra antica, etc. e i Senoni appostati nei loro villaggi sulle alture, come ad esempio il sito archeologico di Montefortino di Arcevia. Probabilmente la popolazione e la cultura gallica furono gradualmente assorbite da quelle romane. Come spesso avveniva dopo una conquista, a cambiare non era la popolazione intera ma solamente il ceto dirigente che imponeva la propria cultura e gradualmente assimilava alla "romanità" i popoli sottomessi in battaglia; prova di ciò è la presenza tuttora fortissima della cosiddetta "cadenza celtica" nei dialetti della provincia di Pesaro e Urbino. Col tempo, al Senato Romano appartennero Celti provenienti dall'ager Gallicus a dimostrazione della rappresentanza di tutte le tribù del territorio di Roma, cosa di cui i romani andavano fieri, e molti guerrieri Celti si misero al servizio di chi offriva loro denaro. Ancora al tempo di Gaio Giulio Cesare un gruppo di Galli Senoni viveva nel territorio oggi occupato dai distretti di Seine-et-Marne, Loiret e Yonne. Dal 53 al 51 a.C. furono in guerra contro Cesare, dopodiché furono inclusi nella Gallia Lugdunensis, o Celtica. (Lugdunum deriva da "accampamento di Lugh”, divinità solare celtica, è il toponimo di molte città odierne. La zona in cui ora sorge Lion, ma lo stesso toponimo è in London, da Lughdunum, Lugos, Lugo di Romagna etc..)

Dal 387 a.C. - Nel 387 a.C., con la pace di Antalgida (un generale spartano), Sparta si accordò con la Persia cedendole l'intera costa occidentale dell'Asia Minore, ma non le città che rimasero indipendenti a fare da cane da guardia su Atene.
- Nel 382 a.C. Sparta volle imporre a Tebe un governo oligarchico.
- Tebe si ribellò e nel 371 a.C. i Tebani, guidati da Pelopida ed Epaminonda sconfissero Sparta a Leuttra. Allora Atene e Sparta si allearono contro Tebe.
Nella battaglia di Mantinea, quando l'"ordine obliquo" stava per dare la vittoria ai Tebani, Epaminonda fu colpito a morte. Prima di morire, consigliò ai suoi la pace. Fu la fine dell'egemonia tebana.

Nel 387 a.C. - Ad Atene Platone fonda l'Accademia.
Platone.
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Platone nacque ad Atene da famiglia aristocratica intorno al 427 a.C, e vi morì intorno al 347. Secondo Aristotele, ebbe tra i suoi maestri Cratilo, seguace di Eraclito. Da adolescente cominciò a frequentare Socrate, e ripudiò la sua precedente vocazione poetica, dando alle fiamme i suoi versi. Secondo quello che egli stesso dice nella Lettera VII (che è di fondamentale importanza per la sua biografia e per l'interpretazione della sua stessa personalità), avrebbe voluto dedicarsi alla vita politica. Partecipò alle guerre peloponnesiache (Atene contro Sparta) dal 409 al 404. Ritor­nato ad Atene, subì una grave delusione a causa delle degenerazioni della vita politica ateniese e, soprattutto, per la condanna a morte che venne inflitta al suo amico Socrate nel 399 a.C. «Io vidi, egli dice, che il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male, se prima non fossero giunti al potere i veri filosofi o se i reggitori di Stato non fossero, per divina sorte, diventati veramente filosofi». La morte di Socrate lo dissuase dal fare politica in patria, ma non per questo rinunciò a perseguire l'ideale di un reggimento filosofico della città.  Negli anni seguenti, si recò a Megara presso Euclide, poi in Egitto e a Cirene. Nulla sappiamo intorno a questi viaggi, dei quali egli non parla. Parla invece del viaggio che fece nell'Italia meridionale, a Taranto, dove venne a contatto con la comunità pitagorica di Archita, e a Siracusa dove strinse amicizia con Dione, parente e consigliere del tiranno Dionisio il Vecchio. Entrato in conflitto con Dionisio, fu venduto come schiavo sul mercato di Egina. Riscattato da Anniceride di Cirene, ritornò ad Atene, dove fondò nel 387 l'Accademia. La scuola di Platone, che si chiamò così perché fiorita nel ginnasio fondato da Accademo, fu organizzata sul modello delle comunità pitagoriche come un'associazione religiosa, un tìaso. Attraverso l’insegnamento della scienza e della filosofia, egli sperava di svolgere opera di educazione sulle giovani generazioni per prepararle alla gestione della cosa pubblica con uno standard ben diverso da quello che lo aveva così tanto disgustato. L’Accademia platonica prosperò ad Atene fino all’anno 527 d.C., quando venne chiusa per ordine dell’imperatore Giustiniano, perché non poteva più essere tollerata quale istituzione pagana. Alla morte di Dionisio, Platone fu richiamato a Siracusa da Dione alla corte del nuovo tiranno Dionisio il Giovane, per guidarlo nella riforma dello Stato in conformità con il suo ideale politico. Ma l'urto fra Dionisio e Dione, che fu esiliato, rese sterile ogni tentativo di Platone. Alcuni anni dopo, Dionisio stesso lo chiamò insistentemente alla sua corte e Platone vi si recò nel 361, spinto anche dal desiderio di aiutare Dione, che era rimasto in esilio. Ma nessun accordo fu raggiunto e Platone, dopo essere stato trattenuto per un certo tempo, quasi come prigioniero, grazie all'intervento di Archita, lasciò Siracusa e ritornò ad Atene. Qui egli trascorse il resto della sua vita, dedito solo all'insegnamento. Morì a 81 anni, nel 347. Il corpus delle opere di Platone è composto dall'Apologia di Socrate, da 34 dialoghi e da 13 lettere, complessivamente 36 titoli ordinati in 9 tetralogie dal grammatico Trasillo (I sec. d. C.). Venendo ora, in breve, all'insegnamento di Platone, ci limitiamo soltanto ad accennare, per sommi capi, all’influenza che esso ebbe sulla matematica e l’astronomia (ricordiamo che a quel tempo l’astronomia era un ramo della matematica). Platone aveva il convincimento secondo cui la matematica costituiva la scienza che esercitava i più benefici influssi nell’educazione di un giovane. Sulla porta dell’Accademia aveva fatto porre la scritta : "Chi non è edotto in geometria non entri qui". Egli concentrò la sua attenzione sul concetto di prova e raccomandava di dare accurate definizioni per quanto riguardava sia le ipotesi che le tesi dei teoremi da dimostrare. Tutti i commentatori sono concordi nel ritenere che i più importanti lavori matematici del IV secolo a.C. furono eseguiti da amici o allievi di Platone. Per quanto riguarda le sue concezioni astronomiche, queste comprendevano anzitutto la nozione di sfere cristalline, quindi solide, che trasportavano nei loro movimenti attorno alla Terra, naturalmente immobile al centro del cosmo, in successione la Luna, il Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e da ultimo la sfera delle stelle fisse. Riteneva che la luce mostrata dalla Luna fosse luce riflessa dal Sole. Infine, per Platone erano assolutamente indiscutibili gli assiomi pitagorici della circolarità dei moti di tutti gli astri (il cerchio era la figura geometrica che maggiormente racchiudeva i caratteri della perfezione) e della loro uniformità. Come si vede, quindi, le concezioni astronomiche di Platone erano sostanzialmente quelle dei Pitagorici. Dove Platone proponeva innovazioni rispetto a Pitagora era nell’esortare gli astronomi a escogitare rigorosi metodi matematici che avrebbero permesso di spiegare le irregolarità (stazionamenti, moti retrogradi e apparenti variazioni di velocità) che venivano riscontrate nei moti planetari, salvando i fenomeni, cioè preservando i due assiomi pitagorici di cui sopra. Di questa esortazione è testimone lo storico Eudemo, secondo cui Platone propose agli astronomi " ... di trovare con quali supposizioni di movimenti regolari ed ordinati si potessero rappresentare le apparenze osservate nei moti dei pianeti ...". Questo fu il grande contributo di Platone all'astronomia perchè fu l'oggetto dell'astronomia nei secoli successivi. Infine, riteniamo utile accennare a una disputa circa una possibile adesione di Platone, negli ultimi anni della sua vita, al sistema di Filolao, e perfino all'idea di un moto della Terra sul suo asse. In un passo della sua opera Timeo è detto che "... la Terra nostra nutrice si avvolge intorno all'asse che è esteso per tutto l'universo, e Dio la fece guardiana della notte e del giorno ...". Da molti, antichi e moderni, l'aver associato le due frasi "si avvolge intorno all'asse che è esteso per tutto l'universo e "e Dio la fece guardiana della notte e del giorno", rappresenta una adesione all'idea di moto di rotazione. Aristotele, nel De Coelo afferma "...alcuni, pur mettendo la Terra nel centro, la fanno rivolgersi intorno all'asse che attraversa il mondo, come sta scritto nel Timeo...". Ma altri autori, parimenti antichi e moderni, hanno espressamente criticato questa interpretazione. Per quanto riguarda la sua supposta adesione alle idee di Filolao, si ha un passo delle Questioni platoniche di Plutarco, in cui si legge: "... Teofrasto scrive che Platone, divenuto vecchio, si pentì di aver posta la Terra nel luogo centrale dell'universo ...". Questa affermazione gode ancora oggi di credibilità, perchè Teofrasto, tra i più autorevoli discepoli di Platone (e in seguito seguace di Aristotele al Lyceum), autore di una Storia dell'astronomia, è considerato una fonte autorevole.

Le sfere di Eudosso.
- Eudosso di Cnido (410 - 350 a.C. circa) frequentò con molta probabilità sia Platone che Aristotele. Le notizie che possediamo su di lui ci vengono da Simplicio, oltre che da Aristotele. Quest’ultimo, di un paio di generazioni più giovane, molto probabilmente ebbe scambi culturali con Eudosso. Simplicio parla di Eudosso nel suo commentario "De coelo" su Aristotele. Si riferisce inoltre a un libro di Sosigene, un filosofo peripatetico del II secolo d.C., che a sua volta aveva commentato Eudosso attraverso una Storia dell’astronomia scritta da Eudemo, contemporaneo di Aristotele. I due grandi interessi di Eudosso furono la matematica e l’astronomia. Abbiamo notizia di due opere di Eudosso di argomento astronomico (entrambe perdute): I fenomeni, una descrizione sistematica della sfera celeste e delle costellazioni (a quest’opera si ispirò Arato di Soli per scrivere un poema in versi, dello stesso titolo e argomento). L’altra opera, anch’essa perduta, fu Delle velocità. In essa era descritta una pietra miliare nella storia dell’astronomia, il cosiddetto sistema delle sfere omocentriche, cioè il primo approccio su basi scientifiche a una strutturazione geometrica del cosmo nel suo complesso. Della sua vita si sa che fu a Taranto dove studiò matematica sotto la guida di Archita. Si sa di un suo soggiorno in Egitto dove compì studi di astronomia. Al suo ritorno in Grecia si stabilì a Cizico dove fondò una scuola che si dice aver goduto di una certa fama. Dopo un soggiorno ad Atene, in cui venne con tutta probabilità in contatto con Platone, si stabilì definitivamente nel suo luogo natale, Cnido dove svolse attività astronomica e di insegnamento presso un suo osservatorio. Eudosso diede un importante contributo alla matematica con la teoria delle grandezze incommensurabili (una definizione negli Elementi di Euclide , fu da Archimede attribuita ad Eudosso, e il famoso matematico Dedekind affermò che trasse ispirazione da Eudosso per la sua teoria delle sezioni nel campo dei numeri razionali ). Un altro importante contributo alla matematica fu il suo metodo di esaustione, un metodo di calcolo con il quale venivano risolti certi specifici problemi (ad esempio, il calcolo dell’area di un cerchio per confronto con aree successive di poligoni inscritti, aventi numero sempre maggiore di lati).Dunque, con Eudosso si ebbe una prima realizzazione dell'esortazione di Platone a risolvere il problema di spiegare le apparenti imperfezioni nei moti dei pianeti tramite combinazioni di movimenti originari circolari e uniformi. Vedremo in seguito che questa esortazione di Platone verrà applicata più volte, centinaia di anni dopo, ad altre costruzioni geometriche dell’astronomia, da parte di altri astronomi greci.

Bronzetto di guerriero
Ligure in assalto
con copricapo a
forma di testa di cigno
del VI-V secolo a.C.
Parigi, Bibliotheque
Nazionale.
- Nel IV e III secolo a. C. i Liguri erano ancora prevalenti in tutta la Gallia meridionale e nel XIV e XIII una frazione di quel popolo era già stabilita nel Lazio, proprio nell'area di Roma. Lagneau, autore di una memoria speciale sui Liguri, propende a trovarne non solo nell'interno della Gallia sulla Loira o Ligeris,  da cui crede abbiano derivato il nome, ma su tutta la costa, da Bayonne al mare del Nord, e perfino nelle isole Sorlinghe, e non mancano certamente nella Gallia antica nomi di luoghi analoghi ad altri della Liguria e della Spagna. Vi sono poi analogie innegabili in alcune caratteristiche fisiche e morali dei Siluri di Tacito, dei Gallesi e Gaeli di Scozia e d'Irlanda, dei Loegrini e dei Basso-Bretoni nell'antica Armorica, con la descrizione degli antichi Liguri. Gli antichi accennano all'origine iberica dei Siluri ed alla possibile estensione delle genti iberiche fino alla Bretagna, il che troverebbe qualche argomento generico in appoggio nella somiglianza dei caratteri esteriori fisici di qualche frazione della popolazione di alcune regioni di quei paesi. Alcuni archeologi e storici come Mullenhof, Camilo Jullian e D'Arbois designano curioso come nelle aree occupate dai predecessori Liguri e poi occupate dai Celti, come Britannia, Gallia e Spagna, i tratti celtici si siano dimostrati più persistenti.

Nel 371 a.C. - Poiché Sparta volle imporre a Tebe un governo oligarchico, i Tebani, guidati da Pelopida ed Epaminonda sconfissero Sparta a Leuttra. Allora Atene e Sparta si allearono contro Tebe. 

Nel 370 a.C. Agesilao, re spartano, prima della battaglia degli alleati greci contro i tebani, ascolta le lamentele degli alleati per l'esiguo numero di spartani nelle file alleate. Fa alzare artigiani e addetti ai servizi, e dimostra che il nerbo delle forze militari, sono spartane. Nella battaglia di Mantinea, quando l'"ordine obliquo" stava per dare la vittoria ai Tebani, il re tebano Epaminonda fu colpito a morte. Prima di morire, consigliò ai suoi la pace. Fu la fine dell'egemonia tebana.

Carta dell'antica Grecia del 371-362 a.C.
con le dinamiche che portarono alla
fine dell'egemonia di Sparta.
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Nel 367 a.C. - La Pace di Antalcida (un generale spartano), ristabilisce il controllo persiano sulle poleis greche ioniche. 

Le Leggi Licinie Sestie (latino Leges Liciniae Sextiae) sono le leggi proposte dai tribuni Gaio Licinio e Lucio Sestio Laterano nella Roma repubblicana del 367 a.C. È il più importante e cruciale sviluppo della costituzione romana: al vertice dello Stato ci sono due consoli, reintegrati completamente dopo l'abolizione dei tribuni militum consulari potestateuno dei quali avrebbe dovuto essere plebeo (de consule plebeio). In realtà, dai dati in nostro possesso sembra piuttosto che la legge consentisse che uno dei due consoli fosse plebeo, ma non escludesse la possibilità che entrambi i magistrati fossero patrizi. Viene riservata ai patrizi la carica di pretore (latino: praetor) che amministra la giustizia («qui ius in urbe diceret»). Viene istituita l'edilità curule. A seguito di gravi tumulti verificatisi tra patrizi e plebei furono emanate tali leggi che rappresentano il culmine di un lungo processo storico, definito rivoluzione della plebe. Si ebbero tre rogazioni di queste leggi:
Consoli Romani.
De aere alieno: che le usure pagate si computassero a diminuzione del capitale e che i debitori potessero soddisfare i loro creditori in tre rate annue uguali;
De modo agrorum: che fosse vietato di possedere più di 500 iugeri di ager publicus e di far pascolare sui terreni pubblici più di 100 capi di bestiame grosso e 500 di minuto, e che ci si dovesse servire di una certa aliquota di lavoro libero;
De consule plebeio: sicuramente la più importante, ha consentito la possibilità ai plebei di accedere al consolato. In seguito, poi, ad una insurrezione, nel 342 a.C. i plebei ottennero che uno dei due seggi del consolato, magistratura sino ad allora tipicamente patrizia, fosse riservato alla classe plebea. Al fine di compensare la perdita subita, ai patrizi fu riservata la magistratura del praetor minor con funzioni essenzialmente giurisprudenziali; si stabilì, altresì l’ammissione dei patrizi alla carica plebea degli aediles.
I Gracchi, tribuni della Plebe.
Parte degli studiosi ritiene che le leges Liciniae Sextiae nascondano in realtà un vero e proprio accordo politico fra patrizi e plebei. Alla data di emanazione di dette leggi si riconduce convenzionalmente la fine del periodo arcaico della storia di Roma. Le leggi, scritte dopo la conquista da parte romana della città di Veio, sancirono che i territori di tale città venissero distribuiti tra la popolazione bisognosa, formando 4 nuove tribù. La legge stabiliva inoltre la quantità massima di terreno che un privato poteva occupare: 500 iugeri (circa 125 ettari). Pochi anni prima Brenno ed i suoi galli avevano distrutto la città di Roma e molti plebei si erano indebitati per ricostruire le proprie case. Si evince dalle leggi delle dodici tavole che il creditore poteva rendere schiavo il debitore ed anche ucciderlo, dunque molti plebei rischiavano di divenir schiavi. La legge prevedeva dunque che la cifra prestata fosse restituita in tre anni. Per i post "Cultura degli antichi Romani" clicca QUI e per i post "Politica nell'antica Roma" clicca QUI.

Nel 362 a.C. - In Grecia, termina l'egemonia di Sparta. 

Dal 359 a.C. - In Grecia inizia l'egemonia Macedone. Filippo II di Macedonia, salito al trono nel 359 a.C. nel giro di vent'anni pose fine all'indipendenza della Grecia. Nel 338 a.C. con la vittoria di Cheronea assume il controllo delle città greche, nel 336 a.C. venne assassinato. Filippo aveva mutato le tecniche di combattimento adottate fino a quel tempo. “Quest'individuo non solo non è un Greco, né è imparentato con i Greci, ma non è nemmeno un barbaro di una nazione degna di questo nome; no, egli è una pestilenza che viene dalla Macedonia, una regione dove non si può nemmeno comprare uno schiavo che valga qualcosa”: sono parole sprezzanti e volontariamente offensive della Prima Filippica di Demostene, l'ultimo grande oratore di Atene, e non è troppo difficile vedere attraverso il disprezzo che sembrano esprimere per il re macedone Filippo II la preoccupazione che vasti settori della classe dirigente ateniese nutrivano per l'ascesa tenace e apparentemente inarrestabile del nuovo protagonista della politica greca.
La Macedonia di Filippo II, con
gli stati alleati e assoggettati e
le battaglie. Clicca sull'immagine
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Una delle ragioni della potenza di Filippo II era la riorganizzazione cui aveva sottoposto il proprio esercito, in particolare per quanto riguarda la fanteria, che da allora in poi si schierò secondo lo schema della cosiddetta "falange macedone": i fanti, infatti, vennero muniti di una lancia grande e pesante, la sarissa, lunga cinque metri e mezzo, che andava brandita con entrambe le mani (mentre il braccio sinistro portava un piccolo scudo). Le prime cinque file puntavano le lance in avanti, mentre a partire dalla sesta fila ogni soldato appoggiava la sua lancia sulla spalla di quello che lo precedeva: questa disposizione dava alla falange, dal punto di vista del nemico, l'aspetto di un micidiale porcospino, irto di punte, di cui era difficile fermare l'avanzata, soprattutto se lo scontro avveniva su un terreno pianeggiante.
Moneta d'argento con l'effige di
Filippo II il Macedone. La scoperta
di miniere di minerali di metalli
preziosi, oro e argento nel Pangeo,
permise il riarmo macedone. Clicca
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Il principale limite dello schieramento a falange, infatti, stava nel fatto che esso era poco manovrabile, soprattutto su un terreno accidentato. La prima abilità dei condottieri macedoni, dall'adozione della falange in poi, consistette nell'imporre battaglia su un terreno adatto al modo di combattere del proprio esercito.
La falange "pesante" Macedone
Per limitare le conseguenze della scarsa mobilità della falange Filippo introdusse anche un altro corpo scelto, che prendeva posizione sul fianco della falange schierata: gli ipaspisti (i portatori di scudo), armati con lo scudo argivo e la tradizionale lancia corta degli opliti greci. 

Nel 343 a.C. - Inizia la prima guerra Sannitica. Le Guerre sannitiche sono una serie di tre conflitti combattuti dalla giovane Repubblica romana contro la popolazione italica dei Sanniti e numerosi loro alleati tra la metà del IV e l'inizio del III secolo a.C. Le guerre, terminate tutte con la vittoria dei Romani (tranne la prima fase della seconda guerra), scaturirono dalla politica espansionistica dei due popoli che a quell'epoca si equivalevano militarmente e combattevano per conquistare l'egemonia nell'Italia centrale e meridionale oltre che per la conquista del porto magnogreco di Napoli. All'epoca dei fatti i Romani dominavano già su Lazio, Campania settentrionale, sulla città etrusca di Veio ed avevano stretto alleanze con diverse altre città e popolazioni minori. I Sanniti dal canto loro erano padroni di quasi tutto il resto della Campania e del Molise, e cercavano di espandersi ulteriormente lungo la costa a discapito delle colonie della Magna Grecia e verso la Lucania nell'entroterra. Nel 354 a.C. Romani e Sanniti, venuti in contatto per la prima volta, avevano comunque preferito un patto di non belligeranza, così da potersi espandere tranquillamente in altre direzioni, ma il confronto era solo rimandato. La grande importanza che i Romani e i loro storiografi sempre diedero a questa lotta per la supremazia nell'Italia meridionale è sottolineata dal gran numero di episodi leggendari o colorati dalla storiografia, come la subjugatio delle Forche Caudine, la Devotio del Console Decio Mure nella terza guerra, e forse di suo padre nella prima, la Legio Linteata.
Guerrieri Sanniti da una tomba di
Nola del IV sec. a.C.
Prima guerra sannitica (343-341 a.C.): il casus belli che fece scoppiare la prima guerra tra Sanniti e Romani, fu offerto dalla città di Capua che, posta sotto l'attacco dei Sanniti, chiese l'aiuto di Roma. Il primo anno della campagna militare fu affidata ai due consoli in carica, Marco Valerio Corvo, inviato in Campania, ed Aulo Cornelio Cosso Arvina, inviato nel Sannio. Mentre Marco Valerio riuscì ad ottenere due chiare, seppur sofferte, vittorie, nella battaglia del Monte Gauro, primo scontro in campo aperto tra i due popoli, e nella battaglia di Suessula, Aulo Cornelio riuscì ad uscire da una difficile situazione militare, e a vincere il successivo scontro in campo aperto, grazie al pronto intervento del tribuno militare Publio Decio Mure. L'anno successivo, il console Gaio Marcio Rutilo inviato a prendere il comando delle truppe acquartierate vicino Capua a sua difesa, si trovò nella necessità di affrontare comportamenti sediziosi dei soldati, che progettavano di prendere con la forza Capua, per impadronirsi delle sue ricchezze. Durante quell'anno non ci furono scontri coi Sanniti, e la prima guerra sannitica, si concluse l'anno successivo, nel 341 a.C., quando il console Lucio Emilio Mamercino Privernate, a cui era stata affidata la campagna contro i Sanniti, ne devastò le campagne, finché gli ambasciatori Sanniti, inviati a Roma, non ottennero la pace.

Nel 338 a.C. - Roma concede la civitas sine suffragio, ovvero la cittadinanza senza l'esercizio del diritto di voto, a Capua. Poco più di vent'anni dopo inizierà la costruzione della via Appia, che stabilisce un saldo collegamento viario tra il centro campano e l'Urbe. Sul finire del III secolo a.C. il diritto alla cittadinanza fu tuttavia revocato in seguito alla sconfitta di Annibale nel corso delle guerre puniche, il territorio confiscato divenendo ager publicus, e la città sottoposta all'autorità di un prefetto. Contemporanea romanizzazione dell’area dei Campi Flegrei. L’area dei Campi Flegrei fu la prima ad entrare nell’orbita romana;
Cartina delle città dei Campi
Flegrei da Cuma a Napoli nel
338 a.C.  Clicca sull'immagine
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- nel 338 a.C. Cuma si schierò al fianco di Roma e ottenne la civitas sine suffragio,
- nel 318 a.C. venne istituita la praefectura Capuam Cumas.
Cuma, in virtù di questa alleanza mantenne una sua indipendenza e nei secoli IV e III a.C. definì architettonicamente lo spazio pubblico con la realizzazione del foro, una piazza di 50×120 m. fiancheggiata sui lati lunghi da portici a due piani con fregio d’armi (risalenti alla fine del II sec.), dietro si aprivano delle tabernae. Al centro del lato occidentale del foro rimangono i resti del colossale tempio di Giove di tipo italico, su alto podio con una cella a tre navate e un pronao profondo. Sul fondo della cella è visibile un basamento su cui dovevano essere alloggiate le statue della triade capitolina, quando il tempio fu trasformato in Capitolium nel I sec. a.C.
La realtà economica di questo periodo, nella penisola italica, vede una fiorente ricchezza. 

Nel 335 a.C. - Nel Liceo di Atene, Aristotele fonda la Scuola del Peripato.
Aristotele.
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Aristotele nacque a Stagira (l'attuale Stavro) nel 384 o 383 a.C. da Nicomaco, medico del re di Macedonia Aminta II, ed entrò nella scuola di Platone, l'Accademia, a diciassette anni. Vi rimase sino al 348/47, cioè per 20 anni. La sua formazione spirituale si compì dunque interamente sotto l'influenza dell'insegnamento e della personalità di Platone.
Schema della visione della Fisica
di Aristotele.
Alla sua morte Aristotele lasciò l'Accademia e si recò ad Asso, dove con altri due scolari di Platone, Erasto e Corisco, che già si trovavano là sotto la protezione del tiranno di Atarneo, Ermia, ricostituì una piccola comunità platonica, in cui probabilmente tenne per la prima volta un insegnamento autonomo.
Lì Aristotele sposò Pizia, sorella (o nipote) di Ermia e dopo la morte di questi, nel 345/44, si trasferì a Mitilene.
Alessandro Magno
Istanbul, Museo
 Archeologico.
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Nel 343/42 fu chiamato da Filippo re di Macedonia a Pella come precettore del figlio Alessandro, decisione forse determinata dall'amicizia di Aristotele con Ermia, alleato di Filippo e dai precedenti rapporti di suo padre con la corte macedone. Aristotele poté così formare lo spirito del grande conquistatore, al quale comunicò la sua convinzione della superiorità della cultura greca e della sua capacità di dominare il mondo, se si fosse congiunta con una forte unità politica. Quando nel 340 a.C. Alessandro diviene reggente del regno di Macedonia, cominciando anche ad avvicinarsi alla cultura orientale, il suo maestro Aristotele, che era intanto rimasto vedovo e conviveva con la giovane Erpillide da cui ebbe il figlio Nicomaco, intorno al 335 a.C. si trasferisce ad Atene, dove in un pubblico ginnasio, detto Liceo perché sacro ad Apollo Licio, fonda una sua famosissima e celebrata scuola, chiamata Peripato, "passeggiata", dall'uso istituito dallo stagirita Aristotele di insegnare passeggiando nel giardino che la circonda. Probabilmente non è Aristotele ad acquistare la scuola; egli l'affitta perché per la città di Atene egli era uno straniero e non aveva diritto di proprietà. La scuola viene inoltre finanziata dallo stesso Alessandro. Aristotele promuove attività di ricerca nella città di Atene soprattutto per quanto riguarda materie scientifiche quali zoologia, botanica, astronomia. Aristotele vi teneva corsi regolari e vi tenevano corsi anche gli scolari più anziani, Teofrasto ed Eudemo. Nel 323 la morte di Alessandro provocò ad Atene l'insurrezione del partito antimacedone che mise Aristotele sotto accusa per empietà. Egli fuggì allora a Calcide nell'Eubea, patria di sua madre. Nel 322/21 una malattia di stomaco pose fine ai suoi giorni. Il corpus delle opere aristoteliche ha avuto un destino singolare: le opere esoteriche o acroamatiche, composte per la scuola, furono messe in salvo e nascoste dal suo erede Neleo nella Troade.
Cartina geografica dell'impero di Alessandro Magno, il macedone
con i paesi suoi alleati, il percorso delle conquiste e i luoghi delle
maggiori battaglie.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Ritrovate nel I sec. a. C. e riportate ad Atene, furono trasferite a Roma da Silla; qui l'erudito Andronico di Rodi le sistemò nell'ordine che è invalso fino ad oggi. Le opere essoteriche, invece, destinate alla pubblicazione, sono andate perdute e ci sono note solo attraverso testimonianze e citazioni di altri autori. Il campo dello scibile da lui affrontato lo rende un vero caposaldo nella storia della scienza. Nella Fisica, aveva elaborato alcune teorie secondo cui vi sono 4 elementi fondamentali, e tutti i corpi subiscono l'attrazione dell'elemento a cui sono più affini, per cui le materia tende a cadere in basso poichè nel suo schema è all'altezza dell'orizzonte, l'acqua tende ad andare in profondità perchè nello schema è l'elemento più basso, per il motivo opposto la fiamma va vero l'alto ecc. Quando, in epoca sucessiva, le opere di Aristotele vennero trascritte per essere tramandate, vennero catalogate secondo gli argomenti trattati: e fu così che nacque la "metafisica", "oltre la fisica", e cioè gli argomenti che non potevano ritenersi attinenti ne alla fisica ne ad altre discipline classificabili.

Cartina geografica dell'Egitto
e delle sue materie prime
 nel 300 a.C., nel suo
periodo ellenistico.
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Dal 334 a.C. - Inizio delle conquiste di Alessandro Magno, figlio di Filippo II di Macedonia. Alessandro (356 - 323 a.C.) dal 334 al 323 a.C. estese le sue conquiste fino ai confini dell'India. Alessandro non aveva un fisico particolarmente avvenente, bensì era tozzo e di corporatura robusta; aveva gli occhi di colore l'uno diverso dall'altro (uno blu, l'altro marrone o nero), mentre la sua voce era aspra; portava sempre il collo leggermente inclinato verso sinistra e soffriva probabilmente di alcune malformazioni congenite, che forse hanno contribuito alla sua morte. Aveva i capelli rossicci ed aspri. È dovuta a lui l'usanza di radersi il volto: pare che avesse infatti pochissima barba, che all'epoca connotava inequivocabilmente l'uomo di potere (contrapposto a donne e giovani che ne erano privi) e per non sfigurare in mezzo ai suoi dignitari li indusse a radersi. Per effetto della circolazione delle idee dovuta all'Ellenismo la moda si diffuse poi in tutto il Mediterraneo e quindi a Roma. Fra gli scultori del tempo, Lisippo ritraeva molto fedelmente il condottiero e venne nominato scultore di corte.
Lisippo: Alessandro Magno.
Louvre di Parigi.
Alessandro si erse a campione dell'ellenismo contro quelli che venivano considerati barbari dai Greci. Nonostante ciò, come richiesto dalla mentalità orientale sull'origine divina dei monarchi, elevò la sua figura reale fino a farsi proclamare figlio di Dio nel santuario di Ammone in Egitto, malgrado la disapprovazione dei suoi soldati. Ciò cozzava violentemente con il pensiero da uomini liberi dei greci, e fu la causa dell'assassinio di Clito, che pur avendo salvato Alessandro in battaglia, fu da lui stesso ucciso. A Samarcanda nel 328 a.C., Alessandro, durante una serata di festeggiamento con i suoi generali e ufficiali, accolse alcuni uomini giunti dalla costa, venuti ad offrire della frutta al loro signore. Il re incaricò Clito il Nero di portarli dinnanzi al suo cospetto e per incontrarli dovette sospendere un sacrificio in atto, cosa mai vista dagli indovini. In seguito, durante il banchetto si ascoltarono i versi di un poeta di corte, un certo Pranico, che schernì i generali macedoni. Clito, in stato di ebbrezza, si offese più degli altri, ricordando al re di avergli salvato la vita tempo addietro (nella battaglia del Granico). Seguirono parole dure da entrambe le parti; il generale criticava aspramente la politica di integrazione fra Macedoni e Persiani perseguita da Alessandro e lo definì non all'altezza di suo padre Filippo, il vero Macedone... Ma seguiamo l'episodio riportato da Plutarco: “Clito si recò dal re che lo aspettava a pranzo [...]. Durante il banchetto, fra l’abbondante scorrere del vino, un certo Pranico (o Pierione, come dicono alcuni) recitò dei versi che aveva scritto per svergognare e ridicolizzare i generali che poco prima erano stati battuti dai barbari. I più anziani si risentirono e insultarono sia il poeta che il musico, mentre Alessandro e i suoi fedelissimi ascoltavano divertiti, invitando i due a proseguire. A questo punto Clito, che oltre ad essere ubriaco era anche irascibile e orgoglioso per natura, s’infuriò, dicendo che non era bello sbeffeggiare di fronte ai barbari nemici dei soldati macedoni, i quali, anche se in quel caso non avevano avuto fortuna, erano molto migliori di chi li derideva. Al che Alessandro: «Tu parli per te stesso, scambiando per sfortuna la viltà!». Allora Clito, balzando in piedi: «La mia viltà ti ha salvato la vita, illustre figlio degli dei, quando voltavi le spalle alla spada di Spitridate! Ed è grazie al sangue dei Macedoni e alle loro ferite che sei andato tanto in alto da ritenerti figlio di Ammone e rinnegare tuo padre Filippo!». Irritato da queste parole, Alessandro esclamò: «O testa matta, attento che tu non abbia a soffrire per questo tuo continuo sparlare di me, mettendomi contro i Macedoni!». «Già soffriamo abbastanza!», ribatté Clito. «Sono queste le ricompense per le nostre fatiche? Beati quelli che sono morti prima di vedere i Macedoni battuti dalle fruste dei Medi e costretti a supplicare i Persiani per poter avvicinare il loro re!». A queste parole ardimentose e schiette, quelli che stavano con Alessandro insorsero contro Clito coprendolo di insulti. [...] Intanto gli amici erano riusciti a stento a portar via dalla sala Clito, che continuava a protestare, e che a un certo momento rientrò da un’altra parte, recitando, con sfrontata impudenza, tre versi dell’Andromaca di Euripide [laddove Peleo esclama]: Ohimé, che brutta usanza c’è nell’Ellade! [In guerra son gli eserciti che vincono ma il vanto solo i capi se lo pigliano!]. A questo punto Alessandro tolse di mano a una delle guardie un giavellotto e mentre Clito, scostata la tenda che copriva l’entrata, gli andava incontro con un gesto di sfida, lo trapassò da parte a parte e quello, gemendo e gridando per il dolore, piombò a terra e morì. Istantaneamente Alessandro si calmò e rientrato in sé, visto che gli amici erano ammutoliti, si avvicinò al cadavere ed estratta fulmineamente la lancia rivolse la punta contro di sé in direzione del collo, ma prontamente le guardie del corpo gli afferrarono le mani trascinandolo a forza nella sua stanza.” Plutarco, Vite parallele. Alessandro e Cesare, Newton Compton, Roma 2008. Alessandro morì a 33 anni a Babilonia, di una malattia misteriosa. 

Nel 332 a.C. - Tra Roma e i Senoni della Gallia Cisalpina fu stipulato un trattato di pace che, a quanto sembra, garantirà un interludio di pace durato circa trent'anni.  

Nel 326 a.C. - Seconda guerra sannitica (326-304 a.C.)
Casus belli della seconda guerra sannitica fu una serie di reciproci atti ostili. Cominciarono i Romani fondando nel 328 a.C. una colonia a Fregellae presso l'odierna Ceprano, sulla riva orientale del fiume Liri, cioè in un territorio che i Sanniti consideravano propria esclusiva sfera di influenza. In più i Sanniti vedevano con preoccupazione l'avanzata dei romani in Campania, così quando Roma dichiarò guerra alla città greca di Palepolis, i Sanniti inviarono 4.000 soldati a difesa della città. I Romani, dal canto loro, accusarono i Sanniti di aver spinto alla ribellione le città di Formia e Fondi.
Carta con i territori teatro della
seconda guerra sannitica.
Nel 326 a.C., mentre a Lucio Cornelio Lentulo venivano affidati i poteri proconsolari per proseguire le operazioni militari nel Sannio, Roma inviava i feziali a dichiarare guerra ai Sanniti, ottennero poi, senza averlo sollecitato, l'appoggio di Lucani ed Apuli, con i quali furono stipulati tratti di alleanza. Lo scontro con i Sanniti iniziò favorevolmente per i romani, che, tra il 326 a.C. e il 322 a.C. occuparono Allife, Callife e Rufrio, Palopolis, anche grazie all'attività destabilizzante dei Tarantini, che si adoperarono affinché defezionassero in favore di Roma. Furono poi Cutina e Cingilia ad essere espugnate dai romani, che riportarono anche una serie di vittorie in campo aperto, tra le quali quella nei pressi di Imbrinium. Però nel 321 a.C. l'esercito romano, condotto dai consoli Tiberio Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino Caudino, subì l'umiliante sconfitta alle Forche Caudine (dal latino Furculae Caudinae). Nonostante i due consoli sconfitti avessero accettato le condizioni di resa, i romani continuarono la guerra contro i Sanniti, facendo ricadere la responsabilità della resa unicamente sui due comandanti. Dopo lo scontro a Caudia, la guerra si allargò nelle regioni vicine al Sannio, così nel 320 a.C., lo scontro arrivò in Apulia, davanti Lucera, dove i romani, dopo aver sconfitto i Sanniti in uno scontro in campo aperto, conquistarono la città. Nel 319 a.C. i romani ripresero il controllo su Satrico e sconfissero i Ferentani, e l'anno successivo conquistarono Canusio e Teano in Apulia, nel 317 a.C. Nerulo in Lucania e nel 315 a.C. Saticola. Sempre quell'anno i due eserciti si scontrarono nella durissima battaglia di Lautulae. Nel 314 a.C., con l'aiuto di traditori, i romani presero Sora, Ausona, Minturno, Vescia e con le armi Luceria, che si era unita ai Sanniti. La guerra sembrava volgere a favore dei romani, anche perché nel 313 a.C. questi presero ai Sanniti la città di Nola, e due anni dopo, 311 a.C., sconfissero i Sanniti davanti la città di Cluvie. Quando nel 310 a.C. ripresero le ostilità tra romani ed etruschi, i Sanniti ripresero l'iniziativa con più vigore, sconfiggendo l'esercito romano in una battaglia campale, nella quale rimase ferito lo stesso console Gaio Marcio Rutilo Censorino. Per questo motivo, a Roma fu eletto dittatore Lucio Papirio Cursore, che ottenne una chiara vittoria contro i Sanniti nei pressi di Longula, mentre anche sul fronte etrusco i romani ottenevano una serie di successi, consolidando il fronte settentrionale, con la resa degli Etruschi nel 309 a.C. Nel 308 a.C. Quinto Fabio Massimo Rulliano, vincitore degli Etruschi, sconfisse ancora i Sanniti, cui si erano alleati i Marsi e i Peligni. Infine nel 305 a.C. i romani conseguirono la decisiva vittoria nella battaglia di Boviano a seguito della quale, nel 304 a.C., le tribù del Sannio, chiesero la pace a Roma, ponendo fine alla Seconda guerra sannita.

La divisione in nuove satrapìe dell'impero di Alessandro Magno,
di cui la più estesa fu dei Seleucidi. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 323 a.C. - Muore Alessandro il Grande.
Il suo impero viene spartito fra i suoi generali, i diadochi, che diventano così sàtrapi.

Dal 312 a.C. - Roma inizia la costruzione delle strade e degli acquedotti: la prima strada è la Via Appia. La costruzione delle strade inizialmente era stata dettata dalla necessità di spostare rapidamente le truppe in qualsiasi regione conquistata, ed infatti le prime strade furono costruite proprio dai legionari. Anche se in principio avevano una funzione militare permisero un notevolissimo sviluppo al commercio dell'Urbe favorendo lo spostamento di merci e mercanti, oltre che della gente comune e dei messaggeri. In poco tempo le prime vie Consolari come: l'Appia, l'Aemilia, la Salaria, la Postumia ed altre, vennero prolungate, fino a formare un complesso sistema che permetteva di raggiungere qualsiasi punto dell'Impero in poco tempo; si calcola che furono costruite più di 29 strade che percorrevano oltre 120.000 Km (due volte il giro della Terra!). Le strade romane avevano il compito fondamentale di mettere in comunicazione Roma con il resto dello Stato nel modo più rapido effettuabile. Per questo venivano tracciate il più rettilinee possibile per evitare allungamenti, anche a costo di lasciare isolati i centri più piccoli, i quali venivano comunque collegati con vie secondarie. La necessità di superare ostacoli naturali come specchi d'acqua o colline per dare continuità al tracciato venne compiuta  con la costruzioni di mirabili ponti, viadotti e gallerie in parte tuttora praticabili. Ricordiamo tra tutti il ponte più lungo dell'antichità costruito sul Danubio per volere di Traiano con una lunghezza di oltre 2,5 km! Questi sono solo alcuni dei segni più imponenti che questa civiltà ci ha lasciato, e che tra l'altro furono per secoli studiati per la loro perfezione: il Medioevo incapace di imitare le strade e i ponti romani li chiamò per questo "sentieri dei giganti" o "strade del diavolo".
La Via Sacra Romana.
La parola miglio deriva dall'espressione latina milia passuum, "migliaia di passi" (singolare: mille passus "mille passi"), che nell'Antica Roma denotava l'unità pari a mille passi (1 passo = 1,48 metri). Occorre ricordare che per gli antichi romani il passus era inteso come la distanza tra il punto di distacco e quello di appoggio di uno stesso piede durante il cammino, quindi il doppio rispetto all'accezione moderna. Ad ogni miglio, veniva posto ai bordi della strada una pietra cilindrica alta anche 3 o più metri, sulla quale erano incise le miglia percorse dalla città precedente, e quelli alla prossima, oltre che alla distanza da Roma; erano inoltre incisi il nomi di coloro che la fecero costruire. Al centro dell'Urbe, vicino al Foro, l'Imperatore Ottaviano Augusto fece collocare accanto ai Rostri il Miliarium Aureus ossia una pietra miliare dorata con le distanze di tutte le principali città dell'Impero; inoltre non lontano c'era anche una grande mappa bronzea dell'Impero detta Forma Imperii, accanto a quella di Roma detta Forma Urbi. La velocità di percorrenza giornaliera media delle strade era di  30 Km orari in carro, 7-8 Km/h a piedi, ed 80 Km giornalieri al massimo per i messaggeri imperiali del cursus publicus ossia i corrieri a staffetta per i funzionari di Governo. Le principali strade in Italia furono:
Le Vie e strade Romane in Italia.
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I. Via Appia: fu costruita nel 312 a.C. dal Console Appio Claudio; essendo la più antica delle vie Consolari è chiamata regina viarum, cioè la regina delle strade. Inizialmente fu tracciata fino a Capua, grande centro della Campania, ma fu poi prolungata fino a Beneventum, Venosa, Tarantum e Brundisium ove c'era un importantissimo porto. Nel II secolo d.C. l'Imperatore Marco Ulpio Traiano crea una un percorso alternativo tra Benevento e Brindisi passando attraverso gli Appennini, dando origine alla Via Appia Traiana, la quale permetteva di risparmiare oltre un giorno di marcia. Questa opera è ricordata sopratutto per il fatto che durante i lavori di costruzione, per riuscire a oltrepassare uno scaglione di roccia molto alto, i Romani lo fecero letteralmente tagliare! Tutt'ora è possibile vedere ciò che ne resta.
II. Via Aemilia: altro non era che il proseguimento della via Flaminia verso Nord-Ovest. Essa congiungeva Ariminum con Placentia, toccando Caesena, Forum Livi, Bononia, Mutina, Regium Lepidum e Parma.
III. Via Capua-Rhegium: si staccava dalla via Appia a Capua , proseguiva fino a Rhegium, passando per Consentia e Vibo Valentia.
IV. Via Aurelia: strada costiera che andava a Nord: collegava l'Urbe con Vada Sabatia (Vado Ligure), attraverso Pisae, Luna e Genua. Venne poi edificata la Via Julia Augusta che proseguiva per le Gallie attraversando il sito dei Balzi Rossi, nei pressi dell'attuale confine sulla costa Ligure fra Italia e Francia.
V. Via Domitiana: si separava dalla Via Appia a Sinuessa (Mondragone) e giungeva fino a  Neapolis.
VI. Via Popilia-Annia: altro proseguimento della via Flaminia, verso Nord-Est: partiva da Ariminum passando per Rabenna, Atria (Adria), Patavium (Padova), Altinum, Aquileia, Tergeste (Trieste).
VII. Via Latina: collegava l'Urbe direttamente con Capua spercorrendo passando per Anagnia, Frusino, Casinum.
VIII. Via Flaminia: univa Roma con Ariminium (Rimini), toccando Fanum Fortunae (Fano) e Pisuarum.
IX. Via Salaria: prende il nome dalla materia prima (il sale) che per secoli fu trasportata lungo il suo tracciato. Essa partiva da Roma e giungeva fino Castrum Truentinum (Porto d’Ascoli), passando per  Reate e Asculum.
X. Via Postumia: passando per la Pianura Padana univa  Genua con Aquileia, attraversando Cremona, Verona, Vicetia.
XI. Via Valeria: collegava l'Urbe Ostia Aterni (Pescara), passando per Tibur (Tivoli) e Teate Marrucinorum (Chieti).
XII. Via Cassia: congingeva l'Urbe al Nord Italia, passando attraverso Arretium, Florentia, Pistoia, Luca.
XIII. Via Clodia: collegava  Roma a Saturnia.
Gli strati in cui era costruita
la strada romana. Clicca
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Nonostante le strade fossero ben lastricate, comunque in carro non era possibile andare troppo veloci, anche perché spesso erano tirati dai buoi, si preferivano se possibile i viaggi per mare, che si rivelavano più rapidi ma anche più pericolosi a causa delle frequenti tempeste. Le strade in epoca imperiale vennero sviluppate soprattutto per garantire un efficiente servizio postale e un rapido spostamento di messaggeri. Per facilitare ciò a intervalli regolari sorgevano stazioni per il cambio dei cavalli (mutationes) e locande per le soste notturne (mansiones), che erano attive per tutti anche per i Cittadini i quali all'interno trovavano dipinte sulle pareti delle vere e proprie guide stradali, chiamate "intineraria picta", con segnalati i punti di sosta tra un itinerario e l'altro, le città, le distanze e tutte le strade importanti. Di queste mappe non sono rimaste tracce, tuttavia esiste una copia di uiepoca medioevale di eccezionale importanza, chiamata Tabula Peutingeriana, che ci da un'idea di come fossero strutturate, e quali nozioni geografiche avevano i Romani. Questa mappa lunga sei metri e alta trenta centimetri rappresenta tutto il mondo conosciuto allora dai Romani dalle colonne d'Ercole fino all'estremo Oriente.
Particolare con Roma della Tabula Peutingeriana.
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E' da notare, che nelle mappe antiche l'Oriente è posto verso l'alto, infatti nella foto della Tabula Peutingeriana qui a lato (cliccare sopra per ingrandire) il tratto di terra orizzontale è l'Italia, e in alto c'è il Mare Adriatico, sotto il Mare Tirreno, si notano inoltre Roma seduta sul trono, e Ostia sotto. Secondo il Diritto romano, il transito sulle strade dell'Impero era libero, ma la manutenzione del manto stradale spettava agli abitanti della Provincia  attraversata dalla strada, tuttavia con la riforma del governo iniziata dall'Imperatore Ottaviano Augusto la gestione fu affidata al Curator Viarum il quale dava l'ordine, o la concessione per la ristrutturazione o la costruzione della strada. Facendo una piccola osservazione si può ben notare come tutte le autostrade attuali in Europa seguano il percorso delle strade romane, conservando talvolta addirittura il nome!
Le vie e strade costruite nell'Impero Romano.
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L'attuale termine strada deriva da viae strata cioè via lastricata. Ogni strada romana, aveva una struttura ben precisa e si sviluppava in modo più o meno rettilineo. Originariamente le dimensioni delle strade erano sancite dalle XII Tavole: per esempio la larghezza media andava dai 4 ai 6 metri, potevano avere due marciapiedi (margines) laterali di 2/3 metri di larghezza circa o anche più. Avevano uno spessore che andava dai 90 ai 120 cm, ed erano formate da una massicciata di tre strati di pietre sempre più piccole, legate con malta (ciò per permettere una maggior resistenza e durata nel tempo), e dal piano stradale lastricato, costituito da uno strato di blocchi di pietra spianati e accostati. La costruzione iniziava con il scavare un "letto" tra due solchi, i quali ne delimitavano la larghezza, nel quale sarebbero stati posati i vari strati di pietre. Lo strato più basso, era composto da pietre molto grandi come sassi ed era detto statumen, il secondo chiamato rudus era formato da ciottoli di medie dimensioni, il terzo da ghiaia mista ad argilla detto nucleus, ed il quarto era il vero e proprio manto stradale chiamato pavimentum: esso era composto da lastre grosse e piatte adagiate in orizzontale, ma con una forma lievemente convessa per facilitare lo scolo delle acque piovane, verso le canalette di scolo, sempre presenti nelle vie cittadine. Se nelle strade dell'Impero regnava l'ordine quasi assoluto, non si poteva dire lo stesso dell'Urbe, dove al contrario le strade erano tutt'altro che ordinate e rettilinee. Questo è facilmente spiegabile dal fatto che Roma è nata e si è estesa senza dei piani urbanistici; questi infatti verranno ideati appena alla fine della Repubblica per opera di Giulio Cesare,  Ottaviano Augusto ed altri Imperatori. Quindi fatta eccezione per alcune vie principali, che sono rettilinee poiché penetrazioni urbane delle vie Consolari, molte altre strade sono strette e intricate e alcune addirittura senza marciapiedi. Tuttavia bisogna dire che i marciapiedi a Roma non erano necessari visto che per un decreto di Giulio Cesare, i carri (fatte alcune eccezioni) non potevano transitare in città di giorno ma solo la sera e la notte. L'Urbe era inoltre una città caotica e rumorosa sopratutto nelle zone centrali, dove c'erano i  mercati, i Fori e gli edifici pubblici più importanti.
Ponte-acquedotto sul fiume Gard
nell'attuale Francia, che riforniva
 la città di Nemasus l'odierna Nimes.
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Tra le opere più grandi e vistose lasciateci dai Romani, sicuramente ricordiamo gli imponenti acquedotti. Gli acquedotti vengono ideati a Roma nel IV sec. a.C. perché ormai la fornitura idrica dell'Urbe, che fino ad allora si affidava al Tevere o ai pozzi, non era più sufficiente. Roma si stava trasformando nella più grande metropoli di tutta l'Antichità e non solo, quindi si decise di costruire un' acquedotto che collegasse una sorgente e portasse l'acqua fresca in città, il primo fu l'Aqua Appia costruito nel 312 a.C. per volere dell'omonimo Console Appio Claudio, lo stesso che diede il nome alla celeberrima via. Con il passare degli anni ne vennero costruiti altri di maggior portata. In totale c'erano ventiquattro acquedotti, che trasportavano ogni giorno nell'Urbe oltre 1 milione di metri cubi d'acqua percorrendo in totale oltre 400 Km di condutture. Se oggi possediamo molte informazioni sugli acquedotti e l'edilizia idraulica lo dobbiamo all'opera del Curator Aquarum Sesto Giulio Frontino, contemporaneo dell'Imperatore Nerva, il quale scrisse un libro, il De aqueductu Urbis Romae (letteralmente Sugli acquedotti della Città di Roma),  nel quale spiega i metodi di costruzione, i materiali edili, ma anche nomi e percorsi delle condutture idriche, l'ubicazione delle sorgenti e molto altro. Dalla prosa ricca di tecnicismi di Frontino traspare la consapevolezza e l'orgoglio che porta lo scrittore, cives romanus, a compiacersi della mole degli acquedotti, sostenuti per chilometri da imponenti arcate, e a sorridere, con un certo disprezzo, delle piramidi egiziane ed ai templi greci, opere famose ma inutili. Dietro la costruzione di un acquedotto stanno tutta una serie di problematiche, che gli ingegneri Romani hanno saputo perfettamente risolvere. Per esempio la forza motrice dell'acqua. L'acqua non si sposta da sola! E' necessario un "motore", e i Romani ne trovarono uno veramente "autonomo" cioè la forza di gravità. Gli ingegneri avevano intuito che sarebbe stato sufficiente dare una certa pendenza all'acquedotto e mantenerla per tutto il tragitto, e poi la forza di gravità avrebbe fatto tutto il resto, così capirono che un'inclinazione del 25%, in media un metro di pendenza ogni chilometro, avrebbe fatto scorrere l'acqua senza problemi fino alla città. Era inoltre necessario saper scegliere la sorgente giusta, in modo da fare defluire una giusta quantità d'acqua tutto l'anno senza periodi di secca e periodi di piena.
Sezione di acquedotto
Romano soprelevato.
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Una volta scelta la sorgente adeguata, si stabiliva il percorso che l'aqueductus avrebbe compiuto per arrivare in città, per fare ciò si tracciava un profilo della geografia del terreno segnando coline e avvallamenti, pianure e corsi d'acqua. Per questo lavoro i tecnici adoperavano uno strumento di legno simile all'attuale livella, ma di dimensioni assai più grandi: il coròbate. Questo poteva dirsi in esatta posizione orizzontale quando i fili a piombo attaccati al suo ripiano di legno pendevano parallelamente alle gambe e quando l'acqua che colmava una vaschetta scavata sul ripiano non debordava. guardando attraverso il coròbate i tipografi potevano tracciare un'immaginaria linea orizzontale che seguiva tutto il percorso dell'acquedotto e segnare su questa linea, a intervalli di 10 metri, le distanze verticali tra essa e il terreno. Unendo tutti i segni presi con una linea si otteneva il vero profilo del terreno e gli ingegneri stabilivano se appoggiare le condotte al livello del suolo, se farle passare sotto, oppure elevarle di alcuni metri. A questo punto si procedeva alla sua edificazione. Spesso per la necessità di mantenere una pendenza costante le condotte facevano percorsi molto lunghi con molte curve, e non andavano mai in linea retta, in tal modo l'acqua defluiva senza problemi fino alla "foce artificiale", che quasi sempre era costituita da una grossa cisterna. Il percorso dell'acquedotto era per la maggior parte interrato o talvolta scavato sotto colline e montagne; in questo caso la condotta era formata solo da una struttura di laterizio parallelepipeidale impermeabilizzata e areata con dei pozzetti posti ogni 20-30 metri, usati anche per la manutenzione periodica. Solo talvolta la conduttura doveva superare fiumi o pianure  ed era quindi necessario costruire una struttura di sostegno (aquae pensiles). Uno degli esempi più famosi è il ponte-acquedotto sul fiume Gard nell'attuale Francia, che riforniva la città di Nemasus l'odierna Nimes. La realizzazione iniziava con l'edificazione delle fondamenta dei pilastri: se passavano sulla terra si scavava una buca profonda vari metri e si costruiva una solida base a tronco di piramide con grossi blocchi di pietra. Se invece si trattava di un fiume era necessario preparare un recinto di legno impermeabilizzato con la pece tutto intorno all'area della costruzione di ogni singolo pilastro: in tal modo si poteva asportare prima l'acqua, poi la fanghiglia e la ghiaia per poter edificare una solida base di grossi blocchi di pietra. Fatto ciò iniziava la costruzione dei piloni veri e propri. Questi potevano essere sia di pietra che di laterizio, e venivano sovrapposti tra loro alternati e uniti con malta. Solo a questo punto si univano i pilastri con gli archi i quali si costruivano utilizzando delle strutture di sostegno di legno dette centine che permettevano la collocazione dei conci fino alla chiusura della "chiave di volta". Costruita la prima arcata si procedeva all'edificazione delle altre arcate che poggiavano sempre sugli stessi pilastri, all'ultimo piano sorgeva in laterizio la vera e propria condotta dell'acquedotto. Una città come Roma con il suo milione e mezzo di abitanti doveva essere ben rifornita di acqua, anche perché questa non serviva solo direttamente ai suoi Cittadini ma anche ai complessi termali, i quali sembra consumassero molta acqua. Roma si avvaleva di undici acquedotti costruiti in varie epoche a partire dal II sec. a.C. e che rimasero sempre tutti in funzione, e che nel complesso portavano nell'Urbe oltre un milione di metri cubi di acqua al giorno.
I. Aqua Appia - Fu il primo acquedotto di Roma, edificato nel 312 a.C. dal Console Appio Claudio, lo stesso che fece costruire la Via Appia. Le sorgenti sono situate sulla via Collatina ed è lungo ben 16 Km, anche se il suo percorso è quasi del tutto sotterraneo, e giungeva fino al foro boario.
II. Aqua Ania o Anio Vetus - Lungo oltre 63 km, prende il suo nome dalla valle dell'Aniene presso Tivoli, le sue acque giungevano fino alle Terme di Diocleziano, mentre una ramificazione secondaria giungeva erogava l'acqua necessaria alle terme di Caracalla.
III. Acqua Marcia - Il nome deriva dal Pretore M. R. Marcius, e fu edificato nel 114 a.C. La sorgente era situata presso Marano Equo
IV. Acqua Tepula - Costruito nel 126 a.C. prendeva le acque dalla Valle Preziosa scorrendo esclusivamente in condotte sotterranee. Il suo nome deriva dl fatto che la temperatura dell'acqua rimaneva sempre sui 18 gradi circa.
V. Acqua Iiulia - Edificato nel 33 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, convogliava le acque dalle sorgenti nelle vicinanze di Grottaferrata.
VI. Acqua Vergine - Fu costruito sempre da Agrippa verso il 19 a.C. convogliando le acque ubicate presso la tenuta della Rustica. E' tuttora perfettamente funzionate.
Alcune derivazioni dall'acquedotto giungevano presso il Campidoglio e Trastevere.
VII. Aqua Augusta - Costruito per volere dell'Imperatore Augusto nel 2 d.C., serviva a portare l'acqua a Trastevere ove si tenevano le naumachie (o battaglie navali) in un lago artificiale.
VIII. Aqua Claudia - Iniziato dall'Imperatore Claudio nel 38 d.C. ma terminato da Caligola è uno dei più imponenti. Le sue sorgenti erano ubicate presso la Valle dell'Aniene, e portava le sue acque fino a Porta Maggiore ove una diramazione giungeva presso il Palazzo e riforniva l' area circostante al Colle Palatino.
IX. Aqua Ania Nova o Anio Novus - Costruito per volere di Caligola ma terminato dall'Imperatore Claudio nel 52 d.C. circa prendeva l'acqua dal Fiume Aniene, con la sua lunghezza di oltre 84 Km è l'aquedotto più grande del mondo.
X. Aqua Traiana - Voluto dall'Imperatore Traiano nel 109 d.C. circa convogliava le acque del lago Sabatino nella zona di Trastevere.
XI. Aqua S. Severa - Fu edificato dall'Imperatore Settimio Severo nel 226 d.C.
I Romani inventano tra le altre cose la calcee una variante di essa detta idrica poiché resisteva all'acqua ed era utilizzata nelle cisterne o negli acquedotti appunto per impermeabilizzare, è tuttora utilizzata.
Con questa invenzione rivoluzionarono le tecniche costruttive utilizzate fino a quel momento, che prevedevano l'utilizzo di blocchi di pietra sovrapposti a incastro, per utilizzare invece mattoni di terracotta e calce,a cui era mischiata la pozzolana, una calce lavica di origine vulcanica che conferiva estrema durezza e resistenza al calcestruzzo così ottenuto e con la tecnica degli archi con poco materiale potevano sostenere grandi pesi e giungere a grandi altezze. In quei tempi le case di Roma avevano diversi piani, generalmente così non era per le altre città. 

- Fino all'avvento del cristianesimo, la mentalità dei Romani antichi era piuttosto pragmatica e libera da eventuali condizionamenti filosofico-religiosi. La locuzione latina Faber est suae quisque fortunae, tradotta letteralmente, significa "Ciascuno è artefice della propria sorte". L'espressione è caratteristica della teoria dell'homo faber, secondo cui l'unico artefice del proprio destino è l'uomo stesso; viene talvolta vista come un iniziale contrapporsi dell'uomo romano all'idea del fato (dominante nel mondo classico), per essere responsabile protagonista delle sue azioni o nella lotta contro il bisogno e la miseria. Questa teoria verrà in seguito sviluppata soprattutto durante l'Umanesimo e il Rinascimento, specialmente alla luce della riconsiderazione del rapporto tra virtù e fortuna intesa come destino dell'uomo in genere. Se, infatti, nel Medioevo l'uomo è considerato succube del destino, nell'Umanesimo e nel Rinascimento esso è visto come intelligente, astuto ed energico, e perciò capace di utilizzare al meglio ciò che la natura gli offre ed essere dunque artefice del proprio destino. Forte sostenitore di questa visione dell'uomo è stato il filosofo Giordano Bruno.

Nel 306 a.C. - Nel Liceo di Atene, Epicuro fonda la sua scuola filosofica, il Giardino.
Epicuro.
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Si vide sorgere in Atene, oltre all'Accademia e al Liceo, un'altra scuola filosofica, il Giardino, fondata da Epicuro. Epicuro (in greco: Ἐπίκουρος, Epìkouros) (Samo, 341 a.C. - Atene, 271 a.C.) è stato un filosofo greco antico, discepolo di Nausifane e fondatore di una delle maggiori scuole filosofiche dell'età ellenistica e romana, l'epicureismo, che si diffuse dal IV secolo a.C. fino al II secolo d.C., quando, avversato dai Padri della Chiesa, subì un rapido declino, per essere poi rivalutato secoli dopo dall'Umanesimo del Rinascimento e dall'Illuminismo. Nato sull'isola di Samo, figlio di un maestro di scuola e di una maga, fu chiamato Epicuro (che significa "soccorritore") in onore di Apollo (questo era uno degli epiteti del dio). Frequentò la scuola di Pamfilo seguace del pensiero platonico, e successivamente quella del democriteo Nausifane a Teo, località sulle coste dell'Asia Minore. All'età di 32 anni fondò la sua scuola prima a Mitilene e a Lampsaco ed infine ad Atene nel 306. La scuola era dotata di un giardino dove i discepoli, tra i quali anche donne, come la famosa etera Leonzia e persino schiavi, seguivano le lezioni del maestro. Sebbene fosse assertore della non partecipazione alla vita sociale e politica sostenne il governo macedone. La filosofia della scuola del "giardino" era in polemica con le dottrine socratiche e platoniche, con l'aristotelismo ma anche con le scuole minori come i cinici, i megarici, i cirenaici e con lo stoicismo, l'altra grande scuola ellenistica, che stava iniziando a diffondersi proprio in quel periodo. Epicuro morì ad Atene di calcoli renali, all'età di 70 anni circa. Per Epicuro la filosofia ha in primo luogo una funzione terapeutica : "Vana è la parola del filosofo se non allevia qualche sofferenza umana", egli diceva . Una delle metafore da lui preferite per indicare l'obiettivo della vita filosofica é la quiete del mare dopo la tempesta , ma questa situazione di quiete é minacciata e impedita dalle credenze infondate che sovente si generano in noi e procurano ansie e timori: l' uomo che vive con animo sereno é paragonato a coloro che, al sicuro sulla terraferma, osservano distaccati il mare in tempesta, l'altrui pericolo. La filosofia deve dunque liberarci da queste credenze e condurci in un porto sicuro senza turbamenti. Di Epicuro ci restano tre epistole dottrinali complete riportate da Diogene Laerzio, due raccolte di aforismi, e alcuni frammenti. “Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.” scriveva in una lettera. Epicuro riprende nella fisica la teoria atomistica di Democrito e Leucippo. Quest'ultimo, secondo le affermazioni di Epicuro riportate da Diogene Laerzio, non sarebbe mai esistito, ma viene clamorosamente smentito dai suoi stessi allievi in ambito campano. Nei Papiri Ercolanensi infatti (Vol. Herc. coll. alt. VIII 58-62 fr. 1), si parla di Leucippo e gli si attribuisce la Grande cosmologia negandola a Democrito, che se ne sarebbe presa arbitrariamente la paternità. La novità introdotta da Epicuro rispetto a Leucippo sta però nel fatto che egli non considera più la forma degli atomi ma il loro peso. Questi atomi, infiniti di numero, eternamente si muovono in un vuoto a sua volta infinito. Epicuro inoltre introduce nella sua teoria il fenomeno della deviazione (parenklisis, declinazione, inclinazione) casuale che interviene nella caduta in verticale (Lettera ad Erodoto, 43) degli atomi determinandone così collisioni in base alle quali gli atomi si aggregano originando i corpi estesi. Mentre Democrito vedeva il moto degli atomi come vorticoso, per Epicuro esso si verifica per il peso degli atomi verticalmente, una sorta di pioggia di atomi sulla quale può intervenire una deviazione che interrompe il fenomeno naturale che si stava formando dando luogo ad un altro diverso effetto. Nella causalità meccanica e deterministica della natura Epicuro salva così l'elemento della casualità nella formazione degli eventi naturali. Nell'etica Epicuro riprende concettualmente l'edonismo dei Cirenaici, ma mentre per questi il piacere è dinamico (ricerca del piacere) per Epicuro è statico (eliminazione del dolore), assicurando così la salute dell'anima. Un'anima che: "è una sostanza corporea composta di sottili particelle" cioè di atomi molto mobili. Grazie a questa concezione egli libera l'uomo dalla paura della morte poiché quando questa si verifica il corpo, e con esso l'anima, ha già cessato di esistere e quindi cessa anche di provare sensazioni. Per questo motivo sarebbe stolto temere la morte come causa di sofferenza in quanto la morte è privazione di sensazioni. Inoltre egli affronta anche la questione degli dei che, secondo Epicuro, non si occupano dell'uomo in quanto vivono negli intermundia, cioè in spazi situati fra gli infiniti mondi reali, e del tutto separati da questi; essi perciò non hanno esperienza dell'uomo. Affronta quindi la questione del male rispetto agli dei e procede per gradi:
- Gli dei non vogliono il male ma non possono evitarlo (gli dei risulterebbero buoni ma impotenti, non è possibile).
- Gli dei possono evitare il male ma non vogliono (gli dei risulterebbero cattivi, non è possibile).
- Gli dei non possono e non vogliono evitare il male (gli dei sarebbero cattivi e impotenti, non è possibile).
- Gli dei possono e vogliono; ma poiché il male esiste allora gli dei esistono ma non si interessano dell'uomo.
Questa è la conclusione che Epicuro considera vera: gli dèi sono indifferenti alle vicende umane e si chiudono nella loro perfezione. Tali considerazioni di tipo fisico, cosmologico e teologico spingono Epicuro a considerare la felicità come coincidente con l'assenza di paure e timori che condizionano l'esistenza in modo negativo. Ritiene inoltre che il male derivi dai desideri che, se non appagati, generano insoddisfazione e quindi dolore. Questi possono essere artificiali e naturali (necessari e non necessari). È inoltre doveroso aggiungere che il motivo per cui Epicuro afferma che gli dèi si disinteressino dell'uomo è che essi, nella loro beatitudine e perfezione, non hanno bisogno di occuparsi degli uomini. Affermare che per gli dei sia necessario occuparsi di qualcosa, in questo caso degli uomini, significherebbe dare un limite al potere immenso degli dei, che, invece, non hanno bisogno di interessarsi della vita terrena. Epicuro ritiene che la filosofia debba diventare lo strumento, il mezzo, teorico e pratico, per raggiungere la felicità liberandosi da ogni passione irrequieta. Propone quindi un "quadrifarmaco", capace di liberare l'uomo dalle sue quattro paure fondamentali:
- Paura degli dei e della vita dopo la morte: Gli dei sono perfetti quindi, per non contaminare la loro natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali e non impartiscono loro premi o castighi.
- Paura della morte: Quando noi ci siamo ella non c'è, quando lei c'è noi non ci siamo più.
- Mancanza del piacere: Esso è facilmente raggiungibile seguendo il calcolo epicureo dei bisogni da soddisfare.
- Dolore fisico: Se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell'animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità. E i mali dell'anima? Essi sono prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali c'è la filosofia e la saggezza. Il pensiero scientifico di Epicuro presenta molti aspetti che ricordano il pensiero scientifico moderno, la cui nascita viene tradizionalmente fatta risalire a Galileo Galilei. Come prima cosa nella Lettera ad Erodoto, Epicuro sottolinea come sia importante avere un modello di riferimento, una teoria, diremmo oggi, nella quale inquadrare i fenomeni studiati, e questo è possibile solo se si "riduce il complesso della dottrina in elementi e definizioni semplici". Egli chiama questo metodo di ricerca, preliminare alla ricerca stessa, canonica, ovvero studio del canone. Il concetto di modello è effettivamente ciò che ha reso potente la scienza moderna, modello come qualcosa che si usa per spiegare la realtà, ma che non è la realtà: cioè un fenomeno può essere spiegato da un modello, ma non è il modello, anzi, un fenomeno può anche essere spiegato con modelli diversi, la cosa importante è che i diversi modelli siano in accordo con i dati sperimentali. Dice Epicuro nella Lettera a Pitocle: "non bisogna infatti ragionare sulla natura per enunciati privi di riscontro oggettivo e formulazione di principi teorici, ma in base a ciò che l'esperienza sensibile richiede": la base della scienza sperimentale. 

Dal 301 a.C. - Inizia l'Età ellenistica, periodo che va dalla morte di Alessandro Magno fino alla riduzione della Grecia a provincia romana, nel 146 a.C. Trionfo di cultura e civiltà greche. Si hanno tre grandi dinastie fondate dai generali di Alessandro.
- I Tolomei in Egitto,
- i Seleucidi in Siria e Mesopotamia e
- gli Antigonidi in Macedonia. Le aristocrazie urbane utilizzavano il greco come lingua. Si fondano nuove città: Pergamo in Asia Minore, Alessandria in Egitto, Antiochia in Siria. Si ha una fioritura culturale. Scienziati: Euclide, Archimede, Apollonio di Perga, Aristarco di Samo, Eratostene, Ipparco, Erone. Filosofi: Epicuro, Zenone. Poeti: Callimaco, Apollonio Rodio, Teocrito.

Nel 300 a.C. - Ad Atene, Zenone di Cizio fonda la sua Scuola Stoica.
Zenone di Cizio.
Quella dello stoicismo è una corrente filosofica e spirituale fondata intorno al 300 a.C. ad Atene da Zenone di Cizio (335 - 263 a.C.), con un forte orientamento etico. Lo stoicismo prende il nome dalla Stoà Pecile:
la Stoà Pecile (in greco ἡ ποικίλη στοά) o Portico dipinto, originariamente chiamata «Portico di Peisianatte», fu eretta nella prima metà del V secolo a.C. nell'agorà di Atene, e Zenone di Cizio era solito esporre e discutere le proprie idee con i suoi discepoli sotto tale portico dipinto. Lo stoicismo propone un percorso individuale da cui scaturisce la capacità del saggio di disfarsi delle idee e dei condizionamenti che la società in cui vive gli ha impresso. Lo stoico tuttavia non disprezza la compagnia degli altri uomini e l'aiuto ai più bisognosi è una pratica raccomandata. La fase originaria di tale scuola di pensiero è detta Stoicismo antico. Lo stoicismo fu abbracciato da numerosi filosofi e uomini di stato, sia greci che romani, fondendosi presso quest'ultimi con le tradizionali virtù romane di dignità e portamento. Il disprezzo per le ricchezze e la gloria mondana la resero una filosofia adottata sia da imperatori (come Marco Aurelio, autore dei Colloqui con se stesso) che da schiavi (come il liberto Epitteto). Cleante, Crisippo, Seneca, Catone, Anneo Cornuto e Persio furono importanti personalità della scuola stoica, alla quale si ispirò anche Cicerone. A partire dall'introduzione di questa dottrina a Roma da parte di Panezio di Rodi, ha inizio il periodo dello Stoicismo medio. Si differenzia dal precedente per il suo carattere eclettico, in quanto influenzato sia dal platonismo che dall'aristotelismo e dall'epicureismo. Infine, abbiamo il cosiddetto Stoicismo nuovo o romano, che abbandona la tendenza eclettica cercando di tornare alle origini. Il seguente schema mostra lo sviluppo cronologico delle varie fasi dello stoicismo e i personaggi più rappresentativi di ognuna di esse:
- Antico (III a.C.-II a.C.): Zenone di Cizio, Cleante, Crisippo.
- Medio (II secolo-I a.C.): Panezio, Posidonio, Cicerone (parzialmente).
- Nuovo o romano (I d.C.-III d.C.): Seneca, Epitteto, Marco Aurelio.
Gli stoici dividevano la filosofia in tre discipline: la logica, che si occupa del procedimento del conoscere; la fisica, che si occupa dell'oggetto del conoscere; l'etica, che si occupa della condotta conforme alla natura razionale dell'oggetto. Essi portavano un esempio: la logica è il recinto che delimita il terreno, la fisica l'albero e l'etica è il frutto.

- Sempre nel 300 a.C. la scuola matematica di Alessandria, in Egitto, che ha in Euclide il suo massimo esponente, studia la leva, il sifone, la vite e la carrucola. Euclide visse all'incirca dal 325 al 265 in Alessandria. Il suo capolavoro sono i tredici libri degli Elementi, il culmine della geometria classica, una delle opere più studiate della storia del pensiero. Ne sono state stampate più di 1000 edizioni. La quasi totalità della geometria che ancora oggi viene appresa nelle scuole superiori di tutto il mondo è di origine euclidea.
Negli Elementi la geometria della sfera è poco trattata. L'opera propriamente astronomica lasciataci da Euclide ha per titolo Fenomeni. In essa, tramite diciotto teoremi, sono trattati gli aspetti fondamentali dell'astronomia.

Nel 298 a.C. - Terza guerra sannitica (298-290 a.C.). Nel 298 a.C. i Lucani, il cui territorio era fatto oggetto di saccheggi da parte dei Sanniti, inviarono ambasciatori a Roma, per chiederne la protezione. Roma accettò l'alleanza con i Lucani, e dichiarò guerra ai Sanniti. Il console Gneo Fulvio Massimo Centumalo cui era toccata la campagna contro i Sanniti, guidò i romani alla presa di Boviano e di Aufidena. Tornato a Roma, Gneo ottenne il trionfo. Nel 297 a.C., al comando dei consoli Quinto Fabio Massimo Rulliano e Publio Decio Mure, gli eserciti romani sonfissero un esercito di Apuli vicino a Maleventum, impedendo che questi si potessero unire agli alleati Sanniti, e uno Sannita nei pressi di Tifernum. L'anno seguente, il 296 a.C.,le operazioni si spostarono in Etruria, dove i Sanniti si erano recati per ottenere l'alleanza degli Etruschi; ma i romani sconfissero l'esercito Etrusco-Sannita. Nel 295 a.C. i Romani dovettero fronteggiare una coalizione nemica composta da 4 popoli: Sanniti, Etruschi, Galli ed Umbri, nella Battaglia di Sentino. Seppure nello scontro fu ucciso il console plebeo Publio Decio Mure, alla fine le schiere romane riportarono una completa vittoria. Sempre quell'anno Lucio Volumnio Flamma Violente, con poteri proconsolari, sconfisse i Sanniti nei pressi di Triferno, e successivamente, raggiunto dalle forze guidate dal proconsole Appio Claudio, sconfisse le forze sannite, fuggite dalla battaglia di Sentino, nei pressi di Caiazia. Nel 294 a.C., mentre l'esercito romano otteneva importanti vittorie sugli Etruschi, costringendoli a chiedere la pace, fu combattuta una sanguinosa ed incerta battaglia davanti alla città di Luceria, durata due giorni, alla fine dei quali i romani risultarono vincitori, ma la battaglia decisiva fu combattuta nel 293, quando i romani sconfissero i Sanniti nella battaglia di Aquilonia. Da Aquilonia, dove aveva combattuto la Legio Linteata, alcuni Sanniti superstiti si rifugiarono a Bovianum da dove riorganizzatisi condussero una resistenza disperata che durò fino al 290, con l'ultima, durissima campagna condotta dai consoli Manio Curio Dentato e Publio Cornelio Rufino. Con la vittoria sui Sanniti, i Romani conquistarono una posizione egemonica in tutto il centro sud, imponevano alle altre, ancora forti popolazioni italiche, le loro decisioni in politica estera, le riducevano a fornire contingenti di truppe e a finanziare campagne militari; Roma conquistava il potere che l'avrebbe condotta a scontrarsi nel giro di un secolo prima con Pirro e poi con Cartagine. Nell'ambito della terza guerra sannitica, i Galli Senoni dell'Italia settentrionale si allearono con gli Umbri, gli Etruschi e i Sanniti contro Roma. La coalizione, inizialmente vincitrice (con la presa di Arezzo), venne in seguito sconfitta dai Romani nella battaglia di Sentino. E ciò permise a Roma l'istituzione dell'Ager Gallicus e la fondazione della sua colonia a Sena Gallica, che ancora conserva, nel moderno toponimo di Senigallia, la duplice memoria dell'etnonimo e dell'origine di quel popolo celtico. Nel 283 a.C., si concludeva questa fase del conflitto celto-romano, dove Roma riusciva a occupare tutti i territori a sud degli Appennini, battendo ancora i Senoni nella battaglia del lago Vadimone, combattuta contro una coalizione celto-etrusca.

Nel 280 a.C. - L'alessandrino Aristarco di Samo elabora l'ipotesi di un sistema solare eliocentrico. 
Aristarco di Samo in un dipinto del 1646
Secondo Vitruvio, Aristarco fu l’inventore di un tipo di orologio solare, la scafa. A lui è riconosciuto il merito di essere stato il primo aperto sostenitore del moto della Terra sul suo asse e del moto della stessa attorno al Sole. A lui è dovuta la prima formulazione dell’ipotesi eliocentrica. Altro motivo di enorme popolarità di cui gode Aristarco (presso i moderni) è che una sua opera "Delle dimensioni e distanze di Sole e Luna" sia giunta fino a noi. La migliore testimonianza dell’attribuzione ad Aristarco della ipotesi eliocentrica ci viene dall'"Arenario" di Archimede, che visse in epoca abbastanza prossima ad Aristarco. Archimede dice chiaramente nell’Arenario che Aristarco riteneva che la Terra si muovesse intorno al Sole in un cerchio e che la ragione per la quale tale moto non si manifestava con una parallasse annua delle stelle fisse era dovuta al fatto che queste si trovavano a distanze enormemente maggiori del diametro dell’orbita terrestre. Purtroppo queste idee causarono ad Aristarco non poca avversione tra i contemporanei. Si dice (Plutarco) che il filosofo stoico Cleante di Asso abbia auspicato che Aristarco venisse condannato per empietà.

Carta geografica della Gallia Cisalpina.
Popolazioni Liguri, Etrusche, Celtoliguri
(Celto-Ligi) e Celtiche nel Centro-Nord
italico attorno al 300 a.C.
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Nel 272 a.C. - Roma completa la conquista dell'Italia centrale e meridionale, lasciando il nord a Liguri, Celti e Veneti: la Gallia Cisalpina. I Romani fissano i confini settentrionali nei fiumi Magra e Rubicone, dopo anni di guerre contro Volsci, Equi, Sanniti ecc.
Va detto che non è una conquista da esercito invasore, la politica romana del periodo repubblicano è stata quella dell'integrazione.
Cartina della penisola italica nel 272
a.C. con l'estensione dei territori della
Repubblica di Roma in rosso, e il limite
settentrionale fissato dai fiumi Magra
e Rubicone. In blu sono segnalati i
territori controllati da Cartagine.
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Le colonie degli italici e dei greci italioti (i Socii, "alleati") avevano dei patti con Roma: in cambio dell'autonomia locale, fornivano contingenti militari a Roma. Si verificava così che nelle legioni romane, gli ausiliari (perlopiù italici, poiché gli alleati greci fornivano navi e marinai) erano in maggior numero che i  romani. Inoltre la frequentazione delle legioni imponeva la conoscenza del latino, anche scritto (alcuni ordini erano trasmessi per iscritto). Addirittura negli accampamenti fortificati delle legioni, il console, che era il comandante supremo, era vicino agli alloggi degli alleati, e quindi protetto dalle eventuali trame o tradimenti che i romani avrebbero potuto intentare. Nei territori di confine i romani fondavano colonie che presidiavano il territorio, conferendo agli abitanti la cittadinanza romana. Le colonie latine formate da cittadini romani invece, perdevano la cittadinanza romana, per assumere lo status di alleati.

Cartina della prima e seconda guerra punica con eventi,
percorsi di Annibale e di Scipione nella seconda guerra
punica e le battaglie. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 264 a.C. - Inizia la prima guerra punica fra Roma e Cartagine: si concluderà con la vittoria di Roma nel 241 a.C. e con il suo controllo sulla Sicilia. Il destino dei Galli cisalpini si decise allorquando questi ultimi legarono la propria sorte allo svolgimento dei conflitti punici che videro Roma opporsi alla nascente potenza militare di Cartagine. I Celti si schierarono con quest'ultima fin dal 263.

Le popolazioni Sarmatiche erano suddivise in:
Roxolani, i quali si insediarono nei territori occupati dagli Sciti a nord e a nord ovest del Mar Nero (tra il III secolo a.C. e il II d.C.) e con essi, in un primo momento, stabilirono un rapporto di alleanza. Quando questo rapporto venne meno i Sarmati conquistarono i territori degli Sciti assoggettando la popolazione al loro potere.
Iazigi, i quali si insediarono nei territori a ovest dei Daci, a sud dei Germani e sia a est sia a nord del Danubio tra il III secolo a.C. e il II d.C.
Aorsi, dei quali si sa poco: è probabile che si fossero stanziati nei pressi del regno del Bosforo a sud-est degli Alani.
Alani, i quali si insediarono ad est del Mar Nero a nord del Caucaso e degli Aorsi e qui ci vengono descritti dai Romani come allevatori di cavalli. Furono la popolazione Sarmatica di più lunga durata, in parte si convertirono al cristianesimo ortodosso nel IX secolo, combatterono contro i Mongoli prima, e accanto ad essi poi (una serie di tombe, forse di guerrieri Alani cristiani è stata rinvenuta in una necropoli mongola in Corea); gli Alani rimasti si stabilirono sul caucaso occidentale, dove subirono una più o meno forte influenza turca ed islamica nel XIV-XVII secolo, e poi un processo di parziale russificazione tra il tardo '700 e i giorni nostri. Attualmente sono noti come Osseti.

Nel 249 a.C. - I Celti Boi chiamarono in soccorso i Galli transalpini, innescando una nuova crisi che si concluderà nel 225 a.C., l'anno in cui si registra l'ultima invasione gallica dell'Italia. Quell'anno, infatti, cinquantamila fanti e venticinquemila cavalieri Celti varcarono le Alpi in aiuto dei Galli cisalpini (si trattava di una coalizione di Celti Insubri, Boi e Gesati), e se prima riuscirono a battere i Romani presso Fiesole, vennero poi sconfitti e massacrati dalle armate romane nella battaglia di Talamone (a nord di Orbetello), spianando così a Roma la strada per la conquista della pianura padana.

Eratostene di Cirene.
Nel 240 a.C. Eratostene, che nacque a Cirene, la Bengasi dell’odierna Libia, nel 276 e visse fino al 194 a.C., dopo essere stato tutore del figlio del re d’Egitto, venne nominato a dirigere la Biblioteca di Alessandria, che veniva chiamata Mouseion, essendo appunto il tempio delle muse. I commentatori moderni hanno espresso il loro stupore per il fatto che il suo ingegno sembra non aver goduto presso i suoi contemporanei la fama che oggi invece gli viene riconosciuta (uno dei suoi soprannomi era Beta, e un altro sembra sia stato Pentathlos, con riferimento a quegli atleti che si distinguono in diverse specialità, senza primeggiare in una in particolare). 

Carta geografica del III sec. a.C. con le
diversificazioni, in Europa e Anatolia,
delle genti Celtiche e la loro fusione
con genti già stanziate in quei territori:
Celtiberi, CeltoLiguri o CeltoLigi.
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Dal 225 a.C. - Con gli scontri di Talamone (225 a.C.) e di Clastidium (Casteggio, 222 a.C.) il sogno della grande Gallia Cisalpina unita nel dominio celtico, terminò  definitivamente. A Talamone, una coalizione di Celti Insubri, Gesati, Boi e Taurini si immolarono in una gloriosa ma inutile resistenza, troppo presi dal loro ardore per contrastare la gelida efficienza bellica romana. Per la prima volta l'esercito romano poteva spingersi oltre il Po, dilagando in Gallia Transpadana: la battaglia di Clastidio (l'odierna Casteggio), nel 222 a.C., valse a Roma la presa della capitale insubre di Mediolanum (Milano). Per consolidare il proprio dominio Roma creò le colonie di Placentia, nel territorio dei Boi, e Cremona in quello degli Insubri. Il destino dei Galli cisalpini si era deciso allorquando legarono la propria sorte allo svolgimento dei conflitti punici che videro Roma opporsi alla nascente potenza militare di Cartagine. I Celti si schierarono con quest'ultima fin dal 263, contribuendo in modo determinante all'impresa di Annibale iniziata nel 221 con la campagna di Spagna e culminata nel 218 con la battaglia di Canne.
Carta geografica con l'incursione a Telamon (Talamone) da
parte delle popolazioni Celte e Celto-liguri degli Insubri,
Gesati, Boi e Taurini che furono sconfitti nel 225 a.C. dai
Romani.  Clicca l'immagine per ingrandirla.
Già dal 243 i Celti della Pianura Padana avevano cercato, forse per una sorte di premonizione, l'appoggio dei fratelli d'oltralpe nel tentativo di opporsi in modo solidale alla minaccia espansionistica romana. Le soliti liti e faide interne impedirono che l'alleanza si realizzasse.
Con gli scontri di Talamone ( 225 a.C.) e di Clastidium ( Casteggio, 222 a.C.), il sogno della grande Gallia Cisalpina unita, terminò definitivamente. A Talamone, una coalizione di Insubri, Gesati, Boi e Taurini si immolarono in una gloriosa ma inutile resistenza, troppo presi dal loro ardore per contrastare la gelida efficienza bellica romana. Poco dopo, a Casteggio, i romani completarono l'opera infliggendo un ennesima cocente sconfitta ai Celti, arrivando fino alle porte di Mediolanum (Milano) e costringendo gli Insubri a tentare una resistenza disperata fuggendo sulle montagne, per non perire assieme alla loro capitale. Finiva così un'epoca che aveva visto fronteggiarsi fieramente in Italia, per duecento anni, Celti e Romani. Piegati i Celti del nord, della Gallia Cisalpina, i romani si dedicarono alla disfatta ed all'annientamento di quella che era considerata la più potente fra le nazioni celtiche stanziate al disotto del fiume Po, i Boi. Prima di allora tutta la Valle e pianura Padana, erano chiamate di stessi romani "Gallia Cisalpina", sotto le Alpi, il resto del territorio era "Italia". 

Nel 220 a.C. - Archimede scopre le leggi di galleggiamento dei corpi immersi nell'acqua.
Archimede.
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Archimede, nato a Siracusa intorno al 290 a.C. e morto nella stessa città in seguito al saccheggio della stessa nel 212 a.C. da parte dell’esercito romano, fu probabilmente il primo ingegnere della storia, l'arguto matematico che determinò come calcolare il volume della sfera e fu autore anche di un’opera astronomica, oggi perduta, sulla costruzione della sfera, nella quale erano dati i principi per la costruzione delle sfere armillari che venivano utilizzate sia come strumenti didattici per l’insegnamento dell’astronomia, che come veri e propri strumenti per osservazioni astronomiche (misurazione di coordinate stellari, notoriamente le longitudini e le latitudini). Sappiamo ciò da Cicerone, che nel secolo I a.C. scrisse di due "sfere", costruite da Archimede, che erano state portate a Roma dal console Marcello come parte del bottino in seguito alla conquista della città di Siracusa, nel 212 a.C. Cicerone dice che una delle sfere era solida e portava dipinte le stelle. Essa venne posta nel tempio della Virtù. Tali sfere solide erano sicuramente precedenti il tempo di Archimede di alcuni secoli. Cicerone dice (non si sa su quali basi) che alcune erano state costruite da Talete ed Eudosso. La seconda sfera se la tenne Marcello, quale bottino personale. Si trattava di una struttura molto più complessa, un modello meccanico di planetario, che mostrava i moti di Sole, Luna, pianeti, così come venivano visti dalla Terra. Cicerone scrive che Archimede doveva essere uomo di grande ingegno per aver prodotto un'opera simile. Altri scrittori classici confermano questa testimonianza di Cicerone.

Apollonio di Perga.
- In quei tempi visse anche Apollonio di Perga, dal 262 al 190 a.C. circa. Era noto nell’antichità come “il grande geometra”. Ebbe una grande influenza sullo sviluppo della matematica, specialmente per la sua opera più famosa, "Le coniche", in cui introdusse termini matematici quali ellisse, parabola, iperbole, che continuano ad essere usati. Degli otto libri di cui era costituita l’opera, i primi quattro dell’edizione greca sono giunti fino a noi (naturalmente attraverso copie), mentre di una traduzione araba ci sono pervenuti i primi sette. Si ritiene generalmente che la maggior parte delle nozioni contenute nei primi quattro libri fosse nota ad alcuni predecessori di Apollonio, tra cui Euclide. I contributi originali di Apollonio si hanno nei rimanenti libri. Pappo dà alcune indicazioni sui contenuti di altre sei opere di Apollonio, sempre di argomenti matematici e geometrici. Ma ad Apollonio è attribuito il merito di avere fatto conseguire notevoli progressi all’astronomia matematica. Tolomeo dice nell’Almagesto che Apollonio introdusse le costruzioni geometriche degli epicicli e degli eccentri per spiegare le anomalie dei moti planetari. Secondo la terminologia introdotta dai matematici greci, si usavano le parole anomalia o anche inegualità per indicare qualunque irregolarità nei moti dei corpi celesti, rispetto al consacrato moto angolare uniforme e circolare. La scoperta dell’anomalia solare risale talmente indietro nel tempo che è impossibile datare la sua scoperta. E‘ difficile pensare che uomini della levatura di Talete o di Anassimandro non abbiano meditato su di essa. Quanto ai Pitagorici, non ci sarebbe da meravigliarsi se, inorriditi, l’abbiano semplicemente rimossa. Quando l’evidenza delle osservazioni mostrò inequivocabilmente che anche per i pianeti si aveva un’anomalia, venne d’uso attribuirle il nome di anomalia zodiacale (velocità angolari diverse manifestate da Sole e pianeti in diverse parti  dello zodiaco). Constatando che i pianeti manifestavano una anomalia tutta loro particolare (le retrogradazioni), a quest'altra irregolarità si attribuì il termine di seconda anomalia (e di conseguenza venne chiamata talvolta prima anomalia l’anomalia zodiacale).

Cartina della seconda guerra punica
 con itinerari e date di Annibale e
Asdrubale e le principali battaglie.
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Nel 218 a.C. Seconda guerra punica fra Roma e Cartagine, con l'invasione dell'Italia da parte di Annibale Barca, figlio di Amilcare Barca, che era stato il comandante supremo dell'esercito cartaginese.
Annibale, della famiglia Barca (Barca in cartaginese significa "folgore"), che valicò con esercito ed elefanti le Alpi occidentali per cogliere Roma alle spalle. Probabilmente gli elefanti morirono quasi tutti nell'attraversamento delle Alpi. Annibale, disponendo di pochi uomini rispetto ai romani e alleati, contava probabilmente sulla sollevazione di numerosi alleati di Roma contro Roma stessa, infatti i Celti si allearono a lui, e così fece Capua, che fu poi punita con la distruzione. Invece, anche popolazioni da poco romanizzate, che potevano covare rancori, come i Sanniti, tennero fede all'alleanza: l'integrazione aveva dati quindi ai romani buoni frutti, e probabilmente vantaggi agli alleati.
Annibale Barca
(Barca in  cartaginese
significava  Folgore)
Antica bireme Romana con rostro.
Il conflitto si concluderà dopo molti anni con la vittoria di Scipione a Zama, nel 201 a.C. Si dirà poi che Annibale ha vinto tutte le battaglie ma ha perso la guerra. Annibale Barca (Cartagine, 247 a.C. - Libyssa, 183 a.C.) condottiero e politico cartaginese, marciando dalla Spagna, attraverso i Pirenei, la Provenza e le Alpi, scese in Italia, dove sconfisse le legioni romane in quattro battaglie principali:
- battaglia del Ticino (218 a.C.),  
- battaglia della Trebbia (218 a.C.),  
- battaglia del Lago Trasimeno (217 a.C.),
- battaglia di Canne (216 a.C.) e in altri scontri minori.
Cartina della prima e seconda guerra punica con gli itinerari di Annibale,
 Asdrubale e Magone, Gneo e Publio Scipione e le principali battaglie,
anche in Spagna. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Dopo la battaglia di Canne i Romani rifiutarono lo scontro diretto e gradualmente riconquistarono i territori del sud Italia di cui avevano perso il controllo. La Seconda guerra punica terminò con l'attacco romano a Cartagine, che costrinse Annibale al ritorno in Africa nel 204 a.C. dove fu definitivamente sconfitto nella Battaglia di Zama, nel 202 a.C.
Dopo la fine della guerra, Annibale guidò Cartagine per parecchi anni cercando di ripararne le devastazioni, fino a quando i Romani non lo forzarono all'esilio nel 195 a.C. Annibale si rifugiò quindi dal re seleucide Antioco III in Siria dove continuò a propugnare guerre contro Roma. Nel 189 a.C. Antioco III fu sconfitto dai Romani e Annibale dovette ricominciare la fuga, questa volta presso il re Prusia I in Bitinia. Quando i Romani chiesero a Prusia la sua consegna, Annibale preferì suicidarsi; era il 182 a.C. Annibale è considerato uno dei più grandi generali della storia. Polibio, suo contemporaneo, lo paragonava a Publio Cornelio Scipione Africano; altri lo hanno accostato ad Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone.

- I Celti dell'Italia settentrionale si erano nuovamente contrapposti a Roma in seguito alla discesa di Annibale. Come alleati del condottiero cartaginese furono fondamentali per le sue vittorie al Trasimeno (217 a.C.) e a Canne (216 a.C.). I Boi riuscirono, inoltre, a battere i Romani nell'agguato della Selva Litana. Dopo la sconfitta di Annibale a Zama (202 a.C.), vennero definitivamente sottomessi da Roma, quando risultarono vittoriosi nella battaglia di Cremona, nel 200 a.C., e in quella di Mutina (Modena), nel 194 a.C.

Cartina con i territori soggetti alla
Repubblica di Roma nel 201 a.C. e le
conquiste fatte fino al 146 a.C.
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Nel 206 a.C. -  Roma conquista l'Hispania (l'attuale Spagna centrale e Portogallo). Espulsi i Cartaginesi dalla Spagna nel corso della seconda guerra punica, Roma vi fonda la nuova provincia e inizia una lenta occupazione della penisola, che si prolunga per buona parte del II secolo a.C. Le province iberiche vengono interessate da una serie di rivolte e azioni di conquista, che comportarono frequentemente l'invio di eserciti guidati dai consoli. Nei primi decenni dell'occupazione infatti i romani si trovarono di fronte alla guerriglia scatenata dal capo lusitano Viriato, che culmina con la presa della città celtibera di Numanzia (133 a.C.).

Nel 201 a.C. - Con la vittoria di Scipione, detto poi l'Africano, a Zama, termina con la vittoria di Roma la seconda Guerra Punica.

Nel 200 a.C. - Dalla Siria giunge nel mondo romano la tecnica della soffiatura del vetro.

- A Pergamo, nella penisola anatolica, l'attuale Turchia, inizia la fabbricazione della pergamena. 

- In quei tempi i Venedi-Sclavini commerciano con la Gallia, la Pannonia, le province romane occidentali e alcuni centri del mar Nero. Che l'aristocrazia tribale dei Venedi-Sclavini (popolazione di Slavi) fosse molto ricca, è documentato dal corredo funerario (vedi il sepolcreto di Vymysl nella Posnania).

- All'indomani della vittoria nella seconda guerra punica, Roma procedette alla definitiva sottomissione della pianura padana, che aprì un territorio vasto e fertile agli emigranti originari dell'Italia centrale e meridionale. Pochi decenni dopo, lo storico greco Polibio poteva già personalmente testimoniare la rarefazione dei Celti in pianura padana, espulsi dalla regione o confinati in alcune limitate aree subalpine. L'avanzata romana continuò anche nella parte nord-orientale con la fondazione della colonia di Aquileia nel 181 a.C., come ci raccontano gli autori antichi, nel territorio degli antichi Carni.

Nel 187 a.C. - Il console Mario Emilio Lepido fa costruire l’antica Via Emilia, che unisce la colonia di Placentia (Piacenza) ad Ariminum (Rimini), e darà il nome alla regione.

Carta di Macedonia, Grecia e Ionia nel
II secolo a.C. con i vari regni e regioni
durante le guerre nell'Egeo.
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Nel 168 a.C. - Con la vittoria di Paolo Emilio a Pidna, Roma conquista la Macedonia. Dopo la morte di Alessandro, nelle vicende politiche greche non si hanno altro che guerre tra città. Durante la sua ascesa, la Roma repubblicana dovette impegnarsi in ben tre guerre contro la Macedonia. L'esercito macedone, sotto la guida del re Perseo, subì la sconfitta definitiva nella battaglia di Pidna per opera del console Lucio Emilio Paolo nel 168 a.C., e nel 146 a.C. la Macedonia divenne povincia romana. Nello stesso anno, con la distruzione di Corinto, anche la Grecia venne inclusa nella provincia di Macedonia. Malgrado un regime particolarmente liberale accordato alla Grecia, molte città greche sostennero Mitridate VI, re del Ponto, nella sua campagna contro Roma, ma il generale romano Lucio Cornelio Silla costrinse Mitridate a fuggire e domò severamente la rivolta greca. L'imperatore Augusto fece della Grecia provincia senatoria, dandole il nome di Acaia.
L'imperatore Adriano intraprese una imponente attività edilizia di ricostrzione di Atene e di altre città greche.
Dall'anno 212, l'imperatore Caracalla concesse a tutti gli abitanti dell'Ellade, come a tutti gli altri provinciali, la cittadinanza romana. I Romani hanno dominato gli Illirici dal 168 a.c. fino alla caduta dell'impero. Sotto i romani, le arti e la cultura fiorirono, particolarmente a Apolonia, la cui scuola filosofica si sviluppò notevolmnte. Qui studiarono, tra altri, il grande oratore romano Cicerone. La lingua e la cultura latine hanno influenzato fortemente gli Illiri, e comunque quelli che vivevano nelle terre albanesi di oggi riuscirono a conservare la loro lingua ed abitudini, anche se presero in prestito molte parole latine, che fanno parte oggi del lessico albanese.

Nel 149 a.C. - Inizia la terza guerra punica che si concluderà tre anni dopo con la vittoria di Roma e la distruzione di Cartagine.

Nel 146 a.C. - I Romani conquistano e saccheggiano Corinto, e la Grecia diventa provincia di Roma. 
Carta delle isole Cicladi con
Delos, considerata sacra poiché
vi era nato il dio Apollo.
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Con la conquista romana della Grecia, si afferma un fiorente mercato di schiavi a Delo (Delos in greco), già sede della lega delio-attica capeggiata da Atene, stipulata nel 478 a.C, poiché Roma la elegge porto franco, esente da tasse, a discapito di Rodi, che lo era stata prima, ex alleata punita da Roma per non averla sostenuta nel conflitto contro la Macedonia. Questo mercato è di rilievo mediterraneo, tanto che mediamente si vendono 10.000 schiavi al giorno, ottenuti perlopiù con incursioni piratesche. Gli italici e i romani hanno una posizione preponderante fra gli acquirenti di schiavi, e procurano così la manodopera per la coltivazione nei terreni in Italia. Avviene così che mentre in Italia gli italici, alleati di Roma, non hanno i diritti della cittadinanza romana ma i doveri dei "soci", con  fornitura di contingenti militari a Roma senza godere dei proventi delle conquiste. All'estero sono considerati romani: vestono la toga, parlano latino, e anche questo favorisce quell'"autoromanizzazione" che, svilita dalla mancata concessione della cittadinanza romana, sfocerà nelle Guerre Sociali.

Nel 140 a.C. - Il greco Ipparco determina con una certa precisione la distanza fra Terra e Sole.
Ipparco di Nicea.
Ad Ipparco ci si riferisce generalmente con l’appellativo di Nicea, perché si ritiene che abbia avuto i natali in quella località della odierna Turchia, prossima al Mar di Marmara, nella regione allora chiamata Bitinia, intorno al 190 a.C. La solidità della fama di cui godette nell’antichità è testimoniata da monete coniate sotto i regni di diversi imperatori romani. Queste monete portano sul diritto l’immagine di imperatori romani, quali Alessandro Severo (222 - 235 d.C.) e sul rovescio quella di un uomo che regge un globo e la scritta “Ipparco di Nicea”. Anche della sua vita si hanno pochissime notizie. Sembrano sicure quelle riferentesi a sue osservazioni astronomiche eseguite in Bitinia, nell’isola di Rodi e ad Alessandria. Soltanto una delle sue opere ci è giunta: il Commentario su Arato ed Eudosso, che non è certamente tra le sue più importanti.

- E' in questi anni che in Grecia si costruisce il "meccanismo di Antikythera".
Grecia e isole greche con
l'ubicazione di Antikythera.
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Antikythera è il nome di una piccola isola greca del Mar Ionio. Antikythera, Ante Kythera, l’isola di fronte a Kythera, oggi conta soltanto 44 abitanti su una superficie di 20 km2. Ben pochi conoscerebbero il suo nome se non fosse collegato al luogo in cui, cent’anni fa, venne ritrovato il più antico calcolatore della storia dell’uomo. Furono alcuni pescatori di spugne a ritrovare il relitto di un antico veliero che trasportava un carico di oggetti preziosi, statue, vasi di pregevole fattura e monete d’argento. Cercavano riparo sull’isola, sorpresi in mare da una violenta tempesta. La nave proveniva da Pergamo, la città sulla costa dell’Asia Minore, ed era diretta a Roma che in quel periodo ammirava l’arte, la filosofia e la tecnologia dei greci. A bordo della nave venne ricuperato un misterioso oggetto in bronzo, difficile da decifrare per le incrostazioni che lo ricoprivano: la Macchina di Antikythera. 
La Macchina di Antikythera.
Accurate analisi del reperto ne fecero risalire, con certezza, la costruzione al 150 – 100 a. C. Sotto le incrostazioni vennero scoperti complicati ingranaggi e grazie a diversi frammenti dell’oggetto fu possibile tentarne una ricostruzione. Era costituito da una trentina di ruote dentate in bronzo e riportava in superficie circa 2.000 caratteri, con le indicazioni relative al funzionamento del meccanismo. Oggi è conservato nella collezione di bronzi del Museo archeologico nazionale di Atene. Diverse, accurate indagini hanno permesso di chiarire le funzioni del meccanismo che veniva usato nell’Antica Grecia per svolgere complicati calcoli astronomici. Serviva per calcolare il movimento del Sole, della Luna nello Zodiaco e probabilmente anche i movimenti dei cinque pianeti allora conosciuti, oltre a calcolare le date delle future eclissi di Sole e di Luna. Gli scienziati ritengono che questo meccanismo abbia per la storia della tecnologia la stessa importanza che l’Acropoli ha per la storia dell’architettura. La tecnica usata per la sua costruzione è simile a quella che sarà usata soltanto mille anni più tardi, nell’Europa medioevale, per la costruzione degli orologi astronomici. Uno degli studi più approfonditi venne svolto dallo storico della scienza inglese Derek de Solla Price, che nel 1951 iniziò ad analizzare la macchina. Dopo vent’anni di ricerca Price riuscì a scoprire, almeno in parte, il funzionamento originario. Tutto il meccanismo era racchiuso in una scatola di circa 30 cm di altezza, 15 di larghezza e 7,5 di profondità ed era costruito attorno ad un asse centrale. Quando questo asse girava, entrava in funzione un sistema di alberi e di ingranaggi che faceva muovere delle probabili lancette a diverse velocità, intorno ad una serie di quadranti. I frammenti mancanti impedirono a Price di comprendere il completo funzionamento del meccanismo. Di grande importanza è stata comunque la sua scoperta di un rapporto 254 a 19 fra le ruote. Questo lo portò a collegare il meccanismo con il moto della Luna rispetto al Sole: infatti, la Luna compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari. Price propose anche un primo modello della macchina che poi donò al Museo archeologico nazionale di Atene, dov’è attualmente esposta. Negli ultimi anni un gruppo multidisciplinare di ricercatori britannici, greci e statunitensi, l’Antikythera Mechanism Research Project, ha potuto approfondire ulteriormente l’analisi del meccanismo, grazie a nuovi frammenti ritrovati alcuni anni fa, usando tecnologie molto più moderne di quelle su cui poteva contare Price, dalla tomografia computerizzata alla rielaborazione digitale, ad alta risoluzione, della superficie.
Modello del meccanismo
di Antikythera.
Ora, alla fine del 2008, è arrivata la notizia della ricostruzione completa dell’antico apparecchio, curata da Michael Wright, un ingegnere del Museo delle Scienze di Londra. E’ una copia esatta del’originale, con le stesse dimensioni e gli stessi materiali. Il nuovo modello è contenuto in una scatola di legno poco più piccola di una scatola da scarpe. Di fronte ci sono due quadranti sovrapposti che riportano lo zodiaco e i giorni dell’anno. Punte di metallo indicano la posizione del Sole, della Luna e dei cinque pianeti. Il quadrante superiore, spiega Wright, rappresenta il ciclo Metonico, cioè il ciclo dei 19 anni. In questo modo è possibile mantenere un calendario sincronizzato sia al corso del sole, sia a quello della luna. Il quadrante inferiore è stato diviso invece in 223 parti con riferimento al cosiddetto ciclo di Saros, usato per prevedere le eclissi. La Macchina di Antikythera conferma l’alto livello tecnologico raggiunto dalla Grecia nel secondo secolo a. C. E non c’è bisogno di scomodare gli extraterrestri per spiegare la presenza, in quel periodo, di una macchina così raffinata. Non ci sono misteri da chiarire. Si tratta soltanto di una prova ulteriore dei danni irreparabili provocati da chi, nei secoli più oscuri della nostra storia, tentò di cancellare il pensiero greco, distruggendone le più preziose testimonianze.

Il Regno di Pergamo nel 133 a.C.
Nel 133 a.C. - Roma riceve in eredità da Attalo il Regno di Pergamo, in Asia Minore.

- Nelle province romana d'Hiberia, la guerriglia scatenata dal capo lusitano Viriato culmina con la presa della città celtibera di Numanzia nel 133 a.C.. Solo al termine di tali eventi bellici (a cavallo fra la fine del II e i primi anni del I secolo a.C.), che successivamente si salderanno con le guerre civili della tarda età repubblicana, combattute in parte in Iberia, il potere romano sulle due province poté considerarsi pienamente consolidato (anche se si estenderà a tutta la penisola solo dopo l'assoggettamento dei Cantabri in età augustea).
Le province iberiche romane con gli
anni delle conquiste da: https://
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L'occupazione romana culmina con la creazione delle province hispaniche. Il nome deriva dal termine di probabile origine punica Hispania o Ispania, che significa terra di conigli. Appare in letteratura e in storiografia fin dalla tarda età repubblicana: anche Tito Livio utilizza i termini di Hispania e di Hispani (o Hispanici) per designare il territorio iberico e i popoli che lo abitavano.

La provincia romana narbonense. 
Nel 121 a.C. - La Gallia Narbonense diventa provincia romana col nome originario di Gallia Transalpina (ossia "Gallia al di là delle Alpi", nota anche come Gallia ulterior e Gallia comata, in contrapposizione alla Gallia Cisalpina ossia "Gallia al di qua delle Alpi", nota anche come Gallia citerior e Gallia togata). Dopo la fondazione della città di Narbo Martius, o Narbona, (l'attuale Narbona), nel 118 a.C., la provincia fu rinominata Gallia Narbonensis, o Gallia bracata, con la nuova colonia costiera come capitale. La nuova provincia romana corrispondeva all'incirca alle due odierne regioni amministrative francesi di Linguadoca-Rossiglione e Provenza-Alpi-Costa Azzurra, situate nella Francia meridionale.
Precedentemente conosciuta come Gallia Transalpina (o Gallia meridionale), in epoca romana era chiamata anche Provincia Nostra o semplicemente Provincia. L'eco di questo termine ancora permane nel nome dell'attuale regione francese (Provence o Provenza). Con la riforma dioclezianea, la Gallia narbonese perse la sua parte più settentrionale, che assunse il nome di Gallia Viennensis. Poco dopo la provincia venne ulteriormente divisa, in "Narbonensis prima" (ad occidente del Rodano), e "Narbonensis secunda" (a oriente del Rodano). Insieme all'Aquitania prima, all'Aquitania secunda, alla Novempopulana (da Novempopuli, il resto del sud-ovest della Gallia) e alle Alpi Marittime andò a formare la Diocesi denominata "Septem Provinciae", da cui derivò il termine postumo di "Settimania".
La prima apparizione delle insegne romane in Gallia si ebbe intorno al 150 a.C., quando l'esercito di Roma fu impegnato nel sud della Gallia nella prima delle campagne contro le tribù celto-liguri dei Salluvii, spina nel fianco di Massalia, l'odierna Marsiglia, colonia focea legata a Roma da amichevoli rapporti risalenti almeno all'inizio del IV secolo a.C., meritevole della gratitudine di Roma per l'aiuto prestato nella seconda guerra punica. I Salluvi, che gravitavano sulla loro capitale Entremont (presso l'attuale Aix-en-Provence), furono rapidamente sconfitti e le legioni romane poterono fare immediato ritorno in patria. Una generazione dopo, Roma fu costretta a intervenire di nuovo: i Salluvi furono definitivamente sconfitti intorno al 125-124 a.C. dal console Marco Fulvio Flacco. L'oppidum di Entremont cade in mano romana mentre i superstiti beneficiano dell'ospitalità dei vicini e temibili Allobrogi; fu solo l'inizio di un processo che, in alcuni decenni, porterà alla decadenza politica e al completo assoggettamento della Gallia transalpina al potere di Roma. L'ingerenza armata nei territori d'oltralpe, potrebbe aver fornito a Roma le prime occasioni per stringere inedite alleanze con popolazioni celtiche: fu probabilmente negli stessi anni dell'intervento contro i celto-liguri che Roma poté intessere i primi benevoli contatti con gli Edui, dislocati in Gallia centrale, in un territorio controllato dalla capitale Bibracte (nei pressi dell'odierna Autun). Queste relazioni sedimentarono, in breve tempo in una vera e propria alleanza, fino al conferimento agli Edui di uno status privilegiato, quello di «amici et socii populi Romani» («amici ed alleati del popolo romano»): quest'alleanza doveva rivelarsi decisiva per le successive mire di Roma nella regione, dagli anni che immediatamente seguirono, fino alle campagne militari di Cesare: poco dopo, probabilmente con la fondazione della provincia narbonense, si fecero ancor più stretti i vincoli di amicizia con gli Edui, promossi al grado di «fratres populi Romani».

Dal 113 a.C. - I Celti Ambrones con i Cimbri e Teutoni, tentano l'invasione della penisola italica. La tribù degli Ambroni (o Ambrones) apparve brevemente nelle fonti romane realtive al II secolo a.C. La loro posizione all'inizio della loro breve storia fu la costa dell'Europa settentrionale, a nord del Rhinemouth, nelle Isole Frisone. La regione è oggi occupata dai resti dello Zuider Zee e del Jutland, che essi condivisero con i propri vicini: Cimbri e Teutoni. Non si è sicuri sulla loro provenienza. I Teutoni erano probabilmente Germani, ma esiste qualche prova che dimostrerebbe che Ambroni e Cimbri avevano radici miste. In seguito, durante il breve e sanguinario attraversamento dell'Europa, i Cimbri vennero guidati da Boiorix, un nome celtico che significa "Re dei Boi". Il prefisso Amb è usuale in molti nomi tribali celtici (per "Ambra: Pietra di Energia Solare" clicca QUI ). Gli Ambroni seguirono i costumi celtici urlando il nome della propria tribù durante le entrate in battaglia. I romani li consideravano Germani, non Celti, e si allearono con i Celti combattendo contro di loro. Queste circostanze suggeriscono la presenza di un'etnia mista, probabilmente in origine celtica ma assimilata dai Germani. Non solo provenivano da una regione settentrionale recentemente germanizzata, ma in questo periodo le tribù germaniche vennero pesantemente influenzate dalla cultura celtica. I tre vicini iniziarono entrarono nella storia romana sotto forma di alleanza determinata ad emigrare nelle terre meridionali. Forse gli Ambroni vennero guidati dalle recenti alluvioni dello Zuider Zee, non ancora inondato. In tutto si parla di circa 300.000 uomini, dei quali 30.000 erano Ambroni. La migrazione si trasformò ben presto in razzie. Mentre puntavano verso la Boemia, vennero bloccati dai Boi, che in quel periodo abitavano le terre che ancora oggi portano il loro nome. 
Carta geografica dell'invasione di
Cimbri, Teutoni e Ambroni, con le
relative battaglie, nel II sec. a.C.
Il punto di divisione rappresenta la base stabilita in Gallia. I Cimbri proseguirono verso Vercellae, mentre Teutoni ed Ambroni finirono a Sextiae . Girando attorno ai Boi, i tre alleati entrarono in Serbia ed in Bosnia oltrepassando il Sava e la Morava, ma ben presto lasciarono questo terreno montuoso per i verdi pascoli della Gallia, seguendo un tragitto che passava a nord delle Alpi e dei pericolosi Romani. I Romani tentarono di mettersi sulla loro strada subendo pesanti perdite, a causa della rivalità tra i consoli al comando; un esercito venne sconfitto sotto Gneo Papirio Carbone (da Perseus, Carbo No. 4) nel 113 a.C. a Noreia in Stiria (Aostria), un altro guidato da Marco Giunio Silano Torquato (Marcus Junius Silanus Torquatus) (da Perseus, Silanus, Junius No.17) in Gallia nel 109 a.C., un terzo guidato da Gaio Cassio Longino nel 107 a.C., ed il quarto da Quinto Servilio Cepione e Gneo Mallio Massimo nel 105 a.C. (Battaglia di Arausio). I tre alleati tennero una base in Gallia dividendosi poi in due fronti. Gli Ambroni ed i Teutoni transitarono in Liguria (est di Marsiglia), mentre i Cimbri entrarono in Italia passando più a nord. A questo punto i Romani decisero di nominare di nuovo console Gaio Mario, illegalmente, visto che aveva già ricoperto il ruolo diverse volte, mentre la legge prescriveva la carica per un solo anno e non consecutivamente.
Carta delle Popolazioni Celtoliguri
(Celto-Ligi) e Celtiche nel Centro-
Nord italico intorno al 300 a.C.
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Mario marciò in Liguria stabilendo un campo sul percorso del nemico.
I Teutoni assaltarono il campo venendo respinti. Decisero di proseguire aggirando il campo. Mario li seguì accampandosi vicino a quella che sarebbe passata alla storia col nome di battaglia di Aquae Sextiae, ai piedi delle Alpi (l'attuale Aix en Provence). L'anno era il 102 a.C. La battaglia iniziò come incontro casuale, ma i Romani la trasformarono in schiacciante vittoria. Quando gli Ambroni attaccarono i Romani questi stavano attingendo l'acqua da un vicino fiume. I Liguri erano alleati dei Romani, e accorsero per aiutarli ricacciando gli Ambroni dietro al fiume. I Romani compattarono i ranghi rigettando gli Ambroni che tentavano di nuovo di oltrepassare il fiume. Gli Ambroni persero buona parte delle loro forze.
Calderone celtico in argento dell'inizio
 del I sec. a.C. ritrovato a Gandestrup,
 in Danimarca.
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Due giorni dopo Mario respinse un attacco al campo e strinse le forze nemiche tra il proprio esercito ed un'imboscata di 3.000 uomini alle spalle. Mario fece 100.000 prigionieri, praticamente annientando gli Ambroni. Il campo presente in Gallia sopravvisse alla disfatta. Fondendosi con i Celti locali, diedero vita ad una nuova tribù, gli Aduatuci. Fu la fine degli Ambroni. Questa storia si può trovare nell'opera Vite Parallele di Plutarco, per la precisione nella vita di Gaio Mario scritta nell'80. Plutarco, nella vita di Mario (10, 5-6), scrive che gli Ambroni cominciarono a gridare "Ambrones!" all'inizio della battaglia; i Liguri, che fiancheggiavano i Romani, sentendo l'urlo e riconoscendo il nome che anch'essi usavano per i loro discendenti, risposero con lo stesso grido "Ambrones!". Quindi Plutarco riferisce che i Liguri davano a se stessi il nome  di Ambrones, lo stesso di una delle tribù celtiche alleate con Cimbri e Teutoni. Per "Celti: Storia e Cultura" clicca QUI.

Posidonio di Rodi.
Nel 100 a.C.Posidonio di Rodi (135 - 50 a.C. circa) venne nominato capo della scuola filosofica Stoica di Rodi. Posidonio fu un grande filosofo, rappresentante della Scuola Stoica. Talvolta viene denominato Posidonio di Apamea, dal nome della località della Siria in cui nacque. All'inizio della sua attività di studio, compì numerosi viaggi nel Mediterraneo, dedicandosi a studi di astronomia, geografia e geologia. Ricoprì incarichi pubblici, uno dei quali lo portò come ambasciatore di Rodi a Roma, dove ebbe modo di intrattenersi, fra gli altri, con Cicerone, che era stato suo allievo a Rodi. Tra le altre personalità romane che gli accordarono la loro ammirazione e l'amicizia ricordiamo il generale Caio Mario, che fu console sette volte, e Pompeo il Grande, triunviro con Cesare e Crasso.
Nessuno dei suoi scritti ci è pervenuto. Si conoscono frammenti delle sue opere solo attraverso citazioni di contemporanei o di successori. Cicerone dà notizia di una “sfera” costruita da Posidonio che doveva essere del tipo delle due costruite un secolo prima da Archimede. E’ probabile che queste sfere avessero una funzione unicamente didattica.
Cleomede dedica una uona parte del suo libro per descrivere il calcolo che Posidonio fece della circonferenza terrestre. Basandosi sul fatto che la stella Canopo si rendeva appena visibile a Rodi, alla culminazione meridiana, mentre ad Alessandria raggiungeva un’altezza meridiana di 1/48 di circonferenza (7º 30'). Stimando in 5000 stadi la distanza tra Rodi ed Alessandria, Posidonio concluse che la circonferenza terrestre doveva essere di 48 x 5000 = 240.000 stadi. Pur ammettendo che questo risultato sia abbastanza accurato, vale la pena osservare che era affetto da almeno tre errori. Anzitutto le due località erano piuttosto scostate in longitudine. Poi l'altezza effettiva di Canopo era di 5º 15' e infine la distanza effettiva tra Rodi ed Alessandria era minore. Posidonio eseguì anche misure e calcoli su distanze e dimensioni di Luna e Sole, ottenendo invero risultati piuttosto imprecisi. Scrisse anche di meteorologia e storia.

Testa laureata a sinistra, personificazione dell'Italia; 
legenda latina ITALIA, in alfabeto latino.
Si tratta della prima documentazione epigrafica del
nome Italia. A destra, giovane inginocchiato a uno 
stendardo, tiene un maiale al quale otto soldati
(4 per lato) puntano le loro spade; "P" in esergo.
Nel 91 a.C. - Inizio delle Guerre Sociali fra Roma e i popoli Italici. Appare conclamato per la prima volta il nome Italia. Già i Greci chiamavano la penisola "Italia", che nel loro linguaggio significava "curva convessa", dalla linea della costa per chi arrivava per mare da est; durante le guerre sociali gli italici, alleati in una Lega, fondarono due nuove città di cui una, considerata la capitale della Lega stessa, prese il nome di Italia, Vitelia in osco. Al tempo dei Gracchi a Roma si avanzarono proposte d'estensione dei diritti di cittadinanza anche ad altri popoli italici fino ad allora federati, ma senza successo. La situazione si avviava al punto di rottura quando, nel 95 a.C., Lucio Licinio Crasso e Quinto Muzio Scevola proposero una legge che istituiva un tribunale giudicante a chi si fosse abusivamente inserito tra i cives romani (Lex Licinia Mucia). Legge, questa, che accrebbe il malcontento dei ceti elevati italici, che miravano alla partecipazione diretta alla gestione politica. Marco Livio Druso, si schierò per la causa italica avanzando proposte di legge a favore dell'estensione della cittadinanza, ma la proposta non piacque né ai senatori né ai cavalieri. Il più accannito rivale di Druso fu il console Lucio Marcio Filippo, che dichiarò illegale la procedura seguita per le leggi di Druso, cosicché queste non vennero nemmeno votate. Nel novembre del 91 a.C. seguaci estremisti di Marcio Filippo mandarono un sicario ad assassinare Druso. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la guerra sociale.
Testa laureata dell'Italia a sinistra; legenda osca retrograda 
UILETIV (Víteliú, Italia). Soldato elmato stante, di fronte; 
tiene una lancia puntata in terra; piede destro su uno
stendardo; alla sua sinistra toro in terra, 
lettera osca "A" in esergo.
Dopo l'uccisione di Livio Druso gli italici - esclusi gli Etruschi e gli Umbri - si ribellarono a Roma, capeggiati dal sannita Papio Mutilo. La rivolta scoppiò ad Ascoli, nel Piceno, dove un pretore e tutti i Romani residenti in città furono massacrati. Si organizzarono in una libera Lega con un proprio esercito, e stabilirono, dapprima a Corfinium (oggi Corfinio) poi ad Isernia la loro capitale, dove crearono la sede del senato comune e mutarono il loro nome da Lega Sociale a Lega Italica. Coniarono persino una propria moneta che recava la scritta Italia, nella quale era raffigurato un toro che abbatteva la lupa romana. Benché Gaio Mario e Gneo Pompeo Strabone riportassero alcune vittorie sui ribelli, nel 90 a.C. il console Lucio Giulio Cesare decise di promulgare la Lex Iulia, con la quale si concedeva la cittadinanza agli italici che non si erano ribellati e a quelli che avrebbero deposto le armi. Seguì nel 89 a.C. la Lex Plautia Papiria che concedeva il diritto di cittadinanza romana a tutti gli italici a sud del Po.
Bronzetto raffigurante
un Guerriero Sannita.
Il risultato fu di dividere i rivoltosi: gran parte deposero le armi, mentre altri continuarono a resistere. Roma spese ancora due anni per sconfiggere le città in armi grazie all'intervento di Silla e di Strabone. Tuttavia, lo scopo che gli Italici si erano proposti era stato raggiunto: essi potevano divenire a pieno titolo cittadini romani. Con la concessione della cittadinanza, l'Italia peninsulare divenne ager romanus. Il territorio venne riorganizzato col sistema dei municipia e nelle comunità italiche venne avviato un grande processo di urbanizzazione che si sviluppò lungo tutto il I secolo a.C., poiché l'esercizio dei diritti civici richiedeva specifiche strutture urbane (foro, tempio alla triade capitolina, luogo di riunione per il senato locale). Tuttavia la cittadinanza romana e il diritto a votare erano limitate, come sempre nel mondo antico, dall'obbligo della presenza fisica nel giorno di voto. E per la gente di città lontane, in particolare per le classi meno abbienti, non era certo facile recarsi a Roma per votare nelle assemblee popolari. Così talvolta i candidati pagavano parte delle spese del viaggio per permettere ai loro sostenitori di partecipare al voto. Di fatto, comunque, a beneficiare della cittadinanza furono soprattutto le "borghesie" italiche, che conquistarono anche la possibilità di accedere alle magistrature.

- L'onomastica romana è lo studio dei nomi propri di persona, delle loro origini e dei processi di denominazione nella Roma antica. L'onomastica latina prevedeva che i nomi maschili tipici contenessero tre nomi propri (tria nomina) che erano indicati come praenomen (il nome proprio come intendiamo oggi), nomen (equivalente al nostro cognome che individuava la gens, ovvero era il cosiddetto "gentilizio") e cognomen (che indicava la famiglia in senso nucleare, all'interno della gens). Talvolta si aggiungeva un "secondo cognomen", chiamato agnomen. Un uomo che veniva adottato, mostrava nel nome anche quello di adozione (come nel caso dell'imperatore Augusto). Per i nomi femminili, c'erano poche differenze.
Stele di due fratelli della gens
Cornelia. Le prime due righe
significano: C=Gaius, un prenomen;
CORNELIUS= il nomen o gentilizio
(la gens); C=Gaius, altro prenomen;
 F=filius, filiazione o patronimico;
 VOT=Voturia, la tribù;
CALVOS= il cognomen.
Il sistema dei tria nomina era il modo tradizionale latino, dall'epoca tardo repubblicana, di nominare una persona, anche se nella Roma arcaica vi era un sistema uninominale (es. Romolo, Numitore ed altri) ed il sistema binomio entrò in uso dopo l'inclusione dei Sabini (il sistema nominale costituito da praenomen e nomen era tipico dei Sabini). Molto del sistema dei tria nomina è dunque dovuto all'influenza che tale popolo esercitò su Roma, dopo la leggendaria coreggenza di Romolo e Tito Tazio. Sono relativamente pochi i praenomina usati nella Roma repubblicana e nella Roma imperiale, generalmente legati alla tradizione. Solo alcuni di questi, come "Marco", "Tiberio", "Lucio" (anche con la versione femminile "Lucia") sono ancora in uso. Ultimamente riscoperto anche "Gaia", femminile di "Gaio" o "Caio", che in realtà è la versione non corretta di "Gaio". La corruzione di Gaio in Caio deriva dalla tradizione latina che abbreviava con C. il praenomen Gaius (Gaio) e con Cn. il praenomen Gnaeus (Gneo). Tali tradizionali abbreviazioni derivano a loro volta dal fatto che gli Etruschi, che esercitarono una forte influenza sulla prima fase storica di Roma, non distinguevano fra la "G" e la "C". Emerge dallo studio delle iscrizioni lapidarie che nei tempi più antichi si usava la versione al femminile anche dei praenomina e che i nomi delle donne presumibilmente consistevano in un praenomen ed un nomen seguito da un patronimico. In periodo storico della Repubblica le donne non ebbero più praenomen. In effetti, sull'esistenza del praenomen femminile le opinioni sono discordi. Taluni ritengono che non sia mai esistito. Altri pensano, invece, che non potesse essere pronunciato per ragioni di pudicitia. Secondo i sostenitori di quest'ipotesi, infatti, i Romani avrebbero ereditato dai Sabini una credenza che considera il prenome una parte della persona; dunque, pronunciare il praenomen di una donna sarebbe stato un atto di intimità assolutamente inaccettabile. Al di là delle diatribe tra gli studiosi, resta il fatto che nominare una donna era considerato atto socialmente irrispettoso. Se era necessaria una ulteriore precisazione, il nome gentilizio era seguito dal genitivo del nome del padre o, dopo il matrimonio, del marito. Infatti Cicerone indica una donna come Annia P. Anni senatoris filia (Annia figlia del senatore P. Annius). Dalla tarda Repubblica, le donne adottarono anche la forma femminile del cognomen del padre (per es. Caecilia Metella Crassi, figlia di Q. Caecilius Metellus e moglie di P. Licinius Crassus). Questo cognomen femminilizzato assunse spesso la forma diminutiva (per es. la moglie di Augustus, Livia Drusilla, era figlia di M. Livius Drusus).
Tabella con la pronuncia del latino classico.
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La pronuncia del latino classico era diversa da quella che impariamo a scuola. Il prenomen Gnaeus si pronunciava con la G dura di "gamba" seguito dalla n, e non come pronunciamo gnomo; ae e oe si pronunciavano divise, per cui si pronunciava "G-n-a-e-us". La C e la G erano sempre pronunciate dure come in "cane" e "gatto" e mai dolci come in "ciliegia", per cui Caesar si pronunciava "Ka-esar". Inoltre la V era la u maiuscola e si pronunciava sempre "U", per cui Valerius si pronunciava "Ualerius".

Nell'89 a.C. - Dopo le Guerre Sociali con gli italici, che ha rischiato di perdere, Roma concede la cittadinanza romana alle popolazioni italiche. Gaio Mario, contrariamente alle prescrizioni della legge, ricevette il mandato di Console più volte. 
Il generale e più volte
console Gaio Mario.
Gaio Mario (in latino: Gaius Marius, nelle epigrafi: C·MARIVS·C·F·C·N; Cereatae, Arpinium, 157 a.C. - Roma, 13 gennaio 86 a.C.) è stato un militare e politico romano, per sette volte console della Repubblica romana. La carriera di Gaio Mario è particolarmente emblematica della situazione nella tarda repubblica, in quanto si sviluppa attraverso fatti e circostanze che, in seguito, porteranno alla caduta della Repubblica romana. Mario nacque come homo novus, cioè proveniente da una famiglia della provincia italiana che non faceva parte della nobiltà romana, cosa che appare anche dal fatto che non ha tre nomi, ma seppe distinguersi e giungere alla ribalta della vita pubblica di Roma per merito della propria competenza militare. L'oligarchia dominante fu costretta, suo malgrado, a cooptarlo nel proprio sistema di potere. A causa del verificarsi di una situazione di grande pericolo per la minaccia di invasioni su larga scala, gli si dovette concedere un potere militare senza precedenti nella storia di Roma, e questo a scapito del rispetto delle leggi e delle tradizioni vigenti, che dovettero essere adattate alla nuova situazione di emergenza. Alla fine fu varata una profonda riforma della leva militare, che in passato raccoglieva solamente proprietari terrieri, e che da allora fu aperta anche a cittadini provenienti dalle classi dei nullatenenti. Nel lungo termine questa riforma ebbe l'effetto di cambiare in modo radicale e irreversibile la natura dei rapporti fra l'esercito e lo Stato. Nonostante abbia avuto successi straordinari nell'ambito militarenon riuscì a prevalere come uomo politico. Gaio Mario nacque nel 157 a.C. ad Arpino nel Lazio meridionale, precisamente nella frazione che ancora oggi porta il suo nome: Casamari (oggi frazione di Veroli). La città era stata conquistata dai Romani alla fine del IV secolo a.C., ed aveva ricevuto la cittadinanza romana senza diritto di voto (civitas sine suffragio). Soltanto nel 188 a.C. le vennero concessi i pieni diritti civili. Plutarco riferisce che il padre era un manovale, ma la notizia non è confermata da altre fonti, e tutto lascia pensare che sia falsa. Infatti i Marii avevano relazioni con ambienti della nobiltà romana, partecipavano da protagonisti alla vita politica della piccola cittadina e appartenevano all'ordine equestre. Le difficoltà che incontrò agli esordi della sua carriera a Roma dimostrano semmai quanto fosse arduo per un homo novus affermarsi nella società romana del tempo. Nel 134 a.C. si distinse per le notevoli attitudini militari dimostrate in occasione dell'assedio di Numanzia, in Spagna, tanto da farsi notare da Publio Cornelio Scipione Emiliano (in seguito soprannominato Emiliano o Africano Minore). Non è dato sapere con certezza se venne in Spagna al seguito dell'esercito di Scipione, oppure se si trovasse già in precedenza a servire nel contingente che, con scarso successo, da tempo cingeva d'assedio Numanzia. Sta di fatto che Mario parve fin dall'inizio molto interessato a far carriera politica in Roma stessa. Infatti si candidò per la carica di tribuno militare di una delle 4 prime legioni (in tutto i tribuni elettivi erano 24, mentre tutti gli altri venivano nominati dai magistrati preposti agli arruolamenti). Lo storico Sallustio ci informa che il suo nome era del tutto sconosciuto agli elettori, ma che alla fine i rappresentanti delle tribù lo elessero per merito del suo eccellente stato di servizio e su raccomandazione di Scipione Emiliano. Successivamente si ha notizia di una sua candidatura alla carica di questore ad Arpino. È probabile che egli utilizzasse le posizioni di comando ad Arpino per raccogliere dietro di sé un consistente numero di clienti su cui fare affidamento per le successive mosse che aveva in animo di compiere. Tuttavia sono solo congetture in quanto nulla si conosce della sua attività come questore. Nel 120 a.C. Mario fu eletto tribuno della plebe per il 119 a.C. A quanto sembra si era già candidato alla carica nel 121 a.C., ma senza successo. Un ruolo determinante ebbe, nell'occasione, il sostegno della potente famiglia dei Cecilii Metelli, verso i quali probabilmente aveva un rapporto di clientela. Durante il suo tribunato Mario perseguì una linea vicina alla fazione dei popolari, facendo in modo che venisse approvata, fra l'altro, una legge che limitava l'influenza delle persone di censo elevato nelle elezioni. Negli anni intorno al 130 a.C. si era introdotto il metodo del ballottaggio scritto nelle elezioni per le nomine dei magistrati, per l'approvazione delle leggi e per l'emanazione delle sentenze legali, in sostituzione del metodo tradizionale di votazione orale. Poiché i nobiles cercavano sistematicamente di influenzare l'esito dei ballottaggi con la minaccia di controlli ed ispezioni, Mario fece approvare un'apposita legge per far costruire uno stretto corridoio da cui i votanti dovevano passare per depositare il proprio voto nell'urna al riparo dagli sguardi indiscreti degli astanti. In conseguenza di ciò Mario si alienò la potente famiglia dei Metelli, che da quel momento in poi diventarono suoi fieri oppositori. Successivamente Mario si candidò per la carica di edile plebeo, ma senza successo. Nel 116 a.C. riuscì, di stretta misura, a farsi eleggere pretore per l'anno successivo (a quanto pare si classificò solo al sesto posto su sei), e fu immediatamente accusato di brogli elettorali (il termine latino è ambitus.) Riuscito a malapena a farsi assolvere da questa accusa, esercitò la carica senza che si verificassero avvenimenti degni di particolare menzione. Terminato il mandato ricevette il governatorato della Spagna ulteriore, dove fu necessario intraprendere alcune campagne militari contro le popolazioni celtiberiche mai del tutto sottomesse. Il governatorato e le guerre gli fruttarono ingenti ricchezze personali, come sempre accadeva ai comandanti romani. Le vittorie ottenute gli permisero, tornato a Roma, di richiedere ed ottenere il trionfo. La carriera di Mario non sembrava destinata a grandi successi fino al 110 a.C. In quell'anno gli fu proposto un matrimonio con una giovane esponente dell'aristocrazia, Giulia Maggiore, sorella del senatore Gaio Giulio Cesare il vecchio e futura zia di Giulio Cesare. Mario accettò, divorziando dalla sua prima moglie Grania di Pozzuoli. La gens Iulia era una famiglia patrizia di antichissime origini (faceva risalire la propria discendenza a Iulo, figlio di Enea, e a Venere, dea della bellezza), ma nonostante ciò, i suoi appartenenti avevano, per ragioni finanziarie, notevoli difficoltà a ricoprire cariche più elevate di quella di pretore (solamente una volta, nel 157 a.C. un Giulio Cesare era stato console). Il matrimonio permise alla famiglia patrizia di rimettere in sesto le proprie finanze e diede a Mario la legittimità per candidarsi al consolato. Il figlio che ne nacque, Gaio Mario il Giovane, vide la luce nel 109 (o 108) a.C., quindi il matrimonio probabilmente fu contratto nel 110 a.C. La famiglia di Mario era per tradizione cliente dei Metelli, e Cecilio Metello aveva appoggiato la campagna elettorale di Mario per il tribunato. Sebbene i rapporti con i Metelli si fossero in seguito deteriorati, la rottura non dovette essere definitiva, tanto è vero che Q. Cecilio Metello, console nel 109 a.C., prese con sé Mario come suo legato nella campagna militare contro Giugurta. I legati erano originariamente semplici rappresentanti del Senato, ma, gradualmente, era invalso l'uso di adibirli a compiti di comando alle dipendenze dei comandanti generali. Quindi, molto probabilmente, Metello ottenne che il Senato nominasse Mario legato, in modo che potesse servire alle sue dipendenze nella spedizione che si accingeva a compiere in Numidia. Nel lungo e dettagliato racconto che Sallustio ci fa di questa campagna militare, non si fa menzione di altri legati, e ciò lascia pensare che Mario fosse quello di rango più elevato, nonché braccio destro dello stesso Metello. Questo rapporto conveniva ad entrambi, in quanto, mentre Metello si avvantaggiava dell'esperienza militare di Mario, questi rafforzava le sue possibilità di aspirare in seguito al consolato. Va osservato che, se la gravità della rottura con Metello del 119 a.C., alla luce di quanto avvenne in seguito, fu probabilmente riferita in modo esagerato, quella che si determinò riguardo alla condotta della guerra in Numidia fu invece molto più seria e foriera di conseguenze. Nel 107 a.C. Mario si convinse che i tempi erano maturi per candidarsi alla carica di console. A quanto pare chiese a Metello il permesso di recarsi a Roma per portare a termine il proprio proposito, ma Metello gli raccomandò di astenersi, e probabilmente gli consigliò di aspettare il tempo necessario per potersi candidare insieme al figlio ventenne dello stesso Metello, cosa che avrebbe rimandato tutto di almeno venti anni. Mario fu costretto a fare buon viso a cattivo gioco, ma nel frattempo, durante tutta l'estate del 107, fece in modo di guadagnarsi il favore della truppa, allentando notevolmente la rigida disciplina militare, e di accattivarsi anche i commercianti italici del posto, ansiosi di intraprendere i propri lucrosi traffici, assicurando a tutti che, se avesse avuto mano libera, avrebbe potuto, in pochi giorni e con la metà delle forze a disposizione di Metello, concludere vittoriosamente la campagna con la cattura di Giugurta. Entrambi questi influenti gruppi si affrettarono a inviare a Roma messaggi in appoggio di Mario, con cui si suggeriva di affidargli il comando, e si criticava Metello per il modo lento e inconcludente con cui stava conducendo la campagna militare. In effetti la strategia di Metello prevedeva una lenta, metodica e capillare sottomissione di tutto il territorio. Alla fine Metello dovette cedere, rendendosi conto, a ragione, che non gli conveniva mettersi contro un subordinato tanto influente e vendicativo. In queste circostanze è facile immaginare il modo trionfale con cui Mario, alla fine del 108, fu eletto console per l'anno successivo. La sua campagna elettorale fece leva sull'accusa, rivolta a Metello, di scarsa risolutezza nel condurre la guerra contro Giugurta. Viste le ripetute sconfitte militari subite negli anni fra il 113 e il 109, nonché le accuse di spudorata corruzione rivolte a molti esponenti dell'oligarchia dominante, è facile comprendere come l'onesto uomo fattosi da sé, e affermatosi percorrendo faticosamente tutti i gradini della carriera, fu eletto a furor di popolo, essendo visto come l'unica alternativa ad una nobiltà divenuta corrotta e incapace. Tuttavia il Senato aveva ancora un asso nella manica. Infatti la lex Sempronia stabiliva che il Senato aveva facoltà di decidere ogni anno quali province dovessero essere affidate ai consoli per l'anno successivo. Alla fine dell'anno, e appena prima delle elezioni, il Senato decise di sospendere le operazioni contro Giugurta e di prorogare a Metello il comando in Numidia. Mario non si perse d'animo e si servì di un espediente già sperimentato nell'anno 131 a.C. In quell'anno si era stati infatti in disaccordo su chi avrebbe dovuto comandare la guerra contro Aristonico in Asia, e un tribuno aveva fatto approvare una legge che autorizzava un'apposita elezione per decidere a chi affidare il comando (per la verità c'era stato un altro precedente in occasione della seconda guerra punica). Mario fece approvare una legge simile anche in quell'anno (108 a.C.), risultando eletto a grande maggioranza. Metello ne fu profondamente offeso, tanto che, al suo ritorno, non volle nemmeno incontrarsi con Mario, dovendosi accontentare del trionfo e del titolo di Numidico che gli vennero generosamente concessi. Mario riformò l'esercito dell'epoca allargando il reclutamento a tutti i cittadini romani: aveva un estremo bisogno di raccogliere truppe fresche e, a questo scopo, introdusse una profonda riforma del sistema di reclutamento, foriera di conseguenze di un'importanza di cui lui stesso, al momento, probabilmente non comprese la portata. Tutte le riforme agrarie attuate dai Gracchi si basavano sul tradizionale principio secondo cui erano esclusi dal servizio di leva i cittadini il cui reddito era inferiore a quello stabilito per la quinta classe di censo. I Gracchi, con le loro riforme, avevano cercato di favorire i piccoli proprietari terrieri, che da sempre avevano costituito il nerbo degli eserciti romani, in modo da fare aumentare il numero di quelli che avevano i requisiti per essere arruolati. Nonostante i loro sforzi, tuttavia, la riforma agraria non risolse la crisi del sistema di arruolamento, che aveva avuto lontana origine dalle sanguinose guerre puniche del secolo precedente. Si cercò quindi di trovare una soluzione semplicemente abbassando la soglia minima di reddito per appartenere alla quinta classe da 11.000 a 3.000 sesterzi, ma nemmeno questo fu sufficiente, tanto che già nel 109 a.C. i consoli erano stati costretti a derogare dalle restrizioni sugli arruolamenti imposte dalle leggi graccane. Nel 107 a.C. Mario ruppe ogni indugio e decise di arruolare senza alcuna restrizione riguardo al censo e alle proprietà fondiarie del potenziale soldato. D'ora in avanti le legioni di Roma saranno composte prevalentemente da cittadini poveri, il cui futuro, al termine del servizio, dipendeva unicamente dai successi conseguiti dal proprio comandante, che era solito loro assegnare parte delle terre frutto delle vittorie riportate. Di conseguenza i soldati avevano il massimo interesse ad appoggiare il proprio comandante, anche quando si scontrava con i voleri del Senato, composto dai rappresentanti dell'oligarchia dominante, ed anche quando andava contro il pubblico interesse, che, a quell'epoca, veniva di fatto impersonato dal Senato stesso. Va notato che Mario, persona fondamentalmente corretta e fedele alle tradizioni, non si avvalse mai di questa potenziale enorme fonte di potere, ma passeranno meno di vent'anni che il suo ex questore Silla, lo farà per imporsi contro il Senato e contro lo stesso Mario. Ben presto Mario si rese conto che concludere la guerra non era così facile come egli stesso si era in precedenza vantato di poter fare. Dopo essere sbarcato in Africa verso la fine del 107 a.C. costrinse Giugurta a ritirarsi in direzione Sud-Ovest verso la Mauritania. Nel 107 suo questore era stato nominato Lucio Cornelio Silla, rampollo di una nobile famiglia patrizia caduta economicamente in disgrazia. A quanto pare Mario non fu contento di avere alle proprie dipendenze un simile giovane dissoluto, ma, inaspettatamente, Silla dimostrò sul campo di possedere grandi qualità di comandante militare. Nel 105 a.C. Bocco, re di Mauritania e suocero di Giugurta, nonché suo riluttante alleato, si trovò di fronte l'esercito romano in avanzata. I romani gli fecero sapere di essere disponibili ad una pace separata e Bocco invitò Silla nella sua capitale per condurvi le trattative. Anche in questa circostanza Silla si dimostrò particolarmente abile e coraggioso; in effetti, Bocco rimase a lungo dubbioso se consegnare Silla a Giugurta oppure, come poi avvenne, Giugurta a Silla. Alla fine, Bocco fu convinto a tradire Giugurta, che fu subito consegnato nelle mani dello stesso Silla. La guerra era così conclusa. Poiché Mario era il comandante dotato di imperium e Silla militava alle sue dirette dipendenze, l'onore della cattura di Giugurta spettava interamente a Mario, ma era chiaro che gran parte del merito andava riconosciuto personalmente a Silla, tanto che gli fu consegnato un anello con un sigillo commemorativo dell'evento. Al momento la cosa non fece particolarmente scalpore, ma in seguito Silla si vanterà di essere stato il vero artefice della conclusione vittoriosa della guerra. Mario, intanto, si guadagnava fama di eroe del momento. Il suo valore stava per essere messo alla prova da un'altra grave emergenza che incombeva su Roma e sull'Italia. L'arrivo in Gallia del popolo dei Cimbri e la vittoria da loro conseguita su Marco Giunio Silano, il cui esercito fu totalmente annientato, aveva provocato un inizio di ribellione da parte delle tribù celtiche che erano state di recente assoggettate dai romani nella parte meridionale del paese. Nel 107 a.C. il console Lucio Cassio Longino venne completamente sconfitto da una tribù locale, e l'ufficiale di grado più elevato fra quelli sopravvissuti (Gaio Popilio Lenate), figlio del console dell'anno 132, riuscì a mettere in salvo quanto restava delle forze romane solo dopo aver ceduto metà degli equipaggiamenti ed aver subito l'umiliazione di far marciare il proprio esercito sotto il giogo, in mezzo allo scherno dei vincitori.
L'anno successivo (106 a.C.) un altro console, Quinto Servilio Cepione, marciò contro le tribù stanziate nella zona di Tolosa, che si erano ribellate a Roma, e si impossessò di un'enorme somma di denaro custodita nei santuari dei templi (il cosiddetto Oro di Tolosa o Aurum Tolosanum). La maggior parte di questo tesoro sparì misteriosamente durante il trasporto verso Massilia (l'odierna Marsiglia) e, molto probabilmente, fu lo stesso Cepione che ordinò il finto furto per impossessarsi dell'oro. Cepione fu confermato nel comando anche per l'anno successivo, mentre uno dei nuovi consoli, Gneo Mallio Massimo, si unì a lui nelle operazioni in Gallia meridionale. Al pari di Mario, anche Mallio era un uomo nuovo, e la collaborazione fra lui e Cepione si dimostrò subito impossibile. I Cimbri e i Teutoni erano entrambi composti da tribù di ceppo germanico che, nel corso delle proprie migrazioni, erano apparse sul corso del fiume Rodano proprio mentre l'esercito di Mallio si trovava nella stessa zona. Cepione, che era accampato sulla riva opposta del fiume, si rifiutò in un primo momento di venire in soccorso del collega minacciato, decidendosi ad attraversare il fiume solo dopo che il Senato gli aveva ordinato di cooperare con Mallio. Tuttavia egli si rifiutò di unire le forze dei due eserciti, e si mantenne a debita distanza dal collega. I Germani approfittarono della situazione e, dopo aver sbaragliato Cepione, distrussero anche l'esercito di Mallio il 6 ottobre del 105 a.C. presso la città di Arausio. I Romani dovettero combattere con il fiume alle spalle che impediva loro la ritirata e, stando alle cronache, furono uccisi 80.000 soldati e 40.000 ausiliari. Le perdite subite nel decennio precedente erano state molto gravi, ma questa sconfitta, provocata soprattutto dall'arroganza della nobiltà che si rifiutava di collaborare con i più capaci capi militari non nobili, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Non soltanto le perdite umane erano state enormi, ma l'Italia stessa era ormai esposta all'invasione delle orde barbariche. Il malcontento del popolo contro l'oligarchia aveva raggiunto ormai l'esasperazione. Nell'autunno del 105, mentre si trovava ancora in Africa, Mario fu rieletto console. L'elezione in absentia era una cosa abbastanza rara, e inoltre una legge successiva all'anno 152 a.C. imponeva un intervallo di almeno 10 anni fra due consolati successivi, mentre una del 135 a.C. sembra che proibisse addirittura che questa carica potesse essere rivestita per due volte dalla stessa persona. La grave minaccia incombente dal nord fece tuttavia passare sopra ad ogni legge e consuetudine, e Mario, ritenuto il più abile comandante disponibile, fu rieletto console per ben 5 volte consecutive (dal 104 al 100 a.C.), cosa mai avvenuta in precedenza.
Al suo ritorno a Roma, il 1º febbraio 104 a.C., vi celebrò il trionfo su Giugurta, che fu prima portato come un trofeo in processione, e infine giustiziato in carcere. Nel frattempo i Cimbri si erano diretti verso la Spagna, mentre i Teutoni vagavano senza una meta precisa nella Gallia settentrionale, lasciando a Mario il tempo di approntare il proprio esercito, curandone in modo molto attento l'addestramento e la disciplina. Uno dei suoi legati era ancora Lucio Cornelio Silla, e questo dimostra che in quel momento i rapporti fra i due non si erano ancora deteriorati. Sebbene avesse potuto continuare a comandare l'esercito in qualità di proconsole, Mario preferì farsi rieleggere console fino all'anno 100, in quanto questa posizione lo metteva al riparo da eventuali attacchi di altri consoli in carica. L'influenza di Mario divenne in quel periodo talmente grande che era addirittura in grado di influenzare la scelta dei consoli che in ogni anno dovevano essere eletti insieme a lui, e pare che egli facesse in modo che venissero scelti quelli che riteneva più malleabili. Nel 103 a.C. i Germani indugiavano ancora nelle proprie scorribande in Spagna ed in Gallia, e questo fatto, insieme alla morte del console collega Lucio Aurelio Oreste, consentì a Mario, che stava già marciando verso nord, di rientrare a Roma per venirvi confermato console per l'anno 102, insieme ad un nuovo collega. Nel 102 a.C. i Cimbri dalla Spagna tornarono in Gallia, e, insieme ai Teutoni, decisero di invadere l'Italia. Questi ultimi avrebbero dovuto puntare a Sud dirigendosi verso le coste del Mediterraneo, mentre i Cimbri dovevano penetrare nell'Italia settentrionale da Nord-Est attraversando il passo del Brennero (”per alpes Rhaeticas”). Infine i Tigurini, la tribù celtica loro alleata che aveva sconfitto Longino nel 107 pensavano di attraversare le Alpi provenendo da Nord-Ovest. La decisione di dividere in questo modo le loro forze si sarebbe dimostrata fatale, poiché diede ai Romani, avvantaggiati anche dalle linee di approvvigionamento molto più corte, la possibilità di affrontare separatamente i vari contingenti, concentrando le proprie forze laddove era di volta in volta necessario. Nel frattempo Mario aveva organizzato nel migliore dei modi la propria armata. I soldati erano stati sottoposti ad un addestramento che mai in precedenza si era visto, ed erano abituati a sopportare senza lamentarsi le fatiche delle lunghe marce di avvicinamento, dell'allestimento degli accampamenti e delle macchine da guerra, tanto da meritarsi il soprannome di muli di Mario. Dapprima decise di affrontare i Teutoni, che si trovavano in quel momento nella provincia della Gallia Narbonense e si stavano dirigendo verso le Alpi. In un primo momento rifiutò lo scontro, preferendo arretrare fino ad Aquae Sextiae (l'attuale Aix en Provence), un insediamento fondato da Gaio Sestio Calvo, console nel 109 a.C., in modo da sbarrare loro il cammino. Alcuni contingenti di Ambroni, avanguardia dell'esercito dei Germani, si lanciarono avventatamente all'attacco delle posizioni romane, senza aspettare l'arrivo di rinforzi, e 30.000 di essi rimasero uccisi. Mario schierò poi un contingente di 30.000 uomini per tendere un'imboscata al grosso dell'esercito dei Germani, che presi alle spalle e attaccati frontalmente, furono completamente sterminati e persero 100.000 uomini, e quasi altrettanti ne furono catturati. Il collega di Mario Quinto Lutazio Càtulo, console nel 102, non ebbe altrettanta fortuna, non riuscendo a impedire che i Cimbri forzassero il passo del Brennero e avanzassero nell'Italia settentrionale verso il finire del 102 a.C. Mario apprese la notizia mentre si trovava a Roma, dove fu rieletto console per l'anno 101 a.C. Il senato gli accordò il trionfo ma lui rifiutò perché ne voleva fare partecipe anche l'esercito, quindi lo posticipò ad una vittoria contro i Cimbri. Immediatamente si mise in marcia per ricongiungersi con Catulo, il cui comando fu prorogato anche per il 101. Infine, nell'estate di quell'anno, a Vercelli, nella Gallia cisalpina, in una località allora chiamata Campi Raudii, ebbe luogo lo scontro decisivo. Ancora una volta la ferrea disciplina dei Romani ebbe la meglio sull'impeto dei barbari, e almeno 65.000 di loro (o forse 100.000) perirono, mentre tutti i sopravvissuti furono ridotti in schiavitù. I Tigurini, a questo punto, rinunciarono al loro proposito di penetrare in Italia da Nord-Ovest e rientrarono nelle proprie sedi. Catulo e Mario, come consoli in carica, celebrarono insieme uno splendido trionfo, ma, nell'opinione popolare, tutto il merito venne attribuito a Mario. In seguito Catulo si trovò in contrasto con Mario, divenendone uno dei più acerrimi rivali. Come ricompensa per avere sventato il pericolo dell'invasione barbarica, Mario venne rieletto console anche per l'anno 100 a.C. Gli avvenimenti di quell'anno, tuttavia, non gli furono propizi. Nel corso di questo anno il tribuno della plebe Lucio Appuleio Saturnino richiese con forza che si varassero riforme simili a quelle per cui si erano in passato battuti i Gracchi. Propose quindi una legge per l'assegnazione di terre ai veterani della guerra appena conclusasi e per la distribuzione da parte dello stato di grano a prezzo inferiore a quello di mercato. Il senato si oppose a queste misure, provocando così lo scoppio di violente proteste, che presto sfociarono in una vera e propria rivolta popolare, e a Mario, come console in carica, fu chiesto di reprimerla. Sebbene egli fosse vicino al partito popolare, il supremo interesse della repubblica e l'alta magistratura da lui rivestita gli imposero di assolvere, sebbene riluttante, a questo compito. Dopodiché lasciò ogni carica pubblica e partì per un viaggio in Oriente. Durante gli anni di assenza di Mario da Roma, e subito dopo il suo ritorno, Roma conobbe alcuni anni di relativa tranquillità. Nel 95 a.C., tuttavia, venne approvata una legge che decretava che tutti coloro che non fossero cittadini romani, cioè coloro che provenivano da altre città italiche dovessero essere espulsi da Roma. Nel 91 a.C. Marco Livio Druso fu eletto tribuno e propose una grande distribuzione di terre appartenenti allo Stato, l'allargamento del Senato e la concessione della cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi di tutte le città italiche. Il successivo assassinio di Druso provocò l'immediata insurrezione delle città-Stato italiche contro Roma, e la Guerra sociale degli anni 91/88 a.C. Mario fu chiamato ad assumere, insieme a Sillail comando degli eserciti chiamati a sedare la pericolosa rivolta. Finita la guerra in Italia si aprì un nuovo fronte in Asia, dove Mitridate, re del Ponto, nel tentativo di allargare verso occidente i confini del suo regno, invase la Grecia. Posto di fronte alla scelta se affidare il comando dell'inevitabile guerra contro Mitridate a Silla o Mario, il Senato, in un primo momento, scelse Silla. In seguito, tuttavia, quando il tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo, appoggiato da Mario cercò di far passare una legge per distribuire gli alleati italici nelle tribù cittadine, in modo da influenzare con il loro voto i comizi, ne nacque uno scontro nel quale il figlio del console Quinto Pompeo Rufo trovò la morte.
Silla, per sfuggire alla confusione, si rifugiò nella casa dello stesso Mario. Intanto la legge venne approvata e le tribù che adesso contenevano anche i nuovi cittadini fecero passare una legge secondo la quale veniva affidata a Mario la guerra contro Mitridate. Intanto Silla raggiunse l'esercito a Nola e Mario fece mandare due tribuni per portare l'esercito a Roma, ma l'esercito uccise i tribuni e Silla fece marciare l'esercito su Roma. Mario, all'arrivo di Silla, abbandonò precipitosamente Roma, rifugiandosi in esilio. Gneo Ottavio e Lucio Cornelio Cinna furono eletti consoli nell'87 a.C., mentre Silla, nominato proconsole, si mise in marcia verso oriente con l'esercito. Nell'88 a.C., quando fu dichiarato nemico pubblico da Silla e costretto a fuggire da Roma, Mario si rifugiò tra le paludi di Minturnae. I magistrati locali decretarono la sua morte per mano di uno schiavo cimbro il quale, tuttavia, mosso a compassione o intimorito non diede corso alla esecuzione. Il busto bronzeo di Gaio Mario si trova collocato attualmente nel Municipio di Minturno. Plutarco, in “Marium”, scrisse che i Minturnesi, mossi a compassione, lo aiutarono a imbarcarsi sulla nave di Beleo, diretta verso l'Africa. Mentre Silla conduceva la sua campagna militare in Grecia, a Roma il confronto fra la fazione conservatrice di Ottavio, rimasto fedele a Silla, e quella popolare e radicale di Cinna fedele a Mario si inasprì sfociando in aperto scontro. A questo punto, nel tentativo di avere la meglio su Ottavio, Mario, insieme al figlio, rientrò dall'Africa con un esercito ivi raccolto e unì le proprie forze a quelle di Cinna, che aveva radunato truppe filomariane ancora impegnate in Campania contro gli ultimi socii ribelli. Gli eserciti alleati entrarono in Roma, di modo che Cinna fu eletto console per la seconda volta e Mario per la settima. Seguì una feroce repressione contro gli esponenti del partito conservatore: Silla fu proscritto, le sue case distrutte e i suoi beni confiscati. Tuttavia nel primo mese del suo mandato, all'età di 71 anni, Mario morì. Cinna fu in seguito rieletto console per altre due volte, per poi morire, vittima di un ammutinamento, mentre si dirigeva con l'esercito verso la Grecia. L'armata di Silla, dopo aver concluso vittoriosamente la campagna nel Ponto, rientrò in Italia sbarcando a Brindisi nell'83 a.C., e sconfisse il figlio di Mario, Gaio Mario il Giovane, che morì in combattimento a Preneste, a circa 50 chilometri da Roma. Gaio Giulio Cesare, nipote della moglie di Mario, sposò una delle figlie di Cinna. Dopo il ritorno di Silla a Roma si instaurò un regime di restaurazione che perpetrò le più feroci repressioni, tanto che Giulio Cesare fu costretto a fuggire in Cilicia, dove rimase fino alla morte di Silla nel 78 a.C.

Cartina dei luoghi delle battaglie nella Guerra Civile di Roma,
dall'88 all'82 a.C. -  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nell'88 a.C. - Inizia la Guerra Civile Romana.
- L'82 a.C. vide il conflitto tra la fazione degli ottimati, guidata da Silla, e quella dei populares, o mariani perché seguaci del sette volte console Gaio Mario morto nell'86 a.C., guidata dai consoli Gaio Mario il Giovane e Gneo Papirio Carbone. Da diverso tempo la repubblica romana era percorsa da un conflitto politico tra due fazioni, quella dei populares, guidata dall'uomo nuovo Gaio Mario (almeno fino alla sua morte avvenuta nell'86 a.C.), e quella degli ottimati, guidata dal nobile Lucio Cornelio Silla, che si combattevano, con alterne fortune, per il predominio politico sull'Urbe.
- 88/87 a.C.: la lotta per il potere presto si era spostata dal piano politico a quello militare, così avvenne che, grazie all'appoggio delle legioni a lui fedeli, Silla scacciò i mariani dall'Urbe ed ottenne il comando per la guerra a Mitridate, e fu sempre grazie alla forza delle armi che, con Silla impegnato in Asia Minore, i populares e Gaio Mario poterono rientrare in città e controllarla, almeno fino al ritorno di Silla.
- 86 a.C.: sappiamo infatti che mentre Silla combatteva in Grecia, ottenendo numerosi ed importanti successi, prima ad Atene nel marzo di quest'anno, poi al Pireo, a Cheronea, dove secondo Tito Livio caddero ben 100.000 armati del regno del Ponto, ed infine ad Orcomeno, a Roma Silla era dichiarato nemico pubblico da Gaio Mario e Cinna. Le sue abitazioni cittadine e di campagna furono distrutte ed i suoi amici messi a morte. Contemporaneamente il Senato deliberava di inviare in Grecia il nuovo console, Lucio Valerio Flacco, collega di Lucio Cornelio Cinna, con due legioni per succedere nel comando a Silla. Nello stesso anno muore Gaio Mario.
- 85 a.C.: Silla, conclusa prima del tempo quella che sarebbe stata ricordata come la prima guerra mitridatica con il Trattato di Dardano nell'85 a.C., decise allora di tornare in Italia per contrastare le manovre del partito avverso, che lo aveva addirittura dichiarato nemico della patria. I più attivi nel campo dei populares erano i consoli Lucio Cornelio Cinna e Gneo Papirio Carbone, consoli per l'85 a.C. e l'84 a.C., che a cavallo tra i due consolati tentarono di organizzare ad Ancona un esercito per contrastare quello di Silla, una volta che fosse terminata la campagna in Asia. L'impresa non ebbe seguito perché nell'84 a.C. l'esercito, forse perché scontento delle dure condizioni di vita imposte dai due consoli, si ribellò ed uccise Cinna, mentre Carbone fuggiva. Molti per sottrarsi alla tirannide dei due consoli avevano abbandonato Roma, e si erano rifugiati nell'accampamento di Silla, come in un porto di salvezza. Così in breve tempo venne a crearsi, attorno allo stesso, una parvenza di Senato. Anche la moglie, Cecilia Metella Dalmatica, riuscì a stento a fuggire con i figli e raggiunse il marito in Grecia, portando la notizia che i suoi oppositori avevano bruciato la casa in città e le ville in campagna, pregandolo quindi di far ritorno in Italia in aiuto dei suoi sostenitori.
- 84 a.C.: conclusa la pace a Dardano in Asia con Mitridate VI, ed obbligato quest'ultimo a ritirarsi dalle province romane asiatiche, Silla trascorse i successivi due anni in Grecia per riorganizzare le forze, prima di rientrare in Italia. Egli, infatti, una volta conclusa la pace, salpò da Efeso nel corso dell'inverno dell'85-84 a.C. e si trasferì al Pireo e poi ad Atene dove fu iniziato ai misteri.[18] Verso la fine dell'anno attraversò la Tessaglia e la Macedonia e fece i preparativi per il suo rientro in Italia da Durazzo, con una flotta di 1.200 navi.
- 83 a.C.: per quest'anno furono eletti consoli Lucio Cornelio Scipione Asiatico e Gaio Norbano che, mentre Silla sbarcava a Brindisi dove si acquartierava con i suoi veterani e riprendeva i contatti con gli esponenti della propria fazione, tentavano di organizzare un esercito per contrastare la marcia di Silla verso Roma. Silla era infatti sbarcato a Taranto con 30.000 armati in quella primavera, e secondo Plutarco, vi erano ad attenderlo 15 generali nemici e 450 coorte. E mentre si preparava a marciare contro Roma al comando delle sue legioni, ricevette rinforzi dal giovane Pompeo, che si unì al futuro dittatore con un buon numero di soldati a lui fedeli, provenienti per lo più dalla regione del Piceno, e da Quinto Cecilio Metello Pio, campione degli ottimati durante i 4 anni di consolato di Cinna. I due consoli in carica nell'83 decisero di contrastare il passo di Silla in Campania; Scipione organizzò il suo campo nei pressi di Teano, mentre Norbano fece campo nei dintorni di Capua. Silla attaccò per primo l'esercito sotto il comando di Norbano che, perso lo scontro ed oltre 7.000 uomini, si rifugiò all'interno delle mura di Capua. A quel puntò Silla marciò verso Teano offrendo a Scipione una tregua, prontamente accettata dal Console, che in questo modo pensava di guadagnar tempo per coordinarsi con il collega e con Sertorio. Ma quando Scipione pensò di poter rompere la tregua con Silla il suo esercito, che aveva fraternizzarono con l'esercito di Silla, gli si rivoltò contro passando al campo avverso senza colpo ferire. Scipione, fatto liberare da Silla, andò in esilio a Marsiglia, dove morì. L'83 a.C. terminò con gli uomini di Silla acquartierati in Campania e i populares a Roma che tentavano di organizzarsi per contrastare il passo al nemico.
- Nell'82 a.C. furono eletti consoli Gneo Papirio Carbone e il ventiduenne Gaio Mario il Giovane, figlio di Gaio Mario, a cui fu affidata la difesa della città; quasi immediatamente inviarono Sertorio, forse l'unico esponente tra i populares con l'adeguata esperienza militare necessaria per contrastare Silla, nella Spagna Citeriore. I primi scontri, entrambi favorevoli agli ottimati, si ebbero nelle marche presso il fiume Esino, dove le truppe di Pompeo e di Metello ebbero la meglio su quelle condotte da Carbone, e nella pianura di Sacriporto, antistante Preneste, dove le truppe di Silla ebbero la meglio su quelle guidate da Mario il Giovane. I due comandanti mariani, invece di riunire le proprie forze, decisero di resistere alla fazione avversa ognuno dei due trovando rifugio in una diversa città; Gaio Mario il Giovane a Preneste nel Lazio, e Carbone a Chiusi in Etruria. Anche questa volta Silla si trovò nella condizione di poter attaccare separatamente i due nemici. Silla lasciò il proprio luogotenente Ofella a sostenere l'assedio di Preneste e, dopo aver normalizzato la situazione nella capitale, si diresse a nord per dar battaglia a Carbone. La battaglia sotto le mura di Chiusi fu particolarmente cruenta, e si risolse con un sostanziale nulla di fatto. Per contro Pompeo frustò il tentativo di Carbone di inviare rinforzi al collega Mario rinchiuso a Preneste, intercettando e sconfiggendo i rinforzi che Carbone gli aveva mandato nei pressi di Spoleto. In questo frangente, un esercito di 7.000 lucani e sanniti stava risalendo verso il nord, guidati da P. Telesino, M. Lamponio e Gutta, per portare soccorso a Mario. Silla, per impedire questa manovra, abbandonò l'assedio di Chiusi dirigendosi immediatamente verso sud con i propri uomini e sbarrare così il passo a questo nuovo esercito. Carbone ne approfittò per uscire da Chiusi e si diresse verso Faenza, per portare battaglia a Metello che reputava il più debole nel campo avverso; l'esito non fu quello sperato e Carbone subì una cocente sconfitta che gli costò anche la perdita di Chiusi, lasciata sguarnita e alla mercé di Pompeo. Lo scontro decisivo tra gli eserciti delle due fazioni, la battaglia di Porta Collina, si svolse il 1 novembre dell'82 a.C., sotto le mura di Roma, dove l'esercito guidato lucano-sannita aveva puntato, modificando l'intenzione iniziale di portare soccorso a Preneste, non appena avuta notizia della manovra di Silla, che di fatto aveva lasciato sguarnita Roma. Silla riuscì ad arrivare in tempo sul luogo della battaglia, solo per lo straordinario sforzo delle sue poche truppe lasciate a difesa di Roma, che resistettero tutto il giorno fino all'arrivo del proprio comandante. Anche dopo l'arrivo dei rinforzi l'esito della battaglia rimase a lungo in bilico, risolvendosi alla fine a favore del campo degli ottimati. Persa la battaglia di Porta Collina, che segnò la definitiva sconfitta dei mariani, Preneste si arrese a Silla e Mario il Giovane, frustrato nel suo tentativo di fuggire attraverso dei sotterranei, preferì uccidersi piuttosto che cadere nelle mani del nemico.
Il generale e dittatore
Lucio Cornelio Silla.
Carbone invece prima riparò in Africa poi sull'isola di Pantelleria, dove fu catturato da Pompeo Magno che lo trasse in catene nella prigione di Marsala, dove quello stesso anno fu giustiziato. Sconfitti i nemici mariani, Silla iniziò le proscrizioni di tutti gli avversari politici; assunse il titolo di dittatore a vita, e cercò con una serie di riforme di ristabilire il regime oligarchico. Una vittima delle sue proscrizioni con una morte particolarmente violenta e crudele fu Marco Mario Gratidiano che, racconta suo cognato Catilina, fosse stato torturato e smembrato in un modo che evoca il sacrificio umano. Silla, entrando in Roma con le legioni in armi, segna un precedente che porterà alla fine della repubblica. Per quanto poi emani una legge che proibisce tale gesto, dopo un quarantennio sarà Gaio Giulio Cesare a stroncare definitivamente la repubblica varcando il Rubicone, confine del territorio sotto il diretto controllo di Roma, con le legioni in armi. Per "Partiti ed elezioni nell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI, per "Le leggi Licinie Sestie dell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI, per "Le leggi delle XII tavole dell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI, per "Conflitto degli Ordini e Secessione della Plebe nell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI, per "Elezioni, elettori ed eletti nell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI, per "L'ordinamento politico-sociale dell'antica Roma monarchica" clicca QUI.

Nell'82 a.C. - La Gallia Cisalpina, l'attuale nord dell'Italia, è dichiarata provincia romana.

Anfiteatro di Capua.
Nel 73 a.C. - Dall'anfiteatro di Capua, di cui ancora è possibile ammirare l'imponente struttura, prese avvio la rivolta di Spartaco, poi annegata nel sangue. L'importanza notevole e la fama di Capua sopravviveranno tuttavia agli esiti infausti di queste vicende storiche, tanto che lo storico Livio in epoca imperiale ebbe a definirla la più grande e opulenta città dell'Italia antica e ancora nel I secolo a.C. Cicerone non esitò a definirla altera Roma, proprio per sottolineare come la magnificenza della città fosse paragonabile a quella dell'Urbe laziale.

Nel 72 a.C. Tribù suebiche comandate da Ariovisto entrano in Gallia, passando il medio Reno, chiamate in soccorso dai celti Sequani.
Carta della Gallia con le popolazioni che la abitavano
nel I sec. a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
I Suebi stavano poi per conquistare la Gallia intera, quando nel 58 a.C. intervenne Cesare, che ricacciò Ariovisto e i suoi oltre il Reno, passò due volte il fiume (55 e 53), e ne fece la linea di confine fra l'impero e i Germani, che furono da allora in relazione con i Romani. La Svevia (in latino Suēbĭa, in tedesco Schwaben o Schwabenland) è una regione storica e linguistica della Germania e i Suebi, poi chiamati Svevi, furono una popolazione germanica che oltre duemila anni fa si era originata in un'area vicina al Mar Baltico, che era conosciuto dai Romani come Suebicum mare. In parte a causa della sua scarsa conoscenza con i diversi popoli germanici che interagirono con Roma, lo storico Tacito si è riferito a tutti i Germani dell'Elba con il nome di Herminones o Suebi, probabilmente semplificando notevolmente una realtà fatta di tribù non sempre strettamente affini.

Cartina  dei domini di Roma prima della conquista della
 Gallia, nel 58 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 58 a.C. - Gaio Giulio Cesare inizia la conquista della Gallia. Il praenomen "Gaio" è forma corretta rispetto al pur comune "Caio". La forma "Caio", infatti, si è diffusa a seguito di un'errata interpretazione dell'abbreviazione epigrafica "C." (cfr., tra gli altri, Conte, Pianezzola, Ranucci, Dizionario della lingua latina, sub voce Gaius: «il fraintendimento dell'abbr., in cui la G si scriveva, per conservazione di grafia arcaica, C., ha generato la forma "Caio"). Gaio Giulio Cesare, (Roma 100 - 44 a.C.), generale e uomo politico romano, una delle figure più leggendarie e controverse del mondo antico, gettò le basi del futuro sistema imperiale romano alla fine della repubblica di Roma. Nato da famiglia nobile, appartenente alla gens Julia, suo zio acquisito fu Gaio Mario, esponente dei populares, che aveva sposato la sorella del padre e la cui influenza fu determinante per il futuro politico di Cesare.
Quando il rivale di Mario, Silla, esponente del partito degli optimates, dopo aver vinto la guerra civile fu nominato dittatore nell'82 a.C., ordinò a Cesare di ripudiare la moglie Cornelia, figlia di Cinna (che era seguace di Mario e perciò nella lista dei proscritti fatta stilare da Silla), egli si rifiutò di sottostare alle disposizioni del dittatore e perciò fu messo al bando e dovette allontanarsi da Roma. Vi rientrò nel 78 a.C., dopo la morte di Silla, e in seguito si recò a Rodi, dove intraprese, secondo le usanze del tempo, studi di retorica. I territori delle future province di Germania inferiore e superiore entrarono nella sfera di influenza romana ai tempi della conquista della Gallia di Gaio Giulio Cesare degli anni 58 e 57 a.C.
Cartina  delle Gallie nel 58 a.C. con i nomi delle popolazioni
locali, prima della conquista di Gaio Giulio Cesare, in cui
erano province Romane solo le Gallie Cisalpina e
Narbonensis.  Clicca sull'immagine  per ingrandirla.
Nell'anno 58 a.C., i celti Elvezi cercarono di sfuggire alla spinta migratoria delle tribù germaniche spostandosi in Gallia, ma vennero sconfitti dagli eserciti di Giulio Cesare a Bibracte e respinti. Giulio Cesare, una volta battuti gli Elvezi, rivolse la sua attenzione a chi aveva invaso la Gallia: le popolazioni germaniche comandate dal re Ariovisto. Quest'ultimo aveva invaso, insieme alle sue genti, popolazioni di Suebi, i territori della riva sinistra del Reno fin dal 72 a.C., provenienti dalle vallate dei fiumi Neckar e Meno. Nel corso degli anni le popolazioni germaniche che avevano passato il Reno erano cresciute di numero, fino a raggiungere rapidamente le 120.000 unità. Giulio Cesare alla fine ebbe la meglio, riuscendo a batterle in Alsazia, in una piana ai piedi dei monti Vosgi (nel 58 a.C.) oggi compresa tra le città di Mulhouse e Cernay. I Germani al termine di uno scontro assai cruento, furono sconfitti e massacrati dalla cavalleria romana mentre cercavano di riattraversare il Reno, e lo stesso Ariovisto scampò a stento alla morte, riuscendo a guadare il fiume insieme a pochi fedeli. Da quel momento Ariovisto scomparve dalla scena storica. Cesare, respingendo gli Suebi (Svevi) al di là del Reno, trasformò questo fiume in quella che sarebbe stata la barriera naturale dell'Impero per i successivi quattro-cinque secoli.

Carta con i Veneti in Armorica.
Nel 56 a.C. - Gaio Giulio Cesare sconfigge i Celti Veneti.
La popolazione celtica dei Veneti abitava la zona del Morbihan, in Armorica, nell'attuale Bretagna (in quella che divenne Gallia Lugdunensis). La loro città più famosa (probabilmente la loro capitale) era Darioritum (oggi nota come Vannes), menzionata nella Geografia di Tolomeo. « I Veneti sono il popolo che, lungo tutta la costa marittima, gode di maggior prestigio in assoluto, sia perché possiedono molte navi, con le quali, di solito, fanno rotta verso la Britannia, sia in quanto nella scienza e pratica della navigazione superano tutti gli altri, sia ancora perché, in quel mare molto tempestoso e aperto, pochi sono i porti della costa e tutti sottoposti al loro controllo, per cui quasi tutti i naviganti abituali di quelle acque versano loro tributi.. » (Giulio Cesare: de bello Gallico, III, 8)
Cartina  delle Gallie nel 44 a.C., dopo la conquista di
Caio Giulio Cesare  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
I Veneti furono una grande ed influente potenza marittima e commerciale. Avevano una forte organizzazione ed erano probabilmente dotati di un Senato. Avevano un'importante flotta per commerciare con le Isole britanniche e l'Italia, da cui diffusero il vino e l'olio, (che i Romani avevano impiantato in Armorica da Bordeaux) nell'Armorica stessa e nella Britannia partendo da Vannes e dall'attuale regione del Malouine, in particolare a Hengistbury Head (non lontano da Bournemouth nel Dorset attuale) e contemporaneamente vendendo tra l'altro prodotti salati e salumeria, che erano ben conosciuti ed apprezzati a Roma, nonché stagno, piombo e rame provenienti dalla grande isola. Più a sud dell'Armorica c'erano i Namneti, stanziati nella foce della Loira e che diedero il loro nome alla città di Nantes. 
In rosso, gli stanziamenti delle prime tribù dei
Germani, in rosa le espansioni fino al 50 a.C.
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I Namneti erano chiamati Sanniti da Strabone e da Tolomeo, ma furono semplicemente una tribù dei Veneti, come si evince da ciò che scrisse Giulio Cesare nel "De bello Gallico", II, c-8. « I Pictoni erano ostili ai Veneti come si può dedurre dalla loro alleanza con il proconsole Giulio Cesare nella sua prima campagna e dalle navi costruite o fornite ai Romani da parte loro, dei Santoni e da altri popoli gallici per facilitare la rovina del Veneti. » (Cesare, de bello Gallico, VIII e III, 11). Nel 56 a.C. le navi di Cesare, fornite dagli altri popoli gallici, distrussero la flotta veneta nella battaglia del Morbihan. Il parlamento fu passato per le armi e le donne ed i bambini venduti come schiavi.

Nel 55 a.C. - Gaio Giulio Cesare decise di passare per la prima volta il Reno, nei pressi dell'attuale città di Colonia, penetrando prima nel paese alleato degli Ubi, e poi volgendo le sue armate (composte da 8 legioni) verso nord, dove per 18 giorni mise a ferro e fuoco i territori delle vicine popolazioni germaniche dei Sigambri. I Sigambri (dal latino: Sigambri o Sicambri o Sugambri) furono un'antica popolazione germanica che abitò a partire dalla metà del I secolo a.C., lungo la riva destra del medio corso del fiume Reno, tra il fiume Lippe ed il Sieg. Confinavano con i Marsi ad est, la Gallia dei Celti ad ovest, gli Usipeti a nord ed i Tencteri a sud.
Carta della Gallia Belgica con le popolazioni che la abitavano
Due anni più tardi, lo stesso Cesare racconta che il suo legato, Quinto Tullio Cicerone, a capo di 7 coorti legionarie della legio XIV, veniva sconfitto presso Atuatuca (Tengeren, nel Belgio fiammingo) da 2.000 guerrieri Sigambri. Cesare, venuto a conoscenza dell'accaduto, raggiunse il Reno, lo passò per la seconda volta e messo piede sul territorio germanico, lasciò 12 coorti di fanteria legionaria a guardia della riva destra del grande fiume, per ricordare ai Germani delle precedenti devastazioni e dissuaderli dal compiere nuove scorrerie nelle Gallie. Gaio Giulio Cesare compì due spedizioni memorabili, in Germania ed in Britanniaterritori fino ad allora mai esplorati dagli eserciti romani. Spinte alle spalle dalla pressione dei Suebi (Svevi), le tribù germaniche degli Usipeti e dei Tencteri avevano vagato per tre anni, e si erano spinti dai loro territori, a nord del fiume Meno, fino a raggiungere le regioni abitate dai Menapi alla foce del Reno. I Menapi possedevano, su entrambe le sponde del fiume, campi, casolari e villaggi. Spaventati dall'arrivo di una massa di persone tanto grande, (Cesare sostiene fossero ben 430.000) abbandonarono gli insediamenti a ovest del fiume e posero alcuni presidi lungo il Reno, per impedire ai Germani di passare in Gallia. Non riuscendo ad attraversare il fiume, Tencteri ed Usipeti simularono la ritirata; una notte, però, la loro cavalleria tornò all'improvviso e fece strage dei Menapi che erano tornati nei loro villaggi. Si impadronirono delle loro navi e passarono il fiume. Occuparono villaggi e si nutrirono per tutto l'inverno con le loro provviste. Venuto a conoscenza di questi fatti, Cesare decise di anticipare la sua partenza per la Gallia e raggiungere le sue legioni, che svernavano nei territori della Gallia Belgica. Era venuto inoltre a sapere che alcune tribù galliche avevano invitato le tribù germaniche ad abbandonare i territori appena conquistati del basso Reno, per inoltrarsi in Gallia. « Attratti da questa speranza, i Germani si spinsero più lontano con le loro scorrerie, fino ai territori degli Eburoni e dei Condrusi, che sono un popolo cliente dei Treviri [...] Cesare dopo aver blandito ed incoraggiato i capi della Gallia, ed avergli richiesto reparti di cavalleria alleata, stabilì di portare la guerra ai Germani [...] Cesare dopo aver provveduto a raccogliere frumento ed arruolati i cavalieri si diresse verso le regioni dove si diceva si trovassero i Germani. » (Cesare, De bello Gallico, IV, 6-7,1.). I Germani, che si trovavano in una località non molto distante dall'attuale città olandese di Nimega (in olandese Nijmegen), una volta venuti a conoscenza dell'avvicinamento dell'esercito romano decisero di inviare ambasciatori a Cesare, per chiedere al generale il permesso di insediarsi in quei territori ed offrendo in cambio la loro amicizia. Gli ricordarono il motivo per cui erano stati costretti a migrare ed il loro valore in battaglia, ma Cesare negò loro il permesso di occupare territori della Gallia: sostenne che non era giusto che i Germani si impadronissero delle terre di altri popoli; proprio loro, che non erano stati capaci di difendere i propri territori dalle scorrerie dei Suebi.
Cesare consigliò loro di ripassare il Reno e di occupare i territori del popolo amico degli Ubi. Fu stabilita quindi una tregua da utilizzare per giungere a un compromesso con questo popolo, ma, durante la tregua, i Germani si scontrarono con uno squadrone di cavalleria gallo-romana, che fu messa in fuga. Cesare li accusò di non aver rispettato l'accordo e così, quando gli ambasciatori di Usipeti e Tencteri si recarono da lui per giustificarsi, li fece imprigionare, dopodiché, con una mossa fulminea, piombò sull'accampamento germanico difeso solo da carri e bagagli, massacrando i nemici e costringendoli alla fuga in direzione della confluenza del Reno con la Mosa (lungo il tratto chiamato Waal). Ottenuta una nuova vittoria sulle genti germaniche, -------- Cesare decise di passare il Reno e di invadere la stessa Germania. La ragione principale che lo spinse a portare la guerra oltre il Reno fu l'intenzione di compiere un'azione dimostrativa e intimidatoria che scoraggiasse i propositi germanici di invadere in futuro la Gallia. Troppo spesso essi avevano fornito truppe mercenarie ai Galli e si erano intromessi nelle loro vicende interne. Gettato un lungo ponte di legno sul Reno (tra Coblenza e Bonn, lungo probabilmente 400 metri), il proconsole passò prima nel territorio amico degli Ubi, poi deviò verso nord nel territorio dei Sigambri, dove per diciotto giorni compì devastazioni e saccheggi a rapidità incredibile. Terrorizzati a sufficienza i Germani, decise di far ritorno in Gallia, distruggendo il ponte alle proprie spalle e fissando il confine delle conquiste della Repubblica romana sul Reno
Scudo Celtico in bronzo
del I sec. a.C. ritrovato nel
Tamigi a Battersea, in
Inghilterra. Clicca
sull'immagine
 per ingrandirla.
- Nella tarda estate del 55 a.C. Cesare decise di invadere la Britannia, perché: « [...] comprendeva che in quasi tutte le guerre galliche, i rinforzi erano giunti dall'isola ai nostri nemici; se non fosse bastata la buona stagione per condurre la guerra, tuttavia pensava che avrebbe tratto grande utilità anche da una semplice visita nell'isola, da un'esplorazione dei suoi abitanti e da una ricognizione dei luoghi, dei porti e degli accessi; tutte cose che erano quasi del tutto ignote ai Galli. Ad eccezione dei mercanti, nessuno infatti rischiava di recarsi là e anche la conoscenza che loro avevano dell'isola non andava oltre la costa e le regioni che si trovano di fronte alla Gallia. » (Cesare, De bello Gallico, IV, 20.)
Per questi motivi, Cesare non fu in grado di ottenere dai mercanti sufficienti informazioni su quanti e quali popoli vi abitassero, quali tattiche di guerra utilizzassero, quali porti fossero idonei per l'attracco della sua flotta. Decise allora di mandarvi in avanscoperta Gaio Voluseno, con una nave da guerra, mentre nel frattempo si spostò nel territorio dei Morini, dove ordinò di radunare quella stessa flotta che aveva combattuto contro i celti Veneti nel 56 a.C., poiché da questa regione la traversata per la Britannia risulta più breve. Mentre Cesare preparava la spedizione, alcuni mercanti informarono i Britanni circa le intenzioni del proconsole romano. Spaventati dalla possibile invasione romana, decisero di inviare ambasciatori a Cesare, promettendogli di consegnare ostaggi e di obbedire all'autorità di Roma. Cesare accolse le loro promesse e permise loro di ritornare in patria, mandando con loro Commio, da lui imposto sul trono degli Atrebati. Aveva il compito di visitare la Britannia, di esortare le sue popolazioni ad essere fedeli a Roma e di annunciare loro che presto si sarebbe recato in Britannia egli stesso. Voluseno frattanto tornò con molte informazioni, mentre i Morini decidevano di sottomettersi a Cesare, scusandosi per il comportamento passato. Allo scopo di rendere più sicura la situazione in Gallia prima di partire, Cesare dispose che gli fossero consegnati un gran numero di ostaggi, e come li ebbe ricevuti, accettò la loro sottomissione. Quindi salpò alla volta della Britannia, da Portus Itius (o Gesoriacum, l'attuale Boulogne-sur-Mer), con circa ottanta navi, sufficienti a trasportare due legioni (la VII e la X), ma lasciando indietro la cavalleria (su altre diciotto imbarcazioni da carico), che avrebbe dovuto partire da un altro porto (forse Ambleteuse, distante otto miglia). I Britanni si erano appostati sulle bianche scogliere di Dover, aspettando l'esercito di Cesare, il quale, avvicinatosi all'alta scogliera , si accorse che lì si era appostato il grosso dell'esercito nemico, che dall'alto osservava la flotta romana. Cesare ritenne impraticabile uno sbarco in quel punto e decise di riprendere il mare; giunse così in un tratto di costa aperta e piana che si trovava a circa sette miglia da Dover. Qui, ancora una volta, si trovò di fronte al nemico schierato. Infatti i Britanni avevano mandato avanti la cavalleria ed i combattenti sui carri per attendere Cesare in riva al mare, mentre il grosso dell'esercito li avrebbe raggiunti. In questo luogo ebbe luogo un'importante battaglia, poiché l'esercito dei Britanni tentò di impedire l'approdo delle navi e il conseguente sbarco dei Romani. Questi ultimi, dopo molte difficoltà, riuscirono (grazie anche alle potenti armi da getto dell'artiglieria pesante collocata sulle navi) a scendere a terra, dove i due eserciti si scontrarono. Dopo un duro combattimento, i Britanni furono messi in fuga, ma i vincitori non furono in grado di inseguirli, poiché mancava loro la cavalleria rimasta in Gallia. Le tribù britanniche, vinte in battaglia, si decisero a mandare ambasciatori per chiedere la pace. I messi condussero con loro Commio (che era stato fatto prigioniero e che liberarono dalle catene davanti a Cesare) e offrirono numerosi ostaggi. Quando però seppero che la cavalleria romana era stata ricacciata sulle coste belgiche dal cattivo tempo e che le maree oceaniche avevano danneggiato pesantemente le navi di Cesare, i Britanni decisero di riprendere le armi contro l'invasore romano e, dopo aver rinnovato a parole l'alleanza con Cesare, lasciarono furtivamente il campo del proconsole. Ma Cesare, che aveva intuito le intenzioni del nemico, predispose tutto il necessario per un eventuale attacco, compreso il reperimento del frumento necessario per rifornire l'esercito e la riparazione di più navi possibili (fece utilizzare, come "pezzi di ricambio", parti di quelle maggiormente danneggiate, ormai inutilizzabili per la traversata di ritorno). Durante queste operazioni fu inviata una sola legione, la VII, a raccogliere il grano necessario, non essendoci stato alcun sospetto di una ripresa ostilità da parte delle tribù indigene. La legione, però, una volta allontanatasi dal campo principale fu circondata ed attaccata da ogni parte. Cesare, accortosi dell'accaduto (anche da lontano si poteva scorgere un polverone maggiore del solito), prese con sé otto coorti della X legione e si mise in marcia a grande velocità. Riuscì a salvare la legione assediata, bersagliata da proiettili da ogni parte, ed a riportarla all'interno del campo base, dove era certo avrebbe dovuto sostenere l'ultimo e decisivo assalto nemico. Alla fine, i Britanni, dopo aver radunato una grande massa di fanti e di cavalieri, attaccarono: furono nuovamente sconfitti, subendo perdite ingenti. I Romani inseguirono il nemico finché le forze lo consentirono loro, incendiando in lungo ed in largo tutti i casolari della zona. La vittoria romana costrinse i Britanni a chiedere la pace e questa volta Cesare, ottenuta la promessa di ricevere il doppio degli ostaggi, ripartì per la Gallia, dove una volta sbarcate, le sue legioni furono però aggredite anche dai Morini, che speravano in un ricco bottino. I nemici furono respinti anche questa volta ed il proconsole inviò Tito Labieno a punire questo popolo, mentre Quinto Titurio Sabino e Lucio Aurunculeio Cotta furono inviati a devastare le terre dei vicini Menapi. Al termine delle operazioni, Cesare dislocò le legioni negli accampamenti invernali, questa volta tutti nella Gallia Belgica. Frattanto solo due nazioni inviarono gli ostaggi promessi dalla Britannia, mentre le altre vennero meno agli accordi. Ordinò, infine, ai suoi legati, prima di lasciare i quartieri d'inverno per recarsi in Italia, di provvedere durante l'inverno alla costruzione del maggior numero di navi possibile ed alla riparazione di quelle vecchie, disponendo che le nuove navi fossero più basse e più larghe di quelle che abitualmente erano usate nel mar Mediterraneo (così da reggere meglio le onde dell'oceano). Una volta tornato a Roma, furono decretati venti giorni di festa in suo onore.

Nel 54 a.C. - Il ritorno in Britannia e le prime rivolte in Gallia. Dopo aver posto fine in Illiria agli attacchi dei Pirusti, Cesare decise di far ritorno in Gallia, dove volle ispezionare tutti i quartieri d'inverno e le numerose navi che erano state fino a quel momento costruite: ben seicento, che decise di radunare presso Portus Itius. Venuto a sapere che tra i Treveri serpeggiava una voglia di rivolta - non solo non partecipavano più alle riunioni comuni dei Galli, ma avevano mantenuto dei buoni rapporti con i Germani d'oltre Reno - decise di muovere verso di loro con quattro legioni ed ottocento cavalieri. Raggiunti i Treveri, richiese a Induziomaro, uno dei due uomini più influenti di questo popolo e favorevole alla cacciata dei Romani dalla Gallia, numerosi ostaggi tra i suoi famigliari, mentre a Cingetorige, che si era dimostrato fedele ed amico del popolo romano, affidò il comando su questa nazione. A questi eventi si aggiunse la morte dell'eduo Dumnorige il quale, dopo aver terrorizzato i nobili della Gallia sostenendo che Cesare li avrebbe trucidati una volta sbarcati in Britannia, fu messo a morte per evitare possibili sentimenti di rivolta tra i Galli. Cesare, lasciato in Gallia Tito Labieno con tre legioni e duemila cavalieri a guardia dei porti, a provvedere al vettovagliamento ed a controllarne la situazione, salpò per la seconda volta da Portus Itius alla volta della Britannia con una forza militare più consistente di quella dell'anno precedente: cinque legioni e duemila cavalieri a bordo di oltre ottocento navi. Al suo seguito si aggiunsero anche numerosi mercanti attratti dai racconti sulle favolose ricchezze dell'isola. Sbarcato nello stesso luogo dell'anno precedente senza trovare nessuna opposizione, Cesare, lasciate a guardia della flotta dieci coorti e trecento cavalieri sotto il comando di Quinto Atrio, marciò verso l'interno dove, a circa diciotto miglia dal campo base, trovò la prima vera opposizione dei Britanni, i quali furono sconfitti sebbene si fossero attestati in una posizione favorevole. La mattina seguente giunsero presso il campo del generale romano alcuni cavalieri inviati da Quinto Atrio per informarlo che la notte precedente una tempesta aveva danneggiato la maggior parte delle navi. Il proconsole romano si recò quindi a constatare di persona i danni e a predisporre il necessario per far riparare le navi. Tornato presso le legioni, scoprì che nel frattempo si era radunato nei pressi del campo romano un imponente esercito nemico guidato da Cassivellauno (che regnava sulle genti a nord del Tamigi). L'attacco dei Britanni che ne seguì è così descritto dallo stesso Cesare: « Cesare inviò in loro aiuto due coorti e scelse due legioni che presero posizione [...] ma i nemici con grande coraggio, mentre i Romani erano atterriti dal nuovo modo di combattere, riuscirono a sfondare passando nel mezzo, riuscendo a mettersi in salvo. In questo giorno cadde ucciso il tribuno militare Quinto Laberio Duro, ed i Britanni furono respinti con l'invio di numerose coorti [...] osservando il combattimento, Cesare comprese che i Romani non potevano inseguire gli avversari quando si ritiravano per la pesantezza delle armi [...] allo stesso modo i cavalieri combattevano con grande pericolo, poiché i Britanni di proposito si ritiravano e quando li avevano allontanati un po' dalle legioni, scendevano dai carri ed a piedi li attaccavano in modo diseguale [...] in questo modo il pericolo risultava identico per chi inseguiva e chi si ritirava, inoltre i Britanni non combattevano mai riuniti ma in ordine sparso [...] in modo che potessero coprirsi la ritirata e soldati freschi sostituire quelli stanchi. » (Cesare, De bello Gallico, V, 15-16.). Il giorno seguente i Britanni, che sembravano essersi ritirati lontano dal campo romano, decisero di tornare ad attaccare le tre legioni e la cavalleria che erano state inviate a fare provviste. Ed anche in questa circostanza la miglior disciplina dell'esercito romano prevalse sulle genti della Britannia, con i Romani che riuscirono a respingere i nemici, infliggendo loro numerose perdite. Cesare, deciso a passare al contrattacco, condusse la sua armata fino ai domini di Cassivellauno. Attraversato il Tamigi attaccò il nemico, che si era appostato sulla riva settentrionale, in mondo così improvviso che i Britanni furono costretti alla fuga. Proseguì poi le operazioni fino alla conquista di un oppidum nemico più a nord.
L'ultimo tentativo di Cassivellauno di attaccare il campo navale e le forze romane lasciate a presidio della costa si rivelò anch'esso un totale fallimento, tanto che il re britanno fu costretto a intavolare trattative di pace con Cesare, attraverso la mediazione dell'atrebate Commio. I Britanni furono costretti a sottomettersi, a pagare un tributo annuale ed a consegnare ostaggi al proconsole romano in segno di resa, mentre allo stesso Cassivellauno fu vietato di recare ulteriore danno a Mandubracio e ai Trinovanti che avevano chiesto protezione contro di lui a Cesare. Il generale romano fece ritorno in Gallia, dove, dopo aver assistito all'assemblea dei Galli a Samarobriva (forse l'odierna Amiens), mandò le legioni nei quartieri d'inverno. Benché non avesse ottenuto alcuna nuova conquista territoriale in Britannia, era riuscito nell'intento di terrorizzare quelle genti, limitandosi a creare tutta una serie di clientele che avrebbero portato questa regione nella sfera d'influenza di Roma, oltre ovviamente ad essere stato il primo romano a coprirsi di gloria per aver attraversato con le sue legioni il Mare del Nord. Da qui scaturirono quei rapporti commerciali e diplomatici che apriranno la strada alla conquista romana della Britannia nel 43.
- La rivolta in Gallia. Ricevuti gli ostaggi britanni, Cesare ritornò in Gallia dove, dopo aver assistito all'assemblea dei Galli a Samarobriva, mandò le legioni nei quartieri d'inverno. Una legione affidata al legato Gaio Fabio fu inviata tra i Morini (presso l'attuale cittadina di Saint-Pol-sur-Ternoise); un'altra, assegnata a Quinto Cicerone, si posizionò tra i Nervi (presso Namur); una terza (Lucio Roscio) fu inviata tra gli Esuvi (presso Nagel-Séez-Mesnil, nell'Alta Normandia); una quarta (Tito Labieno) tra i Remi, al confine con i Treveri (probabilmente in località Lavacherie, a circa sedici chilometri a nord-ovest di Bastogne); tre legioni andarono tra i Belgi, sotto il comando del questore Marco Crasso (nella zona di Beauvais) e dei legati Lucio Munazio Planco (presso Lutezia) e Gaio Trebonio (presso Samarobriva); e una legione (appena arruolata nella Gallia Cisalpina) con cinque coorti, affidate a Quinto Titurio Sabino e Lucio Aurunculeio Cotta, raggiunsero le terre degli Eburoni (non molto distante da Atuatuca). Cesare stesso, invece, avrebbe fatto ritorno in Italia, non appena avesse saputo che ogni legione aveva preso posizione nel luogo assegnato.
In Gallia, però, si respirava aria di rivolta e tutto il Paese era in fermento. I primi segnali si ebbero già a partire dall'autunno di quell'anno, quando i Carnuti (stanziati nella zona di Chartres e Orléans) uccisero il re filo-romano Tasgezio, che Cesare aveva posto sul trono apprezzandone il valore, la discendenza e la devozione. Quando lo seppe, il proconsole, temendo una sollevazione generale del popolo dei Carnuti, decise di inviare Lucio Munazio Planco con la sua legione a svernare in quella regione. Nel frattempo venne a sapere che tutte le altre legioni erano giunte nei quartieri invernali e che le fortificazioni erano state completate. Quindici giorni dopo che le legioni si erano acquartierate nei loro rispettivi hiberna, scoppiò improvvisamente una rivolta tra gli Eburoni (regione delle Ardenne) guidata da Ambiorige e Catuvolco. Le truppe romane furono attaccate mentre erano intente a far provvista di legna fuori dal campo base, e l'accampamento romano di Sabino e Cotta, che si trovava con ogni probabilità presso Atuatuca (oggi chiamata Tongeren), fu completamente circondato: « [...] si trattava di un disegno comune di tutta la Gallia, quello era il giorno fissato per un attacco da parte dei Galli a tutti i quartieri invernali di Cesare, perché nessuna legione potesse prestare aiuto alle altre. » (Cesare, De bello Gallico, V, 27.). Ambiorige decise di cambiare tattica. Avendo considerato che il campo romano era difficilmente attaccabile e che comunque sarebbe caduto solo a prezzo di ingenti perdite tra i suoi, riuscì a convincere con l'inganno i Romani ad uscire dall'accampamento. Suggerì loro di ricongiungersi con le legioni più vicine (quelle di Labieno o di Cicerone), che distavano una cinquantina di miglia, assicurando che non avrebbe interferito nella marcia. Dopo un acceso dibattito tra i due comandanti romani, alla fine prevalse l'ipotesi (sostenuta da Quinto Titurio Sabino) di abbandonare il campo con grande rapidità, poiché erano state segnalate orde di Germani in avvicinamento. Ma quando le truppe si trovarono allo scoperto, al centro di una vallata boscosa, l'esercito degli Eburoni le attaccò in massa e massacrò quasi completamente una legione, cinque coorti romane ed i loro comandanti. Solo pochi superstiti riuscirono a raggiungere il campo di Labieno ed avvertirlo dell'accaduto. Dopo questa vittoria, Ambiorige riuscì ad ottenere l'appoggio degli Atuatuci, dei Nervi e di numerosi popoli minori come i Ceutroni, i Grudi, i Levaci, i Pleumossi ed i Geidunni, per assediare il campo di Quinto Cicerone e della sua legione (attestati presso l'oppidum di Namur). L'assedio durò un paio di settimane, fino all'arrivo dello stesso Cesare: il generale era stato informato dal suo legato grazie ad uno stratagemma cui questi aveva fatto ricorso durante uno dei numerosi attacchi subiti da parte del nemico. Cicerone, infatti, si era servito di un fedele e nobile gallo della tribù dei Nervi, il quale aveva cercato presso di lui rifugio fin dal principio dell'assedio e gli aveva dimostrato grande lealtà, per consegnare a Cesare una lettera, riuscendo ad allontanarsi senza destare sospetto, poiché celta tra i Celti. Nel corso di questo assedio, particolarmente difficile per la legione romana, i Galli riuscirono a mettere in atto tecniche e strumenti di assedio simili a quelle dei Romani, dai quali le avevano ormai in parte appresi (anche grazie ai prigionieri romani ed ai disertori). Anche questa volta Ambiorige tentò di convincere il legato ad abbandonare il campo, promettendogli di proteggere la sua ritirata. Ma Quinto Cicerone, a differenza di Sabino, non cadde nel tranello del capo degli Eburoni, pur non sapendo che poco prima ben quindici coorti erano state massacrate, e riuscì a resistere, tra enormi sforzi e numerose perdite umane, fino all'arrivo di Cesare. Il proconsole, ricevuta la lettera da parte di Cicerone, marciò da Samarobriva con grande rapidità a capo di due legioni che era riuscito a reperire dopo essersi ricongiunto con Gaio Fabio e Marco Crasso. Giunto in prossimità di Cicerone, questi lo informò che la grande massa di assedianti (circa sessantamila Galli) si stava dirigendo contro lo stesso Cesare. Il proconsole, costruito un campo con grande rapidità, non solo riuscì a battere gli aggressori ed a metterli in fuga, ma anche a liberare definitivamente Cicerone dall'assedio, elogiandolo pubblicamente, insieme alla sua legione, di fronte all'esercito schierato. In seguito a questi eventi Cesare decise di svernare con le sue truppe in Gallia, disponendo che tre legioni rimanessero con lui presso Samarobriva, suo quartier generale. Cesare, dopo aver convocato presso di sé i capi di buona parte della Gallia, venne a sapere di una nuova ribellione da parte dei Senoni. La tribù era riuscita, dichiarandogli apertamente guerra, a convincere molte genti ad unirsi ad essa (tra cui i vicini Carnuti); soltanto Edui e Remi sarebbero rimasti fedeli a Roma. Oltre a ciò, prima che terminasse l'inverno, il legato Tito Labieno fu nuovamente attaccato dai Treveri, guidati da Induziomaro. Fortuna e abilità consentirono tuttavia al legato di battere un nemico nettamente più numeroso e di ucciderne il capo. « Tito Labieno, che non usciva dal campo, che era ben difeso sia dalla natura del luogo sia dalle fortificazioni romane, si preoccupava che non gli sfuggisse un'azione di valore [...] egli trattenne i suoi dentro l'accampamento, cercando di dare l'impressione che i Romani avessero paura e poiché Induziomaro si avvicinava al campo romano ogni giorno con crescente disprezzo, Labieno fece entrare numerosi cavalieri alleati di notte nel campo [...] frattanto, come faceva tutti i giorni, avvicinatosi al campo Induziomaro [...] i cavalieri galli scagliarono dardi sui Romani provocandoli a combattere [...] dai Romani non giunse nessuna risposta [...] al nemico gallo quando parve il momento di allontanarsi al calar della sera [...] velocemente Labieno ordina ai suoi di far uscire dalle due porte del campo tutti i suoi cavalieri, ed ordina che una volta terrorizzati e messi in fuga i nemici cerchino Induziomaro e [...] di ucciderlo, non badando ad altri, promettendo grandi ricompense [...] la fortuna confermò i suoi piani e [...] Induziomaro viene preso mentre sta guadando il fiume ed ucciso, e la sua testa viene portata al campo romano [...] » (Cesare, De bello Gallico, V,57-58). Cesare, in seguito agli eventi di quest'ultimo inverno, si era definitivamente convinto che l'anno successivo avrebbe dovuto riprendere l'iniziativa e condurre una campagna punitiva nel nord della Gallia, per evitare una sollevazione generale.
- La campagna di Cesare del 53 a.C. in Gallia e Germania. Nel 55 e poi definitivamente nel 53 a.C., Cesare rivolse le sue armate verso il nord-est della Gallia, prima contro i Treveri e gli Eburoni di Ambiorige, oltre ai loro alleati. Per prima cosa credette di dover attaccare gli alleati del principe eburone prima di provocalo a guerra aperta, evitando così che, persa la speranza di salvarsi, potesse nascondersi tra il popolo dei Menapi o al di là del Reno, tra i Germani. Una volta stabilito questo piano, il proconsole romano spedì tutti i suoi carriaggi, accompagnati da due legioni, nel Paese dei Treveri, al campo base di Tito Labieno, dove lo stesso aveva svernato con un'altra legione. Egli stesso con cinque legioni, senza bagagli, si mise in marcia alla volta dei Menapi (i cui territori saranno inglobati quasi 150 anni più tardi nella provincia della Germania inferior), i quali, grazie alla conformazione del terreno, decisero di non radunare l'esercito, ma di rifugiarsi nelle fitte foreste e paludi con i loro beni più preziosi, poiché sapevano che avrebbero avuto la peggio in uno scontro aperto con il generale romano. La reazione di Cesare fu quella di dividere il suo esercito in tre colonne parallele: una guidata dal luogotenente Gaio Fabio, una dal questore Marco Crasso e la terza, presumibilmente quella centrale, sotto la sua guida. Le operazioni cominciarono con la devastazione dei territori del nemico in ogni direzione; molti villaggi furono incendiati, mentre una grande parte del bestiame dei Galli fu razziata, e molti dei loro uomini furono fatti prigionieri. Alla fine anche i Menapi inviarono a Cesare ambasciatori per chiedere la pace. Il proconsole acconsentì a condizione di riceve un adeguato numero di ostaggi ed a fronte della promessa di non dare asilo ad Ambiorige o ai suoi sostenitori. Portata a termine anche questa operazione, Cesare lasciò sul posto l'atrebate Commio con la cavalleria, affinché mantenesse l'ordine, e si diresse verso il territorio dei Treveri, più a sud (territorio della futura provincia di Germania superior). È proprio da questa campagna che i territori della futura provincia della Germania inferior, entrarono nella sfera di influenza e furono occupati in modo definitivo dai Romani.

Nel 53 a.C. - Cresce la rivolta in Gallia. Con l'inizio del nuovo anno, il proconsole decise di arruolare due nuove legioni, per compensare la perdita della legio XIV, oltre a chiedere una legione a Gneo Pompeo; questi acconsentì, per il bene della Repubblica romana e l'amicizia nei confronti di Cesare, che poté così portare il numero delle proprie legioni a dieci. Con la morte di Induziomaro, i suoi parenti, mossi ancor di più dal rancore nei confronti del proconsole della Gallia, decisero non solo di cercare alleati tra i Germani d'oltre Reno (con i quali scambiarono ostaggi e garanzie reciproche), ma anche tra gli Eburoni di Ambiorige, i Nervi e gli Atuatuci. Contemporaneamente, sul fronte occidentale, i Senoni ed i Carnuti si erano rifiutati di obbedire alla convocazione di Cesare dell'assemblea della Gallia e si accordarono con le popolazioni limitrofe per ribellarsi al potere romano. Venuto a conoscenza di questi fatti, il generale romano decise di condurre quattro legioni nel territorio dei Nervi, con mossa fulminea. Giunto nei loro territori, dopo aver catturato una grande quantità di bestiame e di uomini (preda che lasciò ai suoi soldati), oltre ad aver devastato i loro campi di grano, costrinse i Galli (sorpresi dalla rapidità con cui era stata condotta l'azione) alla resa ed alla consegna di ostaggi. In seguito rivolse le sue armate ad occidente, ottenendo anche qui la resa di Carnuti e Senoni senza colpo ferire. Essi vennero a lui, infatti, supplici ed ottennero il perdono grazie all'intercessione di Edui e Remi. Solo il principe dei Senoni Accone, che li aveva sobillati, fu condotto in catene davanti a Cesare e poco dopo decapitato, quale monito per tutta la Gallia.
- Campagna contro Menapi e Treveri. Pacificata questa parte della Gallia, Cesare rivolse le sue armate contro i Treveri, gli Eburoni di Ambiorige ed i loro alleati. Per prima cosa credette di dover attaccare gli alleati del principe eburone prima di provocalo a guerra aperta, evitando così che, persa la speranza di salvarsi, potesse nascondersi tra il popolo dei Menapi o al di là del Reno, tra i Germani. Una volta stabilito questo piano, il proconsole romano spedì tutti i suoi carriaggi, accompagnati da due legioni, nel Paese dei Treveri, al campo base di Tito Labieno, dove lo stesso aveva svernato con un'altra legione. Egli stesso con cinque legioni, senza bagagli, si mise in marcia alla volta dei Menapi, i quali, grazie alla conformazione del terreno, decisero di non radunare l'esercito, ma di rifugiarsi nelle fitte foreste e paludi con i loro beni più preziosi, poiché sapevano che avrebbero avuto la peggio in uno scontro aperto con il generale romano.
La reazione di Cesare fu quella di dividere il suo esercito in tre colonne parallele: una guidata dal luogotenente Gaio Fabio, una dal questore Marco Crasso e la terza, presumibilmente quella centrale, sotto la sua guida. Le operazioni cominciarono con la devastazione dei territori del nemico in ogni direzione; molti villaggi furono incendiati, mentre una grande parte del bestiame dei Galli fu razziata, e molti dei loro uomini furono fatti prigionieri. Alla fine anche i Menapi inviarono a Cesare ambasciatori per chiedere la pace. Il proconsole acconsentì a condizione di riceve un adeguato numero di ostaggi ed a fronte della promessa di non dare asilo ad Ambiorige o ai suoi sostenitori. Portata a termine anche questa operazione, Cesare lasciò sul posto l'atrebate Commio con la cavalleria, affinché mantenesse l'ordine, e si diresse verso il territorio dei Treveri. Nel frattempo Labieno, una volta lasciati tutti i carriaggi all'interno del forte romano in compagnia di cinque coorti, mosse con grande rapidità incontro ai Treveri, con le restanti 25 coorti e la cavalleria, prevenendone un loro attacco. La battaglia che ne derivò avvenne nei pressi di un fiume, identificabile con il Semois, a circa quattoridici miglia ad est della Mosa. Labieno ricorse a uno stratagemma: fece credere al nemico di essere stato terrorizzato dal suo gran numero e di aver deciso di far ritorno al campo base, ma quando i Treveri, passato il fiume in massa, si misero all'inseguimento dell'esercito romano, che credevano essere in fuga, trovarono al contrario un'armata schierata che li stava aspettando. La battaglia fu favorevole ai Romani, i quali non solo riuscirono ad ottenere la resa di questo popolo e la fuga dei parenti di Induziomaro, ma trasferirono il potere nelle mani di Cingetorige, da sempre principe filo-romano.
- Cesare passa il Reno per la seconda volta. Venuto a sapere del nuovo successo ottenuto dal suo legato sui Treveri, Cesare decise di passare per la seconda volta il Reno, costruendovi un secondo ponte con la stessa tecnica del primo. I motivi che lo spinsero a prendere questa decisione erano due: non solo i Germani avevano mandato aiuti ai Treveri contro i Romani, ma Cesare temeva anche che Ambiorige potesse trovarvi rifugio, una volta sconfitto. « Stabilito ciò, decise di costruire un ponte un poco più a monte del luogo dove aveva attraversato il fiume la volta precedente [...] dopo aver lasciato un forte presidio a capo del ponte nel territorio dei Treveri, per impedire che si sollevassero di nuovo [...] portò sulla sponda germanica le altre legioni e la cavalleria. Gli Ubi, che in passato avevano consegnato ostaggi e riconosciuto l'autorità romana, per allontanare da loro possibili sospetti, mandarono a Cesare degli ambasciatori [...] non avevano infatti né inviato aiuti ai Treveri, né avevano violato i patti [...] Cesare scoprì infatti che gli aiuti erano stati inviati dai Suebi [...] Accetta pertanto le spiegazioni degli Ubi e si informa sulle vie da seguire per giungere nel paese dei Suebi. » (Cesare, De bello Gallico, VI, 9.). Ma i Suebi, che ormai conoscevano le gesta militari del generale romano, decisero di ritirarsi nell'interno ed aspettare, in luoghi remoti e difesi dalle insidie delle fitte foreste e delle pericolose paludi, il possibile arrivo di Cesare. Il generale, tenendo conto del suo obiettivo principale (la sottomissione della Gallia) e considerando anche la difficoltà degli approvvigionamenti di frumento in un territorio tanto selvaggio, decise di tornare indietro. « Cesare per lasciare ai barbari il timore di un suo ritorno [...] una volta ricondotto l'esercito in Gallia, fece tagliare l'ultima parte del ponte per una lunghezza di circa 200 piedi, ed all'estremità fece costruire una torre di quattro piani, oltre ad una fortificazione imponente munita di ben 12 coorti, assegnando il comando al giovane Gaio Vulcacio Tullo. » (Cesare, De bello Gallico, VI, 29.)
- Sterminio degli Eburoni. Per Cesare era a quel punto opportuno rivolgere l'intera armata contro Ambiorige ed il popolo degli Eburoni. Una volta attraversata la foresta delle Ardenne, mandò a precederlo con l'intera cavalleria Lucio Minucio Basilo, con l'ordine di sfruttare la rapidità della marcia e di sorprendere il nemico. Ambiorige riuscì per poco a sfuggire alla cattura romana: Basilio era riuscito ad individuarne il nascondiglio, ma Ambiorige, protetto dai suoi, riuscì a volgere in fuga nei fitti boschi che circondavano il luogo. Il panico per l'avanzata romana portò l'intero popolo degli Eburoni a cercare rifugio nelle foreste, nelle paludi e nelle isole, mentre Catuvolco, re della metà degli Eburoni, data l'età ormai avanzata e disperando ormai di potersi salvare, decise di suicidarsi, dopo aver maledetto Ambiorige per averlo coinvolto nella rivolta. Il terrore si diffuse anche tra le popolazioni limitrofe, tanto che sia i Segni, sia i Condrusi, popoli che vivevano tra i Treviri e gli Eburoni, inviarono a Cesare ambasciatori per pregarlo di considerarli amici del popolo romano, pur appartenendo alla stirpe dei Germani. Cesare, per provarne l'autenticità dei sentimenti, ordinò che gli fossero consegnati tutti gli Eburoni rifugiati presso di loro; in cambio, assicurava che non avrebbe invaso e devastato i loro territori. Segni e Condrusi si piegarono. Isolato così Ambiorige, raggiunse l'oppidum di Atuatuca, dove lasciò i carriaggi carichi di bottino, duecento cavalieri ed una legione (la legio XIV, appena riformata) a loro protezione, affidandoli al giovane legato Quinto Tullio Cicerone. Con le restanti nove legioni, divise in tre colonne parallele (formate ciascuna da tre legioni), delegò a Tito Labieno il compito di controllare i Menapi fino all'oceano, a Gaio Trebonio quello di devastare i territori contigui al paese degli Atuatuci. Il comandante in capo raggiunse invece la confluenza tra il fiume Schelda e la Mosa, dove gli era stato riferito che Ambiorige si era diretto con pochi cavalieri. Dispose infine che le colonne avrebbero dovuto riunirsi tutte sette giorni dopo, ancora ad Atuatuca. Cesare aveva in mente non solo di catturare il capo degli Eburoni, ma anche di sterminarli tutti, vendetta per le quindici sue coorti massacrate a tradimento nel corso dell'inverno precedente. La difficoltà del generale romano era riuscire a scovarli, poiché l'essersi dispersi e rifugiati ovunque nelle foreste e nelle paludi offriva loro qualche speranza di difesa o salvezza. Il proconsole romano inviò ambasciatori a tutte le genti della regione affinché, con la promessa di un ricco bottino, fossero gli stessi Galli a rischiare la vita in quei luoghi angusti (e non i suoi legionari) ed a cancellare completamente il popolo degli Eburoni. Il massacro ebbe inizio poco dopo, poiché una grande moltitudine di Galli si radunò rapidamente nei loro territori. Parteciparono alle operazioni anche i Germani Sigambri che, una volta attraversato il Reno con duemila cavalieri, entrarono nel territorio degli Eburoni e si impadronirono di una grande quantità di bestiame. Informati però che presso Atuatuca solo un'esigua guarnigione era stata lasciata a guardia dell'enorme bottino fatto da Cesare nel corso di quegli anni, decisero di recarsi con grande velocità in questa località per impadronirsene prima del ritorno del proconsole. Cicerone, il legato rimasto a guardia di Atuatuca, dopo aver atteso il ritorno di Cesare per sette giorni e non vedendolo tornare, decise di inviare cinque coorti a mietere frumento. Ma proprio quel giorno i legionari romani, intenti a fare raccolto, furono intercettati dalla cavalleria dei Sigambri. Nello scontro che ne seguì, nel tentativo di riguadagnare il forte romano, due delle cinque coorti furono massacrate. Gli assalti che si susseguirono al castrum romano furono drammatici; perfino i feriti romani furono costretti ad imbracciare le armi e a partecipare alla difesa disperata, che riuscì a respingere l'assalto nemico. Alla fine i Germani, persa la speranza di espugnare il forte e forse venuti a conoscenza dell'imminente ritorno del proconsole, si ritirarono oltre il Reno. Alla fine dell'estate Cesare era riuscito a devastare interamente il Paese degli Eburoni: « Tutti i villaggi e le fattorie [...] venivano incendiati, il bestiame ucciso, ovunque si saccheggiava, il frumento era consumato dalla moltitudine dei cavalli e degli uomini è [...] cosicché anche una volta allontanatosi l'esercito invasore, chiunque (tra gli Eburoni), anche se fosse riuscito a nascondersi, non avrebbe potuto evitare di morire per la carestia. [...] ed intanto Ambiorige riusciva a fuggire per nascondigli e boschi con la protezione della notte e si trasferiva in altre regioni, sotto la scorta di quattro cavalieri ai quali soltanto affidava la sua vita. » (Cesare, De bello Gallico, VI, 42.). Con la fine dell'estate Cesare ricondusse l'esercito a Durocortorum, tra i Remi. Qui convocò un'assemblea affinché conducesse un'inchiesta sulla congiura promossa da Senoni e Carnuti. Dopo la conclusione delle indagini, fece prima flagellare e poi decapitare il capo ribelle, Accone, quale monito per tutti i Galli. Sciolta l'assemblea e provveduto al frumento necessario per l'inverno, collocò due legioni al confine con i Treveri, due nel Paese dei Lingoni e le sei restanti ad Agendico, tra i Senoni, prima di far ritorno in Italia come sua abitudine.

Nel 52 a.C. - Rivolta di Vercingetorige. L'ultimo atto delle guerre galliche fu rappresentato dalla rivolta scoppiata nel 52 a.C. e guidata dal re degli Arverni, Vercingetorige, attorno al quale si strinsero i popoli della Gallia centrale, a eccezione dei Lingoni e dei Remi. Anche gli Edui, da sempre alleati dei Romani, si schierarono contro Cesare, che si trovò così ad affrontare un nemico temibile sia per la consistenza numerica del suo esercito, sia per la disciplina che Vercingetorige seppe impartirgli (anche grazie al fatto di aver servito, per un certo periodo, nella cavalleria alleata di Roma). Cesare, che ancora si trovava nella Gallia Cisalpina (a Ravenna) per arruolare nuovi legionari da portare con lui in Gallia per completare le file delle legioni decimate dalla guerra dell'ultimo anno, venne a sapere di nuove agitazioni tra i Galli. I principi delle tribù si erano infatti accordati durante l'inverno per mettere in atto un piano che prima di tutto impedisse al proconsole di ricongiungersi al suo esercito, ed in secondo luogo per attuare la tattica dell'anno precedente, attaccando separatamente tutti i campi base delle legioni romane. I Galli, infine, sostenevano che: « Era molto meglio cadere in battaglia piuttosto che rinunciare all'antica gloria militare ed alla libertà che avevano ricevuto dagli avi. » (Cesare, De bello Gallico, VII, 1.). Furono i Carnuti a dare il via alla rivolta, guidati da Cotuato e Conconnetodunno («due scellerati», nelle parole di Cesare). Essi si radunarono a Cenabo e qui uccisero tutti i cittadini romani che vi dimoravano, esercitando il commercio in quelle regioni. Rapidamente la notizia giunse in ogni angolo della Gallia, compreso il Paese degli Arverni dove Vercingetorige, figlio del nobile Celtillo (un tempo principe di questo popolo), sebbene ancora giovane, infiammò gli animi di una parte della popolazione. Ma se in un primo momento alcuni capi di questa tribù si opposero al suo desiderio di muovere guerra ai Romani e lo cacciarono da Gergovia, capitale degli Arverni, Vercingetorige, non rinunciando a questa sua idea, arruolò nelle campagne circostanti un numero di armati sufficienti a rovesciare il potere nella sua tribù ed a farsi proclamare re. La mossa successiva fu quella di inviare messi a tutte le popolazioni limitrofe, per trovare nuovi alleati per il tentativo di liberare definitivamente la Gallia dal giogo romano. In breve tempo riuscì a legare a sé Senoni, Parisi, Pictoni, Cadurci, Turoni, Aulerci, Lemovici, Andi e tutte le tribù che abitavano la costa atlantica. « [...] a Vercingetorige, all'unanimità viene affidato il comando supremo. Ricevuto questo potere comanda a tutte le tribù di inviargli ostaggi [...] ed un determinato numero di soldati, stabilisce la quantità di armi che ciascun popolo deve produrre entro una data certa, e si occupa soprattutto della cavalleria. A questo suo zelo affianca una grande severità nell'esercitare il potere [...] » (Cesare, De bello Gallico, VII, 4.). Riunito rapidamente un esercito, Vercingetorige decise di inviare il cadurco Lucterio nel Paese dei Ruteni con una parte delle truppe, mentre egli stesso si diresse nel territorio dei Biturigi. I vicini Edui, di cui i Biturigi erano popolo cliente, dopo aver inviato in soccorso al popolo alleato alcuni reparti di cavalleria e fanteria preferirono non passare il fiume Loira per paura di essere traditi, sospettando fossero divenuti ora alleati degli Arverni, come del resto sarebbe accaduto da lì a poco. Nel frattempo Cesare, venuto a conoscenza dei piani di Vercingetorige e delle nuove alleanze che Lucterio era riuscito ad ottenere con Ruteni, Nitiobrogi e Gabali, si affrettò a raggiungere la Gallia Narbonense. Giunto nella provincia, dispose presidi armati tra i Ruteni stessi, i Volci Arecomici, i Tolosati e nei dintorni della capitale, Narbona (tutti luoghi che confinavano con i territori del nemico). Ordinò, infine, che la parte rimanente delle truppe di stanza nella provincia, unitamente alle coorti dei complementi che aveva arruolato durante l'inverno in Italia e condotto con sé, fossero riuniti nel Paese degli Elvi, che confinavano con gli Arverni. Lucterio, venuto a conoscenza delle mosse del proconsole romano, decise di ritirarsi, mentre Cesare, al contrario, passò al contrattacco attraversando la catena delle Cevenne, dove i passi, in quel periodo dell'anno, erano ricoperti da uno strato altissimo di neve: « [Cesare], sgombrata la neve, che era alta sei piedi, ed aperta la via, grazie alle grandi fatiche dei legionari, riuscì a raggiungere il Paese degli Arverni. Questi furono colti di sorpresa, poiché credevano di essere difesi dai monti Cevenne, come fossero delle barriere naturali e che nessuno mai in quella stagione avrebbe potuto passare per quelle vie. Cesare così diede ordine che la cavalleria facesse scorrerie per lo spazio più ampio possibile, al fine di provocare nel nemico il massimo del terrore. » (Cesare, De bello Gallico, VII, 8.). A questa notizia Vercingetorige fu costretto a rientrare dal Paese dei Biturigi ed a far ritorno in quello degli Arverni. Cesare, che aveva previsto questa mossa, dopo soli due giorni lasciò al comando delle truppe provinciali Decimo Giunio Bruto Albino e si recò a marce forzate, via Vienne lungo il Rodano, nel Paese dei Lingoni dove svernavano due legioni.
« [Cesare] giunto colà invia messaggeri alle altre legioni e le riunisce in un solo luogo [probabilmente ad Agendicum, dove si trovava il grosso dell'esercito], prima che gli Arverni sappiano del suo arrivo. Conosciuta la cosa Vercingetorige conduce nuovamente l'esercito nel Paese dei Biturigi, e da lì muove verso l'oppidum di Gorgobina, città dei Boi. » (Cesare, De bello Gallico, VII, 9.). Radunato l'esercito, Cesare invitò gli Edui a fornirgli le necessarie vettovaglie per la nuova campagna. Una volta avvertiti i Boi che presto li avrebbe raggiunti, affinché resistessero all'assedio di Vercingetorige, si mise in marcia a capo di otto legioni, mentre le rimanenti due le lasciò ad Agendicum con l'intero bagaglio. Lungo il percorso pose sotto assedio ed occupò, una ad una, le città di Vellaunodunum (dei Senoni), di Cenabum (capitale dei Carnuti) e di Noviodunum dei Biturigi - l'odierna Nouan-le-Fuzelier). Quando Vercingetorige venne a conoscenza dell'arrivo di Cesare, tolse l'assedio da Gorgobina e si mise in marcia per affrontarlo. Il proconsole romano, frattanto, dopo aver fatto bottino nelle tre città appena conquistate, mosse verso la città più grande dei Biturigi: Avaricum. Cesare confidava che, qualora fosse riuscito a conquistare una fra le città meglio fortificate e più ricche dell'intera Gallia, questo successo gli avrebbe garantito la piena sottomissione dell'intero popolo dei Biturigi. La città fu posta sotto assedio dai Romani con opere di imponente ingegneria militare. Dopo 27 giorni di estenuante assedio anche l'oppidum dei Biturigi capitolò. Vercingetorige, benché avesse un esercito più numeroso di quello di Cesare, si sottrasse allo scontro in campo aperto. La sua strategia (una guerriglia continua e di blocco dei rifornimenti ai Romani, mentre questi erano impegnati nell'assedio) non ebbe però successo: non solo perse l'occasione per impegnare il nemico in un territorio a lui favorevole, ma assistette al massacro finale dell'intera popolazione, una volta conquistata la città dai Romani. Quarantamila abitanti furono massacrati e se ne salvarono solo ottocento. Questa dura repressione rese però ancor più determinati i ribelli ed estese l'alleanza anticesariana a nuove nazioni della Gallia. Vercingetorige era riuscito, infatti, a coalizzarne di nuove ed a chiedere a ciascuna di loro un determinato numero di armati, tra cui numerosi arcieri: « Vercingetorige stava per unire alle nazioni [già in guerra contro i Romani] quelle che fino ad allora non avevano aderito. Egli avrebbe così creato una sola volontà di tutta la Gallia, e ad una tale unione il mondo intero non avrebbe potuto resistere. E Vercingetorige era prossimo alla realizzazione di questo progetto. » (Cesare, De bello Gallico, VII, 29, 6.). Cesare, dopo aver portato a termine l'occupazione dell'ultimo baluardo dei Biturigi, insieme alle altre tre importanti città della Gallia centrale, decise di fermarsi per alcuni giorni ad Avarico per rifocillare le truppe, avendo trovato nella capitale dei Biturigi abbondanza di frumento ed altre vettovaglie. Con la fine dell'inverno (primi di aprile), Cesare era deciso a riprendere la campagna militare per condurre a termine in modo definitivo l'occupazione dell'intera Gallia, quando venne a conoscenza di alcuni dissidi interni sorti nell'alleata popolazione degli Edui. La situazione era assai critica e necessitava di un intervento del proconsole romano per evitare una guerra civile tra due fazioni opposte. Cesare racconta che, quell'anno, erano stati creati, contrariamente alla normale tradizione di questo popolo, non uno ma due magistrati supremi con potere regale: Convittolitave e Coto. Questa doppia magistratura aveva determinato che l'intero popolo fosse in armi, il senato fosse diviso, il popolo pure, e ciascuno dei due contendenti avesse propri clienti. Cesare, pur reputando svantaggioso sospendere le operazioni militari ed allontanarsi dal nemico, non poteva di certo ignorare che uno dei principali popoli a lui alleati, e fondamentali per il prosieguo della guerra (anche in termini di armati forniti e di vettovaglie) fosse sull'orlo di una guerra civile. Decise pertanto di recarsi personalmente presso gli Edui e di convocare il loro senato presso Decezia. Una volta valutata la situazione, costrinse Coto a deporre il potere, affidandolo interamente nelle mani di Convittolitave; emessa la sentenza li esortò a spedirgli rapidamente tutta la cavalleria e diecimila fanti, con i quali intendeva istituire alcune guarnigioni a protezione del vettovagliamento. Divise, infine, l'esercito in due parti: a Tito Labieno lasciò quattro legioni, inviandolo a nord per sopprimere la rivolta di Senoni e Parisi; a sé stesso riservò le rimanenti sei legioni e puntò verso sud, seguendo il fiume Elaver, verso la capitale arverna: Gergovia (le cui rovine sorgono nei pressi di Clermont-Ferrand). Alla notizia dell'avanzata di Cesare, Vercingetorige abbatté tutti i ponti di quel fiume e si mise in marcia lungo la sponda opposta. Intanto aveva guadagnato alla sua causa anche gli Edui, da sempre alleati di Cesare. Il proconsole fu così costretto a ritirarsi provvisoriamente da Gergovia per riprendere il controllo degli Edui; dopodiché si ripresentò sotto le mura della capitale degli Arverni. Qui fu sconfitto, anche se di misura, e per i due giorni successivi schierò le truppe in modo da attrarre il capo gallico alla battaglia finale, quella che avrebbe sancito definitivamente le sorti della guerra in Gallia. Ma Vercingetorige, pur avendo appena ottenuto quel piccolo successo, non ingaggiò battaglia, temendo la tattica romana e le capacità militari del suo avversario. Al termine di quei due giorni il proconsole decise di togliere l'assedio e di ricongiungersi con le quattro legioni che aveva lasciato presso i Parisi sotto il comando di Labieno: riteneva necessario compattare le forze ed affrontare il nemico prima che il malcontento si diffondesse all'intera Gallia. Gli stessi Edui si erano ribellati nuovamente, quando dall'assedio di Gergovia ritornarono Viridomaro ed Eporedorige: questi avevano contribuito a sobillare il popolo ed a massacrare numerosi cittadini romani a tradimento, cominciando poi, per il timore di una rappresaglia del proconsole romano, ad arruolare dalle regioni confinanti nuove truppe e a disporre presidi e corpi di guardia sulle rive della Loira per fermare il proconsole romano. Cesare, ormai sapeva di non poter più contare su alcun alleato in Gallia (salvo Lingoni e Remi): doveva ricongiungersi a Labieno nel tentativo di ottenere uno scontro risolutivo contro Vercingetorige. Sarebbe comunque stato in una situazione di grande inferiorità numerica e avrebbe potuto far affidamento solo sul suo genio militare e sulla miglior disciplina dell'esercito romano. Nel frattempo Labieno, partito da Agendico per Lutezia, riuscì non solo a battere una coalizione di popolazioni a nord della Loira, comandate dall'aulerca Camulogeno, ma anche a ricongiungersi con Cesare, sfuggendo ai tentativi di accerchiamento condotti prima dai Bellovaci, anch'essi ribellatisi al dominio romano, e poi dagli Edui. Mentre i Romani erano riusciti a ricongiungersi, Vercingetorige aveva ricevuto ufficialmente il comando supremo nella capitale edua di Bibracte nel corso di una dieta pangallica, a cui non parteciparono però Treveri, Remi e Lingoni (questi ultimi due popoli ancora alleati di Cesare), che avevano deciso di non aderire alla rivolta. « Vercingetorige ordina alle nazioni della Gallia di fornirgli ostaggi e stabilisce un giorno per la consegna. Comanda che vengano velocemente raccolti tutti i cavalieri in numero di 15.000. Afferma che bastava la fanteria che aveva avuto fino ad ora, ma che non avrebbe tentato la sorte, attaccando Cesare in una battaglia campale, ma poiché aveva cavalleria in abbondanza, gli sarebbe riuscito più facile impedire ai romani l'approvvigionamento di frumento e fieno, a condizione che i Galli si rassegnassero a distruggere il loro frumento e ad incendiare le loro case. In questa perdita dei loro beni dovevano vedere il mezzo per conseguire l'indipendenza nazionale [...] Prese poi queste decisioni: comanda a 10.000 fanti e 800 cavalieri Edui e Segusiavi, sotto il comando di Eporedorige [...] di portar la guerra agli Allobrogi della Provincia romana; dall'altra parte manda i Gabali e gli Arverni contro gli Elvi, e così anche i Ruteni e Cadurci a devastare il Paese dei Volci Arecomici [...] ma per tutte queste evenienze erano predisposti dei presidi romani per complessive 22 coorti, arruolate dal legato Lucio Cesare [parente del proconsole] » (Cesare, De bello Gallico, VII, 64-65.). Cesare, unitosi a Labieno e alle sue legioni ad Agedinco, decise di riparare presso i vicini ed alleati Lingoni, rafforzando le sue truppe con reparti di cavalleria germanica mercenaria (era il secondo squadrone che il generale romano arruolava nel corso della guerra). Riprese, infine, la strada verso sud in direzione della Gallia Narbonense, ma a nord-est di Digione le legioni (che probabilmente erano undici) furono attaccate dall'armata di Vercingetorige (alla fine di settembre del 52 a.C.). L'attacco della cavalleria gallica fu però respinto dalle legioni romane in marcia e dalla cavalleria germanica. La fiducia dei ribelli vacillò e Vercingetorige decise di riparare con il suo esercito ad Alesia. Qui, una volta raggiunto da Cesare, fu posto sotto assedio senza più alcuna possibilità di scampo.
- La fine della rivolta e la resa di Vercingetorige ad Alesia. Cesare piombò su Alesia e la cinse d'assedio: fece costruire un anello di fortificazioni lungo sedici chilometri tutto intorno all'oppidum nemico ed, all'esterno di questo, un altro di ventun chilometri circa, in previsione di un possibile attacco dalle spalle. Le opere d'assedio di Cesare comprendevano così due valli (uno interno ed uno esterno), fossati pieni d'acqua, trappole, palizzate, quasi un migliaio di torri di guardia a tre piani (a 25 metri circa, l'una dall'altra), ventitré fortini (occupati ciascuno da una coorte legionaria, nei quali di giorno erano posti dei corpi di guardia perché i nemici non facessero improvvise sortite, mentre di notte erano tenuti da sentinelle e da solidi presidi), quattro grandi campi per le legioni (due per ciascun castrum) e quattro campi per la cavalleria (legionaria, ausiliaria e germanica), posti in luoghi idonei. Dopo circa un mese di lungo e logorante assedio, giunse lungo il fronte esterno delle fortificazioni romane un potente esercito gallico di circa 240.000 armati ed 8.000 cavalieri, giunto in aiuto degli assediati. « Ordinano agli Edui ed alle loro tribù clienti, Segusiavi, Ambivareti, Aulerci Brannovici, Blannovi 35.000 armati; egual numero agli Arverni insieme agli Eleuteti, Cadurci, Gabali e Vellavi che a quel tempo erano sotto il dominio degli Arverni; ai Sequani, Senoni, Biturigi, Santoni, Ruteni e Carnuti 12.000 ciascuno; ai Bellovaci 10.000 (ne forniranno solo 2.000); ai Lemovici 10.000; 8.000 ciascuno a Pittoni e Turoni, a Parisi ed a Elvezi; ai Suessoni, Ambiani, Mediomatrici, Petrocori, Nervi, Morini, Nitiobrogi ed agli Aulerci Cenomani, 5.000 ciascuno; agli Atrebati 4.000; ai Veliocassi, Viromandui, Andi ed Aulerci Eburovici 3.000 ciascuno; ai Raurici e Boi 2.000 ciascuno; 10.000 a tutti i popoli che si affacciano sull'Oceano e per consuetudine si chiamano genti Aremoriche, tra cui appartengono i Coriosoliti, i Redoni, gli Ambibari, i Caleti, gli Osismi, i Veneti, Lessovi e gli Unelli... » (Cesare, De bello Gallico, VII, 75.). Al comando di questo immenso esercito di soccorso furono posti: l'atrebate Commio, gli Edui Viridomaro ed Eporedorige, e l'arverno Vercassivellauno, cugino di Vercingetorige.
Per quattro giorni le legioni cesariane resistettero agli attacchi combinati dei Galli di Alesia e dell'esercito accorrente. Il quarto giorno, questi ultimi riuscirono ad aprire una breccia nell'anello esterno, ma furono respinti grazie all'accorrere prima del legato Labieno, poi dello stesso Cesare, il quale riuscì a rintuzzare l'attacco nemico al comando della cavalleria germanica e delle truppe di riserva raccolte lungo il percorso. Il nemico gallico fu accerchiato, con un'abile manovra esterna. Era la fine del sogno di libertà della Gallia, Vercingetorige si consegnò al proconsole romano. La fine di Alesia fu il termine della resistenza delle tribù della Gallia. I soldati di Alesia, così come i sopravvissuti dell'esercito di soccorso, furono fatti prigionieri. In parte furono venduti come schiavi ed in parte ceduti come bottino di guerra ai legionari di Cesare, ad eccezione dei membri facenti parte delle tribù Edui e degli Arveni che furono liberati e perdonati per salvaguardare l'alleanza di queste importanti tribù con Roma. Dopo la vittoria, il Senato decretò venti giorni di festa in onore del proconsole, mentre Vercingetorige fu mantenuto in vita nei sei anni successivi, in attesa di essere esibito nella sfilata di trionfo di Cesare. E, come era tradizione per i comandanti nemici catturati, alla fine della processione trionfale fu rinchiuso nel Carcere Mamertino e strangolato. Al termine di questo settimo anno di guerra, Cesare, dopo aver raccolto la resa della nazione degli Edui, dispone per l'inverno del 52-51 a.C. le undici legioni come segue: le legioni VII, XV e la cavalleria con Tito Labieno ed il suo luogotenente, Marco Sempronio Rutilo, tra i Sequani a Vesontio; la legione VIII con il legato Gaio Fabio e la IX con il legato Lucio Minucio Basilo presso i Remi (probabilmente nei pressi di Durocortorum e Bibrax), per proteggerli dai vicini Bellovaci ancora in rivolta; la legione XI con Gaio Antistio Regino tra gli Ambivareti; la legione XIII con Tito Sestio tra i Biturigi (probabilmente a Cenabum); la legione I con Gaio Caninio Rebilo tra i Ruteni; la legione VI con Quinto Tullio Cicerone a Matisco e la XIV con il legato Publio Sulpicio a Cabillonum presso gli Edui. Egli stesso fissò il suo quartier generale a Bibracte e vi si recò con le legioni X e XII.

Nel 51 a.C. - Ultime rivolte in Gallia. Sconfitto definitivamente Vercingetorige, Cesare sperava di poter far finalmente riposare le truppe, che avevano combattuto incessantemente per sette anni. Invece venne a sapere che diversi popoli stavano rinnovando i piani di guerra e stringendo alleanze tra di loro, con l'intento di attaccare contemporaneamente e da più parti i Romani. L'obiettivo era quello di costringere il proconsole a dividere le sue forze, nella speranza di poterlo finalmente battere. Il generale romano decise, però, di muovere con grande tempestività, anticipando i piani dei rivoltosi, contro i Biturigi. Questi, sorpresi dalla rapidità con cui era stata condotta questa nuova campagna, furono fatti prigionieri a migliaia. Cesare ottenne così la loro definitiva sottomissione, costringendo anche molte delle popolazioni limitrofe a desistere dai loro piani di ribellione. I Biturigi, ormai sottomessi al dominio romano, chiesero aiuto a Cesare contro i vicini Carnuti, lamentandone continui attacchi da parte loro. Il proconsole mosse con altrettanta rapidità contro questo popolo, che alla notizia dell'arrivo dei Romani si diede alla fuga. Frattanto i Bellovaci, superiori a tutti i Galli e ai Belgi quanto a gloria militare, e i popoli limitrofi stavano radunando in un solo luogo gli eserciti (sotto la guida del bellovaco Correo e dell'atrebate Commio), per poi attaccare in massa le terre dei Suessioni, vassalli dei Remi. Cesare richiamò dal campo invernale l'undicesima legione; inviò quindi una lettera a Gaio Fabio, affinché conducesse nei territori dei Suessioni le due legioni che aveva ai suoi ordini. A Labieno, infine, richiese una delle due legioni di cui disponeva. Puntò quindi sui Bellovaci, stabilendo il campo nei loro territori e compiendo rastrellamenti con squadroni di cavalleria in tutta la zona, al fine di catturare prigionieri che lo mettessero al corrente dei piani nemici. Cesare venne così a sapere che tutti i Bellovaci in grado di portare armi si erano radunati in un solo luogo, insieme anche agli Ambiani, agli Aulerci, ai Caleti, ai Veliocassi e agli Atrebati. I rivoltosi avevano scelto per accamparsi una località d'altura, in una selva circondata da una palude, e avevano ammassato tutti i bagagli nei boschi alle spalle. Tra i capi dei ribelli, il più ascoltato era Correo, noto per il suo odio mortale verso Roma.
Cartina  dei domini di Roma dopo la conquista della Gallia, nel 50 a.C.
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Cesare marciò contro i nemici e dopo alcuni giorni di attesa e scaramucce, i due eserciti vennero allo scontro (nei pressi dell'attuale Compiègne lungo il fiume Axona) e i Romani misero in rotta il nemico, facendone strage: lo stesso Correo morì in battaglia. I pochi superstiti vennero accolti dai Bellovaci e da altri popoli, che decisero di consegnare ostaggi al proconsole. Cesare accettò la resa di nemici. Di fronte a ciò, l'atrebate Commio riparò presso le genti germaniche dalle quali aveva ricevuto rinforzi: la paura gli impediva infatti di mettere la propria vita nelle mani di altri. L'anno precedente, infatti, mentre Cesare si trovava nella Gallia Cisalpina per amministrare la giustizia, Tito Labieno, avendo saputo che Commio sobillava i popoli e promuoveva una coalizione anti-romana, aveva cercato di assassinare il gallo, attirandolo con il pretesto di un abboccamento. L'agguato però fallì e Commio, sebbene ferito gravemente, era riuscito a salvarsi. Da allora, aveva deciso che mai si sarebbe incontrato con un romano.

Fori Imperiali di Roma:
statua di Gaio Giulio Cesare
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Nel 50 a.C. - I Romani perfezionano i mulini ad acqua e le tecniche degli acquedotti.

Nel 49 a.C. - L'11 gennaio, Gaio Giulio Cesare sfida la repubblica di Roma varcando il Rubicone, confine del territorio sotto il diretto controllo di Roma, con le legioni in armi. Guerra fra Gaio Giulio Cesare e Gneo Pompeo, mandato dal Senato a contrastare Giulio Cesare; Pompeo verrà sconfitto definitivamente a Farsalo, nella greca Tessaglia, il 9 agosto del 48 a.C.

Nel 46 a.C. - Gaio Giulio Cesare riforma il calendario

Nel 45 a.C. - Gaio Giulio Cesare è padrone di Roma, ed è eletto dittatore a vita.

Il "denario" fatto coniare da Giulio
Cesare nel 44 a.C. In un lato c'è
il suo volto e nell'altro Venere che
sulla mano destra porta una Nike
(la Vittoria).
Nel 44 a.C. - Nel Senato di Roma, davanti alla statua di Gneo Pompeo, Gaio Giulio Cesare viene ucciso da decine di pugnalate infertegli da vari congiurati, fra cui Bruto e Cassio.

Roma - Resti dei Fori Imperiali.
Nel 29 a.C. - Rimasto in Egitto per tutto l’inverno del 30 e la primavera del 29 prima dell'era Volgare (a.C.), risolto l’assetto politico in Oriente, Ottaviano fece ritorno a Roma e il 13, 14 e 15 agosto di quell'anno celebrò tre magnifici trionfi delle vittorie riportate in Dalmazia, ad Azio ed in Egitto. Attuò donativi ai veterani ed ai poveri adoperando i tesori di Cleopatra; indi, alla fine dei tre giorni di feste, consacrò il tempio dedicato a Cesare. Come aveva già fatto Pompeo Magno, anche Augusto, in quell'occasione, aveva fatto coincidere il suo triplice trionfo con le feste celebrate a Roma in onore di Eracle, il 12 agosto in onore di Heracles Invictus ed il giorno successivo in onore di Heracles Victor, l'Eracle vincitore.

- Virgilio Marone inizia la stesura dell'"Eneide", che assegnerà antenati divini a Romolo e ad alcune "gens" Romane (Venere per la gens Julia, a cui apparteneva Giulio Cesare). Caio Giulio Cesare, che nacque il 13 luglio del 101 o il 12 luglio del 100 a.C. nella Suburra, un quartiere di Roma, dall'antica e nota famiglia patrizia della gens Iulia, annoverava tra gli antenati anche il primo e grande re romano, Romolo, che discendeva da Iulo (o Ascanio), figlio del principe troiano Enea, secondo il mito figlio a sua volta della dea Venere.

Cartina di Roma antica con i nomi dei 7 colli fino alle mura serviane del VI
sec. a.C., e l'espansione della Roma Repubblicana e Imperiale fino alle
mura aureliane del  III sec. d.C.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 27 a.C. - Il 16 gennaio, dopo le vittorie ottenute grazie ai suoi ottimi generali, contro Cassio e Bruto, che erano stati fra i congiurati assassini di Gaio Giulio Cesare, (che fu, fra l'altro il padre adottivo di Bruto) e poi contro quello che era stato il luogotenente di Cesare, Marco Antonio, Ottaviano ottiene dal Senato il titolo di Augusto (dal verbo "augere", "ingrandire") e tutti i poteri, diventando il primo imperatore di Roma.
L'Alpe Summa, detta anche Turbia (la Turbie in francese), che sorge nell'odierno principato di Monaco, è un luogo che oltre all'intenso fascino paesaggistico, è contraddistinto da evidenti forze geomagnetiche, percepite da sempre e descritte anche nel racconto delle 12 fatiche di Ercole, quando il semidio ritorna dall'Hiberia con le mandrie di Gerione. Questo territorio d’eccezione dal punto di vista esoterico, fu eletto a sito della celebrazione di Ottaviano Augusto come imperatore di Roma, evocando ulteriormente la memoria di Heracle, oltre ai trionfi celebrati  il 12 agosto, giornata consacrata ad Heracles Invictus ed il giorno successivo, consacrato a Heracles Victor.
- Il termine imperator è un titolo originariamente denso di significati religiosi e successivamente è stato conferito ai condottieri vittoriosi, poiché contiene in sé il riferimento all'imperium, un primato nell'ambito religioso, civile e militare. Il significato del termine imperatore, che deriva dal latino imperator, ha un'origine chiara: indica colui che vive un rapporto favorevole con gli dèi. Già in epoca regale la felicitas imperatoria indicava quel re che poteva vantare un tale rapporto favorevole (pius) con gli dèi. Questa relazione unica veniva stabilita il giorno dell'inauguratio, ovvero il giorno in cui gli àuguri verificavano tale condizione del re. Con Ottaviano, che creò la struttura ideologica del principato, a tale termine venne aggiunto anche quello di Augustus ovvero detentore dell'augus (lojas in indo-iranico), detentore cioè di quella forza che unica consente di adempiere alle funzioni sacrali rispetto agli dèi e quindi di rafforzare la stessa Roma. L'imperator, nella cultura profondamente religiosa quale fu quella romana, è ricco di felix, ovvero è possessore legittimo degli auspici e quindi votato alla vittoria purché sia sempre pius cioè collegato correttamente con il mondo sacro degli dèi. Sempre con Ottaviano ha ingresso nella Religione romana la figura dell'imperatore. Esso diviene il "re divino", monarca universale per volere degli dèi, ricevendo, inoltre, il doppio titolo di sacer e sanctus. Le qualifiche religiose della figura imperiale ricalcano i modelli ellenistici a cui si aggiungono le peculiarità della religiosità romana, per le quali ad un beneficio ricevuto dal dio deve corrispondere sempre un atto di culto. L'imperatore è quindi sacro e per le sue virtù e per la sua condotta di vita è anche santo. Ma i due termini, sacer e sanctus, finiscono per sovrapporsi, così Gallieno e Alessandro Severo vengono indicati come sanctissimi, mentre Domiziano, Adriano e Antonino Pio vengono invece appellati come sacratissimi. L'Imperatore, nella sua qualità di Pontifex Maximus esercitava il supremo ruolo di sorvegliaza e governo sul culto religioso, presiedendo il collegio dei pontefici e gli altri collegi sacerdotali, nominando le Vestali, i Flamini ed il Rex sacrorum, regolando il calendario con la scelta dei giorni fasti e nefasti ed avendo il completo controllo sul rispetto del diritto romano, della cui interpretazione era custode. In tal senso poteva anche controllare la redazione degli annales pontificum, cioè delle cronache pubbliche, e della tabula dealbata, riportante la lista dei magistrati in carica. L'Imperatore stesso era oggetto di un culto imperiale, nel quale il genio del Principe diveniva oggetto di pratiche religiose, spesso affiancandosi nei templi ad altre forme divinizzate del potere imperiale dello Stato, come la dea Roma. Il culto del genius principis, sebbene spesso percepito nelle classi elevate come una forzatura della religione tradizionale, consentiva di rivolgere al sovrano cerimonie pubbliche di valenza religiosa senza per questo infrangere i principi che vietavano il culto di persone viventi. A questo si aggiungeva la possibilità di rivolgere poi un vero e proprio culto alla persona dell'Imperatore dopo la sua morte una volta che questi fosse pubblicamente divinizzato dal Senato con il riconoscimento della sua condizione di divus. Il complesso di tali pratiche durò sino all'anno 375, quando l'imperatore Graziano declinò l'onore del pontificato massimo perché incompatibile con la nuova religione cristiana, anche se Costantino I non rinunciò mai a tale potere. Tuttavia anche nel nuovo ambito cristiano l'Imperatore continuò a rivestire un ruolo preminente come vicario di Cristo e rappresentazione terrena dell'ordine celeste. Questo valse soprattutto per gli imperatori romani d'Oriente, che potevano, in qualità di vicari (rappresentanti) della divinità, manovrare patriarchi, papi e vescovi oltre ad emettere editti a carattere religioso e convocare concili.
Ottaviano stesso inaugura l'epopea della Pax Romana, che vede l'impero come area di civiltà che si esprime nel diritto e al cui interno non vi sono conflitti, e ricorderà che si era ritrovato una Roma costruita di mattoni e la lascierà edificata di marmi.

Il Pantheon visto dall'alto.
- Nello stesso anno inizia la costruzione del Pantheon, il tempio dedicato al culto di tutti gli dei (dal greco Pan= tutti e Theon=divinità) che sorge in piazza della rotonda, vicino a piazza Minerva. Concepito come Augusteum, ossia come luogo sacro dedicato al divinizzato imperatore Augusto, poi come Tempio di tutte le divinità protettrici della sua stirpe, fu fatto costruire dal genero dello stesso Augusto, il console Agrippa, nel 27 a.C. Danneggiato nell’incendio di Roma dell’80 d.C., fu restaurato da Domiziano ed è giunto a noi quasi integro nella ricostruzione eseguita da Adriano nel 130 d.C. Quasi tutto quello che vi si può ammirare risale all'epoca romana. La cupola, tuttora la più grande mai realizzata in muratura, è costruita in un conglomerato particolarmente leggero formato da malta e da scaglie di travertino, sostituite man mano che si sale, da lapilli (pozzolana vulcanica) e pietra pomice. Alta 43,4 metri, dalla cupola la luce filtra attraverso l’oculus, l’apertura circolare con un diametro di 9 metri sulla sua sommità, illuminando l’intero edificio. In caso di pioggia, l’acqua che cade all'interno sparisce nei 22 fori quasi invisibili del pavimento, anche se nell'antichità probabilmente la pioggia veniva deviata dalle forti correnti ascensionali prodotte dalle torce accese all'interno. La massiccia porta di bronzo risale all'età romana, così come l'esterno, iscrizione compresa, del 27 a.C.
Il Pantheon all'interno.
Il porticato all'interno è decorato da pregiati marmi policromi e presenta nella facciata 16 colonne monolitiche, alte ben 14 metri, di granito grigio e rosa dotate di capitelli corinzi in marmo e coronato da un frontone con timpano, originariamente decorato da un fregio di bronzo. Di bronzo era coperto anche il soffitto del porticato, ma tale rivestimento fu rimosso nel 1625 per volontà di Urbano VIII Barberini quindi utilizzato dal Bernini per realizzare il Baldacchino in San Pietro. L'interno presenta una pianta circolare caratterizzato dalla maestosità della cupola a cassettoni e l'unica apertura è l'oculus al suo centro, che crea un effetto luminoso che esalta la grandiosità e l'armonia del monumento. Nel 609 il tempio fu donato dall'imperatore Foca a papa Bonifacio IV e fu trasformato in chiesa, dedicata a Santa Maria dei Martiri, cosa che favorì la sua ottima conservazione fino ai giorni nostri. Dopo il 1870, demoliti i due campaniletti laterali, le cosiddette “orecchie d’asino”, fatti realizzare da Urbano VIII al Bernini, il Pantheon venne trasformato nel sacrario dei re d’Italia, e accolse le spoglie di Vittorio Emanuele II, Umberto I e Margherita di Savoia, le cui tombe si affiancarono a quelle di Baldassarre Peruzzi e di Taddeo Zuccari. Inoltre vi è il sepolcro di Raffaello Sanzio, ad ornamento del quale si trova la famosa Madonna del Sasso realizzata da Lorenzetto nel 1520, commissionatagli dallo stesso Raffaello. Nelle cappelle dell'interno si trovano distribuite numerose opere d'arte.

Dal 16 a.C. - Occupazione della Germania sotto Augusto (dal 16 a.C. al 9 d.C.). Nel 16 a.C. la tribù dei Sigambri, insieme alle tribù alleate dei germani Usipeti e Tencteri, dopo aver battuto un esercito romano nelle loro terre ed averne catturato un certo numero di armati, impalarono ben 20 centurioni (un terzo del numero complessivo di centurioni presenti in una legione!), come se fosse "un giuramento o una speranza di vittoria". Poco dopo invadevano la vicina Gallia, saccheggiandone i territori e provocando il pronto intervento della cavalleria romana, mandata in soccorso alle guarnigioni del Limes renano. L'esito però fu disastroso per i Romani, poiché, non solo la cavalleria fu sorpresa e distrutta in un agguato, ma cosa ben più grave, l'esercito accorrente del governatore della provincia, un certo Marco Lollio, fu battuto, mentre una delle sue legioni, la V Alaudae perdeva l'Aquila, con grande disonore per le armate romane. Augusto stesso, in seguito a questi eventi, decise di partire per il fronte germanico, fermandosi in Gallia per due interi anni, per rendersi conto sul da farsi. È proprio nel corso di questi anni che Augusto programmava per gli anni a venire di occupare la Germania Magna, portando così i confini imperiali dal fiume Reno al Elba. Sottomessi i territori di Reti e Vindelici (nel 15 a.C.), Augusto inviò in Gallia nel 13 a.C., uno dei suoi due figli adottivi: Druso maggiore. Negli anni che seguirono, soprattutto nel 12 e 11 a.C., il generale Druso avanzò in territorio germano, battendo i Sigambri e molte delle popolazioni germaniche loro alleate come Usipeti e Tencteri. È proprio ad una di queste campagne che fanno cenno Floro e Cassio Dione Cocceiano, ricordando un episodio di questa guerra, quando Cherusci, Suebi e Sigambri, dopo aver accerchiato Druso nelle fitte foreste della Germania (di ritorno dalla campagna dell'11 a.C.), ormai sicuri del successo, pensavano già a come spartirsi il bottino. La battaglia però volse, alla fine, a favore dei Romani che fecero dei barbari, dei loro cavalli ed armenti, bottino da vendere al mercato degli schiavi. Una volta occupati tutti i territori delle popolazioni germaniche compresi tra i fiumi Reno e Weser, i Sigambri si dimostrarono i più restii a sottomettersi al giogo romano, anche dopo essere stati battuti pesantemente nel corso delle campagne di Tiberio dell'8-7 a.C. insieme ai vicini Suebi, e ad essere stati deportati, in parte, in Gallia.
Cartina dell'Impero Romano da Ottaviano Augusto in arancione-ocra,
Tiberio, Claudio,Vespasiano e Domiziano fino a Traiano, che nel 117 d.C.
lo portò alla sua massima estensione.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Per questi motivi Augusto, una volta ricevutane una loro ambasceria (da parte del loro re Melo), decise con l'inganno di mandare tutti i loro membri in esilio in alcune città della Gallia (nell'8 a.C.). I Sigambri, però, mal sopportando questa situazione di prigionia, si diedero la morte volontariamente, covando un profondo sentimento di rancore verso i Romani. L'occasione del riscatto si concretizzò pochi anni più tardi (nel 9 d.C.), quando 3 intere legioni ed il loro comandante, Publio Quintilio Varo, furono annientate nella foresta di Teutoburgo. Pertanto, contro i Sigambri ed i loro alleati, furono condotte sanguinose campagne da parte dei generali romani, Tiberio (nel 10-11 d.C.) e Germanico (nel 14-16 d.C.), per vendicare l'onta subita dagli eserciti romani. Di loro parla Cornelio Tacito a proposito della guerra contro i Traci del 26, condotta da un certo Gaio Poppeo Sabino (console del 9). Sembra che in quella circostanza una loro coorte ausiliaria prese parte alla guerra dell'area balcanica.

Ottaviano Augusto nell'"Ara Pacis"
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Le tribù germaniche migravano facilmente, si scomponevano e ricomponevano assumendo nomi nuovi, o scomparivano in lotte fra loro: perciò l'etnografia della Germania variò nelle varie epoche. Queste migrazioni non erano totali, e le tribù muovendosi lasciavano parte dei loro membri nell'antica sede; e oggi non si ammette più che il nord-est della Germania sia rimasto deserto in seguito alle migrazioni.
I Suebi, potente confederazione di tribù, cominciarono all'inizio del I secolo a lasciare le loro sedi a oriente dell'Elba, ove rimase la tribù sueba dei Semnoni, e occuparono la regione fra l'Elba, il Meno e la Selva Ercinia. I Marcomanni (uomini della marca) erano Suebi che, valicato il Meno, avevano preso possesso del paese fra il Reno e il Danubio superiore, sgombrato dagli Elvezi, che divenne così una marca di confine sueba. Fra il 9 e il 2 a.C. essi, guidati dal re Maroboduo, passarono nella Boemia, sgombrata dai Galli Boi, e vi fondarono un potente regno, che, dopo aver dominato su molte delle circostanti tribù germaniche, si sfasciò presto in seguito alle lotte coi Cherusci.

Immagine del Mandylion,
considerata la prima icona
di Gesù, da http://www
.internetica.it/Maestro.htm
Nel 7 a.C. - Presumibile anno di nascita di colui che i cristiani chiamano  Gesù Cristo, il cui nome ebraico dovrebbe essere stato Yeshuah Ben Yossef, Gesù figlio di Giuseppe. Per il post "Gesù Cristo nel suo contesto storico" clicca QUI.

Le Regioni istituite da Augusto.
Nel 6 - Nell'ambito di una riorganizzazione amministrativa dell'Impero Romano, Ottaviano Augusto unifica i territori della penisola italica, assorbendo la Provincia della Gallia Cisalpina, sotto l'amministrazione diretta di Roma, e li suddivide in 11 Regio (Regioni).

Nel 14 - Tiberio succede ad Ottaviano Augusto.

Dal 26 - I Sigambri non sono più menzionati. Ciò potrebbe significare due cose: o che la parte che si salvò allo sterminio dell'8-7 a.C., una volta deportata in Gallia, si integrò nell'Impero Romano, oppure che non avendo procurato particolari problemi all'impero fino ai tempi dell'imperatore Caracalla, si fusero nella federazione di genti germaniche dei Franchi, costituitasi a ridosso del limes della Germania inferiore al principio del III secolo d.C. A partire dalle campagne di Druso, la popolazione dei Sigambri cominciò a fornire truppe ausiliarie all'interno dell'esercito romano. Il termine Sigambro rimase per indicare un guerriero valoroso. Secondo la tradizione il vescovo Remigio di Reims, nel battezzare Clodoveo I usò la seguente formula: "Fiero Sigambro, brucia ciò che hai adorato e adora ciò che hai bruciato!".
Da "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore: "Verso l'inizio dell'era cristiana, avrebbero risalito il Danubio e il Reno, imparentandosi per matrimonio con certe tribù teutoniche e generando i Franchi Sicambri: gli antenati dei Merovingi.
Secondo i « documenti del Priorato », quindi, i Merovingi discendevano, attraverso l'Arcadia, dalla tribù di Beniamino. In altre parole i Merovingi e i loro discendenti, ad esempio le famiglie dei Plantard e dei Lorena, erano di origine semitica o israelita. E se Gerusalemme faceva parte dell'eredità dei Beniaminiti, Goffredo di Buglione marciando sulla Città Santa, avrebbe in pratica rivendicato la sua antica, legittima eredità. È significativo il fatto che Goffredo, unico tra i principi d'Occidente che intrapresero la Prima Crociata, cedesse tutte le sue proprietà prima della partenza, indicando così che non intendeva ritornare in Europa."

Nel 33 - A Gerusalemme viene crocifisso Yeshuah Ben Yossef, Gesù figlio di Giuseppe.

Nel 35 - In un’antica cronaca, attribuita a Flavio Lucio Destro, senatore romano e prefetto del pretorio dell’Impero Romano d’Occidente, morto nella prima metà del V secolo, troviamo una notizia importante: “Gli ebrei di Gerusalemme, scagliatisi con violenza contro i beati Lazzaro, Maddalena, Marta, Marcella, Massimo, il nobile Giuseppe d’Arimatea e numerosi altri, li caricano su di una nave senza remi, né vele, né timone e li mandano in esilio. Ed essi guidati, attraverso il mare da una forza divina, raggiungono incolumi il porto di Marsiglia”. Anche il vescovo Equilino racconta lo stesso episodio che ancora oggi è molto noto nella Provenza in Francia.
Giotto - Barca con i santi che
giunge in Francia.
La tradizione medioevale sintetizzata nella Legenda aurea di Jacopo da Varagine o Varazze, che fu arcivescovo di Genova (dove Legenda è un latinismo che sta per Testo che deve essere letto nel giorno della ricorrenza festiva), vuole che Pietro abbia affidato la Maddalena a Massimino, uno dei 72 discepoli di cui ci parla il vangelo di Luca. Massimino, la Maddalena, suo fratello Lazzaro, sua sorella Marta, la serva di Marta Martilla e Cedonio, cieco dalla nascita guarito dal Signore, catturati dagli infedeli sarebbero stati abbandonati su di una nave per farli morire, ma miracolosamente la nave sarebbe giunta a Marsiglia, in Francia.  
Nel 1.601, il cardinale Cesare Baronio, eminente bibliotecario del Vaticano, nei suoi "Annales Ecclesiasticae" afferma che Giuseppe di Arimatea si recò per la prima volta a Marsiglia nel 35 e di lì fu poi mandato a predicare in Inghilterra.

Gesù e Maria
Maddalena da:
http://www.prieure-de-
sion.com/1/sang_real
_1014525.html
- In un libro del 1977, "Jesus died in Kashmir: Jesus, Moses and the ten lost tribes of Israel", Andreas Faber-Kaiser esaminò la leggenda secondo cui Gesù incontrò una donna del Kashmir, la sposò ed ebbe da lei diversi figli. L'autore intervistò anche il fu Basharat Saleem il quale dichiarava di essere un discendente kashmiro di Gesù. In effetti, fra i documenti in possesso del Priorato di Sion prima degli incendi della II guerra mondiale, risultava che un figlio di Gesù e Maria Maddalena, Yeshuah-Joseph Yuz Asaf, Jésus le cadet, Joseph Harama Théo du Graal Ben Yeshuah, era nato nel 33 in Giudea e morto nel 120 in Srinagar, Cachemire. Da http://www.prieure-de-sion.com/1/sang_real_1014525.html.
Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln svilupparono e resero popolare l'ipotesi secondo cui una linea di sangue di Gesù e Maria Maddalena diede vita alla dinastia Merovingia nel loro controverso saggio del 1982 "Il santo Graal".
Nel suo libro del 1992 "Jesus and the Riddle of the Dead Sea Scrolls: Unlocking the Secrets of His Life Story", anche Barbara Thiering sviluppò l'ipotesi di una linea di sangue di Gesù e Maria Maddalena, basando le sue conclusioni storiche sull'applicazione della cosiddetta tecnica Pescher al Nuovo Testamento.
Nel suo libro del 1993 "The Woman with the Alabaster Jar: Mary Magdalen and the Holy Grail", Margaret Starbird sviluppò l'ipotesi che Santa Sara fosse la figlia di Gesù e Maria Maddalena e che questa fosse la fonte della leggenda associata con il culto a Saintes-Maries-de-la-Mer dove, secondo una tradizione riportata dalla Legenda Aurea, Maria Maddalena sarebbe sbarcata dopo avere lasciato la Palestina. Ella dichiarò anche che il nome "Sara" significa "Principessa" in ebraico, rendendola così la figlia dimenticata del "sang réal", il sangue reale del Re dei Giudei.
Nel suo libro del 1996 "Bloodline of the Holy Grail: The Hidden Lineage of Jesus Revealed", Laurence Gardner presentò gli alberi genealogici di Gesù e Maria Maddalena come gli antenati di tutte le famiglie reali europee dell'Era volgare.
Da http://www.angolohermes.com/Approfondimenti/Graal/Arimatea.html: Gardner parte dall'ipotesi che Gesù fosse discendente diretto dalla linea di Davide e che, di conseguenza, il suo concepimento e quello dei suoi fratelli avesse seguito le normali regole di successione davidica. La sua analisi prosegue, vagliando attentamente ogni fonte disponibile, canonica o apocrifa, storica o letteraria, accettata dalla chiesa ufficiale o rifiutata, senza disdegnarne alcuna, con la ricostruzione della cosiddetta "Linea di Sangue", cioè la discendenza diretta di Gesù originata con il suo matrimonio con Maria Maddalena. L'analisi delle testimonianze porta Gardner a delineare la tesi che Gesù e Maria Maddalena ebbero tre figli: una primogenita femmina, che chiamarono Tamar, e due maschi: Joshua, ossia Gesù, detto "il Giusto" (chiamato Gais nei romanzi del Graal), il maggiore, e Josephes, il minore.
Dopo la Crocifissione, la Maddalena e Giuseppe d'Arimatea lasciarono la Palestina e si imbarcarono diretti in Francia, dove l'apostolo Filippo era stato mandato ad annunciare la parola di Dio. Fu così che mentre Maria Maddalena rimase in Francia con Tamar e Josephes, Giuseppe portò con sé il piccolo Gesù Giusto in Britannia, e quindi le leggende su Gesù adolescente che giunge in Inghilterra al seguito di Giuseppe di Arimatea hanno un plausibile fondamento. Non solo: questa ipotesi spiega anche l'apparente dicotomia delle leggende sul Graal. Infatti, i due più grandi filoni sul Santo Graal sostengono che esso sia stato portato da Maria Maddalena in Francia, e contemporaneamente da Giuseppe di Arimatea in Britannia. Se il Graal metaforicamente indica la discendenza di Cristo, allora ecco spiegata l'apparente contraddizione!
Vedi anche "Il Sangraal o sangue reale, Maria Maddalena moglie di Gesù e loro figlia, Sara la Nera" cliccando QUI

Le popolazioni Germaniche nel 50, con Claudio imperatore.
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Nel 43 - Romani invadono l'isola Britannica.

Nel 50 - Primo concilio dei Cristiani a Gerusalemme. Il cristianesimo delle origini si presenta con il duplice aspetto di Giudeo-cristianesimo ed Etno-cristianesimo (o Cristianesimo dei Gentili, non Ebrei), come si desume dai racconti degli Atti di Luca e da alcune lettere di Paolo (come la Lettera ai Galati e le lettere ai Corinzi). Tuttavia mostra che le due anime convivono senza alcuna scissione e di avere raggiunta una formula di concordia con il Primo Concilio di Gerusalemme (Atti 15). I cristiani assunsero dal Giudaismo le sue Sacre scritture tradotte in greco ellenistico e lette non nella maniera degli ebrei (anche a causa della prevalente origine greco-romana della maggioranza dei primi adepti), dottrine fondamentali come il monoteismo, la fede in un messia o cristo, le forme del culto (incluso il sacerdozio), i concetti di luoghi e tempi sacri, l'idea che il culto debba essere modellato secondo il modello celeste, l'uso dei Salmi nelle preghiere comuni. Forse il Cristianesimo inteso come religione distinta da quella ebraica lo possiamo individuare a partire dalla seconda metà del II secolo, dove i cristiani, che credono negli insegnamenti di Gesù, sono quasi soltanto i non ebrei.
Nel concilio di Gerusalemme, fra la Chiesa di Gerusalemme e Paolo di Tarso si giunse all'accordo ufficiale sulla ripartizione delle missioni:
- i gerosolimitani (i seguaci di Giacomo il Minore "fratello del Signore") e Pietro per i giudeo-cristiani circoncisi e
- Paolo per i gentili (non ebrei) provenienti dal paganesimo.
Il Concilio viene presieduto da Giacomo il Minore e da Pietro, quest'ultimo dopo un'accesa disputa tra le diverse fazioni:
- una che avrebbe voluto imporre la legge mosaica ai pagani convertiti e
- l'altra che considerava questa proposta iniqua e richiamò così tutto il collegio a rispettare la volontà di Dio, chiaramente manifestatasi in occasione della sua visita a Cornelio, dove lo Spirito Santo era disceso anche sui pagani non facendo «alcuna distinzione di persone».
Dopo Pietro intervennero Paolo e Barnaba, i più attivi evangelizzatori dei Gentili. Infine prese la parola anche Giacomo il Minore, capo della Chiesa di Gerusalemme (probabilmente, in un primo tempo, il leader di quanti volevano imporre la legge mosaica, come traspare anche nella lettera di S. Paolo ai Galati) che, richiamandosi a Pietro, aggiunse la proposta di una soluzione di compromesso che prevedeva la prescrizione ai pagani convertiti di pochi divieti tra cui l'astensione dal nutrirsi di cibi immondi e dalla fornicazione.
Gli Atti degli Apostoli e la Lettera ai Galati presentano, da due punti di vista diversi, il primo problema dottrinale del cristianesimo nascente, che in sintesi può essere così espresso:
- Il cristianesimo è solo una filiazione, un ramo del giudaismo? Oppure è qualcosa di diverso, di discontinuo con la tradizione giudaica? (e dunque è qualcosa di nuovo).
- Di conseguenza, il cristianesimo è riservato a chi è divenuto un proselita del giudaismo? Oppure è possibile essere seguaci di Cristo senza osservare i rituali e le tradizioni della fede giudaica? Cioè per essere cristiani bisogna prima essere ebrei, oppure possono diventare cristiani anche i non ebrei?
È evidente che dalla risposta ai quesiti dipende l'universalità del messaggio di Cristo. E ancora:
- se un cristiano doveva essere circonciso, allora il sacrificio di Cristo perdeva di valore e la redenzione veniva drasticamente ridotta di significato e subordinata all'osservanza della Legge. Non si trattava più di Grazia ma del risultato delle opere legalistiche dell'uomo. Non si trattava del mettere in atto l'etica cristiana, ma del concetto che portava a ritenere opere meritorie quelle che attenevano ai rituali ed ai cerimoniali dell'ebraismo.  
Pietro e Paolo.
Quando Pietro ritornò da Ioppe a Gerusalemme, venne contestato dai Cristiani “circoncisi” (Atti 11:1-3) per il fatto di essere entrato in casa di pagani incirconcisi, e questo dimostra il persistere della diffidenza nei confronti degli esterni al mondo giudaico; pur tuttavia questi si rallegrarono quando egli spiegò loro che quelli avevano ricevuto la stessa Grazia e la stessa benedizione.
Paolo di Tarso riferisce (Lettera ai Galati, 2) di un episodio avvenuto ad Antiochia nel corso di una visita di Pietro che, mentre prima manifestava comunione con i credenti gentili, appena arrivarono da Gerusalemme quelli provenienti da Giacomo, si intimorì e se ne stette in disparte provocando infine la dura reazione di Paolo. Nello stesso capitolo Paolo definisce Pietro apostolo dei circoncisi e se stesso quello degli incirconcisi, intendendo con ciò una vocazione più etnica che religiosa. Questo «scontro» tra Pietro e Paolo manifesta una dialettica interna alla Chiesa nascente, che andava necessariamente chiarita.
Il concilio di Gerusalemme evidenzia chiaramente che tutta la problematica non nasceva da posizioni preconcette degli apostoli (che pur c'erano), ma era frutto del massiccio ingresso di Farisei convertiti nella comunità paleocristiana di Gerusalemme (Atti 15:5).
Lo svolgimento del dibattito, pur nella sintetica relazione lucana, (Luca evangelista, Antiochia di Siria, 10 circa - Tebe?, 93 circa, venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che ne ammettono il culto, è autore del Vangelo secondo Luca e degli Atti degli Apostoli, il terzo ed il quinto libro del Nuovo Testamento) evidenzia tutto questo e dimostra inoltre come la comunità di Gerusalemme avesse una conduzione collegiale. E Pietro, pur sempre pronto a parlare per primo, non fosse comunque colui che tirava le somme o le conclusioni, cosa che invece faceva Giacomo. La formula di concordia del concilio di Gerusalemme di Atti 15 dimostra, comunque, che il problema venne superato solo in parte, perché di fatto una divisione rimase e ne troviamo traccia nella maggior parte delle Lettere di San Paolo, nelle quali risalta la sua continua lotta contro le problematiche create nelle Chiese dai Cristiani Ebrei che volevano salvaguardare la Legge ebraica. Agli inizi dell'era cristiana, a Roma si assistette alla conversione al giudaismo di parecchi romani, soprattutto donne, poiché la pratica della circoncisione scoraggiava le adesioni maschili.
Successivamente, la Chiesa post apostolica lentamente si organizzò attorno ai cinque patriarcati di Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.

Nel 58 - Il cristianesimo compare nell'Illirico. San Paolo è segnalato predicare in Dyrrachium, odierna Durrës, in Albania centrale. Una diocesi fu fondata nel 58 d.C. Le diocesi successive sono state fondate inoltre a Apolonia, Buthrotum (oggi Butrint, nella punta del sud dell'Albania) e a Scodra (oggi Shkodër). 

Nel 63 - Roma, prime persecuzioni contro i cristiani. I primi cristiani erano spinti a ricercare un rapporto individuale con una divinità individualizzata a sua volta. Il carattere di divinità per gruppi o popolazioni, comunemente usato nell'antichità (Atena per Atene, Venere per la corporazione dei mercanti Italici del Sannio, ecc.) lascia il posto alla ricerca individuale di una divinità che salvi l'individuo nell'aldilà.
E' una tensione molto forte, che troviamo anche nel Mitraismo, che ha somiglianze con il cristianesimo, e nell'adorazione del "Sol Invictus", la cui festività era il 25 dicembre. E' di questi tempi la raffigurazione di "Gesù Sol Invictus" che vede un giovane Gesù, raggiato, come il sole, alla guida del cocchio solare con 4 cavalli (Helios), oppure l'Iside che allatta Horus identica a quella che poi verrà chiamata Nostra Signora Madre di Gesù. Sono tempi che vengono avvertiti come gli ultimi prima di un evento che sovvertirà il mondo. In questo contesto il martirio è considerato il metodo più sicuro per salvare la propria anima nell'aldilà. Ma questa presa di coscienza individuale, di una divinità che si è incarnata e che con un martirio individuale permette la salvezza a tutti gli individui, non deve far pensare che non fosse presente un senso di società cristiana.
Carta del limes dell'Impero Romano nel sud-est del Mediterraneo nell'80.
Accanto al nome della Giudea appare il nome di Palestina, anche se tale
nome fu adottato solo con l'imperatore Adriano nel 136, alla fine della
terza guerra giudaica. In rosa gli stanziamenti delle legioni.
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La comunità cristiana era ordinata, coesa, con propri vescovi e con liturgie comunitarie, ma il rapporto con il divino non era mediato da altri che se stessi. Le persecuzioni contro i Cristiani non avevano un fondamento giuridico specifico, l'unico appiglio legale che l'autorità imperiale poteve impugnare era la lesa maestà dei "mores", i costumi dei cristiani che non riconoscevano l'autorità divina all'imperatore, rifiutandosi di offrire incenso all'immagine della sua persona, e per questo accusati poi di ateismo. Nella cultura antica, così come lo scritto era sacro, così l'immagine evocava la presenza fisica del rappresentato.
Nei tribunali le immagini dell'imperatore garantivano la sua presenza e per tali motivi nell'ebraismo erano proibite le raffigurazioni di immagini e idoli: l'Islam stesso adotterà tali provvedimenti e nei secoli sucessivi si scatenerà nell'impero bizantino l'iconoclaustia che provocherà la distruzione delle immagini sacre.

Giuseppe d'Arimatea.
- Considerando le antiche cronache e incrociando le varie testimonianze, il 63 è il probabile anno in cui Giuseppe d'Arimatea e Yeshuah-Joseph Yuz Asaf, Jésus le cadet, Joseph Harama Théo du Graal Ben Yeshuah, (da http://www.prieure-de-sion.com/1/sang_real_1014525.html) figlio di Gesù e Maria Maddalena, sbarcano in Britannia.
Gildas III (516-570), cronista delle origini, affermava nel suo "De Excidio Britanniae" che i primi precetti della cristianità vennero portati in Gran Bretagna durante gli ultimi giorni dell'imperatore Tiberio Cesare. Tiberio morì nell'anno 37 e questa data è compatibile con quanto affermò, nel 1601, il cardinale Cesare Baronio, eminente bibliotecario del Vaticano, che nei suoi "Annales Ecclesiasticae" affermò che Giuseppe di Arimatea si recò per la prima volta a Marsiglia nel 35 e di lì fu poi mandato a predicare in Inghilterra.
Nella Gallia del I sec. si trovava un personaggio importante della cristianità: l'apostolo Filippo. Gildas e Guglielmo di Malmesbury concordano nell'affermare che fu Filippo ad organizzare la missione verso la Britannia. Nel "De Sancto Joseph ab Arimathea" di John Capgrave (1393-1464) si afferma che "quindici anni dopo l'Assunzione [cioè nell'anno 63, considerando che Maria fu assunta in Cielo nell'anno 48] egli [Giuseppe] si recò da Filippo apostolo tra i Galli". La conferma viene da Freculfo, vescovo di Lisieux nel IX sec.: anche lui scrisse che San Filippo organizzò la missione in Britannia per far annunciare colà il vangelo.
Dunque, San Giuseppe arrivò in Britannia con dodici apostoli, e di lì cominciò a diffondere il Vangelo. Accolto freddamente dalla popolazione locale, fu però tenuto in gran considerazione dal re Arvirago di Siluria, fratello di Carataco il Pendragone, che lo accolse con onore e gli donò una vasta proprietà di terra (12 hides, equivalenti a 1440 acri, circa 580 ettari), da usare come base, presso Glastonbury, nel Somerset.
A Glastonbury Giuseppe di Arimatea eresse una primitiva chiesa di fango e rami intrecciati, che fu di fatto il primo edificio cristiano di Britannia, e che costituì il nucleo originario della futura Abbazia di Glastonbury, destinata a diventare ampia e facoltosa, seconda per estensione e per ricchezza soltanto a quella di Westminster, a Londra.
L'arrivo di Giuseppe a Glastonbury fu segnato da un evento miracoloso: trovandosi sulla sommità di una collina, chiamata Wearyall Hill, Giuseppe si distese a riposare, piantando il proprio bastone accanto a sé. Al suo risveglio, il bastone aveva miracolosamente attecchito ed era diventato un albero. Quest'albero divenne poi noto come "Santa Spina". Variante del comune biancospino, esso però assunse solo qui, nei dintorni di Glastonbury, una caratteristica peculiare, quella di fiorire due volte all'anno: all'inizio della primavera e in inverno, in prossimità del solstizio. Poiché queste due date cominciarono ad essere associate alla due più grandi feste della cristianità, ossia la Pasqua e il Natale, che ricordavano la nascita e la morte di Gesù, esso venne chiamato "Santa Spina" (Holy Thorn, o Glastonbury Thorn) e divenne oggetto di gran venerazione, che dura tuttora.

Carta del limes germanico-dacico dell'Impero Romano nell'80.
 In rosa gli stanziamenti delle legioni.
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Nel 70 - Dopo varie rivolte in Giudea, Tito distrugge il secondo Tempio a Gerusalemme. Inizia la diaspora del popolo Ebraico. Per le guerre giudaiche, vedi il post "Cronologia degli Ebrei: Sadducei, Farisei, Esseni, Zeloti e Sicarii, Gnostici e Cristiani" QUI.

Dall' 83 - Iniziano le Campagne germaniche dell'imperatore Domiziano, consistenti in azioni di guerra, condotte negli anni 83 - 84/85 circa, contro le popolazioni germaniche di Catti, Mattiaci, Vangioni, Triboci e Nemeti. L'occupazione successiva dei territori compresi tra i fiumi Reno e Danubio, diede inizio alla costruzione del sistema difensivo del limes germanico-retico, terminata solo durante il principato di Antonino Pio. Per questi successi l'imperatore Domiziano si meritò il titolo di Germanicus alla fine dell'83.
L'impero dei Flavi era cominciato quasi un quindicennio prima con Vespasiano. A questi era succeduto il figlio maggiore Tito, morto prematuramente nell'81, e poi il fratello minore, Domiziano.
Carta del limes (confine) germanico-retico nel 90, sotto
Domiziano. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Quest'ultimo adottò una politica estera estremamente aggressiva, soprattutto in Occidente, cominciando tutta una serie di guerre lungo i confini imperiali a partire dalla Britannia (con le campagne in Britannia di Agricola), evidentemente per renderne più sicure le sue frontiere, ma anche per brama di glorie militari. Con la fine dell'82 Domiziano, dopo l'ennesimo attacco da parte della popolazione germanica dei Catti, che poco tempo prima avevano invaso i territori della Gallia, decise che era giunto il momento di occupare l'area germanica denominata Agri decumates, racchiusa tra i due principali fiumi che costituivano il limes settentrionale dell'impero romano: Danubio e Reno. Recatosi in Gallia con il pretesto di tenere un censimento, comparve improvvisamente su Reno con le armate schierate nei pressi di Mogontiacum. Il totale delle forze messe in campo dall'impero romano potrebbe essersi aggirato attorno agli 80.000 armati, di cui 40.000 legionari e 40.000 ausiliari.
La campagna prese le mosse dal quartier generale di Mogontiacum dove era concentrato il grosso dell'esercito. L'obiettivo principale era la vicina tribù dei Catti a nord dei monti del Taunus. Non è escluso che Domiziano abbia ottenuto l'amicizia ed alleanza militare delle vicine popolazioni di Ermunduri e Cherusci (considerando che pochi anni più tardi sostenne con il denaro, il vicino re cherusco). Questa alleanza gli avrebbe certamente permesso di tenere impegnato il nemico anche lungo il fronte settentrionale ed orientale.
Carta delle migrazioni del III
secolo con indicati gli Agri
Decumates, Germania superiore
e Germania inferiore.
I Catti furono battuti ripetutamente come ci racconta Frontino: « L'imperatore Cesare Augusto Germanico, quando i Catti scappando ripetutamente nelle foreste si sottraevano allo scontro tra cavallerie, ordinò ai suoi cavalieri, che una volta raggiunti i loro carriaggi, smontassero e combattessero a piedi. Con questo accorgimento ottenne che nessuna difficoltà di terreno compromettesse la sua vittoria. » (Frontino, Stratagemata, II, 3, 23.). Le armate romane poterono così penetrare ed occupare il territorio germanico per circa 75 chilometri a nord est di Mogontiacum (limitibus per centum viginti milia passuum actis), includendo ora il popolo alleato dei Mattiaci. Domiziano al termine delle operazioni militari (giugno/agosto dell'83), ricevette il titolo vittorioso di Germanicus e la sua quarta acclamazione ad Imperator. I due anni successivi furono dedicati alla costruzione di tutta una serie di fortini e strade militari nel Wetterau e Taunus, cominciando a creare il primo tratto fortificato del limes germanico-retico e congiungendo il fiume Lahn al fiume Meno. Contemporaneamente si procedette all'avanzata nei territori di Nemeti e Triboci, percorrendo il corso del fiume Neckar da ovest ad est, e costruendo i nuovi forti a Ladenburg e a Neuenheim; a sud la penetrazione avveniva portando la linea di confine verso settentrione, costruendo una serie di nuovi forti ausiliari a Sulz, Geislingen, Rottenburg an der Laaber, Burladingen, Gomadingen, Donnstetten, Urspring e Günzburg, unendo così la fortezza militare di Argentoratae (nei pressi dell'odierna Strasburgo) con la capitale della Rezia, Augusta Vindelicum (Augsburg).
Carta del limes dell'Impero Romano a nord-ovest nell'80. In rosa gli
stanziamenti delle legioni. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Sappiamo che attorno all'88, il re dei Cherusci, Chariomero, venne cacciato dal suo regno dai Catti, poiché si era dimostrato amico ed alleato dei Romani. Inizialmente riuscì a radunare un nuovo esercito ed a fare ritorno; ma più tardi venne abbandonato da chi lo aveva rimesso sul trono, quando decise di inviare ostaggi ai Romani, divenendo "cliente" di Domiziano. Egli non garantì alcun sostegno militare ai Romani, ma ricevette denaro dai Romani. Nel corso della rivolta dell'allora governatore della Germania superiore, Lucio Antonio Saturnino, i Catti ne approfittarono per attaccare il tratto di limes appena costituito, ma furono ancora una volta battuti e respinti.
L'occupazione degli Agri Decumates, iniziata per la verità dal padre di Domiziano, Vespasiano (con le campagne del legato della Germania Superiore, Gneo Pinario Cornelio Clemente nel 73/74 per le quali ottenne gli ornamenta triumphalia) permise la creazione di una prima linea di fortificazioni artificiali nel Taunus-Wetterau, a cui se ne sarebbero aggiunte altre fino ad Antonino Pio, per un totale di 550 km. Traiano continuò la penetrazione romana nell'area sia come governatore della Germania superiore (attorno agli anni 92-96), sia come imperatore (tra il 98 ed il 100) con l'avanzamento oltre il fiume Reno verso est, fino al cosiddetto limes di Odenwald, tratto di frontiera che collegava il fiume Meno presso Wörth, con il medio Neckar a Bad Wimpfen. Il successore Adriano, contribuì all'avanzamento lungo il cosiddetto limes dell'Alb (nei pressi di Stoccarda).
Carta del limes dell'Impero Romano nell'ovest del Mediterraneo nell'80.
In rosa gli stanziamenti delle legioni. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Gli Agri Decumates o Decumates Agri furono una regione della provincia romana della Germania superior, comprendente l'area della Foresta Nera tra il fiume Meno, le sorgenti del Danubio e il corso del Reno superiore fra il lago di Costanza e la sua confluenza col Meno, e corrispondente all'odierna Germania sud-occidentale (Wurttemberg, Baden e Hohenzollern). A sud-est i Decumates confinavano con la Rezia, provincia importante dal punto di vista militare. L'unica testimonianza antica del nome Agri Decumates proviene dal De origine et situ Germanorum di Tacito. Il significato della parola "decumates" è andato perduto ed è oggetto di contesa. Secondo lo storico britannico Michael Grant si riferiva probabilmente all'antico termine celtico indicante la suddivisione politica dell'area in "dieci cantoni". Secondo Tacito la regione era originariamente abitata dalla tribù celtica degli Elvezi ma ben presto, probabilmente sotto Ariovisto, vi si stabilirono i germanici Suebi (o Svevi), prima di emigrare, attorno al 9 a.C., nella moderna Boemia. Dopo la partenza degli Suebi l'area venne di nuovo abitata dai Galli.
Carta del limes dell'Impero Romano nell'est del Mediterraneo nell'80.
In rosa gli stanziamenti delle legioni. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Più tardi la regione divenne parte dell'Impero Romano. L'area venne colonizzata sotto la dinastia flavia (69-96); la costruzione durante questo periodo di una rete di strade facilitò la comunicazione tra le legioni e migliorò la protezione contro le tribù di invasori. Lungo il percorso passante per Rheinbrohl - Arnsburg - Inheiden - Schierenhof - Gunzenhausen - Pförring furono costruite delle fortificazioni di frontiera (limes). I più importanti insediamenti romani erano Sumelocenna, Civitas Aurelia Aquensis, Lopodunum e Arae Flaviae, le odierne Rottenburg am Neckar, Baden-Baden, Ladenburg e Rottweil. Nei due secoli successivi la regione fiorì, nonostante alcuni periodi di caos come quello intorno al 185/186, quando ci fu una rivolta diretta principalmente contro la presenza di militari Romani ad Argentoratum (la moderna Strasburgo). I Romani controllarono la regione fino alla seconda parte del III secolo, quando venne evacuata dall'imperatore Gallieno a fronte dell'invasione degli Alemanni e della secessione di gran parte dell'Impero romano d'Occidente sotto Postumo.
Tabella delle corrispondenze fra i numeri segnalati nelle carte del limes
dell'impero romano nell'80 e i nomi con i numeri ordinali delle legioni
e la località in cui erano stanziate.
L'area potrebbe essere stata riconquistata per breve tempo dall'imperatore Aureliano. Dopo la morte dell'imperatore Probo (282) l'area fu definitivamente abbandonata e lasciata agli Alemanni. Da allora e fino al giorno d'oggi il territorio è stato ininterrottamente abitato da persone di origine germanica.Gli insediamenti romani non furono abbandonati immediatamente: esistono prove del proseguimento di uno stile di vita "romano" fino al V secolo, così come accadde nella confinante Gallia fino a molto tempo dopo il collasso dell'Impero romano d'Occidente. Fu sotto Antonino Pio (nel 145-146) che molte delle torri e dei forti in legno, furono ricostruiti interamente in pietra, ma soprattutto si ebbe il definitivo avanzamento del limes di oltre 30 km ad est della precedente linea dell'Odenwald-Neckar.

Dall' 85 - La Germania superiore (Germania superior) fu organizzata in provincia imperiale romana tra l'85 ed il 90 d.C., comprendendo vasti territori che erano appartenuti in precedenza alla Gallia Lugdunensis. Nella provincia venne incluso anche il territorio occupato dagli Elvezi e quella regione di confine racchiusa tra l'alto corso del Reno e l'alto corso del Danubio, ovvero la regione degli Agri Decumates. La provincia venne affidata ad un legatus Augusti pro praetore. Uno dei primi e più famosi governatori della provincia fu Traiano, che amministrò la Germania Superior attorno al 98 d.C., anno della sua adozione a succedere a Nerva quale nuovo imperatore di Roma. Nella successiva riorganizzazione tetrarchica voluta da Diocleziano (alla fine del III secolo), la Germania superiore divenne parte della Diocesi delle Gallie con il nuovo nome di Germania I.
Carta delle migrazioni del III secolo con indicati gli Agri
Decumates, Germania superiore e Germania inferiore.
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- La Germania inferiore (Germania inferior) era il nome della provincia romana situata sulla riva occidentale del fiume Reno, in corrispondenza degli attuali Paesi Bassi e Germania occidentale. La Germania inferiore fu organizzata, da distretto militare qual era dopo la clades Variana del 9, in provincia imperiale romana tra l'85 ed il 90, comprendendo vasti territori che erano appartenuti in precedenza alla Gallia Belgica. La battaglia della Foresta di Teutoburgo, chiamata clades Variana (la disfatta di Varo) dagli storici romani, si svolse nell'anno 9 d.C. tra l'esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo e una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, capo dei Cherusci. La battaglia ebbe luogo nei pressi dell'odierna località di Kalkriese, nella Bassa Sassonia, e si risolse in una delle più gravi disfatte subite dai Romani: tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX) furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria. Per riscattare l'onore dell'esercito sconfitto, i Romani diedero inizio a una guerra durata sette anni, al termine della quale rinunciarono a ogni ulteriore tentativo di conquista della Germania. Il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell'Impero per i successivi 400 anni. Nella provincia venne inclusa quella regione di confine racchiusa tra la foce del Reno e il basso corso della Mosella. La provincia venne affidata ad un legatus Augusti pro praetore. Nella successiva riorganizzazione tetrarchica voluta da Diocleziano (fine del III secolo), la Germania inferiore divenne parte della Diocesi delle Gallie con il nuovo nome di Germania II.

Nel 90 - Nasce Claudio Tolomeo. La vita di Claudio Tolomeo si svolse indicativamente fra gli anni 90 e 170 della nostra era. Solo alcuni commentatori hanno avanzato l’ipotesi che egli fosse di stirpe egizia. Altri, prendendo spunto dal nome Claudio, eminentemente romano, hanno suggerito che egli fosse di discendenza latina, pur essendo assorbito nell'ambiente ellenistico. In genere è ritenuto di discendenza greca. Circa la località di nascita, si concorda sull’Egitto. Uno dei pochi elementi certi su di lui è che la sua attività scientifica si svolse ad Alessandria d'Egitto. La prima osservazione astronomica a lui attribuita è dell’anno 127, l’ultima dell’anno 141. In tutte le trattazioni riguardanti la figura di questo grande scienziato non viene mai tralasciato di esporre l’argomento delle violente discussioni suscitate dalla sua attività scientifica, al punto di levare contro di lui accuse veramente gravi che hanno messo in dubbio l’onorabilità del suo senso etico. Probabilmente Tolomeo aveva a cuore l'ansia che aveva assillato Platone, preoccupato di non potere spiegare, col suo modello cosmologico, gli stazionamenti, i moti retrogradi e le apparenti variazioni di velocità visibili nei moti planetari, dovute alle orbite ellittiche dei pianeti e al fatto che al centro del sistema c'è il Sole e non la Terra. L'incongruenza fra la linearità e la perfezione del sistema cosmologico platoniano e l'evidenza delle osservazioni dei moti planetari fu tenuta nascosta alla massa e rivelata solo agli addetti, agli iniziati, che Platone esortava a scoprire le leggi della meccanica celeste che avrebbero potuto salvare la "perfezione" della sua spiegazione del cosmo. Tolomeo riuscì così ad elaborare alcune ipotesi astro-matematiche atte a spiegare il sistema cosmologico in tutte le sue espressioni, e le pubblicò nell'Almagesto. Come è noto, il titolo originalmente dato da Tolomeo all’opera fu "Sintassi matematica". I primi commentatori greci modificarono il titolo in "La più grande sintassi matematica". Quando ne vennero in possesso, gli Arabi apparentemente tradussero soltanto le prime parole del titolo, per cui esso divenne per loro "al-majisti", e finalmente, con la traduzione in latino dall’arabo (nel 1175 circa, ad opera di Gherardo da Cremona) il titolo divenne Almagesto. L’opera rimase il fondamentale canone astronomico adottato in tutto il mondo fino a più di un secolo dopo la pubblicazione (1543) del "De Revolutionibus" di Copernico. Si compone di tredici libri. Con essa Tolomeo si proponeva, secondo le sue stesse parole, utilizzando sia le conoscenze che gli erano state trasmesse dai suoi grandi predecessori, che apportandovi i propri contributi, di fornire un compendio di nozioni astronomiche atte a spiegare il sistema cosmologico in tutte le sue espressioni. In definitiva, si trattava, a partire dai modelli matematici degli epicicli e degli eccentri, di produrre, quale risultato finale, una procedura matematica predittiva delle posizioni di ciascun pianeta.

"La scuola di Atene"- Raffaello Sanzio. In quest'opera Raffaello rappresenta
 i grandi filosofi del passato: Platone e Aristotele al centro, Diogene di Sinope
 sui gradini ai loro piedi. Nel gruppo alla destra di Platone, Socrate che parla con
alcuni giovani, di cui quello con l'elmo è Alessandro Magno. Epicuro, in basso
a sinistra consulta un testo retto da un putto. Alla sua destra, Averroè con il
turbante che osserva Pitagora, inginocchiato mentre legge e dietro di lui l'unica
donna, Ipazia di Alessandria. Dalla parte opposta, di spalle con veste gialla,
Claudio Tolomeo che regge il globo terracqueo e alla sua destra,
Raffaello stesso.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
- A questo punto è importante fare alcune considerazioni sulla genesi del pensiero che ha portato alla nostra civiltà. L'informazione era riservata a pochiFra i filosofi dell'antica Grecia era diffusa la consuetudine di rivolgersi ad un ampio pubblico con insegnamenti essoterici, manifesti, e di riservare a gruppi ristretti, agli iniziati, gl'insegnamenti specifici: quelli esoterici, nascosti ai più. L'aristocratico Pitagora aborriva infatti l'idea di democrazia, anche solo come principio di condivisione delle conoscenze. Il problema fu che quando si scoprirono verità che scompigliarono l'ordine descritto dai grandi maestri, queste verità furono tenute nascoste. Il primo caso fu la scoperta, fra i pitagorici, dei numeri irrazionali, come ad esempio il rapporto tra la diagonale di un quadrato e uno dei suoi lati, che conduce a un valore (radice quadrata di 2) che non è espresso da un numero intero e quindi "perfetto", ma da un numero con una serie infinita di cifre dopo la virgola; quindi, chi avrebbe svelato il caso che poteva mettere in discussione la perfezione della visione pitagorica, poteva essere messo a morte. Altro caso fu il bizzarro movimento dei pianeti nella volta celeste. Probabilmente l'osservazione e lo studio degli astri è la più antica delle scienze e fu proprio Platone a proporre un modello comprensibile e caratterizzato da un moto "perfetto" del movimento degli astri, con la nozione di sfere cristalline, quindi solide e trasparenti, concentriche, una dentro l'altra, che trasportavano nella loro rotazione attorno alla Terra, immobile al centro del cosmo, in successione, la Luna, poi il Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e da ultima la sfera delle stelle fisse che ruotava però nel senso opposto, come suggerito dall'osservazione dei moti planetari e delle stelle. Riteneva inoltre, giustamente, che la luce mostrata dalla Luna fosse luce riflessa dal Sole. Infine, per Platone erano assolutamente indiscutibili gli assiomi pitagorici: 1° la circolarità dei moti di tutti gli astri (il cerchio era la figura geometrica che maggiormente racchiudeva i caratteri della perfezione) e 2° l' uniformità della loro velocità. Le concezioni astronomiche di Platone erano sostanzialmente quelle dei pitagorici. Platone era tuttavia molto preoccupato di non potere spiegare, col suo modello, gli stazionamenti, i moti retrogradi e le variazioni di velocità che venivano riscontrate nei moti planetari. Quindi, anche questa informazione fu nascosta e riservata agli addetti, agli iniziati, che erano esortati a scoprire le leggi che avrebbe dovuto salvare la sua spiegazione del cosmo. Di questa esortazione è testimone lo storico della scienza Eudemo da Rodi, secondo cui Platone propose agli astronomi " ...di trovare con quali supposizioni di movimenti regolari ed ordinati si potessero rappresentare le apparenze osservate nei moti dei pianeti...". Tolomeo lavorò molto su questo aspetto del problema e, come altri prima di lui, elaborò le sue spiegazioni sul fenomeno. E' buffo constatare che  mentre di Platone si dice: "grande fu il contributo di Platone all'astronomia perchè fu l'oggetto dell'astronomia nei secoli successivi", di Tolomeo si dica: "... la comunità scientifica positivista dei secoli XVIII e XIX ha individuato in Tolomeo il capro espiatorio contro il quale dirigere il proprio risentimento per il cammino erroneo percorso dalla scienza astronomica per più di milleduecento anni."
Hermes Trismegistos,
in greco "tre volte
grandissimo", con il
bastone caduceo, simbolo
del dio Hermes greco,
Mercurio per i romani.
Si potrebbe pensare che la riservatezza degli insegnamenti propedeutici ad un'eventuale illuminazione da parte degli adepti, o iniziati,  sia da attribuire ad una visione ermetica del mondo da parte degli insegnanti.: le verità sono esoteriche, nascoste e tali devono rimanere, poiché solo gli eletti meritano di capirle. Probabilmente l'idea diffusa dei sapienti era che solo gli "eletti" dovevano essere i depositari del sapere, e indubbiamente una massa ignorante ed incolta è facilmente manovrabile. Aggiungerei anche che le convinzioni superstiziose della massa potessero essere sfruttate per ottenere atteggiamenti e comportamenti favorevoli attraverso un adeguato contenitore psicologico a sfondo religioso.
Ermete Trismegisto, o Hermes Trimegistos, secondo la tradizione identificabile con la divinità egiziana Thot, colui che portò la scrittura fra le genti, è attribuita la compilazione della Tavola Smeraldina: "È vero senza errore e menzogna, è certo e verissimo. Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere i miracoli della Cosa-Una (unica). Come tutte le cose sono sempre state e venute dall'Uno, per mediazione dell’Uno, così tutte le cose nacquero da questa Cosa Unica per adattamento. Il Sole ne è il padre, la Luna ne è la madre, il Vento l’ha portata nel suo ventre, la Terra è la sua nutrice. Il padre di tutto, il Telesma di tutto il mondo è qui. La sua potenza è illimitata se viene convertita in terra. Separerai la Terra dal Fuoco, il Sottile dal Denso, delicatamente, con grande cura. Ascende dalla terra al cielo e ridiscende in terra raccogliendo le forze delle cose superiori ed inferiori. Tu avrai così la gloria di tutto il mondo e fuggirà da te ogni oscurità. Qui consiste la Forza forte di ogni Forza, perché vincerà tutto quel che è sottile e penetrerà tutto quello che è solido. Così fu creato il mondo. Da ciò deriveranno innumerevoli adattamenti mirabili il cui segreto sta tutto qui. Pertanto io fui chiamato Ermete Trismegisto, (dal greco Τρισμέγιστος «tre volte grandissimo») possessore delle tre parti della Filosofia di tutto il mondo. Ciò che dissi sull’opera del Sole è perfetto e completo." (Ermete Trismegisto,"Tavola Smeraldina"). E' fondamentale rendersi conto che per gli antichi, ciò che era scritto era sacro, di conseguenza l'impatto che ebbero queste considerazioni, a prima (e anche a seconda) vista piuttosto arcane, fu di portata epocale.
Da http://www.riflessioni.it/enciclopedia/ermetismo.htm: "Secondo i principi dell’Ermetismo, tutte le cose derivano da una Causa Prima o Unica Virtù, che si differenzia in miriadi di forme, che rappresentano la manifestazione, nell’Universo visibile, della capacità plastica di una materia eterea, primordiale, eterna, dalla quale scaturiscono gli elementi e che gli antichi iniziati chiamarono Etere, sostanza astrale o Quintessenza. Tutto nell’Universo può essere ricondotto all’unità perché, oltre la molteplicità delle forme visibili, non vi è che un Unico Principio, in grado di differenziarsi all’infinito e di riassorbirsi, riconvertendosi in pura essenza e potenzialità. Nelle migliaia di mondi che animano lo spazio infinito, nelle forme armoniose della Natura, come nel corpo dell’uomo, si ripete costantemente la stessa legge, che è legge unitaria perché sottesa dall’esplicazione di una Forza Unica e intelligente, eternamente in azione in quanto al di là di ogni umano concetto di relativo e temporale. La strada che porta alla comprensione dell’essenza dell’uomo passa dunque attraverso l’unitarietà dei fenomeni naturali e, quindi, della sublimazione del molteplice nell’unità sintetica dell’Unica Virtù. Nei tempi antichi esisteva una comprensione delle leggi naturali molto più grande di quella odierna. Gli dei dell’antico Egitto o dell’Olimpo Greco-Romano non furono che figure simboliche, rappresentanti forze naturali colte in varie fasi del processo di creazione e dissoluzione delle forme visibili, le cui epopee o cicli epici celavano la spiegazione di fenomeni complessi, di segreti non altrimenti raffigurabili per menti semplici e poco avvezze ad elaborazioni astratte, ma straordinariamente sensibili alle suggestioni di immagini antropomorfe che riproducevano, in chiave misterica, le gesta di eroi e dei umanizzati. Il Cristianesimo distrusse gran parte dei tesori della tradizione religiosa, segnando come eresiache le antiche dottrine sacerdotali e trasformando l’uomo, re della terra, nel suddito di un Dio orientale il cui insegnamento, come torrente in piena, corrose la psicologia e la morale di una civiltà decadente, sovvertendo gli antichi valori della vita e sostituendo, all’ideale sublime dell’uomo divinizzato e dominatore della Natura, la concezione di un Dio assurdo che, in cambio di un’ipotetica felicità in una dimensione eterna, pretendeva un’esistenza di rinunce, di sofferenze e di dolore. Quando i successori di Pietro eressero la Chiesa di Cristo sulle macerie dell’Impero Romano, sembrò che anche gli antichi insegnamenti misterici andassero perduti, sepolti sotto il peso intollerabile dei dogmi, liquefatti dal fuoco corrompente dei roghi e dall’intolleranza dei Papi, profanati dall’odio e dal cieco furore di preti psicopatici e ignoranti; mentre l’Europa, fulcro dell’antica civiltà, sprofondava nelle caligini oscure dell’ignoranza e della superstizione. Tuttavia, nel tentativo di creare una liturgia della Chiesa, molti riti e simbolismi pagani, indicanti le verità eterne, vennero introdotti nel Rituale Romano, mentre l’insegnamento esoterico, trasmesso da pochi Maestri, veniva reso incomprensibile tranne per coloro che vennero giudicati degni. Nacque cosi l’Alchimia, che non si proponeva di risolvere un problema chimico bensì spirituale, anche se gli sperimentatori, avidi di ricchezze, ne fraintesero il senso dell’enunciato fondamentale, cercando di convertire il vile piombo in oro, ma obliando che il piombo di cui si parlava non era che la mente dell’uomo; mentre l’oro alchemico non era quello convertibile in moneta sonante, ma l’oro dell’Intelligenza Mercuriale privata di ogni impurità metallica, ovvero del pensiero corrotto da influenze emotive, psicologiche e sensoriali.
I postulati della Scienza Alchemica erano: 
- che nella materia tutti i metalli possono convertirsi in altri ed in particolare in oro e in argento;
- che negli uomini i tipi imperfetti possono raggiungere la perfezione;
- che nelle anime le intelligenze inferiori possono trasmutarsi in superiori.
E poiché, come ho detto, l’Universo è Uno (Materia e Spirito), deriva che la legge trasmutatoria alchemica dal meno perfetto al più perfetto deve potersi applicare sia in alto che in basso, sia nel campo spirituale che materiale, sia nella chimica dei fenomeni terrestri che nell’iperchimica delle trasmutazioni animiche. Di qui i due triangoli intrecciati del Sigillo di Salomone, che nasconde, in un simbolo apparentemente semplice, un arcano divino di valore universale. Esiste dunque nell’essere umano un’essenza sconosciuta, capace di penetrare tutte le cose, di trasformarsi plasticamente in ogni corpo, espandendosi all’infinito o contraendosi sino all’infinitesimo dell’atomo. Un nucleo originario di sostanza eterea allo stato radiante, vibrante, intelligente, eterna, fondamento dell’essere umano, che gli antichi ermetisti definirono Unica Virtù o Causa Prima (vedi: la Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto), perché da essa tutte le cose discendono e per essa tutti i prodigi si compiono. Nel Macrocosmo (o Universo) essi la identificarono col Sole, simbolo del Dio misterioso e inconoscibile, forza maschia, attiva e generante, che gli antichi egizi venerarono come Amùn e che inonda la terra coi suoi raggi benefici, animando gli esseri viventi nei tre regni della Natura. Nel corpo umano (o Microcosmo), immagine dell’Universo, la chiamarono Intelligenza Divina incarnata o Corpo Solare, che sul piano della materia tangibile si manifesta nel corpo fisico o saturniano, di cui l’aura magnetica, dai colori cangianti, riflette lo stato nelle più sottili e impercettibili emanazioni. Nel cervello l’irradiazione solare genera il Corpo Mercuriale, primo fecondo adattamento della pura intelligenza allo stato di essere incarnato, vero spirito della materia, che attraverso la pura astrazione delle percezioni sensibili costituisce l’essenza di ogni virtù. Nel sistema nervoso neuro-vegetativo dà vita al Corpo Lunare, plastico, etereo, sensibilissimo, serbatoio immenso di immagini, ricordi, sensazioni, sede inesplorabile dell’inconscio personale e della memoria storica e istintiva, che i centri vorticosi dei chakra connettono all’Anima del Mondo. Dal Corpo Solare il processo creativo procede inarrestabile dal semplice al complesso, dall’infinitamente piccolo alla materia organizzata, attraverso una serie infinita di trasformazioni, che rappresentano la manifestazione di un’unica legge evolutiva. Mentre al contrario nelle degradazioni della sostanza organica nei suoi componenti elementari, per effetto delle fermentazioni naturali o indotte, e’ riassunto il processo dissolutivo delle forme visibili, che prelude al ciclico rinnovarsi di ogni cosa in Natura. Ma sia nelle forme degradative, che nei processi di sintesi organica; nell’uomo nel pieno vigore della sua forza giovanile, come nella lenta e inesorabile trasformazione senile; in ogni processo naturale, sia nelle reazioni chimiche che nelle modificazioni biologiche, non agisce che un’unica forza, che opera in tutti i corpi modificandoli e determinandone il destino. Questa forza straordinaria e sconosciuta, che gli Iniziati della Caldea e dell’antico Egitto appresero ad utilizzare conoscendone le leggi, e’ corrente vitale, e’ forza ignea intensamente magnetica, movimento vibratorio inarrestabile, che permea la materia, la dinamizza, ne determina e accelera i processi trasformativi. Nella Natura che si risveglia in primavera, segnando di verde i brulli paesaggi invernali; in un fiore che si schiude, nelle trasformazioni minerali, nella divisione delle cellule animali dall’ovulo primitivo all’individuo adulto ed integro; persino nel cadavere, che si decompone nei suoi componenti elementari non agisce che una sola forza, che e’ corrente di vita, che scorre inarrestabile ed eterna perché anche la morte non e’ che crisi trasformativa dal vecchio al nuovo e dal peggio al meglio. Nell’uomo la corrente vitale produce la vita del corpo, la circolazione del sangue e della linfa, la respirazione ed ogni funzione metabolica essenziale. In campo psichico essa induce gli eventi maturativi propri dell’evoluzione psicologica segnando, attraverso la continua creazione e distruzione di idee, di articolazioni logiche, di stati emotivi e la modificazione progressiva dei meccanismi percettivi e di elaborazione sensoriale, la costituzione di un nucleo mercuriale, che rappresenta allo stesso tempo la sintesi dell’esperienza esistenziale e la preparazione all'ulteriore evoluzione dell’anima. Non per questo si potrebbe attribuire alla corrente vitale una qualsiasi intonazione morale, per il suo carattere di forza neutra determinante i fenomeni psichici, le cui proprietà sono in rapporto al vissuto individuale ed all'applicazione, ai contenuti dell’esperienza, delle facoltà mentali superiori (volontà, ragione, ecc.). Ne’ sarebbe corretto definirla in termini di forza cieca e irrazionale, atteso che essa agisce in Natura secondo direttrici univoche e costanti potendo, in casi particolari, essere indirizzata verso la produzione di effetti voluti e tangibili. La possibilità di orientare la corrente vitale rappresenta campo di applicazione dell’Ermetismo e della Magia, intesa come la particolare facoltà, conquistata attraverso pratiche di ascensione psichica, a realizzare fenomeni non comuni in campo oggettivo e mentale.
Ermete Trismegisto in una
rappresentazione nel pavimento
del duomo di Siena.
L’attitudine a compiere piccoli o grandi prodigi, vera chiave dei poteri spirituali, e’ uno stato d’essere particolare, di intensa vibrazione interiore o di coscienza alterata, che molti hanno definito intermedio tra la vita e la morte o stato di trance lucida. La capacità di riprodurre a volontà tale stato esaltativo non è innata che in pochi casi, ma si ottiene in lunghi anni di pratiche iniziatiche agenti sul Corpo Lunare o, più rapidamente, impadronendosi del segreto iniziatico dei grandi Maestri, che nasconde un Arcano realizzatore dell’anima capace di trasformare l’uomo in un semi-dio. Un Arcano che gli alchimisti hanno sempre gelosamente custodito, arretrando inorriditi dinanzi alla possibilità di svelarlo, senza mai indicare nelle loro opere elementi concreti per la sua scoperta, anzi occultandolo ulteriormente con minacce di morte e di terribili sciagure per l’incauto che, anche solo intuendone la natura, avesse osato profanarlo. Non vi sono tuttavia ragioni perché il cifrario degli antichi Maestri non debba essere reso comprensibile anche agli uomini moderni, più avvezzi al ragionamento scientifico e meno al linguaggio contorto e ricco di simbolismi astrusi dei vecchi alchimisti, così da consentire loro, se meritevoli, maggiori possibilità di successo. Scriveva Paracelso, medico e alchimista svizzero del XVI secolo: La vera Pietra Filosofale si trova senza dubbio nell'inespugnabile fortezza della verità [...]. Tale pietra sembra vile, disprezzabile ed esecrabile alla gente comune, ma per i filosofi è più preziosa di qualsiasi gioiello [...]. E il cammino della verità, che rigenera e rivitalizza ciò che non esiste più, facendolo tornare ciò che era prima della corruzione, tramuta ciò che non è in ciò che dovrebbe essere. L'oro dei filosofi che rende ricchi i Saggi non è certamente l'oro con cui si coniano le monete". L'ermetismo, con i suoi insegnamenti esoterici, giungerà fino ai nostri giorni, rilanciato nel Rinascimento da Marsilio Ficino, applicato da Paracelso, che diede vita a una nuova disciplina, la iatrochimica, da cui deriverà l'omeopatia e studiato da tanti altri: Isaac Newton stesso fu un accanito studioso, di nascosto, di alchimia: dopo la sua morte fu aperto un baule che teneva chiuso a chiave, pieno di appunti e studi alchemici.

Mitra.
Negli anni contemporanei alla nascita del cristianesimo, vi erano dei culti con tratti simili al cristianesimo stesso:
- In Iran veniva adorato Mithra, il cui culto seguiva rituali segreti e sacrifici cruenti, i misteri mithraici, riservati ai soli uomini. Nati come culto della vegetazione, si fondavano su due divinità, una delle quali doveva morire per assicurare la fertilità, per poi rinascere. Questo culto fu portato in Italia dai soldati dell'esercito romano nel I secolo a.C., e da qui si propagò nei paesi dell'area germanica, in Gallia, Britannia e Spagna: in Europa trovò enorme fortuna. Il Mitraismo prevedeva nel 25 dicembre il giorno di nascita di Mitra, figlio di vergine, che nell'uccisione del toro compiva un sacrificio che veniva celebrato in cerimonie che prevedevano pasti comuni.
- L'adorazione del Sol Invictus, che incarnava nella divinità solare la visione neoplatonica della luce come espressione divina. E' di questi tempi la rappresentazione di un giovane Cristo raggiato, come il sole, alla guida del cocchio solare di Apollo con i 4 cavalli dell'iconografia tradizionale.
- Simon mago, figlio di verginenato il 25 dicembre, aveva grandi poteri taumaturgici che esprimeva compiendo miracoli.

Sol invictus.
- Nel cristianesimo non si individuano più, come nei vecchi culti, le forze della natura nella divinità, e soprattutto la divinità non è più l'emanazione di un sentirsi parte della collettività (nell'antichità ogni gruppo o città aveva una propria divinità), ma è una via individuale verso una divinità individualistica. Questa tensione, frutto di una presa di coscienza egoica, verso una salvezza dalla morte, ridisegna la visione dell'oltretomba degli antichi, che accettava una mancanza di certezze, che razionalmente non si possono dimostrare. Quest'ansia di salvezza in una vita beata ed eterna dopo la morte, ha scatenato il desiderio di martirio, molto evidente nel Donatismo, di cui scriveremo più avanti. E quindi la società cristiana dei primi tempi, pur essendo ordinata e compatta, è un organismo senza quell'unicità e uniformità di spiegazioni teologiche che stanno tanto a cuore a Paolo di Tarso, proteso a creare un'unico contenitore del cristianesimo con un'unica ortodossia. Paolo di Tarso permetterà ai nuovi convertiti di evitare la circoncisione, consuetudine delle religioni ebraiche, a favore del battesimo nell'acqua. Sarà poi Costantino I che, con il concilio di Nicea, poserà la prima pietra dell'edificio della chiesa cristiana.

- I cristogrammi sono combinazioni di lettere dell'alfabeto greco o latino che formano una abbreviazione del nome di Gesù. Essi vengono tradizionalmente usati come simboli cristiani nella decorazione di edifici, arredi e paramenti. Alcuni cristogrammi sono nati come semplici abbreviazioni o acronimi, anche se sono diventati successivamente dei monogrammi, cioè dei simboli grafici unitari. Altri, come il notissimo Chi Rho, sono stati pensati sin dall'inizio come monogrammi. I principali cristogrammi sono:
- il Titulus crucis INRI, un acronimo ottenuto dalla frase latina Iesous Nazarenus Rex Iudaeorum, che significa: Gesù di Nazaret, re dei giudei. 
Moneta dell'imperatore Magnenzio
 (350/353) recante su una faccia
 il crismon Chi Rho.
- il Chi Rho o per antonomasia monogramma di Cristo (nome abbreviato talora in chrismon o crismon). Esso è un monogramma costituito essenzialmente dalla sovrapposizione delle prime due lettere del nome greco di Cristo, X (equivalente a “ch” nell'alfabeto latino) e P (che indica il suono “r”). Alcune altre lettere e simboli sono spesso aggiunti. 
- ΙΧΘΥΣ o ICHTHYS (che letteralmente significa “pesce” in greco) è un acronimo formato con le iniziali della frase greca: “Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore”.
Significato dell'acronimo del
cristogramma ICHTHYS, che
in greco significa "pesce".
 Le lettere sono normalmente accompagnate o addirittura sostituite dal disegno (stilizzato) di un pesce.
- ICXC è un acronimo ottenuto dalla prima ed ultima lettera delle due parole Gesù e Cristo, scritte secondo l'alfabeto greco (ΙΗΣΟΥΣ ΧΡΙΣΤΟΣ -si noti che la lettera finale sigma viene scritta nella forma lunata che ricorda la lettera latina C). Compare molto spesso sulle icone ortodosse, dove il monogramma può essere diviso: "IC" nella parte sinistra dell'immagine e "XC" nella parte destra. Il tratto orizzontale solitamente sovrascritto alle lettere è un segno paleografico per indicare un'abbreviazione. 
- il trigramma di Bernardino da Siena, IHS o Nome di Gesù. È formato da tre lettere del nome greco di Gesù (ΙΗΣΟΥΣ) . Ne esiste anche la variante IHC, sorta per la somiglianza fra la lettera latina “C” e la diffusa forma lunata della lettera greca sigma. Il trigramma era inizialmente una abbreviazione greca, poi venne interpretato come un acrostico latino e spesso arricchito di altri particolari grafici (la croce e il sole) e utilizzato come monogramma. Esso è caratteristico dei cristiani occidentali.

Nel primo periodo della cristianità, a giudicare dallo studio delle catacombe, il simbolo della croce, graffiato nel tufo o tracciato con il colore, si trova abbastanza di rado e gli storici ritengono che la croce fu rappresentata solo quando questo strumento di tortura non venne più utilizzato a tal fine. Esso è certamente meno frequente degli altri simboli della Cristianità come il pesce, i pani o l'ancora. Più diffuso si ritiene esser stato l'uso della "crux dissimulata", ottenuta ad esempio, interponendo la lettera "tau" maiuscola (T) al centro del nome del defunto.

Dal 92 - Traiano continua la penetrazione romana nell'area germanica degli Agres decumates, sia come governatore della Germania superiore (attorno agli anni 92-96), sia come imperatore (tra il 98 ed il 100) con l'avanzamento oltre il fiume Reno verso est, fino al cosiddetto limes di Odenwald, tratto di frontiera che collegava il fiume Meno presso Wörth, con il medio Neckar a Bad Wimpfen. Il successore Adriano, contribuì all'avanzamento lungo il cosiddetto limes dell'Alb.

Nel 96 - Inizia l'impero di Traiano, che porterà l'Impero Romano alla sua massima estensione nel 117.

Cartina dell'Impero Romano da Ottaviano Augusto, Tiberio, Claudio,
Vespasiano e Domiziano fino a Traiano, che nel 117 d.C. lo portò
alla sua massima estensione.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.


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